Vorrei chiarire il senso della posizione contraria assunta da Forza Italia del Trentino di fronte al prossimo referendum abrogativo delle norme che, nella legge provinciale 3 del 2006 sul nostro sistema educativo, sanciscono anche la partecipazione delle scuole paritarie all’offerta formativa e il diritto delle famiglie e degli studenti iscritti a queste strutture di non essere in alcun modo discriminati rispetto a chi ha scelto gli istituti direttamente gestiti, invece, dall’ente pubblico. Noi riteniamo infatti che oggi sia assolutamente necessario collocare al centro delle politiche scolastiche e formative la persona. Persona intesa non astrattamente, ma nel suo diritto di realizzare fino in fondo e liberamente se stessa attraverso la famiglia e nella comunità sociale.
Ora, coerentemente con l’articolo 30 della Costituzione (“? dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”), siamo convinti che il primo dato da tener presente affrontando questo tema – dato ignorato dai promotori del referendum – è che i soggetti del rapporto educativa non sono soltanto due: da una parte gli studenti con il loro bisogno di istruzione e formazione, e dall’altra la società civile erogatrice attraverso le sue istituzioni dei servizi scolastici indispensabili per rispondere a questa istanza. No: tra i soggetti del rapporto educativo c’è anche, e anzi in primo luogo, la famiglia con il suo diritto-dovere, previsto appunto dalla Costituzione, di esercitare una precisa responsabilità nei confronti dei figli. Responsabilità che consiste nel garantire loro l’educazione, vale a dire un percorso introduttivo al reale nella sua complessità e alla maturazione della personalità dei bambini e dei ragazzi, per compiere il quale la famiglia interviene sia direttamente, soprattutto nei primi anni di vita, sia – laddove non ha la possibilità di assumersi da sola questo onere – attraverso la scuola. In quest’ottica la famiglia non è dunque solo un attore passivo, che si limita a sottoporre alla società civile una domanda, un bisogno di natura educativa. La famiglia rappresenta anche e soprattutto un soggetto attivo, chiamato a farsi carico anche della risposta da dare al bisogno educativo dei bambini e dei ragazzi.
Il secondo punto nodale di questo ragionamento riguarda la comunità che con le sue istituzioni e iniziative non può sottrarsi al dovere di coadiuvare le famiglie impegnate ad esercitare la loro responsabilità educativa. Attraverso la scuola la società civile è cioè tenuta a proporsi e ad affiancarsi alla famiglia – non ad imporsi ad essa – per permetterle di svolgere fino in fondo la sua primaria responsabilità educativa. Questo approccio particolarmente vicino, sensibile e attento alla persona e alla famiglia appartiene da sempre, in primo luogo, alle formazioni sociali ad essa più “prossime”, vale a dire a quei soggetti del Terzo Settore impegnati a promuovere iniziative e servizi scolastici corrispondenti alla responsabilità educativa delle famiglie e al tempo stesso ai bisogni educativi dei bambini e dei ragazzi. Non a caso storicamente, anche nella tradizione trentina, le scuole, a partire dalle “materne”, per proseguire con quelle dell’obbligo e la formazione professionale sono nate dall’iniziativa autonoma della stessa società civile, dalle comunità locali, dagli ordini religiosi, dalle associazioni di genitori e insegnanti e non, quindi, innanzitutto dall’ente pubblico, intervenuto piuttosto ad integrare e completare l’offerta laddove questa risultava carente. Oppure a sostenerla finanziariamente, come oggi è previsto appunto dalla legge provinciale varata l’anno scorso. Cosa significa questo? Significa che quella che potremmo chiamare la “scuola della società civile”, precede il servizio educativo erogato dai pubblici poteri sia sul piano dei principi che nei fatti. Ecco la prima ragione di fondo per cui le istituzioni scolastiche e formative create e gestite dalla società civile attraverso vari enti e associazioni no profit, hanno indiscutibilmente diritto di cittadinanza e titolo per beneficiare dello stesso trattamento riservato a quelle che dipendono direttamente dalla Provincia o dallo Stato. A ciò bisogna aggiungere che in Trentino le scuole paritarie godono di un largo e convinto apprezzamento da parte della popolazione, proprio per la funzione di pubblica utilità svolta da sempre e in virtù del servizio educativo di qualità prestato alle famiglie.
Ed è appunto questo diritto di cittadinanza nel sistema educativo pubblico del Trentino disegnato dalla legge provinciale 3 del 2006 che i promotori del referendum vorrebbero innanzitutto negare. Essi infatti non negano che possano esistere delle scuole non istituite e gestite dall’ente pubblico, ma pretendono di escludere questi istituti da qualunque forma di riconoscimento normativo. Non si tollera cioè che queste scuole svolgano un servizio di pubblica utilità e per questo il referendum chiede innanzitutto di togliere dal “piano provinciale per il sistema educativo” previsto dalla legge 3 il riferimento alla “rilevazione” sul territorio della presenza di istituzioni paritarie (questo avverrebbe appunto con l’abrogazione del comma 7 dell’articolo 35). L’inserimento degli istituti paritari nel piano provinciale per il sistema educativo implica, infatti, il piano riconoscimento non solo dell’esistenza di queste scuole, ma anche del loro diritto a non essere discriminate giuridicamente e finanziariamente rispetto a quelle direttamente gestite dall’ente pubblico. Di qui anche l’insistenza con cui nella campagna per raccogliere le firme necessarie per ottenere il referendum, i promotori hanno utilizzato l’espressione “scuole private” anziché la formula appropriata di “scuole paritarie”, per definire questi istituti. Operazione, questa, volutamente propagandistica e capziosa, perché chiunque conosca la realtà di queste scuole sa bene quanto siano profondamente diverse dagli istituti attivi sul mercato. Non solo perché, a differenza di questi ultimi, le paritarie sono scuole no profit che non producono alcun utile e i cui bilanci sono assoggettati per legge al controllo della Provincia, ma soprattutto per il carattere popolare di questi istituti, accessibili a tutti, comprese le famiglie che non potrebbero permettersi di pagare una retta elevata.
Se dovessero essere estromessi dalla pianificazione provinciale questi istituti, non beneficiando più dei contributi pubblici, avrebbero due sole strade possibili: quella di trasformarsi in scuole d’elite e quindi a pagamento, precludendo l’accesso ai più per motivi economici; oppure quella di chiudere. Non si vede in che modo l’una o l’altra di queste soluzioni potrebbe giovare al sistema educativo del Trentino. Di sicuro si registrerebbe la perdita di molti posti di lavoro del personale che attualmente opera negli istituti paritari, ma soprattutto gli studenti e le famiglie non avrebbero più la possibilità di scegliere liberamente un percorso educativo che finora si è sempre dimostrato sensibile e capace di corrispondere alle esigenze di quanti si sono rivolti ad esso. Un percorso educativo, quello messo a disposizione dalle scuole paritarie, che ha innegabilmente concorso alla crescita di una coscienza civica diffusa e alla maturazione personale e sociale di figure che hanno oggettivamente contribuito allo sviluppo complessivo del Trentino. Ciò prova che a questi istituti non appartiene in alcun modo quel profilo confessionale, ideologicamente chiuso e culturalmente “di parte”, artatamente attribuito ad essi dai promotori di questo referendum.
