La scimmia non ride

A proposito della mostra «La scimmia nuda» proposta dal Museo Tridentino di Scienze Naturali, diversamente da quanto l’esposizione sponsorizzata dalla Provincia vorrebbe di fatto dimostrare senza uno straccio di prova (come evidenzia Francesco Agnoli nel ricchissimo articolo prededente), l’uomo è un essere "unico" non riconducibile agli animali, scimmie incluse, anche in ragione della famiglia. E perché ride.

A spiegarlo molto bene è Francesco D’Agostino in un editoriale del quotidiano «Avvenire», di cui ripropongo uno stralcio. Eccolo.

«Quando si riflette sul serio sulla realtà della famiglia, si scoprono alla fine inevitabili convergenze su alcuni punti fermi:

– la famiglia non è una "invenzione" storico-sociale, attribuibile a una cultura e a una determinata epoca, bensì una struttura antropologica fondamentale;

– l’uomo, così come è l’unico animale che parla, l’unico animale che ride (e, purtroppo, anche l’unico animale che fa ridere), l’unico animale che seppellisce i propri morti, è l’unico animale che si sposa;

– le determinazioni giuridiche della famiglia variano nei secoli e secondo le diverse culture, ma la sua funzione antropologica – garantire l’ordine delle generazioni – resta costante; questa che chiamiamo garanzia dell’ordine delle generazioni non si appoggia ad impulsi istintuali o biologici, ma si determina a partire da una specifica volontà, quella di un uomo e una donna di essere pubblicamente riconosciuti marito e moglie;

– nelle prospettive religiose e filosofiche più profonde, questa volontà è ben compresa come specificamente etica: di qui l’esigenza che la volontà sia matura, consapevole, libera, che esprima cioè la piena intenzione di un soggetto di unirsi per tutte le dimensioni della sua vita personale al coniuge, per costruire quel luogo di comunicazione totale (secondo l’espressione del sociologo Niklas Luhmann) che è la comunità familiare».

Avvicinandosi l’ora di pranza aggiungo che gli uomini, come mi ha spiegato un giorno uno studioso formidabile e ricco di humor come Leo Moulin, si diversificano strutturalmente dagli animali anche perché sanno cucinare.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Gioiosi nella speranza.

