Quello studio che fa scricchiolare la retorica di una scelta a “costo zero”

INT.
Giulia Galeotti

L’Osservatorio del Nord Ovest ha da poco condotto un’ indagine sulla legge 194 riguardo l’interruzione di gravidanza e i dati che ne emergono risultano interessanti e a tratti sorprendenti. Il primo che salta immediatamente agli occhi è quello che riguarda i giovanissimi: più di due terzi delle ragazze, come anche la maggior parte degli uomini maturi tra i 45 e i 54 anni, sono convinte che sia meglio mantenere la legge così com’è, mentre i giovani maschi quasi per metà vorrebbero su questo tema un atteggiamento più restrittivo da parte dello Stato. IlSussidiario.net ha chiesto di commentare questa discrepanza tra giovani uomini e donne a Giulia Galeotti, storica e saggista, autrice di numerose pubblicazioni su questo argomento: “Questo dato è interessante perché, se andiamo invece a vedere gli atteggiamenti di uomini e donne nei confronti dell’aborto fino a oggi, la maggiore criticità è ravvisata più dalle donne, che si sono presto accorte sulla loro pelle che abortire non è quella scelta “a costo zero” che era stata presentata. I maschi invece sono ancora favorevoli, perché ovviamente è una scelta che loro non vivono in prima persona e non sulla loro pelle. Quindi stupisce la notizia di una differenziazione sessuale, ma non quella di un nuovo atteggiamento nei confronti dell’aborto”. Possiamo quindi dire che l’atteggiamento nei confronti dell’aborto è notevolmente cambiato nel corso del tempo?
“Possiamo dire che c’è un atteggiamento globale più contrario all’interruzione di gravidanza. Mentre con un occhio al passato, è interessante notare come dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Novanta, man mano che i vari paesi occidentali hanno legalizzato l’aborto, le leggi sono sempre state in realtà più restrittive. Per esempio la legge inglese del 1967 è molto più aperta rispetto alla legge tedesca creata dopo l’unificazione della Germania, che invece è molto più rigorosa nei confronti di questo tema”.
Dall’indagine dell’Osservatorio del Nord Ovest emerge anche che in Italia la natalità continua ad essere bassa, ma è sempre più basso anche il ricorso all’aborto, tanto che nel 2010 il numero di interruzioni volontarie di gravidanza è risultato in calo del 2,5% rispetto all’anno precedente. “Da giovane donna quale sono – continua a spiegare Giulia Galeotti – leggo il problema della scarsa natalità tra le donne italiane non come un fatto di egoismo, ma come un problema oggettivo legato al mondo del lavoro. La gravidanza è vista ancora dai datori di lavoro come un grande handicap e purtroppo le donne risentono anche del troppo precariato: non credo che la politica si renda conto del fatto che questo problema stia influenzando l’identità di un’intera generazione, e che il fatto di essere precari, fa sì tirare fuori a molti giovani potenzialità e dinamismo intellettuale che forse le generazioni precedenti non avevano, ma sta anche rimodellando le coscienze. Purtroppo il dato della bassa natalità è molto preoccupante, e deve essere guardato in modo diverso da come si sta facendo ora”.
Un’altra parte del sondaggio cerca di spiegare invece quanto religione e politica possano influenzare l’opinione degli italiani, arrivando a due conclusioni: la prima che la frequenza religiosa influisce in maniera determinante, e la seconda che le persone più inclini a modificare la legge 194 in senso restrittivo si trovano fra gli aderenti a partiti di ispirazione cristiana: “A differenza di quello che è accaduto in Spagna, – continua la Galeotti – credo che in Italia la tenuta dei valori morali e etici che vengono dal cattolicesimo abbia modellato in positivo e aiutato tante persone, anche coloro che non si professano cattolici. Quindi gli italiani mantengono queste radici, e nelle scelte bioetiche domina sicuramente più la religione dell’appartenenza politica”.
Infine fa riflettere il fatto che tra le donne con cittadinanza estera ci sia un tasso di abortività stimato 3-4 volte maggiore delle donne italiane, soprattutto tra le immigrate provenienti dai Paesi dell’Est. Solo nel 2009, la percentuale di aborti delle donne straniere è stata del 33,4% del totale, mentre dieci anni prima era del 10,1%. “Questo è un altro dato che deve far riflettere – conclude Giulia Galeotti – di come il nostro Paese riesce ad accogliere gli extracomunitari. Credo che le donne straniere che abortiscono siano il segno della nostra incapacità di aiutarle, di ascoltarle e sono persone spesso costrette dalla povertà, dall’emarginazione e dal fatto di trovarsi in mezzo a una strada. Fortunatamente, per andare incontro a questi bisogni, le associazioni cattoliche stanno già facendo moltissimo, ma resta comunque un altro dato su cui tutti dobbiamo riflettere e impegnarci”.


(Claudio Perlini)

Il sussidiario.net,
martedì 9 agosto 2011

Se 115 mila aborti vi sembran pochi…

“Continua a diminuire il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese”: questo l’incipit di un articolo del quotidiano Avvenire. A noi 115 mila aborti all’anno paiono sempre troppi…

