Gerusalemme, 8 gennaio 2007 – Soltanto le cifre riescono a volte a restituire i contorni delle tragedie più imponenti. Quelle raccolte da B’Tselem – il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori palestinesi – puntualmente ogni anno rendono eloquentemente visibile la gravità della situazione.
Nel 2006, sono stati 660 i palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nei Territori e all’interno di Israele. Quasi due morti al giorno. Il dato include ben 141 minorenni, il che porta addirittura a 811 il totale delle vittime tra i giovanissimi dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000).
Da sottolineare, peraltro, che almeno 322 dei 660 palestinesi colpiti nel 2006 non stavano prendendo parte ad alcun tipo di scontro armato. Nella sola Striscia di Gaza, riporta B’Tselem, dal sequestro, a fine giugno scorso, del caporale Gilad Shalit per mano di guerriglieri palestinesi, le forze israeliane hanno ucciso 405 palestinesi (inclusi 88 minorenni), 205 dei quali non stavano partecipando ad azioni ostili. Di converso, sono 17 i civili israeliani uccisi da miliziani palestinesi durante lo scorso anno, mentre le vittime tra le file delle forze di sicurezza sono state 6 (316 in totale dallo scoppio della seconda Intifada).
Le statistiche raccolte da B’Tselem – organismo fondato nel 1989 da un gruppo di professori universitari, avvocati, giornalisti e membri del Parlamento israeliano – riguardano anche numerosi aspetti della vita quotidiana nei Territori.
Israele, ad esempio, mantiene ben 54 check-point fissi all’interno della Cisgiordania, 12 nella sola città di Hebron. Ogni settimana, inoltre, vengono piazzati in media almeno altri 160 punti di controllo “volanti” in tutta la Cisgiordania. Ad essi, poi, vanno aggiunte le centinaia di ostacoli fisici (muri, trincee, sbarramenti di terra e via dicendo) eretti dalle forze di sicurezza israeliane per limitare la circolazione dei palestinesi.
Altri dati importanti raccolti da B’Tselem sono quelli relativi alla demolizione di appartamenti ed edifici appartenenti a famiglie palestinesi. Nel 2006 Israele ha proceduto alla distruzione di almeno 292 case (279 delle quali nella Striscia di Gaza) nel corso delle sue operazioni militari. Così, 1.769 palestinesi sono rimasti senza tetto. Soltanto in 80 casi, peraltro, le famiglie coinvolte erano state avvertite per tempo della prossima demolizione. Altre 42 abitazioni sono inoltre state distrutte a Gerusalemme Est, in quanto costruite senza i necessari permessi: ospitavano non meno di ottanta persone.
Infine un’occhiata alle cifre relative ai prigionieri. Israele, allo scorso novembre, deteneva in carcere 9.075 palestinesi, 345 dei quali con meno di diciotto anni. Ben 738 detenuti, quasi uno su tredici, sono “ospiti” delle celle israeliane sulla base di un provvedimento di “detenzione amministrativa”. Senza cioè essere mai stati processati o informati delle accuse in base alle quali sono stati arrestati. (da Terrasanta.net, sito della Custodia di Terra Santa)
Francis Crick, scopritore del Dna, preferisce gli extraterrestri a Dio.
Gli antichi presocratici, che non credevano ad un Dio creatore, cercavano nella realtà un principio primo, qualcosa di altro, tangibile e visibile, capace di rendere conto di tutto l’esistente: tutto deriva dall’acqua, o dall’aria, o dagli atomi….I moderni presocratici, alla Darwin, hanno provato a ripetere lo schema filosofico, non scientifico. Tutto, ma proprio tutto, deriva da altro: da un’ ameba originaria…Nella modernità che rifiuta Dio, l’acqua, o l’ameba, tornano a divenire dio, come nei tempi antichi, alla faccia dell’evoluzione, e l’uomo, di conseguenza, precipita a creatura inferiore all’acqua e all’ameba stessi, che ne sarebbero la causa! Al punto che evoluzionisti come Darwin e Spencer si oppongono alla vaccinazione, in quanto essa salva sì migliaia di uomini, ma determina anche un “impedimento al realizzarsi della libera competizione”. In realtà, da subito, molti evoluzionisti, tra cui Wallace, amico di Darwin, e per molti aspetti superiore, e Lyell, anch’egli amico e ispiratore di Darwin, si distaccano, insieme al grosso degli evoluzionisti, dal pensiero del loro celebre amico, per affermare l’esistenza di un salto evolutivo tra il bruto e l’uomo, e la presenza, nella natura, di un “disegno”, di un “piano”, di una “mente” superiore: l’esistenza di un Altro, con la maiuscola, che solo può spiegare la bellezza, la complessità, il “mistero della creazione”. Circa duecento anni più tardi, Francis Crick, scopritore della struttura a doppia elica del Dna, premio Nobel, e sostenitore di una moderna versione dell’eugenetica, deve fare i conti con qualcosa di straordinario: l’esistenza, in natura, persino nella forma di vita più meschina, di un principio informatore, di una misteriosa intelligenza intrinseca. Scrive così un’opera intitolata, in italiano, “L’origine della vita” (Garzanti), con prefazione del celebre scienziato Tullio Regge. In tale introduzione di appena tre pagine, torna almeno in due occasione il concetto di miracolo: di fronte al Dna, Regge parla di “reazioni chimiche che vengono miracolosamente regolate da una folla di enzimi specializzati la cui efficienza supera di gran lunga quella dei catalizzatori industriali”. Il Dna, insomma, secondo uno scienziato laico, oltrepassa l’opera intelligente, il disegno delle maggiori invenzioni umane. Nella seconda pagina della sua trattazione Crick, invece, esprime subito il suo atto di fede presocratico: tutto deriva da altro. Lo fa, però, introducendo un aggettivo poco scientifico, “misterioso”, al quale seguirà più volte la parola “miracolo” (ad es. a p. 52, 85…): “Il passo successivo è per ora misterioso: la formazione, a partire dalla zuppa (originaria, ma non si sa di quale provenienza, ndr), di un sistema chimico primordiale ma autoriproducentesi”. Nel capitolo intitolato “Aspetti della vita” Crick nega implicitamente la credenza darwiniana nel caso. Paragonando la struttura di una proteina, composta di tanti aminoacidi, ad una frase formata di lettere, scrive: “Anche se disponessimo di un miliardo di scimmie che sappiano scrivere a macchina è quasi nulla la possibilità che esse riescano a scrivere correttamente, durante un periodo pari all’età dell’universo, anche una sola terzina di Dante…abbiamo quindi scoperto che …esistono strutture complesse che si presentano in molte copie identiche, che hanno cioè una complessità organizzata, e che non possono essere nate per caso. La vita, da questo punto di vista, è un evento infinitamente raro, tuttavia la vediamo brulicare intorno a noi. Come è possibile che una cosa così rara sia così comune?”. A pagina 85 Crick conclude: “Un uomo onesto, munito di tutte le conoscenze attuali, può solo affermare che per ora, in un certo senso, l’origine della vita appare quasi un miracolo tante sono le condizioni che debbono essere soddisfatte perché il meccanismo si metta in moto”. Ma se la vita si è sviluppata sulla Terra, continua Crick, così “miracolosamente”, perché ciò non è avvenuto anche su altri pianeti, dove sarebbe stata più probabile, essendo essi più grandi e contenendo quantità immense di materiale organico? Non volendo ammettere l’esistenza e la necessità logica di un Altro, irriducibile a molecole di acqua o ad amebe, Crick finisce per cadere nell’assurdo: la vita non sarebbe nata sulla Terra, evento scientificamente troppo improbabile, troppo “misterioso”, ma “sarebbe arrivata non grazie ad un intervento divino bensì portata da una astronave lanciata da una superciviltà scomparsa da tempo” e abitata da “guardiani cosmici” che ci osservano senza essere visti… Che creduloni, questi scienziati “atei”!
