Franco Cardini contro Ken Follett.

“Non credevo in Dio vent’anni fa così come non credo oggi. Ciò che è effettivamente cambiato è la mia consapevolezza di tutto il male che può essere fatto in nome della religione… La Peste (del 1347-52) rivelò a tutti la verità: il clero era completamente impotente…

La scoperta dell’infezione batterica ha permesso di salvare la pelle a milioni di persone dimostrando che i pregiudizi antiscientifici della religione non avevano alcun fondamento”. Non varrebbe la pena di perder tempo e inchiostro citando questo bouquet di sciocchezze, di banalità, di errori e di bugie: se esso non fosse uscito ohimè – salvo auspicabili ma improbabili smentite – dalla bocca di uno dei più arcinoti, arciletti e idolatrati scrittori del nostro tempo; e se un intervistatore di “Panorama” di questa settimana non l’avesse religiosamente raccolto e trascritto, senza un commento che non sia ammirato e lusinghiero. Come oro colato. E di oro, perdinci, non si tratta davvero.

L’effigie di Ken Follett, il celebre autore di thrilling e di spy-stories tra i più venduti al mondo, occupa trionfale la copertina del noto settimanale, dove si annunzia esultanti: “Scienza e religione: le colpe della Chiesa” e dove si presenta il suo nuovo libro, Mondo senza fine, come “un atto di accusa contro il clero”.Il libro non è ancora nelle librerie, ma è già un best seller annunziato: e diverrà tale, per forza di cose, dal momento che la potente macchina mediatica del suo editore è già in moto e le foto dell’autore campeggiano in tutte le grandi librerie. Uno sforzo notevole, che avrà una ricaduta sicura. Ma a tutto c’è un limite. Nulla da dire sul Follett autore di thriller di successo, come La cruna dell’ago.

Ma quand’egli si cimenta con i temi storici, specie quelli legati al Medioevo, bisogna dire che i risultati sul piano appunto storico sono deludenti: il suo gettonatissimo I pilastri della terra è, sotto il profilo della ricostruzione di quello che egli presenta come “il Medioevo”, un ridicolo polpetto ne nel quale navigano (ed è il lato migliore) reminiscenze di Victor Hugo condite in una salsa che sta fra Disneyland e Carolina Invernizio. Non ho ancora letto Mondo senza fine, e non posso quindi giudicarlo: ma, stando alle dichiarazioni del suo autore, c’è davvero di che indignarsi.L’intervistatore ha l’aria di aver scoperto qualcosa di nuovo e d’originale, “un Medioevo molto lontano dalla rappresentazione stereotipata di epoca immobile e priva d’innovazione”. Scappa da ridere, ma scappa anche la pazienza. Da decenni la medievistica mondiale ci va al contrario ripetendo – da Bloch a Le Goff a Tabacco a mille altri – che, al contrario, il cosiddetto Medioevo (un’età convenzionalmente definibile, e comunque lunghissima, perfino oltre un millennio secondo alcuni) fu caratterizzata da una profonda sperimentazione in tutti i campi, dalla tecnologia alla politologia.

Perfino un mistico come Bernardo di Clairvaux era un innamorato delle macchine, dei mulini e delle gualchiere che lavoravano nei monasteri cistercensi. Follett è liberissimo di essere ateo e anticlericale: ma, se decide di parlare del Medioevo, non è affatto libero d’ignorare tutto dell’autentica passione per la ricerca e l’innovazione che investe personaggi come Gerberto d’Aurillac, Ruggero Bacone e tanti altri: chierici, sacerdoti, religiosi e mistici, non qualche isolato sognatore alchimista o ereticheggiante. Ma la Chiesa inventata dal Follett nel suo ultimo romanzo, a sentir lui, è una cosca di profittatori, di ladri, di sfruttatori e di violentatori. Viene la peste a metà Trecento, e non fa nulla né per combatterla, né per alleviare le pene della gente. Secondo il Follet, le università, gli ospedali, le enormi opere di misericordia sono nulla. Secondo lui, le responsabilità del fatto che la meccanica delle infezioni batteriche non fosse nota prima dell’Ottocento è da ascriversi ai “pregiudizi antiscientifici della religione”. Non gli passa nemmeno per la testa che le tesi relative al contagio do vuto alla “corruzione dell’aria” o allo “squilibrio degli umori fisici” fossero in realtà, appunto, la scienza del tempo, quella praticata da tutta una società: e dalla Chiesa stessa, appunto, nella misura in cui Chiesa e società del tempo coincidevano.Rinvio gli interessati a conoscere qualcosa di più a proposito della Peste Nera al mio recente libro Le cento novelle contro la morte (edizioni Salerno), dove il periodo esaminato dal Follett è considerato sotto il profilo della medievistica più recente. In particolare, non è affatto così pacifico che l’epidemia si portò con sé i due terzi della popolazione europea: in realtà le vittime del contagio si dislocarono “a chiazze di leopardo”, secondo una geografia difficile da comprendere. In molti casi, i morti furono ben superiori alla stima data dallo scrittore gallese; in altri, viceversa, addirittura il contagio non passò.

Noto al riguardo il caso della città di Milano, che venne misteriosamente e miracolosamente risparmiata. Quanto al conflitto fra scienza e Chiesa, ripeto, esso non ci fu affatto. I medici del tempo erano assolutamente inquadrati all’interno di un sapere coerente e coeso, nel quale teologia e fisiologia profondamente convivevano. Le critiche espresse dal romanziere non hanno quindi alcuna credibilità e discendono chiaramente o dalla sua ignoranza dei dati di fatto, o dal suo pervicace anti-cattolicesimo, o da un’antipatica miscela di entrambe le cose.Questa “tirata” anticristiana e, soprattutto, anticattolica, finisce appunto per colpire tutte le religioni e il fatto religioso in sé. Dalla religione e dall’homo religiosus nascono tutti i mali del mondo, allora come oggi. La sete di guadagno, le distruzioni indiscriminate dell’ambiente nel nome del profitto, l’illimitata volontà di potenza delle élites economiche e finanziarie e dei loro complici executives non hanno alcuna responsabilità. Tutto è colpa di Dio e di chi ci crede. (Avvenire, sabato 15 settembre)

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Il vescovo ubbidisca al sindacato!

