La notte prima degli esami

E’ uscito da qualche giorno nelle sale cinematografiche il sequel del film La notte prima degli esami.
Una storia di adolescenti carica di passioni ed esperienze. Senza nulla dire del contenuto del film che ricalca un cliché abbastanza diffuso, quello che mi ha colpito è la dichiarazione di una delle attrici protagoniste, di cui peraltro non ricordo il nome. Si tratta di una bella ragazza dai capelli biondi e dallo sguardo seducente che alla domanda di un giornalista, su cosa i giovani desiderino, ha risposto più o meno così: “I giovani vogliono essere protagonisti, vogliono poter sbagliare, in loro arde il desiderio di essere al centro della vita, di affrontare le situazioni più intriganti; inoltre i giovani vogliono poter pecc…” e qui, la parola si è come pietrificata sulle labbra della graziosa ragazza. Mi è sin troppo semplice riferirne il senso compiuto: “I giovani vogliono poter peccare”. Poi, eventualmente, se ne avranno la forza potranno reagire davanti ai danni prodotti con le loro azioni, o fregarsi le mani per l’occasione colta al volo e goduta sino in fondo; o magari potranno disperarsi per non aver saputo resistere alla seduzione di un invito che si è alfine rivelato un inganno.
Indipendentemente a quale dei casi vogliamo far riferimento, ciò che traspare da questa vicenda è un’idea di vita nella quale il singolo insegue solitario e istintivo l’avventura. Un’avventura che però non ha più la connotazione dell’imprevisto e del lampo che squarcia la monotonia del giorno. Il filosofo e sociologo Simmel, in un memorabile saggio dal titolo “L’avventura” osservava come ogni momento della vita ruoti attorno ad un centro e come ogni istante sia parte di un tutto; l’avventura, a suo dire, è un uscire da questo tutto, preda di una tensione e di un’emozione che prevalgono sul contenuto. In ogni avventura il prima e il dopo non contano, il tempo è come sospeso e con esso la storia personale; ma la forza dell’avventura sta proprio in questo: nel suo misterioso nascere e nel suo inevitabile finire, nel fatto che poi l’uomo rientri nel suo centro, nella sua normalità. Chi vive l’avventura prova una profonda soddisfazione proprio perché sa che si tratta di un momento irripetibile che si stacca dalla vita di ogni giorno.
Ora, la contemporaneità, che insegue la trasgressione e la soddisfazione del momento, ha smarrito persino il senso dell’avventura, perché la vita del singolo si concepisce come smodata ricerca del piacere, dell’emozione continua. Non esiste più una casa cui far ritorno, perché non esiste più alcuna normalità, alcun dovere. Quando la vita stessa diviene avventura, l’avventura scompare e ad essa subentra dapprima l’ansia poi, la noia. Il modello che noi osserviamo è quello incarnato dallo stile televisivo legato al successo il quale trasmette proprio questa idea di vita che vorrebbe espandersi e fagocitare tutti. Ma cosa cerca l’essere umano in tutto questo?
Credo che la persona quando desidera qualcosa, quando evade, cerca comunque e sempre la felicità, soltanto che spesso il bersaglio è mancato, perché ogni cosa raggiunta rivela la propria inadeguatezza. Un personaggio di un romanzo di Andrè Gide ebbe a dire: ” Ho portato arditamente la mia mano su ogni cosa e ho avanzato diritti su ogni oggetto dei miei desideri. Quanto riso ho incontrato sulle labbra ho voluto coglierlo, quanto sangue sulle gote, quante lacrime sugli occhi ho voluto berle. Ho voluto mordere la polpa di tutti i frutti protesi sul mio cammino. Cercare Dio nella gioia di ogni attimo fugace superando qualsiasi freno che possa impedirne anche una sola stilla”( …) “E dopo tutto ciò morire disperato.” Queste parole rivelano come la via dell’esperienza moltiplicata all’infinito non appaghi il cuore dell’uomo e come esso abbia bisogno di altro. Come l’io quale unico criterio della propria vita si riveli illusorio, una voragine che divora ogni cosa lasciandoci sempre più vuoti, insoddisfatti,affamati. “Il pane” che l’uomo produce ha infinite fogge, “i granai” per molti occidentali straripano, l’acqua abbonda, ma la nostra gola è arida.
E’ l’esperienza dell’idolo cui si contrappone, per il credente, l’incontro con la vera acqua, con il pane che sazia ogni fame.
Scriveva il grande poeta Clemente Rebora: “Qualunque cosa tu dica o faccia c’è un grido dentro, non è per questo, non è per questo, e così tutto rimanda ad una segreta domanda, l’atto è un pretesto.”
Alla giovane attrice vorrei chiedere :sei proprio sicura che i giovani abbiamo bisogno di moltiplicare le esperienze e le evasioni, quasi dimentichi del passato e dell’amore di chi ha loro donato la vita? L’esaltazione dell’attimo non è forse una fuga, un non guardare in faccia al presente e alla responsabilità verso se stessi e verso gli altri?
Vedo, nella mia esperienza, come la crescita umana si realizzi mirabilmente quando inizia l’esodo da noi stessi dal nostro io ipertrofico, dalla nostra pretesa di felicità e comodità; la crescita inizia quando vediamo per la prima volta l’altro, quando bambini scopriamo che esiste un mondo oltre il nostro orizzonte, un mondo fatto di persone. La crescita e la felicità germinano quando l’altro diventa per la prima volta più importante di noi stessi. L’amore vero fra un uomo e una donna non è forse questo? Le parole della giovane attrice sembrano dimenticare il mondo, la storia, l’esperienza di chi ci ha preceduto, per questo ci fanno paura. In esse si esprime un’idea di vita che in realtà è un’idea di morte. Poi, siamo proprio convinti che i ragazzi si lascino sedurre così facilmente dai modelli proposti dai divi, da coloro che concepiscono l’esistenza come un continuo esperimento, come una stimolante avventura?
Molti ragazzi anelano alla semplicità di rapporti veri, essi riconoscono il valore di un amore che duri nel tempo, essi vedono nello stesso sacrificio la possibilità di mettersi alla prova e di crescere.
No! Nonostante tutto i giovani hanno ancora risorse e voglia per essere protagonisti positivi del futuro, lontani dalle sirene nichiliste incarnate da attori e attricette inebriate dal successo.

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Messori, l’Europa, e gli Usa liberatori.

