A proposito di castità…

A proposito del dibattito sulla castità, introdotto dalle dichiarazioni del P. Pinkus, propongo ai lettori un dialogo tratto dal famoso romanzo “Il mondo nuovo” di A. Huxley. E’ l’incontro tra il Selvaggio e il Governatore Mondiale Residente per l’Europa occidentale, tale Mustafà Mond.  

“Ma il valore risiede nella volontà particolare” disse il Selvaggio. “Esso mantiene la stima e la dignità tanto là dove sono preziose in se stesse quanto in colui che le pregia”.

“Via, via” protestò Mustafà Mond “questo è correre un po’ troppo lontano, non vi pare?”

“Se vi lasciaste andare a pensare a Dio, non vi lascereste degradare da amabili vizi. Avreste una ragione per sopportare pazientemente le cose, per fare le cose con coraggio. L’ho visto con gli Indiani.”

“Ne sono convinto.” disse Mustafà Mond. “Ma noi non siamo gli Indiani. Un uomo civilizzato non ha nessun bisogno di sopportare alcunché di particolarmente sgradevole. (…) Tutto l’ordine sociale sarebbe sovvertito se gli uomini si mettessero a fare le cose di propria testa”

“E la rinuncia allora? Se credeste in Dio, avreste una ragione di rinuncia.”

“Ma la civiltà industriale è possibile soltanto quando non ci sia rinuncia. Concedersi tutto sino ai limiti estremi dell’igiene e delle leggi economiche. Altrimenti le ruote smettono di girare”.

“Avreste una ragione di castità!” disse il Selvaggio arrossendo leggermente mentre pronunciava queste parole.

“Ma la castità vuol dire passione, vuol dire nevrastenia. E passione e nevrastenia vogliono dire instabilità. E instabilità vuol dire fine della civiltà. Non si può avere una civiltà durevole senza una buona quantità di amabili vizi.”

“Ma Dio è la ragione d’essere di tutto ciò che è nobile, bello, eroico. Se voi aveste un Dio…”

Si possono dare molte ragioni rispetto alla scelta della castità, alcune assolutamente necessarie, ma tra tutte la più definitiva è contenuta nella battuta finale del Selvaggio.

La testimonianza della fede cattolica, che poi si chiama santità, è ciò di cui la Chiesa oggi ha particolarmente bisogno: una testimonianza che vada oltre il politicamente corretto, perché ama veramente i fratelli e sa indicare loro una strada per cui possano veramente vivere il “nobile, il bello e l’eroico”.

E non si tratta di una qualche forma di conoscenza superiore – cara anche ad Huxley – ma in un cammino quotidiano di fede ed obbedienza. Sopratutto di obbedienza alla Chiesa, che è il Corpo di Colui che ha detto di essere "la Via, la Verità e la Vita". 

Concilio Vaticano II: rinnovamento secondo tradizione

 

Di seguito un mio articolo pubblicato da Zenit.org in merito al Convegno “Passione della Chiesa, Amerio e altre vigili sentinelle” tenutosi nella Rep. di San Marino.

 

ROMA, martedì, 15 giugno 2010 (ZENIT.org).- Sabato 12 giugno si è tenuto a San Marino il convegno “Passione della Chiesa, Amerio e altre vigili sentinelle” organizzato dal Centro Culturale Vera Lux di Bologna.

L’incontro ha visto la partecipazione di monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino- Montefeltro, di don Nicola Bux, di padre Giovanni Cavalcoli O.P e del prof. Matteo D’Amico.

Il tema prendeva le mosse dalla passione della Chiesa che, come ha scritto Johann A. Mohler, in quanto “perdurante incarnazione di Cristo” vive quella stessa “passio” che visse il Cristo fisico.

Il convegno intendeva chiarire che tra le molte sofferenze che oggi vive la Chiesa non è secondario ciò che riguarda una diffusa confusione circa la verità, un caos interpretativo che produce veri e propri danni di natura spirituale che rischiano di incatenare i fedeli in una libertà vuota di senso.

Don Nicola Bux ha aperto i lavori e ha indicato come “ormai in molti condividono il giudizio che all’inizio del Conclave l’attuale Pontefice ha dato circa il relativismo. Un relativismo che purtroppo è entrato nella dottrina”.

“Proprio in occasione dell’omelia di chiusura dell’Anno Sacerdotale – ha precisato don Bux – il Santo Padre ha parlato di ‘eresie’. Negli ultimi decenni questo era un termine non molto usato perché si temeva di evocare fantasmi, però di fatto le eresie nella Chiesa ci sono e la confusione dottrinaria origina proprio dalla difficoltà di distinguere ciò che è dottrina pura, sana, sicura da tutto ciò che, invece, non è tale”.

In questo contesto le “vigili sentinelle” indicate nel Convegno – Romano Amerio, padre Tomas Tyn e Benedetto XVI – sono accomunate da un interesse per l’ortodossia che il Cardinale Joseph Ratzinger definiva “opera sociale a favore di tutti i credenti”.

Concludendo il suo intervento don Bux ha sintetizzato molto bene cosa si intende per dottrina sicura, sana e pura: “Dottrina sicura perché fondata su Gesù Cristo e il primato petrino. Dottrina sana perché immune da pensieri fuorvianti. Dottrina pura perché proveniente dal cielo, custodita nella sacra liturgia, scevra da inquinamenti delle opinioni mondane”.

Anche se non presente al tavolo dei relatori ha voluto dare un contributo alla giornata anche monsignor Brunero Gherardini che, con una scritto inviato agli organizzatori, ha ricordato come per Romano Amerio “la crisi fu scatenata quando forze latenti, ma aggressive, polemiche, centrifughe e soprattutto potenti, aprirono le porte del santuario allo spirito del secolo, sostituendo l’uomo a Dio”.

“Nasceva e in breve furoreggiò – continua Gherardini – un Cristianesimo umanitario, quello del ‘buonismo acritico’ e superficiale, senza preoccupazioni dogmatiche, etiche, disciplinari”.

Con grande acutezza la relazione del prof. D’Amico ha analizzato l’opera di Romano Amerio come interprete della crisi della teologia post-conciliare: “Per Amerio la crisi è un fatto, e i fatti si mostrano, non si dimostrano. Iota Unum, in questo senso, è soprattutto una lunga e meticolosa messa in luce e chiarificazione del fatto della crisi”.