Il quotidiano “l’Adige” di sabato 15 settembre ospita un commento di Vincenzo Bonmassar, promotore del referendum del 30 settembre prossimo contro il finanziamento alle scuola paritarie della provincia di Trento, il quale, non avevamo molti dubbi a riguardo, mette in campo tutte le argomentazioni più retoriche ed ideologiche a sostegno dell’abolizione del suddetto finanziamento. Procediamo con ordine. Il casus belli che ha spinto il responsabile Scuola della UIL del Trentino ad imbracciare la penna e partire lancia in resta, è stato l’intervento dei giorni scorsi dell’Arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan, il quale, legittimamente e motivandone le ragioni, ha preso posizione a favore dell’astensionismo. Apriti cielo! Esordisce Bonmassar sottolineando il fatto che ” il dibattito e la polemica sono graditi e dovuti, fatto salvo che il tutto deve rispettare alcuni (perché non tutti?, ndr.) criteri di correttezza. Ci deve essere corretta informazione ed anche onestà di intenti“. Non possiamo non essere in accordo, ma questo vale per tutti, incominciando dai promotori del referendum, i quali da mesi distribuiscono manifesti e locandine contenenti messaggi fuorvianti, quando non smaccatamente falsi nei contenuti. Prosegue Bonmassar: “interviene il Vescovo di Trento e le cose diventano ancora peggiori perché costui (sic!) approfitta della sua indiscussa autorità morale per invitare i cittadini a non esprimersi sul tema come altri cittadini, legittimamente e nel rispetto delle regole, hanno chiesto e ottenuto. Dunque il Vescovo ritiene che i firmatari della richiesta di indire il referendum vadano svillaneggiati e derisi come se non contassero nulla. Questa è la semplice, coerente e logica conclusione del suo poco spirituale intervento“. Davvero singolare il linguaggio ed i toni usati: un attacco all’Arcivescovo che come pastore e, perché no?, come cittadino, ha voluto dare il proprio contributo al dibattito in corso, ma esprimendo una posizione divergente da quella dei promotori avrebbe svillaneggiato e deriso i firmatari del referendum. Siamo alle solite: la democrazia e il pluralismo dei Bonmassar e degli ultimi statolatri valgono solo se l’opinione è unica e, naturalmente, coincide con la loro, altrimenti diventa offesa, anzi svillaneggiamento… Non ricordo interventi del signor Bonmassar quando, nel corso dell’estate, il Presidente del Consiglio Romano Prodi affermò che i preti dovrebbero prendere posizione durante la Santa Messa contro gli evasori fiscali. In quel caso la posizione, l’opinione degli esponenti della Chiesa sarebbe legittima e sufficientemente spirituale? Non ci sarebbe ingerenza negli affari dello Stato? Ma proseguiamo nell’analisi dell’articolo. Dopo aver affermato che le scuole di tendenza, come vengono definite, sono “prive di libertà di insegnamento, come ben si sa (!), ma che sono riconosciute nella loro anomalia costituzionale da norme apposite e che specificatamente servono a fare riconoscere il titolo di studio da queste rilasciate.” Vorrei dire al signor Bonmassar che conoscendo bene, dall’interno il mondo di queste scuole di “tendenza”, avendoci lavorato per 15 anni, non mi sono accorto di veder lesi i miei diritti di libero docente e, almeno spero, non credo di aver mai privato i miei studenti della possibilità di esprimere liberamente la loro opinione. L’articolo prosegue e poco dopo ci imbattiamo in una serie di pensieri che fanno rabbrividire tanto forte è la carica di giacobinismo e furore classista; non solo mons. Arcivescovo non avrebbe dovuto esprimere la sua opinione, ma il signor Bonmassar, dall’alto della sua crociata anticattolica, perché a ben guardare solo di questo si tratta, si permette perfino di giudicare le persone che liberamente hanno scelto di iscrivere il loro figlio in una scuola cattolica. Riporta il testo: ” … sono anche scuole in grado di coinvolgere qualche migliaio di utenti i quali si dividono in due categorie. La prima … è quella che crede fermamente che la Repubblica e la sua scuola rappresentino una minaccia educativa. Integralisti, penitenti, confessionali e pessimisti sono qui ben rappresentati, ma sono pur sempre una minoranza rispetto all’altra categoria che è fatta di utenti che scelgono orari a tempo pieno e scuole che non risentono della minaccia del mondo essendo sostanzialmente protetti da utenti extracomunitari ed alunni handicappati.” A quando la ghigliottina per tali utenti? Chiedo scusa per il linguaggio, ma siamo in pieno delirio di onnipotenza: alla fine dei tempi verrà il signor Bonmassar avvolto di luce propria e separerà i buoni da chi ha osato iscrivere i propri figli alle scuole cattoliche! Una serie di insulti gratuiti a chi, in piena legittimità e libertà, per varie ragioni, ha scelto un percorso formativo diverso da quello statale, o meglio, provinciale nel nostro caso. Su extracomunitari e handicappati tocchiamo poi il fondo del cattivo gusto oltre che del sotteso razzismo. Le porte degli uni e degli altri non sono mai state chiuse, certo è che le risorse a disposizione per il sostegno ed il supporto sono spesso insufficienti, ma lo sono anche nella scuola provinciale. Faccia sua questa battaglia signor Bonmassar, una battaglia per gli ultimi, affinché possano davvero integrarsi nella realtà educativa che liberamente sentono più vicina alle loro aspirazioni, al loro modo di sentire e di intendere la vita. Proseguiamo nel, breve, commento a questa lettera degna di un commissario politico cambogiano ai tempi di Pol Pot. Nelle scuole cattoliche (ndr)… “è legittimo anche licenziare in tronco gli insegnanti se divorziano e vivono more uxorio. Se si discostano dalla dottrina della Chiesa e se portano a scuola libri non consentiti e chi dovesse portarli dentro l’edificio scolastico può essere licenziato immediatamente“. Ne deriva un panorama agghiacciante, potrebbe diventare la trama di un best seller sulla falsariga del “Codice da Vinci”, il tutto ambientato negli scantinati del Collegio Arcivescovile, nella mensa del Sacro Cuore e nella segreteria della UIL Trentina. Ma non è finita qui, purtroppo. Prosegue l’articolo: “serve ancora aggiungere che queste scuole private….coltivano un’ostilità verso lo stato democratico“. E ancora: “per costoro ( per chi sceglie le scuole “private”, ndr) la scuola della Repubblica assomiglia ad un covo di male persone che non lavorano, che si comportano in modo scorretto e sono pure ignoranti.” Ne deriva un quadro di utenti con il cervello all’ammasso, che non iscrivono i figli con la convinzione e la consapevolezza che la scelta educativa dei loro figli dipende solo da loro, dalla famiglia, e non dal potere politico. Che cosa significa poi “ostilità verso lo Stato democratico”? Proprio lo Stato democratico consente, o dovrebbe almeno favorire, un pluralismo di istituzioni formative, educative, in una logica di confronto che è la ricchezza di un popolo, in un’ottica di sussidiarietà che possa permettere di costruire educazione e cultura, in questo caso, dal basso, dalla società civile, come si dice oggi. E’ curioso ricordare come la legge sulla parità fu introdotta per la prima volta in Italia, pur con limiti e certamente migliorabile, dal Ministro Berlinguer, di area non certamente filocattolica. Lo ricorda questo il signor Bonmassar? O quando pensa alla democrazia sogna il paradiso formativo che si respirava nella Repubblica Democratica Tedesca o al pluralismo certamente democratico dell’offerta formativa della Repubblica Popolare Cinese? Per non parlare poi dei luoghi comuni sui docenti delle scuole statali. Non è questo il luogo adatto per dissertare sul ruolo e la figura dei docenti, ma da anni ormai il livello medio degli insegnanti delle scuole “statali” si è attestato su buoni livelli, in alcuni casi con pun
te di eccellenza. Lasci stare il luogocomunismo sui professori signor Bonmassar; nessuno pensa più, ormai, certe cose della maggioranza dei docenti. Contribuisca, invece, a liberare la scuola (tutta la scuola, a prescindere dall’ente gestore) dai pochi fannulloni che la disonorano facendo leva su contratti blindati appoggiati in questo da un certo tipo di veterosindacalismo che lei ben rappresenta.

