Dal sito dei radicali, www.rientrodolce.it, che si batte per ridurre la popolazione a due miliardi, secondo un vecchio sogno dei neodarwiniani. Lettera di una radicale e risposta di Galimberti, quel Solone, triste e melenso, che è appena stato al festival dell’economia. Cari amici,
nel numero di “D – La Repubblica delle donne” di sabato 2 giugno, è stata pubblicata una mia lettera indirizzata al Prof. Umberto Galimberti, dove ho espresso alcune considerazioni sull’eccesso di buonismo e cieco ottimismo che circonda l’evento”nascita” nell’opinione pubblica e nei messaggi trasmessi dai mezzi d’informazione.
Interessante, benché io non la condivida del tutto, la risposta di Galimberti, che inizia proprio con il riconoscimento del problema della sovrappopolazione come il più grave tra quelli che affliggono il pianeta, più ancora delle iniquità nella distribuzione della ricchezza.
Riporto di seguito il testo integrale della lettera e della risposta:
Da tempo siamo abituati a sentir parlare di “diritto alla vita” in relazione ai problemi etici, di natura prevalentemente religiosa, sollevati da aborto ed eutanasia. L’impedimento di una nascita o l’anticipazione della morte naturale appaiono, a chi si proclama difensore della “vita”, come ingiustificabili atti di arroganza umana, espressione di un egoismo dilagante (i giovani non fanno figli perché non vogliono rinunciare al tempo libero, alle vacanze, ecc.) o del prevalere dell’interesse economico (stacchiamo la macchina che costa troppo) sul valore dell’esistenza. Questa mentalità è così radicata nella nostra cultura che perfino i sostenitori della “dolce morte” e del diritto all’aborto affrontano questi temi con estrema prudenza, quasi dovessero giustificarsi, sempre timorosi di dire troppo, di andare oltre il consentito.
Al contrario, nessun problema sembra porre la nascita di un nuovo individuo, accolta sempre e comunque come un “lieto evento”. Non molto tempo fa il Tg2 ha dedicato un servizio ad un’allegra famigliola di poveracci che, pur vivendo al limite della sopravvivenza, sfornano figli a ripetizione (sono arrivati all’undicesimo, se non ricordo male). Ora – ohibò! – si sono accorti che non ci stanno dentro con le spese e chiedono alle agenzie pubblicitarie di reclutarli per uno spot “come la mamma dei sei gemelli che tutti ricordano”. Questi due incoscienti, padre e madre intendo, non sembravano minimamente porsi il problema della contraccezione e così pure l’autore del servizio, troppo impegnato a far apparire “divertente” una situazione che non lo era affatto. Mi è tornato in mente quell’episodio del geniale Il senso della vita dei Monty Python, dove un padre cattolico torna a casa e comunica allegramente ai suoi innumerevoli figli di aver perso il lavoro e di doverli vendere tutti per esperimenti scientifici, concludendo il discorso con una soave canzoncina sulla sacralità dello sperma. Ecco, io forse esagero perché, se dovessi mai decidere di mettere al mondo un figlio, già l’idea di esporlo alla inevitabile triade vecchiaia-malattia-morte mi farebbe sorgere qualche scrupolo. Ma, al di là di complicate questioni esistenziali sulla desiderabilità della vita in sè, resta il fatto che attorno all’evento-nascita è stata costruita una tale impalcatura di ipocrisia, buonismo e irrazionalità da portare al moltiplicarsi di situazioni di sofferenza altrimenti evitabili. Si pensi soltanto alle pressioni che questa cultura della “culla” esercita su una donna che non desideri realmente avere figli. Le conseguenze di una maternità conflittuale, scelta soltanto per compiacere mammà e fare invidia all’amica, posso portare dritto in cronaca nera. O a quei genitori che, pur sapendo che il loro bambino nascerà gravemente menomato, decidono di non interrompere la gravidanza, condannandolo ad una vita di dolore ed emarginazione. O alla sessantenne annoiata che vuole “vivere l’esperienza della maternità” e se ne infischia di mettere al mondo un orfano.
A questo aggiungerei la considerazione che, in un mondo sovrappopolato come il nostro, le energie impiegate nell’allevamento di nuovi nati potrebbero essere indirizzate verso chi già vive e soffre, e necessita di tutto. Questo sarebbe davvero un “donare la vita”.
Ciò che voglio dire è che sarebbe ora che la gente capisse che mettere al mondo un figlio non è solo un diritto, ma è un atto gravido di conseguenze per il nascituro e per chi gli sta attorno. E sarebbe anche ora di “riabilitare” tutti coloro che di figli non ne vogliono, perché dietro alla scelta di non procreare vi è spesso una consapevolezza e un amore per il genere umano che i paladini del “diritto alla vita” nemmeno si immaginano.
Gradirei molto conoscere la sua opinione sull’argomento.
Un cordiale saluto,
Sara Gelli, Ferrara
Risposta di Umberto Galimberti:
Sono persuaso che il sovrappopolamento della terra è il male peggiore che affligge il nostro pianeta, peggiore anche della pessima distribuzione della ricchezza che esiste sulla Terra. A generare sono in maggioranza i poveri, che, non avendo nei loro paesi diseredati alcuna previdenza o assistenza sociale, suppliscono a queste mancanze sperando nei figli: qualcuno morirà, qualcuno emigrerà, qualcuno provvederà.
Se invece restringiamo il campo a noi occidentali, dobbiamo dire che i figli non sono figli della ragione ma del desiderio, quando non addirittura di una pulsione che, negata, getterebbe alcune donne e forse anche qualche uomo nella depressione e nell’irreperibilità di un senso nella propria vita. E siccome la nascita di un figlio, anche quando è programmata, è sempre irrazionale, perché, guardata dal punto di vista dell’economia di chi genera, la nascita di un figlio comporta sempre un sacrificio del corpo, del tempo, dello spazio, del sonno, delle relazioni, del lavoro, della carriera, degli affetti e anche degli amori “altri” dall’amore per il figlio, se si genera è perché la ragione, grazie a Dio, non governa per intero la nostra vita.
Per quanto infine riguarda i “movimenti per la vita” e in generale i loro più strenui e fanatici difensori, è chiaro che essi pensano la vita solo in termini “biologici”, come pura animazione della materia e come necessità di protrarla finché l’ultima fibra del corpo resiste. Questo “bieco materialismo”, come diceva Marx a proposito dei “materialismi scientifici”, confligge col concetto di “persona”, tanto sbandierato dalla loro cultura. In realtà della persona non gliene importa niente, mentre molto gli importa della loro cultura, che conferisce loro identità, appartenenza. E, non di rado, anche potere.