La causa di quella che Amerio definisce “crisi” della Chiesa viene indicata dal professore nella “crisi del pensiero”: “In Iota Unum si trova, infatti, un capitolo fondamentale (Teologia e filosofia nel postconcilio) nel quale Amerio denuncia il pratico abbandono dello studio di San Tommaso nei seminari, l’abbandono della Scolastica e, quindi, della philosophia perennis”.

Secondo Amerio “l’abbandono del tomismo significa la rinuncia a una prospettiva realista in metafisica e si sviluppa un inevitabile dubbio scettico sulle capacità conoscitive dell’uomo. Tale pirronismo però rende impossibile la vita di fede, o la sfibra totalmente, in quanto l’assioma secondo il quale l’uomo non può conoscere nulla con certezza si estende ai dogmi e all’insegnamento della Chiesa in genere. E’ questa, nella visione ameriana, la radice ultima della crisi”.

Padre Giovanni Cavalcoli si è inserito nel dibattito sottolineando in particolare la figura di Tomas Tyn e la sua interpretazione della libertà in rapporto a quella data da Karl Rahner, mostrando come “il rinnovamento teologico apportato da Rahner contrasta con quello autentico promosso dal Magistero in questi ultimi quarant’anni, mentre per converso il ‘tradizionalismo’ tyniano si sta sempre più rivelando in piena consonanza col Concilio, per il quale egli ebbe grande ammirazione, fiutandone peraltro l’interpretazione modernista che purtroppo ne sarebbe venuta e ne stava venendo già fuori ai suoi tempi”.

Per Padre Cavalcoli “padre Tomas Tyn, di cui è aperta la causa di beatificazione, rappresenta davvero una testimonianza viva di quell’ermeneutica della continuità più volte richiamata da Benedetto XVI, egli, infatti, è stato ed è una vigilante sentinella che ‘con la sanità della dottrina e la confutazione dell’errore, ma soprattutto con la sua messa in pratica nella purezza e santità dei costumi morali, dà un esempio a tutta la Chiesa”.

Monsignor Luigi Negri ha concluso i lavori con un intervento profondo e carico di quella passione che contraddistingue il Vescovo di San Marino-Montefeltro.

“Benedetto XVI – ha detto monsignor Negri – ha dato un apporto determinante e definitivo al cosiddetto problema dell’ermeneutica del Concilio Vaticano II, contributo che consente di chiudere certe vicende ancora aperte e di riprendere il cammino”.

“E’ giusto guardare il Concilio – ha aggiunto – e quindi interpretarlo affrontando coraggiosamente quei punti per cui è necessario ulteriore approfondimento, ma certamente senza cedere alla tentazione ideologica: tradizionalismo e progressismo sono due degradi ideologici di segno uguale e contrario”.

Per quanto riguarda la caratteristica essenziale del Magistero di Benedetto XVI, monsignor Luigi Negri ha tracciato un riferimento preciso: “Il Papa più volte in questi anni ci ha chiarito che occorre una ragione più larga, un insegnamento valido per i cristiani, ma anche per chi non è cristiano e non accetta di mettersi nel giro delle ideologie che eliminano la grandezza e la dignità dell’uomo”.

“Questo è il grande compito – ha concluso – che Benedetto XVI si è assunto: dare agli uomini la possibilità di un’esperienza ampia della loro umanità, ossia quell’inesorabile andare verso il mistero che caratterizza la ragione umana in ogni momento della sua vita”.

[Grazie alla collaborazione con le Edizioni “Il Cerchio” di Rimini gli organizzatori hanno preannunciato la pubblicazione degli atti del convegno che, compatibilmente con i tempi di redazione, dovrebbe essere presentata il prossimo settembre]

 