Se per qualcuno mi sono espresso male, lascio la parola ad un personaggio che si esprime meglio, dicendo però le stess ecose: Vittorio Messori, che mi sembra apprezzato, in questo sito, e dal mondo cattolcio in generale.
“Il cosiddetto “american way of life” non è certo il mio ideale. “Ci hanno salvati due volte”, dicono spesso i fanatici dell’Usa-mania, riferendosi alle due guerre mondiali. Ma, a ben guardare, i motivi degli Stati Uniti per intervenire non erano così limpidi, e proprio certi loro errori furono all’origine dell’emergere dei fascismi.
Poiché amo la mia cultura – quella, cioè, di italiano “padano” nonché di cattolico – rispetto ogni altra cultura e tradizione. In effetti, come dimenticano spesso certi “dialoganti” confusionari, l’amore di sé è condizione indispensabile per l’amore verso gli altri. Solo chi è consapevole della sua identità e non vuole essere offeso in ciò che gli è caro, si guarda dall’offendere ciò che è caro ad altri. Dunque, alla pari di ogni altro Paese, rispetto anche gli Stati Uniti e quella loro cultura, della cui bontà sono così convinti da farne un’ideologia da esportazione mondiale, dandole un nome: american way of life. Rispetto, dunque. Ma, a differenza di tanti, oggi, non faccio del Nord America il mio ideale, non ho alcuna intenzione di abbandonare le mie tradizioni per adottare le loro. Il mio “istinto” cattolico si sente estraneo a un Paese che è figlio prima del protestantesimo radicale, poi della massoneria (tutti i Padri della Patria erano massoni e vollero riempire dei loro simboli non soltanto il dollaro ma ogni altro emblema, a cominciare dalle bandiere dei singoli Stati), infine di un ebraismo, soprattutto ashkenazita, che è sceso in profondo attraverso la cultura, i mass media, lo spettacolo. Mi ha sempre sorpreso il totale oblio che ha avvolto la lettera apostolica Testem benevolentiam del 1899, con la quale Leone XIII condannava quello che fu chiamato “americanismo” e denunciava una deriva che il cristianesimo stava prendendo (ma, malgrado gli avvertimenti, sempre più avrebbe preso) nel Nuovo Continente. Naturalmente, lascio che chi vuole sia affascinato dagli States sino a vestire, cantare, parlare come loro; e facciano pure se rischiano così la figura dei provinciali se non dei barbari nell’impero romano, ansiosi di adeguarsi a usi, costumi, lingua dei dominatori. Amando però la verità – e conoscendo un poco la storia – non accetto una sorta di ricatto cui si è spesso sottoposti quando si è sospettati, quasi fosse una colpa, di non volere confondere il doveroso rispetto anche per gli americani con l’ammirazione o magari l’entusiasmo: “Ingrati! Dovreste essere riconoscenti a quel grande Paese che, nel secolo scorso, ha salvato l’Europa almeno due volte”. Si allude, naturalmente, alle due guerre mondiali, nelle quali fu decisivo l’intervento statunitense. Varrà allora la pena di ricordare, almeno a grandi linee, come siano andate davvero le cose: cercare di ricostruire la verità storica e dare a ciascuno il suo non è forse tra i doveri del cristiano? Va detto, innanzitutto, che alla fine del 1916 gli americani rielessero come loro presidente il figlio di un pastore presbiteriano, secondo molti massone (come tutti o quasi i suoi predecessori), Thomas Woodrow Wilson. Lo slogan vincente della sua campagna elettorale era stato: “Vi ho tenuti fuori dalla guerra! “. In effetti, Wilson aveva subito proclamato la neutralità davanti all’incendio scoppiato in Europa nel 1914. Una decisione che piacque agli americani che, perciò, premiarono con un nuovo, trionfale mandato l’uomo che non voleva trascinarli nelle beghe sanguinose di un’Europa poco amata da un popolo la cui maggioranza aveva dovuto fuggire dal Vecchio Continente a causa della miseria o della persecuzione, religiosa e politica. I cattolici erano tra i più contrari alla guerra, soprattutto se a fianco di inglesi e francesi: non solo per amore religioso di pace, ma anche perché il nerbo del cattolicesimo americano era costituito o da irlandesi che non dimenticavano le persecuzioni britanniche o da austriaci, tedeschi o altre etnie dell’Europa centrale che non intendevano combattere contro le loro patrie d’origine. Quanto ai cattolici di provenienza italiana, erano stati ben contenti di affiancare la Penisola nella neutralità ed erano d’accordo con il Papa che definiva quanto stava avvenendo una “inutile strage”. Se gli irlandesi detestavano l’Inghilterra persecutrice, nessun credente amava la Francia, con il suo governo tra i più anticlericali del mondo che da poco aveva sciolto le congregazioni religiose e cacciato frati e suore. Invece, pochi mesi dopo la rielezione, il 6 aprile del 1917, Wilson rinnegava le promesse elettorali e dichiarava guerra alla Germania scegliendo per giunta (per alcuni non fu un caso) la ricorrenza del venerdì santo per la dichiarazione ufficiale. Naturalmente – come avviene dappertutto,ma in particolare negli Stati Uniti – pure quella volta la decisione di scendere in guerra fu ammantata di nobili ideali, a cominciare dal fatto che l’America “madre e custode della democrazia nel mondo” intendeva difendere con le armi quel grande valore minacciato. Motivazione stupefacente: accanto alla Gran Bretagna e alla Francia, combatteva la Russia zarista, cioè uno dei sistemi meno democratici e più totalitari, sino alla barbarie, del mondo intero. Inoltre, sia la Germania che l’Austria-Ungheria erano Paesi parlamentari, con libere elezioni e, tra l’altro, potenti partiti d’opposizione socialisti. Il sistema sociale tedesco a favore degli operai e dei lavoratori era, sin dai tempi di Bismarck, tra i più avanzati. Quanto all’Impero austro-ungarico, la prova della tutela culturale dei molti popoli che ne facevano parte e della loro fedeltà al comune sovrano fu testimoniata dalla compattezza e dal valore con cui quelle sue armate multietniche combatterono sino alla fine. E, come si sa, ci sono ancora molti (anche nelle provincie italiane che ne facevano parte) che sono nostalgici dell’Impero perduto. La propaganda di Wilson insistette pure, per giustificare l’intervento, nel riesumare il siluramento – avvenuto peraltro due anni prima e legittimo secondo il diritto di guerra – del transatlantico inglese Lusitania, sul quale erano morti un centinaio di americani. Non si esitò neppure a sfruttare una delle menzogne più odiose divulgate dagli alleati: l’accusa, cioè, ai tedeschi di mozzare le mani ai bambini belgi. La realtà, era, ovviamente diversa: tra i motivi dell’intervento c’era il timore che la sconfitta dell’Intesa impedisse il rimborso dei grandi prestiti fatti a Inghilterra, Francia, Italia, Russia. Accanto alla pressione dei finanzieri, c’era quella degli industriali nonché degli imprenditori agricoli: i commerci con i tedeschi erano impediti dal blocco della flotta inglese nel Mare del Nord, quelli con gli austro-ungarici dalle flotte francese e italiana nel Mediterraneo. Dunque, le gigantesche esportazioni dell’America ancora neutrale verso l’Europa erano dirette esclusivamente agli Alleati. In caso di loro disfatta (che appariva sempre più probabile) sarebbe ovviamente cessato quel lucrosissimo mercato e nessuno, per giunta, avrebbe pagato i debiti. La stampa americana che, unanime, aveva sostenuto Wilson nel suo neutralismo, cambiò all’improvviso atteggiamento e difese ora, senza esitazioni, il suo interventismo. Una svolta sorprendente che, stando a molti storici, trova spiegazione nella celebre “dichiarazione Balfour”. Questo Lord era il ministro degli esteri della Gran Bretagna: recatosi negli Stati Uniti per cercare di ottenerne l’ingresso nella guerra, dichiarò pubblicamente che, dopo la vittoria, il suo Paese, ereditando la Palestina dall’impero turco, vi avrebbe favorito la creazione di un “focolare nazionale ebraico”. In cambio di quella “dichiarazione” senza la quale, 30 anni dopo, non sarebbe nato lo Stato d’Israele, i trust ebraici americani, che possedevano i media più influenti (i giornali, ma anche le già potenti case di produzione cinematografica) decisero di appoggiare l’intervento. Non mancò neppure la pressione della massoneria, che contava negli Stati Uniti milioni di aderenti. Malgrado le logge inglesi e americane siano contrassegnate meno che le latine dall’anticlericalismo, i “fratelli” anglosassoni vollero manifestare solidarietà ai massoni europei che desideravano la distruzione dell’impero austro-ungaric
o, considerato l’ultimo erede dell’aborrito Sacro Romano Impero e bastione della Tradizione soprattutto cattolica. Qualcuno ha osservato che la storia sembra talvolta avere a che fare con le leggi della fisica: l’Europa era esplosa sotto la pressione di forze interne che dovevano ora trovare un nuovo equilibrio. Ma a questo non si poteva giungere, pur attraverso tanta violenza, se sul “sistema” irrompeva all’improvviso un elemento estraneo come la potenza americana. Questa, facendo pendere il piatto della bilancia da una parte, squilibrava l’Europa, impedendo che i rapporti di forza locali riassestassero durevolmente il continente. Mala pesante mano allungata attraverso l’Atlantico agì anche, forse soprattutto, alla fine della guerra. Sebbene cercassero di trattenerlo, Wilson, caldo di spirito umanitario, volle andare in persona alla conferenza di pace di Versailles: e, qui, con quei trattati sciagurati che vi furono imposti, contribuì in modo forse decisivo a porre le basi per lo scoppio, vent’anni dopo, della seconda guerra mondiale. A Versailles, come si sa, il presidente americano portò i suoi celebri “quattordici punti per una pace giusta”: l’aspetto era edificante e nobile ma in realtà quei “punti” erano un condensato di utopia, di moralismo puritano, di ignoranza della vera realtà europea, di “democraticismo” ridotto a ideologia. In nome, ad esempio, di un astratto “principio di nazionalità” (oltre che dell’odio massonico cui accennammo) si procedette alla distruzione totale dell’impero austro-ungarico, inventando persino Paesi come la Jugoslavia o la Cecoslovacchia che non a caso si sciolsero appena ne ebbero la possibilità. La nascita e l’affermazione del fascismo italiano, che avrebbe fatto scuola nel mondo (senza di esso, lo riconobbe sempre Hitler, non ci sarebbe stato il nazionalsocialismo) furono stimolate da quella che fu chiamata “la vittoria mutilata”. Wilson, infatti, in nome dei suoi schemi di “principio di nazionalità” e di “autodeterminazione”, oltre che di ignoranza della storia e della situazione concreta, favorì le richieste in Istria e Dalmazia, per secoli terre veneziane, di croati e sloveni che pure avevano combattuto sino alla fine con gli austriaci. Come si sa, davanti alla intransigenza ideologica americana, la delegazione italiana abbandonò polemicamente Versailles. D’Annunzio, con un colpo di mano, occupò Fiume, dove inventò tutto l’armamentario che sarebbe stato adottato dal fascismo nascente. Sta di fatto che fu il trattato di Versailles – misto di spirito francese di vendetta e di dilettantismo britannico, ma anche di utopismo e moralismo americani – che permise a Mussolini di ascendere al potere. Ma fu lo stesso trattato, così pesantemente condizionato dagli Stati Uniti, che – con la sua carica di ingiustizia brutale e insieme di ingenuo irrealismo – pose le condizioni perché Hitler conquistasse il potere “democraticamente”, portato al cancellierato con libere elezioni dalla disperazione tedesca. Se questi, a grandi linee, sono i fatti, c’è da chiedersi se – tra 1917 e 1919 – l’America abbia davvero “salvato” l’Europa o se non ne abbia aggravato i problemi, contribuendo per giunta a porre le basi per la tragedia successiva. Quando poi questa giunse, la scelta degli Stati Uniti fu netta: stroncare il totalitarismo nazista ma, al contempo, favorire il totalitarismo marxista. Mai l’Urss avrebbe fermato i tedeschi davanti a Mosca e Leningrado senza l’enorme fiume di materiali, munizioni, viveri, denaro che le giungevano dagli States. E mai i russi avrebbero potuto occupare tutta l’Europa orientale e parte di quella centrale se gli americani non avessero respinto l’invito dei più realisti inglesi: dopo avere sgominato i nazisti, fermare i comunisti almeno nei loro confini, se necessario con le armi. O, più semplicemente, con un semplice avvertimento: solo gli Usa, allora, avevano una potenza nucleare. Mai, poi, gli uomini con la stella rossa avrebbero potuto assurgere alla dignità e al prestigio di giudici della barbarie altrui se gli americani non li avessero voluti in quella Norimberga dove si vide uno spettacolo tragicamente grottesco: Stalin che, virtuosamente, giudicava Hitler. ? verità storica che la potenza militare americana salvaguardò l’Europa dall’aggressione sovietica. Ma è altrettanto vero che il “socialismo reale” non avrebbe raggiunto quella potenza e quello status senza le scelte americane tra il 1941 e il 1948. Insomma, che ciascuno faccia ciò che gli pare: quanto a me, mi guarderò sempre dall’insolentire qualunque popolo, dunque neppure quello americano. Ma neanche accetterò di considerarlo “salvatore” del continente di cui la mia terra è parte”.
Vittorio Messori, Jesus, 2004

