L’ombra di Faust sui pacs

Intorno ai PACS si è aperto un dibattito importante, delicato che va a toccare l’essenza stessa delle radici culturali dell’Europa e dell’Italia in particolare. E’ in atto un attacco diretto, frontale, violento anche nelle parole, oltre che nei modi, alla famiglia tradizionale.

Si sta insinuando con grande determinazione il concetto che la famiglia tradizionale eterosessuale, in cui un uomo e una donna accettino responsabilmente di vivere insieme e di responsabilmente educare i propri figli possa essere non più il modello, ma genericamente uno dei modelli di relazione familiare possibile. Il focus della diatriba non è certamente soltanto una questione di fede: anche non volendo prestare orecchio agli accorati appelli di Benedetto XVI° e della CEI, e prendendo in considerazione la questione anche da un punto di vista unicamente razionale, o genericamente laico, non possiamo non sottolineare il fatto che lo Stato dovrebbe incentivare quelle forme di vita che contribuiscono in primo luogo al bene comune e senza ombra di dubbio il maggior contributo al bene comune dovrebbe consistere nella procreazione e nell’educazione responsabile dei figli. Solo una società che investe responsabilmente nei figli può guardare al futuro con determinazione e speranza. In gran parte dell’Europa del nord, ormai secolarizzata e scristianizzata, presa e citata costantemente dai maestri del pensiero laicista nostrano, attanagliati da un complesso di perenne inferiorità culturale, come modello di riferimento sociale e giuridico, i risultati di politiche scellerate sulla famiglia hanno prodotto risultati drammatici. Perché allora questo impeto, anche in Italia, per cambiare la famiglia, un’istituzione che dura da migliaia di anni, da quando in qua è diventato così urgente garantire le nozze ai gay e la pensione alle coppie di fatto? Ripeteva Engels che «tutto ciò che esiste merita di morire»; una frase che fu pronunciata da Mefistofile, il diavolo, nel Faust di Goethe: una demoniaca volontà di distruzione. Vi è purtroppo una certa classe politica italiana che, come Faust sembra voler barattare l’anima della nostra cultura, delle nostra tradizioni, del nostro modo di intendere la famiglia, la società, la comunità in cui viviamo. In realtà, una certa classe politica non fa che confermare le sue antiche radici. Diceva ancora Engels che lo scopo della rivoluzione comunista non è migliorare le condizioni della classe operaia, ma «cambiare lo stato di cose presente». La distinzione è sottile. Vuol dire che un tempo si istigavano gli operai alla rivolta solo finché essi erano «la forza sociale più potente» (altra definizione di Engels. ndr); ora che non lo sono più, si scelgono altri nuclei sociali “potenti” e senza ombra di dubbio le lobbies omosessuali lo sono. Almeno, sono influenti in TV, nei giornali, nel mondo dello spettacolo, ma anche tra le forze politiche, anche in Italia, e soprattutto a livello europeo. La questione è drammatica in questo momento storico, inoltre, perchè anche una parte dei cattolici sembra seguire questa ventata di novità, mostrandosi culturalmente subalterna. Davvero, come si va ripetendo in questi mesi con una amara constatazione, sembra passato un secolo da quando il mondo cattolico seguiva soltanto le indicazioni di arcipreti e arcivescovi…oggi, nel nome di un moralismo falso e di una tolleranza fatta di indifferenza, preferisce accodarsi all’arcigay.

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Il nuovo esame di stato calpesta le scuole paritarie

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano l’assessore Salvaterra e gli esponenti politici del centrosinistra trentino. E sarei curioso di leggere un commento del direttore dell’istituto Arcivescovile di Trento, don Umberto Giacometti, presidente delle scuole cattoliche della nostra regione.

Con la legge n. 1 dell’11 gennaio 2007 il nuovo esame di Stato, che conclude il ciclo dell’istruzione secondaria superiore, è diventato realtà. Nelle nuove norme aspetti positivi si sommano ad aspetti assolutamente negativi. Con la legge è stata infatti introdotta una discriminazione nei confronti dei docenti e degli alunni delle scuole paritarie, discriminazione che contraddice, nello spirito e nella lettera, la legge paritaria n. 62 del 2000.

Succede, infatti, che i dirigenti e i docenti delle scuole paritarie, provvisti dei dovuti titoli accademici di laurea ed abilitazione, non potranno ricoprire il ruolo di presidenti e commissari esterni nelle Commissioni di esame delle scuole statali e paritarie. Inoltre non è prevista la copertura delle spese da parte dello Stato dei commissari interni paritari alla stregua dei corrispettivi colleghi statali. Il modo in cui è stata introdotta questa discriminazione è la norma che stabilisce che i commissari esterni devono essere insegnanti assunti attraverso pubblico concorso, quindi solo statali.

Se l’assunzione per concorso dovesse essere un prerequisito per partecipare come commissario esterno ad una commissione di esame di Stato, lo stesso dovrebbe valere anche nel caso dei commissari interni perché concorrono a "costituire" la "commissione" esaminatrice di Stato di una scuola paritaria, valutando gli alunni e rilasciando un titolo di studio con valore legale a seguito appunto di un esame di Stato.

La necessità di un "concorso" pubblico non era mai stata prescritta nei decenni scorsi né per i membri interni delle scuole legalmente riconosciute o paritarie, né per i membri esterni, provenienti dalle scuole legalmente riconosciute, delle commissioni statali. Inoltre la decisione di mettere a carico delle scuole paritarie l’onere spettante ai propri commissari interni è ingiusta in quanto essi svolgono una funzione pubblica, all’interno di una commissione statale, per rilasciare un titolo di studio con valore legale.

Si smentisce così una prassi esistente da decenni, ben prima della legge sulla parità, nonostante le scuole legalmente riconosciute non fossero affatto considerate "parte costitutiva" dell’unico sistema scolastico nazionale, come recita il primo articolo della legge 62/2000.

Ecco perché queste nuove norme sull’esame di Stato costituiscono distorsioni, forme striscianti di neostatalismo, di misconoscimento della funzione pubblica della scuola paritaria e del servizio altrettanto pubblico e di pubblica utilità svolto dai suoi dirigenti e docenti. A dichiarazioni verbali di rispetto e attuazione della legge 62 del 2000 corrispondono sempre più spesso atti che ne violano lo spirito e la lettera.