Riporto la trascrizione che l’amico Claudio Forti ha fatto di una trasmissione di Gianpaolo Barra, sulla speranza.
Lo spunto per la trasmissione di questa sera mi è stato offerto da alcuni amici di Sassuolo, provincia di Modena, e questi amici mi hanno invitato nella loro bella cittadina alla fine del mese di marzo a tenere una conferenza dal titolo “Gioiosi nella speranza”. E così a Sassuolo ho vissuto un’esperienza davvero ricca, interessante, profonda, vuoi per la bella accoglienza che mi è stata riservata, da chi mi ha invitato, l’amico Angelo Gatti (che tra l’altro mi ha fatto conoscere un gruppo agguerrito di persone che vivono una fede limpida, una fede fresca, coraggiosa), vuoi anche per la bella, numerosa partecipazione del pubblico che ha ascoltato con attenzione le mie parole. E allora, vista l’esperienza positiva, ho pensato che le cose dette in quella occasione meritassero una replica a Radio Maria per metterle a disposizione di un pubblico più vasto. Nella speranza, come faccio sempre, di risultare in qualche modo utile agli amici che sono in ascolto da ogni parte d’Italia.
Affronterò perciò lo stesso tema: “Gioiosi nella speranza”. Ma se ci pensiamo bene, questo argomento si ricollega in qualche modo al naturale proseguimento alle cose che ci siamo detti nella conversazione del mese scorso., nella quale abbiamo commentato alcuni dati che illustravano la presenza dei cattolici in Italia. E abbiamo visto che non tutto è perduto, che ci sono motivi per rinsaldare la nostra speranza, che ci sono motivi per continuare incoraggiati nella nostra buona battaglia. Abbiamo visto che in Italia la fede, pur subendo attacchi davvero possenti, resiste ancora in tante persone, in tanti fratelli. Anzi, abbiamo visto che in qualche caso guadagna addirittura consensi. Visto che oggi il numero di quelli che si dicono atei, privi di Dio, sta sempre diminuendo. ? anche vero – e questo lo abbiamo detto nella scorsa conversazione – che questi segni di speranza non possono però farci dimenticare che l’opera di evangelizzazione deve essere perseguita con tenacia, perché questa è certamente la missione che Gesù ha affidato alla Chiesa, e dunque ha affidato a ciascuno di noi. Ma anche perché l’evangelizzazione, cioè la trasmissione e la testimonianza della verità di Cristo e della personali Cristo, affinché tutti ne diventino discepoli, è la più alta forma di carità cristiana che noi possiamo offrire al nostro prossimo, Quindi anche la conversazione di questa sera, pur trattando della speranza, anzi dell’annuncio gioioso della speranza, non deve farci dimenticare che la speranza non ci fa sedere, non disarma il nostro entusiasmo, anzi, lo incoraggia, lo accresce, lo nutre, lo stimola, lo indirizza verso il bene.
E, prima di entrare nel vivo di questo argomento, io devo fare però due premesse. La prima premessa è questa. Il tema della speranza è un tema complesso e difficile. ? un tema che avrebbe meritato – lo dico con la massima semplicità – un commentatore molto più esperto di chi vi sta parlando da questi microfoni. La speranza è una delle tre virtù teologali che un esperto, per esempio un pastore della Chiesa, un teologo avrebbe esposto in maniera più profonda. La seconda premessa è consequenziale alla prima. Non aspettatevi una lezione perché non ho i titoli e le competenze necessarie per dare lezioni su questi argomenti.
Allora cosa farò stasera? Quello che ho fatto a Sassuolo. Mi limiterò ad alcune riflessioni e considerazioni che sono emerse dentro di me mentre mi preparavo a svolgere questo tema. E queste riflessioni, questi pensieri, queste considerazioni le affido principalmente al Signore, li affido alla bontà di sua Madre perché possano fruttificare nel nostro animo e nella nostra mente e possano giovare, essere utili alla nostra vita di cristiani.
Allora veniamo subito all’argomento “Gioiosi nella speranza”. E, riflettendo sul titolo che abbiamo scelto emergono subito due domande alle quali tenteremo di dare una risposta.
La prima domanda: Che cosa dobbiamo intendere per speranza? Ecco, speranza è una parola che noi pronunciamo spesso, ma della quale anche noi cristiani abbiamo perso di vista il vero significato. Che cos’è dunque la speranza? Questa è una prima domanda. La seconda, che emerge sempre da una riflessione sul titolo. Emerge spontaneamente, direi, dal titolo stesso, ed è questa: per quale motivo dovremmo essere gioiosi? Questa domanda oggi suona un po’ provocatoria, visto il tempo che stiamo vivendo. Viviamo in tempi in cui si manifestano tante, tante preoccupazioni. E allora può sorgere spontanea la domanda: come possiamo essere gioiosi se ogni giorno, se ogni momento della nostra esistenza ci giungono notizie tragiche di guerre, di morte, di disperazione? Oppure anche, come possiamo essere gioiosi se noi stessi, nella nostra esistenza di tutti i giorni, sperimentiamo la croce? Sperimentiamo tanti dolori, tante delusioni, tradimenti, amarezze. Ancora, come possiamo essere gioiosi se vediamo, se constatiamo nei fatti che, anche impegnandoci, sforzandoci di vivere una vita cristiana coerente con la fede che noi professiamo, ogni giorno facciamo esperienza però della nostra miseria, delle nostre cadute? Noi ci accorgiamo che il peccato continua ad albergare nel nostro cuore, e, nonostante gli sforzi non riusciamo – almeno così ci pare – a fare progressi. E come allora si può essere gioiosi, se quello che ci circonda e se quello che vediamo dentro di noi mostra questi segni di preoccupazione? Ecco, queste sono domande alle quali noi dobbiamo tentare di rispondere, e questa risposta sarà certamente una risposta che parte innanzitutto dalla fede che noi professiamo, dalle verità di fede che noi professiamo, perché ci sono state rivelate.
Però, come è caratteristica delle nostre trasmissioni, vuole essere una risposta che mette anche in rilievo alcuni elementi, alcuni dati che si sposano con un discorso apologetico. Quindi alcuni dati, alcuni elementi che contribuiscono a rinsaldare la nostra fede ed eventualmente possono essere utilizzati anche per rispondere a domande, a dubbi, a osservazioni, a obiezioni, a contestazioni che possono emergere anche in questo campo. Naturalmente se la nostra risposta parte dalla fede è chiaro che la nostra risposta non toccherà, non avrà come via principale a cui attingere le verità – che ne so? – la storia, la politica, la filosofia… No, la nostra sarà innanzitutto una risposta da cristiani, che parte dalla fede. Però è una risposta che, pur partendo dalla fede, viene offerta all’intelligenza di chi ci sta ad ascoltare. Viene offerta anche alla nostra intelligenza naturalmente, perché porti frutto, perché susciti una risposta.
Allora poniamoci subito la prima domanda: che cosa si intende per speranza? Poiché non vogliamo dare risposte che sembrano o sono un po’ soggettive, appoggiamoci subito, ancoriamoci subito al “Molo saldo, indistruttibile della dottrina cattolica”. Nel Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, alla domanda, che cos’è la speranza?, noi possiamo leggere questa risposta. La leggo lentamente. Sono poche righe, ma è ricchissima! La risposta è questa: “La speranza è la virtù teologale per la quale noi desideriamo e aspettiamo da Dio la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci all’aiuto della Grazia dello Spirito Santo per meritarla e per perseverare sino alla fine della vita terrena”. ? una risposta ricchissima, strabiliante!
Ho detto agli amici di Sassuolo: “Qui, a questo punto, un maestro di dottrina, un teologo, ma anche un bravo catechista avrebbero certamente cose molto più belle, più profonde, più ricche da dire di quelle che vi posso dire io. Comunque ci provo anch’io a rispondere. E comincerò percorrendo la strada più facile, la strada che consiste nel dire prima quello che la speranza cristiana non è. ? più facile seguire questa strada. Come abbiamo sentito, la speranza non riguarda l’attesa di una felicità terrena. Questo è un primo dato da imprimere bene nella nostra anima e nella nostra mente. La speranza cristiana non riguarda l’attesa di una felicità terrena. La speranza cristiana non riposa sulle cose di questo mondo: sulla ricchezza, sulla salute, sul lavoro, sull’amore di una persona, sulle gratificazioni della vita. Se ci pensiamo bene, la speranza cristiana non riposa nemmeno su progetti, su programmi, su strategie politiche, economiche, sociali, militari… E allora, attenti bene, amici, il cristiano sa che tutte queste cose non sono cattive, non sono in se stesse cattive, anzi, possono essere addirittura buone. Il cristiano vive in questo mondo. il cristiano sa che tutte queste cose, il benessere, la salute, la gratificazione possono essere cose certamente buone e debbono essere cose umanamente e giustamente anche sperabili, certo. Però la speranza cristiana riguarda qualcos’altro. Queste cose non sono l’oggetto della speranza cristiana. Questa riguarda qualcosa di più importante. E il Compendio, nella risposta che ci ha dato ce l’ha detto. “La speranza cristiana è “il desiderio della vita eterna”. E noi la speriamo e la attendiamo da Dio! Quindi il Paradiso! Come sapete, noi viviamo in un’epoca nella quale quelli che si chiamavano “Novissimi”: (morte, giudizio, inferno, paradiso), sono stati praticamente dimenticati. E sono stati dimenticati, emarginati, anche in casa nostra, in casa cattolica. Qualcuno di voi ricorderà che proprio poche settimane fa Papa Benedetto XVI, in visita ad una parrocchia romana, ha parlato dell’inferno, e ha detto proprio che si trattava di una realtà dimenticata. E che il papa avesse ragione non è difficile per noi dirlo, perché ne abbiamo esperienza. Non ce ne parla più nessuno! Ma guardate che anche il paradiso non gode di salute migliore! Allora noi prendiamo subito una decisione utile alla nostra vita cristiana. Se noi vogliamo radicare in noi la speranza cristiana, se noi vogliamo radicare in noi questa virtù teologale – perché viene da Dio! Non ce la possiamo dare da soli. Possiamo soltanto coltivarla. – allora, se vogliamo radicarla, se vogliamo coltivarla, noi dobbiamo ritornare a pensare e a vivere cristianamente, cattolicamente, tenendo rivolto il nostro sguardo, la nostra attenzione, la nostra mente, la nostra anima verso le realtà ultime della nostra esistenza. Dio innanzitutto, e i novissimi.
Però attenti bene eh, perché la vita eterna noi la speriamo da Dio! La attendiamo da Lui! E questo vuol dire che se noi non apriamo il nostro cuore ad accogliere questo dono, se noi non ci inchiniamo umilmente dinnanzi al Creatore per domandargli le grazie che sono necessarie per guadagnare la vita eterna, guardate amici, noi non la conquisteremo mai! Certo, certo, va detto nelle riflessioni che seguono… certo che il Signore vuole la nostra collaborazione! Il Signore non fa senza di noi! Non ci salva senza la nostra collaborazione! Però noi dobbiamo avere ben chiaro che è Lui che ci salva. E che è Lui che ci dona la speranza con la quale noi desideriamo il Paradiso.
Proseguiamo nella nostra riflessione sulla speranza cristiana, e chiediamoci come possiamo operare per accrescerla in noi, come possiamo coltivarla e nutrirla. Quando mi sono posto queste domande ho trovato una splendida, straordinaria risposta in una preghiera che ho imparato fin da piccolo e che oggi temo non si insegni più neanche nelle lezioni di catechismo per i nostri bambini nelle nostre parrocchie. C’era una preghiera che era conosciuta con il nome di “Atto di speranza”. E questa preghiera diceva così: “Mio Dio, spero dalla bontà vostra, per le vostre promesse e per i meriti di Gesù Cristo nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare. Signore, che io non resti confuso in eterno!”. ? una preghiera illuminante! Sono parole depositate da secoli che sintetizzano in modo direi insuperabile ciò che dobbiamo chiedere a Dio con la speranza, e cosa dobbiamo fare per accrescere questa speranza.
Abbiamo sentito che la speranza cristiana per essere coltivata e accresciuta esige da noi il compimento delle buone opere. E queste buone opere – recitava l’atto di speranza – scandalosamente, si potrebbe dire oggi, sono innanzitutto un dovere. Un dovere! Siamo nell’epoca in cui si parla solo di diritti!… Tutti hanno diritti. I doveri sono sconosciuti.
Allora la nostra esistenza terrena deve essere vissuta volendo e facendo e dovendo fare opere buone. Queste opere buone ci fanno diventare cristiani migliori, alimentano la nostra speranza di guadagnarci il paradiso, e alimentano la nostra speranza di far guadagnare il paradiso anche ai nostri fratelli. E le opere buone sono evidentemente quelle che Dio e la Chiesa ci indicano, ci illustrano, ci insegnano. L’amore per Dio, innanzitutto! L’amore per gli uomini. L’amore per dio e l’amore per gli uomini suscitano il rispetto e l’obbedienza alla legge di Dio. Quindi le opere buone sono quelle che i comandamenti e i precetti della Chiesa riassumono con chiarezza e con mirabile sintesi. Le opere buone sono quelle che il Vangelo ricorda ad ogni pagina. Le opere buone sono buone, amici, anche quando tutti pensano, dicono e fanno il contrario!
Pensate all’oggi, quando sentiamo uomini di Chiesa difendere quel bene prezioso che è la famiglia, e vediamo contemporaneamente che quasi tutti i mezzi di informazione attaccano la famiglia, la contestano, ne contestano l’originalità, l’unicità.
Però il titolo della nostra conversazione non parlava soltanto di speranza, parlava di speranza gioiosa, o meglio, ci si chiedeva come noi possiamo essere gioiosi nella speranza. Come possiamo essere gioiosi oggi? Il quadro all’interno del quale si svolge la nostra esistenza non è confortante. E alcune delle cose che vi sto per dire le avete già sentite perché più di una volta in passato mi è capitato di fare riflessioni su questo argomento. Il quadro non è confortante perché la stessa Parola di Dio, la Scrittura, ci disegna una situazione preoccupante – almeno a prima vista – nella quale è destinata l’esistenza di ogni uomo, anche la nostra. E la Sacra Scrittura ci disegna un quadro di un conflitto permanente, di un conflitto duraturo. Duraturo fino alla fine dei tempi. La Sacra Scrittura parla di una guerra tra la Donna e il “serpente”, al capitolo terzo della Genesi. Di una guerra tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra la cultura della vita e la cultura della morte. E, ci siamo detti che questo conflitto è stato voluto addirittura da Dio stesso. Nella Genesi si legge molto chiaramente. “Io – ed è Dio che parla – porrò inimicizia tra te e la donna”. Io, ed e Dio che parla, stabilirò un conflitto, una inimicizia… E ciò che ci può affliggere – badate bene – ci può affliggere, ma non lo deve fare, è che questo conflitto ci riguarda direttamente, ci vede obbligatoriamente coinvolti. Non passa sopra le nostre teste. Non ci si partecipa volontariamente. Tutti siamo coinvolti. Lo diceva Giovanni Paolo II nella enciclica Evangelium vitae al paragrafo 28. “Ci troviamo di fronte aduno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la cultura della morte e la cultura della vita”, scriveva quel papa. Ci troviamo, non solo di fronte, ma necessariamente in mezzo a tale conflitto. Tutti siamo coinvolti. Scriveva proprio così il papa, eh? Ci siamo coinvolti!
Ciò che ci può affliggere è anche il fatto che questo conflitto, questa guerra in cui siamo immersi e che ci riguarda direttamente non avrà mai fine. O meglio, durerà fino alla fine del mondo. quindi non avrà fine nella nostra esistenza terrena. Lo insegna molto bene il Concilio Vaticano II nella costituzione Gaudium etspes, capitolo 37, paragrafo 2. ascoltiamolo: “Tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre. Lotta incominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene”. Vedete, dobbiamo combattere “senza soste” dice il Concilio, “per poter restare uniti al bene”. Non è scontato. Non è definitivamente acquisita la nostra partecipazione al bene. Il nostro stare dalla parte della Donna. Ogni giorno richiede da noi uno sforzo.
E allora, la domanda è provocatoria, ma se le cose stanno così, come possiamo essere gioiosi? Ma quali elementi abbiamo per avere, non solo una speranza, ma una speranza gioiosa? Prima di rispondere voglio ancora un po’ calcare la mano e approfondire meglio il quadro drammatico che ci è annunciato dalla Sacra Scrittura e insegnato dalla Chiesa. Si è parlato di un conflitto, ma dobbiamo capire bene dove si sta svolgendo questo conflitto, in quale campo? In quale campo di battaglia si affrontano i due eserciti? Quello di dio, della donna, e quello del “serpente”, di Satana.
Guardate, questo conflitto è chiaro, si svolge nei fatti, negli eventi. Però noi non dobbiamo dimenticare che in una prospettiva cristiana – e noi siamo cristiani – il terreno privilegiato di questo conflitto siamo noi. ? l’uomo stesso! ? la nostra anima! Lì si svolge innanzitutto, non esclusivamente, ma innanzitutto, questo conflitto. Il demonio non può fare niente di male a Dio. Il demonio odia Dio, ma non gli può fare nulla. Il demonio conosce bene la superiorità infinita di Dio. E sa che lui, dinnanzi a Dio, sparisce con un soffio. Allora, per odio a Dio, rivolge la sua attenzione malvagia, perversa, cattiva, distruttrice, la rivolge verso la creazione. E all’interno della creazione la rivolge a quelle creature che Dio ha posto a capo del creato. In cima alla piramide del creato: gli uomini.
Odiando gli uomini, in modo maggiore di tutti gli altri, il demonio odia Maria Santissima (e la Chiesa. Nota di Claudio). Ma sa bene, sa molto bene, perché lo ha provato sulla sua pelle, si potrebbe dire, che anche con Maria non può scherzare. A Maria il Demonio non può fare nulla. Nulla! Nella sacra Scrittura è scritto che “Maria gli schiaccerà la testa”. La stirpe di Maria e lo stesso Gesù, schiacceranno la testa al Demonio. Quindi è sconfitto in partenza. Allora il demonio si rivolge, odiandoli, ai figli di Maria, ai prediletti di Maria. Ed è davvero impressionante, amici, pensare al fatto che uno dei protagonisti di questo conflitto “l’angelo del male”, è stato quasi dimenticato, anche in casa nostra. Se ne parla pochissimo (ma i suoi effetti nefasti si vedono chiaramente. Nota di Claudio). Nelle prediche dei nostri sacerdoti la domenica è praticamente quasi del tutto assente. Se poi se ne parla , a volte si viene facilmente accusati di catastrofismo, di generare paura, di creare tensioni. Ricordo che proprio di questi tempi, lo scorso anno, in una trasmissione qui a Radio Maria mi capitò di parlare dell’inferno, e ricevetti qualche telefonata di persone buonissime, eh, badate bene, ma preoccupate che io avessi spaventato gli ascoltatori.
Eh, un po’ di spavento – diciamocelo francamente – non ci farebbe male, visto che spesso abbiamo l’animo così allegro, così superficiale. Ecco invece noi dobbiamo avere il coraggio di andare contro corrente. Tenendo fermo – badate bene, amici – non la nostra opinione personale, tenendo fermo non le nostre manie, ma l’insegnamento bimillenario della Chiesa, che non ha mai dimenticato, nel suo Pastore supremo, di avvertire noi che siamo i suoi figli, della presenza e dell’azione del demonio, del diavolo, di Satana e degli angeli che lo servono.
E satana, per odio a Dio cerca di sviare la nostra anima per condurla a una meta diversa da quella che dio ha stabilito, da quella che Dio ha preparato per noi. E allora vedete, se il terreno privilegiato di questo conflitto non è tanto il mondo che ci circonda – si svolge anche lì, e lo vediamo – ma è il mondo che abbiamo dentro di noi, è noi stessi, allora capite bene che la posta in gioco di questo conflitto è addirittura la vita eterna che ci aspetta dopo la morte. E qui ci ricolleghiamo alla speranza. Perché noi speriamo la vita eterna! E il Demonio ce la vuole togliere!
Se noi non sapremo vincere questa battaglia, se per colpa nostra il demonio dovesse renderci suoi schiavi, allora la vita eterna che ci aspetta è quella disperata e dolorosissima dell’inferno. Tragicamente dolorosa. Se invece, al contrario, con l’aiuto di Dio, con l’aiuto della grazia di Dio, invocando sempre la sua misericordia per noi, risultassimo vincitori, allora la vita eterna che ci aspetta è quella indescrivibile del paradiso, della gioia eterna senza fine.
Attenti, perché le armi che usa il nemico, armi che utilizza per ridurci in schiavitù, sono note, ed è bene conoscerle. Proprio per porre loro un ostacolo, una resistenza. Per disarmarlo. Sono learmi della menzogna, le armi dell’omicidio, le armi della tentazione. Menzogna, omicidio e tentazione sono i termini utilizzati dalla Sacra Scrittura per parlarci anche della natura del Demonio: “Menzognero e omicida fin dal principio”. Queste armi le abbiamo viste – diciamolo – dentro di noi: anche noi cediamo alle tentazioni. E l’omicidio non è solo quello fisico, cioè la eliminazione della vita fisica. A volte si nuoce anche con la parola, con lo sguardo, col silenzio, con lo sgarbo, con le offese. Si fa del male, si attenta alla vita altrui, o all’onore altrui. Abbiamo visto all’opera queste armi e le stiamo vedendo all’opera anche in questi giorni, dentro di noi e fuori di noi.
Abbiamo visto il progetto di costruire un mondo senza Dio, specialmente nel secolo scorso, ma lo stiamo vedendo anche adesso. Il secolo scorso ci ha “regalato” due guerre mondiali, ci ha regalato i campi di concentramento e sterminio nazionalsocialisti. Ci ha “regalato” il totalitarismo comunista con il suo arcipelago Gulag. Ci ha regalato – e lo stiamo vedendo ancora ai nostri giorni – una strage immensa di bambini che vengono uccisi nel grembo delle loro madri. Pensate, lo abbiamo già detto qualche volta, nel secolo scorso si sono contati un miliardo di aborti volontari. Un miliardo! Mille milioni di bambini uccisi, innocenti. E ancora oggi stiamo assistendo al tentativo da parte dell’uomo di impadronirsi, senza volere rispondere a nessuno, dei meccanismi che danno origine alla vita umana. Tentativo che si vuole portare a compimento indipendentemente dal numero di vittime che richiede. Una strage veramente! Un’altra strage.
E qui resta allora provocatoria la domanda: ma in che modo possiamo essere gioiosi oggi? Beh, io penso che si possa rispondere, dopo aver dato un quadro abbastanza fosco della situazione nella quale stiamo vivendo (e non si è parlato delle miriadi di vittime del sottosviluppo, frutto delle ingiustizie planetarie. Nota di Claudio), penso che si possa rispondere positivamente. Noi, nonostante tutto questo abbiamo motivi fondati per essere speranzosi, per essere gioiosi. Noi possiamo parlare di speranza perché abbiamo la certezza indubitabile, la certezza incrollabile, la certezza invincibile, che nella battaglia tra la Donna e il “serpente”, nella battaglia tra il bene e il male, tra la vita e la morte, la cultura della vita e la cultura della morte, il “serpente non avrà l’ultima parola! Il male non trionferà! La morte non sarà la fine di tutto! Abbiamo questa certezza! Dove poggia questacertezza! Guai adire che poggia nelleee nostre convinzioni, nella nostra mente, nel nostro ragionamento… cambiano i tempi, cambiamo anche noi… vien giù tutto…! Ma per nessun motivo! Questa certezza posa su qualche cosa che sta fuori di noi, e che non crolla. Poggia su un Fatto accaduto nella storia! E quale è questo fatto? Lo abbiamo ricordato pochissimi giorni fa: poggia sulla Risurrezione di Gesù! Un fatto accaduto nella storia.
Va rimarcato moltissimo questo elemento, perché la tentazione di pensare alla risurrezione come a una bella tavoletta per anime delicate, per spiriti scoraggiati affinché si incoraggino,.. la tentazione c’è, eh? Veramente Gesù Cristo è risorto! Veramente lo hanno inchiodato alla croce, lo hanno massacrato, lo hanno ammazzato, e quando erano convinti di aver chiuso i conti con lui, Lui tre giorni dopo era ancora in giro vivo e vegeto! E con la sua risurrezione, non solo ha vinto definitivamente la morte, ma ha dimostrato in modo invincibile, insuperabile, che la sua promessa di far risorgere anche noi, con il suo potere, quella promessa è vera! Lui ci ha garantito che toccherà anche a noi risorgere! E se tocca anche a noi risorgere, qualunque cosa succeda a noi, la morte non sarà l’ultima parola. Non sarà l’ultima parola! Questo è un fatto accaduto nella storia, non un’idea. Non è una dottrina. Non è una aspirazione. Non è un desiderio. Non è un’utopia. Non è una speranza campata per aria! ? un fatto che ci consente di sperare la vita eterna.
Questo Fatto ci consente di vivere questi tempi, che sono tempi cupi, nella gioia. Attenti! Nella gioia più vera, più profonda! Perché siamo stati informati, ci è stato svelato, ci è stata data una notizia, la Buona Notizia, la Buona Novella! E chi ci ha dato questa informazione, questo avviso, merita la nostra fiducia! Anche noi siamo destinati alla vita eterna del paradiso! Ecco perché possiamo essere gioiosi nella speranza! Perché quello che ci circonda, quello che sperimentiamo anche dentro di noi: le cadute, le miserie, il peccato, se stiamo uniti a Dio, non avrà il sopravvento!
? chiaro, amici, che se noi eliminiamo dal nostro orizzonte una lettura cattolica della nostra avventura umana, della nostra storia, allora è vero, non abbiamo molti motivi per essere gioiosi, eh? Ma noi non dobbiamo eliminare dal nostro orizzonte la lettura cattolica della vita umana.
D’altro canto è vero – e qui andiamo avanti nella nostra riflessione, perché non dobbiamo nemmeno di mancare di generosità nei confronti del Signore – perché il Signore non si è limitato soltanto alla risurrezione, che è il fatto più grande che sia accaduto, ma ci ha lasciato tanti altri fatti, tanti altri segni nella storia che alimentano la nostra speranza. Che alimentano la nostra gioiosa speranza. Vediamone alcuni di questi fatti. E qui, anche chi si occupa di apologetica, li può utilizzare, proprio a radicamento a consolidamento della propria fede e a dimostrazione, di fronte a chi dovesse porre delle domande, dubbi, contestazioni, a dimostrazione della verità della fede stessa che professiamo.
Un primo fatto: la vita e l’esempio dei santi che hanno riempito i secoli della storia della Chiesa. Che cosa impariamo dalla vita e dall’esempio di questi santi? Badate, vite che sono sto-ri-ca-men-te documentate. Non vi parlo di tavolette, di storielle, vi parlo di fatti accaduti. Che cosa impariamo? La vita e l’esempio dei santi ci insegnano che sperare non è una chimera, non è un’utopia, non è una illusione. A tenti fratelli nella fede – badate amici! – che non erano diversi da noi. Erano come noi! Beh, a tanti fratelli nella fede è accaduto davvero di poter realizzare la loro speranza. Si sono guadagnati il cielo! ? già accaduto! Sono già in Cielo! Questa esperienza fondata su dei fatti deve accrescere la nostra speranza. La nostra speranza quindi non è vana! E siccome la speranza del Cielo è una speranza gioiosa, quella è la nostra felicità! (San Francesco diceva: “Tento è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto…”. Nota di Claudio).
Vediamo un altro fatto. ? vero che noi siamo circondati da tanto male, però, quanto è il bene che pure esiste e che noi non vediamo? O meglio, che vediamo in piccola parte. Ed è proprio anche questa piccola parte che è un segno che Dio ci lascia per alimentare la nostra speranza. Guardate che non parlo solo del bene in grande. Eppure ci sono esempi nella storia della Chiesa passata e presente illuminanti. Pensate a quanto bene ha fatto Madre Teresa di Calcutta (e le migliaia di sorelle che l’hanno seguita. Nota di Claudio). Quanto bene ha fato padre Werenfrieed Vanstraten, il famoso Padrelardo, il fondatore di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, eccetera.
Parlo però anche di quel bene, nascosto ai più, ma che pure è presente nella nostra vita, perché noi lo sperimentiamo su di noi. Proviamo a porci una domanda. Abbiamo mai pensato al bene che riceviamo? ? più facile pensare al bene che facciamo, eh? Più facile. Ma proviamo a pensare al bene che riceviamo. Anche questi sono fatti, eh? Oppure vediamo anche dei parenti, degli amici, delle persone che conosciamo, fare del bene. Allora, non tutto è perduto. Non tutto è male. La speranza si alimenta, si nutre. La speranza che la strada per il paradiso sia ancora aperta e che ci sia gente che la sta percorrendo… non ci rende forse gioiosi questo dato!
Avanti ancora con un altro fatto. Un altro fatto sul quale riflettiamo molto poco. Abbiamo detto che la morte non avrà l’ultima parola. Benissimo! Però, attenti! Non avrà l’ultima parola nemmeno sulla Chiesa, eh? Vi ricordate quella promessa del Signore: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Allora non prevarranno sul Papa, sulla Chiesa, non prevarranno sui battezzati che alla Chiesa resteranno fedeli. Nella nostra società, nella situazione odierna, quando ci sono forze immense che stanno operando per la disgregazione dell’uomo e della società, noi vediamo che si alza coraggiosa la voce del Papa, la voce della Chiesa. E questa voce è per noi un punto di riferimento che ci aiuta a non confonderci, a non perdere la bussola, a non essere ingannati. Questa voce, la voce della Chiesa, la voce del Papa, ci fa capire che noi non siamo soli. Che Dio ci ha dato una casa dove trovare rifugio. Questa casa è la Chiesa! E questo non alimenta forse la nostra speranza? (perché tanti cristiani, anche praticanti, hanno spesso da ridire e da lamentarsi di questa “casa”?. Nota di Claudio).
Andiamo avanti ancora. Un ultimo episodio, un ultimo fatto. Abbiamo visto cadere – la storia ce lo ha dimostrato – immensi progetti, immense costruzioni sociali, immensi tentativi di cancellare Dio, che sembravano, al momento del loro massimo fulgore, invincibili. Hitler sembrava inarrestabile. Il suo esercito pareva invincibile. Un mondo nuovo sembrava ormai dietro l’angolo. Chi lo poteva fermare? E quanto è durato? Dodici anni! Nel 1933 prende il potere. Nel 1945 si spara, si uccide, lasciando dietro di sé rovine e lutti immensi. Finito! Finito così!
Il comunismo sembrava anch’esso invincibile, inarrestabile… eppure? C’è stato il 1989, la caduta del muro di Berlino… rimane purtroppo ancora qualche sacca… ma quanto durerà? E anche le correnti di moda oggi: il relativismo, il nichilismo, quanto dureranno?
La storia ci dà una sentenza chiarissima, lampante. Le cose di questo mondo passano, la Chiesa no! E anche questa constatazione, constatazione di fatti, eh?, badate bene!, alimenta la nostra speranza. E ci fa capire che noi non viviamo un’illusione, non viviamo un’utopia, una consolazione. Noi speriamo qualche cosa che certamente si realizzerà: LA VITA ETERNA! Ad alcune condizioni… Bene, alcune di queste condizioni… certamente la prima, amici, è quella di vivere un’esistenza in amicizia con Dio. E l’amicizia con Dio è la vita della grazia. Come di alimenta la grazia? Con la preghiera! La prima arma in questa battaglia è la preghiera. La frequenza ai sacramenti, alla confessione e alla Santa Comunione. Perché la grazia di Dio deve così fortificare la nostra anima. La rende inaccessibile. La rende inattaccabile. La rende invincibile!
Suggerisco sempre, quando faccio conferenze – e l’ho detto anche agli amici di Sassuolo – di curare bene anche la propria formazione spirituale, magari servendosi dell’opera, dell’aiuto, del sostegno di un direttore spirituale. Ricordiamoci, nella preghiera, specialmente il Rosario. Il Santo Rosario. Noi parliamo dai microfoni di una radio che contribuisce ogni giorno ad innalzare a Maria da questa terra il profumo soave di un numero sbalorditivo di preghiere, un numero sbalorditivo di Ave Maria!… La preghiera e la vita di grazia sono la nostra prima risposta per alimentare la fede, la speranza e la carità.
La seconda arma, la seconda risposta, è la formazione. Dobbiamo curare bene la nostra formazione. Dobbiamo conoscere le ragioni della fede. Dobbiamo saperle proporre al prossimo. Dobbiamo conoscere gli errori e le strategie del “nemico”, per smascherarlo. Uno degli agnostici più conosciuti del secolo scorso, che si è convertito praticamente pochi mesi prima di morire: Leo Moulin, era docente all’Università fondata dalla Massoneria, a Bruxelles, scriveva, ancora quando non credeva in Dio, rispondendo a una domanda che gli aveva posto Vittorio Messori. Leo Moulin diceva così: “Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende, il capolavoro della propaganda anticristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza. A instillargli l’imbarazzo, se non la vergogna per la loro storia. A furia di insistere, dalla Riforma protestante, fino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi tutti i mali del mondo. vi hanno paralizzati nell’autocritica masochistica per neutralizzare la critica di quello che ha preso il vostro posto” E si legge ancora nel libro d Messori: “Femministe, omosessuali, terzomondiali, pacifisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici, da tutti vi siete lasciati presentare il conto – spesso truccato – senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza della storia che non vi siano stati addebitati. E voi – sta parlando a noi cattolici – così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci. Magari per dar loro manforte. Invece io, agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo, vi dico che dovete reagire in nome della Verità. Spesso infatti non è vero. E se talvolta del vero c’è, è anche vero che in un bilancio di 20 secoli di cristianesimo le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre!”
E termina così. Polemicamente, ma a mio avviso con massima ragione: “Ma poi, perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate – contriti – certe prediche?”. Anche uno come Leo Moulin si era accorto di quanto fosse importante la formazione. Perché sennò ci raccontano quello che vogliono. E la nostra fede viene minata, la speranza viene indebolita, la carità si affievolisce. (Faccio notare che io ho trascritto tutto il bellissimo colloquio che Vittorio Messori ha avuto con LeoMoulin dai microfono di Radio Maria nel 1993. Io lo posseggo il file che però si può trovare anche nel sito della radio su “Documenti”. Nota di Claudio).
E prosegue il prof. Barra: E tra gli strumenti di formazione è giusto questa sera nominare Radio Maria. Quanto bene sta facendo, anche nel campo della formazione culturale. Vogliamo prenderci un duplice impegno. Vogliamo prendere l’impegno di far conoscere Radio Maria a chi non la conosce? Redio Maria è uno strumento di cui la Madonna si serve per la buona battaglia. Vogliamo sostenerla? Mi permetto di aggiungere sommessamente accanto a Radio Maria, anche la rivista che dirigo: “il Timone”. Tanti di voi la conoscono. Tanti conduttori di Radio Maria scrivono anche su “il Timone”. (per esempio Messori. Nota di Claudio). Anche il Timone è uno strumento di formazione sempre più apprezzato.
Preghiera, formazione, e ultima cosa naturalmente, azione, apostolato concreto, efficace. Con lo scopo di alimentare la speranza. Facendo buone opere. Ecco, ci resta una considerazione sulla grazia che ci è stata fatta, sul dono che abbiamo ricevuto. Ecco, è una considerazione, meglio, è una assicurazione che per noi diventa – pur nella drammaticità dei tempi che stiamo vivendo – diventa una consolazione. Gesù ha detto: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Ecco, la nostra speranza si fonda anche su questa invincibile promessa.
Grazie per il vostro ascolto! E dopo la pausa musicale siamo pronti a ricevere le vostre telefonate.
Non le trascrivo, per quanto interessanti, in quanto il file è già di 8 pagine.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Benedetto XVI 80 anni fa è rinato!