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Grazie Oriana. Dopo un anno dalla sua morte

? il momento di usare la penna, ed è con onore che ti dedichiamo queste parole, sperando di trasmettere quello che a te piaceva comunicare: passione per la Vita.
Sì, perché ciò che amiamo ricordare di te è la tenacia e il coraggio con i quali hai sempre scritto fuori dai denti, talvolta appellandoti alla “rabbia e l’orgoglio”, altre volte alla “forza della ragione”.
Perché, per quanto le tue idee possano essere state amate da una parte, ed odiate dall’altra, ciò che tutti dovrebbero riconoscere è il motivo della tua battaglia intellettuale.
Il motivo è lo stesso che ti ha portato a scrivere Un uomo: un libro su un eroe che si batte da solo per la libertà e per la verità, senza arrendersi mai.
Non vogliamo qui soffermarci su tutte quelle tematiche attuali che hai sempre affrontato, costante e determinata, nei tuoi scritti – in quanto sarebbe inutile sottolineare il nostro totale accordo- ma ci pare opportuno ricordare un altro aspetto della tua persona, che unisce tutti i diversi pensieri politici, e addirittura (non si scandalizzino, signori) comunisti, pacifinti, no global, arcobalenisti, pluriculturalisti…
e questo denominatore comune lo lasciamo spiegare a te: “E se la parola Insciallah- destino- Insciallah avesse significato il trionfo della Vita? Se fosse stata la Vita il destino di tutte le cose?”.
Intorno ad ogni tua riflessione possiamo cogliere la profondità e l’acutezza che hai dimostrato di avere nei confronti delle domande esistenziali.
Traspare nei tuoi libri questo forte desiderio di restare attaccata alla Vita, parola curiosamente scritta con la maiuscola, ed accompagnata da un leggero velo di malinconia. Tuttavia, hai capito che solo l’uomo superficiale riesce ad essere indifferente ed apaticamente felice: l’inquietudine spesso è il sentore di un’umanità viva, in continua ricerca. Così hai espresso questo disagio interiore: “Vedi quant’è breve la Vita! Troppo breve, troppo. Sia che tu sia fatto di parole anzi di carta, sia che tu sia fatto di carne, dura quanto un fiore del deserto. Uno di quei fiori che sbocciano al mattino per seccare al tramonto. Ho letto che sono molto belli, i fiori del deserto. Forse sono belli proprio perché durano lo spazio d’un giorno. Questo li rende preziosi e… Mi hanno chiamato, mi chiamano”.
O ancora, più recentemente: “Amo troppo la vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta di un regalo difficile. A volte doloroso. Con la stessa passione odio la morte, non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della vita e che senza lo spreco che si chiama morte non ci sarebbe la Vita”.
Hai voluto racchiudere queste tue riflessioni in una “filosofia di Vita”: sono diventate, in questa maniera, il tuo modo di pensare, di agire, di amare. Infatti, in Intervista con la storia domandi ad Alekos cosa significhi essere un uomo: “Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere”.
La tua sensibilità interiore lascia spazio alla speranza raccontata, esternata, perfino gridata, ma mai relegata in un angolo: “Morire, una semplice battuta d’arresto: una pausa di riposo, un breve sonno per prepararsi a rinascere, a rivivere, per rimorire si ma per rinascere ancora, rivivere ancora, vivere vivere all’infinito…”.
Te lo auguriamo Oriana.
THANK YOU ORIANA – After a year of her death.
It is time now to write it down, and it is with a great honour that we dedicate to you these words, with the hope that we can do it as you did: with the passion of life.What we would like to remember of you, is the courage and perseverance with which you always wrote, sometimes referring to the “Rage and pride”, or to the “Force of reason”.
Even if your ideas were in part loved and in part hated, what everyone should recognize is the motive of your intellectual battle. It is the same reason that lead you to write “A man”: a book about a hero that fought alone for freedom and truth, without surrender.
Let’s not focus on the topics that you always wrote about with which we completely agree, but we find appropriate to remember another aspect of your being, which links all different political views and – don’t be shocked, gentlemen! – communists, pacifists, no-global,
arcobalenisti and pluriculturalists…
We let you explain this common denominator: “what if the world Insciallah – destiny – Insciallah means the triumph of life? What if it was Life the destiny of all things?”.
In any of your thoughts we can see the deep effort and perspicacity you put towards existential questions.
Through your books we can feel a strong desire towards Life,