Incontro con Messori
L’opera di Vittorio Messori riveste nell’ambito cattolico un ruolo di particolare rilievo. Negli anni Settanta, quando anche nel nostro paese-vuoi per ragioni ideologiche, vuoi sull’onda del concilio- prese corpo l’idea di una Chiesa sempre più “dissolta” dentro il mondo e i suoi problemi, Messori rappresentò un’anomalia. Egli infatti si poneva in una posizione di rilancio della fierezza cristiana. Allora, era diffusa l’idea che il credente dovesse scomparire, farsi semplicemente lievito. La conseguenza più immediata scaturita da un tale atteggiamento produsse una progressiva disaffezione nei confronti della Chiesa visibile e delle gerarchie cattoliche. A molti, il dirsi cattolici parve una forma di presunzione, per non pochi l’incontro con la miscredenza, il dubbio, lo smarrimento dell’uomo moderno, parve potersi realizzare soltanto se fosse venuta meno l’identità. Andò così prendendo sempre più corpo la convinzione che il dialogo fosse possibile prescindendo dalla propria fede e dal senso di appartenenza ad una Chiesa. Ad esso si sostituì l’idolo del pacifismo e la forza di ideologie che spesso confinarono l’annuncio cristiano in un angolo.
La dimensione spirituale, il senso del miracolo, l’importanza dei sacramenti, furono sacrificate al feticcio dello sforzo umano e della buona volontà, protesi entrambi verso l’edificazione di una società più giusta.
Un contributo non indifferente ad un tale disegno venne da parte di molti sacerdoti, che si ritennero liberi battitori, profeti presuntuosi e solitari, intrisi di sociologismo, psicanalisi, metodo storico critico negli studi biblici.
Il risultato fu la scomparsa della cultura cattolica, il seppellimento della tradizione, il progressivo svuotarsi delle chiese. Messori contrastò per primo tutto questo, riproponendo la forza del cattolicesimo, della sua storia, della sua tradizione, dei suoi riti, dei suoi santi.
Ipotesi su Gesù, il suo primo libro ha rilanciato la disciplina dell’apologetica, ovvero della fondazione razionale delle ragioni del credere; il successo è stato enorme.
Evidentemente con quel libro Messori rispondeva ad un bisogno, personale e collettivo: rimettere al centro la forza dell’annuncio cristiano attraverso argomenti solidi, razionali.
Da allora lo scrittore Piemontese è diventato uno dei più importanti e tradotti scrittori cattolici nel mondo.
Con i quattro volumi, che egli stesso definisce: “L’esperienza del Vivaio”, Messori dà vita ad una sorta di “Enciclopedia Cattolica”, fatta di semi, suggerimenti, aneddoti, frammenti, tenuti assieme dall’intento di recuperare dentro una corretta prospettiva, la bimillenaria vicenda cristiana.
L’incontro di questa sera è un frutto del lavoro di Vittorio Messori, ma vuol pure essere un omaggio e un grazie da parte di tutti coloro che hanno condiviso il suo percorso intellettuale traendone spunti e motivi di approfondimento, credenti e non.
I signori del DNA.
Il sociologo Edgar Morin ha recentemente affermato che c’è il rischio di nuovi, terribili totalitarismi, in cui le biotecnologie, di per sé, in molti aspetti, anche buone, potranno diventare lo strumento principale dei nuovi dittatori! Occorrono esempi concreti? Ne farò qualcuno, rifacendomi ad un testo scritto da alcuni giuristi e scienziati, intitolato “I giudici davanti alla genetica” (Ibis, Pavia, 2002). Non prima, però, di aver ricordato, a titolo esemplificativo, lo strano fatto per cui oggi in Cina, cioè in un paese ancora dittatoriale, “esistono già circa 40 cliniche di fecondazione in vitro, spesso costruite con l’assistenza dell’esercito, che, unitamente a influenti segmenti governativi, sembra profondere grande impegno a favore dello sviluppo di queste tecnologie” (Gregory Stock, “Riprogettare gli esseri umani”, Orme). Non si può non chiedersi: perché tanta attenzione alla sterilità, in un paese sovrappopolato e con la politica del figlio unico, come la Cina? Cosa importa la fecondazione artificiale all’esercito e al governo?