Il 16 aprile 1972 sono stato battezzato. Un vecchio frate nella Chiesa dei Cappuccini a Bologna versandomi per tre volte dell’acqua sulla testa ha pronunciato – con chissà quale fervore – “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Dentro a quell’avvenimento spirituale certo, ma pure anagrafico (stamane sono andato a farmi dare una fotocopia del registro dei battesimi, il n. 663 di pag. 332) sono divenuto figlio nel Figlio di Dio.
C’è un motivo singolare per cui vi scrivo queste note personali.
Oggi è il compleanno del Santo Padre. Il 16 aprile del 1927 Joseph Ratzinger nasce a Marktl am Inn nella cattolica Baviera. E’ la notte del sabato Santo, ma liturgicamente è già la notte della Veglia di Pasqua, la cui oscurità viene infranta dal baluginare della fiammella del cero pasquale: “Cristo lumen mundi”. Al mattino, all’alba liturgica della Resurrezione di Cristo, Joshep viene portato presso l’antico fonte battesimale della Chiesa di St.Oswald. E’ in marmo bianco con gli angeli scolpiti tutti intorno, in forma ottagonale, a ricordarci che ciò che accade a quel fonte fa già parte della nuova creazione, non più sottoponibile cioè, alla corruzione delle cose di questo mondo. Dice nella sua autobiografia che “l’essere il primo battezzato della nuova acqua era un importante segno premonitore”.
Ieri nella solenne celebrazione della Divina Misericordia, Benedetto XVI ha dovuto vincere la sua naturale inclinazione alla riservatezza riguardo alla propria persona e parlare di sé “per annunciare la misericordia di Dio” e “narrare quanto, il Signore, per me ha fatto” (Sal 66,16).
Papa Benedetto prosegue così: “Ho sempre considerato un grande dono della Misericordia Divina che la nascita e la rinascita siano state a me concesse, per così dire insieme, nello stesso giorno, nel segno dell’inizio della Pasqua. Così, in uno stesso giorno, sono nato membro della mia propria famiglia e della grande famiglia di Dio”.
A due anni dalla sua elezione, il 19 aprile del 2005, mi pare di poter dire che uno dei tratti caratterizzanti la figura di questo uomo benedetto da Dio per la Chiesa e per il mondo sia proprio la coscienza che Egli ha del Battesimo. Il fascino che ci suscita sta nel fatto che ci ricorda chi siamo e quale è il centro della vita battesimale. Lo dice nel suo libro: Gesù di Nazareth.
Sono ben consapevole che chiunque possa tracciare un bilancio di questi due anni di pontificato sotto angolature diverse: l’ecumenismo a tutto tondo dalle comunità protestanti, al dialogo serrato con l’ammirata Chiesa Ortodossa, compresa quella porzione del popolo di Dio che proprio nel Pontificato di Giovanni Paolo II aveva maggiormente sofferto, come le comunità legate, più o meno direttamente, a Mons.Lefevre; il dialogo interreligioso che al di là del caso di Ratisbona registra, specie dopo il viaggio in Turchia, una chiarezza di fondo mai registrata; il dialogo con la cultura contemporanea che ha a cuore l’uso della ragione nelle sue implicazioni trascendentali. Altri possono benissimo cogliere aspetti significativi del Suo magistero. Ognuno viene raggiunto da una luce diversa dell’unico magistero intenso, limpido, semplice di Papa Benedetto.
Mi sembra, tuttavia, che questo giorno affettivamente a lui e, più modestamente a me, caro, sia il tratto più singolare di questo Papa: il Battesimo sacramento della fede e dell’appartenenza.
Alla domanda che il sacerdote rivolge ai genitori: “Per…che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?” la risposta solitamente è: il Battesimo. Il rituale prevede però anche altre risposte che dicono in sintesi che cosa sia il gesto sacramentale che chiamiamo Battesimo: “la fede, la vita eterna, la Grazia di Cristo”.
Nel Battesimo, primo dei sette segni sacramentali con i quali la Chiesa rende presente e vivo nella sua potenza vivificante e redentiva la Presenza di Cristo Signore e Salvatore dell’universo, avviene una trasformazione che segna l’inizio di qualcosa di nuovo. In Cristo morto e risorto, per dirla con le parole della croce, “tutto è compiuto”. E’ iniziato un tempo nuovo, l’ottavo giorno appunto. La Pasqua giorno del tempo è anche il giorno nuovo della nuova creazione e Cristo è il nuovo principio di tutte le cose. E’ Lui l’inizio e in Lui, nella Sua morte e resurrezione, simbolicamente rivissuta nella triplice emersione/immersione del Battesimo, anch’io sono la vera novità accaduta in questo mondo. A Verona, nel grande appuntamento ecclesiale della Chiesa italiana, a proposito del Battesimo e della novità avvenuta, dice: “E’ stata cambiata così la mia identità essenziale e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la nostra gioia pasquale”.
Il Battesimo come tratto lieto dell’esistenza cristiana. Al Papa non interessa l’atto notarile, il gesto tradizionale, l’evocazione e la conservazione di un avvenimento socialmente rilevante. Non è difensore di gesto. A Benedetto interessa la freschezza della gioia cristiana che nasce dall’essere intimo a Gesù Cristo. Nell’omelia di insediamento, rivolgendosi ai giovani quasi a comunicare privilegiatamene con loro troppo spesso vittime predilette di una cultura nichilista e oscurante la bellezza del cristianesimo, dice “chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera (…) Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo”. E nella sua prima intervista pubblica, alla vigilia del suo viaggio a Colonia per la GMG, alla domanda “Santità, qual è la cosa più importante che lei vuole trasmettere loro ai giovani che da tutto il mondo vengono a Colonia?
Vorrei fare capire loro che è bello essere cristiani!”
La bellezza e la letizia dell’essere cristiani è già consegnata nell’atto semplice e soprannaturale dell’incontro del bambino con le Persone Divine. Incontro reale accaduto una volta per sempre nel Battesimo. Tutta la vita – tutta l’attività pastorale ed educativa della Chiesa – ha come scopo quello di rendere più cosciente a noi stessi, ciò che quel giorno è avvenuto. L’intimità con il Padre,l’amicizia con Cristo – “Ho potuto farne un’esperienza profonda: Egli, il Signore, non è soltanto Signore, ma anche amico” (Omelia per i suoi 80 anni) – la Comunione con lo Spirito Santo Amore, non è un atto magico che conferisce poteri indipendentemente dalla libertà della persona. “Sarà poi la nostra cooperazione, la disponibilità della nostra libertà a dire quel “si” che rende efficace l’azione divina” (Omelia dell’Epifania 2007). Non siamo soli nel cammino verso questo “Sì” gioioso, libero, umanamente entusiasmante.
Il Battesimo è il sacramento che mi consacra ad un’appartenenza. In occasione dei primi Battesimi conferiti nelle vesti di Sommo Pontefice così spiega non solo l’essere in Cristo, ma anche l’ingresso nella Chiesa: “nel Battesimo ciascun bambino viene inserito in una compagnia di amici che non lo abbandonerà mai nella vita e nella morte, perché questa compagnia di amici è la famiglia di Dio, che porta in sé la promessa dell’eternità” (Omelia dell’Epifania del 2006). E anche ieri memore della propria nascita e rinascita dice: “Ringrazio in modo particolare perché, fin dal primo giorno, ho potuto entrare e crescere nella grande comunità dei credenti, nella quale è spalancato il confine tra vita e morte, tra cielo e terra; ringrazio per aver potuto apprendere tante cose attingendo alla sapienza di questa comunità, nella quale sono racchiuse non solo le esperienze umane fin dai tempi più remoti: la sapienza di questa comunità non è soltanto sapienza umana, ma in essa ci raggiunge la sapienza stessa di Dio – la Sapienza eterna”.
Il Battistero è solitamente collocato, almeno nelle Chiese in cui l’architettura era un linguaggio teologico impiegato per annunciare il Vangelo, nei pressi della porta d’ingresso. Anzi, più anticamente era posto, come a Firenze o Ravenna, al di fuori della chiesa per indicare che il catecumeno non solo riceveva il dono spirituale della figliolanza divina, nel segno materiale dell’acqua, ma anche il dono spirituale dell’appartenenza alla chiesa, nel segno evidente dell’ingresso nel Tempio Sacro. E’ perciò definito “la porta dei sacramenti”. Le ante di questa porta, vera porta Santa della vita di ciascuno di noi, si sono splancate, come il cielo si dischiuse sopra Gesù nel momento del suo battesimo nel Giordano, inaugurando definitivamente il tempo della Divina Misericordia. Si sono, per Joseph Ratzinger, aperte il 16 aprile di 80 anni fa. Da allora, si è rivestito della veste bianca di Cristo. Ora, vestito, singolarmente di un abito che ricorda, esteriormentem, l’avvenimento interiore che lo ha reso, per sempre, di Cristo, non smette di farci riconoscere la nostra ineguagliabile dignità: la bellezza di essere cristiani, cioè di appartenere all’amicizia con Gesù, figlio di Maria di Nazareth e figlio di Del padre nostro che è nei Cieli. Questa è la novità del magistero di Benedetto XVI. In realtà una cosa vecchia, ma sentivamo il bisogno che uno ci confermasse che quanto al mattino diciamo nella preghiera del “Ti adoro”- ti ringrazio di avermi fatto cristiano – corrisponde a verità.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Come funziona il finanziamento alle scuole cattoliche.

