Sussidarietà, la strada verso il bipolarismo mite

All’indomani del convegno promosso dalla Compagnia delle Opere del Trentino Alto Adige (di cui riferisco nell’articolo precedente), mi sembra interessante proporre la lettura del testo che segue, sintetizzato nell’intervento del consigliere provinciale di Forza Italia Walter Viola (nella foto). Si tratta del programma di legislatura dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, al quale aderiscono deputati e senatori di varie forze politiche sia del centrodestra che del centrosinistra (da Maurizio Lupi di Forza Italia ad Antonio Polito dell’Ulivo, da Gianni Alemanno di Alleanza nazionale ad Ermete Realacci della Margherita), accomunati dalla volontà di cercare insieme, partendo appunto dal principio di sussidiarietà, alcune soluzioni ai grandi problemi del Paese. Il che non significa censurare le differenze, ma credere nella possibilità di un dialogo costruttivo che scaturisca dall’identità specifica di ciascuno. 

«Veniamo da un importante appuntamento elettorale e i primi mesi di questa legislatura, così come la precedente, confermano, ancora una volta, le difficoltà del nostro bipolarismo. Una difficile eredità storica ha contribuito a creare una contrapposizione tra i Poli che troppo spesso ha condotto ad un clima di scontro pregiudiziale, facendo dimenticare che le riforme più importanti hanno bisogno, almeno in via preliminare, di uno spirito di condivisione.

Ripartire dall’Italia che cresce.

L’Italia, la nostra economia e l’intera società attraversano un momento difficile. La crisi non si supera solo perché vince uno schieramento piuttosto che un altro; occorre aver a cuore il bene del Paese più che la propria parte. La classe politica ha dimostrato più volte di esserne capace. Occorre ridare fiducia al Paese ripartendo dai suoi punti di forza che possono essere sintetizzati in due parole: identità e qualità. Noi crediamo che occorra partire da una visione positiva, da quel che di buono è presente nel nostro Paese. Sussidiarietà è una delle parole chiave per intraprendere questo cammino. Ciò significa mettere chi non è in grado di operare in condizione di riuscire e chi opera in condizione di fare meglio, perfezionando il rapporto pubblico-privato in modo tale che tra Stato, società e mercato ci sia reciproca valorizzazione e non prevaricazione. Non tutto ciò che è pubblico deve necessariamente essere statale: pubblico è tutto quel che contribuisce al bene comune.

L’Intergruppo, per costruire un bipolarismo mite.

Questo è stato lo spirito con cui, in questi anni, si è mosso l’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Un luogo che è stato innanzitutto uno spazio di discussione e di lavoro sui problemi concreti del Paese, al di là e forse anche al di sopra della dialettica politica che divide maggioranza e opposizione. Crediamo che il bipolarismo, in termini di efficacia e trasparenza del sistema sia una conquista irrinunciabile; ma che la strada da percorrere sia quella di un bipolarismo mite, stemperato di ogni forma di antagonismo di tipo ideologico, basato sul rispetto reciproco e su una unità di intenti che è un requisito indispensabile per affrontare le riforme necessarie al bene del Paese. Capace di cercare e sviluppare, ognuno nel rispetto del proprio ruolo, politiche ampiamente condivise. Dialogare, infatti, non significa annullare la propria identità perché, senza identità, non può esserci dialogo.

La sfida che ci attende.

Il compito è tutt’altro che semplice. È a noi che spetta la responsabilità di ridurre le distanze tra la politica e i bisogni dei cittadini, se non vogliamo che vinca la politica intesa come personalizzazione del confronto, demonizzazione dell’avversario, estremismo. Riprendendo il lavoro fatto in questi anni, riteniamo utile partire da una piattaforma di punti condivisi che possa essere di aiuto per un confronto tra le parti e servire da fondamento per un’agenda delle nostre priorità.

Un’agenda condivisa per il futuro del Paese

?  Una politica al servizio della persona. Ciò che può salvare l’Italia da un possibile declino è un’inversione di tendenza rispetto al passato, che ponga l’investimento in capitale umano al centro della vita economica, sociale e politica. Tutto ciò passa per una scommessa sulla conoscenza, sulla ricerca, sull’innovazione, sulla qualità; passa per la valorizzazione del capitale sociale e del lavoro. Nessuna risorsa deve essere dispersa. Per questo, ad esempio, lavoreremo per l’approvazione di una legge sui “Piccoli comuni”, volta a difendere e valorizzare le straordinarie risorse dei nostri territori e delle comunità per una grande scommessa sul futuro, per una modernità a misura d’uomo. Investire in capitale umano non significa solo valorizzarne gli aspetti economici. Occorre ridare centralità alla famiglia, nucleo fondamentale della società, promuovendola come risorsa essenziale per l’educazione e lo sviluppo. Dobbiamo dare vita ad un sistema che metta le persone e le comunità al centro dei processi di creazione di valore, facendone attori e protagonisti della vita delle istituzioni, delle aziende, della società. Per questo bisogna assicurare spazi di libertà all’educazione favorendo la massima inclusione dei cittadini all’interno del sistema scolastico e innalzando così il livello della nostra cultura e della nostra formazione. Dobbiamo realizzare un sistema scolastico in grado di promuovere il merito e di valorizzare le eccellenze e ripensare la formazione come un obiettivo costante lungo il cammino professionale della persona.

?  Più società fa bene allo Stato.