Sex and money (di Irene Bertoglio e Giovanni Lissandrini)
? di giovedì 7 giugno il servizio che il quotidiano “Libero” ci presenta sul fenomeno di una nuova piaga che sta paurosamente aumentando, ossia la prostituzione minorile.
Il titolo dell’articolo è estremamente eloquente: “Cacciatori di lolite all’uscita da scuola: basta un regalo”.
Le ragazzine, la cui età oscilla tra i 13 e i 14 anni (appartenenti alla cosiddetta buona società) scelgono volontariamente di prostiuirsi con quarantenni, allo scopo di guadagnare somme per l’acquisto di abbigliamento firmato. Il “dio mammona” sta trionfando; le considerazioni a riguardo sono parecchie ma vogliamo appuntarne qualcuna senza sciorinare ipocriti moralismi e senza la presunzione di risolvere tale problema. Parlare di prostituzione è come parlare della storia del mondo, ma ultimamente – grazie a queste nuove tendenze – emerge il sospetto che il vendere il proprio corpo sia diventato cosa normale, per poter poi usufruire di quei beni di consumo che la nostra opulenta società ci propina in modo martellante. Fenomeni di questa gravità non si sono mai verificati nel corso della storia; l’idea, non sempre vera, che la donna abbia scelto il “mestiere” per necessità e, a volte, per sopravvivenza, viene stravolto da questo nuovo fenomento dove, al contrario, il corpo viene ceduto per acquistare il superfluo. Siamo arrivati al punto che i mass media, con perniciosa forza, regolano la nostra vita, condizionandoci su ogni decisione: oggi è la pubblicità che ci guida nella scelta di qualsiasi cosa, dal come ti devi vestire, come ti devi alimentare, come devi parlare, chi devi votare, dove trascorrere le ferie, …
Non siamo più persone in grado di decidere autonomamente, e il condizionamento psicologico è diventato troppo forte. Occorre, a nostro avviso, uscire al più presto da questo nuovo totalitarismo che, alienandoci, ci rende tutti uguali: tutti schiavi di inesistenti necessità, tutti omologati nel rincorrere chimere; non più persone, ma numeri, consumatori funzionali a questo perverso sistema, dove vali soltanto se appari. Da qui derivano le cosiddette malattie post-moderne, quali l’ansia, la depressione, l’apatia: si cercano sempre nuovi stimoli per riempire il vuoto di esistenze perennemente insoddisfatte. Pur di appagare i nostri istinti tutto è ormai lecito, e si arrivano a scardinare anche quelle sacre e inviolabili regole che hanno guidato l’esistenza dei nostri avi. Nessuno vuole più essere schiavo degli altri e in questo modo tutti sono schiavi di se stessi. Il caso delle lolite è simile a tanti altri fenomeni analoghi in cui, come filo conduttore, vi è sempre l’appagamento egoistico dei propri appetiti. Crediamo e auspichiamo che una soluzione possibile sia quella di ritrovare la nostra autenticità personale, magari rileggendo i testi immortali di autori quali Seneca, Cicerone, San Tommaso, Sant’ Agostino, Ortega y Gasset, per riscoprire ciò che veramente conta.
Populisti, xenofobi, euroscettici…..
L’appellativo di “destra populista, xenofoba ed euroscettica” è usato spesso dalla stampa di sinistra per raggruppare forzosamente una serie di soggetti politici che in realtà sono molto diversi per esperienza, localizzazione e consenso. In occasione del recente successo elettorale di Sarkozy, alcuni gazzettieri nostrani hanno esteso questo marchio anche alla coalizione di centrodestra francese. L’intendimento è chiaro: caratterizzare negativamente esperienze politiche tra loro diverse, ma che hanno in comune una colpa grave: essere vincenti, essere alternative alla sinistra, e avere un notevole consenso popolare e interclassista.
Se il populismo è un concetto vago, stante la difficoltà a definire il confine tra “popolare” e “populista”, va detto peraltro che il populismo di certa sinistra europea, in particolare quella italiana, è molto più intenso di quello della destra, specie quando viene espresso su problematiche di attualità che vengono sfruttate come mezzo di consenso. I pensionati in piazza non li porta la destra, ma i sindacati e la sinistra radicale con le loro allettanti fantasie sulla sostenibilità del welfare e vari slogan annessi (le pensioni non si toccano, giù le mani dalla la sanità pubblica gratuita ecc.), e su questa demagogia mantengono il loro residuo consenso.
In quanto all’euroscetticismo, direi che è a dir poco giustificato. Non è colpa degli euroscettici la crescita zero dell’economia, la scarsa competitività dell’industria UE, l’assenza di una politica estera e di difesa comune, una moneta unica che ha fatto solo lievitare i prezzi, un mercato interno ancora “legato” per gli europei ma aperto, grazie a Schengen, alle incursioni di milioni di clandestini, una ricerca scientifica e tecnologica che segna il passo…etc. Attribuire ragioni e carattere emotivo agli elettori di destra, serve solo ad accrescere il livore e la diffidenza di questo elettorato e conseguentemente, ad aumentare l’euroscetticismo. Ricordiamoci quali effetti devastanti sul consenso comunitario ha avuto l’ingerenza dell’Unione europea sugli esiti elettorali austriaci nel 2001.
In quanto alla xenofobia, è una delle variabili più allucinatorie in assoluto. Considerati gli effetti della massiva immigrazione extracomunitaria sulla sicurezza, sulla convivenza e sulla spesa sociale, ci si potrebbe aspettare un aumento esponenziale dei fenomeni xenofobi. Al contrario, un extracomunitario in Europa, attualmente, non è più minacciato di quanto non lo sia un gay a S. Francisco o un basco a Bilbao. La diversità culturale e la tolleranza sono una ricchezza dell’Europa, e queste sono delle qualità intrinseche al nostro continente, ben preesistenti al recente fenomeno immigratorio. Anzi, una volta per tutte sarebbe opportuno ribadire una gerarchia delle “diversità” anche in termini storici e locali, differenziando cioè le vecchie ed endogene diversità tutte europee, dalle nuove diversità importate, e che per molti versi sono imposte.
Putin e Usa, secondo Avvenire.