La Provincia autonoma di Trento, che come dimostra la recente riforma varata in questo settore nel luglio scorso dispone in materia scolastica di una relativa indipendenza normativa, per ora ha accolto la nuova legge nazionale senza batter ciglio, senza probabilmente curarsi dell’impatto di questi cambiamenti sugli istituti paritari. I cui dirigenti preferiscono subire queste mortificazioni e continuare a vedere discriminate le paritarie, per il timore che protestare contro queste sopraffazioni potrebbe magari determinare ritorsioni finanziarie della Provincia.

Ma sentirsi sotto ricatto vuol dire accettare il rango di istituti di "serie B" o "C" assegnato dalla politica – e non, si badi bene, dalle leggi – a queste scuole che esercitano un servizio pubblico a tutti gli effetti e dovrebbero quindi godere di pari diritti rispetto a quelle gestite dalla Provincia. Altrimenti anche gli alunni e le famiglie che hanno scelto l’iscrizione a queste scuole sono da considerare, in ragione di questa scelta, cittadini di "serie B" o "C".

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Micromega e l’eutanasia.

L’ultimo numero di Micromega è dedicato in buona parte all’eutanasia. Si apre, nella prima pagina, con una celebre frase del filosofo ed economista liberale John Stuart Mill: “Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano”. Una dichiarazione importantissima, che ci ricorda l’alleanza strategica, sempre rinnovata, tra l’ individualismo materialista ed utilitarista del pensiero liberista e il materialismo collettivista dei socialisti. Entrambi, da due secoli, alleati nella battaglia per la disgregazione della persona umana, ridotta semplicemente ad ego, ad individuo, ad “un atomo nello spazio e un attimo nel tempo”, nel liberismo, e a massa indistinta, senza volto e senz’anima, nel socialismo. Io, vuole dire Staurt Mill, anticipando il celebre slogan “L’utero è mio e lo gestisco io”, sono mio, mio è il mio corpo, mia la mia vita, mia la sovranità sulla mia esistenza: l’io, però, ridotto a proprietà privata, perde la sua caratteristica di persona, cioè di io in relazione con gli altri, e dimentica la sua vocazione alla solidarietà, il suo essere unico e irripetibile, ma appartenente al genere umano; “separato, come scriveva Donoso Cortes, dagli altri per ciò che lo costituisce come individuo e unito con gli altri attraverso quello che lo costituisce individuo di una specie… soggetto ad una responsabilità che gli è propria e a un’altra che gli è comune con tutti gli altri uomini”. Solo dopo aver capito questo concetto, questa riduzione dell’uomo a proprietà di se stesso, all’io-mio che si fa dio, si può capire la lunga prefazione al lettore, che compare su Micromega, in favore dell’eutanasia. In essa, infatti, dati i presupposti appena esposti, si arriva coerentemente a ribaltare il principio di carità, il concetto di solidarietà, la sostanza del nostro essere in relazione, chiamando “cura” il procedimento attraverso il quale il medico elimina il paziente che, disperato, chiede di morire. Nella prima pagina l’atto eutanasico del dottor Ricco nei confronti di Welby è definito ben tre volte come “prendersi cura”, mentre il suicidio “aiutato” diviene, ormai per convenzione, “assistito”, allo stesso modo della fecondazione artificiale: sino alla conseguente affermazione secondo cui un medico che dovesse rifiutarsi di uccidere un malato che lo richiede, tralasciando così di prendersi “cura” di lui, di “assisterlo”, dovrebbe essere considerato “sanzionabile per omissione”. Ecco ribaltato, con pochi inganni lessicali ed antropologici, una cultura millenaria di pietà, di solidarietà, di compassione, di vera cura per il malato. Ecco come invece coloro che propongono l’eutanasia, presentandosi come personaggi pietosi, tolleranti, liberali e comprensibili, finiscono poi per condannare, per invocare l’intervento del magistrato, nei confronti di quei medici che preferissero veramente curare, e non si sentissero di porre fine, con le proprie mani, drasticamente, alla vita di un altro uomo!
Immaginiamo per un attimo, qualora l’umanità dovesse accogliere questi concetti, il paziente quotidiano di domani. Attorniato da “amici” come quelli di Welby, che lo consigliano fortemente di andarsene, che ritengono così di essere, appunto, amici, e da medici smaniosi di “assistere”, di “prendersi cura”, per mille motivi: magari per la volontà di espiantare qualche organo, come Kevorkian in America, oppure di liberare qualche letto d’ospedale; oppure per la paura di essere denunciati da Micromega, o dal suo giurista di riferimento, quell’ Amedeo Santosuosso per il quale non solo l’eutanasia dovrebbe diventare obbligatoria, per i medici, in casi estremi, ma i medici dovrebbero pure “farsi carico della sofferenza psichica del paziente”, anche non in stato terminale, con l’obbligo di ucciderlo. Infatti, continua il Santosuosso – dimenticando di spiegarci che così si apre la strada, come in Olanda, al suicidio dei depressi e dei tristi-, allo stesso modo in cui oggi si può abortire, o cambiare sesso, o ricorrere alla fecondazione artificiale, o subire operazioni di chirurgia plastica, per motivi psichici, ugualmente sarebbe lecito esigere dalla collettività e dal medico l’atto eutanasico di chi abbia appunto problemi psichici (non ben identificati, e potenzialmente illimitati). Se infatti l’eutanasia è “cura”, la non eutanasia diventa “omissione di soccorso”!
Alla prefazione di cui si è detto, e ad alcuni altri articoli, tra cui quello citato di Santosuosso, seguono, nell’ultimo numero di Micromega, quattro interventi di altrettanti sacerdoti che, secondo la dichiarazione ex chatedra del periodico laicista, “prendono sul serio il Vangelo”, a differenza di tutti coloro che invece la pensano diversamente. Sarebbe bello capire se l’intenzione con cui Micromega ospita il parere di quattro preti è quella di un dialogo con il mondo cattolico, o se l’ospitalità è limitata a coloro che la pensano nella medesima maniera della rivista stessa.
Fatto sta che l’idea sostenuta dai quattro è che la posizione della Chiesa in materia di eutanasia, sia troppo dura, inutilmente dura. Per Don Gallo, don Farinella, don Franzoni e don Antonelli, tale posizione appare inficiata da un certo “materialismo”, perché concede eccessiva importanza al corpo di Welby, al suo essere ancora vivente, pulsante, pensante. E’ vero, fa parte della tradizione cattolica, della sua storia, il dare importanza al corpo, alla carne, a quell’involucro splendido in cui soffriamo e con cui compiamo ogni azione, buona o cattiva. E’ da questa visione, così criticata dagli gnostici e dagli spiritualisti di ogni tempo, che sono nati gli ospedali, gli orfanatrofi, gli ordini religiosi dediti ai malati, ai lebbrosi, ai poveri: sono nati san Camillo de Lellis, san Vincenzo de Paoli, San Giuseppe Cottolengo…le sette opere di misericordia corporale accanto alle sette di misericordia spirituale. Don Gallo dice anche di diffidare “dalle precisazioni, dai distinguo senza cuore”. Se fossimo solo sentimento, se il sentimento fosse un cannocchiale abbastanza preciso per vedere tutta la realtà, a 360 gradi, don Gallo avrebbe ragione. Il fatto è che siamo uomini, e non ci è possibile: accanto al sentimento abbiamo la ragione, accanto alla compassione per Welby, abbiamo la capacità di capire che aprire mediaticamente e poi giuridicamente la porta all’eutanasia ci porterà a breve, come in Olanda o Svizzera o nell’Oregon, a dover accettare anche l’eutanasia per i depressi, per i bambini, decisa magari solo dai medici, contro il volere dei genitori, per chi ha sofferenze psicologiche, e poi, un giorno, come si è detto, per chi occupa troppo a lungo letti d’ospedale. Se questo non fosse successo, e non succedesse ogni giorno, in molte parti del mondo, forse la ragione non servirebbe, e basterebbe il sentimento. La realtà è che “il medico pietoso fa la piaga cancerosa”: così una Chiesa che dimentica la verità dell’uomo, e la sacrifica in nome di una presunta misericordia apparente, non fa il bene dell’uomo, ma riapre il vaso di Pandora. Don Giovanni Franzoni, nell’articolo successivo a quello di don Gallo, esprime anch’egli il suo disappunto: purtroppo tira in ballo concetti strani, di “quantità della vita” e di “qualità della vita”. Cosa è questa “qualità della vita”? Chi la stabilisce? Come si pesa, con quale formula si calcola? Chi ha detto che ci siano vite, e cioè uomini, perché è questa equazione, evidente, che si vuole nascondere, di qualità superiore o inferiore? La verità è che quattro uomini che hanno incontrato Cristo avrebbero potuto dire ben altro.
Che la misericordia di Dio è grande, che ha sofferto con noi, che l’uomo deve essere solidale con l’uomo, come diceva anche un ateo come Leopardi nella Ginestra…che il malato non deve essere lasciato solo, ma accompagnato, non da persone che spingono per la sua morte, ma da amici che tengono in vita la sua speranza, il senso della sua vita, accompagnandolo serenamente verso “sorella morte”. E poi, se proprio volevano parlare di eutanasia, avrebbero dovuto accennare anche alle terapie contro il dolore, alla differenza tra eutanasia e accanimento terapeutico…avrebbero dovuto mostrare di conoscere il tema, difficilissimo e complesso, a risolvere il quale non basta un po’ di sentimento. Avrebbero parlato un po’ meno di Dio, e della Fede, come la vedono loro, e un po’ più con la ragione, capace di distinguo, che per ogni buon sacerdote è a fondamento di ogni vera indagine sulla realtà.

