La diagnosi sbagliata

A Firenze è nato un bambino. Ma non doveva: alla sua mamma (nessuno finora ha nominato il padre) avevano detto che c’era la possibilità di una malformazione, «atresia dell’esofago», a cui si può rimediare per via chirurgica in oltre il 90% dei casi. La signora ha deciso di abortire. Ma alla ventiduesima settimana di gravidanza il feto, sano, è sopravvissuto all’aborto, e adesso è ricoverato all’ospedale Meyer di Firenze in condizioni gravissime. Pesa mezzo chilo.

La notizia è stata riportata da Repubblica. Difficile rimanere indifferenti. Ma colpisce il modo con cui è stata data: "Abortisce per una malformazione che non c’è", "purtroppo, solo dopo l’aborto si è scoperto che il figlio era sano" (corriere.it), "Abortisce, ma il figlio è sano e vivo" (Repubblica).

Il dramma, cioè, è che si sono sbagliati: il figlio era sano. L’errore è stato aver scambiato un sano per un malato. Abortire un probabile malformato, si può. Se l’aborto fosse riuscito, anche con la diagnosi sbagliata (e quindi un figlio sano) non ne avremmo mai saputo niente. E se la diagnosi fosse stata corretta, l’aborto non riuscito sarebbe stato un inconveniente, ma difficilmente sarebbe andato in prima pagina. Il caso è scoppiato perchè non è riuscito l’aborto e perchè era sbagliata la diagnosi.

Se lo lasciano scappare anche insospettabili. Per esempio Rosi Bindi, pur augurandosi un lieto fine, dichiara candidamente: "Gli errori medici esistono anche se non dovrebbero esserci, soprattutto quando c’e’ in gioco la vita dei bambini e la maternita’. Auguriamoci di riuscire a contenerli il piu’ possibile ed ad essere in grado, quando si verificano, di rimediare e supplire -ha concluso la Bindi- con grande solidarieta’ alle conseguenze". Il problema è contenere l’errore medico, insomma: la diagnosi sbagliata.

Rosalba Cesini, del Pdci, parla di "recenti casi di malasanità" (!!!!) e denuncia la destra che vuole, secondo lei, smantellare la legge 194. Potremmo fare un lungo elenco, purtroppo, di politici (anche dell’opposizione) e medici per i quali l’errore è nella diagnosi sbagliata. E per i quali, quindi, è normale abortire per un sospetto di malformazione, curabile.

La verità è un’altra: le diagnosi prenatali servono sempre più per selezionare i figli, e non per curarli. E la pressione sociale sulle donne in gravidanza perchè facciano tutti gli accertamenti possibili, è enorme. Difficile sottrarsi. Questa è la vera malasanità: con il paradosso che la gravidanza è considerata quasi una malattia, il cui esito deve essere un bimbo sano.

Si profila anche la violazione della legge 194: gli artt. 6 e 7 prevedono che "quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto", quando cioè il feto potrebbe sopravvivere fuori dall’utero, si può abortire solo "quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna". Pericolo di vita della donna – come ad esempio nel caso di una ipertensione altissima – non di salute – come ad esempio in una depressione . Inoltre "il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto". In questo modo la 194 evita gli aborti a gravidanze avanzate.

Se le cose stanno come riportate dai media, nel caso di Firenze non c’erano gli estremi per consentire ad un aborto, perchè la signora non era in pericolo di vita.

Assuntina Morresi – dal sito www.stranocristiano.it

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I “Profeti cattolici “e i di.co