Qualcuno sta raccogliendo firme in Trentino contro il finanziamento alle scuole non statali attuato in una certa misura dalla Provincia Autonoma di Trento. Di fronte a questo fatto va precisato quanto segue:
1. Le Scuole Cattoliche offrono un servizio educativo che ottiene da sempre, da parte delle famiglie e di moltissimi esperti anche non cattolici, ampi riconoscimenti circa la qualità e l’efficacia dei risultati conseguiti.
2. Esse offrono un autentico ‘servizio pubblico’, in quanto rivolto a tutti i cittadini che, condividendone metodi e finalità, decidono di avvalersene. In questo senso è servizio pubblico non quello che è gestito necessariamente dallo Stato, ma quello che, qualunque sia l’ente che lo gestisce, risponde alle esigenze dei cittadini con competenza, correttezza ed efficacia; per questo ottiene da sempre la qualifica di servizio pubblico ogni ristorante, bar, negozio, farmacia, ospedale, struttura sportiva, culturale, assistenziale, etc. che svolga correttamente il proprio servizio ai cittadini che intendono servirsene.
3. La nostra Provincia spende ogni anno 8800 euro per ogni alunno delle scuole superiori statali, per coprire tutti i costi del servizio offerto. Agli alunni delle scuole non statali viene corrisposta una cifra notevolmente inferiore, cioè 3200 euro, alla quale gli alunni stessi devono aggiungere una retta annua per la copertura del disavanzo. In questo modo la Provincia risparmia 5600 euro all’anno per ogni alunno che non frequenta le proprie scuole: più alunni frequentano le scuole non statali e più l’ente pubblico risparmia.
4. Gli alunni delle scuole cattoliche versano una retta annua di circa 1400 euro. Ciò significa che la scuola che frequentano ha a disposizione un budget per ogni alunno complessivo di 4600 euro (cioè i 3200 della Provincia più i 1400 dell’alunno stesso), con il quale deve coprire tutte le spese. I fatti dimostrano che queste scuole, pur avendo dunque un budget per studente che è quasi la metà di quello delle scuole statali, offrono un servizio completo e molto spesso anche integrato da corsi aggiuntivi e da una particolare attenzione alle necessità dei singoli alunni.
5. Ciò dimostra che quando una istituzione scolastica è gestita da un soggetto liberamente costituito da persone che condividono uno stesso progetto educativo e culturale (famiglie, insegnanti, comunità) è in grado di utilizzare al meglio le proprie risorse e che è dunque pieno interesse dello Stato favorire in ogni modo questa iniziativa della società e delle persone, senza sostituirsi ad esse. In base al principio di sussidiarietà infatti la comunità civile deve sostenere il più possibile l’iniziativa che sorge dalle comunità che vivono al suo interno.
6. In ogni caso noi non chiediamo tanto che vengano finanziate le scuole cattoliche, ma che ad ogni famiglia venga riconosciuto il diritto di spendere il proprio “buono scuola” (cioè gli 8800 euro che la Provincia o lo Stato spendono ogni anno per ogni alunno) nella scuola che liberamente sceglie, statale o non statale che sia. Chi vuole spendere questo budget – che giustamente la società civile stanzia per l’educazione di ogni suo membro – in una scuola statale lo faccia, chi vuole spenderlo in un’altra scuola non statale lo faccia. Noi crediamo che i genitori insieme con i loro figli sappiano fare le loro scelte e che nessuno abbia il diritto di impedirglielo imponendo economicamente strade obbligate. E’ evidente che molti, che non vogliono questa libertà, hanno un interesse ideologico legato ad una concezione statalista della società, accanto a coloro che vogliono difendere interessi corporativi irragionevoli; costoro dovrebbero considerare che la libertà di educazione è in realtà vantaggiosa per gli operatori del settore oltre che per gli utenti, per la dinamica di intrapresa, responsabilità e collaborazione che mette in moto.
7. E’ bene riflettere sul fatto che con 8800 euro una scuola come l’Arcivescovile o qualsiasi altra seria istituzione scolastica potrebbe fornire agli alunni non solo l’ordinaria attività didattica, ma anche donare ad ogni alunno un computer portatile per l’elaborazione di tutta la documentazione oggi disponibile per via informatica per tutte le materie e regalare ogni anno un soggiorno-studio linguistico di 45 giorni all’estero, e ancora avanzare un migliaio di euro, senza oltretutto richiedere alcuna retta alle famiglie.
8. Chiediamo che lo Stato svolga la sua funzione soprattutto come garante della correttezza e della legittimità delle istituzioni scolastiche che si propongono alle famiglie. Ciò significa che tocca allo Stato fissare gli obiettivi essenziali che ogni scuola deve far raggiungere agli studenti che la frequentano (per esempio: l’alunno di un liceo scientifico deve sapere svolgere un certo elenco di operazioni matematiche, deve conoscere un certo elenco di opere letterarie, storiche, filosofiche, scientifiche, religiose, sociologiche, etc) e deve controllare che ciò venga effettivamente realizzato e che tutto si svolga nel rispetto delle normative di sicurezza, privacy, libertà, correttezza, professionalità, etc., a tutela di ogni cittadino. Non vogliamo quindi sminuire in nessun modo il ruolo dello Stato, ma far sì che sia al servizio dei cittadini e non posto come limite alla loro giusta iniziativa.
9. Chiediamo a tutte le famiglie cristiane e anche a tutte le altre di considerare seriamente la possibilità di utilizzare il servizio offerto dalle scuole cattoliche, sia quelle ufficialmente tali e sia quelle di chiara ispirazione cristiana. L’educazione dei figli è un compito da mettere in primo piano, di fondamentale importanza per il futuro della società: esso merita quindi dei sacrifici e chiede di essere portato avanti insieme.
10. Chiediamo a tutti di farsi promotori di questa esigenza veramente basilare per la libertà e lo sviluppo della nostra società e di tutti i suoi cittadini e per l’azione stessa della comunità cristiana nel mondo. Come diceva giustamente un grande educatore del nostro tempo: “toglieteci pure tutto, ma lasciateci la libertà di educare”.
Centro Decanale di Pastorale Scolastica – Rovereto