Il Concilio e il terremoto nella Chiesa

Se la società civile ha sentito le prime scosse telluriche col ’68, la Chiesa è entrata in clima di revisione almeno sei anni prima, col Concilio Ecumenico Vaticano II, aperto nel ’62 e chiuso nel ’65. E con il rinnovamento (comprensibile e, per certi aspetti, accettabile e necessario), si son fatti sentire i primi segnali del terremoto che stava esplodendo. Qualcuno, ben più autorevole di me, ha già denunciato i cambiamenti tentati e riusciti per far cambiare rotta alla Chiesa: una diversa visione teologica su Dio, su Gesù Cristo, sulla Chiesa e sull’uomo, una diversa impostazione pastorale del rapporto Chiesa/mondo e del rapporto tra la Chiesa cattolica e le altre confessioni cristiane o tra la Chiesa cattolica e le altre religioni, un diverso modo di concepire la disciplina. Nel maggio dell’89, il presidente della C.E.I., il Cardinale Ugo Poletti, preoccupato per quanto sessantatre cultori di scienze ecclesiastiche hanno scritto alla Chiesa italiana, ha ravvisato “alterazioni profonde del contenuto della fede cattolica e conseguenti divisioni nella compagine clericale”. E ancora: “Le preoccupazioni riguardano in particolare gli allievi dei nostri seminari e istituti teologici, coloro che domani saranno i nostri nuovi sacerdoti, e che certo non ricevono oggi da alcuni loro maestri un esempio formativo, sotto il profilo della teologia, della spiritualità e del senso della Chiesa”. Mi chiedo: se i vescovi italiani non si fossero limitati solo a qualche piagnisteo inconcludente, a delle lamentele senza un seguito, se avessero preso la decisione coraggiosa e dolorosa, ma necessaria, di disinfestare i seminari, non sarebbero usciti dei nuovi sacerdoti in piena sintonia con la dottrina, con le direttive e con le necessità della Chiesa? Dunque, il terremoto ormai permanente di cui da quarant’anni è vittima la Chiesa, è stato veicolato in basso dalle nuove generazioni di preti formati male nei seminari: l’infezione che essi hanno contratto negli anni della loro formazione (o deformazione!), l’hanno trasmessa poi nelle loro parrocchie. Oggi molti vescovi non governano più la Chiesa: davanti a certi comportamenti gravissimi di alcuni preti, si limitano a qualche amara constatazione e a dei pii consigli, ma nulla più. Pare che si vergognino del potere di governo, come se fosse il segno di una durezza di cuore. Non governano per timore dei contraccolpi che quasi sicuramente riceverebbero da una base (e sto parlando di sacerdoti) ormai anarchica e ingovernabile. Governare significa fare le Leggi, farle rispettare e colpire chi le viola. Gesù ha fondato la sua Chiesa su tre “gambe”: il potere di insegnare, il potere di santificare e il potere di governare. Cercare di far stare in piedi la Chiesa con due sole gambe, senza il potere di governo, è una pura e dannosa illusione. E l’anarchia presente oggi nella Chiesa lo dimostra ampiamente. Quando persino dei sacerdoti favorevoli all’aborto (e dunque assassini) restano impuniti, ogni altro ribelle sa che avrà garantita l’impunità. Se invece un prete sputa in faccia a Cristo con eresie e ribellioni sistematiche, qualche vescovo è sempre pronto a tirare in ballo la carità, la pazienza, la doverosa comprensione verso un fratello che sbaglia, la capacità di saper attendere un suo ravvedimento… Se fosse necessario, perché rinunciare a richiamare anche i vescovi? È San Paolo che ci insegna a farlo, criticando niente meno che l’apostolo Pietro, capo della Chiesa, il primo Papa, “di simulazione, di ipocrisia, di comportamento non retto secondo la verità del Vangelo” e lo corregge “in presenza di tutti” (Gal 2, 11-14). È il caso di meditare attentamente su quanto ha scritto Giovanni Paolo II parlando di sé: “Al ruolo del Pastore appartiene certamente anche l’ammonire. Penso che, sotto questo aspetto, ho fatto forse troppo poco… Forse devo rimproverarmi di non aver abbastanza cercato di comandare. In certa misura, ciò deriva dal mio temperamento. Se il vescovo dice: “Qui comando solo io”, oppure “Io sono qui solo a servire”, manca qualcosa: egli deve servire governando e governare servendo”. La critica è un bene quando nasce dall’amore alla Chiesa e dalla volontà di rendere migliore i nostri Pastori. E quando si critica il loro operato non in base a criteri nostri, ma ai criteri di Gesù Cristo. Se un vescovo non rimuove un prete abortista o eretico, gli altri preti e tutti i fedeli, pur soffrendone, non possono far nulla. Questo peccato di omissione ha permesso ai lupi di restare indisturbati in mezzo al gregge a far strage delle pecore indifese. Sono cosciente che chi avanza anche solo qualche riserva nei confronti del Concilio viene subito attaccato come ribelle alla Chiesa. Ma che qualcosa di poco chiaro ci sia stato in questo benedetto Concilio Ecumenico Vaticano II è fuori dubbio. Papa Paolo VI ha avuto l’onestà di riconoscere la tempesta spaventosa in cui naviga la Chiesa: “In numerosi campi, il Concilio non ci ha dato fino ad ora la tranquillità, ma ha piuttosto suscitato turbamenti e problemi non utili al rafforzamento del Regno di Dio nella Chiesa e nelle anime. […] Gran parte dei mali non assale la Chiesa dal di fuori ma l’affligge, l’indebolisce, la snerva dal di dentro”. Le dimensioni dello sfascio, Montini, le denuncia quando dice: “Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”. Del resto, il teologo olandese padre Edward Schillebeeckx, lo ha affermato senza esitazioni: “In Concilio abbiamo usato dei termini equivoci e non sappiamo che cosa poi ne ricaveremo”. E Giovanni Paolo II si associa nella denuncia e nel lamento: “Bisogna ammettere realisticamente e con sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran pare si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si son sparse a piene mani idee contrastanti con la verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni; si è manomessa anche la liturgia. Immersi nel relativismo intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi e senza morale oggettiva”. Responsabili sono quei teologi che, nelle facoltà universitarie, pure pontificie, e nei seminari, insegnano da anni vere e proprie eresie o hanno messo il silenziatore a verità scomode (inferno, purgatorio, comandamenti, castità, penitenze, indulgenze…). Responsabili sono quei pastori d’anime che, nella catechesi e nella predicazione, non tengono conto delle norme della Chiesa in campo liturgico e disciplinare. E responsabili sono anche quei laici che si sono rassegnati alle balordaggini di certi Pastori senza protestare. È lo stesso Benedetto XVI che ci esorta: “E’ tempo di ritrovare il coraggio dell’anticonformismo, la capacità di opporsi e di denunciare molte delle tendenze della cultura circostante, rinunciando a certa euforica solidarietà postconciliare”. In poche parole, ha esortato il Pontefice regnante in occasione della chiusura dell’Anno Sacerdotale, “la Chiesa usi il bastone contro i sacerdoti indegni”. Speriamo che questo saggio richiamo non cada nel vuoto.

Ci mancava la Papessa…

Dopo l’Ipazia, da qualcuno definita “illuminista”, portata sul grande schermo con il film Agorà, è adesso la volta del film La Papessa del regista Sonke Wortmann. In attesa di una eventuale prossima uscita di Pippo Pluto e Paperino in Vaticano possiamo goderci quest’ultima mega produzione europea la quale propone un falso medievale piuttosto grossolano che fu messo in giro dalla nobiltà antipapista tedesca per cercare di screditare il papato in un momento in cui esso rivendicava la sua indipendenza dal potere politico.

La vicenda venne nei secoli successivi ripresa da vari autori tra i quali Boccaccio e il Belli, la storia che viene raccontata è quella di una donna che riesce ad entrare in seminario e a percorrere tutti i gradi delle gerarchie ecclesiastiche fino a farsi eleggere papa nel’anno 855 col nome di Giovanni VIII. Peccato però che nell’855 venne eletto papa Benedetto III che regnò fino all’anno 858, e non il presunto Giovanni VIII che sarà realmente eletto nell’anno 872.

Con l’uscita di questa pellicola un pubblico già logorato ai fianchi dalla saga di Dan Brown, colpito allo stomaco dall’uccisione della bella Ipazia, potrebbe pericolosamente barcollare sotto il peso di una papessa medievale che si fa beffe del collegio cardinalizio e finisce per di più uccisa dai cattolici proprio come la sfortunata collega filosofa di Alessandria.