with a capital letter, accompanied with a subtle veil of melancholy. However, you understand that only superficial man can be regardless and sluggishly happy: uneasiness often is what makes humanity alive. This is how you have expressed you being uneasy with yourself: “see how short Life is!, Too short, much too short. Both if you are made of words, or rather paper, or made of flesh, hard as a desert’s flower. One of those flowers who blossoms in the dawn and dries out in the sunset. I’ve read they’re really beautiful, maybe because they last just one day. This makes them precious and…they’ve called me, they are calling me”.
Even more recently: “I love Life so much, do
you know what I mean? I’m sure that Life is beautiful even when it’s awful, that birth is the master miracle, Life is the major Gift. Even if it is a hard gift, sometimes painful. With the same passion I hate death, I cannot figure it out. I only comprehend that it is part of Life and without death there won’t be Life”.
These thoughts became your philosophy of Life, your way of thinking, acting and loving. In fact in “Interview with history” you ask to Alekos what does it mean being a man: “means being brave, have dignity and believe in humanity…fight and win”.
With your sensitivity you told, you shout but never put the hope in a corner: “dying…, a break, a short sleep to rebirth, to live again, to die again, but reborn once more, live again, live, live to infinity”.
We wish you all that, Oriana.

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Tutti soli sul fronte dei prezzi. Dopo lo “sciopero della pastasciutta”.

Bastonato, impotente, frustrato. Ti senti così ogni volta che vai a fare la spesa. Voci di due signore sulla sessantina colte proprio ieri nel supermercato di una cittadina del nord: “Le zucchine a 2.25? Ma ieri erano a 1.80”. “La nostra pensione però non aumenta”. Confermo: cresce tutto, un poco alla volta, in punta di piedi; tutto, non solo la pastasciutta nel cui nome, e nel cui potente simbolo, si sciopera, sapendo che la Maria Antonietta di turno mormorerà con nonchalance: “Mon Dieu, non mangiano la pasta? Si facciano un risottino”.
Bastonati e con il senso di colpa. Vivi la più classica sindrome veneziana – l’acqua sale, sale, sale e tu non puoi certo alzare la tua casa, puoi a malapena procurarti un nuovo paio di stivaloni da pescatore, quelli ascellari – e non capisci. Ad esempio: se il dollaro vale sempre di meno e l’euro vale sempre di più, me avremo dei vantaggi; tutti noi, non solo gli Stati, le banche, i finanzieri. E invece niente. Il barile di petrolio sale più di quanto scenda il dollaro. E le esportazioni languono. Calerà almeno la Cocacola? Macché. Anzi sì, ma soltanto se ne acquisti sei bidoni da due litri cadauno in un colpo solo, sai che muscoli a trascinartela su per le scale. Davvero ti senti in colpa. L’inflazione, ti assicurano sbattendoti sotto il naso tabelle e grafici, è prossima allo zero. Dunque sarò io che non so organizzarmi. Io con il contratto scaduto da due anni. Io a caccia di tre-per-due. Io novello Ulisse con la cera nelle orecchie e i paraocchi da cavallo per resistere alle sirene dell’acquisto d’impulso, tutti quegli snack sugosi, quei rasoi quinquilama con ammorbidente e schiumogeno, la caramellina, la patatina, il cioccolatino accanto alla cassa: merci definite “inutili” soltanto da chi ignora il loro potere ansiolitico, tanto formidabile quanto illusorio.
Ti senti in colpa anche se sai di non avere colpa alcuna, anzi di essere un eroico resistente. Ti senti soprattutto solo. Il rito collettivo della spesa, che ti costa ogni giorno un euro in più, è in realtà un’esperienza solitaria, senza solidarietà, durante la quale ognuno rimane chiuso in se stesso e lancia occhiate furtive nel carrello altrui pensando: come può un tipo del genere permettersi prodotti del genere? Con l’inizio della scuola ai sensi di colpa subentrano la frustrazione e, in rari casi fortunati, l’esultanza. Dispiace che la storica cartoleria del centro, odorosa di inchiostri, chiuda e svenda per cedere il posto all’ennesimo store del solito stilista. Però che razzia di quaderni e quadernoni, matite e matitoni, gomme e temperini. Un amico è tornato deluso dalla Grecia: in un paesino della Tessaglia confidava di acquistare quaderni a prezzo stracciato, ma si è accorto che costavano più che all’Upim. Ci sentiamo bastonati, impotenti e in colpa, però ci ingegniamo e resistiamo. I libri? Usati. La soluzione drastica? Trasferirsi nel Trentino, dove te li danno in comodato (nel resto d’Italia è proprio impossibile?).
? brutto dirlo, ma un poco viviamo di rimpianti. C’è chi rimpiange il Cip, il Comitato interministeriale prezzi, che dirigeva e controllava. Chi rimpiange la scala mobile ma non lo dirà mai per non ricoprirsi di ridicolo. E chi rimpiange il tempo cui, noi italiani che buttiamo fortune in acqua minerale, ci abbeveravamo dall’umile rubinetto… Alt! L’acqua potabile è ottima. C’è chi la sta riscoprendo e, con una concessione alla nostalgia, la corregge con la frizzina. Giusto per spendere un paio d’euro alla settimana e ringalluzzire il Pil.
(Da “Avvenire”, 14 settembre 2007).