Per questi motivi l’anno scorso il gruppo consiliare di Forza Italia aveva sostenuto con il voto gli articoli, elaborati anche con il nostro contributo, che nella legge 3 sanciscono il coinvolgimento delle scuole paritarie, dei loro studenti e delle loro famiglie nel sistema educativo della Provincia autonoma di Trento. E per gli stessi motivi oggi ribadiamo il valore dell’articolo 76 – l’altra norma che i referendari vorrebbero abrogare – che attua semplicemente gli articoli 30 e 33 della Costituzione, vale a dire il diritto degli studenti delle scuole paritarie ad un trattamento equipollente e il diritto della famiglia ad essere sostenuta nell’adempimento dei suoi compiti educativi quando scelgono questi istituti.
Un ultimo rilievo. Il fatto che alcuni componenti dell’attuale maggioranza politica provinciale da cui era stata voluta la legge sulla scuola dell’anno scorso, oggi siano apertamente schierati a fianco dei promotori del referendum per abrogarne queste norme non certo secondarie, rivela quanto profonde e insanabili siano le divaricazioni interne all’attuale coalizione proprio su questioni come questa, della massima rilevanza sociale, culturale e politica per la nostra comunità. Una spaccatura questa che mostra ai cittadini del Trentino non solo la necessità, ma anche l’urgenza di voltare pagina e di accordare fiducia ad una diversa maggioranza, coesa su questo ed altri punti cruciali e decisivi per la qualità della nostra convivenza e lo sviluppo del nostro sistema.
Drodesera: un qualcosa (già ma cosa?)
Torno improvvisamente a scrivere per Libertà & Persona dopo un lungo periodo di assenza, spinto dalla voglia di rompere le uova nel paniere – lo pretende il mio ruolo di Gianburrasca – ad una certa “dittatura culturale” che con il totale sostegno finanziario (e non solo) della Giunta provinciale e la sfacciata complicità dei giornali locali (verrebbe quasi da dire “ufficiali” o “di Palazzo”), sponsorizza e promuove iniziative a dir poco discutibili e astruse come quella di seguito descritta.
Si tratta della presentazione della ventisettesima edizione della «rassegna artistica d’avanguardia» (così viene letteralmente definita) “Drodesera Fies”, che si aprirà venerdì 27 luglio alla Centrale idroelettrica, appunto, di Fies a Dro. Il programma è stato presentato nella sala stampa della Provincia autonoma di Trento dagli assessori alla cultura Margherita Cogo e all’innovazione e ricerca Gianluca Salvatori, dal direttore generale del Festival, Dino Sommadossi, e dal sindaco di Dro Vittorio Fravezzi.
Provate a contare se ci riuscite gli aggettivi e i sostantivi impiegati per tessere le lodi dell’iniziative, che mostrano fino a che punto il comunicato redatto e diffuso dall’ufficio stampa della Giunta Dellai e al quale – statene certi – i quotidiani e le tv daranno ampio spazio, si sbilanci a favore dell’organizzazione e della proposta, ideata si badi bene non dalla Provincia ma dalla famosissima cooperativa il Gaviale (e chi la conosce?).
«Un festival maturo con tanta voglia di crescere e di confermare la propria vocazione all’innovazione e sperimentazione, una rassegna artistica d’avanguardia che non si siede su se stessa e che continuamente riscopre la propria ragion d’essere nella ricerca di nuovi linguaggi e nuovi talenti. Drodesera Fies è questo e altro, rappresentazione delle metamorfosi del teatro, incontro ravvicinato tra pubblico e attori/artisti, contaminazione benefica e provocatoria delle culture e impresa economica. La ventisettesima edizione – venerdì 27 luglio l’apertura alla Centrale idroelettrica di Fies a Dro – è stata presentata stamane nella sala stampa della Provincia autonoma di Trento dagli assessori alla cultura Margherita Cogo e all’innovazione e ricerca Gianluca Salvatori, dal direttore generale del Festival, Dino Sommadossi, e dal sindaco di Dro Vittorio Fravezzi.
Dall’assessore Cogo il riconoscimento, non formale, del salto qualitativo che Drodesera Fies ha saputo costruire “mantenendo un budget limitato” e, parallelamente, della “grande responsabilità sociale” che Enel si è assunta ospitando il Festival nella centrale di Fies. Cogo ha ringraziato la Cooperativa Il Gaviale – organizzatrice della manifestazione in collaborazione con la Provincia e con il sostegno di Regione, Enel, Ministero per i Beni e le Attività culturali, il Comune di Dro, la Cassa Rurale Alto Garda e Ingarda e con il patrocinio dell’Ente Teatrale Italiano – e il Comune di Dro con il quale “c’è grande comunanza”.
Due gli auspici espressi dagli assessori Cogo e Salvatori: il primo, che Drodesera entri nel calendario della Biennale di Arte Contemporanea Manifesta 7, il secondo che sia compreso come questo festival debordi dalle pagine culturali e degli spettacoli dei giornali in quanto evento che è dentro i processi di innovazione territoriali del Trentino e che è esso stesso motore di ricerca, versante artistico dello stesso processo evolutivo che sta interessando il sistema trentino della ricerca.
Un Festival che è nell’orgoglio di una piccola comunità quale è Dro. “Il nostro obiettivo – ha spiegato il sindaco Fravezzi – è farlo crescere non solo sul piano dell’offerta e della fruizione culturale ma anche come centro di produzione artistica a livello internazionale”. Al direttore Dino Sommadossi il compito di illustrare questa ventisettesima edizione di Drodesera Fies, spiegando innanzitutto il sottotitolo: “Back to the forest” che accompagna l’immagine scelta, un maestoso cervo, per la “locandina”.
L’edizione di quest’anno, infatti, riprende il filo ideale tracciato lo scorso anno, quell’”arroganza della metamorfosi” che aveva portato danzatori e attori nella foresta per un rito iniziatico che li aveva trasformati. Ecco, “Back to the forest”, dunque, come “ritorno alle sensazioni provate nell’atto del cambiamento, come voglia di recuperare nuovamente qualcosa di ancora più legato al corpo, alla passione, al materiale. Un ritorno alle paure che aprono nuovi mondi, dentro e fuori, all’inquietudine che ci accompagna e che ci tiene all’erta, alle emozioni pure e pericolose.
HYBRIDS wamp Contemporary art/project V.M. 18 vuole presentare al suo pubblico la fusione esistente tra arte e pornografia. E’ un piccolo evento, e il risultato sarà quello della dinamica messa in moto dalle opere presenti, capaci di portare alla luce un qualcosa: le installazioni, le performance, gli incontri con critici e studiosi di arte contemporanea e le reazioni del pubblico alle azioni degli artisti, tutto questo “divenire” sarà Hybrids wamp, cosicché la sua reale essenza si rivelerà alla fine dei tre giorni e delle tre notti (2, 3, 4 agosto).
Il concept del progetto nasce dall’ascolto e dall’osservazione della nostra società, e prende la forma di Hybrids che, come evento pubblico, ritorna alla società stessa, ecco perché non nasce per scioccare, né per essere trasgressivo nei confronti della nostra cultura, perché già ne fa parte (entrate, aprite gli occhi e le orecchie, potete sopportarlo).
I ragazzi che lavoreranno a questo progetto speciale sono: Jürgen Brüning, Tatiana Bazzichelli , Gaia Novati “Porno Karaoke” prima nazionale il 2 agosto, Sergio Messina “Realcore la rivoluzione del porno digitale”; T.B.C “Il corpo del reato”, lavoro inedito site specific (3 agosto), Benedetta Panisson “Atto muto” installazione/lavoro inedito; Antonio Tagliarini love me love me (4 agosto), “Red District” riprese di Francesca Grilli, “festin rouge” del gruppo di architetti minove, “12 rooms> Playsex, she goes to Hollywood” di Rosario Fontanella “Josephine” di Letizia Renzini (dal 2 al 4 agosto).