Ma sorprendentemente una “papessa” è esistita veramente, però è una figura che non essendo cattolica risulta molto meno appetibile dai media, tanto che quando si è parlato di uno scandalo che l’ha riguardata lo spazio dedicato è stato un classico trafiletto. Il 24 febbraio 2010 compariva sui quotidiani la notizia che la presidente della Chiese evangeliche tedesche, la cinquantaduenne Margot Kaessmann, eletta “papa” nel 2009 era stata denunciata dalla polizia di Hannover con l’accusa di guida in stato di ubriachezza. Il giorno dopo la Kaessmann rassegnava le dimissioni ponendo fine alla sua esperienza di papessa durata solo quattro mesi.

La realtà spesso è meno avvincente della fantasia, le Chiese evangeliche tedesche poi non interessano quanto la chiesa Cattolica, fortunatamente non vedremo sullo schermo la storia della papessa ubriaca.

La Sindone, Odifreddi, l’UAAR e le bufale

“L’INGANNO DELLA SINDONE” è il titolo del numero 4/2010 della rivista Micro Mega. Per l’occasione la nota pubblicazione ha messo generosamente in campo alcune delle sue firme migliori, prima fra tutte quella del matematico Piergiorgio Odifreddi.

Ed è proprio del prof. Odifreddi il primo intervento su “l’inganno della Sindone”. Quello che maggiormente colpisce nell’intervento di Odifreddi è il passaggio in cui il matematico porta a sostegno della tesi della falsità del reperto il parere negativo espresso nel 1389 dal vescovo di Troyes.

Scopriamo in questo modo che, quando torna utile, anche il parere degli ecclesiastici, e per giunta medievali, può essere attendibile. Successivamente il prof. Odifreddi contesta ai “fedeli” di essere incoerenti nel rifiutare la datazione della Sindone ottenuta col metodo del radiocarbonio e di accettare invece l’autenticità delle reliquie di san Paolo dedotta in seguito ad una datazione eseguita con lo stesso metodo.

Questo fatto viene denunciato dall’autore come contraddittorio con le seguenti parole: “da quella datazione di duemila anni fa Benedetto XVI ha immediatamente e solennemente dedotto l’autenticità delle reliquie dell’Apostolo delle Genti, compiendo un errore logico sorprendente per un papa che si suppone «filosofo»!”

Ma applicando la stessa logica alle considerazioni del prof. Odifreddi otteniamo un risultato interessante: “da quella affermazione di 621 anni fa, il prof. Odifreddi ha immediatamente e solennemente dedotto la falsità della reliquia della sindone compiendo un errore logico sorprendente per un professore che si suppone «logico»!”

A questo va aggiunto il fatto che la differente valutazione dei risultati ottenuti col radiocarbonio nei casi della Sindone e dei resti di san Paolo ha, contrariamente a quanto sostenuto dall’articolista, una motivazione razionale. Infatti la Sindone essendo stata esposta al pubblico e maneggiata ripetutamente nel corso dei secoli, ed essendo inoltre stata sottoposta ad una contaminazione da parte dei fumi dell’incendio del 1532, ha subito un inquinamento del tessuto che ne rende difficoltosa la datazione, a differenza di quanto avvenuto per i resti attribuiti a san Paolo che sono invece rimasti isolati dall’ambiente esterno.

Ma già che siamo entrati nel campo della logica ne approfittiamo per domandare lumi su un’altra questione che necessita di essere chiarita. Il prof. Odifreddi è notoriamente uno dei presidenti onorari dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), al riguardo il dubbio è questo: Posto che essere atei significa “credere” che Dio non esiste (si deve necessariamente credere perché la cosa non è dimostrabile), e posto che essere agnostici significa sospendere il giudizio sull’esistenza di Dio e quindi rifiutarsi di “credere” sia alla sua esistenza che alla sua non esistenza, come si possono unire nello stesso insieme due categorie che si escludono l’una con l’altra?

In altre parole si può essere credenti o (aut) non credenti, ma non si può essere credenti e (et) non credenti. Una unione di atei e agnostici diventa quindi dal punto di vista razionale una contraddizione in termini, come un’associazione di “laziali e romanisti”. Ma a questo punto la faccenda si complica proprio per via del fatto che la “R” di UAAR sta a d indicare “razionalisti”.

Poiché un’associazione di credenti e non credenti può essere accettata solo nel campo dell’irrazionalità, ci veniamo a trovare di fronte ad una di quelle antinomie tanto care proprio ai matematici, uno di quei casi in cui non si può arrivare ad una soluzione che non sia contraddittoria: se nell’insieme ci sono “credenti e non credenti” l’unica possibilità è che si tratti di una classe di elementi tenuti insieme da considerazioni irrazionali, se l’insieme è invece regolato dalla razionalità non può essere definito per via del fatto di contenere “credenti e non credenti”.

Esiste però una soluzione che appare razionalmente possibile, è quella secondo la quale il criterio di appartenenza non sia il fatto di essere atei o agnostici, il criterio di appartenenza sarebbe deducibile dall’unica categoria non rappresentata, si tratterebbe quindi di una definizione per esclusione: quella dei credenti in Dio.

L’associazione in questione sarebbe allora meglio definita come quella di coloro che non credono in Dio o che, non avendo certezze sulla sua esistenza, comunque si comportano come se Dio non esistesse “etsi Deus non daretur”.

E allora perché scomodare anche in questo caso la razionalità? Si tratta di un postulato, di una scelta che si effettua senza certezze razionali. In attesa che il «logico» prof. Odifreddi chiarisca la situazione (speriamo che non si debba aspettare i 637 anni trascorsi prima di dimostrare l’ultimo teorema di Fermat), possiamo procedere ulteriormente nella lettura del suo intervento sulla Sindone concordando, almeno in questo caso, con le parole espresse riguardo ai tentativi effettuati di riprodurre la Sindone con i mezzi attualmente a disposizione: “…anch’io non sono particolarmente impressionato dalla riproduzione di Pesce Delfino o Garlaschelli.”

 La riproduzione del prof. Garlaschelli, docente di chimica presso l’Università di Pavia (riprodotta alle pagine 42 e 45 della pubblicazione) è infatti talmente malriuscita che non dovrebbe figurare tra le prove contrarie ma tra quelle a favore dell’autenticità del reperto. Ma il prof. Odifreddi, sorvolando sulle cause che hanno compromesso una datazione certa col metodo del radiocarbonio (e che ne consiglierebbero quindi una ripetizione), conclude che “una bufala che non si sa riprodurre resta una bufala.”