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La priorità è scommettere sulla famiglia

Vi sono casi nei quali la politica dispone di dati attendibili, e non solo di opinioni soggettive, per valutare le situazioni, selezionare i temi e i problemi prioritari e davvero degni di attenzione. Si potrà poi tener conto o meno di questi elementi oggettivi, ma solo se nelle scelte si rispetteranno questi dati di realtà l’atteggiamento sarà davvero laico, cioè non ideologico, non preventivamente preoccupato di affermare ad ogni costo, fino a negare l’evidenza, le proprie opinioni. E’ a mio avviso anche l’indebolirsi di questa attitudine laica, vale a dire realistica e popolare (la radice greca della parola laico è infatti laos, “popolo”), ovvero la tendenza a sottoporre il pur “duro e cocciuto” carattere dei fatti all’affermazione ostinata e “a prescindere” delle proprie idee, ad aver caricato la questione delle coppie non sposate in Italia di una rilevanza politica e mediatica sproporzionata rispetto alla consistenza effettiva del fenomeno. Perché se con lo sguardo scevro da pregiudizi badiamo all’esito delle più autorevoli indagini statistiche prodotte sull’argomento, è molto difficile giustificare la fretta di chi sostiene la necessità di una rapida approvazione del disegno di legge sui Dico “partorito” dal governo Prodi o ora al vaglio del Parlamento. Nel 2006 l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, ha rilevato la formazione in Italia di 1.300 unioni di fatto, il 47 per cento delle quali formate da celibi e nubili. Dall’indagine è emerso che i Dico potrebbero teoricamente interessare il 3,9 per cento della popolazione. Il condizionale è d’obbligo, perché bisognerebbe sapere quante coppie si servirebbero della legge se venisse approvata. Un autorevole demografo dell’Istat, Bacci, stima che ai Dico potrebbero, forse, essere interessate fra le 10 e le 13mila unioni di fatto. E’ tutto da vedere poi quante di queste convivenze, nate anche a motivo di una intenzionale e strutturale provvisorietà, intendano assoggettarsi a norme e vincoli di tempo fissati dall’ente pubblico. Lo dimostra l’irrilevanza delle iscrizioni finora raccolte dai pubblici registri dei conviventi, creati in alcuni Comuni fra i quali anche Trento (in tutta Italia ad oggi risultano tra le 145 e le 154 coppie). A servirsi della nuova legge potrebbe essere un numero a dir poco esiguo di coppie di fatto, anche perché molti dei casi di queste unioni attendono semplicemente che si verifichino le condizioni (personali, abitative, lavorative, ecc.) per potersi trasformare in matrimoni. E’ quindi perlomeno discutibile da parte dei politici lasciar credere che la legge sui Dico, una volta varata dal Parlamento, si applicherà in modo pressoché automatico ai conviventi. Il dato certo è che la domanda sociale di una disciplina statale in questo campo è irrisoria. Tanto più che ben altre preoccupazioni si impongono all’agenda politica del Paese, nella quale, anche per la gente comune i Dico non figurano. Da un’intervista a 1000 persone realizzata a Roma il 7 e l’8 febbraio dalla società Codres per conto delle Acli, risulta che alla richiesta di segnalare quali leggi ritenessero prioritarie, il 41% ha risposto collocando in cima alla lista la correzione degli squilibri del sistema pensionistico, il 39% ha sottolineato la necessità di norme che risolvano i problemi della sanità, un altro 39% ha proposto di affrontare i problemi del lavoro precario, il 24% di ridurre gli sprechi della pubblica amministrazione, e ancora il 24% di promuovere una politica di sostegno alla famiglia. Solo per il 6% degli intervistati la regolarizzazione dei Dico sarebbe prioritaria. Alla prova dei fatti non sta in piedi neanche l’argomento che i Dico andrebbero approvati per una questione di principio, quella dei diritti dei singoli conviventi. Il che è falso non solo perché per tutelarli basta il codice civile, ma anche perché, come ha giustamente notato l’Arcivescovo di Trento, con i Dico lo Stato offrirebbe un’alternativa al matrimonio proprio nel momento in cui in Trentino come in Italia c’è invece estremo bisogno di sostenere la famiglia. Come afferma anche un recente appello lanciato dall’associazione Libertà e Persona. Non solo per motivi etici, ma anche demografici. Nel nostro Paese, infatti, il tasso di fecondità totale (che misura i nati per donna in età feconda; è il caso di ricordare che sotto l’1,9 non è garantita la stabilità demografica), è sceso dall’1,33 del 2004 all’1,32 del 2005. In Francia è 1,94. Nel Regno Unito a 1,8 come in Finlandia e Svezia, mentre nei Paesi Bassi è a 1,73. Se questo è oggi il primo grande problema non solo a livello nazionale ma anche in Trentino, come dimostra l’ultimo Rapporto sulla situazione sociale ed economica della nostra provincia, una politica responsabile dovrebbe creare da subito condizioni più favorevoli perché si formino famiglie, e non convivenze, nelle quale sia meno problematico generare e crescere dei bambini. Perché i figli nascono e crescono in modo equilibrato, come i dati anche qui dimostrano ampiamente, molto più nelle famiglie che nelle unioni di fatto. E che oggi le famiglie siano in difficoltà è un motivo in più perché lo Stato ne sostenga maggiormente le responsabilità. Non con iniziative “tampone”, ma rendendola l’unità di misura della qualità di tutti gli interventi, legislativi e amministrativi. Perché dietro i Dico la vera querelle è fra chi scommette sulla famiglia e chi preferirebbe invece affossarla. Per questo ho sottoposto al Consiglio provinciale un disegno di legge, ora all’esame della quarta commissione, che propone di valutare l’impatto di ogni iniziativa pubblica sulla famiglia in modo da adeguare gli strumenti – nel campo delle tariffe, dei servizi sociali, sanitari, scolastici, della casa e del lavoro, ecc.– alle sue esigenze concrete. Sono convinto che l’affermazione della “centralità della persona” resta un’enunciazione astratta se non si traduce in azioni precise a supporto dei compiti della famiglia, prima formazione sociale in cui ogni essere umano si sviluppa e inizia a realizzarsi. Il che è non a caso riconosciuto dalla Costituzione anche grazie al contributo determinante non solo della componente democristiana, ma anche di Palmiro Togliatti. Il quale durante i lavori dell’Assemblea Costituente propose questa formula: “La famiglia è riconosciuta come naturale associazione umana ed è tutelata allo scopo di accrescere la prosperità materiale e la solidità morale della nazione”. Un atteggiamento quello recepito dalla costituzione e anche quello di Togliatti, laico e popolare, perché leale verso i dati della realtà e verso il popolo italiano e che mantiene a tutt’oggi tutta la sua validità.