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Pensieri sparsi, sulle chimere e il motu proprio.

-Gli embrioni-chimera sono una mostruosità: perfettamente coerenti con le posizioni del nostro Museo di scienze naturali e la sua mostra sulla Scimmia nuda.

Se siamo solo bestie, perchè non produrre ibridi, tra l’uomo e la bestia? (qui si vede l’attualità di certe nostre battaglie…).

 -Domani entra in vigore il motu proprio con cui il papa riconosce la validità della messa che è stata ascoltata dai nostri genitori, dai nostri nonni, e che è stata celebrata dai grandi santi sacerdoti, da Giovanni Bosco, a Padre Pio… Anzi: padre Pio non volle accettare neppure le prime lievi modifiche alla liturgia fatte ai suoi tempi, prima della riforma del 1970.

Ebbene, per il mondo si tratta di una vittoria della destra. Così sostanzialmente il vaticanista Zizola su L’Adige di ieri.Poveretti questi cattolici che misurano tutto alla luce della politica. Per loro non esiste il bene o il male, il giusto o lo sbagliato, ma la destra, il centro o la sinistra. Per fortuna per i cattolici non tutto si riduce a queste meschine categorie. E’ di destra la messa antica? Non lo so. So che Alessio II patriarca di tutte le Russie ha espresso il suo compiacimento. E gli ortodossi non sono pochi e certo non sono comunisti. Ai protestanti invece il motu proprio non piace: ma i protestanti esistono ancora? Abbandonare riti e canti tradizionali non li ha ridotti a una massa di migliaia e migliaia di sette, ognuna differente? I protestanti sono di destra o di sinistra? Quelli che aspettano la fine del mondo, quelli che considerano il papa l’Anticristo, quelli che credono, come in Svezia, che i ricchi siano benedetti dal Signore, quelli che credono che il denaro sia il premio di Dio, sono di destra o di sinistra?

Non perdiamo tempo con queste categorie: il mondo è un po’ più complesso…La realtà è che la riforma liturgica del 1970 è stata opera di pochi, Annibale Bugnini e la sua commissione. Non fu il Concilio a deciderla, Il popolo non fu contento, e non lo furono gli intellettuali: Guareschi, Montale, Quasimodo, Bassani, Paratore, Del Noce, eDe Chirico e molti altri espressero il loro amore per l’antica liturgia…Sarebbe "progressista" riconoscerlo, a meno che non valga l’antico detto illuminista: tutto per il popolo, nulla attraverso il popolo. Della serie: quello che vuole la gente lo sappiamo noi…

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Tuteliamo le scuole Paritarie