Luigi Geninazzi, Avvenire, 5/6/2007
Sono passati solo cinque anni ma sembra un secolo. Fine maggio 2002, Pratica di Mare: c’era un Putin col distintivo della Nato all’occhiello, sorridente e scherzoso con Bush ed i leader occidentali, tutti accolti sfarzosamente da Berlusconi che faceva gli onori di casa. S’inaugurava il Consiglio Russia-Nato, si festeggiava l’ingresso di Mosca nella “grande alleanza per la libertà” che per cinquant’anni s’era identificata con lo spirito atlantico. Mai più nemici, era lo slogan. Sepolta la guerra fredda, scrivevano commentatori entusiasti. Qualcosa non deve aver funzionato se oggi il Cremlino torna a minacciare attacchi nucleari al vecchio continente, puntando i propri missili contro “nuovi bersagli in Europa”. Parole di Putin che riecheggiano quelle pronunciate da Breznev nel 1982, quando scoppiò la crisi degli euromissili. Con una differenza non da poco: allora tutto incominciò con l’installazione degli SS-20 sovietici, adesso invece è lo scudo spaziale americano a far rinascere un linguaggio da guerra fredda. L’escalation, per ora, è soltanto verbale. Nelle ultime settimane Putin ha inasprito i toni contro il progetto di difesa nucleare varato da Bush che prevede la costruzione di un radar nella Repubblica ceca e l’installazione di una batteria di missili intercettori in Polonia, “bombe nel nostro cortile di casa”, dicono i russi. Il leader del Cremlino si è dapprima vantato di possedere nuovi ordigni capaci di bucare qualsiasi scudo, razzi supersonici come l’Rs-24 in grado di colpire dieci bersagli contemporaneamente. Quindi ha fatto balenare la possibile sospensione del Cfe (il Trattato di riduzione e controllo delle forze convenzioni in Europa). Infine, alla vigilia del G-8 che s’apre domani in Germania, ha minacciato di puntare i missili contro le nuovi basi Usa nell’Est Europa. Una provocazione che s’ispira ad una logica sottile: mettere un cuneo tra Stati Uniti ed Europa. Lo scudo spaziale è un progetto targato unicamente Usa, malvisto dall’Unione europea e contestato dalle popolazioni interessate. ? una polizza contro eventuali attacchi nucleari dalla Corea del Nord o dall’Iran, “Stati canaglia” che al momento non hanno alcuna intenzione nè possibilità di colpire l’Europa. Una polizza sul futuro che mette in discussione il presente, alterando la parità strategica tra Washington e Mosca con il rischio di far ripartire la corsa al riarmo. I toni usati da Putin saranno eccessivi ma le sue obiezioni non sono senza fondamento. Respingerle sdegnosamente come ulteriore prova dell’involuzione autoritaria e nazionalista del Cremlino giova solo a confondere le acque. L’Occidente dovrebbe essere più unita e compatta nel denunciare le restrizioni alle libertà d’opinione e le intimidazioni contro la stampa ed i gruppi d’opposizione che avvengono sempre più frequentemente nella Russia di zar Putin. Ma dovrebbe anche riconoscere le ragioni di chi critica l’unilateralismo di Bush e gli effetti disastrosi della sua politica internazionale. Sullo scudo spaziale non dovrebbe poi essere così difficile trovare un accordo. Se ne potrebbe incominciare a discutere seriamente all’interno del Consiglio allargato Russia-Nato. Sì, proprio quello inaugurato in pompa magna cinque anni fa e ben presto finito nel dimenticatoio. Forse non rivedremo più Putin con il distintivo dell’Alleanza atlantica all’occhiello. Ci basta che non rimetta la falce e martello di Breznev.
Le tragedie annunciate ed ignorate
I familiari piangono, i vicini piangono, ha pianto anche il primario psichiatra De Stefani (Il Trentino, 2 giugno 2007 pag. 4). Ma lo sgomento suscitato dalla tragedia di Mezzolombardo dovrebbe ora lasciare il passo ad una doverosa indignazione: cosa si è fatto realmente per evitare questa sciagura?
In tutti i paesi civili sono tre gli impegni inderogabili per la salute del cittadino: la prevenzione, la cura e la riabilitazione. In Italia, dal 1978 è in vigore la legge Basaglia, così chiamata in onore del suo ispiratore, un medico seguace dell’Antipsichiatria (dottrina sociologica americana degli anni ’60, visionaria e nichilista). Questa legge dispone che gli accertamenti e i trattamenti psichiatrici siano volontari, salvo rare eccezioni che prevedono un regime autorizzativo macchinoso e complesso. In altri termini, chi soffre di disagio psichiatrico è arbitro della propria condizione patologica, restando libero di decidere se curarsi o se, come avviene nella gran parte dei casi, di non ritenersi malato. Ciò significa che, di fatto, spesso non esista alcuna prevenzione del disagio psichiatrico, senza la quale sono ugualmente negate sia la cura che la riabilitazione. Le famiglie vengono così caricate di un onere che non sono in grado di reggere, e spesso scontano fino alla tragedia la latitanza e l’inefficenza dei servizi preposti. Tutto il resto, le “reti”, la solidarietà, le strutture intermedie, vengono sempre evocate in modo un po’ allucinatorio, ma sempre ex post, a tragedia avvenuta. Il medico di base ha ammesso di non essere stato a conoscenza della storia clinica della mamma di Marialisa. E’ questa la “rete” di cui ci si parla tanto addosso?
Morale della favola: una persona che aveva bisogno di assistenza mirata e professionale, è stata lasciata sola a gestire il proprio disagio, e per questo un’innocente ha perso la vita.
Sul famoso filmato BBC sulla pedofilia.
Solo la rabbia laicista dopo il Family Day spiega perché, subito dopo la grande manifestazione romana, all’improvviso il documentario dell’ottobre 2006 della BBC “Sex Crimes and the Vatican” abbia cominciato a circolare su Internet con sottotitoli italiani, e i vari Santoro abbiano cominciato ad agitarsi. Il documentario, infatti, è merce avariata: quando uscì fu subito fatto a pezzi dagli specialisti di diritto canonico, in quanto confonde diritto della Chiesa e diritto dello Stato. La Chiesa ha anche un suo diritto penale, che si occupa tra l’altro delle infrazioni commesse da sacerdoti e delle relative sanzioni, dalla sospensione a divinis alla scomunica. Queste pene non c’entrano con lo Stato, anche se potrà capitare che un sacerdote colpevole di un delitto che cade anche sotto le leggi civili sia giudicato due volte: dalla Chiesa, che lo ridurrà allo stato laicale, e dallo Stato, che lo metterà in prigione.