Continua a diminuire il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese: nel 2010 gli aborti volontari sono stati 115.372, in calo del 2,7% rispetto al 2009, un dato più che dimezzato rispetto al 1982, anno record con 234.801 casi. Se la diminuzione è indubbiamente positiva, il numero assoluto resta impressionante.
I dati sono forniti dalla relazione del ministro della Salute sull’attuazione della legge194, trasmessa oggi al Parlamento. Il tasso di abortività (numero delle IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49anni), nel 2010 è risultato pari a 8.2 per 1.000, con un decremento del 2.5% rispetto al 2009 (8.5 per 1.000) e del 52.3% sul 1982 (17.2 per 1.000).
Il valore italiano è tra ipiù bassi di quelli osservati nei Paesi industrializzati. Come negli anni precedenti, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato nel resto dell’Europa Occidentale.
L’analisi delle caratteristiche delle IVG, riferita ai dati definitivi dell’anno 2009, conferma che nel corso degli anni è andata crescendo la percentuale di donne con cittadinanza estera che ricorrono all’aborto, raggiungendo nel 2009 il 33.4% del totale, mentre nel 1998 era del 10.1. Nel 2009, dei 38.309 aborti di donne con cittadinanza straniera 19.762 (il 51.6%) sono di donne provenienti dall’Europa dell’Est.
In generale nel corso degli anni le più rapide riduzioni del ricorso all’aborto sono state osservate tra le donne più istruite, tra le occupate e tra le coniugate. Allo stesso tempo però i dati mostrano che quasi la metà delle IVG, sia tra le italiane (47.3%) sia tra le straniere (43.8) sono di donne con occupazione lavorativa, e solo il 13.4 delle IVG tra le italiane e il 23.4 tra le straniere riguardano disoccupate o in cerca di prima occupazione. Riguardo allo stato civile, le IVG tra nubili e coniugate sono in percentuali simili: tra le straniere prevalgono le coniugate (49.4%) mentre tra le italiane le nubili (50.8). Tra le italiane che hanno effettuato un aborto, il 45.4% non aveva figli, così come il 31.9% delle straniere. La quasi totalità degli interventi ormai avviene in day hospital con degenze inferiori a un giorno (93.6% dei casi).
Sono obiettori sette ginecologi su dieci, e più della metà degli anestesisti. Nel 2009, si legge nel rapporto, si evince una stabilizzazione generale dell’obiezione di coscienza tra i ginecologi e gli anestesisti, dopo un notevole aumento negli ultimi anni. Per il personale non medico si è osservato un ulteriore incremento, con valori che sono passati dal 38.6% nel2005 al 44.4% nel 2009.
La tendenza, negli stessi anni, alla diminuzione dei tempi di attesa tra il rilascio della certificazione e l’intervento, sembra però indicare secondo il ministero che il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza nel ricorso all’IVG.
Quanto al ricorso al Consultorio Familiare per la documentazione/certificazione, il dato rimane ancora basso (39.4%), specialmente al Sud e Isole, anche se in aumento, in gran parte per il maggior ricorso da parte delle straniere (52.7% rispetto a 32.7% relativo alle italiane). Le cittadine straniere ricorrono più facilmente al Consultorio Familiare in quanto servizio a bassa soglia di accesso, anche grazie alla presenza in alcune sedi della mediatrice culturale. Il numero dei consultori familiari pubblici notificato recentemente dalle Regioni è stato 2.156 e 144 quelli privati; pertanto risultano 0.7 consultori per 20.000 abitanti, come nel 2006, 2007 e 2008, valore inferiore a quanto previsto dalla legge 34/1996 (uno ogni 20.000 abitanti).

Da Avvenire, 4 agosto 2011

L’aborto ha ucciso solo negli USA 300’000 donne

Vi propongo questo articolo che è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito LifeNews.com. Alcune ulteriori considerazioni in fondo all’articolo stesso.

di Steven Ertelt

Un importante studioso di cancro al seno afferma che l’aborto ha causato almeno 300’000 casi di cancro al seno con conseguente morte della donna da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha legalizzato l’aborto praticamente senza limiti nel 1973 [con la famigerata sentenza Roe v. Wade, ndT].

Con decine di milioni di aborti dalla decisione della Corte ‒ e la ricerca conferma che l’aborto aumenta il rischio di contrarre il cancro al seno ‒ senza dubbio si è verificato un gran numero di casi di cancro al seno provocati dall’aborto negli ultimi 38 anni.

Il professor Joel Brind, endocrinologo del Baruch College di New York, ha lavorato con diversi scienziati a un articolo del 1996, pubblicato sul Journal of Epidemiol Community Health, che mostra un “aumento del 30% di probabilità di sviluppare cancro al seno” per le donne che hanno avuto aborti procurati. Recentemente egli ha commentato sul numero di donne che ne sono rimaste vittime:

Se consideriamo attorno al 10% il rischio complessivo di cancro al seno (non considerando l’aborto), e lo aumentiamo del 30%, otteniamo un rischio del 13% complessivo riferito a tutta la vita. Considerando i 50 milioni di aborti dalla sentenza Roe v. Wade, otteniamo un eccesso di 1,5 milioni di casi di cancro al seno. Ad una mortalità media del 20% dal 1973, questo implica che l’aborto legale ha provocato circa 300’000 morti in più a causa di cancro al seno dalla sentenza Roe v. Wade.

Brind ha detto che la sua stima esclude le morti dovute all’utilizzo dell’aborto per ritardare la prima gravidanza portata a termine, un fattore di rischio riconosciuto per il cancro al seno.

Karin Malec, a capo di Coalition on Abortion/Breast Cancer, un gruppo per sensibilizzare l’opinione pubblica, dice che il numero di studi che mostra il legame tra aborto e cancro al seno continua a crescere negli anni dopo l’analisi innovativa fatta da Brind nel 1996 sui principali studi dell’epoca:

Negli ultimi 21 mesi, quattro studi epidemiologici e una recensione hanno riportato un legame tra aborto e cancro al seno. Uno studio includeva come coautrice Louise Brinton, direttrice di del settore nel National Cancer Institute. Abbiamo circa 50 studi epidemiologici pubblicati dal 1957 a oggi che riportano un legame. Vi sono anche studi biologici e sperimentali a sostenere questo legame. Gli esperti hanno dimostrato nelle riviste mediche che quasi tutti i circa 20 studi che negano il legame tra aborto e cancro al senso sono gravemente difettosi (fraudolenti). Come nel caso dell’occultamento del legame tra tabacco e cancro, essi sono usati per imbrogliare le donne e far loro credere che l’aborto sia sicuro.

Chirurghi come la dottoressa Angela Lanfranchi, Clinical Assistant Professor di Chirurgia presso la Robert Wood Johnson Medical School del New Jersey, che ha ampiamente spiegato come l’aborto aumenti il rischio di cancro al seno, hanno visto in prima persona come l’aborto faccia male alle donne.

Nel 2002 Angela Lanfranchi ha testimoniato sotto giuramento in una causa contro Planned Parenthood in California di aver avuto conversazioni private con importanti esperti che concordavano sul fatto che l’aborto aumenti il rischio di cancro al seno, ma si rifiutavano di discuterne pubblicamente dicendo che era una questione “troppo politica”.

Come co-direttore del Programma di Sanofi-Aventis Breast Care presso il Steeplechase Cancer Center, la Lanfranchi ha curato innumerevoli donne con una diagnosi di cancro al seno. La Lanfranchi è stata nominata “Top Doc” 2010 in chirurgia del seno per l’area metropolitana di New York dalla Castle Connolly.

In un articolo che ha scritto per la rivista medica Linacre Quarterly, la Lanfranchi spiega perché l’aborto comporta dei problemi per le donne e aumenta il rischio di cancro al seno:

L’aborto indotto aumenta notevolmente il rischio di cancro al seno perché interrompe i normali cambiamenti fisiologici al seno che avvengono durante una gravidanza a termine, e che abbassano il rischio di cancro al seno per la madre. Una donna che porta a termine una gravidanza a 20 anni ha una diminuzione del rischio di cancro al seno del 90% rispetto ad una donna che aspetta fino a 30 anni.

Il tessuto del seno dopo la pubertà, e prima di una gravidanza a termine, è immaturo e vulnerabile al cancro. Il 75% di questo tessuto è di lobuli di tipo 1 dove inizia il cancro duttale e del 25% di lobuli del tipo 2 dove inizia il cancro lobulare. Il cancro duttale costituisce l’85% di tutti i tumori al seno mentre il cancro lobulare ne costituisce il 12-15%.