La posizione assunta rispetto alla vicenda dei Dico da alcuni sacerdoti trentini rivela una volta di più l’anomalia della nostra regione per quanto riguarda i pronunciamenti della Chiesa italiana.
Si tratta di un filone di pensiero che per comodità espositiva chiamerò “progressista”, esso appare animato, nelle proprie prese di posizione su molteplici temi, non tanto da argomenti desunti dal magistero e dalla ragione, quanto da una pervicace e rovinosa voglia di distinguersi, di mostrarsi al passo con i tempi, di paventare presunte ingerenze ecclesiastiche “nell’armonioso svolgersi della vita sociale”. Non vedono, gli esponenti di questa posizione, dove sta andando la famiglia? Perché hanno rinunciato ad affermare le ragioni del diritto naturale? Ragioni, che tra l’altro, potrebbero rappresentare una base comune per credenti e non.
Essi -mi sembra di udire le loro voci- diranno che la famiglia è già in crisi e che in Italia esistono moltissime famiglie di fatto che attendono il riconoscimento di molti diritti. Ma dimenticano, questi signori, che tante di queste unioni sono rappresentate da persone in attesa di matrimonio, da separati in attesa di divorzio, da persone che vogliono vivere liberamente il loro rapporto senza alcuna ingerenza legale. Quanti sono coloro che realmente rivendicano dei diritti perché non vogliono saperne di sposarsi? Supponiamo siano molti, ma mi chiedo: era necessario promuovere attraverso una legge una forma instabile di unione per soddisfare tali presunti diritti? Perché non si sono sanate le situazioni pregresse, estendendo i diritti a chi realmente li avesse rivendicati, per poi riaffermare, d’ora innanzi, l’opzione privilegiata da parte della legge, nei confronti della famiglia fondata sul matrimonio? In tal modo sarebbero stati garantiti i diritti, ma nel contempo sarebbe stato dato un chiaro segnale al corpo sociale.
La gran parte dei giovani interrogati sul loro futuro sognano il matrimonio, così attestano molte inchieste al riguardo. Il modello matrimoniale va difeso non per ragioni confessionali, bensì per motivi squisitamente laici. I dati mostrano come gli uomini che convivono siano quattro volte più infedeli dei mariti, mentre le donne conviventi tradiscono otto volte più delle mogli ( Gallager-Waite,2000). Inoltre una ricerca operata dalla Rutgers Universiy (Usa) ha dimostrato che su quattro bambini nati da coppie di fatto, tre soffrono per la rottura dell’unione dei loro genitori prima del sedicesimo anno di età. E ancora, il tasso di violenza domestica è molto più alto nelle coppie di fatto che tra quelle coniugate (Samek Lodovici). Queste cose, i sensibili sacerdoti trentini, le sanno?
Abbiamo letto, tra le altre amenità, che Dio non avrebbe previsto il matrimonio bensì l’unione amorosa fra uomo e donna. Un’ osservazione di questo tipo non meriterebbe risposta tanto è banale, ma una cosa la vorrei osservare comunque: San Tommaso insegna come tra le inclinazioni naturali, cioè tra le tendenze innate ad ogni soggetto, vi sia quella alla conservazione della specie. Ora, la coppia eterosessuale, costituisce il nucleo primario entro in quale tale tendenza trova il proprio idoneo habitat. Conservare la specie significa non soltanto riprodursi ma anche curare, educare, formare, imprimere una mentalità carica di speranza ed aperta alla vita attraverso la testimonianza di un amore capace di rinuncia. E’ in questo ambito che la persona cresce nelle migliori condizioni e sviluppa le migliori potenzialità. Storicamente tale ambito è andato via via strutturandosi nella forma del diritto matrimoniale. In tal modo, la fragilità dell’amore ha trovato il soccorso della legge, laddove per debolezza umana il rapporto conosceva un momento di crisi, la legge e con essa la società, supportavano, aiutavano il cammino dell’amore. L’amore di per sé non abbisogna di nulla, ma quando mai noi siamo in grado di viverlo integralmente?
Con il divorzio la forza del vincolo che tutelava, non tanto la felicità del singolo quanto il valore della coppia, conobbe un primo duro colpo, cui fece seguito la progressiva separazione della sessualità dall’amore attraverso la diffusione della contraccezione. Il principio individualistico ed il diritto alla felicità andavano affermandosi.
La forza e l’importanza di un vincolo socialmente riconosciuto,questo e non altro è il matrimonio laicamente inteso. Nessuno dubita che l’amore possa esistere anche al di fuori di esso, ma non è questo il problema. Allo stato non interessa che due persone si amino; esso è interessato al fatto che costituiscano un’unione stabile capace di rendere coesa e aperta al futuro la società. La coppia in tal senso è il nucleo stabile dal quale si dipartono dei centri concentrici di comunità sempre più estese. In questo modo viene declinandosi il tanto decantato, da sinistra a destra, principio di sussidiarietà.
Ma torniamo al problema sollevato dai sostenitori dei Dico.
Esistevano ed esistono molteplici strumenti capaci di garantire i diritti soggettivi-penso al patto notarile-. Perché non si è percorsa questa strada? Mi pare evidente che le ragioni siano puramente ideologiche. E’ triste constatare come parte dei politici cattolici pur di garantirsi ibride e innaturali alleanze di governo si arrampichino sugli specchi per difendere l’indifendibile.
E’ triste constatare come alcuni preti, animati dalla presunzione di essere dei profeti, in realtà finiscano con l’avvallare una concezione della vita e dei rapporti fortemente individualistica, tutto fuorché solidale. In essi non vedo la forza della profezia; il profeta infatti non cavalca mai l’opinione dominante. Sparare sulla Chiesa e il suo magistero non esprime alcun coraggio, piuttosto rivela un conformismo nostalgico di un presunto “spirito conciliare”, che esiste soltanto nella testa di questi “pseudo profeti”. Forse, in questo momento di confusione, la Chiesa trentina avrebbe bisogno di un chiaro pronunciamento del suo Vescovo.
Si vuole approvare una legge che introduca una forma alternativa di unione, questa è la realtà! Una unione dove i doveri saranno certamente meno dei diritti, un vincolo intrinsecamente instabile perché facilmente scioglibile.
Come insegna argutamente Bauman, il nostro è il mondo del disimpegno, dei legami instabili, un mondo precario, attento alla dimensione dell’individuo ma non delle comunità.
E’ l’ultimo stadio della società dei consumi, la quale abbisogna di singoli, non di famiglie, di persone sole e infelici per poter espandere sempre più il mercato.
A questo livello, gli epigoni della defunta cultura marxista si fanno vessilliferi della società dei piaceri e del consumo, trasformandosi in un grande partito radicale di massa.
Ma l’uomo vive soltanto della relazione, della forza della rinuncia, della dimensione comunitaria, quella dimensione che i Dico, se approvati, contribuiranno a demolire. E’ evidente che un ragazzo in attesa di matrimonio, un ragazzo che conviva, posto di fronte alla possibilità di un unione meno responsabilizzante, più aperta ad un ipotetico scioglimento, privilegerà la strada più comoda, preferendola al tradizionale impegno del matrimonio. Non centra essere cristiani, non serve appellarsi ad alcun Dio per riconoscere il valore sociale della famiglia, il valore vitale di cui essa è portatrice. Nessuno vuol giudicare chi sceglie di convivere; si tratta di persone probabilmente migliori del sottoscritto, potranno essere delle ottime persone, ma non è questo il problema. Il compito dell’ente pubblico dovrebbe essere quello di privilegiare con chiarezza la forma di unione che meglio di ogni altra tutelì il corpo sociale dal pericolo del dissolvimento. E questa forma è indubitabilmente il matrimonio.