Il 30 aprile 2001 Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) pubblica la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, con una serie di norme su quali processi penali canonici siano riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede e quali ad altri tribunali vaticani o diocesani. La lettera De delictis gravioribus, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 – quella presentata dalla BBC come un documento segreto, mentre fu subito pubblicata sul bollettino ufficiale della Santa Sede e figura sul sito Internet del Vaticano – costituisce il regolamento di esecuzione delle norme fissate da Giovanni Paolo II. Il documentario al riguardo afferma tre volte il falso:
(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese:
(b) dal momento che il “cattivo” del documentario dev’essere l’attuale Pontefice, Benedetto XVI (per i laicisti il Papa “buono” è sempre quello morto), non spiega che la De delictis gravioribus firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il 18 maggio 2001 ha l’unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile, che è di Giovanni Paolo II;
(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora (“crimini più gravi”), tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti. Al contrario, è del tutto evidente che questi documenti si occupano del problema, una volta instaurato un giudizio ecclesiastico, a norma del diritto canonico, a chi spetti la competenza fra Congregazione per la Dottrina della Fede, che in questi casi agisce “in qualità di tribunale apostolico” (così la Sacramentorum sanctitatis tutela), e altri tribunali ecclesiastici. Questi documenti, invece, non si occupano affatto – né potrebbero, vista la loro natura, farlo – delle denunzie e dei provvedimenti dei tribunali civili degli Stati. A chiunque conosca, anche minimamente, il funzionamento della Chiesa cattolica è evidente che quando i due documenti scrivono che “questi delitti sono riservati alla competenza esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede” la parola “esclusiva” significa “che esclude la competenza di altri tribunali ecclesiastici” e non – come vuole far credere il documentario – “che esclude la competenza dei tribunali degli Stati, a cui terremo nascoste queste vicende anche qualora si tratti di delitti previsti e puniti delle leggi dello Stato”. Non è in questione questo o quell’episodio concreto di conflitti fra Chiesa e Stati. Le due lettere dichiarano fin dall’inizio la loro portata e il loro ambito, che è quello di regolare questioni di competenza all’interno dell’ordinamento giuridico canonico. L’ordinamento giuridico degli Stati, semplicemente, non c’entra.
Nella nota 3 della lettera della Congregazione per la dottrina della fede – ma per la verità anche nel testo della precedente lettera di Giovanni Paolo II – si cita l’istruzione Crimen sollicitationis emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede, che allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962, durante il pontificato del Beato Giovanni XXIII (1881-1963) ben prima che alla Congregazione arrivasse lo stesso Ratzinger (che quindi, com’è ovvio, con l’istruzione non c’entra nulla: all’epoca faceva il professore di teologia in Germania). Questa istruzione dimenticata, “scoperta” nel 2001 solo in grazia dei nuovi documenti e oggi non più in vigore, non nasce per occuparsi della pedofilia ma del vecchio problema dei sacerdoti che abusano del sacramento della confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti.
? vero che dopo essersi occupata per i primi settanta paragrafi del caso di penitenti donne che hanno una relazione sessuale con il confessore in quattro paragrafi, dal 70 al 74, la Crimen sollicitationis, afferma l’applicabilità della stessa normativa al crimen pessimus, cioè alla relazione sessuale di un sacerdote “con una persona dello stesso sesso”, e nel paragrafo 73 – per analogia con il crimen pessimus – anche ai casi (“quod Deus avertat”, “che Dio ce ne scampi”) in cui un sacerdote dovesse avere relazioni con minori prepuberi (cum impuberibus). Il paragrafo 73 del documento è l’unico mostrato nel documentario, il quale lascia intendere che gli abusi sui bambini siano il tema principale del documento, mentre il problema non era all’ordine del giorno nel 1962 e l’istruzione gli dedica esattamente mezza riga. Clamorosa è poi la menzogna del documentario quando afferma che la Crimen sollicitationis aveva lo scopo di coprire gli abusi avvolgendoli in una coltre di segretezza tale per cui “la pena per chi rompe il segreto è la scomunica immediata”. ? precisamente il contrario: il paragrafo 16 impone alla vittima degli abusi di “denunciarli entro un mese” sulla base di una normativa che risale del resto al lontano anno 1741. Il paragrafo 17 estende l’obbligo di denuncia a qualunque fedele cattolico che abbia “notizia certa” degli abusi. Il paragrafo 18 precisa che chi non ottempera all’obbligo di denuncia dei paragrafi 16 e 17 “incorre nella scomunica”. Dunque non è scomunicato chi denuncia gli abusi ma, al contrario, chi non li denuncia.
L’istruzione dispone pure che i relativi processi si svolgano a porte chiuse, a tutela della riservatezza delle vittime, dei testimoni e anche degli imputati, tanto più se eventualmente innocenti. Non si tratta evidentemente dell’unico caso di processi a porte chiuse, né nell’ordinamento ecclesiastico né in quelli statuali. Quanto al carattere “segreto” del documento, menzionato nel testo, si tratta di un “segreto” giustificato dalla delicatezza della materia ma molto relativo, dal momento che fu trasmesso ai vescovi di tutto il mondo. Comunque sia, oggi il documento non è più segreto, dal momento che – stimolati dalla lettura dei documenti del 2001 – avvocati in cause contro sacerdoti accusati di pedofilia negli Stati Uniti ne chiesero alle diocesi il deposito negli atti di processi che sono diventati pubblici. Quegli avvocati speravano di trovare nella Crimen sollicitationis materiale per ampliare le loro già milionarie richieste di risarcimento dei danni: ma non trovarono nulla. Infatti, anche l’istruzione Crimen sollicitationis non riguarda in alcun modo la questione se eventuali attività illecite messe in atto da sacerdoti tramite l’abuso del sacramento della confessione debbano essere segnalate da chi ne venga a conoscenza alle autorità civili. Riguarda solo le questioni di procedura per il perseguimento di questi delitti all’interno dell’ordinamento canonico, e al fine di irrogare sanzioni canoniche ai sacerdoti colpevoli. Perfino Tom Doyle, un ex-cappellano militare che appare nel documentario, ha affermato in una lettera del 13 ottobre 2006 a John L. Allen, che è forse il più noto vaticanista degli Stati Uniti, che “benché abbia lavorato come consulente per i produttori del documentario, temo proprio che alcune distinzioni che ho fatto a proposito del documento del 1962 siano andate perdute. Non credo né ho mai creduto che quel documento sia la prova di un complotto esplicito, nel senso convenzionale, orchestrato dai più alti responsabili del Vaticano per tenere nascosti casi di abusi sessuali perpetrati dal clero”. Tom Doyle rimane del tutto ostile alla “cultura radicalmente sbagliata” che vede nella Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: ma anche lui si rende conto che le tesi del documentario sulla Crimen sollicitationis non sono sostenibili e cerca prudentemente, sia pure con un linguaggio che resta ambiguo, di prendere le distanze.