Nonappena una donna concepisce, l’embrione secerne gonadotropina corionica umana (hCG), l’ormone la cui presenza viene rilevata nei test di gravidanza.

L’hCG fa sì che le ovaie della madre aumentino i livelli di estrogeno e di progesterone nel suo corpo, provocando un raddoppiamento della quantità di tessuto mammario. In effetti, ha più lobuli di tipo 1 e 2, dove il cancro inizia.

A metà gravidanza, a 20 settimane, il feto e la placenta producono hPL, un altro ormone, che comincia a far maturare il tessuto mammario in modo che possa produrre latte. ? solo dopo 32 settimane che la madre ha abbastanza lobuli del tipo 4, maturo, che sono resistenti al cancro, così che il rischio di cancro al seno diminuisce.

L’aborto procurato prima delle 32 settimane lascia il seno materno con più tessuto vulnerabile per l’inizio del cancro. Questo è anche il perché ogni nascita prematura prima delle 32 settimane, non solo l’aborto procurato, aumenta o duplica il rischio di cancro al seno.

Aborti spontanei nel primo trimestre d’altra parte non aumentano il rischio di cancro al seno perché c’è qualcosa che non va con l’embrione, cosicché i livelli di hCG sono bassi. Un’altra possibilità è che ci sia qualcosa che non vada con le ovaie della madre e i livelli di estrogeno e progesterone siano bassi. Quando questi ormoni sono bassi il seno della madre non cresce e non cambia.

Al termine della gravidanza, l’85% del suo tessuto mammario è resistente al cancro. Ogni gravidanza successiva diminuisce il rischio di un ulteriore 10%.

Se una donna decide di abortire per qualunque ragione, dovrebbe cominciare a fare test preventivi a partire da 8-10 anni dopo l’aborto, in modo che, se si sviluppa un cancro, esso possa essere rilevato e curato precocemente per una prognosi migliore.

Due considerazioni:

1) ? abbastanza evidente che, come è esistita una lobby del tabacco che ha cercato di negare e occultare il legame tra fumo e cancro ai polmoni, esiste parimenti una lobby dell’aborto che cerca di negare e occultare i legami tra aborto e diverse patologie fisiche e psichiche che esso può comportare per la madre (come mostra la storia della ricerca effettuata dal dottor Fergusson sulle conseguenze psichiatriche dell’aborto)

2) Rapportando i numeri americani all’Italia, dal 1978 l’aborto legale ha causato in Italia la morte di 30’000 donne per cancro al seno. Anche considerando il fatto che una parte degli aborti avvenuti avrebbero avuto luogo anche se l’aborto fosse stato illegale (possiamo stimare attorno alla metà), arriviamo a un surplus di 15’000 morti dovute alla sola legalizzazione dell’aborto. Le morti per aborto clandestino erano stimate (approssimativamente) attorno a 10-30 l’anno. Arriviamo così alla conclusione che la legge 194, da una parte ha ‘salvato’ un numero di donne che si aggira attorno al migliaio, dall’altra parte ne ha uccise molte, ma molte di più. Senza ovviamente contare il dolore morale, le conseguenze psicologiche e i suicidi, la mattanza degli innocenti, e l’aver reso nelle coscienze di molti l’aborto un fatto ‘moralmente indifferente’.

Seppelliamo l’idiozia crudele

Di questo passo, dopo i cimiteri per «animali d’affezione», istituiranno anche quelli per dare degna sepoltura alle zanzare. E se d’estate proverai ad ucciderne una mentre invade casa tua, ti beccherai come minimo una sanzione amministrativa. Dopotutto, chi l’ha detto che la vita di un zanzara valga meno di quella di un cane o di un gatto? E perché poi, solo perché è più piccola e non ha bisogno di una cuccia? Facciamo come per noi: seppelliamo tutti gli animali, senza distinzione, no? Su questo dobbiamo dare atto ad Eugenio Scalfari di essere coerente quando, dal basso del suo nichilismo barboso e barbuto, precisa: «Dove sta la differenza tra il gatto e la persona? Io non la vedo» (Cit. in “Agorà”, Avvenire 26/8/2007, p. 5)  Ma noi che, grazie al Cielo, quella differenza la vediamo ad occhio nudo, dobbiamo stare all’erta. Per cui, quando leggiamo che l’Azienda Ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta è sotto accusa per aver sottoscritto un protocollo per il seppellimento dei bambini non nati perché abortiti, dobbiamo ribellarci. L’idiozia crudele di una società che tra poco tumulerà anche le zanzare ma rifiuta di fare lo stesso per i propri figli più piccoli è qualcosa di insopportabile. E merita, anche questa, di essere seppellita al più presto.

Russia: aborto, si cambia

In Russia la pubblicità favorevole all’aborto sarà limitata dalle stesse regole che ora restringono la reclame di sigarette e superalcolici. Alcuni giorni fa la Duma ha approvato in terza lettura e ormai in via definitiva una serie di emendamenti alla legge sulla pubblicità.

Secondo questa legge, almeno il 10 per cento della superficie di qualsiasi spazio pubblicitario che offre assistenza nell’interruzione della gravidanza deve essere destinato a un’avvertenza sulle gravi conseguenze di una simile procedura, per esempio il rischio di futura sterilità e «altri effetti dannosi per la salute della donna».

Inoltre la legge prescrive ai pubblicitari di rinunciare a qualsiasi formula o slogan che sottolineino la sicurezza di questo tipo di interventi, la sua facilità e il suo carattere indolore.

Il provvedimento appare necessario perché diverse cliniche in Russia reclamizzano sui giornali la loro disponibilità a compiere aborti mettendo l’accento appunto sul preteso «carattere innocuo» dell’intervento.

Viktor Zvagelskij, deputato di Russia Unita, il partito del premier Vladimir Putin, uno dei promotori degli emendamenti, ha rilevato che le cliniche sono molto interessate alla reclame dell’aborto, perché «si tratta di un business dal quale esse traggono denaro».

Il vice capogruppo di Russia Unita alla Duma, Tatjana Jakovleva, ha sottolineato che «nel nostro paese, una morte su cinque di donne in gravidanza è il risultato di un aborto».

La precedente redazione della legge sulla pubblicità, adottata nel 2009, proibiva completamente di reclamizzare servizi per l’interruzione artificiale della gravidanza con affissioni nei luoghi pubblici, sui mezzi di trasporto, sui giornali e riviste. Riferendosi alla nuova redazione, l’avvocato Aleksandr Saverskij, presidente della Società panrussa per la difesa dei pazienti, ha dichiarato al settimanale Moskovskije Novosti: «È una misura attesa e pienamente giustificata. La gravidanza non è una malattia che esiga di essere curata, a spese dello Stato, immediatamente e senza obiezioni».