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Per una politica attenta alle famiglia: disegno di legge sulla valutazione dell’impatto famigliare

Quello della famiglia è uno dei temi più gettonati nei programmi delle forze di ogni schieramento politico. Anche il presidente della Giunta provinciale, Lorenzo Dellai, nella sua recente relazione al bilancio di previsione 2007, ha dichiarato una particolare attenzione del suo esecutivo ai problemi delle famiglie trentine. Un segnale positivo che mi auguro non si esaurisca nel mero annuncio, come spesso accade, ma sia seguito da atti concreti: non sfugge a nessuno, infatti, l’urgenza di politiche di sostegno alla famiglia, soprattutto sul piano dell’equità fiscale. I dati parlano chiaro: le famiglie con reddito medio-basso e con figli a carico (anche solo uno) sopportano una vera e propria situazione d’iniquità fiscale. La circostanza non è secondaria se si prende sul serio il convincimento diffuso secondo cui i problemi economici incidano pesantemente e siano uno degli ostacoli alla stessa contrazione di un legame affettivo matrimoniale ed alla generazione di figli. Sono, ovviamente, diversi i fronti su cui operare per uscire dal circolo vizioso delle facili promesse. La strada che ho proposto con un disegno di legge depositato in Consiglio provinciale, prevede il ricorso sistematico, sia in fase d’approvazione di un atto, d’indirizzo o amministrativo della Provincia di Trento, sia al momento di verificare gli effetti di quello stesso atto, alla Valutazione d’impatto familiare. Si tratta di una procedura finalizzata a promuovere una maggiore equità fiscale, tributaria e tariffaria nei confronti delle famiglie del Trentino. La proposta – che comprende anche l’istituzione di un Osservatorio sulla Valutazione dell’impatto familiare – se approvata, imporrebbe alla Provincia non solo la valutazione preventiva e motivata degli effetti delle proprie scelte nei confronti della famiglia, ma anche di operare scelte che raccordino carico fiscale, tributario e tariffario alla composizione ed al reddito del nucleo familiare. Merita, in conclusione, sottolineare che il disegno di legge, richiamandosi all’art. 29 della Costituzione, esprime una chiara opzione a favore dell’istituto familiare inteso come rapporto basato sul matrimonio tra persone di sesso diverso. In altri termini, se esso diverrà legge, il legislatore provinciale sarà tenuto, prioritariamente e laicamente, ad indirizzare azioni di sostegno e d’equità fiscale, fermi restando tutti i diritti inalienabili di ogni singola persona, verso coloro che assumono coscientemente e pubblicamente un reciproco vincolo fatto di diritti e di doveri, potenzialmente aperto anche alle responsabilità genitoriale e, quindi, alla solidarietà tra generazioni. Walter Viola

 Scarica il disegno di legge sull’impatto famigliare

Clicca qui per vedere la dichiarazione di Dellai.