Lascio a voi la risposta, e ritorno al libro citato. Nel primo intervento il magistrato Amedeo Santosuosso ricorda alcuni rischi connessi alla “discriminazione su base genetica”: senza parlare della folle abitudine di scegliere i figli su misura, attraverso l’utilizzo di test genetici, della Fiv e dell’aborto selettivo, allude a questioni concernenti gli adulti. In particolare, ad esempio, cita il caso di Theresa Morelli, avvocatessa dell’Ohio: costei “si rivolge ad una compagnia di assicurazione per stipulare una polizza sanitaria, ma il contratto le viene rifiutato. Il motivo: è noto che il padre è affetto da Corea di Hungtington, malattia ereditaria che la giovane donna ha il 50% di probabilità di aver ereditato come predisposizione…Milioni di americani, al pari di Theresa, corrono il rischio di perdere la copertura assicurativa in quanto portatori di geni che sono associati ad una malattia”. Un rischio analogo può avvenire nel campo del lavoro: “la discriminazione genetica da parte dei datori di lavoro è una sorta di effetto collaterale della discriminazione genetica da parte di assicurazioni sanitarie: i datori di lavoro, infatti, sono interessati a discriminare geneticamente i dipendenti o gli aspiranti al posto di lavoro nella prospettiva di contenere i costi delle assicurazioni sanitarie, per malattie, infortuni, assenze”. Potrebbero bastare queste brevi considerazioni per comprendere che il pericolo non è tanto un nuovo “oscurantismo”, quanto, semmai, un nuovo liberismo assoluto nel campo scientifico-tecnologico! Ma il Santosuosso ci fornisce altre interessanti notizie: “il 17 dicembre 1998 il Parlamento Islandese…approva una legge che autorizza la raccolta e l’elaborazione dei dati sanitari e genetici dell’intera popolazione dell’isola da parte di imprese private a scopo di profitto”. Succede cioè che la società “deCode Genetics”, con interessi nel campo farmaceutico, viene autorizzata a accumulare “i dati che i medici raccolgono dai loro pazienti, i dati già raccolti sulla popolazione deceduta, i dettagliati alberi genealogici conservati da molto tempo presso le chiese sparse nel paese e i dati su campioni di sangue e tessuti”. La “deCode Genetics” “acquista il diritto di usare, per dodici anni, e a scopo di profitto economico” tutti questi dati! La cosa incredibile sta dunque nel fatto che uno Stato possa vendere tutte le informazioni più riservate (genetic privacy) del suo popolo ad una azienda privata, fondata con capitali americani, e quindi stranieri, che, a sua volta, senza neppure consenso informato, può elaborarli e utilizzarli “a scopo di profitto, con un pressoché totale diritto di esclusiva”! L’acceso poi, anche dello Stato, a tali “dati legati alla predizione di malattie” potrebbe aprire al strada anche alle tentazioni eugenetiche: “non bisogna mai dimenticare che tutta la legislazione eugenica di inizio Novecento, e poi quella della Germania, avevano come obiettivo dichiarato il miglioramento della società”. Il caso Islandese ci permette di toccare brevemente un altro aspetto legato alle biotecnologie. Quello degli interessi economici connessi ai brevetti. Scriveva Jacques Testart, pioniere della fecondazione in vitro, nel suo “La vita in vendita”: “la vita sta per essere integralmente trasformata in capitale e in merce, ovvero in fonte di profitto e in oggetto di scambio. Negli USA la terapia genica fa parte della nuova economia ed è quotata in Borsa…Nel 1980 la Corte Suprema Americana ha dichiarato brevettabile un batterio transgenico, mangiatore di idrocarburi, manipolato da un ricercatore. Per motivi di sicurezza il microbo non è mai uscito dal laboratorio per combattere una marea nera. Ma è entrato nella storia come il primo organismo vivente brevettato. Poiché il suo genoma era stato modificato da una mano d’uomo, era passato dal mondo dei prodotti naturali (non brevettabili), a quello delle invenzioni (brevettabili). Qualche anno fa, l’ufficio americano dei brevetti aveva concesso a Incyte un brevetto su 44 geni umani. L’unico lavoro dell’azienda era consistito nello scoprire un frammento di ciascuno dei 44 geni, senza nemmeno che la loro funzione precisa fosse identificata. Ma questi geni sono ormai una sua proprietà esclusiva: nessuno potrà sfruttarli senza l’accordo, vale a dire royalties che immaginiamo alte, di Incyte…L’appropriazione dell’oggetto scoperto, che sopprime il limite tra scoperta e invenzione, è qualcosa di nuovo nella scienza. Riusciamo a immaginare Cuvier che reclama i diritti sui fossili, o Marie Curie che fa brevettare l’uranio?”. Il problema dei brevetti (per esempio sulle staminali embrionali) è dunque assai serio, anche se nella recente campagna contro la legge 40 non se ne è quasi mai discusso, forse per fingere che il denaro non c’entrasse nulla! Ne parla anche la giurista Mariachiara Tallacchini nel saggio della Ibis già citato, sottolineando come, mentre la “disciplina statunitense sui brevetti considera come fenomeni non distinguibili scoperta e invenzione”, “la Direttiva europea 98/44/EEC sulle invenzioni biotecnologiche non definisce il termine invenzione, ma indica in novità, inventività e applicabilità industriale i requisiti delle invenzioni biotecnologiche, la cui brevettabilità è ammissibile anche se esse riguardino un prodotto consistente in, o contenente, un materiale biologico o un processo in cui sia prodotto, processato o utilizzato un materiale biologico (art.3)”. A tal riguardo il già citato Santosuosso specifica: “un elemento isolato dal corpo o prodotto con un processo tecnico, ivi compresa la sequenza parziale o totale di un gene, può rappresentare una invenzione brevettabile, anche se la struttura dell’elemento riprodotto è identica a quella naturale”. E’ evidente come, anche nel caso dei brevetti, ci si trovi di fronte a qualcosa di epocale. Lo scriveva anche l’europarlamentare verde Alex Langer: “finora quello che è terapia medica era sempre stato escluso dalla brevettabilità. Come ovviamente era escluso il corpo umano. Domani saremo nelle mani di chi ha la titolarità di questi brevetti” (Il Foglio, 2/7/2005). Se così è non possiamo non gettarci a capofitto, ancora una volta, nella battaglia per impedire che il progresso divenga fonte di asservimento e di perdita della libertà, “il bene più prezioso che i cieli abbiano dato agli uomini”. In nome di questa libertà, e del diritto naturale, occorrerebbe forse stipulare una inedita alleanza, che veda coinvolte anche quelle forze ambientaliste e no global sincere, che in parte hanno colto l’estremo inganno in cui i loro leaders li hanno portati: perché non si può essere per la natura, e poi schierarsi, come i Verdi italiani, contro la legge 40 (pessima, ma per le troppe aperture, non, come dicono, per limiti, pochissimi, che impone)! E non si può essere critici verso le multinazionali e lo strapotere dell’economia, e non contrastare l’estrema commercializzazione del corpo umano e della sua salute! (Da: “Controriforme”, Fede & Cultura)
Saddam e i “dimenticati”: il relativismo è nemico della pace
(Nella foto, Marco Pannella)
A proposito dell’impiccagione di Saddam Hussein, pur condividendo le considerazioni sottoriportate dell’amico Marco Luscia contro la pena di morte, concordo pienamente con la riflessione di Bernardo Cervellera, pubblicata dal sito AsiaNews.it che riporto di seguito e consiglio di leggere.