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Riguardo alla ru 486

Riporto questa lettera scritta a L’Adige da don Matteo Graziola: “Della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”. Sono parole scritte nelle prime pagine della Bibbia, pronunciate dal Creatore del mondo, prima della Legge mosaica: stabiliscono una legge universale, basilare per qualsiasi popolo, cultura, società, età storica. Sono parole che dovrebbero trovare una eco immediata in ciascuno di noi e che hanno dettato quel senso della giustizia che nel corso della storia ha mosso tutti coloro che hanno cercato di realizzare società più giuste e libere. Queste parole hanno segnato la coscienza di un popolo che è vissuto in queste valli per secoli.
Che ne è ora di questo popolo? Che ne è della sua coscienza? Quando alcuni politici riescono a far compiere ad una intera comunità la trasformazione di un delitto in un diritto, e quando altri politici o cittadini lo permettono per non compromettere il loro potere o il loro posto o la loro tranquillità di vita, e quando alcuni medici trasformano la loro professione da soccorso alla vita a soppressione della persona più indifesa, e quando centinaia di donne credono di essere aiutate così ad affrontare la loro maternità distruggendola ‘volontariamente’… Può un popolo assistere a questo sopruso senza sentire alcunché nella sua coscienza personale e collettiva? Possiamo restare indifferenti di fronte a questo genocidio silenzioso che avviene a casa nostra? Possiamo davvero essere giustificati affermando che non sono cose di nostra competenza?
Non si creda che sia un problema secondario o una necessità storica cui rassegnarsi per realismo socio-politico. L’intelligenza e la coscienza di un popolo si rivelano soprattutto quando smascherano il pericolo e il male la dove si nascondano in forme non appariscenti o nell’ipocrisia di falsi proclami di democrazia e libertà. In gioco è in realtà il valore e la vita della persona umana in quanto tale, chiunque essa sia e qualunque sia la sua condizione sociale, economica, biologica.
Se c’è ancora un popolo trentino, erede di una grande tradizione solidaristica e ideale, se c’è ancora una qualche coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male, se almeno il fondamento di ogni civiltà -e cioè la difesa del più debole- è ancora riconosciuto tra noi, io spero che questo popolo dica basta e ponga subito fine a questo orrore. Prima che sia troppo tardi per tutti, perché questi fatti sono i più gravi in assoluto agli occhi di chi ci chiederà conto di quello che abbiamo fatto “al più piccolo” dei suoi fratelli.

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Ero gay, ma sono guarito.