Parte integrante e necessaria per l’intero progetto sono gli incontri nei giorni giovedì 2, venerdì 3 e sabato 4 agosto con artisti, critici e studiosi fra i quali Gianni Manzella saggista, giornalista, direttore della rivista Art’o, Andrea Lissoni critico, curatore, storico dell’arte e esperto di moving images, Tatiana Bazzichelli e Gaia Novati ideatrici del cum2cut festival, Jürgen Brüning direttore del Film Porn festival di Berlino, Gerardo Lamattina / T.B.C., Antonio Tagliarini performer, attore, danzatore, Benedetta Panisson performer e videoartista, Sergio Messina musicista, dj, performer, Pietro Gaglianò critico d’arte contemporanea con la conferenza “Guardami. L’artista come pornocrate. Dagli anni Sessanta a oggi”.»
Non so se siete riusciti ad arrivare in fondo cogliendo il “concept” .Se ce l’avete fatta converrete con me che si tratta di una prosa degna della migliore attualizzazione giornalistica del Ventennio.
Non avete forse provato anche voi scorrendo queste righe una qualche “Hybrids wamp”? E non vi siete sentiti percorrere da brividi di pura gioia apprendendo che il Trentino ospiterà questa “arroganza della metamorfosi”?
Tranquilli, perché “la dinamica dell’evento porterà alla luce un qualcosa” – ha spiegato Sommadossi – (ma cosa?) cosicché “la sua reale essenza si rivelerà alla fine dei tre giorni e delle tre notti”.
E poi quel che più conta è che l’iniziativa “nasce dall’ascolto e dall’osservazione della nostra società, e prende la forma di Hybrids che, come evento pubblico, ritorna alla società stessa, ecco perché non nasce per scioccare, né per essere trasgressivo nei confronti della nostra cultura, perché già ne fa parte (entrate, aprite gli occhi e le orecchie, potete sopportarlo).” Chiaro no?
Tutto ciò corrisponde naturalmente – come dubitarne? Si pensi anche soltanto all’”artista come pornocrate” – alla più genuina tradizione culturale e popolare degli abitanti di Dro e dintorni.
Si tratta, insomma, come diceva un mio amico sardo, di un’iniziativa “porno-sesso-ricreativa a fini didascalico-allegorici”, che gli assessori provinciali alla cultura e alla ricerca insieme all’orgoglioso sindaco di Dro hanno sentito l’irrefrenabile bisogno di benedire e raccomandare a tutti (tranne i minori di 18 anni).
Perdere o, peggio ancora, criticare a-priori questi spettacoli solo sulla base della loro presentazione alla stampa, equivale ad autorelegarsi nel più vieto oscurantismo cattolico e rimanere in balia di una cultura reazionaria.
Tuttavia, lo confesso: di fronte alla proposta di un “ritorno alle sensazioni provate nell’atto del cambiamento, come voglia di recuperare nuovamente qualcosa di ancora più legato al corpo, alla passione, al materiale. Un ritorno alle paure che aprono nuovi mondi, dentro e fuori, all’inquietudine che ci accompagna e che ci tiene all’erta, alle emozioni pure e pericolose”, io, l’estate, in ferie, preferisco i vecchi cari cori di montagna e le bande di paese. Buone vacanze a tutti.
Gianburrasca
Quanti cellulari servono per non sentirsi poveri? Lo studio Isae sulla “povertà soggettiva”.
Mastro Geppetto si vende la giacca per consentire al proprio figliolo, Pinocchio, di andare a scuola, comprandogli un abbecedario: se mastro Geppetto dichiarasse di sentirsi povero, avremmo ben poco da obiettare. Ma se s’indebitasse per acquistare al figlio l’ultimo modello di cellulare, senza il quale il (povero) studente si sentirebbe a disagio accanto ai compagni? Forse alcuni obietterebbero. Ma sarebbero pochi. Secondo la nota mensile dell’Isae (Istituto di studi e analisi economica) sulla “povertà soggettiva”, il 74 per cento degli italiani si considera povero. Meglio: ritiene di non vivere una vita dignitosa, ossia una vita “senza lussi ma senza privarsi del necessario”. In altre parole, tre italiani su quattro hanno la netta, fastidiosa, dolorosa sensazione di mancare del necessario.
Se la povertà al centro dello studio è soggettiva, qual è la povertà oggettiva? L’Istat indica, per una famiglia di due persone, un reddito di 936 euro al mese, condizione che riguarda l’11,1 per cento degli italiani. La soglia di povertà soggettiva è invece di 1300 euro mensili per un single, di 1800 per una coppia, e redditi via via più alti per famiglie più numerose. La forbice è abbastanza ampia (364 euro mensili), ma mai come quella che separa i poveri oggettivi (11,1) da quelli soggettivi (74). Qualcosa non funziona. Un solo esempio. Nei giorni scorsi gli albergatori hanno comunicato che 51 italiani su cento non vanno in vacanza. Quindi gli altri 49 ci vanno; eppure appena 26 italiani ritengono di non essere poveri. Dunque 23 italiani si percepiscono poveri, però non fino al punto da non concedersi un periodo di vacanza. Percepita non come un lusso, ma necessaria.
L’Isae stesso ci mette in guardia: nei risultati dello studio hanno un peso decisivo i fattori culturali, sociali e psicologici. Ad esempio il concetto di “necessario”. Come un italiano lo stabilisce? Una sola risposta convincente forse non c’è. Una cosa però è indubitabile: qualcuno ha interesse che la soglia del “necessario” si alzi il più possibile. Questo qualcuno è il mercato, o la consumerist society, che fan diventare necessari merci o servizi sulla cui effettiva “necessità” potremmo aprire un ampio dibattito. Quanti telefonini sono necessari in famiglia, e ogni quanto tempo vanno sostituiti con modelli più recenti e di moda? Qual è la cilindrata minima necessaria per un’auto che non mi faccia sentire povero? E quanti televisori in famiglia, nessuno, uno o in ogni stanza, compreso il bagno? Se non posso permettermi un televisore ultrapiatto, sono necessariamente povero?
Poiché lo scopo della consumerist society è far sì che dioventiamo tutti consumatori, ossia che pensiamo a noi stessi non come persone, non come cittadini, ma come consumatori, e che attorno al cunsumo ruoti tutta (o quasi) la nostra vita, chi si percepisce “povero” lotterà con i denti per non percepirsi più così, fino al punto da indebitarsi, anche in modo intollerabile; e i debiti (dal mutuo per la prima casa, indispensabile, al credito al consumo, per beni spesso superflui) sono uno dei fattori che assieme ad altri ?- il basso titolo di studio, vivere al sud, il lavoro precario… – facilitano la percezione della povertà.
Dal “meccanismo”, come ben sa chi ricorda la canzone omonima abbinata la monologo “il pelo” di un Giorgio Gaber d’annata (1972!), è difficile sottrarsi. Mezzo secolo fa un bimbetto allo Zecchino d’oro cantava di sentirsi povero, perché “non ho giocattoli”; e pregava Gesù Bambino chiedendogli il regalo (per lui) più grande: “Scendi dal cielo e vieni a giocare con me”. Oggi, temiamo, gli chiederebbe la playstation.
(Da “Avvenire”, 20 luglio 2007).