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Enrico VIII e la nascita del capitalismo selvaggio anglosassone

Dopo la guerra dei cento anni, l’Inghilterra vive una guerra civile, detta delle due Rose, tra la famiglia dei Lancaster, che ha come simbolo una rosa rossa, e quella degli York, che ha come simbolo una rosa bianca; un quarto della popolazione perisce. Enrico Tudor, discendente dei Lancaster, la spunta e concilia le due famiglie sposando una York, Elisabetta. Diviene Enrico VII, che darà fiducia ad un navigatore italiano, Giovanni Caboto, che nel 1497 sbarcherà in Canada.

 Cuore del regno è Londra, con 100.000 abitanti circa, scalo di mercanti di ogni paese. Caterina D’Aragona, figlia di Ferdinando e Isabella, re di Spagna, viene destinata, ancora piccola, a lasciare la sua terra per andare nell’"isola delle nebbie" e sposare Arturo, primogenito di Enrico VII. Controvoglia Caterina obbedisce ma Arturo muore dopo soli cinque mesi di matrimonio. Enrico, secondogenito, diviene erede al trono: dopo la morte del padre diviene Enrico VIII. Enrico VIII è l’opposto del padre: spendaccione, ama i divertimenti , la caccia, i gioielli, i tessuti, i grandi banchetti…; è alto, forte, possente, prima di diventare grasso e lardoso…nel 1509 sposa Caterina D’Aragona, precocemente invecchiata e intristita, che non riesce a dargli un figlio maschio: gli muoiono 5 figli, nasce solo una femmina, Maria.

Enrico VIII è affiancato da Wolsey, un astuto popolano, figlio di un macellaio, che si dimostra disposto ad ogni bassezza: in cambio viene nominato Cancelliere e il re gli ottiene anche un alto ruolo ecclesiastico. Infatti Enrico VIII vuole controllare anche la Chiesa, nominando lui, al posto del papa, i vescovi, gli abati dei monasteri…Ciononostante si dichiara avversario di Lutero e scrive addirittura un saggio contro di lui. Lutero allora gli invia una lettera, in cui cerca di lusingarlo: l’ex monaco agostiniano ha bisogno di principi e di re per combattere Roma. In Germania ha ottenuto l’appoggio di alcuni feudatari che avevano visto nell’adesione al protestantesimo il modo per staccarsi dall’Imperatore, Carlo V, che era cattolico, e per entrare in possesso dei beni della Chiesa cattolica, espropriandoli. Ma Enrico VIII non ha ancora deciso il suo futuro religioso: per ora si scaglia nuovamente contro Lutero, deplorando il suo matrimonio con l’ex monaca Caterina von Bora. Sul fronte amoroso, intanto, è inquieto: ha parecchie amanti, tra cui Maria e Anna Bolena.

Di quest’ultima decide di diventare lo sposo: per questo richiede, inutilmente, al papa che dichiari nullo il suo matrimonio precedente. Intanto Wolsey, dopo aver fedelmente servito, viene tolto dai piedi e sostituito con Tommaso Moro, un uomo conosciuto da tutti per la sua integrità di giudice. Ma è Cromwell, un ex usuraio, la nuova anima nera del re: lo consiglia di proseguire nella sua volontà di ripudiare Caterina e lo spinge sulla strada dello scisma. Così, gli dice, potrai sposare Anna Bolena, poi diventare capo della nuova chiesa inglese, la chiesa anglicana, ed esproprierai i beni della Chiesa di Roma, vescovadi, abazie, monasteri…Il popolo inglese è in buona parte contrario a questi progetti: Anna è odiata e considerata una prostituta e una strega, tanto che in una occasione 5-6000 donne assaltano il palazzo dove la Bolena è rinchiusa per ucciderla. Ma l’opposizione viene domata; Fisher e Moro vengono condannati a morte per non aver pubblicamente riconosciuto la giustezza dell’operato del re; frati e monaci vengono impiccati, affogati e poi squartati: le loro membra vengono messe agli angoli delle strade di Londra; la testa di Moro, appesa su una picca, viene esposta sul ponte di Londra ma presto tolta per evitare le processioni di ammiratori. Intanto nel 1533 Anna, che si è sposata col re sancendo la rottura con Roma, partorisce una bimba: Elisabetta.

 Nel 1534 il Parlamento proclama l’Atto di supremazia: nasce ufficialmente la chiesa anglicana, guidata dal re. E’ una chiesa nazionale di Stato, "l’Inghilterra che celebra se stessa": è fortemente nazionalista, in quanto i confini della fede coincidono con quelli dello stato e il capo della chiesa coincide col capo dello stato; profondamente antipapista, in quanto riprende la polemica luterana contro il papa considerato l’anticristo, e, di conseguenza, profondamente avversa ai due paesi cattolici per eccellenza, la Spagna e l’Italia. Nasce così l’Inghilterra moderna, quella che si espanderà schiacciando sempre di più, senza alcuna pietà, l’Irlanda cattolica, in parte sottomessa già dal XII secolo, e la Scozia, le sue colonie "domestiche", e poi creando a poco a poco l’"Impero su cui non tramonta mai il sole", dall’Australia, all’India all’America; nasce l’Inghilterra patria del capitalismo più spregiudicato, della pirateria che assale i galeoni spagnoli e portoghesi, con la compiacenza dei sovrani; dei trafficanti di schiavi che elimineranno i pellerossa e riempiranno il Nord America di neri schiavizzati, per poi privarli di ogni diritto, persino di quello di sedere sull’autobus, insieme ai bianchi, fino a Novecento inoltrato; dei venditori di oppio, che faranno i loro affari in Cina devastando la popolazione locale…