Walter Viola

Consigliere provinciale di Forza Italia

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Il 26 marzo primo incontro del Movimento per la Vita giovani.

Di Mattia Tanel: “Ormai chiunque, in Italia, è al corrente della triste vicenda che ha
avuto come protagonista Piergiorgio Welby. Ma pochi conoscono la storia
di un uomo affetto dalla stessa malattia di Welby, la sclerosi laterale
amiotrofica (o Sla), che di fronte al dolore ha trovato la forza di
valorizzare la propria vita in modo imprevedibile. Quest’uomo è Mario
Melazzini, ematologo di 48 anni, padre di tre figli, presidente dell’
Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica: i giovani del
Movimento per la Vita l’hanno invitato a Trento (l’appuntamento è per
lunedì 26 marzo, ore 20.30, presso il Centro Polifunzionale di via
Prati 10) a raccontare ciò che ha vissuto e provato, insieme a ciò che
pensa riguardo al problema della legalizzazione dell’eutanasia nel
nostro Paese. Anche Melazzini ha sperimentato, come Welby, il desiderio
di farla finita: “Quando mi è stato detto che avevo la Sla [quasi tre
anni fa, ndr], il mio primo pensiero è stato quello di cercare la morte
– ha raccontato al quotidiano Avvenire -. Per un anno e mezzo ho avuto
un chiodo fisso: ricorrere al suicidio assistito. Pensavo solo a me
stesso, a un corpo che stava trasformandosi in semplice involucro,
avevo abbandonato ogni speranza”. Poi (complice la lettura del libro di
Giobbe, raccomandatagli da un amico gesuita), la rinascita. E la
decisione di esporsi anche pubblicamente per affermare che no, la
“buona morte” non è la soluzione giusta per nessuno: “Se le istituzioni
vogliono affrontare in modo concreto i problemi toccati da Welby, non
possono non tenere in considerazione le condizioni in cui vivono le
persone affette da patologie gravi che mantengono inalterate le
funzioni cognitive. Malati prigionieri del proprio corpo, e dipendenti
da macchine per poter vivere, vittime della mancanza di un’assistenza
domiciliare qualificata. Gente che ha assoluto bisogno di essere
assistita da personale preparato e di essere messa nelle condizioni di
non gravare esclusivamente sulla famiglia. Solo così in futuro potranno
diminuire i disperati appelli alla Welby: con il massimo rispetto per
lui, penso alla quotidianità di tanti malati che non hanno la forza, la
voglia, il supporto politico per far sentire la propria voce”. Da
esperienze come la sua, sostiene, “si possono trarre ricchezze
addirittura impossibili da descrivere a parole. Penso alla riscoperta
delle piccole cose, o alla vicinanza di chi ti vuole bene, che ti dà
una forza incredibile”. A coadiuvare la testimonianza di Melazzini da
un punto di vista più tecnico è stato invitato anche don Michele
Aramini, docente di introduzione alla Teologia all’Università Cattolica
di Milano, esperto di bioetica ed autore di un agile libretto dal
titolo “Eutanasia. Spunti per un dibattito” (Ancora 2006). Con questa
conferenza inizia l’attività pubblica della neonata Sezione Giovani del
Movimento per la Vita di Trento”.

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La questione palestinese nella Redemptoris Nostri di Pio XII.

I luoghi santi della Palestina
15 aprile 1949.
La passione del nostro divin Redentore, che nei giorni di questa settimana santa si ripresenta come in una viva scena al nostro sguardo, richiama con intensa commozione la mente dei cristiani a quella terra che, prescelta per divino consiglio a essere la patria terrena del Verbo incarnato, e testimone della sua vita e della sua morte, fu bagnata del suo sangue preziosissimo.
Ma quest’anno, al pio ricordo di quei luoghi santi, il Nostro animo è profondamente addolorato, per la loro critica e incerta situazione.
Già nello scorso anno con due Nostre lettere encicliche, vi abbiamo caldamente esortato, venerabili fratelli, a indire pubbliche e solenni preghiere, per affrettare la cessazione del conflitto che insanguinava la terra santa, e ottenere una sua giusta sistemazione, che assicurasse piena libertà ai cattolici, e la conservazione e tutela di quei sacri luoghi.
Poiché oggi le ostilità sono cessate, o per lo meno sono sospese, in seguito agli armistizi recentemente conclusi, Noi rendiamo ardentissime grazie all’Altissimo ed esprimiamo il Nostro sentito apprezzamento per l’opera di coloro che si sono nobilmente adoperati per la causa della pace.
Ma, con la sospensione delle ostilità, si è ancora lungi dallo stabilire effettivamente in Palestina la tranquillità e l’ordine. Infatti, giungono ancora a Noi i lamenti di chi giustamente deplora danni e profanazione di santuari e di sacre immagini, e distruzione di pacifiche dimore di comunità religiose. Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere.
Noi non ignoriamo quanto è stato generosamente compiuto da pubblici organismi e da iniziative private per alleviare la sorte di questa provatissima moltitudine; e Noi stessi, continuando l’opera di carità, intrapresa sin dall’inizio del Nostro pontificato, abbiamo fatto e facciamo quanto è possibile per sovvenire ai loro più urgenti bisogni.
Ma la situazione di questi profughi è così incerta e precaria, che non potrebbe protrarsi più a lungo. Mentre perciò esortiamo tutte le persone nobili e generose a soccorrere secondo le loro possibilità questi esuli, sofferenti e privi di tutto, rivolgiamo un caldo appello a coloro cui spetta provvedere, perché sia resa giustizia a quanti, costretti dal turbine della guerra a lasciare le loro case, non bramano che ricostituire in pace la loro vita.
Ciò che più ardentemente desidera il Nostro cuore e quello di tutti i cattolici, specialmente in questi santi giorni, è che finalmente la pace torni a splendere su quella terra, dove visse e versò il suo sangue Colui che dai profeti fu annunziato come “il Principe della pace” (Is 9,6) e dall’apostolo Paolo proclamato “la Pace” (cf. Ef 2,14).
Questa pace, vera e duratura, Noi abbiamo ripetutamente invocato; e, per affrettarla e consolidarla, già dichiarammo nella Nostra lettera enciclica In multiplicibus “essere assai opportuno che per Gerusalemme e per i suoi dintorni – là dove si trovano i venerandi monumenti della vita e della morte del divin Redentore – sia stabilito un regime internazionale, che nelle attuali circostanze sembra il più adatto per la tutela di questi sacri monumenti”.(2)
Ora non possiamo che rinnovare quella Nostra dichiarazione, che vuole essere anche invito ai fedeli di qualsiasi parte del mondo ad adoperarsi con ogni mezzo legale, affinché i loro governanti e tutti coloro ai quali spetta la decisione di così importante problema si persuadano a dare alla città santa e ai suoi dintorni una conveniente situazione giuridica, la cui stabilità, nelle presenti circostanze, può essere assicurata e garantita soltanto da una comune intesa delle nazioni amanti della pace e rispettose dei diritti altrui.
Ma è inoltre necessario provvedere alla tutela di tutti i luoghi santi, che si trovano non solo in Gerusalemme e nelle sue vicinanze, ma anche in altre città e villaggi della Palestina.
Poiché non pochi di essi, in seguito alle vicende della recente guerra, sono stati esposti a gravi pericoli e hanno subìto danni notevoli, è necessario che quei luoghi, depositari di così grandi e venerabili memorie, fonte e nutrimento di pietà per ogni cristiano, siano convenientemente protetti da uno statuto giuridico, garantito da una forma di accordo o di impegno internazionale.
Sappiamo quanto i Nostri figli desiderino di riprendere verso quella terra i tradizionali pellegrinaggi, che i quasi universali sconvolgimenti hanno da lungo tempo sospeso. E il desiderio dei Nostri figli si fa più ardente ora, nell’imminenza dell’anno santo; perché è naturale che in quel tempo i cristiani sospirino di visitare quella regione, che fu spettatrice dei misteri della divina redenzione. Volesse il cielo che questo ardentissimo desiderio fosse presto esaudito!
Ma perché ciò si verifichi, bisogna che siano adottate tutte quelle misure che rendano possibile ai pellegrini di accedere liberamente ai vari santuari; compiervi senza alcun ostacolo pubbliche manifestazioni di pietà; soggiornarvi senza pericoli e senza preoccupazioni. Né vorremmo che i pellegrini dovessero provare il dolore di vedere quella terra profanata da luoghi di divertimento mondani e peccaminosi: il che recherebbe ingiuria al divin Redentore e offesa al sentimento cristiano.
Anche le molte istituzioni cattoliche, di cui è ricca la Palestina per la beneficenza, l’insegnamento e l’ospitalità dei pellegrini, dovranno, com’è loro diritto, poter continuare a svolgere, senza restrizioni, quella loro attività, con cui in passato si sono acquistate tante benemerenze.
Non possiamo, infine, non far presente la necessità che siano garantiti tutti quei diritti sui luoghi santi, che i cattolici già da molti secoli hanno acquistato, che hanno sempre decisamente e ripetutamente difeso, e che i Nostri predecessori hanno solennemente ed efficacemente affermato.
Queste sono, o venerabili fratelli, le cose sulle quali abbiamo creduto opportuno richiamare la vostra attenzione.
Esortate perciò i vostri fedeli a prendere sempre più a cuore le sorti della Palestina e a far presenti alle Autorità competenti i loro desideri e i loro diritti. Ma specialmente con una insistente preghiera implorino l’aiuto di Colui che guida gli uomini e le nazioni. Dio guardi benigno il mondo intero, ma specialmente quella terra, bagnata dal sangue del divin Redentore, affinché sopra gli odi e i rancori trionfi la carità di Cristo, che sola può essere apportatrice di tranquillità e di pace.
Intanto, in auspicio dei celesti favori e in attestato della Nostra benevolenza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, e ai vostri fedeli l’apostolica benedizione.
Roma, presso San Pietro, il 15 aprile, venerdì santo, dell’anno 1949, XI del Nostro pontificato.
Note
(1) PIUS PP. XII, Epist. enc. Redemptoris nostri de sacris Palaestinae locis, (Ad venerabiles Fratres Patriarchas, Primates, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes), 15 aprilis 1949: AAS 41(1949), pp. 161-164.
(2) AAS 40(1948), p. 435; EE 6/662.