 Il giurista e difensore dei diritti dei pazienti sottolinea che «la gravidanza come tale non comporta minacce per la salute della donna, l’aborto invece sì». Di conseguenza, sostiene l’avvocato, «lo Stato ha il dovere di mettere in guardia sui pericoli dell’aborto».

Tanto più che, afferma Elena Mizulina, presidente della Commissione parlamentare per la famiglia, la donna e l’infanzia, «oggi lo Stato spende, traendoli da bilanci di vario livello, quasi 4 miliardi di rubli l’anno, mentre per i sussidi all’infanzia ne spende solo poco meno di 5». Mizulina, impegnata in prima persone nella lotta contro l’aborto, osserva che «fare un aborto oggi in Russia è semplice tanto quanto acquistare una bottiglia di vodka, ma che l’alcol faccia male alla salute lo sanno tutti, mentre le conseguenze micidiali dell’aborto vengono taciute. Adesso ciò viene corretto», ha detto Mizulina dopo l’approvazione della nuova legge, osservando che le norme concernenti il tema dell’aborto «sono in continua evoluzione».

Elena Mizulina ha presentato anche radicali emendamenti alla legge sulla protezione della salute, anche se dubita che troveranno una maggioranza alla Duma. «Dai sondaggi effettuati – afferma la battagliera parlamentare – emerge come la gente non sia ancora preparata al fatto che l’aborto sia escluso dal novero dei servizi medici a carico dal bilancio dell’assicurazione medica obbligatoria. Non ha trovato appoggio – continua Elena Mizulina – neppure la nostra proposta di introdurre il consenso obbligatorio del marito all’aborto. Molti sostengono che questo potrebbe diventare un’arma di ricatto».

 I deputati sembrano orientati a votare solo un’estensione del «consenso informato» e l’adozione obbligatoria nella prassi clinica della cosiddetta «settimana della quiete», un periodo concesso alla donna per riflettere bene sulla sua decisione di abortire.

Un progetto di legge che dovrebbe portare ad una riduzione degli aborti in Russia era stato presentato di recente da un altro deputato di Russia Unita, Valerij Draganov, ma dopo poche ore egli lo aveva ritirato a causa di «un errore rilevato nel testo del documento».

 Erano già circolate voci di indebite pressioni sul parlamentare, ma lo stesso Draganov ha assicurato che l’errore aveva solo un carattere «tecnico» e che il ddl sarà ripresentato a breve. Il deputato ha confermato che il suo progetto è stato elaborato insieme con diverse organizzazioni sociali e con la Chiesa ortodossa, ma ha negato che si tratti di un’iniziativa di quest’ultima.

 L’Unione Sovietica fu il primo Paese del mondo a legalizzare l’aborto volontario nel 1920 ma il dittatore Iosif Stalin lo mise fuori legge nel 1936, nel tentativo di compensare la perdita di popolazione provocata dal "grande terrore" da lui stesso scatenato e dalla guerra, e vi restò fino alla sua morte nel 1953.

Dalla fine dell’Urss nel 1991, la popolazione russa si è costantemente ridotta, perdendo fra il 1992 e il 2008 più di 12 milioni di abitanti, per attestarsi infine a quota 143 milioni. Giovanni Bensi, Avvenire, 19 luglio 2011

‘Perle’ rosse

Su facebook si possono fare incontri imprevisti.
Mi è recentemente capitato di discutere su uno stesso thread con un consigliere regionale del principale partito d’opposizione. L’argomento era la recente bocciatura da parte del TAR del Piemonte del protocollo Cota. Questo protocollo avrebbe consentito alle associazioni pro-life di offrire aiuto, in veste ufficiale, alle donne intenzionate ad abortire. Ovviamente le forze politiche abortiste hanno esultato per questa sentenza.
Nella discussione viene riportata una dichiarazione di Mercedes Bresso (la cui impostazione pro-aborto è a tutti nota), che ha affermato (prima perla):

Da quando la legge 194 è in vigore sono drasticamente calati gli aborti e le morti causate dagli interventi clandestini sono spariti. L’applicazione di questa delibera correva il rischio di tornare indietro di decenni.

Al che io ovviamente ribatto che la Bresso mente, in quanto è noto che in seguito alla legalizzazione (come facilmente prevedibile) gli aborti sono aumentati.
Interviene a questo punto il consigliere, rivolgendosi a me (seconda perla):

le statistiche sono su wikipedia alla voce aborto e fanno riferimento ai soli dati ufficiali (ovviamente). Mercedes Bresso parte da un assunto ottimistico, che gli aborti clandestini del ’77 siano pari a quelli legali del ’79 (prima e dopo la legge). Con ogni probabilita’ l’efficacia della 194 e’ stata anche superiore.

Questo mi fa pensare che il consigliere non abbia mai visto un grafico dell’andamento dell’aborto in Italia, perché se fosse vero che gli aborti clandestini del ’77 eguagliano quelli legali del ’79 ciò confermerebbe un incremento del numero di aborti in seguito alla legge 194, e quindi il consigliere cadrebbe in contraddizione da se stesso. Lo invito allora a visitare questa pagina web dove sono mostrati i seguenti grafici, che mostrano l’andamento dell’aborto legale in Italia, come dato numerico assoluto e come rapporto percentuale rispetto al numero di nascite

Come si vede, il rapporto tra bambini abortiti e bambini nati, un numero che ben sintetizza la disponibilità media di una popolazione ad accogliere la vita, è raddoppiato dal 1978 al 1983.
Ma ecco, che, dopo avere visionato la pagina da me suggerita, il consigliere risponde (terza perla rossa della giornata):

Un’ultima precisazione sui dati: il picco degli aborti e’ nel 1983. Certo, i primi anni la legge ha faticato molto ad entrare a regime, ad essere conosciuta e applicata, anche a causa degli “obiettori” che, sopratutto in certe parti del Paese hanno reso quasi impossibile l’aborto per tanti anni: ricordo che quella sull’aborto e’ l’unica obiezione di coscienza consentita anche agli infermieri e forse anche al personale delle pulizie…