Mutui in Trentino: le famiglie sempre più indebitate
Nei giorni scorsi il Corriere del Trentino ha giustamente riservato grande evidenza al fenomeno dell’aumento del numero di trentini che ogni anno ricorre ad un mutuo per l’acquisto della prima casa, caratterizzato dal contemporaneo aumento degli importi e della durata dei mutui stessi. Non credo sia esagerato affermare che i dati forniti dall’Osservatorio sulle politiche abitative” del Comune di Trento sono, a dir poco, allarmanti. Cercando di non annoiare il lettore con un’eccessiva profusioni di cifre e percentuali, vorrei, però, provare, sia pure sinteticamente e per punti, ad elencare le ragioni di tale allarme.
1. In soli 6 anni sono cresciuti di circa il 30% i mutui per importo da 100 a 200 mila euro e del 13% quelli da 200 a 500 mila, a scapito dei mutui fino a 100 mila euro diminuiti del 40%.
2. Si allunga anche la durata media del mutuo, ma in questo caso la perdita di circa 20 punti percentuali sulla parte bassa (11-15 anni) non si travasa sulla fascia media (16-20 anni) che rimane invariata, bensì su quella fra i 21 e 25 anni che passa dallo 0,94% al 24,08% per utilizzo da parte dei fruitori (tutto ciò sempre in soli 6 anni).
3. Le famiglie si indebitano mediamente quasi del doppio dell’importo e per quasi il doppio di durata media del mutuo.
I dati offerti dal Comune di Trento andrebbero, però, integrati per meglio inquadrare la situazione reale. Ad esempio, non conosciamo il numero degli alloggi sfitti o comunque vuoti: erano 3.071 nel 2001 e c’è da immaginarsi che oggi siano molti di più considerato che la crisi della borsa, proprio nel 2000-2001, ha prodotto una fuga verso il mattone di quanti avevano liquidità da investire.
Sarebbe anche interessante cercare di capire quale sia la fascia sociale interessata da tale dinamica dei mutui, ma i dati disponibili non lo consentono. Penso però di non sbagliare dicendo che, ancora una volta, stiamo parlando del ceto medio, non le fasce deboli che si rivolgono piuttosto all’edilizia pubblica e non quelle abbienti che, potendo, preferiscono non indebitarsi.
Gli effetti negativi di tale situazione sono facilmente prevedibili. Le famiglie si ritrovano sempre più idebitate e ciò fino all’età della pensione, se non oltre. Ciò si ripercuote anche sui figli che, in misura molto inferiore al passato, potranno contare sul sostegno della famiglia d’origine per acquistare una loro abitazione e costituire una propria famiglia.
E c’è di più: cosa potrebbe, infatti, accadere nel caso di un’improvvisa impennata dei tassi d’interesse, eventualità sempre possibile sui mercati finanziari? Il primo effetto sarebbe il “fallimento” delle famiglie (fenomeno che già si registra negli Usa con i cosiddetti mutui sub-prime), costrette a svendere sul mercato la propria abitazione.
Come può una famiglia pagare una rata di 1.000 – 1.200 euro al mese avendo a disposizione un reddito medio di poco superiore a tale importo? Anche quando a lavorare sono entrambi i coniugi, una simile cifra constituisce un onere che pone in seria difficoltà il bilancio famigliare.
Il seguente esempio dimostra cosa può avvenire nel caso di una crescita dei tassi d’interesse sui mutui in essere. Con un mutuo di 200.000 € al tasso del 5% per una durata di 25 anni: la rata mensile è di 1.183 €. Se il tasso sale di 2 punti, al 7%, la rata raggiunge i 1.430 €. Ulteriori altri due punti di aumento del tasso d’interesse, fino al 9%, fanno lievitare la rata a 1.697 €.
Soffermarsi sulle cause di questa situazione sarebbe utile, se non altro per tentare di prospettare possibili interventi, ma sarebbe anche piuttosto complicato e lungo, vista la molteplicità di fattori che ritengo vi abbiano concorso. Penso, ad esempio, alla spinta speculativa seguita all’introduzione della moneta unica europea, alla perdita di appeal dell’investimento azionario (almeno nel 2000-2002) e alla diminuzione dei tassi d’interesse sugli investimenti.
E’ quindi tempo di porre mano ad una nuova normativa sull’edilizia agevolata e ad intervenire per contenere gli effetti del caro mattone avendo a cuore che le famiglie non “falliscano” economicamente oberate da debiti insostenibili per un bene che nel nostro Paese è considerato primario e favorendo la messa in disponibilità sul mercato delle locazioni gli innumerevoli alloggi sfitti anche verificando nuove forme contrattuali che garantiscano un equilibrio tra le esigenze dei proprietari e quelle di chi prende in affitto l’immobile, attivando anche politiche che scoraggino l’investimento in immobili a soli fini speculativi, lasciandoli di fatto sfitti (ad esempio verificando l’applicazione di una tariffa ICI progressiva (simile all’Irpef) in proporzione al numero di anni in cui l’immobile viene lasciato sfitto).
Non dico che ciò sia facile, perché il mercato segue regole e dinamiche su cui la politica non sempre può incidere. Almeno, però, bisogna provarci. E’ una questione di responsabilità.
Decalogo minimo per la sopravvivenza dell’Unione europea
1) Dimenticarsi l’adozione di una costituzione europea. Se è già un’impresa trovare un accordo sulla lunghezza dei cetrioli e gli standard delle prese elettriche, perché illudersi di poter armonizzare dei principi fondamentali in una costituzione che nessuno vuole?
2) Abolire il Parlamento Europeo. Non è rappresentativo della sovranità popolare e il sistema della doppia sede è assurdamente costoso. Sostituirlo con un assemblea di delegati dei Parlamenti nazionali con un massimo 200 membri.
3) Dimenticarsi una politica estera comune. Non c’è accordo sulla maggior parte delle decisioni di politica internazionale e in realtà non c’è bisogno di un accordo. I rapporti bilaterali tra stati sono più che sufficienti.
4) Darsi dei confini. Se l’Europa vuole essere davvero qualcosa di più di un enorme mercato di libero scambio, deve avere dei confini. Turchia, Israele, Palestina, Marocco, Canada non sono paesi europei. L’Europa dev’essere una porta aperta verso il mondo, non un varco spalancato a tutto il mondo.
5) Coinvolgere gli euroscettici in posti di responsabilità negli uffici comunitari a Bruxelles. La nocività dell’Unione europea è dovuta anche al fatto che è diretta da un gruppo di eurofili ottusi e superpagati. Le campagne di informazione europeista vanno limitate, se non abolite, se non vogliamo imitare l’Unione sovietica, in termini di retorica propagandistica.
6) Adottare l’integrazione differenziata. Il mercato comune, l’unione monetaria, l’accordo di Schengen non devono essere applicati immediatamente a tutti i paesi, o a tutti i paesi appena possibile. In avvenire non deve essere negoziato nessun altro allargamento, se il paese candidato non fornisce garanzie credibili (vedi Romania). L’integrazione differenziata permetterebbe di conservare la regola di unanimità e rispettare la sovranità dei cittadini.
7) Smettere di competere con gli USA. Rispetto agli Stati Uniti, le democrazie europee si basano su fondamenti e principii differenti, che ci impediscono di competere con successo in un gioco che è comunque sempre condotto dagli statunitensi. In Europa andrebbe anteposta la qualità della vita ad ogni altro indicatore congiunturale.