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Vivaio di Vittorio Messori

Un amico che conosce bene Gerusalemme mi segnala la censura praticata dalle guide turistiche – quelle stampate, intendo – e anche dai libri di storia, per quanto riguarda la fine della Città Santa cristiana . Avvenne nel 614 , con l’invasione dei Persiani guidati da Cosroe II . Poco più di dieci anni dopo , l’imperatore bizantino Eraclio la riconquistava , ma dopo altri dieci anni , nel 638, ecco l’invasione e l’occupazione dei musulmani del califfo Omar. La fine ( interrotta solo dalla provvisoria dominazione crociata ) inizia dunque con i Persiani , che mossero alla conquista di Gerusalemme istigati dalla numerosa e potente comunità ebraica installata ormai da secoli a Babilonia , dove aveva redatto tra l’altro la prima versione del Talmud. Gli israeliti pensarono di approfittare della potenza militare persiana per ritornare nella città da dove erano stati espulsi dai Romani , con divieto assoluto di rimettervi piede, nel 135, dopo la seconda rivolta .
In quel 614, le comunità ebraiche persiane si unirono a quelle installate in Galilea, che agirono da quinta colonna. In quel periodo , trecento anni dopo Costantino – la cui madre, Elena , aveva promosso la costruzione di splendide basiliche sui luoghi sacri – Gerusalemme era una bella e prospera città cristiana. I monasteri, maschili e femminili, erano un’ottantina ed erano affollati anche, talvolta soprattutto, di europei, spesso delle classi alte, lieti di consacrarsi a Cristo proprio là dove si era consumato il Mistero Pasquale . Dai credenti locali i dominatori bizantini non erano amati e forse anche questo contribuì alla insufficienza della difesa davanti all’attacco persiano . Avverrà, del resto, anche quando – poco dopo – gli arabi musulmani attaccheranno il Nord Africa cristiano : pure qui, l’unione del sabotaggio dei circoncisi e dell’avversione a Costantinopoli dei battezzati spiega la rapida caduta.
Sta di fatto che, quali che fossero i dissensi politici, nella Gerusalemme dell’inizio di quel VII secolo la fede nel vangelo era praticata con fervore e la liturgia celebrata alla Basilica del Santo Sepolcro e negli altri luoghi di culto faceva testo in tutta la cristianità. Su tutto questo si rovesciò all’improvviso la furia dei Persiani, accompagnati da molti e autorevoli consiglieri ebraici . Gli asiatici cercavano essenzialmente bottino e , quanto a religione, erano tolleranti, ma furono gli israeliti che li istigarono a distruggere le chiese cristiane e ad accanirsi contro i fedeli . Come si sa, si salvò soltanto la Basilica della Natività di Betlemme, perchè sul portale d’ingresso un bassorilievo in marmo rappresentava i Magi, nei quali gli invasori riconobbero i loro antenati mesopotamici .
Ma la furia non si fermò agli edifici , travolse anche gli uomini . Migliaia e migliaia di battezzati ( le cronache dell’epoca parlano addirittura di 60.000 ) , furono fatti prigionieri e ammassati fuori dalla attuale porta di Giaffa , in una località chiamata Mamilla e nota per una piscina costruita dai governatori romani , forse da Ponzio Pilato stesso . Messi subito in vendita come schiavi , gran parte di quei catturati furono acquistati dai consiglieri ebrei, con il denaro fornito dalla ricca comunità di Babilonia, e massacrati sul posto.
Dopo la costituzione dello Stato d’Israele e, poi , con il grande sviluppo di Gerusalemme proclamata capitale, la speculazione edilizia ha messo gli occhi su Mamilla : il borgo arabo che vi era cresciuto è stato raso al suolo per costruirvi un quartiere residenziale ebraico e l’albergo Hilton. Quando ci si accinse a riempire , dopo averlo prosciugato, quanto restava della piscina romana , si scoprì una cappella bizantina con una croce e la scritta in greco : << Solo Dio conosce i loro nomi >>. Sotto il piccolo edificio , un’enorme quantità di scheletri , tragica testimonianza del massacro del 614. Il ritrovamento fu studiato dal celebre archeologo israeliano Ronny Reich che confermò che quelli erano davvero i resti dei battezzati comprati dai Persiani per essere sterminati.
Le comunità cristiane chiesero che il piano di speculazione edilizia fosse modificato e quell’angolo di Mamilla fosse conservato come memoriale . Ma, come si sa, la voce dei credenti nel Vangelo è sempre più flebile e impotente da quelle parti. Così , nel luogo della piscina non si sono costruite case, per il divieto ebraico di mescolare i vivi ai morti e il tabù di evitare ogni contatto tra loro. Ma le ruspe sono intervenute egualmente , tutta la terra con le sue ossa è stata asportata e dove c’era la piscina-ossario sta attualmente un grande parcheggio sotterraneo , ben conosciuto anche dai turisti. A questi – e sta qui la censura – nessuna delle loro guide fa un cenno a che cosa celasse quello che è noto come Mamilla Pool Parking. In generale, quelle stesse guide, pur spesso molto dettagliate , tacciono del tutto su quanto avvenne nel 614 , con l’inizio del calvario cristiano proprio nella città che il Calvario custodisce . Ci assordano da due secoli le orecchie – e non a torto, va ammesso – con il bagno di sangue praticato dai crociati quando riuscirono ad espugnare la Città Santa. Nessuno, però, ricorda che quel massacro era stato preceduto da un altro , praticato per giunta a freddo, non nella esaltazione di una battaglia disperata .
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A proposito di storia : anche in Italia ( come già in altri Paesi europei ) una legge minaccia il carcere a chi negasse non solo l’esistenza ma anche le dimensioni dei crimini nazionalsocialisti. Non è prevista invece alcuna sanzione per chi negasse quelli comunisti, che pure fecero cataste di morti ben superiori. Rischio di guai, poi, per chi esagerasse nel denunciare quella strage degli innocenti che è l’aborto, praticato ormai – a spese pubbliche – come mezzo di regolazione delle nascite. Proprio mentre scrivo, in Lombardia sono pronunciate parole minacciose – e non da estremisti ma da autorevoli politici – contro coloro che hanno proposto di seppellire i feti in terra consacrata , invece di avviarli agli inceneritori per i ” rifiuti speciali “.
Ma così va un mondo che si basa sull’ipocrisia più sfacciata . Un mondo dove i ” medicalmente corretti “, gli apostoli del salutismo liberal , gli adoratori del corpo chiedono addirittura di rifiutare le cure del servizio nazionale ai fumatori e agli obesi. << Se la sono voluta loro, che si arrangino ! >> . Provate però a proporre altrettanto, a quei virtuosi benpensanti , per gli infetti da Aids , con la stessa motivazione, peraltro impeccabile che << se la sono voluta loro >>, con il disordine sessuale , spesso omosessuale . Verrete insultati : i gay fanno parte delle categorie intoccabili , a loro ogni onore e cura premurosa . Gratuita, s’intende. E chi avesse da obiettare non è che un oscurantista fascista.
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A proposito di paradossi , trovo su un giornaletto che mi spediscono questa specie di filastrocca : << Nessuno vuol più sposarsi, eccetto i preti e i froci. Nessuno vuol più entrare in seminario, eccetto le donne. Nessuno pretende più i sacramenti, eccetto i divorziati >>.
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A proposito, adesso , di matrimoni. Segnalo ai sociologi la straordinaria solidità delle nozze in Croazia , solidità che raggiunge un primato nella cittadina di Siroki-Brijeg , che è in Erzegovina ma è popolata tutta da Croati . Tra i suoi 13.000 abitanti nessuno ha memoria di un solo divorzio ; anzi, di nessuna separazione. Non sono esenti, da quelle parti , dal peccato originale ma , forse, il loro segreto è il non avere perso il realismo cristiano , il non avere ceduto cioè al mito dell’amore ” romantico ” che sembra tanto bello , ma solo finchè dura. Dopo di che, si passa a nuovi incontri, per riprovare l’ ” emozione ” degli effimeri e ingannevoli “sentimenti “. E invece, il duro ma cristiano realismo croato si manifesta nella stessa liturgia , quando il sacerdote officiante si rivolge ai due nubendi e dice loro non parole mielose ma , chiaro e tondo : << Avete trovato la vostra croce >> . Consapevole di questo, la coppia saprà apprezzare i momenti di gioia, ma saprà anche non reagire, pensando a chissà quale ” nuova vita felice ” con un’altra persona, nei fastidi , nelle stanchezze , nelle ripulse che contrassegnano ogni convivenza familiare.