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Il nunzio apostolico in Israele e Tornielli sul caso Pio XII.

La notizia che il nunzio della Santa Sede in Israele, mons. Antonio Franco, non andrà domenica alla cerimonia per la commemorazione della Shoà al museo Yad Vashem(lunedì 16 è il giorno in cui Israele ricorda appunto l’Olocausto) è oggi sulle prime pagine dei giornali italiani.
Al centro della controversia, una didascalia sotto la foto di Papa Pio XII proprio nel memoriale della Shoà. In una lettera il nunzio pontificio ha spiegato le ragioni della mancata partecipazione: “La mia assenza non significa mancanza di rispetto per il ricordo e per le vittime di questa tragedia. Lo Yad Vashem sostiene che non si può cambiare la verità storica. Ma ai fatti viene data un’interpretazione contraria a molte altre verità storiche”.
La vicenda dell’annunciata diserzione alla cerimonia ha fatto riesplodere in tutta la sua virulenza la polemica sulla figura e sul ruolo di Papa Pacelli, che viene dipinto dagli autori della didascalia quasi come un fiancheggiatore del nazismo.
Per Andrea Tornielli, vaticanista del quotidiano Il Giornale e storico di Papa Pacelli (il prossimo 22 aprile esce per i tipi di Mondadori Pio XII, un uomo sul trono di Pietro, una ponderosa biografia di 660 pagine contenente molti documenti inediti), data la situazione è sacrosanto che mons. Franco non vada alla cerimonia.
Tornielli, nel testo dello Yad Vashem si ripropongono i silenzi (e l’ignavia) di Pio XII…
La didascalia sotto la foto contiene diverse inesattezze. Si dice che il Papa abbia nascosto un’enciclica redatta dal suo predecessore, nella quale si toccavano i temi dell’antisemitismo… Bisognerebbe dire invece che per fortuna non l’ha pubblicata, perché proprio quella lettera conteneva accenni antisemiti. Si dice che non ha protestato, denunciato… Ma nel 1942 in un radiomessaggio parlò di moltissime di persone che “senza colpa propria solo a motivo della nazionalità” venivano condotte a morte. Si dice che nell’ottobre del 1943 non intervenne in alcun modo… ? documentato che fece tre interventi, e grazie a padre Pancrazio Pfeiffer, superiore generale dei salvatoriani, riuscì a intervenire sulle autorità militari tedesche per fermare la razzia nazista nel ghetto di Roma.
La didascalia afferma ancora che Papa Pio XII non diede direttive al clero… ? invece attestato e documentato anche attraverso testimonanze, che Papa Pacelli ordinò ai conventi di Roma di accogliere gli ebrei nell’ottobre 1943.
Nei libri scritti da lei su Pio XII, penso in particolare a Il Papa che salvò gli ebrei, si denunciano menzogne, omissioni ed eclatanti svarioni….
Viene coltivata una leggenda nera che tende a presentare Pio XII come filo nazista e antisemita. Oggi grazie a qualche ricerca più recente siamo in grado di capire che questi attacchi vengono dalla Russia e da ambienti del cattolicesimo progressista francese. Dietro la campagna di accuse contro Pio XII, culminata con l’uscita del dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth rappresentato per la prima volta a Berlino nel 1963, ci sarebbe stato direttamente il Kgb e un’operazione di disinformazione gestita dai servizi segreti della Romania per conto di Mosca e finalizzata a screditare la Santa sede. L’Unione Sovietica non aveva perdonato a Papa Pacelli il grande e personale impegno profuso nel 1948 per impedire la vittoria del fronte social-comunista in Italia. Sul fronte opposto, sappiamo anche che Hitler e i nazisti lo consideravano proprio avversario. Sono attestati i contatti di Pio XII con un gruppo inglese per cercare di abbattere Hitler.
Gli storici israeliani chiedono con insistenza l’apertura degli archivi segreti vaticani. C’è ancora qualche verità da raccontare?
Si tratta di una richiesta del tutto pretestuosa e a senso unico. Si è parlato recentemente di una lettera con presunte rivelazioni di Roncalli a un dignitario ebraico… Materiale che si troverebbe in archivio in Israele e che non viene reso noto… Un archivio viene aperto quando il materiale è catalogato e consultabile, un lavoro immane ed enorme. Finora il Vaticano ha aperto l’archivio segreto fino a tutto il pontificato di Pio XI e non è ancora disponibile il pontificato di Pio XII. Ma bisogna ricordare che Paolo VI, dopo le accuse contenute nel “Vicario”, volle pubblicare tutti i documenti del periodo della seconda guerra mondiale. Quindi quello che c’è da conoscere sull’opera caritativa della Chiesa e di papa Pacelli negli anni della Shoà e in favore degli ebrei, è disponibile. Si tratta di una enorme mole di documenti che nessuno legge. Men che meno gli storici dello Yad Vashem.
[ torna alla pagina precedente ]
Milano – Siria. Largo alle donne!
Milano – Profilo. Il vescovo anglicano Suheil Dawani
Gerusalemme – Nel nome di san Lorenzo
[ tutte le notizie]

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Renato Farina ha “raccontato” a Trento don Giussani

Quella proposta di seguito è una sintesi degli appunti da me presi durante l’intervento di Renato Farina (nella foto, a destra di don Giussani) che, su invito dell’associazione Libertà e Persona e della Compagnia delle Opere, ha presentato a Trento , in un incontro pubblico nella sala della Regione, il suo ultimo libro: “Don Giussani. Vita di un amico” (Piemme).