Ah, ecco, i dati non tornano con il ragionamento precedente, ed ecco quindi la via d’uscita: per colpa degli “obiettori” (e quelle virgolette sottintendono la solita propaganda per cui gli obiettori di coscienza praticano aborti in privato) la legge non è entrata “a regime”. Naturalmente l’ironia sull’obiezione di coscienza sottintende una assoluta incapacità di comprendere come si possa non voler cooperare alla soppressione di un essere umano innocente.
Tanto per fare un esempio molto concreto che smentisce la tesi del consigliere, nel 2007 il Lazio è stata la seconda regione d’Italia nella triste classifica del tasso di abortività (numero di aborti rapportato a 1000 donne in età feconda), con un dato dell’11,2?, preceduta solo dall’Emilia-Romagna (12,2?). Nello stesso anno il Lazio è stata anche la regione con la più alta percentuale di ginecologi obiettori (85,6%). Questo semplice dato di fatto smentisce l’assunto che un’alta percentuale di obiettori impedisca l’accesso all’aborto legale.
C’è di più: benché durante gli anni ’70 la sua parte politica e i radicali facessero sapere che in Italia vi erano due-tre milioni di aborti clandestini l’anno, la ricerca più accurata sull’argomento (Bernardo Colombo, La Diffusione degli aborti illegali in Italia, 1977) fornisce una stima (ovviamente approssimativa perché si tratta di aborti clandestini) tra i 100’000 e i 200’000 aborti annui, propendendo per un valore probabile più vicino ai 100’000. Nei sei-sette mesi del 1978 in cui fu in vigore la legge 194 vi furono circa 70’000 aborti, che rapportati ad una annualità fanno 140’000 aborti l’anno. Non è dunque irragionevole pensare che il numero di aborti legali effettuati nei primi mesi corrispondesse grosso modo a quello degli aborti illegali effettuati in precedenza in un intervallo di tempo equivalente. Ma il numero di aborti annui crebbe velocemente e nel 1982 gli aborti legali furono 235’000. Altro che calo: un incremento in quattro anni di quasi il 70%!!!
Del resto, in tutti i paesi del mondo la legalizzazione dell’aborto ha aumentato il ricorso ad esso. In Italia, oltretutto, l’aborto oltre ad essere legale è completamente gratuito. Perché mai il numero degli aborti avrebbe dovuto diminuire in seguito alla legge 194? In base a quale strano meccanismo, che sarebbe peculiare solo del nostro paese?

Disse Giancarlo Pajetta, storico esponente della nomenklatura comunista italiana: “Se devo scegliere tra la verità e la rivoluzione, scelgo la rivoluzione”. Ecco, mi pare che questo scarso amore per la realtà e per la verità sia tuttora presente in una cospicua parte della sinistra nostrana.

Dimenticavo: il consigliere ha un profilo pubblico su facebook, e come commento alla bocciatura del TAR vi ho trovato scritto:

Continuiamo insieme a portare avanti i temi della laicita’, dei diritti e dell’autodeterminazione delle donne.


Ma allora non bastava semplicemente dire: “Per me l’aborto è un diritto, punto e basta” ? Ma evidentemente c’è una versione per (tentare di) infinocchiare i pro-life ed una per i compagni abortisti: la tipica doppia morale ben sperimentata per decenni dal PCI.

Insomma: anche sull’aborto, si scrive PD, si legge PCI.


Considerazioni su ellaOne (Ulipristal Acetato)

di Bruno Mozzanega, Ricercatore Universitario presso la Clinica Ginecologica di Padova

Fra pochi giorni l’AIFA si esprimerà in relazione alla immissione in commercio di ellaOne quale “contraccettivo di emergenza”. Ai fini di questa decisione ritengo che sia necessario valutare con la maggiore precisione possibile quale sia il suo effettivo meccanismo d’azione che appare essere, almeno prevalentemente, post-concezionale, e domandarsi se esso sia compatibile o meno con un quadro legislativo posto a tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento, e ancora domandarsi se esso sia utile in un quadro ambientale in cui il prevenire è divenuto prioritario in tutti i temi che riguardano la salute e sembra essere invece, in questo caso, sistematicamente omesso se non del tutto ignorato.

1. Il quadro legislativo.

la Legge che delinea il significato della procreazione responsabile, della quale la contraccezione non può che porsi come semplice strumento, è la Legge n. 405 del 1975 che istituisce i Consultori Familiari: nel suo art.1 essa pone come obiettivo della procreazione responsabile la “tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento”, e il concepito è indiscutibilmente l’individuo che origina dall’incontro dell’uovo e dello spermatozoo.
La Legge n. 40 del 2004 che disciplina la procreazione medicalmente assistita, assicura esplicitamente i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito che viene posto sullo stesso piano degli altri soggetti e al centro della normativa. Questa tutela è stata ribadita nei vari interventi della Corte Costituzionale.
Del resto la Legge n. 194 del 1978 sulla tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza pone come principio fondamentale, nell’art.1, la tutela della vita umana dal suo inizio. La Legge n. 194 del 1978 riconosce alla madre che si trovi in grave conflitto la possibilità di scegliere fra la propria vita o la propria salute e la vita del figlio, come una sorta di bilanciamento fra due valori ugualmente importanti, lasciando la decisione ultima alla donna. Ma questa facoltà (ed è l’unica eccezione nel contesto sopra descritto) viene consentita a condizioni precise:
– a gravidanza diagnosticata ed in evoluzione (e la diagnosi è successiva all’impianto);
– attraverso una procedura finalizzata ad evitare l’aborto, che aiuti la donna a superarne le cause.
E’ l’unica ipotesi ammessa, e la legge prevede tutta una serie di compiti affidati ad enti, istituzioni e alla società stessa affinché l’aborto possa limitarsi a dolorose eccezioni e si sviluppi una cultura di rispetto della vita sin dal suo inizio.
E dunque neppure la L.194/78 consente di eliminare il concepito prima che si annidi. Anzi, la L.194/78 affida ai consultori, ad enti e regioni il compito di informare, promuovere e sostenere la procreazione responsabile.
Va da sé che le nostre Leggi e i nostri princìpi escludono esplicitamente che i metodi post-concezionali possano essere strumenti della procreazione responsabile.