I processi di decentramento dei poteri, con lo spostamento dei meccanismi decisionali e la valorizzazione dell’eccellenza e del merito, con la complementarietà tra strutture pubbliche e private che erogano i servizi, hanno un minimo comun denominatore: un maggiore protagonismo della società e una riduzione progressiva della centralizzazione delle competenze. Una corretta attuazione della sussidiarietà verticale permetterà di evitare la realizzazione di un nuovo centralismo della Regioni e rafforzerà, invece, il comune senso di responsabilità, promuoverà forme associative intercomunali, amplierà gli ambiti di autonomia finanziaria degli enti locali, realizzerà strumenti di governance capaci di coinvolgere i privati e le loro aggregazioni nei processi decisionali locali. In tal senso, fra le due grandi sfide che ci attendono in questa legislatura vi sono sicuramente la piena attuazione del federalismo fiscale e l’approvazione di una legge sulla impresa sociale e sul non profit. Non va dimenticata l’importanza di una piena attuazione della sussidiarietà fiscale, con l’obiettivo di riconoscere al contribuente la possibilità di concorrere alle spese pubbliche destinando direttamente una parte dell’imposta a soggetti non profit ritenuti meritori, attraverso una forma di contribuzione «più etica» e tagliando dal basso la spesa sociale inefficiente (ne è esempio la legge cosiddetta «+ Dai –Versi» approvata nella scorsa legislatura grazie al lavoro dell’Intergruppo e l’introduzione del 5 per mille nella Finanziaria 2006). La sussidiarietà fiscale è anche la leva che permetterà di incentivare e far crescere l’economia reale, che creerà una finanza trasparente al servizio della produzione, dell’impresa e del lavoro e non della rendita di posizione. È attraverso la sussidiarietà fiscale che si potrà sostenere in modo concreto chi investe nello sviluppo.

?  Liberalizzare bene, liberalizzare tutto: la strada per combattere il «partito della rendita».

I prossimi decenni saranno determinati dalla capacità di innovare. Chi sarà in grado di farlo sarà competitivo, chi non lo farà non troverà rimedio neanche delocalizzando, tentando di contenere i costi o cercando di allargare la propria rete commerciale. Occorre un nuovo modo di intendere non solo l’innovazione, ma tutto il sistema imprenditoriale: non uno statalismo statico ed inefficiente, né un liberismo astratto che, riproponendo schemi ottocenteschi, dimentica l’uomo quale primo fattore di sviluppo, ma politiche che favoriscano per le PMI la possibilità di creare sinergie, di fare sistema, di «con-correre, per competere». Occorrono politiche in grado di favorire lo sviluppo di un circolo virtuoso tra imprese, sistema della ricerca, sistema finanziario e politiche di sostegno. Questa è la strada per la competitività. Una strada che chiede in primo luogo di:

. Combattere il «partito della rendita» a tutti i livelli e in tutte le forme: lo statalismo inefficiente, l’appropriazione delle risorse pubbliche, la limitazione della concorrenza, il privilegio, il parassitismo. Difendere lo status quo non è lavorare per il bene comune.

. Riequilibrare il sistema verso un’economia reale che metta una finanza trasparente al servizio della produzione, dell’impresa e del lavoro.

. Incoraggiare chi intraprende con quadri normativi appropriati e con meccanismi (detrazioni e deduzioni, crediti di imposta, finanziamenti connessi ai risultati) che valorizzino il merito e stimolino il protagonismo, la partecipazione, l’assunzione di responsabilità, la cooperazione, la mutualità e le libere scelte nei percorsi di vita, lavoro e impresa.

In questo quadro il sistema dei distretti è tuttora irrinunciabile per l’Italia perché è un sistema misto tra economico e sociale che ha permesso lo sviluppo storico del Paese e che ha saputo finora – sia pure in modo problematico ma che proprio per questo avrebbe meritato più attenzione da parte della classe politica – essere fonte di risposta continua alle istanze della globalizzazione, compresa quella che si manifesta sotto forma di innovazione incrementale. Il distretto «vecchia maniera», però, non regge più. Bisogna allora pensare a modifiche all’interno del sistema distretto che lo rendano più dinamico e che accrescano la sua capacità di innovazione e di integrazione».

Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, Nicola Rossi, Gabriele Albonetti, Alfredo Mantovano, Maurizio Sacconi, Gianni Alemanno, Nicodemo Oliverio, Stefano Saglia, Angelino Alfano, Antonio Polito, Ugo Sposetti, Luigi Bobba, Andrea Ranieri, Tiziano Treu, Giampiero Cantoni, Umberto Ranieri, Luca Volontà, Luigi Casero, Ermete Realacci

Segreteria Organizzativa Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà – Camera dei Deputati Palazzo Marini Via Poli, 13 00187 Roma – Tel. 06 67608812 Fax 06 67605043 – e-mail: sussidiarieta@camera.it

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Dellai al convegno della Compagnia delle Opere. Più sussidiarietà, per rafforzare la società civile

Interessanti gli interventi proposti al convegno dal titolo “Sussidiarietà significa valorizzare l’esperienza di ognuno e renderla utile per il bene comune”, che a Trento ha concluso l’assemblea elettiva della Compagnia delle Opere Regionale (dalla quale per la cronaca è uscito confermato il presidente, Giuseppe Todesca). Mi riferisco in particolare alla testimonianza di Paolo Cainelli, della cooperativa Grazie alla Vita, del settore noprofit della CdO, che si occupa di accoglienza e cura dei disabili, e alla riflessione del presidente della Provincia Lorenzo Dellai (nella foto accanto a Todesca).