8) Smettere di essere razzisti con noi stessi: basta umiliare i Serbi; basta negare le radici cristiane dell’Europa; basta dire che emarginiamo gli zingari e i “diversi”. Non ingerire mai più nelle scelte politiche degli elettori degli stati membri (vedi Austria 2000)
9) Anteporre la qualità alla compatibilità nella formazione. Non interferire con i sistemi di istruzione nazionali. No all’omogeinizzazione dei sistemi universitari europei. Dimenticarsi il cosiddetto Processo di Bologna.
10) Rispettare la diversità culturale storica dell’ Europa. Anteporre le diversità storiche ed endogene dell’Europa rispetto alle “nuove diversità” importate. Dare alle lingue di minoranza storiche europee (basco, catalano, gaelico, ladino….) uguale condizione con le lingue ufficiali dell’UE. Adottare l’Esperanto, o Interlingua o il latino semplificato come lingue di lavoro, togliendo il monopolio linguistico anglo-francese agli eurocrati.
Tauran: una nomina pontificia molto significativa.
J.L. Tauran, è stato nominato dal papa al Pontifico Consiglio per il Dialogo. E’ una nomina che dice molto dell’idea che il pontefice ha del Medio Oriente. Infatti Tauran è un ex ministro degli esteri vaticano, convinto che la questione palestinese sia la madre di tutte le guerre. Sentiamo cosa diceva.
Il cardinale Jean-Louis Tauran è stato per tredici anni “ministro degli Esteri” della Santa Sede prima di venir elevato alla porpora nell’autunno scorso. Ha visto esplodere la crisi degli ostaggi a New York, dove è in visita. Come giudica questa nuova crisi in Iraq? “E’ molto grave. Quando si vedono queste immagini non è un progresso ma un regresso. La Santa Sede ha sempre sostenuto lo ius in bello. Anche quando si fa la guerra, c’è un modo di condurla che rispetta la legge. La reazione del presidente Bush è stata molto chiara. Normalmente l’esercito americano non si comporta così, ma ciò che abbiamo visto è deplorevole”. Durante il dibattito precedente alla guerra alcuni avevano sottolineato il rischio che l’intervento, con i suoi effetti, avrebbe complicato la lotta al terrorismo invece di aiutarla. “Certo, la posizione del Papa è stata molto chiara: la violenza genera più violenza, e la guerra più guerra”. Si stanno realizzando quelle previsioni? “Certamente il Papa non parla a vuoto. Aveva delle ragioni, soprattutto su questo concetto della guerra preventiva: ora si vede molto bene che non ha eliminato il terrorismo”. Ma ora che la guerra è avvenuta, la Santa Sede appoggia il processo per stabilizzare l’Iraq? “Sulla legittimità del conflitto si scriveranno bellissime tesi, ma ormai il fatto è compiuto. Adesso dobbiamo guardare al futuro, e vedere come aiutare il popolo iracheno a ritrovare la sovranità”. Come si può raggiungere questo obiettivo? “Ogni componente della società deve essere consultata, perché il governo non può essere imposto dall’esterno. Grazie a Dio adesso tutti capiscono che serve un ricorso alla comunità internazionale nel suo insieme. Questo è in armonia con la Carta dell’Onu. L’Iraq ha bisogno di ritrovare senza indugio la sua sovranità”. Bisognava tenere le elezioni prima di passare i poteri? “Non ho gli elementi per dirlo, ma il voto è : necessario perché gli iracheni devono decidere il loro futuro e riconoscersi nel nuovo governo. Deve essere l’esecutivo che piace a loro, non agli Stati uniti”. La data del 30 giugno per il passaggio dei poteri è realistica? “Non lo so, ma comunque è qui che serve una concertazione internazionale, perché la guerra si può lanciare da soli, ma la pace va fatta tutti insieme”. Volete una nuova risoluzione dell’Onu per approvare il governo e creare una forza multinazionale? “Sì, purché sia una forza internazionale che rappresenti l’intera comunità. Ma sarà una cosa molto difficile da mettere in piedi. Serviranno migliaia di uomini e non so quanti Paesi sono disposti a questo sforzo”. Che cosa bisognerebbe fare, secondo lei, per contrastare in maniera più efficace il terrorismo? “Non si batte con la violenza, ma capendo perché alcune persone ricorrono a quest’arma indegna dell’uomo. Ci sono dei motivi, vuol dire che le giuste aspirazioni di alcuni popoli non sono soddisfatte. Poi la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese è la madre di tutte le crisi. Una volta sciolto questo nodo, il Medio Oriente cambierebbe. Finché non verrà superato, ci sono molte probabilità che il terrorismo continui e si allarghi”. Come giudica la situazione tra israeliani e palestinesi? “Ho l’impressione che invece di progredire andiamo indietro. Uno si domanda se non siamo passati da un processo di pace a un processo di guerra, una specie di strategia del caos. Intanto le persone soffrono, da una parte è dall’altra, perché non possiamo dimenticare la popolazione israeliana che vive con l’incubo quotidiano del kamikaze. Serve una presenza amica che aiuti i palestinesi e gli israeliani a parlarsi. Non una forza militare di interposizione, ma osservatori internazionali”. Gli Stati Uniti sono ancora un mediatore credibile? “Preferisco non commentare”. Qual è il suo giudizio sul muro che Israele sta costruendo? “Ognuno ha diritto di costruire un muro per proteggersi quando si sente in pericolo. Ma deve farlo nel proprio giardino, non in quello del vicino”. Quale futuro vorreste per Gerusalemme? “La Santa Sede ha sempre perorato uno statuto speciale, internazionalmente garantito, per la città intra muros che contiene le parti più sacre alle tre religioni, affinché in futuro nessuno possa rivendicare il controllo esclusivo di questo patrimonio spirituale dell’umanità”. La democrazia può attecchire in Medio Oriente? “Certo. Le intuizioni fondamentali della democrazia sono valide per tutti i sistemi, ma in armonia con la storia. Bisogna adattarle alla realtà locale”. A cura di P. Mastrolilli (La Stampa 05.05.04)
Tutte le crisi dipendono dal problema israelo-palestinese” Roma, 27 giu. (Apcom) – Il conflitto in Medio oriente “non è una guerra di religione”: lo sottolinea il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente in pectore del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. “E’ molto importante sottolineare che non si tratta di una guerra di religione, la religione non è al principio della crisi”, ha detto Tauran intervenendo ad una tavola rotonda organizzato dalla rivista Aspenia, a Roma. “Tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI c’è continuità”, ha rimarcato il porporato francese che è stato a lungo ministro degli esteri della Santa Sede sotto Wojtyla, “forse con la sfumatura che Benedetto XVI è molto preoccupato dalla precarietà dei cristiani in Medio Oriente”. Un problema di fronte al quale, secondo Tauran, “la comunità internazionale dev’essere più presente per aiutare le parti in conflitto a sedersi ad un tavolo per guardarsi, ascoltarsi”. L’analisi del cardinal Tauran è che “fintantoché il problema israelo- plestinese non è risolto, tutte le crisi del Medio oriente continuano. Le persone vivono continuamente nella guerra. Ricordo quando ero in Libano – ha raccontato il porporato francese – e i ragazzini giocavano alla guerra con piccoli mitragliatrici di legno, erano immersi in questo clima di guerra”. Al tempo stesso, ha sottolineato, “non ci sarà pace se la questione dei luoghi santi non sarà affrontata in modo adeguato”. Da questo punto di vista, secondo Tauran la città antica di Gerusalemme “dovrebbe essere ogetto di uno statuto speciale internazionalmente garantito”, perché “solo la comunità internazionale può garantirne la stabilità e conservare il carattere unico e sacro” del luogo sacro a cristiani, ebrei e musulmani.
Capezzone e le menzogne sull’aborto.