«Siamo ancora segnati dal dolore e dalla preghiera per l’esecuzione di Saddam Hussein. Ma non possiamo non denunciare tanta ipocrisia da parte dei molti campioni contro la pena di morte che l’ex dittatore irakeno è riuscito a radunare prima e dopo la sua impiccagione.
Perché questi “professionisti” dello scandalo per la pena di morte comminata contro un uomo che ammirava – e seguiva – Hitler , poco si dolgono di altre condanne a morte e di altre violenze? Quando mai un vescovo cinese scomparso e ucciso nei lager ha trovato tanta solidarietà? Quando indù, cristiani, musulmani imprigionati nelle carceri saudite o iraniane hanno goduto di tanto sdegno internazionale e sostegno personale e pubblico? Il piangere da un occhio solo da parte di personaggi o organizzazioni è segno non solo di una soffocante visione ideologica, ma di un profondo relativismo.
Il relativismo, è un pericolo alla pace alla stregua del terrorismo e della guerra. Questo atteggiamento così diffuso in occidente, che vuole scrollarsi di dosso qualunque certezza e qualunque quadro di valori, che innalza i tiranni e nasconde i perseguitati, che parla in modo ovattato di tutto perché non si interessa di nulla, è stato messo da papa Benedetto XVI fra i veri pericoli della pace nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della pace 2007. Finora avevamo sempre pensato che il militarismo, le guerre, i carri armati, le bombe atomiche e nucleari erano ciò che uccide la pace. E lo sono.
Tutti gli strumenti di offesa sono frutto di ideologie che vedono la soppressione dell’altro come condizione indispensabile alla vittoria delle proprie idee. Ma nel Messaggio di quest’anno il pontefice punta il dito su quelle concezioni relativistiche della persona che svuotano di ogni senso universale i diritti dell’uomo e il valore della persona umana.
Da anni all’Onu, al Parlamento europeo e in altre organizzazioni internazionali si suggerisce una visione di questo tipo per cui i diritti di un cinese o di un africano non sono uguali a quelli di un europeo, o un americano. Il risultato è sempre il disinteresse verso la sorte di milioni di persone uccise, torturate, soffocate nella loro espressione, mentre la vela dei propri interessi nazionali ed economici viaggia su mari tranquilli.
Alcuni mesi fa, in prossimità dei colloqui fra Cina ed Europa, Antti Kuosmanen, ambasciatore finlandese a Pechino, ha dichiarato candidamente che “i diritti umani” non sono “un punto dominante” del rapporto. Se si prende in considerazione che le stesse organizzazioni – Onu e Parlamento europeo – combattono una guerra per “la libertà” nella definizione del genere (maschio, femmina, lesbica, gay, ecc…), delle coppie di fatto, dell’aborto come “diritto riproduttivo”, della manipolazione degli embrioni, si comprende che questo relativismo non è altro che una grave forma di schizofrenia.
Lo abbiamo vista in atto anche con la morte di Saddam Hussein. Come un dottore sapiente e pietoso, Benedetto XVI traccia altre forme di questa malattia. Fra queste vi è un modo distorto di affrontare i problemi ecologici. Il papa nel suo Messaggio chiede a tutti di maturare verso “un’ecologia sociale”, che comprenda l’attenzione all’uomo e al destino dei popoli.
Per questo l’impegno contro l’inquinamento dei mari, per la salvaguardia di specie faunistiche in estinzione e per la ricerca di energie alternative non può dimenticare che al centro di tutto (e non come problema da eliminare) vi sono gli esseri umani. Le energie che si investono per la difesa delle balene, o per piangere il delfino bianco dello Yangtze devono essere ridistribuite per aiutare gli uomini a trovare la via di uno sviluppo sostenibile e dignitoso, che comprende la cura delle malattie e il diritto all’acqua potabile.
E se i diritti umani sono per tutti, bisogna che la libertà religiosa sia perseguita non solo (ed è giusto) per i musulmani in Europa, ma anche per i cristiani che vivono nel mondo islamico. Questo disinteresse per l’elemento “uomo” nel pacifismo ecologico e diplomatico mondiale pesca in una malattia ancora più radicale, che è un pessimismo sull’uomo e sul suo valore, sulla sua capacità di rispondere a compiti e doveri.
Per questo, invece di fare appello alla sua responsabilità, si scelgono le vie drastiche del potere, della guerra, dell’eliminazione, della schiavitù o la violenza dell’indifferenza. Il papa nel suo Messaggio suggerisce anche una medicina: per rimettere l’uomo al centro della pace, occorre rimettere Dio al centro della vita dell’uomo. Benedetto XVI suggerisce due piste fondamentali: affermare il diritto alla vita, come “un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità”; affermare la libertà religiosa perché essa “pone l’essere umano in rapporto con un Principio trascendente che lo sottrae all’arbitrio dell’uomo”. Senza queste due direzioni il relativismo e la schizofrenia ci portano solo all’eutanasia e alla dittatura, alla guerra e alla cultura di morte.»
Nessuno può dirsi giudice
La vicenda di Saddam, il macabro rito della sua impiccagione, rivela una serie di elementi che non possono che inquietarci. La preparazione dell’esecuzione e gli ultimi istanti di vita raccontati attraverso le immagini rappresentano quanto di più lontano si possa immaginare rispetto alla pietà cristiana. Tutto ciò esprime un sentire primitivo: l’idea di una rappresentazione che funga da elemento sinistramente pedagogico, un monito, un avvertimento. Perché quelle immagini sono distillate con maestria, non sono casuali e non riflettono neppure la realtà ma soltanto una porzione di essa, quella che fa comodo ai vincitori. Quei fotogrammi ci riportano indietro di cento anni quando sulle piazze si poteva assistere alla fine del delinquente esposto al pubblico supplizio.
