Servizio su Vittorio Messori

Cari Amici,

Vi ricordo che il resoconto dell’incontro con Vittorio Messori del 12 gennaio, sarà oggetto anche di un servizio su TELEPACE-Trento, che andrà in onda all’interno della Rubrica "Pietre vive" con i seguenti orari:

DOMENICA 21 GENNAIO – ORE 12:15 e ORE 20:00.

LUNEDI 22 GENNAIO – ORE 20:30.

MERCOLEDI 24 GENNAIO – ORE 19:55.

Paolo Zanlucchi.

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Per la Valdastico serve un referendum. Dite la vostra nel comnmento per un sondaggio

Dopo svariati studi d’impatto e fattibilità, dibattiti, convegni e polemiche al calor bianco, l’annosa e perennemente irrisolta questione – anzi, il tormentone – del completamento e dello sbocco dell’autostrada A31 della Valdastico dal Veneto in Trentino, è diventata l’emblema di una politica che non sa decidere, di un governo provinciale che non ha il coraggio di dire una volta per tutte di sì o di no alla realizzazione di quest’opera per paura di scontentare una parte dell’elettorato.

Ma quando la politica non sa decidere, quando chi governa non fa il suo mestiere, è necessario dare la parola ai cittadini. Se la democrazia rappresentativa si inceppa, è opportuno, se non necessario, ricorrere alla democrazia diretta, come la legge consente di fare.

Credo che la Valdastico sia il classico caso in cui un referendum costituirebbe lo strumento più appropriato ed efficace per chiudere, in un senso o in un altro, una vicenda trascinatasi al limite del ridicolo per le istituzioni, con enorme spreco di tempo e di denaro (in consulenze, progetti di ogni tipo, documenti preliminari, pagine e pagine di giornali, conferenze, comitati locali o di valle pro e contro, confronti più o meno a distanza ma sempre improduttivi tra le opposte fazioni, ecc.).

Propongo quindi a tutti i soggetti territoriali, sociali, economici e ambientali interessati, di unire le forze per promuovere un referendum provinciale risolutivo, che permetta di sottoporre ai cittadini della provincia di Trento questo semplice quesito: è favorevole o contrario al prolungamento dell’autostrada A31 della Valdastico in Trentino? Se è favorevole risponda “sì”. Se è contrario risponda “no”.

Esiste nell’ordinamento della nostra Provincia una apposita normativa, la numero 3 del 5 marzo 2003, che prevede la possibilità di utilizzare oltre al referendum abrogativo (in questo caso da escludere) altri due tipi di referendum:

– il referendum propositivo, per attivare il quale occorrono 8.000 firme di cittadini iscritti nelle liste elettorali dei comuni e un comitato promotore di almeno 10 persone che depositi la richiesta presso la presidenza del Consiglio provinciale. La proposta soggetta a referendum – dice la legge – è approvata se è raggiunta la maggioranza dei voti favorevoli validamente espressi, a condizione che alla votazione abbia partecipato la maggioranza degli aventi diritto al voto;

– e il referendum consultivo, che può essere richiesto con deliberazione assunta a maggioranza dai componenti del Consiglio provinciale, da almeno 10 consigli comunali che rappresentino almeno il 5% dei residenti nella provincia, dalla Giunta provinciale e dal Consiglio delle autonomie.

Non sono un tecnico, ma a mio parere per sciogliere il nodo della Valdastico servirebbe un referendum propositivo, che penso impegnerebbe di più le autorità competenti a rispettare la volontà dei cittadini formulando scelte coerenti.

In ogni caso credo che vi siano tutte le condizioni per promuovere questo referendum e mettere la parola fine all’estenuante e non più tollerabile querelle. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. Utilizza lo spazio del commento qui sotto per dire la tua. Se le opinioni fossero parecchie avremmo una specie di sondaggio preliminare partendo dal quale l’ipotesi potrebbe iniziare a materializzarsi.

Gianburrasca

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David & Victoria, coppia da business