Come si sapeva da tempo, Marco Pannella non mangia solo i bambini, ma anche gli adulti.
Daniele Capezzone è l’ennesimo segretario del partito radicale fatto e disfatto da Pannella, l’uomo dei digiuni, dei diritti civili, della “non violenza”, dei bambini dell’Africa da salvare e di quelli italiani da uccidere…L’uomo che ritiene che siamo troppi sulla terra, e contemporaneamente promuove fecondazione artificiale e clonazione, eutanasia e aborto. L’uomo che ha creato Francesco Rutelli, ma anche molti onorevoli che oggi siedono nel centro-destra, da Della Vedova a Taradash, o che scrivono sui giornali di destra, come Massimo Teodori…
Perdendo Daniele Capezzone, Pannella perde un abile falsificatore, un giocatore da poker, un contafrottole mondiale, un abilissimo maneggiatore di parole senza contenuti…che aveva imparato alla perfezione, ad esempio, le menzogne radicali sull’aborto.
Capezzone, recentemente, ha sostenuto, e continuerà a farlo, vista la somiglianza esistente tra un suo discorso ed il successivo, che neppure la Chiesa ha riconosciuto per secoli la dignità dell’embrione: infatti “rifiutava il battesimo a qualcosa che non avesse sembianze pienamente umane”.
Menzogna palese, dal momento che l’acqua del battesimo, come ognun sa, va spruzzata sulla testa del neonato e non sulla pancia di una donna! Con la stessa levità Capezzone in più occasioni si serve di sondaggi fasulli per dare ragione alle proprie teorie, per convincere gli oppositori che sono in minoranza. Ha sempre cifre aggiornate e precisissime su tutto. Così racconta che l’introduzione della 194 ha fatto calare gli aborti legali del 44% e quelli clandestini del 79%. Vuole cioè farci credere che si conosca il numero preciso degli aborti clandestini, sia precedenti al 1978 che attuali, come se non fossero, appunto, clandestini!
E’ una vecchia tattica, che dura da 30 anni. Infatti data almeno dal 1971. In quell’anno il Psi presentò al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi erano in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimaneva stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine saliva, chissà come, a 25.000. Tali cifre venivano riprese come attendibili da tantissimi giornali (“Corriere della sera” del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Il Giorno” del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…).
Anche sotto la pressione di questi presunti dati nacque la 194, che legalizzò l’aborto. Se le cifre suddette fossero state vere, una volta divenuto lecito e gratuito, l’aborto si sarebbe dovuto diffondere ancor più. Invece nel 1979 quelli legali furono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! Quanto poi alle donne morte per pratiche clandestine basterebbe consultare, per esempio, il Compendio Statistico Italiano del 1974: vi si legge che in Italia, nell’intero anno, sono morte 9.914 donne tra il 14 e i 44 anni, e cioè in età feconda. Fossero decedute anche tutte per aborto clandestino, cosa assolutamente assurda, non sarebbero comunque né 20.000 né 25.000! Oggi sappiamo che buona parte della campagna pro choice, in Italia come in USA, si basò su menzogne premeditate.
Lo raccontano personaggi insospettabili, come Norma Mc Corvey, detta Roe, cui si deve appunto la legalizzazione dell’aborto in America. Il suo caso pietoso di donna povera, tra riformatorio e lavori precari, amanti ed Lsd, venne usato dagli abortisti con estrema spregiudicatezza per convincere l’opinione pubblica. Si puntò sul sentimentalismo, sulla sua storia personale, arricchendola di colorite invenzioni, come il fatto che fosse stata vittima nientemeno che di uno stupro di gruppo. Lo stesso uso dei casi estremi e pietosi fu fatto, in Italia, con le donne di Seveso, e viene riattualizzato oggi con Luca Coscioni. Tali strategie sono state svelate anche dal celebre Bernard Nathanson, fondatore a New York della “Lega d’azione per il diritto all’aborto”, nel 1968, e direttore, all’epoca, della più grande clinica per aborti del mondo, il Crash. Costui, dopo aver effettuato, tramite i suoi medici, ben 75.000 aborti, di cui 15.000 di sua mano, ha riveduto le sue posizioni, ed ha tra l’altro affermato che una delle menzogne per convincere l’opinione pubblica era l’impiego di “sondaggi fittizi” e la falsificazione dei dati sugli aborti clandestini e le donne morte a causa di essi. “Purtroppo l’informazione inesatta e tendenziosa rimane per gli abortisti il metodo migliore di propaganda” (B. Nathanson, “Aborting America”, 1980).
Sempre Nathanson ricorda altre strategie utilizzate all’epoca da lui stesso e dai compagni di strada: sviare il discorso dal campo scientifico a quello ideologico, accusando la Chiesa di posizioni preconcette e moralistiche; spiegare che i cattolici debbono distinguere tra questioni puramente e solamente religiose e leggi dello Stato; affermare che tutti i mezzi di informazione sono schierati con la Chiesa, “arrogante e prepotente”… Le stessa “litanie” che ognuno può ancor oggi sentire, trent’anni dopo, ascoltando Radio Radicale.
Un giovane parroco riflette sulla lettera di un anziano Papa
Sono un giovane parroco di campagna. Sono nato nel 1972, ordinato sacerdote nel 2001. Non ho mai celebrato nel rito di PioV, né salvo qualche circostanza, l’ho mai visto celebrare. Ho sempre considerato il Rito che celebro ogni domenica con la mia gente, l’unico rito con cui l’umanità affidatami possa, consapevolmente, adorare l’unico Dio, nell’offerta del Sacrifico di Gesù Cristo. Devo anche dire che in Seminario, nei lunghi anni di studio, non mi pare mai che qualche professore abbia mai rivolto l’attenzione al precedente rito liturgico se non per sottolinearne la discontinuità del nuovo.
Non appartiene a me alcun sentimento nostalgico.
Rimango, da sacerdote cattolico, sorpreso e preoccupato dalla lettera di Papa Benedetto XVI con cui Egli accompagna il Motu Proprio “Summorum Pontificum”. Confesso la mia ignoranza. Non avevo mai seriamente affrontato la questione liturgica né durante i miei studi, né duranti questi miei primi anni di sacerdozio. Non era un problema. C’è da dire che, specie nella mia Bologna, patria dell’attuale impianto liturgico per il lavoro assiduo del Card.Lercaro e di Mons. Lodi, non è mai stato posto alcun dubbio in merito. La riforma liturgica conseguita dal Concilio Vaticano II, concretizzatasi nel Messale del 1970 di Paolo VI; è – mi è sempre stato detto così – ciò che ha salvato la Chiesa. La liturgia antica avrebbe portato la Chiesa fuori dalla storia; con la sempre maggiore incomprensione del latino avrebbe determinato il totale abbandono delle giovani generazioni; avrebbe reso impossibile accostarsi al mistero della fede, ossia all’incontro con il Signore Crocifisso e Risorto o meglio il nuovo rito avrebbe consentito al popolo di Dio di partecipare attivamente alla Santa
Cena.
Ritengo di avere avuto una buona educazione liturgica. Ho avuto maestri di liturgia e soprattutto ho vissuto liturgie molto intense e degnamente celebrate. Sono stato educato alla massima disciplina liturgica e alla sua bellezza. Certo, in qualche occasione, pesanti e lunghe, a volte ingessate, ma ora che mi ritrovo a celebrare nella mia chiesina di campagna, ogni domenica, con non più di cinquanta fedeli, mi accorgo della bellezza che ho ricevuto.