 In questo caso la logica non è contraddetta, è vero che una bufala che non si sa riprodurre resta una bufala, ma potremmo obiettare che se in ambito scientifico non si sa riprodurre un fenomeno bisognerebbe almeno sospendere il giudizio al riguardo, bisognerebbe essere letteralmente “agnostici”.

Ma purtroppo il prof. decide di optare definitivamente per la falsità del reperto, dando ancora una volta la precedenza ad un’azione della volontà di “credere” alla falsità del reperto, di non sospendere il giudizio anche in presenza di importanti elementi contrastanti. Con buona pace della logica e del metodo scientifico sperimentale.

Una strana Ipazia illuminista

Fa sempre piacere dibattere del IV secolo. Significa che ci si trova in compagnia di persone istruite, capaci di distinguere il IV secolo dal III, o dal V.

Il XXI, poi, risulta immediatamente fuori discussione, anche se questo comporta un indubbio sacrificio, perché sì, ammettiamolo: quell’epoca remota assomiglia al tempo in cui viviamo. Un’epoca di transizione, incerta e a tratti confusa, esposta al rischio della violenza, alla tentazione dello scontro frontale. Impossibile da iscrivere in un cerchio, la figura geometrica che, nella finzione cinematografica, risulta l’emblema ossessivo di Ipazia, la grande pensatrice neoplatonica protagonista di Agora, il film di Alejandro Amenábar in arrivo nelle sale italiane il 23 aprile.

Programmazione tormentata, questa della nuova pellicola del regista di The Others e Mare dentro, tanto da suscitare una petizione online alla quale hanno aderito intellettuali di grido, tutti egualmente preoccupati dal fatto che l’uscita di Agora in Italia fosse ostacolata dal suo contenuto potenzialmente anticristiano. Insomma, il film dalle nostre parti non si sarebbe potuto vedere perché sgradito alla Chiesa. Argomentazione speciosa, considerato che molte altre pellicole hanno faticato e faticano a trovare un distributore in Italia (La strada, tratto dal capolavoro di Cormac McCarthy, ha avuto vita difficile, e di The Blind Side, per cui la sventurata Sandra Bullock ha appena ricevuto un Oscar, si sa già che non arriverà mai nelle sale: in entrambi i casi si tratta, tra l’altro, di film cristianamente ineccepibili…).

Fatto sta che l’appello ha avuto esito più che positivo e adesso il debutto di Agora è accompagnato da una serie di eventi culturali senza precedenti: un convegno oggi pomeriggio a Roma presso l’Enciclopedia Italiana, un altro il 20 aprile a Milano nella sede della Banca Popolare, un dibattito il 21 a Genova. Ogni volta, relatori di tutto rispetto, da Luciano Canfora a Silvia Ronchey, da Umberto Eco a Eva Cantarella, da Franco Cardini allo stesso Amenábar. Giusto, si dirà, perché il film si basa su un robusto lavoro di ricerca storica ed è opportuno riportare l’attenzione su una figura come quella di Ipazia, ancora ignorata da un’ampia parte del pubblico. Ci sono due modi, però, di affrontare il passato, due criteri non necessariamente contraddittori, ma che chiedono almeno di essere riconosciuti e distinti. Il primo è lo sguardo che potremmo definire dell’esattezza.

Quanto è precisa, per esempio, la ricostruzione dell’Alessandria del IV secolo che fa da sfondo ad Agora? Altro che precisa è precisissima, in alcuni momenti addirittura ammirevole (l’impatto visivo, sia detto con chiarezza, risulta il pregio maggiore del film). Anche la sceneggiatura, inoltre, è sufficientemente smaliziata da evitare le forzature più grossolane. Basti considerare la cautela con cui il vescovo Cirillo viene presentato quale mandante morale e non quale diretto responsabile dell’uccisione di Ipazia, interpretata dall’attrice Rachel Weisz. Come se non bastasse, le circostanze dell’assassinio da parte dei fanatici cristiani sono addirittura edulcorate rispetto alla narrazione di Socrate Scolastico, l’autore ecclesiastico a cui si devono le informazioni sul terribile episodio. Ma c’è un altro criterio, un secondo punto di vista che si può adottare nei confronti del passato, ed è quello dell’analogia. Ecco, senza questo diverso inquadramento prospettico forse non ci sarebbe stata nessuna petizione per Agora. Anzi, forse non ci sarebbe stato neppure Agora.

Dopo una prima parte tutto sommato equilibrata e coinvolgente nel descrivere il marasma dell’Alessandria tardo-antica, nella quale credenze vecchie e nuove si intrecciano in una rete pressoché inestricabile di conflitti, con la scena madre della distruzione della Biblioteca da parte dei cristiani il film cambia bruscamente di tono e il gioco delle analogie si fa più evidente. Cirillo e i suoi seguaci, i monaci parabolani, si presentano come una sorta di Gestapo, la Chiesa è una congrega oscurantista e misogina (ma perché anche qui, come già nel Codice Da Vinci, ci si dimentica sempre della Vergine Maria?), la fede appare di volta in volta come una scelta opportunistica, come una fuga dalla realtà, mai come un tormento. La stessa Ipazia lo afferma con chiarezza quando, invitata a battezzarsi, sostiene che non potrebbe mai smettere di revocare in dubbio ciò in cui crede. Illuminismo scientifico contro cieco fideismo, dunque, con tanti saluti alla complessa elaborazione teologica che, proprio nel IV secolo, comporta una continua riconsiderazione di una tradizione ancora recente.

Del resto, è così che funziona l’analogia: prende quel che serve e respinge tutto il resto. Il risultato è che, al di là delle raffinatezze filologiche di cui Agora è costellato, l’impressione generale che lo spettatore ne ricava è di una Chiesa arrogante e spietata, che si fa scudo del nome di Dio per compiere stragi e perseguitare innocenti. Una tesi che, finalmente, rientra nel cerchio tanto amato da questa Ipazia cinematografica.