Di questa nuova mentalità, in cui l’uomo viene sacrificato al denaro in nome della "libertà", in cui il lavoro, esattamente come avverrà poi nell’ideologia marxista, diviene l’unico valore assoluto, sono protagoniste la nobiltà e la borghesia anglicana, che hanno abbracciato il nuovo credo, e che Enrico VIII ha ricompensato e legato a sé elargendo i beni e le terre della Chiesa cattolica: sono costoro che, divenuti più ricchi, potranno lanciarsi nelle speculazioni economiche, nelle monoculture, nelle recinzioni, nella privatizzazione delle terre comuni, spingendo molti contadini che vi vivevano, al vagabondaggio o all’alcolismo, nelle colonizzazioni e nei commerci…senza più l’ingombro della noiosa Chiesa cattolica, sempre pronta a richiamare, e a difendere i diritti umani dei più deboli (in Inghilterra, per secoli i cattolici saranno esclusi per legge dalla possibilità di accedere a cariche pubbliche). Questi nuovi adoratori del denaro, trasformano il vecchio mondo in direzione capitalista, ottenendo dal re e dal Parlamento continui benefici, ad esempio l’abolizione di festività cattoliche, che permette di sfruttare maggiormente i lavoratori subalterni; oppure l’Atto contro il vagabondaggio: la chiusura di opere assistenziali della Chiesa cattolica (ospizi, ospedali, orfanatrofi ecc., tutti passati ai fedeli del Tudor), insieme alle prime recinzioni, ha determinato l’esplodere della povertà, del vagabondaggio e del furto.

Enrico VIII e i suoi, che non vogliono essere frenati nella loro corsa all’arricchimento, usano il pugno duro, semplicemente eliminando poveri e vagabondi: 72.000 ne vengono impiccati durante pochi anni. Per secoli l’Inghilterra sarà famosa per la durezza delle pene nei confronti del furto: "dal 1688 al 1820 i reati che comportano la pena di morte passano da 50 a 200-250, e si tratta quasi sempre di reati contro la proprietà". Hegel denuncerà la severità "draconiana" con cui "in Inghilterra viene impiccato ogni ladro": la pena di morte, l’internamento in case di lavoro, i figli strappati alle famiglie povere già dai tre anni, per spingerli al lavoro, saranno l’unica soluzione dello Stato liberale di fronte al problema dei poveri, sino alla teorizzazione dell’eugenetica prenazista, cioè della loro eliminazione per via politica. Malthus sarà solo uno dei tanti a proporre una politica che ritardi i matrimoni dei poveri e la procreazione tra classi popolari, mentre Franklin, su suolo americano, si scaglierà contro i medici che salvano "metà delle vite che non sono degne di essere salvate". Preludio, evidentemente, alla teorie così in voga negli Usa a partire da fine Ottocento, sulla sterilizzazione degli "inferiori", tra i quali, soprattutto, immigrati, anche europei, e poveri.

Accanto a tutto ciò, convivono nell’Inghilterra che si considera liberale, varie forme di servitù: Adam Smith racconta che ai suoi tempi i lavoratori nelle miniere e nelle saline erano come i servi della gleba, potevano essere venduti o comperati insieme al luogo di lavoro, e portavano un collare con scritto il nome del loro padrone. I pensatori inglesi posteriori a Enrico VIII, seguaci idolatri del liberalismo, giustificheranno la schiavitù dei neri, l’eliminazione dei "serpenti papisti", lo sfruttamento intensivo delle colonie, dei vagabondi e dei bambini. Il maestro del liberalismo, Locke, avrebbe scritto: "il bambino può dimostravi che il negro non è un uomo" (Marco Marsilio, Razzismo, un’origine illuminata", Vallecchi).

Su questo assunto di base convaliderà e giustificherà la pratica dello schiavismo di massa. Riguardo agli irlandesi, nel suo "Trattato sulla tolleranza", affermerà: i papisti sono "come i serpenti, non si otterrà mai con un trattamento cortese che mettano da parte il loro veleno". Riguardo ai bambini poveri, che saranno insieme alle donne le prime vittime della furia capitalista nell’epoca dell’industrializzazione, sosterrà, insieme a Bentham, la necessità di "toglierli dalle mani dei genitori", ancora piccolissimi, per farne dei buoni lavoratori nelle fabbriche e nelle miniere (Domenico Losurdo, "Controstoria del liberalismo", Laterza).

Ma torniamo ad Enrico VIII, vero padre di quanto si è brevemente raccontato: la Bolena abortisce altre due o tre volte; Enrico inizia a pensare ad una maledizione e decide di far decapitare Anna (nel frattempo Caterina è morta eroicamente, qualcuno dice per avvelenamento, ma non è certo); disfattosi della Bolena sposa Jane Seymour, una giovane bruttina, zoppa, leggermente strabica e col doppio mento: Jane partorisce Edoardo e dopo 12 giorno, forse per mancanza di assistenza, muore. Subito il buon Cromwell procura al suo re un nuovo partito, Anna Claves, brutta, sgraziata, ma figlia di un duca tedesco protestante: un’alleanza contro Roma che può servire. Ma Enrico VIII, quando Anna giunge in Inghilterra, non accetta la sua bruttezza e Cromwell, che aveva combinato tutto, finisce decapitato; Anna viene allontanata e tenuta buona con grandi doni. Enrico non ama neppure il luteranesimo, al punto che minaccia di morte quei vescovi , sacerdoti e frati che hanno preso al volo lo scisma per procurarsi mogli e concubine.

Litigando con la prima moglie, Enrico VIII ha creato una nuova religione; ma non vuole che sia nuovo proprio tutto. Può ora sposare Caterina Howard, che verrà decapitata solo due anni dopo, nel 1542. In questi anni il re prosegue nel suo disegno di assoggettare la Scozia, come sua seconda colonia: attacca violentemente Giacomo V Stuart, re di Scozia e suo cugino, fa incendiare chiese, villaggi e cerca di legare a sé alcuni feudatari scozzesi; in particolare può giocare sui protestanti scozzesi, pronti a fare il gioco di un re straniero pur di contrastare la dinastia Stuart, ancora fortemente cattolica. Giacomo V muore di dolore, lasciando come erede la figlia, Maria Stuart, di sei anni. Enrico VIII muore nel 1547; il suo sepolcro, oggi, è vuoto, forse perché le sue spoglie vennero bruciate e disperse dalla figlia Maria. In conclusione si può dire che se non si mettono a fuoco queste vicende, non si può capire il grande successo del comunismo marxista, che nacque come un tumore in un corpo malato, conservando però lo stesso peccato originale del liberalismo: l’essenza materialista ed economicista.