Ho sempre avuta una particolare devozione eucaristica per cui ho sempre cercato di osservare abbastanza compostamente la liturgia cattolica, anche se non nascondo che, in diverse situazioni, ho deragliato dal consentito. Lo trovo normale. Ho sempre visto fare così.
Qualche domenica fa, ho avuto il piacere di concelebrare la S.Messa Crismale,con il Card.Giacomo Biffi. Al momento dello scambio della pace, l’organista è partita con un canto “Pace a voi”, molto bello e coinvolgente che dà a tutti la possibilità di scambiarsi con gioia il segno della pace. Il canto si è, oggettivamente, prolungato eccessivamente. Al termine, è partito il canto dell’agnello di Dio.
Durante lo scambio della pace, il Cardinale mi si è avvicinato e mi ha detto “questo canto non c’entra nulla. Il Signore è presente. Non possiamo darci la mano e ignorare che Lui è qui”.
Ieri, la lettera del Santo Padre. L’ho letta e riletta. E mi son chiesto? Perché questa scelta? Cosa ci sta sotto? E’ chiaro che il Papa ha uno sguardo cattolico, ben più ampio della nostra coscienza e conoscenza ecclesiale.
Una prima risposta è – palese – quella della ricerca dell’unità con la comunità di Mons.Lefevre che sempre ha rivendicato la possibilità di celebrare la S.Messa, nel rito di Pio V. Fin qui, la sorpresa mi si genera dall’indifferenza con cui questa riconciliazione è accolta. E specie da quelli che agitano l’ecumenismo e il dialogo come bandiera. Come se dialogo e ecumenismo fossero categorie da applicare con tutti – luterani, ortodossi, anglicani, persino musulmani, buddisti, induisti – ma non con i cattolici che, non solo nel rito esteriore, ma nella sostanza, è la medesima fede da cui siamo stati generati noi.
L’attenzione ecumenica di Benedetto XVI come il suo tratto più caratteristico finora espresso dal suo magistero.
Eppure mi sembra non bastare. Questa preoccupazione è chiara, evidente. Ma c’è di più, mi pare. Qualcosa che mi sorprende e mi preoccupa. Qualcosa che mi sgomenta e mi fa male. Mi spiego.
Questa lettera susciterà molti contrasti. La sua dilazione è indice di una certa resistenza da parte di diversi e interi episcopati. Nei parroci stessi e nei media la cosa è presentata come un “ritorno al passato”. Papa Benedetto è abbastanza solo. Ha compiuto un atto coraggioso. Nel senso che questo non gli porterà consensi, non gli gioverà in popolarità, non accrescerà l’amore del popolo che, ammaestrato non più dalla fede, ma da Repubblica o dal Corriere della sera, da Santoro o da Floris, lo irriderà come un reazionario della riforma e del progresso.
Che cosa muove tanto coraggio? Quale la reale intenzione di BenedettoXVI? Non sono un esperto, né uno studioso. Leggo che da Cardinale, aveva espresso forti perplessità sulla riforma liturgica.
“Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?” (La mia vita, 1997)
Nel suo libro Introduzione allo spirito della liturgia (2001), interamente dedicato a questo argomento. dà questo giudizio della nuova liturgia cattolica: “Il sacerdote – o il “presidente” come si preferisce chiamarlo – diventa il vero e proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. ? lui che bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si risponde; è la sua creatività a sostenere l’insieme della celebrazione”. “L’attenzione – commentava con una punta di amarezza – è sempre meno rivolta a Dio”.
Nella lettera il Papa fa riferimento ad abusi che avrebbero indotto molti a cercare e desiderare l’antico rito che potrà manifestare nel nuovo rito – è sempre la lettera del Papa – “in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso”.
Se la Liturgia è il modo con cui un popolo esprime la propria adorazione a Dio, l’attuale liturgia cattolica – sembra dirci quest’anziano sacerdote tedesco non certo in ricerca di consensi – non rende evidente la presenza del Mistero. Proprio oggi su Repubblica nella pagine dedicate alla novità liturgica di Papa Benedetto si dice – ma non c’era bisogno che lo dicesse il giornale – che la Messa è noia e le prediche banali. Tutti siamo pienamente d’accordo su questo. Repubblica nel dire questo non si accorge forse di andare incontro alle reali intenzioni del Papa. Quello di dare vita a un nuovo movimento liturgico. A fare, cioè, una vera riforma nella riforma liturgica. Quella, cioè, di tornare a parlare di Dio, del suo Mistero di amore capace nella croce di Cristo di redimere il peccato del mondo e orientare la vita dell’uomo al suo destino di salvezza.
Mi preoccupa perché in tanti documenti e tanti provvedimenti della Chiesa non vedo la stessa passione teologica. Sono sgomento perché ho sempre sentito la filastrocca che il vecchio è antiquato e il nuovo è il progresso. Mi fa male perché temo che il Papa, più che ogni altro, mi abbia detto la verità che pure in Seminari nobilissimi, come quello che ho vissuto io, forse incosciamente, non mi è stata spalancata: Dio e non i documenti, il soprannaturale e non la sociologia, la Redenzione di Cristo e non la mia pastorale, salva la mia anima e con essa, il mondo intero.
Alcune settimane fa, ad un incontro tra preti giovani, uno tra noi, ha detto: “avete (indicando il superiore davanti) sostituito Dio con la Parrocchia e le sue attività”. Non saprei se condividere fino in fondo questa dura denuncia. Certo che nelle nostre adunanze, in azione cattolica, nei gruppi scouts si parla come se Dio non c’entrasse molto. Dio pare essere la scusa per incontrarci e illuderci di fare qualcosa di buono.
Forse la carne al fuoco è troppa. Forse le mie considerazioni sono più che altro domande, un po’amare, un po’ gioiose. In fondo, sono contento. Ho trovato un Padre, non solo un Papa.
Benedetto XVI attraverso questa rivoluzione liturgica ci invita forse a ritrovare la sacralità, non tanto e solo, delle nostre celebrazioni. Se la legge della preghiera è la legge della fede, ci sussurra in modo fragoroso a convertirci a Dio, alla Sua Alterità, alla Sua Redenzione nel sacrificio della croce del suo Figlio.
Questo forse è l’intento vero del Santo Padre: risvegliare, in una celebrazione più vera e sincera oltre che più disciplinata, la bellezza e la novità dei Santi e Divini misteri.
Gli zingari e gli “Slavi”
Riportando le notizie che vedono protagonisti gli zingari, i media italiani hanno la consolidata e brutta abitudine di riferirsi a loro chiamandoli genericamente “slavi”, forse con la speranza che l’attribuzione di una indifferenziata “slavità” possa diluire il risentimento e la diffidenza nei loro confronti. In realtà gli zingari non sono mai stati slavi, essendo originari della zona tra l’attuale India e il Pakistan, da cui si sono mossi piuttosto recentemente, intorno all’anno 1000 d.c, probabilmente per fuggire alle invasioni mongole ed arabe. Gli “slavi” invece, sono un ramo linguistico ed etnico dei popoli indoeuropei, entrati tra il 4500 e il 2000 a.c in Europa, dove attualmente costituiscono circa un terzo della popolazione: i cechi, i polacchi, gli slovacchi i bielorussi, i russi, gli ucraini, i serbi, i bulgari, i croati, i macedoni, i montenegrini, i bosniaci e gli sloveni, tutte popolazioni stanziali, di lingua tra loro affine, e cultura, storia, memoria e identità millenarie e ben consolidate. E’ quindi sbagliato attribuire agli slavi un’affinità etnica con gli zingari.