Un altro inganno del documentario consiste nel sostenere, a proposito della lettera De delictis gravioribus del 2001 sottoscritta dal cardinale Ratzinger, che si tratti del “seguito” della Crimen sollicitationis, che “ribadiva con enfasi la segretezza, pena la scomunica”. In realtà nella lettera del 2001 non si trova neppure una volta la parola “scomunica”. Si ribadisce, certo, che le procedure per i delicta graviora sono “sottoposte al segreto pontificio”, cioè devono svolgersi a porte chiuse e in modo riservato. Ma in questo non vi è nulla di nuovo, né il segreto si applica solo ai casi di abusi sessuali. Il documentario, al riguardo, confonde maliziosamente sia a proposito della De delictis gravioribus sia a proposito della Crimen sollicitationis segretezza del processo e segretezza del delitto. Il delitto non è affatto destinato a rimanere segreto, anzi se ne chiede la denuncia sotto pena di scomunica; il processo è invece destinato a svolgersi in modo riservato, a tutela – come accennato – di tutte le parti in causa. ? questa segretezza del processo che è tutelata con la minaccia di scomunica ai giudici, ai funzionari e allo stesso accusato nei paragrafi 12 e 13 della Crimen sollicitationis (quanto alle vittime e ai testi, prestano giuramento di segretezza ma si prevede che “non siano sottoposti ad alcuna sanzione” salvo provvedimenti specifici da parte dei giudici nei singoli casi). Se c’è qualche cosa di nuovo nella De delictis gravioribus rispetto alla disciplina precedente in tema di abusi sessuali, è il fatto che la lettera crea una disciplina più severa per il caso di abuso di minori, rendendolo perseguibile oltre i normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara di avere subito abusi quando era minorenne abbia compiuto i ventotto anni (e non i diciotto, come alcuni hanno scritto: infatti il termine è di dieci anni ma nel delitto perpetrato da un clericus con un minore “decurrere incipit a die quo minor duodevicesimum aetatis annum explevit”, cioè “inizia a decorrere nel giorno in cui il minore compie il diciottesimo anno di età”, e da questa data decorre per dieci anni, arrivando così ai ventotto anni di età della vittima).
Questo significa – per fare un esempio molto concreto – che se un bambino di quattro anni è vittima di abusi nel 2007, la prescrizione non scatterà fino al 2031, il che mostra bene la volontà della Chiesa di perseguire questi delitti anche molti anni dopo che si sono verificati e ben al di là dei termini di prescrizione consueti. Con questa nuova disciplina la durezza della Chiesa verso i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta con Benedetto XVI, come dimostrano casi dove, nel dubbio, Roma ha preferito prendere provvedimenti cautelativi anche dove non c’erano prove di presunti abusi che si asserivano avvenuti molti anni fa, e la stessa nomina del cardinale americano William Joseph Levada, noto per la sua severità nei confronti dei preti pedofili, a prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Tutte queste norme riguardano, ancora una volta, il diritto canonico, cioè le sospensioni e le scomuniche per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali. Non c’entrano nulla con il diritto civile, o con il principio generale secondo cui – fatto salvo il solo segreto della confessione – chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato giustamente punito dalle leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle autorità competenti. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica le autorità civili hanno diritto alla “leale collaborazione dei cittadini” (n. 2238): “la frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni si sottraggono alle imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno condannati con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia” (n. 1916). L’obbligo di “leale collaborazione” con i poteri civili viene meno solo quando i loro “precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo” (n. 2242): se questo limite non esistesse, se ne concluderebbe che il cittadino cattolico doveva offrire la sua “leale collaborazione” anche al Terzo Reich e denunciare alla Gestapo le violazioni delle leggi razziali di cui fosse venuto a conoscenza. Dal momento, invece, che le leggi che tutelano i minori dagli abusi non sono affatto contrarie alle “esigenze dell’ordine morale”, nei loro confronti vige l’obbligo di “leale collaborazione” prescritto dal Catechismo, e le “frodi e altri sotterfugi” con cui si cercasse di sottrarsi a tali leggi sono “condannate con fermezza”. Certo, in passato queste indicazioni non sono sempre state rispettate (ma abusus non tollit usum). Il legittimo desiderio di proteggere sacerdoti innocenti ingiustamente calunniati (ce ne sono stati, e ce ne sono, molti) qualche volta è stato confuso con un “buonismo” che ha ostacolato indagini legittime degli Stati. Benedetto XVI ha più volte stigmatizzato ogni forma di buonismo sul tema (si veda per esempio il discorso ai vescovi dell’Irlanda in visita ad Limina Apostolorum, del 28 ottobre 2006): e in realtà il trasferimento della competenza dalle diocesi, dove i giudici spesso possono avere rapporti di amicizia con gli accusati, a Roma mirava fin dall’inizio a garantire maggiore rigore e severità.
A margine – ma non troppo – di questa controversia si devono menzionare due luoghi comuni. Il primo è quello secondo cui la “colpa” della Chiesa è quella di mantenere il celibato tra i sacerdoti di rito latino: sarebbe appunto il celibato la causa almeno remota degli episodi di pedofilia. Il secondo fa credere a molti che i preti pedofili siano “decine di migliaia”. Prima di discutere le statistiche sul punto, e le relative esagerazioni, si deve essere chiari: anche un solo caso di pedofilia nel clero sarebbe un caso di troppo, nei confronti del quale le autorità civili e religiose hanno non solo il diritto ma il dovere di intervenire energicamente. Tuttavia stabilire quanti sono i preti e religiosi cattolici pedofili non è irrilevante. Le tragedie individuali sono difficilmente descritte dalle statistiche, ma il quadro statistico può aiutare a capire se si tratta di casi isolati o di epidemie, e se c’è qualche cosa nello stile di vita del clero cattolico che rende questi episodi più facili a verificarsi di quanto non avvenga, per esempio, fra i pastori protestanti o fra i maestri di scuola laici debitamente sposati.