Lo si può incontrare in una via di Milano, confuso tra la folla del sabato, a fare acquisti con la fidanzata, attento a non spendere troppo perché sta mettendo da parte i soldi per il matrimonio. Tranquillo, “normale” come dice di se stesso, virgolette comprese. Chi lo avesse conosciuto dieci anni fa potrebbe pensare di essersi sbagliato. Invece è proprio Luca Di Tolve, nella sua nuova vita. “Quella – racconta – che mi sono conquistato dopo sei anni di terapia riparativa dell’omosessualità: tre rosari al giorno, gruppi di ascolto, studio della Bibbia e dei testi di Josè Maria Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei. Adesso, finalmente, sono guarito”.
“Guarito”, dice, come se essere gay fosse una malattia, secondo le più bieche posizioni omofobiche. Eppure Luca era omosessuale, e non uno tranquillo. Piuttosto uno da montagne russe, capace di passare dalle eleganti suite newyorchesi al sesso rubato in una “darkroom”, dall’ufficio dove dirigeva un team di persone a un parco di notte a consumare rapporti.
Il primo amore
Gay lo è sempre stato, fin da bimbo. “Ricordo la mia infanzia a giocare con le bambole e con le amiche del palazzo volevo sempre fare la mamma”, racconta. Già allora i genitori si erano separati, lui viveva in un monolocale a Milano con la mamma “troppo affettuosa, a volte soffocante ma anche tanto indaffarata nella lotta per la sopravvivenza”. Andò a finire che in seconda media si innamorò perdutamente del suo compagno di banco “bello, perfetto, forte e dolce allo stesso tempo”. Amore non corrisposto. E non solo: “Se ne accorse la prof, anzi, praticamente tutti”. Lo sospesero. “Rimasi a letto per giorni, gridavo il nome del mio compagno nel sonno. Lo psicologo disse che ero il classico bambino turbato per la separazione dei genitori e che un altro cambiamento sarebbe stato dannoso”.
Il sesso
Luca tornò in classe, riuscì anche a diventare amico del suo “bello”. Ma l’amore quello no. “Rimaneva in me un vuoto che mai riuscii a colmare, i miei studi andarono a rotoli, abbandonai la scuola”. Dopo un po’ arrivò il sesso, forse anche l’amore, con un ragazzo più grande. Il mondo omosessuale si aprì davanti a lui, “un mondo finalmente pieno di colori dopo tanta amarezza, sentivo di poter finalmente camminare da vincitore e non da sconfitto”.
La prima vittoria? Arrivare a Canale 5. Batteva le mani, faceva apparizioni sporadiche, guadagnava quasi nulla ma intanto conosceva meglio l’ambiente. Il passo successivo fu entrare nel giro delle discoteche. Quando anche le discoteche iniziarono a stargli strette passò a occuparsi della sezione turismo dell’Arci Gay. Organizzava viaggi per omosessuali. Gli piacque talmente che pensò di aver finalmente trovato la via giusta. Mise su un’agenzia sua, specializzazione i viaggi a tema, soprattutto negli Usa, ma anche feste ed eventi come il Gay Pride di Napoli. “Ero amato, invidiato, avevo soldi, casa in centro, bei vestiti, in tasca biglietti d’aereo per andare a fare shopping negli Usa quando volevo”. Il massimo, insomma. O forse no. “L’Aids marciava trionfante, la vita di amici ventenni con i quali avevo diviso anni lieti, si spegneva miseramente”. Anche lui finì nella morsa dell’Hiv. Scomparve il suo lavoro, un sieropositivo non può sottoporsi a una girandola di viaggi e vaccinazioni. Si dissolsero le paillette, iniziò il periodo peggiore. “Tornai a casa di mia madre, ormai risposata, e fu il mio deserto”. Ovvero, il momento delle darkroom, dei parchi, del sesso disperato, degli stupefacenti. “Poi ho scoperto il buddismo, e sono arrivate le canzoni. Ho vinto un concorso con testo dedicato a un Dio non ancora decifrato bene”.
La svolta
La svolta avvenne per caso. Un giorno un amico omosex dimenticò a casa sua alcuni appunti di filosofia. Luca li sfogliò per curiosità e s’imbattè nelle teorie di Joseph Nicolosi. Spiega: “All’inizio ebbi voglia di prendere a pugni questo signore e le sue idee. Però non riuscivo nemmeno a liberarmene. In fondo che cos’era quell’andare in giro per parchi se non la conferma che anch’io ero vittima di pulsioni, di nevrosi di cui dovevo liberarmi? E perché non riuscivo a raggiungere la felicità con un ragazzo, uno dei tanti conosciuti in quegli anni? Perché nei maschi mi guardavo come in uno specchio, ma era della diversità di una donna che avevo bisogno”.
Abbandonò il buddismo, ritrovò il cristianesimo e scoprì per la prima volta l’identità di uomo. “Non dico che sia stato facile, devi saper rinunciare, fermare la caccia al sesso compulsivo che prima praticavo istintivamente”. Ci sono voluti sei anni, qualche caduta qui e lì, molta volontà, anche – e un tempo gli sarebbe apparso impensabile – tante preghiere. “Tre rosari al giorno, i corsi del gruppo Chaire e quelli di Living Waters. Un anno fa ho conosciuto la mia fidanzata. Di me sa tutto e ha accettato di starmi accanto”. Stanno mettendo da parte i soldi per sposarsi, conta di farcela nel giro di due anni.(la Stampa,26(2/2007)

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Messaggio quaresimale del patriarca di Gerusalemme.