Niente, oggi, legittima la pena di morte, il suo allestimento, la sua calcolata e rituale esecuzione.
Questo è il disagio che ha ferito molti occidentali davanti al tiranno sull’orlo del baratro.
Saddam fu condannato a morte oramai molti anni orsono, quando si decise di identificare in lui il male, o meglio una forma del male assoluto. Come si fece dopo la morte di Hitler quando la coscienza dei vincitori si trovò costretta a fare i conti con l’immane tragedia dell’olocausto. I Sovietici furono tra i primi ad avanzare l’ipotesi che il Hitler fosse un depravato, un folle, che il suo cervello presentasse un strana inconsistenza, che fosse afflitto dalla sifilide. Nell’autopsia sul corpo carbonizzato di Hitler essi andarono a cercare la conferma delle loro ipotesi, si spinsero persino ad affermare che il leader nazista non trovò neppure la forza di spararsi, rivelando con questo la propria estrema codardia. Ma le cose non andarono così. Certo, l’ipotesi che il male fosse causato da un singolo individuo capace di attrarre a sé, grazie ad un carisma demoniaco, l’intero popolo tedesco seducendolo e trascinandolo verso il baratro, fu assai comoda.
Come ha fatto comodo fare di Saddam l’istigatore del terrorismo internazionale e il tiranno smanioso di possedere la bomba atomica. Per alcuni anni da parte di stampa e televisione si è taciuto delle molte dittature, dei molti tiranni presenti sul pianeta, dipingendo il solo Saddam come la quintessenza del male.
Questa procedura ha evitato a ciascuno noi di fare i conti con la reale natura del male, con il fatto che esso non sia mai espressione della follia, del cortocircuito di un singolo individuo, ma sia piuttosto una forza oscura, potente, capace di sedurre ogni individuo solo che le condizioni si presentino. L’idea “dell’uomo malvagio” ci deresponsabilizza, ci fa sentire buoni, saggi, equilibrati, eludendo il mistero del male, la sua presenza sempre si rinnova, mai vinta. Recentemente una strage che ha visto la soppressione di quattro persone, fra cui un bambino, ci ancora una volta messo di fronte alla possibilità che il male possa primo o poi germinare anche nella nostra vita.
Tutta l’antropologia Paolina evidenzia proprio questa divisione dentro l’uomo, questo nostro essere contemporaneamente angeli e demoni. E’ questa la misteriosa presenza del male di cui parlo, la forza del maligno, piaccia o non piaccia a certa teologia progressista.
E’ difficile per l’uomo occidentale accettare il fatto che le grandi promesse di cui furono portatori l’illuminismo e l’ottimismo razionalistico potessero naufragare sugli scogli di un ventesimo secolo che ha visto consumarsi le più atroci carneficine dell’intera storia dell’umanità.
E’ difficile per l’uomo occidentale accettare che persino la speranza riposta nella tecno-scienza si rivelasse fallace, illusoria, così come tutti i progetti volti ad educare il cittadino alla consapevolezza, all’equilibrio, ai valori dell’obbiettività e del buon senso di cui la scienza si diceva portatrice per bocca dei suoi anfitrioni.
Quello cui assistiamo è in realtà il sorgere di un mondo senza orizzonte, senza speranza, in cui le promesse di pace e di benessere tradite generano frustrazione ed inquietudine.
L’uomo non è diventato più buono o più capace d’amare, anzi, l’amore stesso è in crisi tanto è assillato dal desiderio della felicità , del piacere, della soddisfazione immediata e durevole.
L’uomo-in una parola- ha dimenticato il male in quanto realtà personale costantemente presente, ha creduto di averlo vinto una volta per sempre, nell’orgogliosa affermazione della propria autonomia dal divino. Ma dimenticando il male l’essere umano si è precluso la possibilità di conoscere il vero bene.
Così quando sulla scena della vita si affacciano le sinistre figure dei dittatori e dei pluriomicidi con essi cresce la fretta, la voglia di spiegarli per ridurli a deviazioni, a mostri, ad escrescenze impreviste. Dimenticando che ogni uomo, ogni colpevole è frutto di un ambiente, di un’epoca, di un mondo, di determinate relazioni, di soprusi, di viltà , di cinismi, di calcoli economici e politici.
Il colpevole non è mai solo, egli è con noi. Questo non per scagionare chi si macchia di orrendi delitti, ma per comprenderlo realmente.
Il cristianesimo sa, da sempre, che in ogni uomo alberga il male, che le relazioni umane sono segnate dallo stigma del male. L’uomo è ferito dal peccato ed è ferito d’amore. La ferita d’amore è il lascito di Gesù Cristo, il frutto del suo sacrificio e del suo sangue versato.
Così, quando questa consapevolezza si fa presente in noi, nel nostro cuore di peccatori germina la possibilità del perdono. Soltanto la consapevolezza della comune figliolanza nel male ci rende tolleranti, capaci di comprendere, rendendoci immuni dal pericolo della ricerca del capro espiatorio.
Il cristiano sa, che l’unico “capro espiatorio”, l’unico essere degno di donare il perdono è Gesù, perché soltanto lui è privo del peccato.
Per questo, chi non crede nel mistero della redenzione difficilmente sarà capace di un perdono che vinca la voglia di vendetta, che vinca la legge del taglione.
L’uomo non ha il diritto di chiedere una vita, di sacrificarla per restaurare un ordine leso; lo avrebbe se fosse irresponsabile, se fosse puro, senza peccato.
Ma ciascuno di noi sa bene che una forza oscura preme dentro il quotidiano di ciascuno ed essa assume molteplici forme e nomi. Questa forza si chiama interesse, volontà di affermazione, di dominio, sfruttamento dei deboli, passione erotica incontrollata, ricerca smodata del denaro e del piacere, voglia di un figlio a qualsiasi costo, aborto, sperimentazione su esseri indifesi. Essa è il cinismo della politica, il sacrificio delle guerre per ragioni di dominio sulle risorse energetiche, essa è la volontà di imporre un unico stile di vita, di affamare alcuni popoli per compiacere il proprio tenore di vita ecc…
Questo è il male, semplice, elementare, capace di trasformarsi, di farsi ideologia di un piccolo gruppo, di un popolo, forza che muove gli eserciti, nebbia che acceca le menti dei dittatori.