Cainelli ha ripercorso l’ormai quasi trentennale vicenda della cooperativa sociale di Mezzolombardo – la prima del genere sorta in Trentino – e quella della successiva legislazione provinciale e statale in materia, documentando come la sussidiarietà non sia innanzitutto “ingegneria politica” ma un fatto, perché prima nascono le opere, dall’esigenza di rispondere alle domande destate dalla realtà e dai rapporti umani e di lavoro, e poi interviene l’ente pubblico a sostenerne l’impegno a vantaggio di tutti. Ed è significativo che la crescita di Grazie alla Vita, il cui fatturato è oggi di 1 milione e 300mila euro, più di quello di una microimpresa, non sia frutto di una strategia, ma della disponibilità a farsi carico dei bisogni incontrati. Da segnalare anche, per dire dell’utilità sociale dell’opera, che la cooperativa ha un costo medio annuo per utente di 23mila euro, mentre per l’assessorato provinciale alle politiche sociali l’assistenza dei disabili richiede almeno 32.600 euro.

“Il terreno in cui vi muovete è prepolitico”, ha esordito Dellai evidenziando il contributo della CdO al rafforzamento della società civile, necessario perché essa possa dialogare con la politica. “Del resto la stessa sussidiarietà – ha aggiunto – è un tema prepolitico trasversale ai partiti, che favorisce però il dialogo indispensabile per sfuggire ad una concezione sbagliata del bipolarismo inteso come scontro tra bande. Il dialogo prepolitico è la condizione di un bipolarismo non solo mite ma politicamente utile e intelligente. Questo è l’approccio giusto con cui la politica può ritrovare la bussola dopo una lunga fase di transizione”.

Secondo il presidente della Provincia è urgente che il Paese superi due atteggiamenti inadeguati. Il primo si oppone alla sussidiarietà verticale e appartiene a chi crede che solo lo Stato possa tutelare e certificare i diritti fondamentali, e questo spiega la lentezza e l’estrema difficoltà con cui in Italia si affermano il regionalismo e la relativa riforma costituzionale. Il secondo è invece in contrasto con la sussidiarietà orizzontale perché attribuisce allo Stato il monopolio dell’interesse generale, di cui solo l’ente pubblico può ritenersi garante. Il che giustifica la pretesa non solo di controllare ma anche di gestire tutto.

“Si tratta – ha osservato Dellai – di visioni arcaiche, legate ad una visione corporativa e soprattutto alla paura del futuro. La risoluzione di queste due grandi questioni – ha continuato – sarà imposta a livello europeo dalla necessità di cambiare radicalmente l’attuale modello di Welfare State. Diversamente, l’ente pubblico non avrà più le risorse per mantenerlo e noi saremo attratti da altri modelli inadeguati perchè non coniugano libertà e giustizia, merito e uguaglianza, solidarietà e sviluppo competitivo. E’ proprio per evitare queste ulteriori derive che occorre sperimentare la pista della sussidiarietà”.

Secondo il presidente questa sfida vale anche per il Trentino il cui portato storico non ci consegna solo una Provincia autonoma molto forte, ma anche un “polo della società civile (associazionismo, cooperazione, volontariato e no profit) fortunatamente vivo e presente. Tuttavia per Dellai anche in Trentino c’è bisogno di favorire l’evoluzione di questo sistema investendo di più sulla cultura della sussidiarietà.

“In questa prospettiva la discussione sulla riforma del Welfare potrà rivelarsi senso un’occasione importante di dialogo e confronto di qualità e senza pregiudiziali alla ricerca di soluzioni nuove”. Certo – ha precisato il presidente – anche l’autonomia fiscale è un obiettivo che la Provincia deve perseguire per dare più libertà ai soggetti della società civile e ridurre la loro dipendenza dai finanziamenti pubblici. “Tuttavia – ha aggiunto – sussidiarietà vuol dire soprattutto rifare il Welfare, superando le stanchezze che il nostro sistema ha accumulato e muovendosi sul piano della qualità. Nel nostro sistema sociale, infatti, purtroppo non sempre l’offerta segue la domanda come nel caso di Grazie alla Vita, ma la domanda è indotta dall’offerta. Non si tratta semplicemente di trasferire responsabilità e poteri dal pubblico al privato ma di rimettere completamente in discussione un modello ormai inadeguato”.

Dellai ha infine voluto “lasciare” alla CdO un pensiero non da presidente della Provincia ma da cittadino e da cattolico. “Al di là di come i partiti e le coazioni si organizzeranno – ha detto – la domanda vera è: quanta capacità hanno oggi i cattolici di costruire insieme una società civile forte? Si tratta allora di accelerare un processo che permetta a tutte le espressioni sociali dei cattolici di collaborare alla costruzione di una società civile forte. Si tratta di un lavoro prepolitico che interessa tuttavia anche la politica, che trarrebbe solo vantaggi dal trovarsi di fronte ad una società civile forte.

La sussidiarietà – ha concluso Dellai – è molto esigente ed è in contrasto con tutti i sistemi attuali informati ai principi della delega, della attesa e della protesta dettata spesso dalla volontà di non condividere nulla con nessuno”.