Carlo Rossella racconta il suo rapporto con la Fede.
Per Carlo Rossella è il primo giorno da produttore cinematografico o, per essere più precisi, da presidente di Medusa film, la più grande azienda italiana del settore. Altro che direzione del Tg5: dagli uffici della Medusa passano le più belle attrici della nazione, del continente, del pianeta, e io tanto per rompere le uova nel paniere sono qui a fargli domande sulla religione. Meriterei di essere cacciato a pedate, per fortuna Rossella è pazientissimo e mi accoglie col suo famoso garbo in un magnifico palazzo della Roma papalina. Saliamo per una strettissima scala a chiocciola fino all’altana, una specie di astronave tutta vetri appoggiata sul tetto dell’edificio.A livello stradale ci sono i negozi delle griffe (siamo a pochi metri da via Condotti) mentre qui in alto si gode la vista a trecentosessanta gradi delle cupole barocche. La situazione sembra una metafora della vita di Rossella, che si snoda fra sacro e profano senza stropicciarsi mai. Ma se il suo amore per il glamour è arcinoto, il suo cattolicesimo un po’ meno. Certo, al termine del suo commiato agli spettatori del Tg5 ha pronunciato un clamoroso “Dio vi benedica”, ma pochi sanno che il più mondano dei giornalisti italiani ha un assistente spirituale e l’abitudine di recitare il rosario per i morti o per aiutare un amico che sta male. “? la prima volta che rivelo questo mio mondo interiore, una specie di Second Life”.Sbaglio o quel libretto nero sul tavolo è un messale?”? un messale di San Pio V, in francese, mi fu regalato da monsignor Lefebvre quando andai a Econe per un’intervista”.Simpatizzi per uno scismatico?”No, no, io sono cattolico apostolico romano. Avevo curiosità per monsignor Lefebvre perché diceva la messa di quando ero bambino, la messa in latino che cominciava così: Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat juventutem meam… A Dio che allieta la mia giovinezza: questa frase mi ha sempre affascinato, la trovo di una poeticità straordinaria, l’ho sentita pronunciare da preti vecchissimi che salivano a fatica i gradini dell’altare, perché chi crede in Dio si sente giovane a qualunque età”.
Quindi la scelta di Benedetto XVI di liberalizzare la messa in latino ti trova d’accordo.”? una cosa sacrosanta. Ritengo che la Chiesa debba parlare in latino. Roma è l’unica città che dispone di una lingua universale e non la usa. Quanti romani conoscono il latino? C’è un grande ritorno al latino in tutto il mondo, a Oxford, a Cambridge, all’università di Seattle… Solo da noi è considerato un fatto di arretratezza”.A questo punto un lettore che non conosca la tua biografia potrebbe pensare che tu abbia passato la vita nelle sacrestie. Invece mi tocca ricordare che sei stato molti anni nel partito comunista.”? stata la Chiesa progressista a farci diventare tutti comunisti”.Caspita.”Se faccio una cronistoria del mio percorso a sinistra noto che ho cominciato a distaccarmi dalla Chiesa dopo il Concilio, proprio in coincidenza con la fine della messa in latino. Paolo VI subiva l’influenza nefasta dei cattolici francesi iperprogressisti, primo fra tutti Maritain, e io stesso non facevo che leggere e sottolineare gli scritti di padre Balducci. Partendo da questi teologi fu inevitabile arrivare a Rodano”.Il padre del cattocomunismo.”Sì, ma anche nel periodo in cui ero iscritto al Pci ho sempre recitato il Padre Nostro prima di addormentarmi e al mattino appena sveglio”.E quand’è che sei tornato papalino?”Intorno ai quarant’anni ho ricominciato a frequentare le chiese, quando vidi prima mio padre e poi mia madre affrontare cristianamente la sofferenza”.Furono loro a darti la prima educazione religiosa?”I miei genitori erano cattolici molto praticanti e molto osservanti. La vita di famiglia era scandita dalle feste religiose, si rispettava il venerdì di magro, prima di mangiare ci si faceva sempre il segno della croce. Venni mandato all’asilo e poi alle elementari dalle suore di Maria Bambina, un convento del mio paese, Corteolona, nella Bassa Pavese. Facevo parte dell’Azione Cattolica e servivo da chierichetto. Il mio grande divertimento era mettere le mani sul turibolo, oggi quasi scomparso, per diffondere l’incenso. Ricordo grandi messe cantate, grandi funerali, grandi addobbi, un gran numero di preti, celebranti, concelebranti, diaconi, suddiaconi… Per la gente del nostro piccolo mondo di campagna la messa era anche uno spettacolo”.
A proposito di spettacoli, come resisterai alle tentazioni del cinema? Da oggi chissà quante attrici ti cercheranno per avere una parte…”Adesso dovrò pregare un po’ di più e dovrò essere più cauto. Chiederò aiuto alla fede e anche al mio senso del ridicolo”.Eccoci finalmente al Rossella dandy, l’uomo che non si scompone mai.”Non voglio correre il rischio di fare la fine del professor Unrat, il coprotagonista de L’angelo azzurro”.Il vecchio signore che pur di stare con la giovane Marlene Dietrich accetta ogni umiliazione?”Quello. Una mattina all’aeroporto di Falconara ho visto i vecchietti aspettare le russe. Poi ho visto quelli che aspettano le cubane, le ucraine, le moldave. Oltre a L’angelo azzurro bisognerebbe imporre agli anziani la visione di Birthday girl, il film con Nicole Kidman che mostra i rischi legati alle ragazze esotiche. Bisogna lasciar fare alla natura, basta non andare in giro col Viagra in tasca e invecchiando diventa più facile rispettare anche i comandamenti che da giovani sembravano i più ostici”.Ad esempio?”Il sesto e il nono. Mi è capitato di desiderare la donna d’altri. Ma è acqua passata, a giorni festeggerò i trent’anni di matrimonio”.Finalmente qualcuno che pratica la vecchia cara indissolubilità.”Conosco persone che si sposano con l’idea di stare insieme solo due o tre anni. Ma che senso ha? Io sono andato al Family Day perché la famiglia è stata devastata con la distruzione dell’autorità del padre. Nella Chiesa in passato hanno cercato di fare qualcosa di simile, attaccando l’autorità del Papa. Negli anni Settanta ricordo tanti preti favorevoli al divorzio e poi le campagne contro il celibato ecclesiastico. Anch’io avevo dei dubbi ma adesso ho capito: i seminari sono vuoti non perché i preti non si possono sposare ma perché non possono guadagnare, quella che un tempo era una promozione sociale è diventata una diminuzione sociale, una scelta di povertà e di sacrificio. Oggi fare il parroco in certi quartieri periferici di Milano, di Roma o anche di Pavia è un atto di eroismo”.A messa dove vai?”La domenica sono quasi sempre a Pavia e vado in Duomo o al Carmine o a San Giovanni Domnarum. Se invece rimango a Roma vado alla chiesa di Gesù e Maria dove la messa è in latino oppure a San Carlo al Corso dove c’è il rito ambrosiano”.
Se il confessore ti chiedesse un bilancio della tua direzione al Tg5 dal punto di vista cristiano, che cosa gli diresti?”Che al Tg5 ho difeso i nostri valori e ne sono contento, che ho creato una redazione vaticana che prima non c’era e ne sono contento, che ho appoggiato il cardinale Ruini e ne sono contento. Ed è rimasto contento anche lui, visto che a Pasqua è venuto a benedire la redazione”.Camillo Langone Il Giornale