? proprio vero che si tratta di un’epidemia dalle proporzioni ormai incontrollabili? Si legge spesso che la Chiesa cattolica almeno in Nord America – dal momento che i casi denunciati, ancorché non irrilevanti, sono in numero minore in Europa e altrove – ospita una percentuale di pedofili elevata e unica rispetto a tutti i gruppi religiosi dotati di ministri ordinati o di attività educative. Le statistiche che sono fatte circolare spesso senza troppo preoccuparsi delle fonti parlano di migliaia o anche di decine di migliaia di casi. Si è sentito dire per esempio ripetutamente in talk show televisivi americani che il cinque o il sei per cento dei preti statunitensi sono “pedofili”. Alcuni talk show studiati dall’illustre sociologo (non cattolico) Philip Jenkins in due sue opere sul tema (la fondamentale Pedophiles and Priests. Anatomy of a Contemporary Crisis, Oxford University Press, Oxford – New York 1996; e Moral Panic. Changing Concepts of the Child Molester in Modern America, Yale University Press, New Haven – Londra 1998; mentre in The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, Oxford – New York 2003 lo stesso autore studia il contesto dell’anticattolicesimo, l’ultimo pregiudizio socialmente accettato, come brodo di coltura in cui affermazioni palesemente false acquistano l’apparenza della credibilità) hanno citato a ruota libera pseudo-statistiche e cifre da cui emergerebbe che il numero dei “preti pedofili” americani è superiore al numero totale di sacerdoti cattolici degli Stati Uniti. Almeno queste statistiche sono certamente false, e devono insegnare a non prendere per oro colato tutti i dati presentati come “statistici” o “scientifici” in televisione.
Negli ultimi trent’anni i casi di sacerdoti cattolici o religiosi condannati per abusi sessuali su bambini negli Stati Uniti e in Canada sono di poco superiori al centinaio. Un autore molto critico sul punto nei confronti della Chiesa cattolica, il sociologo Anson D. Shupe (di cui cfr. In the Name of All That’s Holy. A Theory of Clergy Malfeasance, Praeger, Westport 1995; Wolves within the Fold. Religious Leadership and Abuses of Power, Rutgers University Press, New Brunswick – Londra 1998; e – con William A. Stacey e Susan E. Darnell – Bad Pastors. Clergy Misconduct in Modern America, New York University Press, New York – Londra 2000), ha sostenuto che, nell’ultimo trentennio del ventesimo secolo, i casi di preti nordamericani pedofili possano essere stati superiori al migliaio e raggiungere forse alcune migliaia. Shupe ammette che le statistiche sono difficili perchè, a partire da poche condanne, occorre estrapolare e speculare sulla base di sondaggi su quanti casi non arrivano alla condanna perchè non sono denunciati (il che peraltro, ammette l’autore, oggi avviene meno di ieri) ovvero sono oggetto di transazioni fra le parti. Si deve anche chiarire che non è corretto includere nelle statistiche sulla “pedofilia” i casi di relazioni sessuali che coinvolgono, per esempio, un sacerdote venticinquenne e una fedele minorenne di sedici o diciassette anni. Si tratta certamente di un illecito canonico (in alcuni paesi anche di un reato), che però non corrisponde a nessuna definizione medica o legale di “pedofilia”, che il più diffuso manuale diagnostico e statistico utilizzato dagli psichiatri, il DSM-IV, definisce come “attività sessuale ricorrente con bambini prepuberi”. Su tutta la materia delle statistiche è in corso un’accesa discussione: ma in ogni caso siamo lontani dalle “decine di migliaia” di casi evocati dai talk show.
Sulla base dei pochi dati certi e, molto di più, di quelli ipotetici si e diffusa l’idea secondo cui responsabile del problema sia il celibato (o il voto di castità dei religiosi), non più tollerabile nella società contemporanea. Attivisti contro il celibato, a una riunione della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, protestavano per la presunta esplosione della pedofilia in clergyman con slogan come “? la Chiesa il vero pedofilo”. In realtà, tuttavia, se si usano statistiche omogenee, cioè prodotte dagli stessi ricercatori o istituti o con gli stessi criteri, si scopre che negli Stati Uniti alcune denominazioni protestanti ai cui ministri di culto non è richiesto il celibato o che non hanno neppure una figura di “ministro” ordinato hanno percentuali di condannati e incriminati per pedofilia tra i loro ministri o educatori (considerato il numero globale di pastori o anziani delle loro congregazioni) non troppo dissimili da quelle della Chiesa cattolica, e lo stesso vale per i maestri laici delle scuole pubbliche e degli asili (naturalmente, anche in questi casi sono possibili incriminazioni e accuse ingiuste). Se l’elemento decisivo fosse il celibato, i ministri e pastori cui è permesso sposarsi – per tacere dei maestri laici – dovrebbero avere percentuali di rischio decisamente minori rispetto alla Chiesa cattolica.
Jenkins nota poi un dato forse non politicamente corretto ma fondamentale: oltre il novanta per cento delle condanne di sacerdoti cattolici pedofili riguarda abusi su bambini (si noti la “i” finale) e non su bambine. Dal momento dunque che si tratta, piaccia o no, di omosessuali e che l’alternativa al celibato – salvo nuovi significati del termine, in clima di Dico e di matrimoni omosessuali – consiste nello sposare una donna, permettere ai sacerdoti di rito latino il matrimonio (eterosessuale) non risolverebbe i loro casi. ? vero, sottolinea ancora la letteratura scientifica, che comunità religiose più piccole o che non hanno una struttura gerarchica organizzata su base nazionale – per esempio le denominazioni pentecostali – sono state percentualmente meno coinvolte nel problema della pedofilia dei ministri e pastori, anche se non sono mancati singoli incidenti clamorosi. Questo dato fa riflettere sul fatto che decisivo non è il celibato: sono piuttosto aspetti strutturali e economici. Da una parte, è possibile che un vero pedofilo si “nasconda” meglio ed eluda più facilmente la vigilanza all’interno di una grande struttura. Ma è anche vera che gli studi legali specializzati in questo campo – che negli Stati Uniti non mancano – e le grandi società di assicurazioni che spesso determinano l’esito delle cause (talora preferendo pagare e alzare il premio della polizza, anche quando l’accusato e presumibilmente innocente) attaccano più volentieri lo Stato, nel caso dei maestri delle scuole pubbliche, ovvero la Chiesa cattolica a altre comunità religiose con una organizzazione nazionale e gerarchica. Qui si può attingere per i danni alle ricche casse delle diocesi, al di là delle parrocchie, mentre nelle denominazioni più piccole o dove manca una struttura gerarchica, e ogni comunità locale è indipendente, non si può sperare di ottenere più di quanto è sufficiente a vuotare le casse, spesso magre, di una congregazione locale.