2. Il meccanismo d’azione di Ulipristal Acetato

Si sostiene che Ulipristal somministrato nel periodo fertile del ciclo, e quindi nei quattro – cinque giorni che precedono l’ovulazione, abbia la capacità di posticipare l’ovulazione stessa e quindi impedisca l’incontro di uovo e spermatozoo.
Va premesso che il concepimento può avvenire soltanto se il coito si è verificato nei quattro – cinque giorni fertili pre-ovulatori, durante i quali il muco cervicale consente agli spermatozoi di entrare nei genitali femminili, e che il concepimento di norma avviene entro 24 ore dalla liberazione dell’uovo.
Nei giorni fertili si verificano, a livello della ghiandola ipofisi, i fenomeni che preparano e determinano l’ovulazione: nell’ordine, un progressivo aumento nel rilascio dell’ormone LH che culmina, dopo 48 ore, nel picco stesso dell’LH che a sua volta, nel giro di ulteriori 24-48 ore, esita nella liberazione dell’ uovo.
Se visualizziamo questi eventi su di un grafico che rappresenti i quattro – cinque giorni fertili del ciclo mestruale, ci rendiamo conto del fatto che il periodo che precede il rialzo dell’LH si identifica con l’inizio del periodo fertile; quello durante il quale l’LH aumenta (48 ore) coincide verosimilmente con il secondo e terzo giorno fertile del ciclo, mentre i giorni successivi (24-48 ore dopo il picco dell’LH) sono verosimilmente gli utimi giorni fertili, quelli immediatamente pre-ovulatori.
Ciò premesso, vi è un unico studio che valuta l’efficacia di Ulipristal (un’unica dose di 30 mg per os) sulla ovulazione, quando viene somministrato nel periodo fertile del ciclo. Il numero di donne studiate è esiguo: 34; esse vengono suddivise in tre gruppi a seconda che ricevano il farmaco prima che l’LH inizi ad aumentare, oppure durante la fase di incremento dell’LH, o ancora dopo il picco dell’LH.
L’ovulazione risulta ritardata soltanto nelle otto donne trattate all’inizio del periodo fertile. Se l’LH ha già iniziato a crescere l’ovulazione è ritardata in 11 donne su 14. Nelle pazienti in cui il picco dell’LH è già avvenuto l’ovulazione è ritardata in un solo caso su 12.
Va da sé che è per lo meno inesatto affermare che ellaOne assunta nel periodo fertile del ciclo, e cioè prima della ovulazione, agisca con meccanismo anti-ovulatorio. Anche dando per scontato che un gruppo di otto donne sia un numero adeguato e sufficiente alla statistica e consenta deduzioni universalmente valide, solo il trattamento all’inizio del periodo fertile sembra realmente ritardare l’ovulazione. In questo caso, però, un rapporto risalente da 1 a 5 giorni prima sarebbe avvenuto in un periodo del ciclo verosimilmente non ancora fertile e quindi il farmaco verrebbe assunto inutilmente.
Quando invece Ulipristal viene assunto nei successivi giorni fertili, i tre o quattro giorni che precedono l’ovulazione, la maggioranza delle donne ovulano regolarmente ed evidentemente possono concepire; l’endometrio, invece, risulterà gravemente compromesso e sarà del tutto inadeguato all’impianto.
Infatti l’assunzione di una sola dose del farmaco altera profondamente la recettività del tessuto, sia che essa avvenga a metà della fase follicolare (prima ancora che inizi il rialzo dell’LH), sia che essa avvenga esattamente a metà ciclo nel giorno stesso dell’ovulazione o in quello immediatamente successivo, sia che essa avvenga infine a metà della fase luteale (proprio nei giorni in cui l’embrione dovrebbe impiantarsi).
L’effetto inibitorio sulla maturazione dell’endometrio è diretto: è legato alla inibizione dei recettori tissutali per il Progesterone (esattamente lo stesso meccanismo con cui agisce la RU486) e si verifica anche con i dosaggi più bassi di Ulipristal (1 mg e 10 mg di). L’effetto inibitorio sull’endometrio, infine, non risulta correlato a variazioni nei livelli degli ormoni del ciclo mestruale, che si osservano soltanto con dosaggi di farmaco più elevati.
In conclusione, le donne che assumono il farmaco dopo un rapporto sessuale avvenuto nel periodo fertile del ciclo mestruale prevalentemente ovulano e possono concepire. L’endometrio, però è irrimediabilmente compromesso, indipendentemente dal momento in cui il farmaco venga assunto.
D’altra parte, la grande e reclamizzata novità di ellaOne, presentata come “la pillola dei cinque giorni dopo”, è proprio quella
di essere totalmente efficace anche se presa cinque giorni dopo il rapporto sessuale avvenuto nel periodo fertile del ciclo.
Se immaginiamo un rapporto sessuale avvenuto il giorno prima dell’ovulazione, con il concepimento entro le successive 24 ore (e quindi 48 ore dopo quel rapporto sessuale), come potrà invocarsi un’azione anti-ovulatoria e anti-concezionale per un farmaco assunto fino a cinque giorni da quel rapporto e quindi tre giorni dopo il concepimento? Si avrà esclusivamente un’azione anti-annidamento.
Ma questo effetto non è compatibile, come sopra si è detto, con i principi fondamentali su cui si fondano le nostre Leggi e la nostra stessa Costituzione.

3. Il contesto ambientale

I dati che emergono dalle relazioni ISTAT del 2005*, del 2008** e del 2010*** segnalano un tasso di IVG in costante riduzione, ma un costante incremento nella abortività spontanea.
In particolare, rispetto al 1988 (ma anche al 1993), anno in cui gli aborti spontanei erano 55.000, essi sono aumentati di 11.000* unità all’anno nel 2001 (+20%), di 17.000** all’anno nel 2005 (+30%) e di 22.000*** unità all’anno nel 2007 (+37%). Nel 2010 è segnalato un incremento estremamente elevato nell’abortività spontanea delle donne oltre i 35 anni di età e soprattutto delle 40-44enni (gli aborti spontanei sono oltre 33.000 nella decade 35-44 anni). E’ però a carico delle giovanissime che si registrano gli incrementi massimi: +67% nel 2005 e +80% nel 2010. Va ricordato, a questo proposito, come le teen-agers siano le maggiori consumatrici di Norlevo, la “pillola del giorno dopo” a base di Levonorgestrel: il 55% delle 360.000 confezioni annue, e come esse tendano ad agire non in un’ottica di prevenzione, ma al contrario in un’ottica di emergenza.
E’ drammatico l’incremento dai 66.000 casi del 2001 ai 77.000 del 2007, in un periodo di soli sei anni e in assenza di qualunque modifica significativa sia nella popolazione sia nelle sue abitudini. E’ un incremento non giustificato che deve far riflettere.
Non mi dilungo sulla disponibilità del Cytotec (misoprostolo) nelle Farmacie e sul suo possibile utilizzo nella clandestinità. Allego un mio contributo del 2008. Esiste certamente una rete di operatori sanitari italiani in grado di assistere le donne nella clandestinità e Silvio Viale ne ha illustrato i modi in termini minuziosi, (http://www.lucacoscioni.it/cytotec_legittima_difesa) lamentando le restrizioni (minime peraltro) alle quali è stata sottoposta la sua prescrizione. Il farmaco, se utilizzato fra la sesta e la settima settimana di gravidanza, ha un’efficacia intorno al 95%. Se anche solo la metà degli aborti spontanei in più, cioè 10.000 sui 22.000, rappresentasse quel 5% di aborti clandestini farmacologici che non vanno a buon fine e richiedono il completamento in ospedale, otterremmo numeri impressionanti.
In questo contesto l’immissione di un ulteriore prodotto come Ulipristal, che condivide le proprietà anti-progestiniche della RU486, non farebbe altro che allargare la disponibilità di sostanze capaci di determinare l’aborto anche dopo la positivizzazione del test di gravidanza.
Non può infine sfuggire che, una volta reso disponibile, ellaOne potrà essere acquistato e conservato dalla donna e venire utilizzato solamente in caso di gravidanza accertata. La richiesta alla donna di un test di gravidanza negativo appare quindi illusoria, se non addirittura ingenua.