Antonio Girardi

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Satira

Satira 15. 11.2006.
La vicenda della satira nei confronti del Papa ha conosciuto in questi giorni un inasprirsi della polemica; i termini della questione sono grosso modo questi: da una parte si nota come i simboli religiosi non possano essere esposti al pubblico scherno, dall’altra si rivendica l’assoluto diritto di satira, in nome della libertà di espressione.
Ma cos’è la libertà di espressione svincolata dalla realtà dei sentimenti, delle tradizioni, delle culture, insomma della vita? Qualche anno fa lessi di un signore che si presentò ad un funerale e durante il tragitto della salma dalla chiesa al camposanto cominciò a raccontare barzellette, con ciò espletando appieno il diritto di parola. Lo sventurato venne linciato dalla folla inferocita. Qualcosa di analogo accadde quando il tifoso di una squadra di calcio si mescolò agli ultrà avversari e improvvisamente, per festeggiare il vantaggio della propria compagine, si tolse la giacca mostrando orgogliosamente al divisa immacolata del club di appartenenza. In questo caso portò a casa la pelle, pur con varie contusioni, ma il suo comportamento fu giudicato dai più, perlomeno imprudente.
Per certi aspetti, nei casi rappresentati, la folla ha “censurato” due persone che avevano superato un limite tacitamente riconosciuto da tutti. In entrambe le situazioni ciò che ha generato la reazione è la presunta offesa di un sentimento, qualcosa che in senso lato possiamo chiamare sacro, cioè intangibile, sottratto alla presa della nostra volontà di intromissione.
I Codici Civili proprio per questo hanno “da sempre” previsto, per ragioni simili, il reato di vilipendio alla bandiera, o di oltraggio al sentimento religioso; un tempo la bestemmia stessa era oggetto di possibile denuncia. Tutte le culture, perciò, censurano comportamenti e messaggi che possano recare offesa all’intangibilità di alcuni valori “spirituali”. Nel caso in questione, cioè la messa in ridicolo della massima autorità religiosa cattolica attraverso delle gag -peraltro miserelle in quanto a capacità di muoverci al riso- la satira si rivela sempre più come lo specchio di un mondo privo oramai di ogni limite. Si ride dei morti, si ironizza sulle disgrazie, si sbeffeggiano le religioni, con la stessa assenza di pudore che si rivela nei reality show, dove tutto è esposto con l’obiettivo di generare consenso, evasioni, effimero, audience. In nome della creatività senza vincoli dei singoli, lo spazio privato è violato. Con analoghe motivazioni la coscienza religiosa è violata, perché colpendo il Papa si vìola sia un sentimento religioso comune sia il privato sentire di ogni singolo. Questa storia della satira dunque rivela l’arroganza di un potere mediatico oramai in preda al delirio di onnipotenza. Potere che si esercita tra l’altro non contro i potenti, non contro i fautori d’ingiustizia, non contro tutte le forme di integralismo, ma contro chi, per ruolo e autorevolezza morale non può difendersi.
Un elemento positivo però mi pare possa evidenziarsi: le reazioni indignate di molti cittadini rivelano come la nostra società possegga ancore degli anticorpi, delle autocensure che prescindono dalle leggi e che si esprimono nel sentimento di sdegno. Oggi è impensabile parlare di censura come pratica formalmente stabilita, per quanto esistano in molti campi forme di censura indiretta che tacitano coloro che sono considerati dissidenti o scomodi.
Forse, l’unica forma di censura ammessa per il futuro delle società liberali sarà questa: il sentire comune che si indigna e ci richiama alla necessità di un limite.
Saremo capaci, in futuro, di coglierlo questo limite? Se ciò accadrà lo dovremo in parte anche alla forza di stimolo morale della Chiesa. E’ questo, che sta accadendo, ora , mentre discutiamo sulla liceità o meno di certa satira.

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Mamma la Turco!

Il ministro Ferrero, pochi mesi orsono, propose le "camere per il buco", sollevando una discreta alzata di scudi. Oggi il ministro Turco, senza volare così in alto, si limita, per ora, a raddoppiare la quantità di cannabis detenibile ad uso “personale”… Forse non è malizia ritenere che stanno tentando di riemergere vecchie tentazioni sessantottine.