Vittorio Messori venerdì sera a Trento
Venerdì 12 gennaio alle 20.30, il Teatro del Collegio Arcivescovile in via Endrici a Trento ospiterà l’incontro pubblico con Vittorio Messori organizzato da "Libertà e persona". Lo scrittore-giornalista noto soprattutto per i suoi libri scritti con e sui grandi Papi del secolo scorso e anche insieme all’attuale Pontefice, parlerà di storia e cronaca alla luce della fede e presenterà i suoi ultimi volumi.
TE LO DO IO L’OROSCOPO
“Che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. Dal tono e dallo sguardo, secondo mia moglie sto coltivando intenzioni poco raccomandabili. Essendo innocente, cerco di indossare una faccia da innocente. “Non fare finta di niente – prosegue lei – ecco qua, Ariete, seconda decade (sono io, lo confesso): “Potrete prendere una decisione coraggiosa, addirittura un divorzio, per cercare una relazione più adatta ai vostri attuali bisogni”. E adesso che mi dici, eh?”. Raccolgo delicatamente la rivista dalla mano tesa di mia moglie. ? il supplemento settimanale V. del quotidiano R. con il fatale mega oroscopo 2007. Mi tranquillizzo subito, il gioco è fin troppo facile. Giro due pagine: “Gemelli, sei tu. “Il vostro abituale bisogno di novità a tutti i costi potrà essere soddisfatto in aprile, quando Venere passerà nel vostro segno, spingendovi a nuove eccitanti esperienze. Da vivere, si intende, nella consapevolezza dell’effimero”. E tu che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. “Leggi bene tutto, caro: “Per chi è in coppia l’estate sarà bollente””. “Ah bene, se non avrò ancora divorziato…”. Sopraggiunge la figlia ginnasiale: “Vedo che state leggendo anche voi V. Devo chiedervi una spiegazione”. Una figlia ginnasiale che ammette di non sapere qualcosa è un autentico evento, quindi spalanco le orecchie e forse anche la bocca. “Ecco qua, Pesci, sezione ragazzi. Io sono ancora una ragazza, non una vecchia come te, mamma”. Mia moglie la trapassa con lo sguardo ma per fortuna non reagisce alla provocazione: “Allora: “In virtù della loro grande fantasia, i nati nei Pesci potrebbero vivere la fase iniziale dell’amore e del sesso in modo non univoco”. La “fase iniziale” mi sta bene, ma che cosa significa “in modo non univoco”?”. Prima che cadano in mano agli altri componenti della vostra famiglie, strappate e distruggete, meglio se bruciandole e disperdendone le ceneri, le pagine dell’oroscopo 2007 dalle riviste che girano per casa. Non per qualche anacronistico pregiudizio. Soltanto per non complicarvi la vita e garantirvi un sereno anno nuovo.
(Da “Toscana Oggi”, 7 gennaio 2007).
VIETATO VIETARE. LA LOBBY DEL CINEMA COMANDA. Fa discutere il “per tutti” assegnato ad Apocalypto
Apocalypto, il filmone di Mel Gibson, sbarca oggi in Italia. Pare che narri gli ultimi giorni della civiltà maya, ma le paginate di anticipazioni sorvolano sulla trama, peraltro poco originale perché ricalcata su un collaudato schema del cinema d’azione hollywoodiano – massacro, cattura, fuga, inseguimento, vendetta – e si soffermano sulla violenza straripante, che un recensore riassume così: “Teste mozzate, pugnali infilati nella pancia, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto”. Si può discutere se tanta generosità di dettagli dipenda dall’esigenza dell’artista di esprimersi con il massimo realismo possibile, dalla furbizia del mercante nel piazzare un prodotto solleticando l’inesausto gusto dell’orrore del pubblico, o da una patologica pulsione sanguinaria di un Gibson che, dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera. Fuori discussione invece dovrebbe essere che per bambini e ragazzi certi film sarebbe meglio non vederli; e poiché i genitori non possono sempre controllare quale film sceglie il figlio che va con gli amici al multisala, all’esercizio della responsabilità sono chiamati tutti, Stato compreso, secondo le proprie competenze e possibilità. Difatti esiste una commissione censura, che ha peraltro classificato “per tutti” Apocalypto, diversamente da quanto deciso dai colleghi statunitensi (divieto ai minori di 17 anni), tedeschi e canadesi (18), olandesi (16) e irlandesi (15). I nostri rappresentanti dei genitori avevano chiesto, più modestamente, un divieto per i minori di 14 anni. Macché, neanche quello. Ad opporsi, spiegano, sono gli esperti di cinema e i rappresentanti di categoria. In altri termini, la lobby. Ma per quali motivi? Per difendere il diritto dei bambini italiani di godersi teste mozzate e coetanei smembrati? No, ci dev’essere qualcosa di più ghiotto e prosaico. Un caso identico scoppiò nel 2001 all’uscita di Hannibal, il film di Ridley Scott la cui scena più succulenta (letteralmente) vedeva Anthony Hopkins servire belle calde delle scaloppine di cervello di Ray Liotta sul piatto di Julienne Moore. Anche allora il film fu classificato “per tutti” mentre all’estero era stato vietato. Ed anche allora gli esercenti, in un soprassalto di responsabilità, esposero alla cassa un cartello in cui invitavano i ragazzi a non entrare in sala senza i genitori accanto. Dopo quasi sei anni siamo ancora al punto di partenza. Resta comunque da rispondere alla domanda: perché la lobby del cinema ha la manica tanto larga? Non sappiamo se sia questo l’unico motivo, ma un fatto è sicuro: un divieto, anche soltanto ai minori di 14 anni, impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idem per il mercato dell’home video. Alla faccia dei cartelli alle casse, infatti, se cercate di acquistare Hannibal su internet, lo troverete classificato “per tutti”, due parole rassicuranti per i genitori che non abbiano memoria lunga e non siano cinefili. Denaro, nient’altro che vile, banale denaro. Lo stesso denaro che manca alla commissione censura, dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro.
(“Avvenire”, 5 gennaio 2007, pag.2).