La contraccezione d’emergenza e il Levonorgestrel

Da ultimo due parole sulla contraccezione d’emergenza con Levonorgestrel (Norlevo o Levonelle) e sulle modalità attraverso le quali le Società Scientifiche più rappresentative divulgano l’informazione circa il suo meccanismo d’azione, attraverso Posizioni ufficiali che inevitabilmente vengono recepite come Verità.
La Federazione Internazionale di Ginecologia e Ostetricia (FIGO), in una sua Posizione Ufficiale del 2011 che conferma i contenuti già espressi nel 2008, sostiene che il meccanismo d’azione principale del Levonorgestrel è quello di impedire o ritardare l’ovulazione.
Studi recenti invece iniziano ad ammettere, in contrasto con quanto finora preteso e riportato ufficialmente nella Posizione (9) della FIGO, che il Norlevo non è in grado di interferire con l’ovulazione, se non quando venga somministrato prima che i livelli dell’LH inizino a salire, e cioè soltanto all’inizio del periodo fertile.
Questo dato rimanda anche il meccanismo d’azione del Norlevo a effetti prevalentemente post-concezionali e anti-annidamento, anche quando venga assunto prima dell’ovulazione.
E’ evidente la necessità di rivalutare con cura anche questi dati scientifici, al fine di poter discernere se l’uso del Levonorgestrel sia realmente compatibile con la tutela della vita umana dal suo inizio, come ribadito e preteso nella legislazione vigente.
Concludo con una nota polemica: la ESC (European Society for Contraception and Reproductive Health), nella pagina web (http://www.escrh.eu/about-esc/news/how-do-levonorgestrel) di cui riporto l’immagine in coda alla bibliografia, ringrazia esplicitamente i quattro estensori dello Statement “per la loro incredibile attenzione ai dettagli e per la costante preoccupazione di essere sicuri che questo Statement fosse accurato e riflettesse pienamente gli studi più recenti”.
La prima a essere ringraziata è Vivian Brache, la prima Autrice di uno studio del 2010, in cui essa conclude (terz’ultimo paragrafo della discussione) che “dall’analisi combinata di diversi studi, il Levonorgestrel somministrato nel periodo fertile avanzato inibisce l’ovulazione soltanto in 7 donne su 48, e cioè nel 14,6% dei casi”. Basandosi sui medesimi dati bibliografici la stessa Brache, insieme agli altri Esperti della FIGO, sosterrà con estrema enfasi esattamente il contrario nello Statement del 2011 in cui si afferma, in modo ufficiale e definitivo, che il meccanismo d’azione principale del Levonorgestrel è quello di impedire o ritardare l’ovulazione.
Questo Statement apparirà come la Verità ufficiale condivisa unanimemente da tutto il mondo della Ginecologia internazionale.
In base ad essa i medici effettueranno le proprie scelte etiche e professionali. Ad essa gli Stati e i Governi faranno riferimento quando si troveranno a legiferare su questi temi vitali.

A Varsavia primo via libera per lo stop all’aborto


di Marco Respinti


Con la collaborazione della dott. ssa Lidia Zawada

Il primo passo verso l’auspicata svolta storica la Polonia lo ha compiuto. La sua legislazione che, seppur a certe condizioni, consente l’aborto è ora un po’ meno impenetrabile. Come peraltro ci si attendeva, venerdì 1? luglio il Sejm, la “Camera bassa” del parlamento di Varsavia, ha votato la proposta di legge d’iniziativa popolare presentata all’aula il giorno precedente che, forte di 600mila firme raccolte dalla Fundacja PRO con l’appoggio dell’associazione civica Piotr Skarga, mire alla cancellazione totale e senza eccezioni dall’ordinamento giuridico polacco dell’interruzione volontaria della gravidanza. Per sostenere la decisione dell’aula, 40 deputati di diversi partiti hanno scelto di rendere alcune testimonianze davvero commoventi, in qualche caso persino personali.

Adesso – come appunto previsto – se ne occuperanno due Commissioni parlamentari, quella che cura le Politiche sociali e familiari, e quella competente per la Salute, quindi il testo tornerà al voto della Camera, a questo seguirà il voto del Senato e infine spetterà al presidente della repubblica pronunciarsi sulla trasformazione in legge della proposta. Contro un suo eventuale veto, il parlamento potrà a quel punto ancora agire un’ultima volta indicendo una votazione d’appello che vincerà solo ottenendo la maggioranza qualificata dei due terzi dei suffragi.

Ci voleva poco, dice però qualcuno, per ottenere un risultato così, comunque iniziale e ancora passibile d’invalidazione: dopo tutto – si osserva – si è trattato praticamente di un atto dovuto, tra l’altro compiuto da un’assise il 90% dei componenti la quale alla vigilia si dichiarava – nonostante tutto – cattolico. Certamente è vero, ma lo è in parte.

Anzitutto perché non è cosa da poco il solo fatto che in un Paese europeo – sia pure culturalmente e religiosamente particolare come la Polonia – scatti il semaforo verde – anche se per ora di routine – di fronte alla proposta di rivedere una legge percepita dalla mentalità (anche giuridica) corrente come “leggera” e dunque “tollerabile”. In secondo luogo perché i bastoni tra le ruote qualcuno ha comunque provato a metterceli.

Il dibattito parlamentare di venerdì si è infatti svolto in due momenti successivi. Anzitutto l’aula è stata chiamata a esprimersi sulla mozione dell’Alleanza della Sinistra Democratica (SLD) di rigettare per intero la proposta senza nemmeno discuterla. Quindi, bocciata quell’iniziativa con 254 voti a favore e 151 contrari (11 sono state le astensioni), su proposta del partito Legge e Giustizia (PiS) i parlamentari hanno finalmente deciso, con 261 voti a favore e 155 contrari (e un solo astenuto), d’inviare il testo alle due suddette Commissioni, inaugurando l’iter legislativo.

In occasione del primo voto, gli antiabortisti hanno cioè dovuto trovare la forza e i numeri per superare lo sbarramento eretto dagli ex comunisti spalleggiani in maniera determinante da ben 108 deputati (la maggioranza) del partito Piattaforma Civica (PO), ossia la formazione del primo ministro Donald Tusk.