Nel 1973 nel suo "Underground, a pugno chiuso", Andrea Valcarenghi scriveva: "C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. è la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…". E continuava: "Fare capire al vecchio proletario che la musica, l’erba, la comune […] sono roba comunista, è fondamentale […]. Noi dovremo diventare i genitori che dovranno sentirsi in grado di prendere l’acido con i propri figli". Questo libro recava una introduzione di Marco Pannella: "Carissimo Andrea […] io amo gli obiettori, i fuori legge del matrimonio, i cappelloni sottoproletari amfetaminizzati […]. Fumare erba non m’interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige ed ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla troppo cara, sul mercato […] in carcere". In quegli anni si parlava già, assai spesso, di legalizzazione, anche se allora non appariva affatto centrale il voler sconfiggere lo spaccio illegale, ma si voleva solo difendere un principio, oppure una passione personale, come quella dei provos olandesi, che nel 1967 distribuivano ad Amsterdam un volantino di questo tenore: "Noi, Liberi e Illuminati. Noi i Giovani Insofferenti delle Restrizioni, dei Tabù, dei Divieti, Noi Amanti della Pace e dell’Amore […] rendiamo oggi legale per tutto il pianeta la coltivazione e il consumo della Marijuana…". Per restare in Italia, in un suo saggio del 1979 intitolato Droga e legge penale. Miti e realtà di una repressione, Giovanni Maria Flick, poi divenuto ministro di Grazia e Giustizia, scriveva: "Una prima alternativa ed ipotesi di lavoro è rappresentata dalla possibile liberalizzazione totale del fenomeno droga in senso ampio […]. L’ipotesi non è forse così paradossale e aberrante, come potrebbe sembrare a prima vista, per la possibilità di prospettare una serie di argomentazioni non trascurabili a favore di essa. In effetti, ove si abbiano presenti le motivazioni poc’anzi accennate del ricorso alla droga in chiave, in ultima analisi, di ricerca di una propria identità ed autenticità, si affaccia quanto meno il dubbio sull’accettabilità di una repressione delle manifestazioni di tale ricerca […]. Da un lato, il ricorso alla sostanza stupefacente o psicotropa può, di per sè ed in linea di principio, considerarsi una espressione di autodeterminazione (ancorché più o meno cosciente) e quindi in ultima analisi una espressione di libertà morale. La droga è espressione di libertà morale […], una scelta individuale di ricerca del piacere, di rifiuto della sofferenza, di sottrazione alle convenzioni". Ebbene queste idee erano momentaneamente tornate, espresse con più prudenza, all’epoca dei passati governi Prodi e D’Alema, attraverso l’attivismo dei movimenti antiproibizionisti radicali e comunisti. Proprio nell’aprile 1998, sulla rivista Cannabis, che pubblicizza e diffonde l’uso della cannabis: "Depenalizzazione della coltivazione della canapa da fiore e per la cessione di piccole quantità ad uso individuale o comunitario […]. Depenalizzazione di tutti i reati (minori) per lo più connessi all’uso o piccolo spaccio di qualsiasi droga esistente sul mercato […]. Distribuzione/legalizzazione controllata delle varie droghe dette pesanti". Proprio in contemporanea con queste proposte il governo dell’Ulivo auspicava la depenalizzazione del "consumo di gruppo, autoproduzione e cessione gratuita di droghe leggere", mentre il Ministro Flick, rimanendo fedele alla sua storia, proponeva la "non punibilità del consumo domestico di cannabis: la cosiddetta marijuana sul davanzale". Ecco, la paura è legittima: qualcuno è ancora convinto, trent’anni dopo, che la droga sia una “espressione di libertà”?

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Soldi ai separati. Il danno degli aiuti provinciali

Quello che segue è il testo integrale del comunicato stampa appena diffuso (oggi, alle 17.00) dalla Giunta provinciale. Subito dopo, il mio commento. «Crescono le separazioni, e crescono di pari passo i problemi legati al mantenimento dei figli nati nel corso delle unioni.

Le statistiche realizzate in alcune regioni italiane dicono che una percentuale anche del 35-40% dei genitori che hanno l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento del minore all’altro genitore (quello affidatario) non lo fa.

Quasi sempre è l’uomo a non ottemperare a questo obbligo, vuoi per difficoltà oggettive, vuoi per altre ragioni. Il peso economico del mantenimento del minore viene quindi a gravare interamente sulla donna, soggetto già di per sé più debole sul mercato del lavoro.

Per ovviare a questo problema la Giunta provinciale ha dato oggi il via libera ad un disegno di legge presentato dall’assessore alle pari opportunità Iva Berasi e dall’assessore alle politiche sociali Marta Dalmaso.

La proposta disciplina l’erogazione anticipata , al genitore, o ad altro soggetto affidatario, dell’assegno di mantenimento del minore, qualora esso non sia corrisposto dal genitore obbligato nei termini e alle condizioni stabilite dall’autorità giudiziaria.

L’impegno previsto è di 250.000 euro all’anno circa. Il minore deve risiedere nella provincia di Trento e la condizione economico-patrimoniale del nucleo familiare a cui appartiene (assieme dunque al genitore affidatario) non può superare i parametri fissati dalla Provincia. Non può inoltre richiedere l’assegno il genitore affidatario che continui a convivere con l’altro genitore obbligato al mantenimento.

Le famiglie monogenitoriali in Trentino erano nel 2003 il 14,9% del totale dei nuclei familiari. Nell’85% dei casi sono costituite da donne sole con figli. Il trend, com’è noto, è in crescita».

COMMENTO

Le cifre sono davvero impressionanti. Del resto chiunque abbia figli a scuola sa quanto numerose siano oggi anche in Trentino le famiglie spaccate da divorzi e separazioni. E sa anche sa quale dramma umano e di rapporti interpersonali si nasconda dietro queste esperienze laceranti.

Lo dico perché separazioni e divorzi sono presentati dai mass media e da molti politici come una prassi normale  e sostanzialmente indolore, le cui possibili conseguenze negative si possono neutralizzare e superare.

Al contrario, per chi le vive queste ferite sono talmente profonde che difficilmente si rimarginano.

Ma quel che è peggio è che soprattutto nei figli, nei bambini e nei ragazzi che dei matrimoni falliti, specie se malamente, sono le vittime principali, si insinua l’idea che da grandi non si uniranno mai stabilmente con qualcuno dell’altro sesso. Non tanto perché lo teorizzino, ma perché questa tragedia è entrata a far parte della loro identità individuale, ed erode come un tarlo interiore anche solo il pensiero di sposarsi, o che nella loro vita, in caso di matrimonio, sarà possibile rimanere insieme più di tanto.