Fratelli e sorelle,
La grazia e la pace di Nostro Signore Gesù Cristo siano con voi!
Diamo inizio alla Quaresima e con Gesù andiamo nel deserto di Gerico che oggi ci dice due cose: innanzi tutto che questo deserto è lo stesso dove Gesù volle digiunare e pregare prima di adempiere alla sua missione nel mondo; e poi che Gerico è una piccola città-prigione, come tutte le città palestinesi, simbolo di una situazione di conflitto divenuta nostro ambiente di vita, generazione dopo generazione, giorno dopo giorno. In questa Quaresima da un lato vogliamo pregare e incontrare Dio nella solitudine, dall’altro vogliamo incontrare gli uomini per superare il conflitto e vedere il volto di Dio in tutti.
Nel deserto ci liberiamo per un lasso di tempo del peso delle nostre preoccupazioni nella vita privata o pubblica per poter gioire di un momento di libertà interiore che ci consente di vedere: di vedere Dio e di vedere, nelle profondità di noi stessi, il bene e il male che ci portiamo dentro, per poterci purificare e per conoscere meglio la vocazione alla quale Dio ci chiama nella nostra Chiesa e nella nostra società.
La Chiesa ci invita ad astenerci dal nutrimento durante la Quaresima non già con l’intento, fine a se stesso, di privarci di alcuni o di tutti i cibi ma perché possiamo esercitarci a fare a meno di qualcosa per conseguirne un’altra migliore; e come mezzo per ritrovare la nostra libertà. Ci liberiamo dalle pressioni del corpo e della materia come dai sentimenti che ci spingono a odiare e a distruggere, per poter rianimare la forza dello spirito che è in noi e che ci aiuta a vivere la vita abbondante che Gesù è venuto a darci, fatta di prove è vero – “chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34) – ma pure di un amore che produce una vita abbondante: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Come io vi ho amato,così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 10,10; Gv 13,34).
Digiuniamo per diventare capaci di riconciliarci con Dio, così come dice San Paolo: “Lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). E la riconciliazione con Dio non può farsi senza la riconciliazione con tutti i figli di Dio, nostri fratelli e sorelle, amici o nemici.
Digiuniamo per rinnovare l’accettazione della nostra fede con tutta la sua forza liberatrice e le sue esigenze. Perché avere la vocazione del lievito, del sale e della luce è vocazione a una vita difficile. Ma Gesù ci dice pure: “Se avrete fede potrete smuovere le montagne” (cf .Mt 21.21). La fede autentica, pienamente accettata e vissuta. compensa il numero esiguo, scarta la paura e rende il credente capace di contribuire alla costruzione comune, anche se è solo nella sua società. La vocazione del lievito nella pasta, nella stessa terra di Gesù, ci chiede di restare in questa terra, per quanto la vita in altre terre possa essere più comoda. La vocazione del lievito è essere chiamati a vivere il comandamento dell’amore, al fine di perdonare, pur reclamando tutti i diritti perduti; e fare della vita una condivisione di beni e di sacrifici che ci rende tutti, con tutte le nostre differenze di religione o di nazionalità, degli autentici costruttori della nuova società che deve nascere in Terra Santa per tutti, ebrei, drusi, musulmani e cristiani.
Siamo chiamati a una vita difficile nel conflitto che tuttora continua in Palestina e che ha delle ripercussioni in altri paesi della nostra diocesi, Israele e Giordania : l’occupazione con tutto quel che ne consegue, la limitazione della libertà, il muro, le barriere militari, le privazioni, i soldati israeliani che in ogni momento entrano nelle città palestinesi, uccidono delle persone, si portano via dei prigionieri, sradicano alberi e demoliscono case….Si aggiunga a questo la mancanza di visione all’interno della società palestinese e la mancanza di sicurezza, della quale profittano taluni per violare le leggi e opprimere i loro fratelli, e soprattutto coloro che detengono delle armi e le impiegano per opprimere o per rubare il denaro degli altri. E le lotte intestine che stentano a scomparire… A tutto ciò si aggiunga la non risposta o l’incapacità della comunità internazionale a rispondere alle molteplici voci di pace che si levano dalla regione. E le preghiere, molteplici, che si innalzano dappertutto e sono insistenti in questo tempo di prova: noi riponiamo la nostra speranza in esse e così pure in tutte le persone di buona volontà.
Al cospetto di tutto questo, la Quaresima ricorda al cristiano che questa situazione può essere di morte o di vita nuova e che egli è chiamato a convertirsi a una situazione di vita nuova. Così il nostro digiuno ha per scopo innanzi tutto di meditare e di cercare la volontà di Dio e la sua Provvidenza nelle prove che viviamo. Quindi di rinnovare il nostro amore gli uni per gli altri. Allora unendo alle nostre preoccupazioni il peso di quelle degli altri, Dio si fa presente fra di noi, secondo la parola di Gesù : “Quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Così saremo in tre a portare le nostre preoccupazioni: noi, il nostro fratello e Dio. Con ciò diventiamo più forti e il peso sarà più leggero. Infine, presente Dio in mezzo a noi, arriveremo a capire il senso degli eventi che viviamo, vedremo come convertire le prove e le oppressioni in amore gli uni per gli altri. Avremo dunque più forza per una maggiore unità e per una vera resistenza che ha come scopo non quello di demolire l’avversario o di colmare i nostri cuori di rancore contro di lui, ma invece quello di porre fine al male dell’occupazione, con tutte le sue oppressioni, e di cominciare così una vita nuova per tutti, occupati e occupanti.
Fratelli e sorelle, chiedo per voi tutti a Dio ogni grazia e benedizione. Che il vostro digiuno sia benedetto e gradito, fonte in voi di rinnovamento dello spirito. Chiedo al Dio Altissimo di darvi la grazia di amare la vita nonostante le dure circostanze nelle quali vi ha inviati per costruire una vita nuova e una società nuova per tutti. Amen.
+ Michel Sabbah, Patriarca
Gerusalemme, Mercoledì delle Ceneri,21 febbraio 2007