Le mie sono note da lui non riviste, che risentono di tutta l’imperfezione di chi ha semplicemente cercato di fissare i passaggi più significativi del discorso ascoltato per poterli poi rileggere. Per rileggerli li ho trascritti, preferendo così questa formula narrativa – molto meno fedele e difettosa di una registrazione meccanica – rispetto a quella più classica della cronaca giornalistica, perché mi sembra più viva e capace di restituire meglio l’intensità dell’impressione provata ascoltando questa testimonianza. Mi scuso quindi se non ho riportato alcune frasi o passaggi interessanti.

Domanda

“Perché hai scritto questo libro su don Giussani proprio in questo periodo particolarmente difficile della tua vita?”

Risposta

“Trovarmi qui tra voi a raccontare il libro che ho scritto su don Giussani è per me un modo di essere afferrato di nuovo dalla Misericordia in cui solo consiste il significato della nostra vita. E’ vero, gli ultimi dieci mesi sono stati per me molto pesanti. Ma quando hai perso tutto e gli altri ti hanno portato via tutto – non importa se ingiustamente o no, anche se io penso ingiustamente – trovi molto più di prima quello che per te veramente conta: la Misericordia come struttura della realtà. Una misericordia che ti fa respirare. Sintetizzando in modo potente un capitolo del profeta Geremia, don Giussani gli attribuiva questa frase: “ti ho amato di un amore eterno, avendo avuto pietà del tuo niente”. In un momento così mi sono chiesto ‘chi sono io’, cioè ‘cosa mi fa vivere dentro tutto questo’. La risposta non è una formula. Quando accadono queste vicende uno è posto di fronte alla domanda centrale della vita. E io cosa potevo fare se non riprendere in mano l’incontro determinante per la mia vita, quello con don Giussani?

Mi rendo conto che in tal modo c’è il rischio di sporcare la sua immagine (infatti l’Alto Adige di oggi titola: “L’ex agente Betulla presenta il libro su don Giussani” – e io mi sono chiesto: perché ex? Non sono mica morto). Io ho avuto la fortuna di vivere un rapporto di amicizia privilegiata con don Giussani: l’ho intervistato varie volte, ne ho scritto un libro (“Un caffè in compagnia”) anche se lui mi aveva chiesto di scrivere la storia di Cl, impegno che non ho potuto mantenere essendo diventato vicedirettore di Libero. Riprendere in mano oggi don Giussani mi ha dato la possibilità di raccontare di lui e di fare così memoria di chi sono io.

Questo mi ha reso ancor più consapevole che non c’è nulla che ti possa capitare di male che non abbia un termine positivo. Da don Giussani ho imparato che tutto è grazia perché c’è stata la risurrezione di Cristo, e la risurrezione di Cristo è la vita come amicizia con le persone che ti sono più care e anche con chi è lontano perché nulla più ti è estraneo. Con questo libro ho voluto dare a tutti la possibilità di ascoltare la voce di don Giussani, le cose decisive che ha da dire alla vita non dell’umanità in generale ma proprio della tua vita.

Raccontando del mio rapporto con don Giussani sapevo di correre il rischio sia di una eccessiva personalizzazione sia di un certo localismo visto che Desio, sua città natale, è la stessa in cui sono nato anch’io e ci sono anche degli intrecci sia pur molto lontani tra le nostre famiglie. Ma la cosa sorprendente che mi rende testimone del miracolo è questa. Desio, in Brianza, è considerata il luogo di maggior resistenza alla scristianizzazione e della più forte alleanza fra il popolo e gli intellettuali che erano i sacerdoti. Sin dai tempo di Ambrogio e poi di San Colombano evangelizzatore della Lombardia, Desio è stato sempre il punto di riscossa della fede. Non a casa quando nacque don Giussani c’era un papa di Desio: Pio XI. Io ho bevuto lo stesso latte e la stessa dottrina, la stessa arte cristiana di cui è ricca la chiesa di Desio, il culto della Madonna con i pellegrinaggi a Caravaggio, l’idea del lavoro.

Ma allora perché a Desio tutte queste cose senza don Giussani erano vere ma morte, e con lui sono invece diventate vive? Quando c’è un’esperienza umana vera è sempre generata dallo Spirito Santo e non è mai la semplice somma degli elementi pregressi (la tradizione cristiana, la frequentazione della chiesa, ecc.). Prima di lui c’era la stessa cultura ma non aveva impeto, non faceva ribollire il sangue. Nella vita di don Giussani si vede bene questo: c’è la libertà di Dio che dona la Grazia e la libertà dell’uomo che l’accetta o la rifiuta. Infatti nella storia notiamo da una parte il cattolicesimo concepito come una sequenza di comandamenti e di morale, dall’altra come una serie di valori più o meno progressisti o tradizionalisti. In questo modo si rischi di perdere di vista la persona di Gesù, presente qui ed ora. Per Grazia. Don Giussani ha testimoniato questo. Dio non ci fa mai mancare le persone che testimoniano questo. Che testimoniano come don Giussani che Dio vuole per noi una vita utile che sia per la felicità.

La verità è che don Giussani non ha inventato niente. Non c’è il cristianesimo di don Giussani, ma l’avvenimento cristiano preso sul serio da una persona. Lui ha imparato tutto dai suoi genitori che gli hanno dato la fede e soprattutto il metodo, l’uso della ragione, con il padre gli raccomandava di chiedersi sempre il perché delle cose. Poi in seminario ha conosciuto la poesia di Leopardi, in cui la donna rappresentava la Bellezza che non riusciva ad incarnarsi. Come mi raccontò il cardinale Giacomo Biffi, Giussani apprese dal suo insegnante di allora, Giovanni Colombo, che quella stessa Bellezza che Leopardi bramava, in Cristo non è più sopra le nuvole ma ha preso forma d’uomo. Non si tratta anche in questo caso di un’invenzione di don Giussani, ma del ‘cristocentrismo estetico’. Solo che don Giussani lo prendeva sul serio, fino a utilizzare le parole di Leopardi come una preghiera dopo la comunione.

La stessa etimologia della parola poesia che don Giussani spesso ricordava, deriva dal greco e dall’ebraico ed ha a che fare con la parola creazione. Per questo lui diceva che il più grande poeta è Dio. Queste cose negli altri restavano lì, mentre in lui diventano movimento, movimento nella vita sua e degli altri. Non fu don Giussani a creare un gruppo all’interno del seminario, Studium Christi, né Gioventù studentesca, che c’era già, né a chiamare il gruppo adulto Memores Domini, nome inventato da un suo amico, don Giuseppe Lattanzio. Tutto ciò che don Giussani riceveva prendeva vita: questo è il suo carisma.

Vi racconto ora un episodio che non troverete nel libro ma al quale tengo molto per spiegare perché sono convinto che si possa e si debba pregare don Giussani. Don Giussani è morto la notte del 22 febbraio 2005 e alle 4 di mattina io mi trovavo nella sede di Cl per rispondere, essendo del mestiere, alle telefonate dei giornalisti. Ricordo che alla domanda di un giornalista della Stampa, Mattia Feltri, che mi chiedeva se don Giussani avesse mai fatto miracoli, risposi non so perché che ne avrebbe fatto uno di lì a dieci giorni. Poco dopo un amico mi parlò di una donna affetta da una gravissima forma di tumore al cervello. Gli dissi di pregare don Giussani e lei, cristiana non particolarmente fervente e soprattutto completamente ignara di chi fosse don Giussani, mi ascoltò. Poi quella donna non è guarita, ma la sua vita è completamente cambiata. E’ diventata un centro pulsante di vita nuova, la mia vita e quella di altre persone hanno iniziato ad essere influenzate da lei che ci sollecitava a pregare sempre, dicendomi di affidare a lei, malata, le mie preoccupazioni.

In lei – che sono andato a trovare poco prima che morisse, 15 giorni fa – io ho visto che cos’ il carisma di don Giussani: che ogni istante della vita, perfino quando la stai morendo, si riempie di bellezza, diventa fino in fondo umano. E’ il cristianesimo reso vivo adesso che attraverso di lui colpisce l’esistenza di altri. E’ la possibilità per chi lo incontra di essere più umani pur restando malati o continuando a sbagliare e ad inciampare, perché sei sostenuto dalla certezza di non essere solo, dalla certezza che c’è una presenza che non ci abbandona e colma il nostro Bisogno, con la B maiuscola, di essere. Perché noi come disse a Roma durante l’incontro dei movimenti ecclesiali con il Papa nel 1998, siamo mendicanti del cuore di Cristo, cioè dell’assoluto, e nello stesso tempo Cristo è mendicante del cuore dell’uomo, anzi è colui che per primo si è fatto incontro all’uomo.

Questo suo metodo poneva al centro di tutto la ragione non intesa intellettualmente, ma come insieme delle domande decisive del nostro cuore, l’apertura alla realtà totale: desiderio intelletto e sentimento. Tutto ciò che è umano, insomma: a questo Cristo risponde e si fa incontro come un’esperienza. La vita è positiva non perché siamo ottimisti con la volontà, ma perché se anche l’uomo fa un po’ schifo, nella realtà si è impresso l’avvenimento di Cristo. Anche se siamo dispersi, soli, perseguitati o siamo rimasti in pochi, un minuscolo resto d’Israele, Dio incarnandosi e risorgendo ha vinto. Tutto questo è detto fantasticamente in “Gesù di Narareth”, il libro appena uscito di Benedetto XVI.

Scusate se questa risposta è stata lunga, ma spero con questo mio libro di far sentire la voce di don Giussani, che poi non è la voce sua ma la voce di un altro che lo muove”.

Domanda

“C’è un episodio che ti ha mostrato come don Giussani non fosse un sacerdote qualunque?”

Risposta

“Quasi subito. Vedevo l’unità di quelli che stavano con lui e che invidiavo perché pur essendo amici non erano chiusi ma aperti a tutti. Mi rendevo conto che questo era mescolato alla fede e alla preghiera ma non capivo. Mi ricordo un raduno a Pesaro nel 1971. Don Giussani non parlava a me ma teneva una lezione davanti a 3.500 persone, eppure descrisse esattamente il mio cuore, il mio groviglio di passioni, prendendo sul serio il mio desiderio in quel momento, di una donna, di bellezza, pienezza, felicità e mostrando che Gesù Cristo era la possibilità che tutto questo si avverasse.

Del resto anche il Vangelo mostra che Gesù era una personalità eccezionale, tanto che gli uomini non potevano fare a meno di sentirsi affascinati e attratti da lui anche se non capivano niente, ma sentivano che lì, in quell’uomo, c’era la risposta di cui avevano bisogno. Con questo non voglio paragonare don Giussani a Gesù Cristo ma dire che me lo rendeva presente come è presente un amico. Un amico è colui che quando sbagli ti difende, ti protegge, fa in modo che tu non ti senta solo. Non per una sorta di copertura mafiosa, ma perché quest’amicizia, questa misericordia è la grande regola del mondo di cui il cristianesimo è l’esperienza su questa terra.

La risposta al nostro bisogno non è una cosa intellettuale, ma – appunto – un caffè in compagnia, purché quest’amicizia non sia un possesso, ma rimandi al destino, a un’apertura infinita. Andrea, tornando a casa dopo aver incontrato Cristo voleva più bene alla sua donna. O l’amicizia è guidata al perché della vita, oppure è un inganno. Ecco perché l’essere amico coincide con l’essere anche educatore. Gesù lo chiamavano maestro e lui diceva “ma io vi ho chiamato amici”.