POST SCRIPTUM
Il giorno dopo, il 6 gennaio, il “Corriere della sera” a pag.39 riprende questo articolo riassumendolo così. Lo trascrivo per intero. Attenzione: la prima frase, che dice l’esatto contrario di quel che avrebbe dovuto dire, non contiene refusi. Il “non” di troppo è nell’originale.
“AVVENIRE”: TROPPE LOBBY DEL DENARO
L’ultimo film di Mel Gibson, Apocalypto, in Italia non è stato vietato per motivi di “denaro”. Lo sostiene un editoriale di “Avvenire”, firmato da Umberto Folena. Il giornale dei vescovi osserva che un divieto anche solo a 14 anni impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, “confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idel _ prosegue – per il mercato dell’home video”. Folena ricorda che “se cercate di acquistare Hannibal su internet lo troverete classificato ‘per tutti’, due parole rassicuranti per i genitori”. Il “denaro, nient’altro che vile, banale denaro”, rileva ancora il quotdiiano, manca poi alla Commissione censura che decide sui divieti, “dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro”. Critiche anche a Gibson che “dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera”.
Apocalypto, la scoperta e la colonizazzione delle Americhe

A breve sarà nei cinema il nuovo film di Mel Gibson, l’autore di Passion, Braveheart… La vicenda raccontata nel film è quella della conquista spagnola dell’America Latina, e della fine dell’Impero maya e azteco. Per capirla è utile ripassare brevemente la storia, e accennare ad un altro celebre film sull’argomento, Mission, con Robert De Niro. Quando gli spagnoli iniziano a penetrare nel Nuovo Continente si presenta davanti a loro una terra affascinante per la varietà dei colori, delle piante, degli stupendi uccelli variopinti che nessuno, in Europa, ha mai visto. Con grande stupore vedono anche "strade, argini ben costruiti, ponti acquedotti, case, torri, santuari e fortezze biancheggianti, templi smisurati, tutti fatti di pietra", e oro, argento e monili preziosi in quantità.
Coloro che, giunti da lontano, conquisteranno queste terre meravigliose, sono pochi e male armati: Cortes, il conquistatore del Messico, ha con sé appena 600 uomini, sedici cavalli, trentadue balestre e qualche, primitivo, archibugio; Pizarro, conquistatore dell’ impero Inca, 62 cavalieri, 106 fanti e una dozzina di fucili. Ma i conquistadores non sono solo avventurieri assetati di ricchezze. Nella loro penetrazione nei territori americani vengono colpiti da spettacoli atroci: lungo le scalinate dei templi trovano arti e corpi di fanciulli e fanciulle massacrati e offerti in sacrificio alle divinità del luogo. Infatti, gli Aztechi, e, in misura minore, anche gli Incas, sono convinti che sia continuamente necessario sacrificare alle forze naturali, specie al dio Sole, per evitare che questo cessi la sua funzione e si spenga: "A insanguinare ogni giorno i gradini degli enormi templi era quest’ansia ossessionante di non lasciare finire il mondo, un’ansia che raggiungeva il suo culmine ogni cinquantadue anni, quando la minaccia della catastrofe si faceva più concreta e imminente" ( Bernal Diaz del Castillo, La conquista del Messico, Longanesi, Milano, 1980 (prefazione di Franco Marenco e Pietro Citati).
Così presso gli Aztechi "quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dei. Dopodiché i corpi venivano fatti precipitare dalle scale dalla piramide: ad attenderli, al fondo, c’erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle…"; infine gli arti venivano donati, a seconda del loro pregio, a sacerdoti e guerrieri per essere mangiati (cannibalismo; Vittorio Messori, Pensare la storia, Paoline, 1992; Luigi Lunari, Cortes, Rizzoli, Milano 2000; G.C. Vailiant, La civiltà Azteca, Einaudi, Torino, 1992: in quest’ultimo testo si descrivono altre terribili usanze, quale quella di costruire "grandi rastrelliere coperte di teschi" o quella di fare a pezzi, con mazze armate di lame di ossidiana, dei prigionieri legati a pietre circolari e offerti al dio Sole).
Sotto gli Incas la situazione è analoga: specie bambini e vergini vengono sgozzati, strangolati o espiantati, alla maniera azteca, del cuore, per allontanare carestie, epidemie ecc. Si arrivano a sacrificare fino a 20.000 persone in un solo giorno. Queste vere e proprie mattanze determinano la necessità di continue guerre per procurare i sacrificandi, così che Aztechi ed Incas assoggettano e terrorizzano le popolazioni confinanti. Proprio su queste fanno leva Cortes e Pizarro, che altrimenti mai avrebbero potuto sconfiggere eserciti immensamente superiori al loro, per numero e conoscenza del territorio.
Entrambi spiegano agli indigeni di adorare un Dio che non richiede sacrifici umani e crudeltà e ottengono così il sostegno di intere tribù. D’altra parte sia Montezuma, imperatore degli Aztechi, che Atahualpa, imperatore degli Incas, considerato il figlio del Sole e proprietario di tutta la terra, reagiscono in modo altalenante ed ambiguo di fronte agli spagnoli: a momenti decisi a difendersi, appaiono invece, per lo più, sconfortati e rassegnati. Infatti, per rimanere a Montezuma, di cui abbiamo maggiori notizie, egli è convinto, secondo una tradizione antica, che il 1519, proprio l’anno in cui Cortes ha toccato la terra ferma americana, sia l’anno "della Canna", quello stabilito da secoli per il ritorno del dio Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, l’unico dio che non vuole sacrifici umani, "dalla carnagione chiara, i lunghi capelli e lunga la barba": ora Cortes si presenta proprio così, con la carnagione chiara, così diversa da quella degli indigeni, e fieramente contrario ai sacrifici umani. Non può che essere un dio, e Montezuma, atterrito, non sa come affrontarlo e si lascia addirittura catturare senza opporre resistenza! La conquista del Nuovo Mondo da parte degli spagnoli non fu dunque quella descritta dalla storiografia illuminista prima (si pensi ai "generosi Incassi" del Parini) e da quella anglosassone poi: non fu lo scontro tra i cattivi Europei, da una parte, e "selvaggi buoni", ma anche civilizzati, dall’altra. Questo è tanto vero che nei territori sotto la Spagna le popolazioni che avevano accolto benevolmente i conquistadores per liberarsi dall’oppressione azteca e incas, si amalgamarono piuttosto bene con i nuovi venuti. La Chiesa, tramite i suoi missionari, sollecitò il matrimonio misto e una pacifica convivenza, sforzandosi di limitare eventuali prevaricazioni e prepotenze, sempre presenti nell’agire umano.