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Il vero riformismo è nel centro destra

Osservava qualche giorno fa sul Corriere della Sera Nicola Rossi, stimato economista e deputato di Diesse che, deluso dalla politica non riformista di Prodi e Fassino, ha da poco riconsegnato la tessera del suo partito: “cosa pensereste di un leader politico che a novembre annuncia urbi et orbi che per marzo il paese avrà messo un punto fermo sui temi della riforma previdenziale e poi a gennaio conclude che la cosa non è poi così urgente? Non pensereste quello che pensano molti italiani? E, gentilmente, non si tiri fuori l’argomento francamente un po’ deboluccio relativo alle difficoltà entro le quali quotidianamente si muove la politica. Alla fatica – che c’è, lo sappiamo – della costruzione politica. Alla incertezza degli esiti: sappiamo anche questo, si può vincere e si può perdere. Il punto è un altro: da una classe politica si chiede – avrei voluto scrivere, si pretende – che spenda il proprio tempo a pensare come evitare o superare quelle difficoltà. La politica – mi si perdoni la franchezza – non è pagata per raccontare ai cittadini gli ostacoli che incontra giorno dopo giorno ma per superarli. Se ne è capace. E se non ne è, per lasciare ad altri la possibilità di provarci”. Trovo del tutto condivisibile l’analisi di Nicola Rossi quando sostiene che “la cifra di questa sinistra è questo governo”, smentendo la tesi di Romano Prodi, secondo cui “è falsa la divisione tra riformisti e conservatori”. L’economista marca la distanza dal premier che ritiene “non urgente” la riforma delle pensioni: “In fondo ? commenta Rossi ? lui dice ciò che molti nell’Ulivo pensano”. E allora è meglio smetterla con gli “alibi”, e ammettere un fallimento che è anche personale, “perché ? ha confidato Rossi ? avevo la speranza di vedere un giorno la sinistra italiana contaminata da idee liberali, come è avvenuto in Inghilterra e in Spagna”. Credo come Rossi che questo sia il problema politico non solo della Sinistra ma di tutto il centrosinistra al governo del Paese e della nostra Provincia. Centrosinistra che si è oggi rivelato la massima espressione non del riformismo ma del conservatorismo di chi per dirla con Tomasi di Lampedusa, annuncia di continuo cambiamenti (liberalizzazioni, riforma previdenziale, ecc.) perché si è disposti a cambiare tutto purchè nulla cambi. Di chi per non irritare i partner di governo più decisi e influenti perché con le idee più chiare – la sinistra radicale, i Verdi e Rifondazione – e per sottrarsi preventivamente alle critiche dei sindacati e dei poteri forti pronti ad alzare la voce di fronte a qualunque tentativo di rendere il sistema competitivo, ne accontenta le pretese rinunciando ad ogni prospettiva di sviluppo. Il che, beninteso, non equivale a stare fermi ma ad arretrare sempre più allontanandosi dagli obiettivi considerati oggettivamente irrinunciabili per la crescita della società e dell’economia, allontanando sempre più, in definitiva, la politica e le istituzioni dalla realtà che esige decisioni. A questa logica non sfuggono le “mezze riforme” messe in campo dalla Giunta provinciale del Trentino in questa prima metà della tredicesima legislatura. Mezze riforme perché anche quando le premesse sono teoricamente innovative l’esecutivo non è politicamente in grado di svolgerne fino in fondo la logica. Abbiamo così una riforma istituzionale che non riconosce piena responsabilità decisionale e finanziaria ai territori per paura che la Provincia perda il controllo sugli enti locali; una riforma della scuola che non attribuisce vera autonomia agli istituti per evitare che prenda piede una sana concorrenza fra loro e un’offerta plurale qualificata pubblica privata cui possano liberamente rivolgersi studenti e famiglie; una annunciata riforma della cultura che non riesce ad arrivare nemmeno ai blocchi di partenza per la pretesa di mantenere saldamente nelle mani della politica e della burocrazia i progetti e le iniziative più importanti in questo settore. Potrei citare altri esempi di leggi proposte o approvate (sulla ricerca, l’Itea, i nuovi tributi per il turismo e per le situazioni di non autosufficienza, ecc.). Quello che vorrei evidenziare è l’incapacità strutturale del centrosinistra al governo in Italia e nella nostra provincia di anteporre lo sforzo per risolvere i problemi e rispondere alle attese della gente alle pregiudiziali ideologiche da cui è ancora pesantemente condizionato al proprio interno. Ecco perché ha ragione Nicola Rossi quando, andandosene, afferma che se un governo non è capace di questo “lasci ad altri la possibilità di provarci”. E l’unica alternativa al conservatorismo del centrosinistra è oggi il riformismo programmatico del centrodestra e in particolare di Forza Italia, che a differenza dei propri avversari non è vanificato da profonde divisioni interne e crede profondamente e unitariamente nella necessità di restituire il primato, il protagonismo, la fiducia ai soggetti sociali, economici e territoriali liberandone la capacità ideale e di iniziativa a favore della crescita del sistema. Un riformismo – questo – incompatibile con gli ideali “rivoluzionari” e utopistici della sinistra, perché parte dal riconoscimento e dalla valorizzazione di quel che di positivo già esiste e costituisce una potenziale ricchezza per tutti. Un positivo da riconoscere nelle famiglie, nelle risorse umane delle persone, nelle piccole e medie imprese, nelle opere del no profit con cui il popolo, attraverso le proprie organizzazioni sociali ed economiche, mette in gioco se stesso per affrontare le sfide del presente e anche quelle del suo futuro. Nell’incontro tra tradizione politica cattolica e quella liberale questa attitudine riformista di chiama sussidiarietà. Sussidiarietà orizzontale e verticale. Attorno a questo che più che un principio astratto considero un criterio operativo da applicare flessibilmente ai problemi vecchi e nuovi della società e delle istituzioni, vedo la possibilità e l’opportunità per tutto il Trentino di costruire e offrire un’alternativa credibile all’inguaribile statalismo del centrosinistra.

cons. Walter Viola

Corriere del Trentino, domenica 21 gennaio 2007

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Servizio su Vittorio Messori

Cari Amici,

Vi ricordo che il resoconto dell’incontro con Vittorio Messori del 12 gennaio, sarà oggetto anche di un servizio su TELEPACE-Trento, che andrà in onda all’interno della Rubrica "Pietre vive" con i seguenti orari:

DOMENICA 21 GENNAIO – ORE 12:15 e ORE 20:00.