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Seppellire i morti.

Recentemente la Regione Lombardia, guidata da Roberto Formigoni, ha votato all’unanimità il diritto alla sepoltura per i feti abortiti, spontaneamente o meno, definiti dalla legge “prodotti del concepimento”. Chi vuole può dunque provvedere personalmente alla sepoltura del proprio figlio, mentre, per chi non ha interesse a farlo, non cambia nulla: ci penserà l’ospedale a occuparsi dell’inumazione, in una volgarissima “fossa comune”. La notizia è di quelle che consolano: c’è ancora qualcuno che crede nella dignità dell’uomo, che ritiene doveroso tributare un ultimo saluto, un ultimo onore, ad un membro della specie umana, ucciso dalla natura o dai ferri di un chirurgo. Eppure non mancano gli scandalizzati. Marina Terragni, su “Io donna”, urla la sua rabbia e il suo rancore verso tutti coloro che volessero “indietro il feto per il funeralino”, mentre manifesta la sua ammirazione per “quei pochi medici pietosi che non hanno mai smesso di applicare la legge 194 e di praticare aborti”. E’ anche spaventata dall’onere fiscale che ne deriverà al contribuente: “chi provvederà concretamente? Pagheranno gli addetti? O sarà il Movimento per la vita a farsene carico, con dei ‘volontari della sepoltura?'”. L’allarme, cara Terragni, è ingiustificato: se ha letto bene, i mostri feroci del Movimento per la Vita, quasi tutte donne, potrebbero al più prodigarsi per dare una sepoltura a bambini già morti, non per ucciderne di nuovi, e neppure per eliminare violentemente coloro che avessero abortito. Rimanga pure della sua idea, racconti pure che la sepoltura dei feti ricaccerà le donne nel “percorso ad ostacoli” dei “cucchiai d’oro” e delle “mammane”. Saranno in pochi a crederle, benché lei scriva su giornali importanti: le menzogne ripetute all’infinito, sino ad un certo punto funzionano, poi perdono interesse, diventano monotone e risibili. Certo, Lei non è l’unica ad spaventarsi: se i morti possono essere seppelliti, infatti, benché il loro corpicino sia straziato e irriconoscibile, significa che erano vivi, e che sono stati uccisi. Alla logica, alla realtà, non si scappa. Per questo Augusto Colombo, responsabile della Mangiagalli per la 194, interviene deciso: “Per chi si sottomette all’interruzione di gravidanza non è rilevante conoscere la sorte dell’embrione”. Meglio dunque occultare il cadavere, continuare a bruciarlo nell’inceneritore dell’ospedale, come fosse immondizia. Anche Colombo tira in ballo l’economia: “E’ un provvedimento anche oneroso dal punto di vista economico”. Non si dice, però, quanto sia più onerosa per lo Stato ogni interruzione violenta di gravidanza! Quante spese ci siano, per il contribuente, ogni volta che negli ospedali italiani si pratica un aborto, mentre, negli stessi, le donne in gravidanza devono pagarsi l’ecografia per il figlio che vogliono amare. Anche Dacia Maraini, l’amica degli alberi e degli animali, ha voluto affidare al Corriere la sua indignazione: “Immagino che presto saranno proposti funerali per gli embrioni e perché no, per gli spermatozoi o per gli ovuli fecondati ma non andati a termine”. Così, con questa ironia mal riuscita, si vuol far finta di credere che un embrione della specie umana, con 46 cromosomi, o un feto con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori ed odori, siano la stessa cosa di un ovulo e di uno spermatozoo! Che falsità! Personalmente, invece, sono felice: forse in Lombardia non succederà più come a Roma, dove sino a pochi anni fa i feti abortiti venivano gettati nel Tevere; non succederà come in Francia, dove l’Istituto cosmetico Merieux di Lione lavora tonnellate di materiale umano, in buona parte proveniente dalla Russia, per creme di bellezza o amenità simili; non succederà, come in molte regioni italiane, dove i bambini abortiti divengono “rifiuti speciali ospedalieri”, “residui di sala operatoria”, “prodotti abortivi”, o, come ho sentito dire su radio radicale, “materiale infettivo, pericoloso” che deve essere assolutamente bruciato, non seppellito, per motivi igienici. Per essere liberi occorre che mettiamo da parte le perifrasi, i giri di parole, e torniamo a chiamare le cose e le persone con il loro nome. Come è accaduto, anni orsono, in Francia. Dove il dottor Xavier Dor, medico e professore universitario, aveva deciso di piazzarsi davanti alle cliniche abortiste, regalando a chi ci entrava due piccolissime calzette, fatte su misura per i piedini dei neonati. Dor è stato picchiato, caricato dalla polizia, incarcerato: quelle calzette, come le piccole bare, fanno male, nella loro incredibile forza espressiva, a chi osa mentire persino a se stesso.