La apparizione delle Vergine "morenita", una Madonna di colore, identica alle donne indie fin nell’abbigliamento, nel 1531, contribuì enormemente ad unire i due popoli (Guadalupe è il santuario più frequentato al mondo). Ancora oggi questo si può vedere nella composizione etnica degli stati dell’America Latina che furono sotto la Spagna dei "re cattolicissimi", Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia: infatti in Messico, in Bolivia, in Perù eccetera, "quasi il 90% della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati", laddove negli Stati Uniti, dove giunsero gli inglesi anglicani e puritani, la popolazione del luogo, i cosiddetti pellerossa, sono stati quasi tutti sterminati. Certo, come appare anche nel film "Mission", vi furono, tra i colonizzatori, di quelli che approfittarono degli indigeni per farli schiavi, ma questo contro il volere della corona di Spagna e della Chiesa. Nei territori dominati dai Portoghesi, invece, e in specie nel Brasile, la schiavitù era non solo praticata da alcuni, ma anche permessa per legge. Mentre i missionari gesuiti realizzano la cosiddetta "Repubblica del Guaranì", vero modello di società cristiana e di armonizzazione pacifica tra due diverse culture, l’Europa è percorsa dalla dirompente vitalità del pensiero illuminista. I filosofi inglesi e, soprattutto, francesi, diffondono nel vecchio continente ideali nuovi e una critica piuttosto aspra nei confronti della Chiesa. Se è vero, infatti, che tolleranza e libertà religiosa divengono i capisaldi di questa nuova cultura, è altrettanto vero che, nella pratica, teoria e prassi, principi ed applicazioni, spesso, non si corrispondono: lo stesso Voltaire, acceso sostenitore della libertà di pensiero, ma in segreto partner economico di trafficanti di schiavi, afferma senza esitazione la necessità di combattere in ogni modo la Chiesa (il celebre motto "schiacciate l’infame").
Il pensiero cristiano viene infatti denigrato e ripudiato sotto molti aspetti: l’illuminista Diderot, ad esempio, contrappone alla morale cristiana il modello del buon selvaggio tahitiano, che pratica, senza alcun falso scrupolo, l’incesto, l’adulterio, l’accoppiamento libero e casuale. Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono le riflessioni di Morelly, Dom Deschamps e Restif de la Bretonne, che, "in omaggio alla dottrina settecentesca che considerava il tabù dell’incesto alla stregua di un pregiudizio religioso", arrivò ad avere rapporti con le sue stesse figlie. In campo economico poi, il pensiero illuminista francese era tributario del liberismo inglese, il quale rintracciava nella riforma anglicana e nella separazione dell’Inghilterra dalla Roma cattolica ad opera di Enrico VIII, l’origine del suo processo di modernizzazione economica. Così ai filosofi illuministi e ai "despoti illuminati" del Settecento (Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia; Caterina II di Russia…) sembrava che, da una parte, fosse necessario assoggettare la Chiesa al potere politico (dottrina del giurisdizionalismo); dall’altra che occorresse sopprimere il più possibile gli ordini religiosi, per incamerarne i beni al fine di arricchire il potere statale e di rifornire di terre e di capitali la ricca borghesia imprenditrice. Succedeva insomma quello che era avvenuto in Inghilterra ai tempi di Enrico VIII e di Elisabetta, con l’esproprio massiccio dei terreni della Chiesa, affidati di solito ai più poveri, e quindi poco produttivi, e con la loro privatizzazione. E’ facile capire che, in questo clima, il potente ordine dei Gesuiti non fosse visto di buon occhio nelle corti europee, che, come dice il cardinale protagonista del film, apparivano a quell’epoca giungle insidiose e terribili. Infatti, oltre che proprietari di scuole e di beni appetibili per i vari Stati, i gesuiti si ergevano a difesa degli interessi degli indigeni nei paesi dell’America Latina sottomessa agli europei.
In Portogallo, il primo ministro, il marchese di Pombal, sostenne una vera e propria campagna di denigrazione contro la Compagnia di Gesù, cercando addirittura di instillare nel pontefice Clemente XIV il sospetto di poter essere avvelenato da un sicario gesuita. Tra le altre cose, "fece persino coniare delle monete con l’effige di un gesuita che si definiva re del Portogallo con il nome di Nicola I". Così, quando nella notte del 3 settembre 1758 il sovrano portoghese rimase leggermente ferito nel corso di un attentato da parte di ignoti, Pombal colse l’occasione per far sopprimere l’Ordine dei Gesuiti, da lui accusati di essere i mandanti. Ne sequestrò poi i beni, ne condannò alcuni a morte ed espulse gli altri dal paese. Similmente avvenne in Francia dove si giunse allo scioglimento dell’Ordine nel 1762. In Spagna invece l’espulsione dei 5000 gesuiti "durò lo spazio di un mattino": molti si imbarcarono su zattere di fortuna per raggiungere Roma ma morirono per mare. La persecuzione si estese ad altri paesi europei, finché papa Clemente XIV, coartato dai potenti dell’epoca, soppresse egli stesso la Compagnia fondata da S. Ignazio, nell’agosto del 1773. Ovunque, naturalmente, le terre e i beni dell’Ordine furono incamerati dagli Stati, che li rivendettero alla ricca borghesia, mentre le scuole gestite dai gesuiti divennero tra le prime scuole statali dell’età contemporanea. Se ora facciamo un passo indietro di pochi anni, al 1750, cioè all’epoca in cui è ambientato il film, possiamo comprendere il dramma interiore del cardinale gesuita protagonista: da una parte la sua volontà di salvare le missioni guaranì, dall’altra la paura che un gesto simile avrebbe provocato le ire del marchese di Pombal nei confronti della Chiesa in generale e del suo Ordine in particolare. Ma, come si è visto, il suo cedimento non valse a nulla, perché l’Ordine fu ugualmente travolto e gli indigeni finirono come, nelle corti, si era deciso ( C.Lugon, La rèpublique des Guaranis, Foi Vivante, Paris, 1949; Guido Sommavilla, La compagnia di Gesù, Rizzoli, Milano 1985).
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