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Entrai a scuola, per la prima elementare , negli anni ormai remoti del dopoguerra . Alle pareti non avevano ancora tolto le grandi carte che rappresentavano gli ” imperi coloniali “. C’era una convenzione geografica internazionale che a ciascuno di loro aveva attribuito un colore : mi impressionava , sulla carta della mia classe , l’enorme estensione del rosa che era , mi pare di ricordare , la tinta dell’impero inglese e del Commonwealth. I francesi ( anche qui se la memoria non mi tradisce ) avevano l’azzurro , predominante in Africa . Il verde chiaro era per gli italiani e si fermava allo scatolone di sabbia della Libia e al Corno d’Africa, con Etiopia , Somalia, Eritrea e il puntino nell’Egeo del Dodecanneso. Niente per la Germania, che aveva perduto tutto già dopo la prima guerra mondiale e patetica la Spagna che , dopo avere dominato sull’Impero sul quale non tramontava mai il sole, non conservava che un piccolo, disabitato lembo del Sahara atlantico. Il Portogallo, invece , aveva le grosse macchie ( in marroncino, forse ) dell’Angola e del Mozambico.
Nella scuola non erano rimaste solo le carte del nazionalismo novecentesco, ma anche le retoriche di quello ottocentesco, il nazionalismo risorgimentale . Dunque , in quelle aule che , tra l’altro erano in una Torino soltanto da pochissimo non più sabauda, maestre e maestri ( c’erano ancora degli uomini alle elementari ! ) ci iniziarono da subito alle grandi frasi dell’epopea della Patria. Ecco allora Garibaldi a Calatafimi : << Bixio, qui si fa l'Italia o si muore !>>, Carlo Alberto e il giovane figlio dopo Novara, davanti a Radetzky che chiedeva l’abolizione delo Statuto : << Casa Savoia conosce le vie dell'esilio, non quelle del disonore >>. Non mancava neppure il virile , perentorio << A Roma ci siamo e ci resteremo ! >> di Vittorio Emanuele II entrando nel Quirinale appena sequestrato a Pio IX. Soltanto molto più tardi , laureandomi ( guarda caso ) proprio in storia del Risorgimento , appresi che in realtà la frase vera così suonava , nel piemontese che era la lingua madre del Padre della Patria : << Finalmènt aj souma ! >> . Dunque, un “finalmente ci siamo” pieno di sollievo , dopo le fatiche di un viaggio da Firenze tutto in carrozza, su strade impantanate , visto che l’alluvione di quell’ autunno del 1870 aveva trascinato via la strada ferrata oltre che allagato Roma.
Insegnavano, a noi bambini, non soltanto le frasi che entusiasmavano o inorgoglivano , ma anche quelle che indignavano. Prima fra tutte , quella sprezzante dell’austriaco principe di Metternich a chi gli parlava di unità della Penisola : << L'Italia è solo un'espressione geografica>>. Facciamogliela vedere noi, se siamo un popolo o solo un nome sulla carta ! arringarono nel 1848 i paladini della rinascita nazionale . Cent’anni dopo , alle mie elementari, c’era ancora un filo di indignazione nella voce dell’insegnante che ci ripeteva quella offesa all’onore italico .
Le cose, naturalmente , non sono andate così . Già lo si sospettava da tempo, ma in questi mesi un dotto articolo ha chiarito che non si trattò di una risposta arrogante del Cancelliere austriaco . In realtà, la frase era stata scritta in una sintesi diplomatica dove si diceva : << L'Italia è un nome geografico >> . Una constatazione, cioè, del tutto inoppugnabile , alla pari della stressa espressione usata in quel documento medesimo per la Germania. Nessun insulto, dunque, ma la descrizione ” neutra ” di un fatto. Eppure, l’odio innescato anche da quella manipolazione si trascinerà sino al fatale 1915 , quando il nazionalismo – dove confluivano la destra dei rètori alla d’Annunzio e alla Papini, allora ateo, e la sinistra dei massoni e dei socialisti alla Cesare Battisti – riuscirà a trascinare l’Italia nella ” inutile strage “. Quella che , alla fine, oltre a 600.000 giovani morti ci regalerà il fascismo e , poi, un’altra guerra rovinosa.
XXXXX
Se Gesù abbia voluto – e con quali prerogative e poteri – un Suo ” vicario ” per la Chiesa militante ; se esista nella Chiesa un ” primato di Pietro ” , passato ai suoi successori e destinato a durare sino alla Parusia . Questo , in fondo, il problema centrale del dialogo ecumenico tra il cattolicesimo e le due altre grandi famiglie cristiane : quelle nate dai riformatori del XVI secolo e quelle orientali, greche, slave divise da Roma da ormai un millennio. Più chiara è , ai non specialisti, la posizione dei protestanti che , seppure con accenti diversi, escludono la legittimità del Papato, così come è inteso dai cattolici. Meno conosciuta è la posizione delle molte Chiese orientali , alcune delle quali venerabili per antichità e prestigio, ma la cui teologia è per molti un oggetto incognito. Eppure , è proprio con esse che il dialogo è più urgente e potrebbe essere più fruttuoso , come non si stancava di ripetere papa Wojtyla, venuto dall’Est e desideroso che la Chiesa tornasse a << respirare con due polmoni >>, quello Occidentale e quello Orientale.
Anche per questo ho letto con profitto, e consiglio ai lettori, un libro piccolo per mole ma le cui poco più che 200 pagine sono molto dense e precise, scritte come sono da Nicola Bux , specialista di teologia del cristianesimo orientale e da Adriano Garuti , docente di ecumenismo e per vent’anni in un posto chiave, come responsabile della sezione dottrinale della Congregazione per la fede. Il saggio, stampato dalle Edizioni Studio Domenicano di Bologna, annuncia sin dal titolo le sue intenzioni : Pietro ama ed unisce. Un ” servizio petrino “, dunque, non come egemonia alla maniera del mondo, ma come servizio di amore e unione tra tutti i credenti in Cristo. Una prospettiva che è nella linea di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI .
L’impegno ecumenico degli autori , il rispetto per la grande Tradizione orientale non impedisce loro quel parlare chiaro che è doveroso tra fratelli nella fede ed è presupposto indispensabile per un dialogo autentico . Significativa, ad esempio, una pagina sull’atteggiamento attuale della Chiesa russa : << Il patriarca Bartolomeo I ha affermato che l'uniatismo è " una illecita e coperta infiltrazione espansionistica della Chiesa romana nello spazio dei popoli ortodossi " . Ora , se considerassimo analogamente l'Italia e l'Europa uno " spazio " cattolico , come giustificherebbero gli ortodossi l'azione di promozione di alcuni loro insediamenti? (....) Nella Chiesa di Russia si è giunti a definire " stranieri " i cattolici che pure, da secoli , nascono in quel Paese. A parte l'incongruenza del termine " straniero " nella Chiesa dove, come dice san Paolo, non vi sono più stranieri né ospiti ma familiari di Dio ( Ef 2,19 ) , c'è da pensare che sia un diversivo per nascondere le difficoltà nella missione >>.
Proseguono Bux e Garuti : << In Russia, è in atto una diffusa secolarizzazione come in Occidente , tutto è stato sradicato, si sono insediati il consumismo e l'idolatria del denaro. Bisognerebbe guardare all'immane sofferenza dei martiri del comunismo, non preoccuparsi di conservare solo gli assetti ecclesiastici; non vedere negli altri cristiani degli intrusi, ma protendersi - tra le sfide del mondo odierno - ad annunciare Gesù Cristo nel vuoto delle coscienze e della degradazione morale creato da oltre un secolo di ateismo , non presumere di agire separatamente in un così immane compito, per aprirsi alla collaborazione>>.
Parole al contempo amare ed affettuose. Ma che , ad Oriente, non sembrano trovare ascolto tra chi pure ha vissuto la più grande tragedia mai subita da cristiani. Tra gli enigmi del nostro tempo c’è quello di Chiese martirizzate per decenni dal comunismo e che non sembrano avere tratto alcuna lezione da quella esperienza terribile.
Vittorio Messori

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Il Vescovo Bressan sui Dico

Mons. Luigi Bressan, vescovo di Trento ha manifestato una forte presa di posizione a favore della famiglia e contro i Dico. Oltre a  manifestargli la nostra piena solidarietà per l’intervento, pubblichiamo di seguito l’articolo apparso sul Corriere del Trentino di domenica 18 marzo 2007.