LUNEDI 22 GENNAIO – ORE 20:30.

MERCOLEDI 24 GENNAIO – ORE 19:55.

Paolo Zanlucchi.

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Per la Valdastico serve un referendum. Dite la vostra nel comnmento per un sondaggio

Dopo svariati studi d’impatto e fattibilità, dibattiti, convegni e polemiche al calor bianco, l’annosa e perennemente irrisolta questione – anzi, il tormentone – del completamento e dello sbocco dell’autostrada A31 della Valdastico dal Veneto in Trentino, è diventata l’emblema di una politica che non sa decidere, di un governo provinciale che non ha il coraggio di dire una volta per tutte di sì o di no alla realizzazione di quest’opera per paura di scontentare una parte dell’elettorato.

Ma quando la politica non sa decidere, quando chi governa non fa il suo mestiere, è necessario dare la parola ai cittadini. Se la democrazia rappresentativa si inceppa, è opportuno, se non necessario, ricorrere alla democrazia diretta, come la legge consente di fare.

Credo che la Valdastico sia il classico caso in cui un referendum costituirebbe lo strumento più appropriato ed efficace per chiudere, in un senso o in un altro, una vicenda trascinatasi al limite del ridicolo per le istituzioni, con enorme spreco di tempo e di denaro (in consulenze, progetti di ogni tipo, documenti preliminari, pagine e pagine di giornali, conferenze, comitati locali o di valle pro e contro, confronti più o meno a distanza ma sempre improduttivi tra le opposte fazioni, ecc.).

Propongo quindi a tutti i soggetti territoriali, sociali, economici e ambientali interessati, di unire le forze per promuovere un referendum provinciale risolutivo, che permetta di sottoporre ai cittadini della provincia di Trento questo semplice quesito: è favorevole o contrario al prolungamento dell’autostrada A31 della Valdastico in Trentino? Se è favorevole risponda “sì”. Se è contrario risponda “no”.

Esiste nell’ordinamento della nostra Provincia una apposita normativa, la numero 3 del 5 marzo 2003, che prevede la possibilità di utilizzare oltre al referendum abrogativo (in questo caso da escludere) altri due tipi di referendum:

– il referendum propositivo, per attivare il quale occorrono 8.000 firme di cittadini iscritti nelle liste elettorali dei comuni e un comitato promotore di almeno 10 persone che depositi la richiesta presso la presidenza del Consiglio provinciale. La proposta soggetta a referendum – dice la legge – è approvata se è raggiunta la maggioranza dei voti favorevoli validamente espressi, a condizione che alla votazione abbia partecipato la maggioranza degli aventi diritto al voto;

– e il referendum consultivo, che può essere richiesto con deliberazione assunta a maggioranza dai componenti del Consiglio provinciale, da almeno 10 consigli comunali che rappresentino almeno il 5% dei residenti nella provincia, dalla Giunta provinciale e dal Consiglio delle autonomie.

Non sono un tecnico, ma a mio parere per sciogliere il nodo della Valdastico servirebbe un referendum propositivo, che penso impegnerebbe di più le autorità competenti a rispettare la volontà dei cittadini formulando scelte coerenti.

In ogni caso credo che vi siano tutte le condizioni per promuovere questo referendum e mettere la parola fine all’estenuante e non più tollerabile querelle. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. Utilizza lo spazio del commento qui sotto per dire la tua. Se le opinioni fossero parecchie avremmo una specie di sondaggio preliminare partendo dal quale l’ipotesi potrebbe iniziare a materializzarsi.

Gianburrasca

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David & Victoria, coppia da business

David Beckham chi? Ah sì, Beckham, il testimonial della Gillette. Ma certo, il marito di Victoria Adams. Il calciatore? ? vero, in estate è apparso nella Nazionale inglese, nel senso che qualcuno è sicuro d’averlo intravisto in campo. Sarà. Ogni tanto gioca, pare, nel Real Madrid. Gioca? Vorrebbe giocare, perché Capitan Mascella, in arte Fabio Capello allenatore delle merengues, lo lascia volentieri in panchina, anzi lo relega in tribuna. David Beckham: a giugno lascia la Spagna e vola con tutta la famigliola – la moglie Victoria e i tre figli: Brooklyn, Romeo e Cruz – a Los Angeles. Dove potrà con maggior agio fare il modello, il testimonial, forse perfino l’attore e, nei week end, giocare a calcio. Non nella squadretta di amici, ma da professionista nel Los Angels Galaxy, dove nei prossimi cinque anni guadagnerà, secondo le diverse stime apparse ieri sui giornali, una cifra compresa tra i 180 e i 250 milioni di euro. Nel Real ne percepiva appena 27 all’anno, quindi è un affare. Siamo tutti contenti per lui, meno per il calcio, che perde definitivamente un potenziale campione. Campione… ? difficile dire se alla gloria David Beckham sia approdato più per le magie del piedino destro o la vezzosità del nasino, e le fattezze da modello, icona buona per gli appetiti di lei e pure, in taluni casi, di lui. La natura possiede un senso dell’umorismo non privo di crudeltà. Pensate se avesse regalato il fisico glamour di David Beckham a un nostrano Bruno Conti. O, analogamente, se avesse donato a Victoria Adams la voce di Mina. In California nessuno metterà sotto accusa David e Victoria per le scarse doti di fiato. Una cosa sola conterà: che il prodotto “Beckhams” sia vendibile più e meglio che in Europa. Perché questo e non altro sono i “Beckhams”, per elezione o dannazione: un prodotto, nient’altro che un prodotto. Da vendere e comprare. Una ben rodata macchina per soldi che a Los Angeles potrebbe rinfrescare i suoi fasti ingrigiti. Qui in Europa, infatti, Victoria poteva anche non più cantare (si fa per dire), nessuno le avrebbe rimproverato il silenzio dell’ugola; ma David qualche punizione pennellata, qualche lancio sapiente, qualche discesa sulla fascia gli venivano chiesti, sia pur con parsimonia. E Capello temiamo se ne infischi di quale sia la cola preferita di David, lui pretende di vederlo sudare e perfino spettinarsi in campo. Go to Usa, dunque. Nella California dell’altra coppia-prodotto, Brad Pitt e Angelina Jolie, dell’altro nasino carino Leo Di Caprio, di tanti belli in batteria che servono a far vendere creme e gioielli, automobili e telefonini, bibite e scarpette. Che in tutto ciò ci sia tanta prosa e niente poesia, è assodato. Beckham dal Real Madris al Los Angeles Galaxy: qualcuno avverte un tumulto nel cuore? No. Siamo soltanto incuriositi dalle cifre, dai pacchettoni di dollaroni, dalla nuova villetta da 15 milioni. L’uomo prodotto entrerà in una nuova fase produttiva. E chissà come ci si sente ad essere tutto un brand. La premiata ditta “Beckhams” è davvero un’icona, il simbolo di una società in cui vali per quel che rendi; e il talento vale poco se non hai il nasino giusto per promuovere la bibitona. Chissà se chi è baciato da tanta generosa sorte riesce a rimanere un essere umano, dotato di cuore e autoironia. Noi glielo auguriamo. E da calciopati cronici ci prepariamo rassegnati alle dimenticabili partite del Galaxy, che i gentili sponsor non mancheranno di infliggerci. //
(Da Avvenire, 13 gennaio 2007).