Credo che provvedimenti come quello proposto dalle “assessore” della Giunta provinciale per sopperire alla cialtroneria di certi separati, siano molto più dannosi che utili. Dannosi perché per risolvere alcuni problemi ne creano altri, forse meno visibili ma sicuramente più gravi.

Non so infatti quanto positivo sia per le vittime (donne) ma soprattutto per i colpevoli (gli ex mariti), sentirsi rassicurati dal fatto che "mamma Provincia" rimedierà al mancato pagamento degli alimenti.

Chi garantisce che l’intervento pubblico, giustificato dall’esigenza di aiutare la parte debole (donne e bambini), non abbia anche il sapore di un alibi, se non addirittura di un incentivo per il coniuge inadempiente?

E chi ci dice, soprattutto, che per lenire gli effetti di separazioni e divorzi non si incoraggi un fenomeno come questo, giù fin troppo diffuso e devastante? Non si favorisca, cioè, la progressiva dissoluzione del cuore stesso dell’umana convivenza, da cui dipende l’equilibrio affettivo di ciascuno e al tempo stesso il futuro della società, vale a dire della famiglia fondata sul matrimonio, civile o religioso che sia? Ultimo interrogativo: perché il governo provinciale non investe invece questi 250.000 euro per sostenere le associazioni che operano a favore dell’unità delle famiglie e per salvare i matrimoni in crisi?

Gian Burrasca

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La ragione, esigenza di totalità

Ho trascritto e riordinato per titoli gli appunti presi ieri sera nel corso dell’incontro all’auditorium di Trento con don Julian Carron (nella foto), presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, che ha presentato il libro di Luigi Giussani "Il rischio educativo". Tema della serata: "L’educazione come fattore costruttivo di persona e popolo". Seguito da più di 1.500 persone (anche da un vicino teatro in videoconferenza diretta) e promosso dal rettore dell’Università Davide Bassi insieme al presidente della Cooperazione trentina Diego Schelfi, si è trattato di un vero e proprio evento per la nostra regione. I brani citati mi sembrano fra i più significativi, ripresi purtroppo solo in minima parte dalla stampa, e riflettono il nucleo sia dell’intervento introduttivo che delle risposte di don Carron alle domande emerse in sala.

Destare l’interesse 

 «Oggi un educatore non può dare per scontato che un soggetto abbia il desiderio di imparare. Il problema è che tante volte questo desiderio di imparare non c’è. Occorre dunque ridestarlo. La Chiesa ha lo stesso problema, perché non può dare per scontato l’interesse per la fede. Deve destarlo. Ci troviamo davanti ad una profonda crisi dell’umano. Sembra che niente interessi abbastanza per mettere in moto l’io. Questo succede perché c’è negli adulti uno scetticismo che sono soprattutto i giovani a pagare. Senza qualcosa di vero da proporre, gli adulti non riescono ad interessare i giovani, e allora restano solo i richiami etici e moralistici, che però non sono in grado di mobilitare l’io. Ciò che è in crisi è il nesso misterioso che unisce il nostro essere con il reale.

La domanda di totalità

L’educazione esiste quando qualcuno è introdotto alla realtà nella sua totalità. Ma il punto di partenza è la realtà che continua a ridestare una domanda di totalità. Quali che siano le circostanze in cui si trovano, questa domanda continua a sorgere soprattutto nei giovani. Ecco perché con l’educazione occorre offrire loro un’ipotesi di significato esplicativa della totalità della realtà. Non a caso ad un bambino non interessano i singoli pezzi di un giocattolo ma il suo significato Sarebbe assurdo regalare a un bambino un giocattolo senza svelargliene il significato.

Tradizione, autorità, obbedienza

Il passato è la ricchezza di un popolo che serve alle generazioni per evitare di dover ricominciare ogni volta la storia da capo. Questa è la tradizione. C’è bisogno che a presentarla ai giovani sia un’autorità, cioè una persona piena di affezione per un passato che gli permette di vivere il presente in modo affascinante. Autorità è un adulto che mette nel reale tutto se stesso, che sa affascinare e sfidare gli altri per il suo modo di vivere. L’autorità non sostituisce ma ridesta le domande e lo spirito critico. Anzi. Cerca la critica perché sia possibile la verifica di quel che propone. L’autorità è un volto che abbiamo bisogno di rintracciare perché ci guidi nella strada della vita. Occorre che come educatori ci chiediamo se abbiamo presentato la tradizione con sufficiente interesse e fascino per avere la capacità di trascinare l’interesse dei ragazzi. L’obbedienza è messa in moto se ci troviamo di fronte a qualcosa che ci fa diventare di più noi stessi, che risponde all’attesa del cuore. Allora nasce la curiosità, lo stupore e il tentativo di seguire per immedesimarsi nelle ragioni dell’autorità.

La sfida alla ragione

Una cosa diventa nostra solo se la mettiamo alla prova per verificare se corrisponde alle esigenze del cuore. Dove manca la sfida continua alla ragione non esiste educazione, perché non si riesce a mettere in moto il centro dell’io come ragione, libertà e affezione. Trovare un luogo e persone che ridestano l’io sarà la vera possibilità di speranza per il popolo. La ragione è questa esigenza di totalità che emerge di fronte al contraccolpo del reale. Si è invece ridotto il concetto di ragione a qualcosa che si può misurare. Per questo Benedetto XVI nel suo discorso a Ratisbona ha proposto di allargare la ragione perché essa non sia ridotta ad un tipo di sapere o ad un tipo di razionalità che non risponde all’esigenza di totalità dell’io».