Questo l’appello proposto dall’Associazione nelle scorse settimane.

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La Cogo non risponde mai….

Riportiamo la lettera aperta scritta a Margherita Cogo su L’Adige recentemente dal MpV. La Cogo non ha mai risposto, come sempre…intanto ieri l’Adige ha riportato il caso di una donna costretta a usare la Ru 486 all’osepdale di Trento, contro voglia e con gravi effetti collaterali. “In merito al prestigioso traguardo raggiunto dal prof. Arisi dei 100 aborti farmacologici, si vuole ricordare che il Centro Aiuto alla Vita, nel solo 2006, ha aiutato a far nascere 103 bambini. Stupisce il fatto che si debba sempre leggere notizie relative ai successi ottenuti in fatto di aborti, con sistemi e metodi innovativi, progressisti, moderni, e quando invece si aiuta in maniera concreta una donna a portare a termine la sua gravidanza, senza nessuna scoperta scientifica particolare, se non quella dell’ascolto e dell’aiuto concreto, si passa da persone bigotte. Entrando nel merito di ciò che la vicepresidente Cogo ha affermato: “La pillola RU486, la cui efficacia e sicurezza sono dimostrate da studi scientifici, permette di praticare l’aborto senza pericoli per la salute delle persone”, si può notare come la Cogo utilizzi la solita superficialità con cui si è ormai soliti parlare di aborto e di varie forme di contraccezione. La vicepresidente parla di studi scientifici, ma senza dire quali. Il fatto è che ci risulta che la RU486 non è proprio sicura, come si vuol far credere. Un recente studio condotto da Centers for Disease Control and Prevention, ad Atlanta negli USA, descrive i casi di 4 morti dovuti ad endometriosi e sindrome da shock tossico associato al batterio Clostridium sordellii, casi verificati nella settimana successiva all’aborto chimico. Inoltre aggiunge alcuni effetti collaterali, come tachicardia, ipotensione, edema, vischiosità del sangue, profonda leucocitosi (M. Fischer, J. Bhatnagar, J. Guarner, et al., in “New England Journal of Medicine”, Dec. 2005). Ma soffermiamoci sull’effetto letale. Nel settembre 2003 in California muore Holly Patterson, una giovane diciottenne, a causa di shock anafilattico. Il 19 luglio 2005 la Food and Drug Administration (FDA), l’ente di controllo sui farmaci degli USA, ha reso di dominio pubblico “quattro casi di morti settiche negli Stati Uniti, in particolare in California, fra settembre 2003 e giugno 2005, a seguito di aborto medico con RU486”, i quali si vanno ad aggiungere ad un caso analogo accertato nel 2001 in Canada. Il 17 marzo 2006 (solo un anno fa!) la FDA ha reso noto che altre due donne statunitensi sono morte dopo aver assunto la pillola RU486 (cfr.: www.fda.gov/cder/drug/infopage/mifepristone/default.htm). Inoltre, si noti che le morti di queste donne nordamericane sono venute alla luce perché i parenti hanno chiesto delle autopsie sui cadaveri per capire le ragioni del decesso improvviso. Perciò, è legittimo supporre che le morti da RU486 potrebbero essere molto più numerose, anche al di fuori dagli USA. Infine, il prof. Greene, direttore di ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, in un editoriale pubblicato sulla rivista “New England Journal of Medicine” (1 Dec. 2005), una delle più prestigiose a livello mondiale, dimostra che a parità di età gestazionale, la mortalità della donna per aborto con RU486 è 10 volte maggiore rispetto a quella con tecnica chirurgica. ? la stessa Danco, industria produttrice della pillola, a pubblicare nel suo sito, per obbligo legale, oltre 600 casi di donne che lamentano fortemente gli effetti collaterali della pillola. Inoltre, mentre il 92% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chirurgico sceglierebbe di nuovo questa tecnica in futuro, solo il 63% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chimico sceglierebbe ancora questa metodica, segno che l’aborto chimico “non possiede in sé quei caratteri di indubitabile maggiore tollerabilità psicologica” (M. D. Creinin, in Contraception, Sept. 2000). Chiediamo cortesemente alla vicepresidente Cogo di renderci disponibili i dati scientifici in base ai quali lei afferma l’efficacia e sicurezza e non pericolosità della RU486. Per quanto riguarda la considerazione delle donne, ognuno ha la sua. Pensiamo comunque che dietro la RU486 si nasconda una grande ipocrisia: chiudersi nella propria indifferenza e abbandonare la donna a se stessa sotto il pretesto di rispettare il suo arbitrio, non aumentando la sua libertà, ma violentandola nella sua capacità di diventare madre e derubandola della consapevolezza di portare nel suo grembo un figlio. Sandro Bordignon, presidente Movimento per la Vita-Trento e-mail: sandrobordi@interfree.it Mauro Sarra, componente direttivo MpV-Trento

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Il cardinal Martini: meglio intransigenti per principio e tolleranti nella pratica, o viceversa?

Il cardinal Carlo Maria Martini, non ci sta: non vuole essere annoverato, lui, con fama di cattolico progressista, adulto, già aspirante papa, tra i cattivi, i duri di cervice, che si oppongono con fermezza all’avanzare della modernità. Tutto è in forse, per lui, dal preservativo, all’aborto, all’eutanasia, alla fecondazione artificiale, ai Dico: non bisogna "condannare", ma solo aprire la porta, non si sa quanto, né come, né in base a quali principi. L’importante è dire che la porta è aperta, e che tutti, in qualche modo, potranno prima o poi entrarci, in nome di questa o quella peculiarità, di questo o di quel caso pietoso. Martini affida il suo pensiero, totalmente altro da quello della Chiesa, non ad un dialogo interno ad essa, ma a interviste coram populo, all’Espresso, o a riviste simili, lì dove lo ospitano volentieri. Lì, forse, lo avrebbero voluto papa. Lì sono illuminati, e sanno dare spazio ai cattolici, basta che dicano esattamente ciò che a loro piace. Il mondo, in senso evangelico, è astuto, ma Martini non lo sa. Lui, al contrario, è solo puro come colomba, non astuto come serpente: più buono ancora di quanto Cristo stesso richieda. E’ facile, in realtà, apparire buoni. Ogni padre, ogni maestro saprebbe come fare, per non essere contestato, né ingiuriato (ma, alla fine, neppure amato). Si sa come agire, per non dover portare la fatica dell’educazione: "lasciate fare, lasciate passare"… Alla scuola di Pilato, tutti noi abbiamo imparato a non essere fastidiosi: così è se vi pare, altrimenti, fate vobis, io non me la sento… Questo il problema: la modernità ci ha insegnato che il bene è forse bello, ma sempre con misura, abilmente mescolato ad un po’ di male. Non crediamo cioè, anzitutto noi cattolici (io e Martini compresi), che il bene sia fatto per noi, per la nostra felicità: che ciò che la legge morale ci chiede sia ordinato alla nostra salvezza, non solo eterna, ma anche terrena. Non siamo più neppure pagani: la virtù è parola noiosa, evoca salite, difficoltà, sacrifici, e basta. Non esalta, non stimola il nostro spirito, non fa cantare il nostro cuore. Eppure già Cicerone scriveva che "non vi è mai alcunché di vantaggioso, se in pari tempo non sia moralmente buono; e non perché è vantaggioso è moralmente buono, ma perché moralmente buono è anche vantaggioso". "Vantaggioso", per i cattolici, dovrebbe essere tutto ciò che Cristo ci ha insegnato, anche se faticoso: "il mio giogo è leggero". Leggero perché, se lui è Padre, non può chiederci nulla che non siamo in grado di sopportare: se ci chiede la castità, la sofferenza, se non ci dona la gioia dei figli, rimane pur sempre il Salvatore, colui che dà infinitamente più di quanto prenda. Noi invece, mancando di fede, siamo spesso convinti che il giogo del mondo sia più sopportabile, più leggero, e che le strade larghe, le pianure aperte, siano più riposanti e più belle delle colline e delle montagne che portano in alto. Ma Martini, che della Chiesa è un principe, dovrebbe sapere quale è il pensiero e l’azione della sposa di Cristo. Come ha scritto qualcuno, "la Chiesa è per principio intransigente, perché crede, nella pratica è tollerante, perché ama", mentre spesso il mondo è tollerante per principio, perché non crede, e intransigente nella pratica, perché non ama. Chi è contro l’aborto? I cattolici, per lo più. E chi aiuta, ogni giorno, centinaia di donne che hanno bisogno di sostegno, non solo per partorire, ma anche per superare il dolore del post aborto? Gli stessi di cui sopra. Non è un vanto, ma una responsabilità. Non si è buoni cedendo sui principi, ma amando nella pratica: difficilissimo, terribile, e per questo nessuno può veramente sentirsi a posto, con le parole. E per il preservativo, l’Africa, l’Aids? Possiamo, senza mentire, insegnare agli africani che la loro salvezza viene dal caucciù? I missionari, più aperti di Martini nella pratica, più intransigenti di lui nei principi, sanno che ciò che conta è educare all’amore: questo è tutto. Là dove il maschio fa spesso quello che vuole, dove vigono la poligamia, la promiscuità, la mancanza di igiene, possiamo affidarci ad un po’ di plastica, da usarsi in un certo modo, con tante precauzioni, e che ha, nonostante tutto, un’alta percentuale di fallimenti? Il preservativo, prescindendo da qualsiasi degradazione accidentale, ha già di per sé fessure, plissettature, cavità, porosità, che lo rendono non di rado inefficace, anche come contraccettivo (Massimo Pelliconi, Diventerete come dei, Itaca). Come può proteggere dal virus dell’Hiv, che è 450 volte più piccolo di uno spermatozoo?