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Chi si vanta dell’Aborto?

Ennesime sconcertanti dichiarazioni dell’ass Cogo relative alla RU 486. Posto che ella stessa dichiarò davanti a me in televisione che si sarebbe assunta l’impegno di promuovere un capillare lavoro per scongiurare il più possibile la pratica dell’aborto; con ciò, non altro facendo che ottemperare ai dettami della legge 194. Mi chiedo se tale impegno debba ravvisarsi nei proclami trionfalistici relativi alla diffusione dell’aborto chimico per mezzo della RU 486.
Quando parla di Trentino bigotto e della necessità di promuovere un approccio razionale relativamente al problema della contraccezione e implicitamente della sessualità , vengono alla mente i tristi proclami dei giacobini carichi di livore anticattolico e tanto fiduciosi nella ragione umana.
Caro assessore, la ragione cui lei si richiama attesta assai bene, solo la si voglia interrogare, cosa sia un embrione e quale rispetto meriti, per non parlare dei feti. Il fatto è che l’esaltazione dei diritti individuali e di una mentalità, tutta orientata nei confronti della qualità della vita vi rende ciechi. Vi rifiutate di guardare nel cannocchiale, come accadde al tempo di Galilei. Forse, se foste un po’ più attenti ed umili sareste assaliti da qualche dubbio. Ma per molti di voi il frutto del concepimento è materiale abortivo, di cui è titolare e sola proprietaria, la donna. Ci si risparmi inoltre il patetismo relativo al fatto che per ogni donna l’aborto è un dramma: in molti casi sarà così, ma in molti altri esso è diventato una forma di metodo anticoncezionale, visto che una percentuale non indifferente di donne abortisce più volte.
Inoltre, non è vero che nei paesi dove è più diffusa la contraccezione gli aborti siano meno numerosi, come non è esatto affermare che le donne che abortiscono sono tutte ragazze madri, abbandonate altrimenti al loro destino: in molti casi si tratta di donne della media borghesia che semplicemente non vogliono un altro figlio.
Cosa avete fatto per le ragazze madri , che tipo di dissuasione avete introdotto per ridurre i numeri dell’aborto? Volete che ve lo dica? Il più delle volte l’ente pubblico ha demonizzato i volontari del movimento per la vita, presentandoli come dei fanatici, impedendo loro di entrare nei consultori con pretesti ideologici. Spesso la cultura avversa alla vita nascente, porta a sostegno della validità della legge 194 il calo nel numero di aborti realizzatosi a partire dal 1980. Nel fare questo non si tiene conto che il tasso di fertilità delle donne Italiane è drasticamente sceso; non solo, non si tiene neppure conto degli aborti clandestini che continuano ad essere praticati, anche dopo il sesto mese di gravidanza.
Quanto alla RU. 486, il disegno della mortifera cultura radical sinistroide, punta a perfezionarne l’uso, trasformandolo in un farmaco da banco. Così è accaduto in Cina, con risultati che hanno indotto il governo comunista a ritirare la pillola dal banco delle farmacie e a somministrarla dietro stretto controllo medico. L’uso di questo abortivo oltre a produrre nella donna ulteriori sensi di colpa, visto che dovrà assistere da sola all’espulsione della nuova vita che cresceva in lei, tenderà inevitabilmente a privatizzare l’aborto, deresponsabilizzando sempre più i singoli. Per non dire dei decessi procurati, generalmente in ragione di un shock tossico, dovuto all’uso della R.U.
Risulta pertanto fuori luogo e grottesco il trionfalismo dell’assessore rispetto ad una questione così delicata. Si: la cultura che vede accostarsi, post comunisti, libertari, radicali, liberalisti spinti e più in genere materialisti assillati dal culto del benessere e del guadagno, è una cultura per la morte. Essa si nutre di principi effimeri, riassumibili tutti, nel valore assoluto del soggetto, dei suoi desideri, fuori da ogni vincolo solidaristico. E non ci inganni, di questa ideologia, il tentativo pulirsi la coscienza guardando ai lontani, ai grandi problemi della fame, della pace, dell’ecologia. Nessuno nega la necessità di porre attenzione anche verso questi problemi, ma la solidarietà va praticata innanzitutto nei confronti del vicino. Spesso, come insegnava il grande filosofo Augusto del Noce, “l’amore per il lontano maschera l’odio per il vicino.