Antonio Girardi

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Il Codice da Vinci e la verità su Gesù

La Parrocchia di S.Giovanni di Borgo Sacco, (Rovereto) organizza un incontro con il prof. Marco Fasol, autore del libro "Il codice svelato", dal titolo "Il Codice da Vinci e la verità su Gesù". L’appuntamento è fissato per venerdi 10 novembre ad ore 20:30  presso l’oratorio di Borgo Sacco, in via Zotti.  Volentieri diamo risalto all’iniziativa, che tra l’altro ci ha visti promotori alcuni mesi fa di uno stesso incontro a Trento proprio con Marco Fasol. Considerato il successo di pubblico, ottenuto in quell’occasione e la capacità dell’autore di mettere in luce i retroscena a dir poco "surreali" di Dan Brown, consigliamo vivamente la partecipazione.

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News su Maria Vika dalla Bielorussia

Qualche aggiornamento su Maria-Vika, l’orfana bielorussa costretta a rimpatriare per motivi e a condizioni ancora ignote alla pubblica opinione italiana. Le notizie sono due: adesso è in affido temporaneo nella stessa famiglia che ha adottato il fratello (che Maria aveva ritrovato grazie ai coniugi di Cogoleto, non certo grazie alla solerzia dei bielorussi). La quale famiglia ha fatto sapere che se non avrà aiuti economici non potrà tenere Maria con sè.

La seconda notizia è che un giornalista del Secolo XIX di Genova le ha telefonato e la bambina ha detto che vorrebbe tornare in Italia. E qui il festival dell’ipocrisia, tutti a protestare per l’intrusione del giornalista nella vita della bambina.

Certo, quando Maria-Vika aveva raccontato di volersi suicidare pur di non tornare nell’orfanatrofio dove aveva subito violenza, ci si era agitati di meno. I discorsi che si sentivano in giro erano: ma si sa che i bambini dell’est negli orfanatrofi spesso sono abusati! Invece adesso, dopo la telefonata, tutti a strapparsi i capelli, a protestare per lo scandalo…oddio la privacy! In un commento surreale sul corriere, Isabella Bossi Fedrigotti invita a far calare il silenzio su Maria, per farla tornare alla vita normale.

La verità è semplice, invece, ed è sotto gli occhi di tutti: nascondendo Maria, contro la legge, i coniugi Giusto l’hanno realmente tutelata, perchè adesso la bambina è sotto i riflettori, e la Bielorussia difficilmente si può permettere di riportarla dove è stata seviziata. Sarà illegale, ma ha funzionato.

Sarà stato sbagliato (?), ma adesso la bambina è curata e seguita come prima non era mai successo, come prima non era stato possibile.

La seconda considerazione è che per Maria la sua famiglia è quella italiana. Lo ha sempre detto, non si capisce perchè avrebbe dovuto cambiare idea.

E la cosa più ridicola è che invece se Madonna si prende i bambini in Malawi senza rispettare le leggi, tutto va bene, perchè è ricca. Sicuramente più dei coniugi Giusto. Pecunia non olet, et piace a tutti.

(tratto da un articolo di Assuntina Morresi nel sito Stranocristiano.it)

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Sabato 25 novembre la Giornata della Colletta Alimentare

E’ in programma anche in tutta la nostra regione, sabato 25 novembre, la decima Giornata della Colletta Alimentare.

Promossa dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus del Trentino Alto Adige con la collaborazione delle sezioni locali dell’associazione Nazionale Alpini e i Nuvola (protezione civile), quest’anno la Giornata della Colletta Alimentare coinvolgerà nel nostro territorio oltre 2000 volontari, che in 150 supermercati raccoglieranno i prodotti appositamente acquistati e consegnati loro dai clienti all’uscita

Sarà poi lo stesso Banco Alimentare a stoccare gli alimenti e ridistriburli a 33 associazioni ed enti convenzionati rispondendo così al bisogno di più di 6000 persone.

Tutti possono partecipare all’iniziativa sia come volontari sia come acquirenti dei prodotti da lasciare al Banco Alimentare. Per avere informazioni e aderire alla Giornata della Colletta basta rivolgersi a Duilio Porro, presidente del Banco Alimentare del Trentino Alto Adige-Onlus (cell: 328-8217330).

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Il grido del ragazzo 28. 10 .2006