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Piergiorgio Odifreddi e le odifreddure.

Piergiorgio Odifreddi è professore di Logica all’Università di Torino, collaboratore di “Repubblica”, “Espresso” e “Le scienze”: per queste sue qualifiche ci aspetteremmo un dottor sottile, che lavora di fioretto, che distingue e analizza con la precisione dell’orefice. Purtroppo, leggendo il suo “Il Vangelo secondo la Scienza” (Einaudi), l’impressione è assai diversa. Ci si trova infatti di fronte ad uno sfoggio di ostentata erudizione, al di là del quale mancano approfondimento e comprensione, ma non colpi di scure, o di vanga, come questo: “il cristianesimo è parte integrante del potere capitalista, razzista e sessista, e come tale andrebbe abbandonato” (p.131). Quello che sconcerta un povero cristiano come me, non è questa avversione alla religione, quanto il disprezzo per la logica, materia che Odifreddi bistratta oltremodo, senza considerare che alle sue spalle vive, guadagna, e ha acquistato la sua notevole fama. Il florilegio di assurdità, riguardo alle religioni, è troppo vasto, ma occorre analizzare almeno qualche punto. A pagina 11 ad esempio, vengono collegate tra loro, come fossero consequenziali, la dieta non vegetariana dei cristiani, con le “ideologie di potenza e di guerra” e con i monoteismi. Non solo si dà per scontato che chi non è vegetariano sia un maledetto oppressore e un potenziale omicida, ma anche che le ideologie contemporanee, “di guerra e di potenza”, cioè il nazionalsocialismo ed il comunismo, siano corollari della fede biblica, e non, come è storicamente certo, sue mortali avversarie. Forse l’Odifreddi dimentica che lo stesso Hitler, lungi dall’essere un feroce mangiatore di bistecche, era rigorosamente vegetariano, come molti membri delle Sa, e aveva promulgato leggi in difesa degli animali, proprio mentre legalizzava aborto, eutanasia e sterilizzazioni forzate. Proseguendo nella lettura si scopre, a pagina 12, che “l’uomo dei tropici vive già nel paradiso e la reincarnazione lo condanna a rimanerci: l’unica sua speranza di liberazione può dunque essere l’uscita dal gioco, quel nirvana che non è appunto altro che lo svincolamento dal ciclo delle nascite e delle morti”. La realtà è esattamente l’opposto: per il buddismo la vita terrena è paragonabile piuttosto all’inferno, e proprio per questo la reincarnazione, costringendo l’uomo a rimanervi, è una condanna. Del resto si noti l’assurdo logico secondo cui un uomo che vive “già nel paradiso”, dovrebbe cercare una “liberazione” da esso! Dal buddismo al cristianesimo, le modalità del professore di logica sono le stesse: non conosce, ma disquisisce. A pagina 37 si legge: “il fatto è che per Agostino, Dio ha creato non solo la materia, ma anche lo spazio e il tempo: egli sta dunque oltre l’eternità, che non è altro che una durata temporale infinita”. Tralasciando l’espressione “oltre l’eternità”, che difetta di significato, occorrerebbe forse sottolineare che la visione di Sant’Agostino è perfettamente compatibile con la teoria della relatività di Einstein: il tempo e lo spazio, ritenuti eterni dai greci, e quindi assoluti, sono invece relativi, sia per il creazionismo agostiniano che per la scienza. Ma soprattutto va notato che definire l’eternità come “durata temporale infinita” significa non distinguere il panteismo di Aristotele dal cristianesimo, né conoscere l’Agostino che si sta citando. Pur tuttavia, Odifreddi dovrebbe giungere al concetto cristiano di eternità con la sola logica: se Dio infatti ha creato il tempo, ne è, per così dire, fuori. Di conseguenza l’eternità non coincide con una “durata temporale infinita”, ma con l’assenza di tempo! L’ esperienza umana può dirci qualcosa al riguardo: l’uomo infatti proietta di norma le sue speranze e desideri nel futuro, a dimostrazione del suo essere fatto per qualcosa di “oltre”. Al contrario, allorché vive quegli istanti di gioia pura che per Teresa d’Avila erano segno e pegno, quaggiù, di una eternità felice, gode e vede solo l’istante presente, senza aspirare né al passato né al futuro: agogna, inconsapevolmente, all’assenza di tempo, cioè all’eterno presente del Cielo! Per concludere, il libro di Odifreddi offre anche qualche spunto interessante. Dopo un breve cenno all’abate Lamaitre, sacerdote tomista cui dobbiamo la teoria dell'”atomo primitivo”, poi detta del Big Bang, spiega che l’avversione ad essa da parte di Fred Hoyle, creatore di un modello alternativo, non aveva motivazioni scientifiche, ma ideologiche: “il Big Bang gli sembrava fornire un illecito supporto scientifico alla religione” (lo aveva già detto Einstein: il Big Bang è similissimo al Genesi). “Illecito”, si vede, per chi ha già deciso, e costruisce a posteriori modelli e “logiche”, che con la scienza e logica non c’entrano affatto. La storia di Hoyle, infatti è molto simile a quella di Odifreddi: uno scienziato che travalica nella filosofia, e che vorrebbe presentare come scienza anch’essa. La sua storia è infatti assai interessante: egli è l’inventore di un escamotage, per negare una teoria che gli appariva troppo creazionista, in quanto presupponeva che l’universo avesse cominciato ad esistere, in un istante di tempo che ha dato vita al tempo stesso, e che non fosse sempre esistito. Hoyle infatti oppose alla teoria del Big Bang quella dello “stato stazionario dell’universo”, che il celeberrimo fisico inglese J. Barrow descrive così: essa “fu il prodotto dell’immaginazione degli astrofisici T.Gold, H. Bondi e F. Hoyle, i quali cominciarono a pensarci sopra dopo essere andati a vedere “The Dead of Night”, un film che finisce ritornando al punto di partenza. E se l’universo fosse così? si chiesero i tre studiosi. Essi sapevano che l’universo si sta espandendo, ma non amavano l’idea che il cosmo avesse avuto un principio, come l’espansione implicava”. Così inventarono una ipotesi, da un film, per dire che l’universo non era nato una volta sola, ma continuava a rinascere, dall’eternità e per sempre, solo per opporsi al concetto di creazione, ma senza alcun fondamento: nel 1965 la loro ipotesi si rivelò definitivamente falsa e strumentale (J.Barrow, “Le origini dell’universo”, Sansoni). Un’altra volta analizzerò il nuovo libro di Odifreddi, “Perché non possiamo dirci cristiani, e meno che mai cattolici” (Longanesi), che inizia così: “cretino” deriva etimologicamente da “cristiano”, ed effettivamente tutti i cristiani sono dei cretini.

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