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Che fine ha fatto, assessore Andreolli, la sua riforma della sanità?

Sparito nel nulla, desaparecido, evaporato, volatilizzato. Da otto mesi non se ne ha più notizia. Urge una puntata di "Chi l’ha visto". Parlo del disegno di legge con cui l’assessore alle politiche per la salute della Provincia Remo Andreolli (nella foto) si proponeva – si propone ancora? si proporrà? – di promuovere nientepopodimenochè la riforma del sistema sanitario del Trentino. Sentite cosa dichiarava al riguardo il 5 maggio scorso, dopo la riunione della Giunta provinciale durante la quale aveva presentato in pompa magna il suo disegno di legge.

«Le idee guida su cui il provvedimento legislativo fa perno possono essere in estrema sintesi ricondotte alle seguenti: a) riaffermare le funzioni e rafforzare gli strumenti di governo della Provincia; b) responsabilizzare e coinvolgere i soggetti istituzionali, professionali e sociali per l’attuazione delle politiche per la salute; c) diversificare e decentrare i poteri e le responsabilità gestionali della Azienda sanitaria; d) rivalutare il ruolo servizi sanitari territoriali; e) razionalizzare in modo funzionale la rete ospedaliera.

E dunque con riferimento a queste idee guida il disegno di legge oltre a confermare quanto previsto dalle recente legge provinciale numero 12 del 2005 introduce anche altre significative novità. In particolare riguardo al governo provinciale è previsto il rafforzamento del ruolo della Giunta provinciale quanto agli aspetti programmatori e di controllo (articolo 3); è poi prevista l’istituzione di un osservatorio per la salute della popolazione (articolo 9) e la creazione di una struttura unificata per la programmazione e l’organizzazione di attività di formazione di base e continua (articolo 11).

Ma è prevista anche la definizione di un programma triennale di ricerca finalizzata (articolo 13); l’esercizio di controlli di qualità delle attività sanitarie e di indagini di soddisfazione dei cittadini verso i servizi sanitari (articolo 17).

Per quanto riguarda invece la partecipazione il disegno di legge dell’assessore Andreolli prevede la definizione di un ruolo più forte dei consigli per la salute (già comitati di distretto) (articolo 18) e una particolare attenzione è riservata alle forme partecipative/consulenze dei cittadini (articolo 20) e degli operatori sanitari (articolo 21).

Con riferimento alla direzione aziendale viene invece individuata una direzione strategica composita e di direzioni operative di vertice con rilevanza esterna (articoli 24 e 26) e viene istituito un collegio di direzione (articolo 31). La nuova disciplina del Servizio sanitario provinciale si occupa poi dei servizi sanitari distrettuali.

E’ prevista la figura di un direttore per l’integrazione delle attività territoriali (articolo 24); la nascita di un piano distrettuale per la salute coerente con il piano provinciale (articolo 7) e di un organismo tecnico di coordinamento delle attività distrettuali per l’attuazione del piano distrettuale (articolo 28) nonché la messa a disposizione di risorse a ciò dedicate (articolo 33).

Infine, con riguardo ai servizi ospedalieri, si prevede la creazione di un servizio ospedaliero formato dall’insieme dei presidi sanitari (articolo 29) e la dipartimentalizzazione di tutti i servizi ospedalieri secondo criteri clinici o funzionali (articolo 30).»

Questo l’annuncio senza seguito dell’assessore che ho ripescato dal mare, anzi, dall’oceano dei comunicati stampa sfornati, da allora fino ad oggi, dal governo provinciale. Una chicca, no? Si citano anche gli articoli del disegno di legge scomparso. Per una volta, quindi, non mi interessa entrare nel merito del provvedimento. Le chiedo sotanto – assessore Andreolli – di rivelare che fine ha fatto questo suo disegno di legge di cui, in effetti, forse il Trentino oggi avrebbe bisogno. Qualcuno – magari il magadirettore galattico dell’Azienda provinciale dei servizi sanitari Carlo Favaretti – ne sa qualcosa? 

Non stiamo parlando del secolo scorso, ma del maggio 2006. Non credete anche voi che l’assessore dovrebbe degnarsi di spiegare un attimino ai cittadini della provincia quali problemi gli hanno impedito di mantenere l’impegno verosimilmente più importante da lui pubblicametne assunto in questa legislatura: la riforma della sanità, di sua esclusiva competenza? E’ stata chiusa in un cassetto o buttata nel cestino? Perché l’argomento non è stato più nemmeno sfiorato? Sono forse intervenuite difficoltà politiche, tecniche, burocratico-amministrative, sociali, psicologiche, mal di pancia? Colpa di qualche lobby del mondo sanitario che si è messa di traverso? O più banalmente tutta la sua riforma si è ridotta all’introduzione dei ticket sul pronto soccorso? Ci spieghi assessore, ci spieghi.

Gianburrasca

 

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