Raccontando queste cose di don Giussani non voglio dire che ora si deve vivere come nel culto di una mancanza. Lui ci spiegava che i “cieli” della preghiera del Padre nostro sono in realtà la profondità delle cose. E io penso che essendo lui ora in cielo si trovi nella profondità della nostra esistenza come una sorgente viva.

Domanda

“Don Giussani sapeva spiazzare e sorprendere chi l’ascoltava e ci augurava spesso di “non essere mai tranquilli”, non perché ci volesse nevrotici, ma perché non intendeva la fede come una specie di consolazione intimistica e di ‘pace’ in cui rifugiarsi di fronte alle difficoltà e disavventure della vita. Questo modo di proporre le cose apparteneva un po’ anche al suo temperamento e al suo carisma. Com’è possibile mantenere questa sana inquietudine ora che lui non c’è più?”

Risposta

 “La pace è l’inquietudine. La pace non è mettere le pantofole. Dio è l’eterno lavoratore. Non si può rinunciare al battito del cuore. Occorrono meno dibattiti e più battiti. La pace consiste nel seguire uno che cammina con te. E’ sbagliato dire “adesso che lui non c’è più”, perché veramente la morte non è l’ultima parola nell’esistenza di una persona. Anche don Giussani prima di morire ha lasciato le sue ‘disposizioni testamentarie’, nel senso che ci ha lasciato in Cl e in chi la guida altri per aiutarci a vivere questo metodo. Ci ha lasciato chi come don Carron umilmente si identifica con questo metodo, con il suo carisma.

Lui ripeteva sempre che al mattino di decide tutto della giornata. Al momento in cui ti alzi e fai il segno della croce: puoi ubbidire allo stato d’animo, oppure alla croce. Per questo ci invitava a dire l’Angelus, facendo memoria che Dio si è fatto carne e abita in mezzo a noi. Ma ci diceva anche che per dire questo con verità occorre la mendicanza, l’inquietudine del cuore cui accennavo prima.”

Domanda

“Leopardi era anticristiano e non è quindi giusto annetterlo al cristianesimo. Il messaggio di Cristo non è l’amicizia come dice lei, ma il comandamento dell’amore. La vera domanda è come essere cristiani nel mondo moderno amando sia lo straniero che il nemico.”

Risposta

“Don Giussani non ha mai pensato di impossessarsi di Leopardi né di ‘battezzarlo’. Ha colto e ripreso di lui il desiderio di infinito, di totalità e di bellezza che i cristiani dimenticano e a cui solo Cristo risponde. L’essenza del cristianesimo non è un comandamento ma un avvenimento, una persona. Non un’etica, ma un’ontologia che implica poi anche un’etica. L’essenza del cristianesimo non è l’amicizia ma la persona di Cristo.

A parlare per primo di età moderna fu Bodelaire. La modernità è l’età in cui l’uomo crede di poter fare a meno di Dio, convinto che gli basti la ragione intesa come calcolo, come misura e come scienza. Il presupposto della modernità era l’annullamento del dolore, del limite strutturale dell’uomo. Con Adorno si scopre però che questo dolore non si può annullare.

Oggi non siamo più nella modernità. Nel 1985 viene coniato il termine post-moderno, per indicare che la ragione così come la intendeva la modernità non risolve i problemi dell’uomo. Il postmoderno mostra che la ragione non arriva in realtà da nessuna parte: è l’età del nichilismo e del narcisismo. Il cristianesimo propone a ciascun uomo la risposta al suo bisogno di significato. Se tu togli Dio agli uomini pensando così di aiutarli, togli l’uomo a se stesso. Don Giussani ha sottolineato la centralità di Cristo.”

Antonio Girardi

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

centochiodi

Per raccontare la storia racchiusa nell’ultimo film di Ermanno Olmi partirò dall’epilogo: il giovane e avvenente professore di filosofia, che ha abbandonato il mondo per rifugiarsi sulle rive del Po a vivere con una comunità -perlopiù di vecchi- scompare definitivamente.
A nulla vale l’attesa dei popolani che lo avevano conosciuto, a nulla servono i poetici festeggiamenti ammanniti con cura per il suo ritorno e nulla valgono le lacrime che rigano il volto della giovane fanciulla che forse lo amava.
Il professore pentito non tornerà più, i volti della gente e il sinuoso e silente serpeggiare del fiume sull’ora del tramonto tingono con un mesto accordo il consumarsi della narrazione.
Tutto era cominciato con l’addio al mondo dei libri, in quella cattedrale del sapere rappresentata dalla biblioteca universitaria. L’insegnante stimato e affermato, in una notte aveva inchiodato al suolo centinaia di libri aperti; li aveva crocifissi con cieca ostinazione e con quel gesto espresso un giudizio di rottura con il sapere, con il calcolo, con la ragione che tutto presume. Se ne era andato gettando nel fiume documenti e passaporti. Tutto il passato scorreva lieve trasportato chissà dove dal solenne fluire del Po.
Da quel momento lo sguardo dell’uomo si rifà puro ed ogni cosa, sia pianta che oggetto, sia tramonto che temporale, si imprimono nel cuore di quel nuovo essere, un persona rinata, capace di cogliere la luce del mistero che avvolge e rivela un oltre, una profondità mai vista.
Il vecchio rudere fra i canneti, che nessuno aveva mai osservato, torna a vivere, perché l’anima e le mani del professore lo rendono una casa. E la casa si riscalda grazie all’incontro con un popolo minuto di gente semplice, di abusivi che vivono ai margini del fiume.
Torna in questa frequentazione, all’insegna della pura gratuità, la naturalezza di un passato perso che rivive nei gesti e nel gergo dei popolani, nella sensualità purissima e selvatica della panettiera, nei dialoghi che puntano all’essenziale.
Non importa che questo mondo esista o meno o se in esso si materializzino trasfigurati i ricordi e le nostalgie del regista.
Questo mondo è vero come vera è la forza di una civiltà che trasforma ogni esperienza in cosa, in calcolo, in profitto e violenza.
Emerge dal film il contrasto fra la logica del dono e l’incedere di un “progresso” che vuole cacciare il popolo del fiume dalla propria terra, dai propri riti, dal proprio mondo.
E’ qui che si erge in difesa di questi fratelli occasionali la figura del “Cristo professore”, rivelando con ciò la propria identità e il “delitto” commesso nei confronti dei libri e della cultura. Per questo, di notte, lo vengono a prendere per arrestarlo. Poi il finale e quel ritorno mai realizzato di cui dicevo in avvio di questo commento.
A questo punto vorrei osservare e sperare una cosa: che qualcuno dei protagonisti, di coloro che hanno vissuto l’incontro con l’imprevisto personaggio, si sia preso la briga di raccontarlo, di fissarne la storia …proprio in un libro!
Libri crocifissi all’inizio e libri scritti alla fine, per salvare un’esperienza, una storia importante, che altrimenti il tempo avrebbe avvolto e obliato.
Ma questa è una mia illazione.
Il film di Olmi è un testamento, libero da ogni autocensura, un doloroso percorso interiore, uno sguardo gettato sulla vita.
In esso non traspare una critica alla Chiesa o alle religioni, bensì un richiamo alla naturalità, allo stupore da cui scaturisce ogni fede, una fede che per restare tale rifiuta la potenza codificante e violenta -non della ragione- ma della cecità, di una razionalità priva di ogni soffio morale.
Perciò l’opera di Ermanno Olmi mi pare un’opera “pre-religiosa”; essa getta un fascio di luce sulla dimensione del sacro da cui necessariamente si origina la religione.
Ed è bello vedere come dietro al sofferto profilo del professore si delinei con chiarezza il volto del Cristo, che davanti al dolore del mondo si rivolge al Padre chiedendogli conto dell’abbandono.
Se oltre a tutto questo volessimo leggere una critica alla religione -e al cattolicesimo in particolare- credo commetteremmo un arbitrio e la strumentalizzazione di un’opera di un grande regista, perdendo l’essenziale.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Chi ha ucciso Gesù, il Nazareno?

Chi ha ucciso Gesù? Chi è responsabile della morte di quest’uomo, la cui pretesa era massima, ossia di considerarsi Dio?
Il primo indiziato è certamente Pilato. “Patì sotto Ponzio Pilato”. Il suo nome rimbalza sulle labbra del popolo cristiano dal Concilio di Nicea per certificarne l’arrendevolezza, la pavidità e il compromesso meschino. Pilato detiene, in effetti, il potere di vita e di morte sul territorio della Palestina ultima regione ad est dell’impero di Roma. I suoi tentativi di liberare un uomo che gli appare da subito innocente si rivelano, alla fine, inutili se non dannosi. La flagellazione – nella speranza fosse sufficiente a placare gli accusatori del Nazareno – risulterà un immenso dolore per il condannato fino a deturparne il volto così da corrispondere alla profezia di Isaia “Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore” (Isaia 53,2).
Il referendum con Barabba non si rivela, forse, un’umiliazione profonda per il Figlio di Dio a cui viene preferito un brigante?
Sì, Pilato poteva salvare Gesù e non l’ha fatto.
Ma non è l’unico indiziato. I sommi sacerdoti, gli anziani, i capi del popolo d’Israele e la loro ipocrisia di appellarsi all’autorità detestata di Cesare, non appaiono meno responsabili della morte di Gesù, il Nazareno. Anzi, Gesù stesso, in un dialogo con Pilato, li indica come maggiormente responsabili: “Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”.
Certo, se non ci fosse stato Giuda a tradire neppure i Sommi sacerdoti avrebbero potuto compiere, quantomeno così frettolosamente e iniquamente, un processo di condanna a morte e sobillato, agevolmente, il popolo presente in una mattina così tumultuosa.
E che dire dei suoi amici, di quelli che andavano fieri di essere dei suoi, di quelli che poco innanzi gli avevano chiesto di poter stare alla sua destra e alla sua sinistra, o del capo, un pescatore, di nome Pietro, pronto a dare la vita per il suo Maestro? Nessuno di loro ha mosso un dito per difenderlo e al momento decisivo si sono dileguati dalla paura e dal tradimento.
Certo Pilato, i sommi sacerdoti, Giuda…ognuno ha le sue responsabilità, ma chi lo ha ucciso non è propriamente nessuno di questi. Chi lo ha ucciso è Colui che è “omicida fin dal principio” (Gv8,44), il Satana. All’origine di ogni peccato personale – e sottolineo personale così da escludere ogni deresponsabilizzazione degli atti – c’è il Maligno. E il peccato del mondo lo ha inchiodato sulla croce. Il peccato di Pilato, dei Sommi Sacerdoti, di Giuda…il mo peccato…lo ha inchiodato sulla croce. Sì, anche il mio peccato. Se non fosse così, la morte di Gesù non avrebbe nessuna rilevanza per me. Sarebbe solo un fatto di cronaca. Invece, pur essendo, la crocifissione di un Galileo, un tragico avvenimento di cronaca coinvolge anche me secoli dopo.
Satana, infatti, non ha smesso la sua attività mortifera e mi coinvolge, attraverso il mio peccato, nella complicità del male che c’è nel mondo. Ultimamente, mi rende partecipe dell’attuale male inferto a Cristo Crocifisso.
Sì, Cristo è ancora crocifisso. La sua Passione non si ferma alle 15 del pomeriggio quando esala l’ultimo respiro. La Sua Passione continua. Egli è Glorioso, il Risorto, ma pur sempre abbracciato alla Sua Croce, non solo in segno di trionfo, ma in segno di permanente sofferenza.
Nelle nostre case, sui nostri muri, negli ospedali è ancora affisso il Crocifisso. Non una semplice croce, come quella appesa su molte collane o come quella che è nei luoghi di culto protestanti. Una croce e il crocifisso. La sua presenza, il suo corpo lacerato e ferito, mi ricordano che il mio peccato c’entra eccome. E viene redento proprio dalla Sua morte d’amore. L’Eucarestia rinnova, infatti, la Sua Passione – il corpo dato e il sangue versato – per la remissione dei peccati.
E’ la Sua crocifissione più che la Sua nascita e addirittura più che la Sua Resurrezione, l’atto d’amore di Dio da cui siamo stati salvati. L’Eucarestia rinnova quest’amore oggi, salvandomi e sconfiggendo l’avversario e il nemico, Satana.
Nel film The Passion di Mel Ginson, tutta la Passione di Gesù è intrecciata con l’ultima cena, la cena eucaristica a ricordarcene la stretta connessione. E la morte di Cristo, morte che vince il peccato, è la morte del Satana che, in una suggestiva ripresa dall’alto, urla e ringhia dalla disperazione.
Il bacio con cui la tradizione liturgica ci fa accostare alla Sua santa Croce come mai nell’anno è segno da un lato del nostro peccato e del nostro tradimento. Come quello che ti diede Giuda. Il peccato, in fondo, è sempre un tradimento, una mancanza di fiducia in Lui, nei suoi comandi, nelle sue promesse che sole “sono parole di vita eterna”. Eppure ricevi, Signore, questo bacio, come gesto del nostro affetto. Baciamo, Signore, le tue ferite che concorriamo a creare e dalle quali riconosciamo di essere salvati. Attraverso questo bacio, salva, Signore, i miei baci, la mia capacità di amare che altrimenti senza di te, finisce troppo facilmente preda dei miei egoismi, dei miei interessi, rimetti miei debiti, salvami da una vita di rimpianto e di noia.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Un Battesimo anomalo: omelia del Giovedì Santo (Gv 13, 1-15)