D’accordo, l’intento di Amenábar sarà anche stato quello di mettere in guardia contro i fondamentalismi. Ma allora, petizione per petizione, non si potrebbe chiedere al regista di dedicare il suo prossimo film alle persecuzioni dei cristiani in Paesi come il Pakistan? Saremmo nel XXI secolo e non nel IV, saremmo quaggiù sulla Terra e non lassù, nel cielo stellato che occupa tanta parte di Agora. E potremmo, per una volta, accontentarci dell’esattezza senza più preoccuparci dell’analogia. Alessandro Zaccuri, Avvenire, 14 aprile

IPAZIA LA MARTIRE di Guido Pagliarino

Immaginatevi che una donna geniale, come ad esempio la due volte premio Nobel Curie, venga aggredita da un gruppo di ululanti fanatici odiatori delle sue idee e del fatto stesso che sia femmina, scarnificata viva con taglienti conchiglie, le si amputino gambe e braccia e che poi i suoi resti, e forse prima che sia morta, siano bruciati perché non ne rimanga neppure la tomba; ma che questo avvenga nel 415, in tempi nei quali per una donna era quasi impossibile emergere, se non perché colma d’ingegno e dotata d’una volontà invincibile: vittima, la matematica, astronoma e filosofa Ipazia d’Alessandria d’Egitto, massacrata da un certo Pietro, lettore nel duomo della città, e da suoi compari che, come lui, di cristiano avevano solo il nome. Le prime notizie del delitto risalgono a una storia della chiesa del cristiano Socrate e a un’opera dell’ariano Filostorgio, di non molti anni successive. Ipazia aveva fondato e diretto una scuola platonica divenuta famosa nell’impero che, senza pregiudizi verso le varie credenze, contava tra gli allievi anche cristiani, tra cui Sinesio, poi vescovo, a sua volta dotta figura che aveva continuato ad amare profondamente la propria «maestra, madre e sorella», come testimonia un’epistola che le aveva inviato anni dopo. Anche altri cristiani colti, pur non essendo stati suoi allievi, la stimavano; invece i credenti di mediocre istruzione la detestavano, mescolando antifemminismo, fanatismo religioso e senso d’inferiorità culturale, sino al punto che il gruppo di Pietro il lettore giunse al suo assassinio.

Morendo Ipazia, la sua scuola, una delle più splendide accademie della tarda antichità, finì, senza che nessun allievo tentasse di prenderne la guida. Forse tutti i discepoli temettero per la loro vita. Pagò per l’omicidio la memoria del vescovo d’Alessandria Cirillo, accusato ancora in vita dal citato ariano Filostorgio, all’epoca famoso autore d’una storia ecclesiastica che intendeva difendere storicamente e teologicamente il cristianesimo ariano, in cui indicava l’alto prelato quale mandante del delitto. In quel tempo le controversie dottrinarie erano violente da tutte le parti, anche perché le varie correnti cristiane erano bandiere d’idee politiche diverse: i cristianesimi eretici (1) accoglievano le istanze d’indipendenza di regioni africane, palestinesi e siriane, Cirillo e gli altri vescovi ortodossi sostenevano l’impero; il che non impedì all’imperatore cristiano Teodosio, quando le diatribe giunsero al punto di minare la saldezza delle istituzioni, di destituire e scomunicare il vescovo d’Alessandria e di farlo incarcerare, pronunciando lo stesso ordine per il più acerrimo avversario di Cirillo, il monaco eresiarca Nestorio, che in seguito liberò ma relegò agli arresti domiciliari in un convento, senza riuscire, peraltro, a impedire che la chiesa nestoriana si diffondesse. Cirillo, invece, fu del tutto reintegrato. Questo vescovo ottenne ancora, non molto prima di morire († 444) la condanna di Teodoro di Mopsuestia, già maestro di Nestorio, quale esito di vari tentativi fra il 438 e il 440.

Il combattivo Cirillo aveva cominciato la sua opera di epurazione fin dal 403, partecipando alla destituzione di Giovanni Crisostomo vescovo di Costantinopoli, senza prevedere che questi sarebbe stato annoverato tra i Padri della Chiesa e che lui, per certe estremizzazioni di suoi allievi, sarebbe stato considerato, dopo la morte, l’ispiratore dell’eresia monofisita. Uomo dal durissimo carattere dunque, quel Cirillo d’Alessandria, e proprio questo lo rese indiziato dell’omicidio d’Ipazia. S’era reso sospetto non solo all’avversario Filostorgio, ma pure a Socrate lo storico, come intuiamo da certe sue considerazioni sul carattere del vescovo, coll’essere stato sempre sferzante non solo con le correnti cristiane che giudicava eretiche, ma pure verso quei filosofi che, proprio come Ipazia, non avevano accettato il cristianesimo; e direttamente contro la scuola di lei aveva più volte scoccato parole in duomo, prima dell’omicidio. È verosimile che i suoi ragionamenti avessero acceso a tal punto gli animi del rozzo lettore Pietro e dei suoi amici da portarli ad assassinare Ipazia, oltre le intenzioni del loro vescovo. Non fu difficile a Filostorgio costruire, senza prove, la tesi che Cirillo avesse senz’altro ordinato la morte d’Ipazia, per lapidazione scrisse, anche se poi i suoi scherani avrebbero ecceduto. Colorò la storia con una presunta invincibile invidia culturale del vescovo per la filosofa, che avrebbe sentito più sapiente di lui: tesi inverosimile, in quanto Cirillo era a sua volta famoso per la profondissima conoscenza della filosofia greca, su cui basava la propria teologia. L’imputazione d’essere stato il mandante fu raccolta, circa un secolo dopo la morte d’Ipazia, da Damascio, che scrisse una sua biografia descrivendola donna dolce e bellissima di cui tutti gli allievi erano innamorati, vanamente in quanto aveva scelto la verginità, fatta uccidere da Cirillo per odio ideologico, invidia intellettuale e disprezzo per le femmine. L’accusa venne ripresa nel XVIII secolo in ambiente illuminista, da Voltaire e dal Toland, uno dei fondatori del deismo (2), per raggiungere il XX secolo, nella «Storia della filosofia occidentale» del filosofo Russell.