II fatto che fare causa alla Chiesa cattolica chiedendo risarcimenti per le presunte molestie di preti “pedofili” sia anche un potenziale buon affare nulla toglie, evidentemente alla gravità dei casi di pedofilia reali e accertati. Ma deve rendere vigilanti nei confronti di casi montati ad arte o fasulli, tutt’altro che infrequenti negli Stati Uniti e di cui qualche segnale fa temere l'”importazione” anche in Italia. Un anticattolicesimo latente in settori importanti della società, ambienti di assistenti sociali e terapisti convinti che tutto quanto i loro pazienti o assistiti raccontano, specie se sono bambini, sia sempre e necessariamente vero – molti episodi decisi dai tribunali mostrano che non sempre è così: i bambini assorbono facilmente le idee dei loro terapisti, o questi ultimi li incalzano e li confondono con domande suggestive – e una mentalità per cui il celibato o i voti non sono politicamente corretti fanno sì che accuse poi dimostrate come false in tribunale siano prese inizialmente sul serio.
Tutto questo ripetiamolo ancora una volta non nega certamente la presenza di casi dolorosi, sulle cui cause la Chiesa giustamente indaga e si interroga. Ci si può chiedere, per esempio, perchè proprio negli Stati Uniti il paese dove sono più forti la contestazione nei confronti del Magistero in tema di morale sessuale e una certa tolleranza dell’omosessualità anche da parte di teologi che insegnano nei seminari il problema dei preti pedofili, al di là delle esagerazioni statistiche, sia più diffuso che in Europa. A costo di ripetere l’ovvio, precisiamo subito che solo un folle sosterrebbe che tutti i sacerdoti omosessuali, per non parlare degli omosessuali non sacerdoti, sono pedofili; è invece un fatto statisticamente accertato che la maggior parte dei preti pedofili condannati sono omosessuali. Da questo punto di vista l’apertura del documentario con un pedofilo che parla di “bambine”, al femminile, è a sua volta fuorviante (e i sottotitoli in italiano della prima versione diffusa via Internet aggiungono del loro, dal momento che mentre il documentario inglese parla di “a former Catholic priest”, cioè di un ex prete cattolico, il sottotitolo presenta il poco simpatico pedofilo come “un prete cattolico”, dimenticando l'”ex”, il che non è precisamente la stessa cosa).
La vigilanza in questo delicatissimo campo deve certamente continuare: ma non può essere disgiunta da una parallela vigilanza contro forme di disinformazione laicista e dall’esame attento di ogni singolo caso. Se per i colpevoli in un campo come questo è giusto parlare di “tolleranza zero”, la severità non può essere disgiunta dalla ferma difesa di chi è ingiustamente accusato, ricordando che ogni accusa, tanto più quando è grave e infamante, deve essere adeguatamente provata. In ogni caso, le misure prese nell’ambito del diritto canonico per perseguire i crimini di natura sessuale commessi dal clero, e la denuncia dei responsabili alle autorità dello Stato, costituiscono due vicende del tutto diverse. La confusione, intrattenuta ad arte per gettare fango sul Papa, è solo frutto del pregiudizio e dell’ignoranza.
Due perle dal Museo.
Alcune perle dal Museo: l’uomo differisce dalle scimmie, è
loro superiore (oso usare questo vocabolo non “scientifico”), per la
lunghezza del pene. Ma come mai? “Una delle ipotesi plausibili,
sostiene la didascalia, afferma che anche il pene dell’uomo sarebbe
diventato un organo da parata, come la coda del pavone o la criniera
del leone: una buona erezione segnalerebbe alla femmina la buona
salute
del maschio”. Insomma, una brava moglie, prima di sposarsi, dovrebbe
misurare col metro la lunghezza del membro del compagno: per il bene
della specie, chiaramente!
Sempre sull’amore: “Da un punto di vista evolutivo l’infedeltà è
vantaggiosa in quanto permette a un individuo di riprodursi di più”.
Progetto o beffardo scarabocchio?
Il dibattito sull’origine della vita e sull’origine dell’uomo, per fortuna, appassiona anche oggi e coinvolge tutti, uomini e donne, senza distinzione di età, di cultura o di religione.
Si tratta di un tema fondamentale per le ricadute importanti sul senso stesso dell’esistenza che ciascuno di noi trascorre, sia pur per breve tempo, su questo pianeta.
Non vale appellarsi all'”ipse dixit”: credo che in questo campo ci si debba appellare prima di tutto alla ragione e alla sua capacità di conoscere: la posta in gioco è troppo alta per poter delegare o, peggio ancora, per rinunciare a pensare.
La datazione dei fossili e delle rocce del nostro pianeta esclude la possibilità della creazione del sistema solare e della vita 6000 anni fa, come sostengono i “creazionisti fondamentalisti”, ma non esclude, di per sé, l’intervento di un Creatore, in tempi e modalità differenti.
L’ipotesi dell’evoluzione biologica non possiede, a mio avviso, dati e argomenti sufficienti a soddisfare le esigenze della nostra ragione.
Secondo tale ipotesi le farfalle, le balene, i cedri e gli uomini derivano da un antenato comune.
Questo antenato è costituito da un gruzzolo di atomi di carbonio, un gruzzolo di atomi di idrogeno, un pizzico di ossigeno e di azoto che, mescolati e ricombinati insieme in una pozza d’acqua di oltre tre miliardi di anni fa, sono diventati “viventi”, cioè capaci di metabolismo e di riproduzione, confinando la loro “novità” all’interno di una membrana, anch’essa vivente.
Senza alcun progetto preesitente, senza alcuna finalità, senza alcun potere previsionale sul loro futuro, senza poter ripetere il prodigio, queste molecole hanno dato inizio, a loro insaputa, al meraviglioso capitolo della biologia sulla Terra.
Per almeno tre miliardi di anni non hanno incontrato nessuno che fosse in grado di dare loro un nome e di riconoscere il merito che hanno avuto, rischiando anche di restare ignorate per sempre, perché l’uomo avrebbe potuto benissimo non apparire mai.
Non solo l’uomo, ma anche il cuore, i reni, il fegato, l’utero, le ali dell’aquila, le vertebre del serpente, il marsupio del canguro, l’occhio di un falco… tutto avrebbe potuto non accadere.
Se è accaduto, lo dobbiamo solo alla variabilità del materiale genetico e dell’ambiente.
“E’ stato l’ambiente a fare l’uomo e senza questo evento (la siccità in Africa tropicale) il genere Homo non avrebbe avuto alcun motivo di comparire, almeno lì e in quel momento” (Yves Coppens, Histoire de l’homme et changements climatiques, tr. Italiana Jaca Book, 2007).
La nostra ragione deve rassegnarsi: non c’è disegno, non c’è finalità, non c’è nulla di che stupirsi: tutte le “forme” della vita, compresa la nostra, sono un prodotto secondario dei cambiamenti climatici, quasi un effetto collaterale della scienza metereologica.