“Ci avete reso teppisti di mezza tacca perché non siete forti abbastanza. Non ci avete indicato nessuna strada che abbia un senso, perché questa strada voi stessi non l’avete e non siete riusciti a cercarla.” Queste sono le parole di un giovane maturando tedesco; esse rivelano il vuoto morale, l’assenza di radici, la condizione di abbandono cui sono spesso relegati i giovani da generazioni di adulti, “che per non condizionarli”, hanno smesso di educarli. Ma dalla voce del ragazzo si leva un grido: aiutateci! Cosa rispondiamo a questo ragazzo? Oltre la buona volontà dei singoli, cosa rispondono le istituzioni? Si avverte un gran silenzio, l’unica voce che si leva forte e chiara è quella del Papa. Gli intellettuali “laici” sembrano assillati da un solo problema: che i pronunciamenti della Chiesa non turbino la purezza della laicità; essi sembrano non vedere la crisi che attraversa le generazioni: la perdita della speranza, della capacità di progetto, del valere della rinuncia. Essi non vedono o non vogliono vedere, che l’unico valore rimasto è l’individualismo. Essi parlano di società multiculturale e perciò relativista, confondendo il relativismo con la Babele. Si parla di morale soggettivista, si parla di rispetto della persona, ma non ci si rende conto che la prima vittima del soggettivismo morale è la persona stessa che si trova a vivere in un deserto privo di riferimenti e vittima di ogni seduzione. Se qualcuno parla di riscoperta delle radici ebraico-cristiane rischia di infastidire persino certi ambienti cattolici “progressisti”, tanto preoccupati di occultarle, le radici, e di scomparire nel mondo, con ciò credendo di andargli incontro, al mondo, di essergli più graditi. Ma il ragazzo “del grido”, ha bisogno di vedere, di sentire, di incontrare, di parole forti, di preti forti, di maestri forti, proprio come Benedetto XVI. Il ragazzo non sa che farsene di amiconi stralunati e scettici, tristi e dubitanti di tutto. Non gli importa nulla della “democrazia nella chiesa”, egli, oltre la fecondità dei dubbi, vuole delle scelte, vuole delle proposte e rivendica una direzione.
I “sacerdoti della laicità”, i sacerdoti dello stato neutrale, delle leggi neutrali, declamano i principi racchiusi nella carta costituzionale; li dicono sufficienti per delineare “la pubblica morale”. I “sacerdoti della laicità,” enunciano belle parole: rispetto, diversità, giustizia, uguaglianza, diritti. Ma esse, le parole, restano flatus voci, perché non si incarnano in un sentire comune, perché sono troppo generiche. Un tempo, quando furono fissate nella carta costituzionale non era così; ma un tempo, laici e cattolici sentivano nello stesso modo, si intendevano sull’essenziale. Perché erano cristiani nello spirito, tutti, per dirla alla Benedetto Croce.
Ma oggi, il sentire non è comune, è dilagata la cultura radicale, è dilagato l’individualismo; e le macerie le vediamo. Su tematiche un tempo condivise oggi si dibatte, vacillano i dati elementari che qualificavano la persona, la famiglia, il senso del procreare, la vita, la morte. Gli accordi si raggiungono soltanto attorno ai grandi proclami su pace e giustizia, proclami irrilevanti per la quotidianità dei più. Spesso l’amore per il lontano maschera l’odio per il vicino.
La laicità si è ridotta ad una mera regolamentazione degli interessi contrapposti e la verità è ritenuta irraggiungibile dalla ragione, declassata al rango di convenzione mutevole con il tempo e con le mode. Questa idea di laicità, nata con la rivoluzione francese, ha un vizio d’origine, essa nasce contro il passato, contro la tradizione, contro le religioni, contro la Chiesa.
Da allora, il dogma della stato laico si è librato su tutto, animato intimamente dall’idea di rifare il mondo ex novo. Uno dei frutti di questa idea è oggi l’individualismo.
Per esso, i diritti dei singoli, stanno dilagando ed erodendo ogni terreno comune, perciò l’uomo è sempre più solo.
Da molte parti perciò, si affaccia sulla scena pubblica la rivendicazione di una riscoperta dell’Ethos comune e questo bisogno è sollecitato con forza, tra gli altri, dalla Chiesa Cattolica.
Ma la vecchia idea di laicità non muore, e questo è il motivo per il quale da certi ambienti ogni pronunciamento ecclesiastico è visto con sospetto se non inviso. Per lo stesso principio di laicità, ogni espressione della civiltà cristiana che osi uscire dal privato deve essere represso, additato come confessionale, intollerante, contro la libertà di coscienza. Ma cosa resta dei valori senza l’apporto cristiano? “La politica senza teologia è assurda. Tutto ciò che ha a che fare con la morale e con l’umanità fa riferimento al messaggio biblico.” Queste sono parole di Horkheimer, neo marxista co- fondatore della scuola di Francoforte. Lo stato laico neutrale, come ben visibile è destinato alla rovina, alla decomposizione del proprio tessuto sociale, perché i valori condivisi saranno sempre meno. Conflitti fra leggi, gruppi di pressione, principi costituzionali, gruppi religiosi spontanei, seduzioni mediatiche e commerciali, genereranno una situazione di lotta perenne e la resa di ogni principio morale al criterio dell’utile.
Oltre le costituzioni credo vada ricostruito un comune patrimonio morale. Per fare questo, non solo è necessario tornare all’educazione correttamente intesa, ma pure riscoprire le virtù che sono il mezzo attraverso cui i principi vengono tradotti in azioni. Le virtù dovrebbero tornare al centro del dibattito pubblico. E’ necessario un nuovo patto fra credenti e non credenti accomunati da un concetto di laicità diverso, nuovo, capace di valorizzare gli apporti del cattolicesimo, delle grandi tradizioni religiose e della parte migliore dell’umanesimo laico. Di questo, penso, il Papa si sia fatto interprete, con coraggio e determinazione riportando l’essere cristiani fuori dal tempio, riproponendo, nell’agorà del pensiero, la bimillenaria sapienza cristiana, perché tutti possano trarne beneficio. Questo significa rispondere al grido del ragazzo. Il futuro è l’origine direbbe Gadamer, non dimentichiamolo.

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