 Per contro, e me ne dolgo perché sono cristiano, credenti non seri e senza carità lanciarono accuse alla martire o ne stravolsero comunque la vita e le idee, seviziandone così anche la memoria, in complicità con gli antichi cialtroni che l’avevano uccisa. Il bigotto Lewis, per opporsi alle accuse deiste e illuministe contro Cirillo, non trovò altro che scrivere una diffamatoria storia su Ipazia, definendola una maestra d’Alessandria spudorata. Forse ancor più, il ricordo della filosofa fu vilipeso, nella prima parte del XIX secolo, dalla poetessa Diodata Roero che, in versi freddi, presentò Ipazia quale una martire cristiana che, stringendo un ideale crocifisso, nel venire fatta a pezzi perdonava i suoi assassini, mentre non c’è dubbio che la filosofa fosse stata una delle ultime, maggiori esponenti della cultura antica greca.

Sono stato tempo fa giudice popolare in Corte d’Assise d’appello: in un immaginario processo di secondo grado sull’assassino d’Ipazia, voterei per la condanna di Pietro lettore e dei suoi per sevizie, omicidio e vilipendio di cadavere e per l’assoluzione di Cirillo dall’accusa d’esserne stato il mandante (3); e se fossi il presidente della sezione, invierei a giudizio tanto Filostorgio, per diffamazione, quanto, per diffusione di notizie calunniose, Damascio, Voltaire, il Toland e il Russell, a danno di Cirillo, e il Lewis e la Roero, contro Ipazia.

Note: 1) Intendendo eresia nel senso originario di una scelta differente da quella di chi seguiva le pronunzie dei concili ecumenici della Chiesa. 2) Per il deismo, ogni religione era creazione umana e Dio, se c’era, non interveniva provvidenzialmente nelle vicende umane. Una corrente deista però, di stampo semignostico-cristiano, pur escludendone i miracoli e la risurrezione, credette alla realtà di Cristo; ma vedendolo quale rivelatore non dell’Amore divino, bensì della Ragione come unico mezzo di salvezza per gli uomini magnanimi: in tal modo pensarono, tra altri, i maggiori esponenti della Rivoluzione Americana, per cui la Costituzione degli Stati Uniti fu e resta di tipo deista. 3) Quanto meno per insufficienza di prove, dato che si tratterebbe d’un processo ideale: questa motivazione, in realtà, &egr
ave; da tempo abolita nel nostro ordinamento, sostituita dall’assoluzione, comunque, per non aver commesso il fatto.

Cultura contraccettiva e calo delle vocazioni

Meno preti, poche suore, pochi religiosi. La caduta vertiginosa di vocazioni – specialmente nel mondo occidentale – è un dato di fatto di cui non c’è dubbio alcuno.

Si possono dire tante cose circa le cause, tuttavia credo che un punto senz’altro importante vada individuato nello stato di salute del matrimonio che, come si può facilmente constatare, versa in condizioni disperate.Forse è proprio nelle cause di questa crisi che bisognerebbe indagare alla ricerca del motivo della caduta delle vocazioni, interessante a tal proposito l’analisi proposta dal Rev. Dwight Longenecker  pubblicata lo scorso 3 marzo su Inside the Vatican (vedi QUI).Le sue non sono considerazioni moraleggianti, ma prendono le mosse da alcuni aspetti abbastanza concreti: la cultura contraccettiva, penetrata anche in ambienti cattolici, ha fatto si che l’idea di famiglia sia profondamente mutata nei ragazzi e nelle ragazze che ne fanno uso.Prima della rivoluzione sessuale questi giovani crescevano generalmente in grandi famiglie che comprendevano molti fratelli, sorelle, nonni, zii, cugini e venivano quindi ad un confronto diretto con un ampio ventaglio di gioie e dolori che attraversano e caratterizzano la vita familiare. La contraccezione – strumento principe della rivoluzione sessuale – si può ragionevolmente individuare come l’elemento che ha cambiato le cose, anche perché di fatto permette la cosiddetta “libertà riproduttiva”. Grazie alla contraccezione il figlio si può “programmare”, le donne possono progettare il loro impegno professionale, le famiglie finiscono per divenire più “piccole e maneggevoli”. Oggi una famiglia americana media ha 2,5 figli, una casetta in periferia, un doppio reddito, un cane e un gatto e si muove con una certa facilità, così lo stesso modello può essere facilmente riscontrato in una qualsiasi periferia del mondo occidentale.Ancor più in profondità la cultura contraccettiva ha agito sulla mentalità con cui viene pensato il matrimonio. Prima della rivoluzione sessuale, un ragazzo o una ragazza cattolica si educava, nel suo contesto familiare, ad un certo modo di essere marito o moglie, padre o madre, un modo la cui essenza è la gioia di un naturale sacrificio di sé. Osservare un padre che fatica duramente per mantenere ed educare i numerosi figli e una madre che si dedica totalmente alla cura della famiglia, permette di comprendere senza bisogno di alcuna parola che cosa significa vivere il matrimonio come una vocazione che si fonda sul dono di sé.Questo è il contesto che, più di mille pastorali giovanili, imprime nel giovane o nella giovane la capacità di ascoltare e comprendere la chiamata sia per la vita religiosa, ma anche quella matrimoniale. La questione è: “morire a se stessi per la famiglia attraverso il matrimonio, o morire a se stessi attraverso una vocazione religiosa?”La contraccezione ha agito potentemente proprio sulla radice di questa domanda invitando i giovani a deresponsabilizzarsi, a giocare con il piacere senza nessun tipo di sacrificio, né assunzione di responsabilità. Quindi oggi un giovane che si pone di fronte ad una vocazione religiosa o al matrimonio non li considera come due percorsi per la sconfitta dell’egoismo, ma vede solo la differenza tra una vita che sembra avere tutto e una che sembra non avere nulla. “Essi devono scegliere tra una casa in periferia, 2,5 figli e un doppio reddito o una rinuncia totale. La scelta è tra una forma di edonismo familiare o una forma di eroismo inspiegabile”, dice Fr. Longenecker.Ecco perché una riscoperta della profonda dignità della vocazione al matrimonio potrebbe davvero essere la chiave di volta per far rifiorire anche le vocazioni religiose. “Ad una cultura che comprende il matrimonio come un’opportunità per l’auto-realizzazione, dobbiamo ricordare che essere cristiani significa prendere la nostra croce e seguire Cristo. In ogni occasione, dobbiamo ricordare che il cammino verso la vita vera è attraverso il servizio agli altri, e quindi non dobbiamo mai dimenticare che il matrimonio è per dare, non per ottenere.” Comprendere cosa significa divenire padroni di sé nella propria vita sessuale non solo aprirebbe la porta a matrimoni più consapevoli, ma avremmo una generazione di sposi intimamente capace di apprezzare anche la scelta vocazionale religiosa. E’ a questa scuola che si può imparare ad apprezzare nell’intimo del cuore il valore della castità e del celibato.Per capire questo però occorre non contare solo sulle proprie forze, ma alzare gli occhi verso chi può insegnarci davvero che cosa significa dare se stessi per gli altri.