Se c’è una domanda a cui preme dare risposta rispetto al referendum indetto per abrogare i finanziamenti previsti per le scuole paritarie è capire cosa si cela dietro a questo quesito. Il presupposto sotteso alla consultazione è infatti una mentalità che nega per principio la pubblica utilità di qualunque servizio nato e organizzato dalla società civile. In questa prospettiva il bersaglio da colpire non è solo la libera iniziativa sociale nell’ambito educativo, ma tutte le attività realizzate “dal basso” per rispondere ai bisogni delle persone in qualunque altro settore. Ad irritare certo laicismo e certa sinistra è che qualcuno oltre all’ente pubblico – in questo caso alla Provincia – si permetta di gestire istituti e di erogare prestazioni in vari campi (scolastico, formativo, sanitario, assistenziale, ecc.) capaci di garantire e soddisfare l’interesse generale della comunità, delle persone e delle famiglie, comprese quelle meno abbienti. Non a caso i referendari appiccicano continuamente l’etichetta di “privati” a queste scuole per dare di esse un’immagine tanto elitaria e chiusa quanto irrealistica, evitando accuratamente l’utilizzo del più corretto aggettivo di “paritarie”, sancito peraltro anche a livello nazionale da una legge – la 62 del 2000 – voluta da un Ministro di sinistra come Giovanni Berlinguer. La verità è che gli istituti paritari del Trentino, iniziando da quelli “equiparati” dell’infanzia – i più numerosi in quest’ambito – fino a quelli dell’obbligo e della formazione professionale, rispondono da sempre alla domanda educativa delle famiglie, dei bambini e dei ragazzi accogliendo chiunque, senza distinzioni di ceto e condizione. E svolgendo non senza difficoltà e sacrificio un servizio pubblico largamente apprezzato dalla popolazione trentina. Per questo la Provincia Autonoma di Trento già con la legge 29 del 1990 aveva riconosciuto agli studenti un sostanzioso aiuto in termini di sostegno economico. Approvando l’anno scorso a larga maggioranza una nuova legge sul “sistema educativo di istruzione e formazione del Trentino” (l’unico voto contrario nel centro-sinistra – è il caso di ricordarlo – è stato di Bondi), il Consiglio provinciale ha confermato e consolidato quella scelta. A questo punto, pretendere di escludere con un referendum le scuole paritarie dalla pianificazione del sistema educativo e dall’accesso alle risorse provinciali, significa attardarsi in una battaglia di retroguardia che non si giustifica neppure evocando l’articolo 33 della Costituzione (il famoso “senza oneri per lo Stato”, riferito peraltro solo al momento in cui la scuola viene istituita da enti e privati, e non alla possibilità di finanziarla una volta sorta e funzionante). Mentre cresce anche nel mondo politico la convinzione che per riuscire ad assicurare un sistema dei servizi di qualità, equo ed efficiente in tutti i settori occorre favorire la responsabilizzazione, il coinvolgimento e l’impegno costruttivo e solidale dei cittadini e delle loro associazioni attraverso forme di partnership con l’ente pubblico, e quindi all’insegna della sussidiarietà e non delle “esternalizzazioni” e dell’abbandono alle logiche di mercato, chi propugna questo referendum vorrebbe condannare sommariamente i “privati” alla marginalità togliendo il sostegno necessario ad istituti e iniziative la cui capacità di rispondere ai bisogni della gente è ampiamente dimostrata e certificata. Per queste ragioni, d’intesa con i vari rappresentanti dell’associazionismo attivo nel mondo scolastico, Forza Italia del Trentino ha deciso di invitare i cittadini a non andare a votare in occasione di una consultazione che, pur legittima, pone tuttavia davanti ad un’alternativa vecchia, superata dalla logica, dalla storia e dal diritto. Credo che anche il corrispondere alla scelta compiuta dai soggetti sociali ed educativi maggiormente coinvolti e interessati – gestori, famiglie, insegnanti – di non presentarsi alle urne perché in disaccordo con la proposta del referendum, sia un modo per mettere la politica concretamente a servizio della gente.

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Una guerra sciagurata che continua a seminare morte.

In Iraq la popolazione continua a soffrire di Elisabetta Mancini Roma, 10 settembre 2007 www.terrasanta.net “In Iraq niente è cambiato. Al contrario, le condizioni di vita della popolazione, in particolare dei bambini e delle donne, sono peggiorate”.

A lanciare l’ennesimo allarme sulla situazione del Paese è Silvio Tessari, responsabile della Caritas Italiana per l’area Medio Oriente e Nord Africa. Tessari spiega che, tra gennaio e giugno di quest’anno, i ricoveri dei bambini causati dalla malnutrizione sono quasi raddoppiati. I casi sono passati dai 609 registrati a gennaio, a 959 osservati a giugno, con un picco di 1.032 nel mese di maggio. Il dato è della Caritas Iraq che sta continuando ad operare sul territorio iracheno tra difficoltà notevoli a causa della mancanza di fondi per acquistare i viveri e per provvedere al trasporto dei generi alimentari in sicurezza. Il Paese sembra dunque lontano dal ritorno alla normalità e, come sottolinea la Caritas locale nel più recente rapporto, negli ultimi mesi non è avvenuto nessun cambiamento, al contrario “continuano le violenze, gli attentati, i bombardamenti ed è aumentata la povertà”.

La malnutrizione e il clima di insicurezza non sono i soli elementi a destabilizzare ulteriormente l’area. Negli ultimi giorni oltre 2 mila persone sono state colpite dall’epidemia di colera che ha provocato 5 morti e oltre 500 ricoverati a Suleimaniya e Kirkuk, nel nord dell’Iraq. Secondo l’Unicef i casi accertati di colera sono 47, un numero che si prevede aumenterà. All’origine dell’epidemia ci sono le carenze di acqua potabile e di trattamento degli scarichi fognari: solo il 30 per cento della popolazione di Suleimaniya ha forniture d’acqua adeguate, disponibili al massimo per due ore al giorno in gran parte della città, mentre solo il 50 per cento delle scorte idriche cittadine sono sottoposte a clorazione.

L’epidemia, per ora, ha colpito soprattutto gli adulti, tuttavia la combinazione di caldo torrido con temperature fino a oltre i 50 gradi, la penuria e la contaminazione delle scorte idriche e le condizioni igieniche precarie in città e nei campi sfollati, crea seri rischi per la popolazione infantile. Una situazione difficilissima da controllare anche considerando che continua la fuga degli iracheni dalle proprie case per sfuggire alle violenze e alla fame. Sono ormai quattro milioni le persone costrette alla fuga. Secondo gli ultimi dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), il numero dei profughi interni e all’estero continua a salire, con un ritmo di 60 mila individui al mese. Le stime della Mezzaluna rossa irachena, invece, indicano che le cosiddette Internally Displaced Persons oscillano tra le 80 mila e le 100 mila al mese. I profughi interni sono costretti a vivere in strada, in condizioni disumane ed è pericoloso per gli operatori sanitari avvicinarsi a questi campi di sfollati improvvisati. Intanto, a rendere ancora più grave la situazione, è arrivato l’annuncio da parte dello Stato islamico iracheno, una coalizione composta da terroristi sunniti, della creazione di nuovi battaglioni che avranno il compito di intensificare gli attacchi suicidi, contro obiettivi britannici e americani, durante il mese sacro di Ramadan.