Sull’aborto, insomma, il partito di governo si è spaccato in due (69 suoi deputati, uniti a 166 del PiS e a 31 del Partito dei coltivatori presenti in aula, hanno votato contro la mozione dell’SLD di cancellare la discussione). Lo stesso premier Tusk, sovente presentato fuori dai confini polacchi come un conservatore, incarna una opzione politica decisamente laicista del tutto allinata alle posizioni polticamente corrette e liberal che l’Unione Europea osserva e promuove su temi “eticamente sensibili”. In una intervista del 1? giugno a Gazeta Wyborcza di Varsavia – il secondo più diffuso quotidiano polacco, di orientamento progressista – Tusk si è del resto espresso a favore della legalizzare delle unioni omosessuali, sostenendo che il suo partito particherà la tolleranza zero verso coloro che il premier polacco definisce “omofobi”. Ma evidentemente – il voto sull’aborto lo dimostra – nemmeno dentro il suo partito tutti la pensano in modo uguale, segno evidente del grande e trasversale scontro politico-culturale in atto oggi nel Paese.

Bronislaw Maria Komorowski, presidente della repubblica ed ex (secondo il titolo che dal secolo XV spetta al presidente della “Camera bassa” polacca) Maresciallo del Sejm, vicepresidente del PO cui sull’aborto spetterà il verdetto finale dopo i voti di Camera e Senato, ha dichiarato di non vedere alcuna necessità di modificare la legge giacché, a suo avviso, le disposizioni attuali garantiscono con il “massimo bene politicamente possibile” la protezione della vita nascente senza peraltro costringere le persone ad atti di “eroismo”. Un numero enorme di polacchi, comunque, dall’intera gerarchia cattolica del Paese alla Sezione di ostetricia e ginecologia dell’Associazione Cattolica dei Medici Polacchi, che ha inviato una lettera aperta al Sejm in occasione del voto di venerdì, la pensa in modo esattamente contrario.
Né il cartello delle Sinistre – l’SLD, l’associazione ambientalista Green 2004, il Partito delle Donne, la Federazione per le donne e la pianificazione familiare, nonché l’associazione Campagna contro l’omofobia – batte la fiacca. Per l’autunno l’SLD promette una proposta di legge per la liberalizzazione dell’aborto, previa istituzione di corsi di educazione sessuale scolastici sin dalle classi elementari nonché il rimborso agli utenti sia di contraccettivi sia di operazioni di fecondazione in vitro. E per sostenere l’azione ha allestito di fronte al parlamento una mostra fotografica. Gran testimonial è l’ex ministro della salute Marek Balicki (SLD), per il quale la condizione femminile nella Polonia di oggi è identica a quella dell’Arabia Saudita o dell’Iran.

Un importante tassello di questa delicata ma accesa partita a scacchi è infine costituito dallo scenario mediatico. L’unico quotidiano nazionale fino a poco tempo fa attestato su posizioni conservatrici, Rzeczpospolita di Varsavia, è stato acquistato dalla società Grevimedia dell’imprenditore Grzegorz Hajdorowicz il cui consiglio di amministrazione è presieduto da Kasimierz Mohol, ex vicecapo del WSI, cioè gli eredi dei servizi segreti militari attivi durante il regime comunista. C’è chi pronostica un brusco mutamento di fronte, accompagnato da una valanga di licenziamenti, come del resto già successo per altre testate – per esempio il periodico cattolico conservatore Ozon, acquistato e subito chiuso – e alcune trasmissioni televisive. Contro il laicismo massicciamente diffuso nei media – dicono a La Bussola Quotidiana fonti polacche – restano quindi oggi soltanto Radio Maryja diretta a T?run, nel nord del Paese, da don Tadeusz Rydzyk e il settimanale Gazeta Polska – fondato nel 1993 e diretto a Varsavia da Tomasz Sakiewicz -, che però ha diffusione solo locale.

Il 9 ottobre la Polonia andrà a elezioni politiche. Per il presidente Komorowski è ovvio che i partiti facciano a gara nel mostrasti già da ora più realisti del re in un Paese dove la gente è comunque fortemente sensibile ai “princìpi non negoziabili”. Komorowski lo dice con gran cinismo. Noi, senza nemmeno un’ombra di sarcasmo, speriamo abbia ragione.

Da La Bussola Quotidiana, 6 luglio 2011

Dalla Russia con amore

Notizie straordinarie dal fronte russo: la Duma, la Camera bassa del parlamento, ha approvato un disegno di legge secondo il quale tutte le pubblicità dell’aborto dovranno contenere avvertimenti sui possibili rischi per la salute della donna. Il perchè del provvedimento è presto detto:«Queste pubblicità – sostiene Viktor Zvagelsky, deputato del partito di maggioranza Russia Unita – fanno credere alle giovani che non avranno problemi nell’interrompere una gravidanza». E bravi i russi. Cose simili, in Italia, chissà quando le vedremo. Ve li vedete coloro che siedono nei consultori che ricordano alla donna in gravidanza difficile che abortire, oltre al prevedibile rischio di stress emotivo (Actas Esp Psiquiatr (2005), 33: 267-72), implica quelli, ben più gravi, di disturbi emozionali, fobico-ansiosi, neurovegetativi, della comunicazione, dell’alimentazione, del sonno, del pensiero, della sfera sessuale (Health Matrix (1989),7:42-4) e – dulcis in fundo – di pulsioni suicide (J of Child Psychiatry and Psycology (2005),46: 850-8)? Ve li vedete i consultori che mettono compiutamente – leggasi compiutamente -in guardia le donne intenzionate ad abortire dai possibili rischi per la loro salute? A questo punto meglio regalare loro un viaggio in Russia. Torneranno senz’altro con le idee più chiare.

“Rally for Life” – Dublino 2011

Sabato due luglio, primo pomeriggio, Dublino: più di seimila persone sfilano per le vie centrali della capitale in occasione della quinta edizione del “Rally for Life”, la marcia nazionale irlandese in difesa della vita.

Le strade sono un tripudio di colori, di musica e di persone sorridenti, felici di testimoniare la propria posizione, in opposizione a tutti coloro che considerano una scelta legittima l’uccidere un bambino innocente nel grembo materno.

In Irlanda – così come a Malta – abortire è illegale. Purtroppo, però, sono sempre di più le donne irlandesi che decidono di andare in Inghilterra per porre fine alla propria gravidanza. Inoltre, a partire dal febbraio del 2011 anche in Irlanda è possibile acquistare nelle farmacie la “pillola del giorno dopo”.

Alla luce dei fatti, comunque, questi due aspetti negativi soccombono nettamente sotto la mentalità pro-life insita nel popolo irlandese: la manifestazione odierna è stata un esempio lampante in tal senso. Per le strade c’erano adulti, giovani, bambini, anziani… tutti riuniti per riaffermare con convinzione che l’Irlanda è fiera di essere rimasta una delle poche roccaforti all’interno dell’Unione Europea dove abortire è illegale. E dove lo sarà ancora per molto tempo, speriamo noi!

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