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Concerto di musica medievale.

Giovedì 22 febbraio, alle 17.30, ci sarà un concerto presso il Sacro Cuore,accanto al duomo, di musica medievale. Una bellissima occasione per ascoltare dal vivo qualcosa che appartiene alla nostra storia e alla nostra cultura, e che ci può stimolare alla ricerca del bello.

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MA QUELLA NON ? UNA FAMIGLIA

Riportiamo dal Trentino di oggi, la lettera di Antonio a Beccara

Non è la fede che mi porta a formulare un giudizio negativo sui cosiddetti Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), ma una naturale ripugnanza a considerare ‘famiglia” anche quella che non rientra nel quadro costituzionale. Non è un’istanza religiosa quella che mi impedisce di considerare famiglia una convivenza fra omosessuali. Piuttosto è una riflessione di carattere culturale che mi spinge a tutelare e difendere anzitutto la famiglia tradizionale. La controprova di ciò è che, se la mia fosse una scelta religiosa, rifiuterei anche le Unioni civili, ciò che non mi passa nemmeno per l’antica mera del cervello (anche se soffrirei moltissimo se i miei figli non si sposassero in chiesa). Non ho dubbi che alcune garanzie e diritti debbano essere riconosciute anche alle unioni di fatto, soprattutto a quelle omosessuali. Capisco meno le ragioni di chi, pur potendolo fare, rifiuta il matrimonio ma in pari tempo pretende le garanzie che possono giocare a suo favore. Mi riconosco, come già per il caso Welby, nella linea, se si può chiamare così, del Cardinal Martini, che desidera una Chiesa conoscitrice della realtà umana, vicina alle situazioni familiari del nostro tempo, che a tutti dia una mano ed offra, accanto al messaggio di Cristo morto e risorto, parole umane di rispetto e comprensione. Una Chiesa che ami tutte le persone dell‘amore che il Padre comune ha per tutti i suoi figli, compresi, sia ben chiaro, i fratelli e sorelle omosessuali. Ma, per assicurare tutele e garanzie ai conviventi (perpetue comprese), non era forse sufficiente apportare le necessarie modifiche al Codice civile? A mio parere, la risposta non può che essere affermativa. L’errore consiste nell’aver voluto (malgrado, forse, la buona fede di chi ha materialmente predisposto il testo della legge) creare una sottospecie di famiglia accanto a quella tradizionale. Si è finito così per indicare alle giovani generazioni un model lo familiare di serie B, poco stabile e poco impegnativo, in alternativa a quella famiglia che abbiamo conosciuto finora (è il cosiddetto effetto educativo o di trascinamento che la normativa esercita nel tessuto sociale). Non penso che un ‘eventuale approvazione dei Dico possa provocare una crisi della fami glia.’ quella, purtroppo, c’è già e non da ieri, e molte ne sono le cause. Ma da questo Governo (anch‘io a suo tempo ho votato per Prodi) mi sarei aspettato una politica, questa sì, urgente e prioritaria, a sostegno della famiglia. I salari bassi, gli affitti degli appartamenti alle stelle, i costi delle abitazioni che i giovani non si possono nemmeno sognare, servizi alla famiglia carenti o troppo onerosi — gli asili nido a Trento costano più di 400 euro al mese, questi sì erano problemi urgenti, non i cosiddetti Dico.

Antonio a Beccara

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