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E’ tempo di uscire dalla torre di Babele.

In quel di Cernobbio, sul lago di Como, nel pomposo scenario di Villa d’Este, alla fine di ogni estate si celebrano i riti del Seminario Ambrosetti. Lì, i bei nomi dell’establishment internazionale si esibiscono in dissertazioni sull’«Accadrà Domani», distribuendo analisi e ricette, con propensione all’ottimismo.

Altrimenti detto: illuministicamente paladini di uno sviluppo ininterrotto; considerando i problemi che di volta in volta emergono, incidenti di percorso del capitalismo rampante. Questa volta, il Seminario è caduto in un momento sfavorevole. In Usa, subito propagandosi a macchia d’olio, è esplosa la bolla dei crediti facili e speculativi concessi al settore immobiliare, ma non solo a questo; ovunque, le Borse hanno patito, dopo un triennio di crescita spesso scomposta e speculativa, ribassi dell’ordine del 20%. Nell’occhio del ciclone (stagionale o devastante?), i titoli bancari, ancora a luglio considerati dai guru della Finanza (quelle Agenzie che distribuiscono le «pagelle di merito», ora sotto accusa), gioielli del firmamento capitalistico.

Che è successo? Dal confuso bla-bla-bla lacustre, qualche voce non allineata è uscita dal coro. L’ex ministro Giulio Tremonti ha diagnosticato senza giri di parole: «Siamo di fronte a una crisi con la "C" maiuscola». Pur non paragonandola a quella del 1929, poco c’è mancato. Edward Luttwak, politologo-economista statunitense già consigliere alla Casa Bianca, ha denunciato una dilagante «crisi di sfiducia». Paolo Panerai direttore di Milano Finanza, attento come pochi a ciò che bolle in pentola, ha spiegato ieri nell’editoriale: «Pur con tutti i sofisticati strumenti di analisi di cui dispone il mondo economico, nessuno ha la certezza di cosa sia accaduto e stia accadendo nella fornace di quel vulcano sempre in ebollizione che è il mondo della finanza e delle banche». Grave (auguriamoci non tragica), constatazione. D’altra parte, è casuale che il ministro Padoa-Schioppa abbia convocato d’urgenza il Com itato interministeriale per il credito e il risparmio? Sino a pochi giorni fa, a spegnere i focolai d’interrogativi, si era ribadito che: primo, non esistevano rischi di contagio per l’Italia; secondo, non sussisteva alcun timore di ripercussioni sull’economia reale (ovvero produzione, occupazione, consumi).

È seguita una rapida retromarcia. All’ammissione di una inevitabile frenata della crescita, dall’America all’Asia all’Europa, con l’Italia ancora più annaspante, si sono sovrapposti timori (probabilmente psicologici) attizzati dall’arrivo nelle Borse di torme di avvoltoi ribassisti. Risultato finale: le «nostre carissime Banche» hanno cessato di essere al di sopra di ogni sospetto. Stanno venendo alla luce oscure gestioni «fuori bilancio», in cui si scaricavano, a farla semplice, i crediti inesigibili o quasi. Da lì nugoli di intrecci, con passaggi di mano in mano. Traguardo finale, lo scaricare i rischi su spesso ignari risparmiatori attraverso la cosiddetta «ingegneria finanziaria». Evitiamo processi anticipati. Tuttavia, un «puzzo di bruciato» lo si percepiva. Conferma: vi sono attualmente Banche che negano alle consorelle rifinanziamenti overnight (giornalieri), per coprire le posizioni debitorie. Onde sopperirli sono dovuti intervenire con iniezioni di insulina le Banche centrali. Così a Washington, a Londra, a Tokyo. E a Francoforte, per l’Unione Europea. Sino a un anno fa, avanti di andare in pensione, Alan Greenspan, dominus della Fed (la Banca centrale statunitense), ammoniva inascoltato: «Attenti amici banchieri!, state costruendo la Torre di Babele». Grillo parlante, Cassandra, o profeta? Indisponibili al catastrofismo, ma realistici, chiediamo pertanto al sistema bancario italiano di renderci partecipi dei «veri bilanci», dell’effettiva esposizione. È l’unico modo per reinstaurare una vera fiducia fra risparmiatori e istituzioni finanziarie. Essenziale per superare un momento di pericoloso sbandamento. (G. Galli, Avvenire, 9/9/2007)

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I paradossi dell’ICEF applicata al welfare