 

(tratto da www.paratisemper.blogspot.com )

il velo e la maschera

Alcuni mesi or sono andai a visitare un malato in un ospedale in gran parte gestito da religiose. Passavano silenziose da un letto all’altro, confortando, curando, alleviando il dolore fisico e morale dei pazienti. Erano per lo più donne esili e infaticabili avvolte in scuri mantelli con un copricapo bianco e inamidato che poteva evocare le sembianze di un cigno di carta. Il loro volto era raccolto in una fascia bianca come in un ostensorio;

immacolato, delicato, dallo sguardo a tratti timido, come di chi si senta un intruso davanti ai parenti dei malati in visita. Sorridevano spesso e parlavano con un filo di voce per disturbare il meno possibile. Una di loro, bellissima e giovanissima mi ha rivolto la parola per chiedermi se tutto era a posto. Le ho detto di sì e ho avuto- mentre rispondevo- la chiara percezione che per quelle suore non si trattasse di lavoro ma della loro stessa vita; il tempo per loro era scomparso, la dedizione al malato infatti coincideva con la loro vocazione, con il loro essere. Analogamente in questi ultimi tempi, per le vie delle nostre città ho visto altre donne, anch’esse velate. Sono le ragazze musulmane che cominciano a percorrere in gran numero le nostre strade.

 Parlavo con una di loro qualche giorno fa, una ragazza dall’ovale ben disegnato raccolto in un fazzoletto di seta scuro allacciato sotto il mento, un fazzoletto che – mi dice- durante la settimana cambia di colore abbinandosi alla varietà dell’abbigliamento. Anche questa, penso, è un concessione che la donna fa al proprio gusto, un delicato vezzo generalmente tutto al femminile. Ovviamente questa ragazza non era una religiosa, ma quel velo che indossava con estrema naturalezza evocò in me il ricordo delle “monache ospedaliere.” Quando chiesi alla giovane musulmana perché portasse il velo la sua risposta fu concisa e semplicissima: “Per rispetto verso me stessa e verso Dio”, rispose.

Allora compresi cosa accomunasse questi due tipi di donne pur così diverse fra di loro. Il velo, in entrambe, suggeriva chiaramente che loro, pur appartenendo al mondo non erano del mondo. Sappiamo bene come i capelli nella tradizione biblica e non solo, esprimano la dimensione della vitalità e della sensualità; quella dimensione tutta terrena dominata dal contrasto, dal peso delle passioni, dal desiderio mai pago, e in definitiva da una certa resa della volontà all’istinto. Il taglio dei capelli e il velo invece indicano un rapporto con il mondo liberato dai vincoli che ci appesantiscono. Perciò, il velo, non è un mezzo per nascondere bensì per rivelare. La donna velata esprime un’idea di libertà e di luce proprio perché si sottrae alle pretese invadenti del mondo.

 

Per comprendere al meglio questo ragionamento dirò ora di un terzo tipo di donna, di cui farò un semplice schizzo, una caricatura, che ci aiuti a meglio cogliere le differenze che intendo rilevare. Questa donna è un essere assolutamente autonomo, una donna pubblica permanentemente esposta alla luce dei riflettori. Preoccupata morbosamente del proprio aspetto, attenta ad ogni minima variazione nel campo della moda, disposta a mostrare ogni lato di sè per affermarsi, questa donna non ha veli e se per caso li indossa è solo un pretesto per toglierli platealmente. Questa donna non ha nulla da suggerire, nessun oltre traspare dal suo essere. Piuttosto essa esprime il desiderio incontrollato , la pulsione disordinata, la passione, l’attimo di una vita senza direzione. Fatto sta che una vita che si riduca soltanto a questo ha bisogno di maschere, di continui aggiornamenti, di nuovi copioni e nuovi costumi, perché una vita così divora se stessa. Le maschere sono i trucchi e i vestiti, i percing e l’estetica eretta a sistema. Le maschere sono i corpi scheletriti delle anoressiche o i ventri molli e gonfi delle bulimiche. Maschera è lo sballo e la ricerca di un’estasi farmacologica. Questo tipo di donna fugge sempre; in primis da se stessa, perché ha fretta di vivere, perché “l’uomo e la donna” non possono vivere di solo pane. Perciò fugge da tutto ciò che è durevole, impegnativo, per sempre, fugge dal sacrifico e dall’amore perché non ne è capace. Fugge e soffre. Si potrà dire che questo terzo tipo di donna è una caricatura estrema di un modo di essere, ed io posso convenire; ma tale schizzo credo riveli un opposto che chiamo: “la libertà purificante del velo”. Il velo se è una scelta libera indica una direzione, un modo di legarsi stabilmente, per non essere legati dalla terra e da tutte le sue apparenti e seducenti attrattive.

Forse non a caso è possibile stabilire un parallelo fra le “donne velate” e i bambini perché entrambi esprimono la libertà dell’innocenza e l’indisponibilità ad essere mercificati. Osserva al riguardo Marcello Veneziani: “In tutti i luoghi della dolce vita il filo conduttore è l’assenza di bambini. Un posto attraente è per definizione privo di bambini, passeggini, famiglie tradizionali e noiose con marmocchi. I bambini sono per definizione proletari, non sono utenti attivi della droga, del sesso, del potere.” Ebbene, se ci pensiamo bene, questi luoghi del piacere sono pure inadatti alle “donne con il velo”. Perché la libertà che dona una scelta religiosa, una scelta per Dio, rende queste donne “non disponibili” e non manipolabili dal sistema dei consumi, un sistema che si alimenta dell’infelicità umana. Perciò sarò sempre grato verso tutti coloro, uomini e donne che attestano con segni precisi, il valore della giustizia, della vita, della gratuità e dell’amore. Essi, anche oltre il semplice velo, inteso come un modo di testimoniare l’eterno nel tempo, ci dicono che esiste un oltre per il quale vale la pena di vivere e morire.

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