Alle pagine del Vangelo noi affidiamo la possibilità che alcune domande che il cuore continuamente ci rivolge, abbiano una risposta o quantomeno un abbozzo, un pertugio dentro cui entrare e vedere l’altrimenti Invisibile. Quali sono queste domande che ripetutamente affiorano e la cui assenza di risposta genera, presto o tardi, inquietudine, insoddisfazione, tristezza?: “Chi è Dio? Perché ci ha creati? Come faccio, oggi, a conoscerlo, a vederlo, a relazionarmi?”
Quella che abbiamo ascoltato è una di quelle potenti pagine da cui strappare qualche parola rivelatrice.
Anzi più che parole, è il gesto della lavanda dei piedi ad aprire un varco nella coscienza che abbiamo di Dio. Un gesto incomprensibile, perfino scandaloso per uno che è chiamato “Signore e Maestro”. Si tratta, infatti, dell’opera del servo verso il suo padrone e Pietro, giustamente, inizialmente non accetta .
“Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine e…preso un asciugatoio verso dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli”.
“Li amò sino alla fine”. Deus caritas est ci ha detto l’evangelista Giovanni e pure Benedetto XVI, con una certa e insistita sorpresa, sta richiamando.
Questa è la risposta alla prima domanda: “Chi è Dio?”. Dio è amore. Non solo perché ci vuole bene, anzi mi vuol bene, ma perché l’amore definisce il suo stesso essere. Dio è l’amore. Dio non è un’idea, non è un’astrazione. Dio, in quanto amore, è vitale, dinamico, creativo, fantasioso, ma soprattutto è, soprattutto relazione. L’amore di Dio, infatti, è relazione tra le persone divine, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo ed è relazione con ciò che, amando, crea.
Ecco, la seconda risposta alla domanda: “perché Dio ci ha creati?” Perché ama e l’amore genera, crea. Ama e desidera essere amato.
Ci ha creati perché amando, conoscessimo l’Amore e amassimo Dio Amore.
Tuttavia, la vera questione rimane sempre la terza domanda: “Come faccio oggi a conoscere Dio?” E’ questa, ultimamente, l’urgenza più grande che avverto. A me sta a cuore non un discorso su Dio. A me preme Dio. Cioè mi interessa che Dio sia concretamente incontrabile e, dunque, realmente possibile vivere la vita in una relazione d’amore.
A questa domanda non si dà risposta piena se non si entra nell’avvenimento dell’incarnazione.
Il Figlio di Dio, infatti, facendosi carne, è divenuto uomo per rendere evidente, nella sua presenza, nella sua umanità, nei suoi gesti chi sia Dio (e quindi rispondere compiutamente alla prima domanda) e chi sia l’uomo (rispondendo alla seconda questione). Dio è amore e l’uomo è un desiderio di amore, di amare ed essere amato.
Questa sera Gesù ci prende per mano nel percepire tutta l’ampiezza, la larghezza, la lunghezza e la profondità dell’amore di Dio mendicante dell’amore dell’uomo e dell’uomo mendicante dell’amore di Dio. Gesù lava i piedi a Pietro e Pietro quando intuisce il gesto chiede di essere lavato per intero!
Il gesto della lavanda dei piedi è l’evidenza dell’amore di Dio che “ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio” fino a chinarsi a terra – “sino alla fine”- per lavare i piedi dell’uomo. L’amore di Cristo è per tutto l’uomo specie per ciò che di più sporco e meno amabile ci sia in lui: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1Gv4,10).
Che strano Battesimo! Un Battesimo dei piedi…con il quale rende mondi i suoi discepoli. E’ un acqua non solo purificatrice, ma che sembra avere in sé la forza di santificare. Dopo aver compiuto un gesto così rivoluzionario dice ai suoi discepoli: “come ho fatto io, così fate voi”. Il Signore e Maestro, vero sacramentum caritatis, lavando i piedi dà loro il comando e il potere di compiere l’amore di Dio. I discepoli, tersi dalla sporcizia che si annida tra le dita dei piedi, come il peccato si nasconde dietro l’angolo di ogni nostro gesto, sono resi “creature nuove”.
Ora anche noi, dopo i discepoli, abbiamo ricevuto, nel Battesimo, l’acqua con cui Gesù ci rende mondi. Si realizza quel desiderio di Pietro (“Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”) perché anche sulla testa e poi giù per tutto il corpo, scenda l’acqua che fa rinascere a vita nuova: capaci di vivere in modo eucaristico: “come ho fatto io, così fate voi”.
Il Battesimo è davvero la porta per vivere, “sino alla fine”, l’Eucarestia che celebriamo e cioè la letizia della vita cristiana.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

La Ru 486 e il Trentino.

Riportiamo una lettera comparsa sul Trentino.
Leggiamo continuamente notizie riguardanti l’uso della pillola RU486 e l’operato del prof. Arisi in materia di aborti farmacologici all’Ospedale S. Chiara. Questa volta si tratta di ben 178 aborti nel primo anno di sperimentazione clinica della pillola.
Per di più, per l’ennesima volta, viene affermato che questo metodo farmacologico non presenta significative controindicazioni. Il primario di ostetricia e ginecologia prof. Arisi afferma infatti: “Abolita l’anestesia e la sala operatoria, le prospettive di salute della donna che pratica l’aborto farmacologico possono essere solo positive”. Su quali basi Arisi dichiara che le prospettive possono essere solo positive? Solo sulle sue sperimentazioni? O su una letteratura scientifica ormai ampia e ben documentabile? E se vi è tale letteratura, quali ne sono i documenti?
Inoltre, ci lascia alquanto perplessi la presenza di un questionario in fase sperimentale, in cui si evidenzia il fatto che le donne consiglierebbero ad un’amica la procedura farmacologia.
La realtà sulla RU486 è però ben più complessa di quanto si voglia far credere. Citiamo, per l’ennesima volta, in brevità alcuni dati scientifici su questo delicatissimo tema. Un recente studio condotto da Centers for Disease Control and Prevention, ad Atlanta negli USA, descrive i casi di 4 morti dovuti ad endometriosi e sindrome da shock tossico associato al batterio Clostridium sordellii, casi verificati nella settimana successiva all’aborto chimico. Inoltre aggiunge alcuni effetti collaterali, come tachicardia, ipotensione, edema, vischiosità del sangue, profonda leucocitosi (M. Fischer, J. Bhatnagar, J. Guarner, et al., in “New England Journal of Medicine”, Dec. 2005).
Ma soffermiamoci sull’effetto letale. Nel settembre 2003 in California muore Holly Patterson, una giovane diciottenne, a causa di shock anafilattico. Il 19 luglio 2005 la Food and Drug Administration (FDA), l’ente di controllo sui farmaci degli USA, ha reso di dominio pubblico “quattro casi di morti settiche negli Stati Uniti, in particolare in California, fra settembre 2003 e giugno 2005, a seguito di aborto medico con RU486”, i quali si vanno ad aggiungere ad un caso analogo accertato nel 2001 in Canada.
Il 17 marzo 2006 (solo un anno fa!) la FDA ha reso noto che altre due donne statunitensi sono morte dopo aver assunto la pillola RU486 (cfr.: www.fda.gov/cder/drug/infopage/mifepristone/default.htm). Inoltre, si noti che le morti di queste donne nordamericane sono venute alla luce perché i parenti hanno chiesto delle autopsie sui cadaveri per capire le ragioni del decesso improvviso. Perciò, è legittimo supporre che le morti da RU486 potrebbero essere molto più numerose, anche al di fuori dagli USA. Infine, il prof. Greene, direttore di ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, in un editoriale pubblicato sulla rivista “New England Journal of Medicine” (1 Dec. 2005), una delle più prestigiose a livello mondiale, dimostra che a parità di età gestazionale, la mortalità della donna per aborto con RU486 è 10 volte maggiore rispetto a quella con tecnica chirurgica.
? la stessa Danco, industria produttrice della pillola, a pubblicare nel suo sito, per obbligo legale, oltre 600 casi di donne che lamentano fortemente gli effetti collaterali della pillola.
Inoltre, mentre il 92% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chirurgico sceglierebbe di nuovo questa tecnica in futuro, solo il 63% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chimico sceglierebbe ancora questa metodica, segno che l’aborto chimico “non possiede in sé quei caratteri di indubitabile maggiore tollerabilità psicologica” (M. D. Creinin, in Contraception, Sept. 2000).
Dunque, su quali basi si può affermare di poter consigliare ad una donna la pillola RU486? Forse su basi scientifiche, oggettive, che possano andare bene per tutte le donne? O forse unicamente su basi soggettive, istintive, emotive, e quindi non univoche per tutte?
Soffermandosi sul fallimento del metodo e gli effetti collaterali riscontrati nell’uso della pillola, il prof. Arisi afferma poi: “…solo l’esperienza ci potrà dare più approfondite indicazioni”. Quanta poca considerazione delle donne nasconde tale dichiarazione! Quante donne si dovranno ancora “usare” prima di poter dichiarare finita la sperimentazione e dirsi sicuri della non pericolosità della RU486?
Sconcertante, d’altra parte, il dato che solo il 67% delle donne che hanno utilizzato la RU486 sia stato mandato dai consultori familiari, mentre un certo numero è passato per il medico di fiducia e per il pronto soccorso!
Che semplicistico, infine, leggere l’uso della locuzione “materiale abortivo”! Trattare vite umane innocenti e indifese, quali appunto i bambini in grembo (vedi ecografia), come materiale abortivo esprime la più grande intolleranza nei confronti del prossimo, senza specificare che anziché scomparire nel nulla, finisce nel water!
Il Movimento per la Vita vigila e vigilerà attentamente l’andamento delle pratiche abortiste che vengono utilizzate e promuoverà le opportune azioni in sede civile e penale per le eventuali violazioni delle leggi attuali in materia di sanità ed aiuto alla maternità.
Sandro Bordignon, presidente Movimento per la Vita-Trento
e-mail: sandrobordi@interfree.it
Mauro Sarra, componente direttivo MpV-Trento

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.