Eppure rimaniamo (come me, spero tanti…) ancora insoddisfatti da questa risposta; non sappiamo darci pace all’idea che per fare un computer ci voglia un ingegnere, ma che per fare un’aquila basti una bava di vento che la sollevi e che per fare un uomo basti un po’ di caldo e di siccità che lo costringa ad alzare la testa per vedere lo skyline sopra l’erba della savana.
In realtà, la macroevoluzione, ovvero la nascita delle differenti forme di classi di esseri viventi, non ha una spiegazione soddisfacente non perché dobbiamo aspettare ancora nuove ricerche, ma perché l’errore casuale (la mutazione) e la selezione dell’ambiente di vita non possiedono capacità morfogenetiche.
Detto in altre parole, le informazioni per costruire una colonna vertebrale all’interno di un corpo non possono ragionevolmente derivare da “errori” del DNA, perché sono di una complessità tendente all’infinito e come tale esige di essere trattata in termini di software e di brevetto.
Per “fare” la famosa giraffa, non basta allungare il collo, ma bisogna potenziare il cuore per spingere il sangue fin lassù, bisogna coordinare il movimento di tutti i muscoli, allungare i nervi, proporzionare le zampe e tutto nello stesso istante, altrimenti non “funziona” nulla.
Ogni volta cioè che si “ritocca” una parte di un organismo, si deve modificarlo tutto, perché un essere vivente non è un puzzle, ma una “complessità irriducibile” (un sistema la cui funzionalità non è presente nelle singole componenti, ma deriva dalla loro sinergìa).
L’inadeguatezza dei geni per spiegare le “forme” degli esseri viventi ha infatti fatto nascere recentemente un nuovo filone di ricerca che si spinge a cercare nuove risposte all’interno della biologia dello sviluppo (evolutionary developmental biology, evo-devo in sigla), cioè cambiando il punto di osservazione. Non più i geni, ma lo sviluppo dell’embrione.
La strada intrapresa è solo all’inizio, ma la dice lunga sulla pretesa di aver spiegato la vita a suon di mutazioni casuali e di clima variabile e volubile.
L’esplosione di quasi tutte le forme di vita nel Cambiano, nell’arco di soli 5-10 milioni di anni, ha inferto un duro colpo all’ipotesi dell’evoluzione graduale: prima compaiono tutte le grandi “architetture” e poi queste si differenziano nei dettagli.
L’evoluzione prevede un percorso esattamente opposto per la vita: le piccole variazioni sui dettagli portano, accumulandosi in tempi geologici, a differenze macroscopiche.
Le reazioni biochimiche che accadono in ogni singola cellula del corpo, perfettamente sincronizzate tra loro, coordinate nei reagenti, negli intermedi e nei prodotti finali, controllate continuamente dal fabbisogno reale di ogni molecola, costituiscono quella “complessità” che non si lascia “ridurre” ad alcuna delle sue componenti, perché postula quel surplus di “informazione” che solo è in grado di dare senso al sistema.
L’evoluzione della biochimica della cellula è ancora territorio vergine, ma la sensazione che lo scienziato ricava è che sia un’impresa senza senso: siamo in presenza di un disegno e non di un beffardo scarabocchio.
Credo che ogni tentativo di escludere l’idea di un “progetto” per la vita e per le sue forme mortifichi la ragione, che non sa accettare che una natura senza senso abbia potuto generare quell’ordine e quella logica che la animano quando pensa e indaga.
Umberto Fasol (biologo)
Odio gratuito e inverecondo.
Ugo Morelli, che evidentemente si arrabbia se qualcuno non lo considera solo una scimmia senza peli, ha sfogato oggi il suo odio sulla I del Corriere, riferendosi a noi così: ” Ma allora, se la cosa riguarda qualche nucleo integralista che sceglie di non vedere e propone l’oscurantismo, perchè occuparsene? E’ importante occuparsene perchè quelle posizioni oscurantiste, che offendono in primo luogo l’intelligenza umana (ma non è come quella delle scimmie?ndr) scegliendo l’ignoranza come progetto, rischiano di affermarsi nel penoso clima culturale in cui versano il paese e le sue realtà culturali da qualche tempo”. Ora, ripetizioni a parte, non saranno queste formidabili riflessioni a spaventarci….Gli intolleranti abbondano, purtroppo.
Indulto e carriere devianti
Tra le varie opinioni a proposito dell’indulto, comparse di recente sui giornali e nei salotti politici, voglio segnalarne una proveniente da un sociologo misconosciuto (per lo meno a chi scrive), il quale, in sintesi, ha definito l’indulto un provvedimento doveroso e naturale, essendo il crimine un elemento strutturale della nostra società, che è “da sempre insensibile ai bisogni degli ultimi e dei diversi”.
Questa posizione rappresenta bene quella che possiamo chiamare la cultura giustificazionista della devianza, un atteggiamento semi-patologico che arriva ad allucinare la realtà per i propri fini di buonismo sociale. La realtà, invece, è molto più prosaica: il crimine diviene strutturale alla società quando la criminalità diventa una vera e propria carriera, una carriera deviante con connotati simili ad un qualsiasi investimento sociale ed esistenziale; con i suoi rischi, i suoi profitti, le perdite, i fallimenti. Se le perdite superano i profitti, la carriera deviante può interrompersi attraverso meccanismi che non sono solo espiatori. Ma se nella carriera deviante i profitti sono costanti, se l’ambiente sociale è tollerante e culturalmente “giustificazionista”, se il sistema sanzionatorio è inefficiente (condanne non scontate, processi infiniti, indulto), se il passivo, il rischio e le perdite sono annullati da prebende assistenziali e parassitarie, ebbene, la carriera deviante non troverà motivo di interrompersi se non con l’estinzione del soggetto deviante o con il suo “fallimento”. Generalmente questo fallimento coincide con la commissione di un crimine di gravità tale da espellere per sempre il deviante dal proprio ciclo produttivo (ad esempio l’ergastolo che si beccherà l’assassino del bimbo di Parma, psichiatri e assistenti sociali permettendo). Ma quanto danno sociale produce impunemente il deviante, prima del suo definitivo “fallimento”?
Una soluzione esiste, peraltro assai politicamente scorretta, e quindi verosimilmente efficace. Il crimine può essere combattuto attivando meccanismi repressivi che rendano la carriera deviante massicciamente improduttiva e disagevole, rispetto a quanto non lo sia il comportamento conforme alle norme. In altri termini, bisogna rendere la vita dei criminali molto più difficile di quanto si è fatto finora. E la cultura giustificazionista della devianza, che è spesso conseguente e connivente con la devianza stessa, deve essere oggetto di un precoce e continuativo vituperio sociale, e relegata nella pattumiera culturale dei nostri tempi.