L’Icef manca il bersaglio: premia le cicale e penalizza le formiche. Si potrebbe riassumere così l’effetto che il cosiddetto indicatore della condizione economica familiare, di cui si è tornato a parlare negli ultimi tempi, anche sulla stampa locale, ha sulla distribuzione dei benefici e delle provvidenze prevista dalla normativa provinciale in campo sociale. L’Icef – a mio parere un po’ troppo acriticamente – è sempre stato visto con favore, anche dalle forze sociali, perché considerato uno strumento utile per evitare, nel complicato universo delle politiche sociali, gli abusi dei furbetti che nascondono le loro reali capacità economiche. Ora, non c’è dubbio che sia corretto verificare il complesso delle disponibilità economico-patrimoniali di chi si rivolge all’ente pubblico per ottenerne un servizio di natura sociale, sia essa la casa Itea o la mensa scolastica per i figli, poiché è evidente a tutti che il solo reddito – sempre che sia dichiarato – non è l’unico elemento della condizione economica di una famiglia. Se, quindi, è corretta la finalità per cui è stato messo a punto, l’Icef non è, però, uno strumento infallibile per conseguirla. Tutt’altro. Un esempio concreto può essere d’aiuto. Consideriamo il caso di una famiglia composta da due persone anziane (sopra i 65 anni) con una pensione complessiva netta di circa 800 euro mensili e con un canone di affitto a loro carico di circa 400 euro mensili più 100 euro, sempre mensili, di spese condominiali. Aggiungiamo un gruzzoletto in banca, frutto dei risparmi di una vita, di circa 15.000 euro ciascuno. Penso che nessuno giudichi quella che ho appena descritto come una condizione invidiabile. Eppure, questa famiglia, oggi non sarebbe ammessa alla possibilità di presentare domanda di edilizia pubblica. Il suo coefficiente Icef, infatti, supera la soglia di 0,34 fissata dalla giunta provinciale. Come è possibile che due pensionati con un reddito di 800 euro mensili non possano accedere alle graduatorie Itea? È la conseguenza di una vera e propria stortura del sistema di calcolo dell’Icef adottato dalla Provincia di Trento: quei 15.000 euro di risparmi che ognuno dei due pensionati ha messo da parte, vengono, infatti, considerati reddito a tutti gli effetti. Meglio avrebbero fatto, i nostri buoni pensionati, a non dannarsi tanto per mettere via qualche euro da parte per la vecchiaia. Avessero seguito l’esempio della cicala, oggi sarebbero premiati. Avrebbero dovuto andare in vacanza: con un semplice viaggio di 1 mese, spendendo a questo fine almeno 5.000 euro, sarebbero rientrati nei parametri Itea e avrebbero non solo ottenuto il tanto agognato alloggio, ma pure i benefici dell’integrazione del canone sull’affitto. Per non parlare della riduzione del canone sociale e del contributo per la riparazione della protesi dentale. Anzi, se i due anziani coniugi avessero speso il loro denaro anche per una vetturetta di seconda mano, per qualche pranzetto al ristorante o per rinnovare il guardaroba, avrebbero potuto ottenere dalla Provincia molto di più. Non credo che quello che ho presentato sia un caso limite, ritengo, invece, che esso costituisca un esempio di una situazione più diffusa di quanto si pensi ai piani alti della Provincia. Basti pensare ad una coppia con un reddito di 1000 euro netti pro-capite ed un piccolo appartamento di proprietà che si trova a pagare 420 euro di retta per l’asilo nido quando la retta massima è di 450 Euro. Avevo già sollevato la questione in occasione del dibattito sulla trasformazione dell’Itea in Spa e oggi che i problemi vengono alla luce s’impone una riflessione per rivedere gli strumenti che vengono adottati per stabilire chi abbia diritto e chi no alle provvidenze in campo sociale. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che l’Icef, così com’è congegnata oggi, non funziona. Se l’attitudine al risparmio è connaturata alle genti trentine, questa politica che lo colpisce – peraltro discriminando fra chi i propri soldi li deposita nelle banche locali e chi, come i lavoratori immigrati, li trasferisce nel proprio Paese d’origine – certo non lo rappresenta, Si rischia quindi di premiare gli extracomunitari e penalizzare i trentini. Questa politica, che guarda e mette le mani nel portafoglio della gente come fosse il proprio, genera diffidenza verso le istituzioni pubbliche e provoca comportamenti scorretti: ci sarà, infatti, chi nasconderà i soldi, li preleverà dalla banca prima del fatidico 31 dicembre o li trasferirà sui conti di altri familiari per non doverli dichiarare. A breve scadranno i termini per la presentazione delle dichiarazione dei redditi degli inquilini Itea ai fini del calcolo dei canoni di affitto. Se i presupposti sono questi, si rischia di vederne delle belle.

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Continuano gli attacchi di truppe iraniane ai villaggi cristiani nel Kurdistan autonomo iracheno

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) segnala che nelle ultime settimane truppe iraniane hanno ripetutamente tenuto sotto fuoco d’artiglieria alcuni villaggi cristiani ed assiro-caldei nel nord dell’Iraq. Secondo informazioni dell’ufficio di Arbil dell’Associazione per i popoli minacciati, circa 450 famiglie kurde e cristiane sono state costrette a fuggire dalla provincia di Sulaimaniya, dopo che numerose granate avevano centrato le loro case e i loro campi. Gli attacchi sono rivolti contro i villaggi di Barda, Qalshew, Qirnaqa, Bish Aashan, Zahrawa e Bast e ultimamente, il 2 settembre, anche contro i villaggi di Khinere, Khakurk?, Lolan, Kelaschin, Birikim, Berdanaze, Mardow e Goschine, tutti distanti tra i 10 e i 30 chilometri dal confine con l’Iran.
Questi reiterati attacchi costituiscono una pericolosa aggressione nei confronti di un libero e pacifico Kurdistan, che è tra l’altro l’unica regione autonoma dell’Iraq dove i diversi gruppi etnici convivono in modo esemplare rispetto al resto del Medio Oriente e dove la ricostruzione procede a gonfie vele. L’APM rivolge un appello alla comunità internazionale perché protesti formalmente contro il governo iraniano affinchè questi attacchi cessino e si protegga così l’unica zona di pace e di progresso economico nell’Iraq, con la sua popolazione multiculturale.
Nella regione autonoma del Kurdistan, abitata in maggioranza da Kurdi e sita nel nord dell’Iraq, sono stati concessi diritti linguistici e culturali ai gruppi cristiani degli Assiro-Caldei e dei Turkmeni. Inoltre è stata garantita la libertà religiosa alle piccole minoranze religiose degli Yezidi e dei Mandei. Per gli Assiro-caldei e per i Turkmeni, in Kurdistan chiamati anche i due piccoli popoli, sono stati istituiti sistemi d’istruzione in lingua neo-aramaica e turkmena. Entrambe le etnìe sono dotate di istituti culturali, di radio, televisione e di giornali nella propria lingua.

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