David Beckham chi? Ah sì, Beckham, il testimonial della Gillette. Ma certo, il marito di Victoria Adams. Il calciatore? ? vero, in estate è apparso nella Nazionale inglese, nel senso che qualcuno è sicuro d’averlo intravisto in campo. Sarà. Ogni tanto gioca, pare, nel Real Madrid. Gioca? Vorrebbe giocare, perché Capitan Mascella, in arte Fabio Capello allenatore delle merengues, lo lascia volentieri in panchina, anzi lo relega in tribuna. David Beckham: a giugno lascia la Spagna e vola con tutta la famigliola – la moglie Victoria e i tre figli: Brooklyn, Romeo e Cruz – a Los Angeles. Dove potrà con maggior agio fare il modello, il testimonial, forse perfino l’attore e, nei week end, giocare a calcio. Non nella squadretta di amici, ma da professionista nel Los Angels Galaxy, dove nei prossimi cinque anni guadagnerà, secondo le diverse stime apparse ieri sui giornali, una cifra compresa tra i 180 e i 250 milioni di euro. Nel Real ne percepiva appena 27 all’anno, quindi è un affare. Siamo tutti contenti per lui, meno per il calcio, che perde definitivamente un potenziale campione. Campione… ? difficile dire se alla gloria David Beckham sia approdato più per le magie del piedino destro o la vezzosità del nasino, e le fattezze da modello, icona buona per gli appetiti di lei e pure, in taluni casi, di lui. La natura possiede un senso dell’umorismo non privo di crudeltà. Pensate se avesse regalato il fisico glamour di David Beckham a un nostrano Bruno Conti. O, analogamente, se avesse donato a Victoria Adams la voce di Mina. In California nessuno metterà sotto accusa David e Victoria per le scarse doti di fiato. Una cosa sola conterà: che il prodotto “Beckhams” sia vendibile più e meglio che in Europa. Perché questo e non altro sono i “Beckhams”, per elezione o dannazione: un prodotto, nient’altro che un prodotto. Da vendere e comprare. Una ben rodata macchina per soldi che a Los Angeles potrebbe rinfrescare i suoi fasti ingrigiti. Qui in Europa, infatti, Victoria poteva anche non più cantare (si fa per dire), nessuno le avrebbe rimproverato il silenzio dell’ugola; ma David qualche punizione pennellata, qualche lancio sapiente, qualche discesa sulla fascia gli venivano chiesti, sia pur con parsimonia. E Capello temiamo se ne infischi di quale sia la cola preferita di David, lui pretende di vederlo sudare e perfino spettinarsi in campo. Go to Usa, dunque. Nella California dell’altra coppia-prodotto, Brad Pitt e Angelina Jolie, dell’altro nasino carino Leo Di Caprio, di tanti belli in batteria che servono a far vendere creme e gioielli, automobili e telefonini, bibite e scarpette. Che in tutto ciò ci sia tanta prosa e niente poesia, è assodato. Beckham dal Real Madris al Los Angeles Galaxy: qualcuno avverte un tumulto nel cuore? No. Siamo soltanto incuriositi dalle cifre, dai pacchettoni di dollaroni, dalla nuova villetta da 15 milioni. L’uomo prodotto entrerà in una nuova fase produttiva. E chissà come ci si sente ad essere tutto un brand. La premiata ditta “Beckhams” è davvero un’icona, il simbolo di una società in cui vali per quel che rendi; e il talento vale poco se non hai il nasino giusto per promuovere la bibitona. Chissà se chi è baciato da tanta generosa sorte riesce a rimanere un essere umano, dotato di cuore e autoironia. Noi glielo auguriamo. E da calciopati cronici ci prepariamo rassegnati alle dimenticabili partite del Galaxy, che i gentili sponsor non mancheranno di infliggerci. //
(Da Avvenire, 13 gennaio 2007).

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Che fine ha fatto, assessore Andreolli, la sua riforma della sanità?

Sparito nel nulla, desaparecido, evaporato, volatilizzato. Da otto mesi non se ne ha più notizia. Urge una puntata di "Chi l’ha visto". Parlo del disegno di legge con cui l’assessore alle politiche per la salute della Provincia Remo Andreolli (nella foto) si proponeva – si propone ancora? si proporrà? – di promuovere nientepopodimenochè la riforma del sistema sanitario del Trentino. Sentite cosa dichiarava al riguardo il 5 maggio scorso, dopo la riunione della Giunta provinciale durante la quale aveva presentato in pompa magna il suo disegno di legge.

«Le idee guida su cui il provvedimento legislativo fa perno possono essere in estrema sintesi ricondotte alle seguenti: a) riaffermare le funzioni e rafforzare gli strumenti di governo della Provincia; b) responsabilizzare e coinvolgere i soggetti istituzionali, professionali e sociali per l’attuazione delle politiche per la salute; c) diversificare e decentrare i poteri e le responsabilità gestionali della Azienda sanitaria; d) rivalutare il ruolo servizi sanitari territoriali; e) razionalizzare in modo funzionale la rete ospedaliera.

E dunque con riferimento a queste idee guida il disegno di legge oltre a confermare quanto previsto dalle recente legge provinciale numero 12 del 2005 introduce anche altre significative novità. In particolare riguardo al governo provinciale è previsto il rafforzamento del ruolo della Giunta provinciale quanto agli aspetti programmatori e di controllo (articolo 3); è poi prevista l’istituzione di un osservatorio per la salute della popolazione (articolo 9) e la creazione di una struttura unificata per la programmazione e l’organizzazione di attività di formazione di base e continua (articolo 11).

Ma è prevista anche la definizione di un programma triennale di ricerca finalizzata (articolo 13); l’esercizio di controlli di qualità delle attività sanitarie e di indagini di soddisfazione dei cittadini verso i servizi sanitari (articolo 17).

Per quanto riguarda invece la partecipazione il disegno di legge dell’assessore Andreolli prevede la definizione di un ruolo più forte dei consigli per la salute (già comitati di distretto) (articolo 18) e una particolare attenzione è riservata alle forme partecipative/consulenze dei cittadini (articolo 20) e degli operatori sanitari (articolo 21).

Con riferimento alla direzione aziendale viene invece individuata una direzione strategica composita e di direzioni operative di vertice con rilevanza esterna (articoli 24 e 26) e viene istituito un collegio di direzione (articolo 31). La nuova disciplina del Servizio sanitario provinciale si occupa poi dei servizi sanitari distrettuali.

E’ prevista la figura di un direttore per l’integrazione delle attività territoriali (articolo 24); la nascita di un piano distrettuale per la salute coerente con il piano provinciale (articolo 7) e di un organismo tecnico di coordinamento delle attività distrettuali per l’attuazione del piano distrettuale (articolo 28) nonché la messa a disposizione di risorse a ciò dedicate (articolo 33).

Infine, con riguardo ai servizi ospedalieri, si prevede la creazione di un servizio ospedaliero formato dall’insieme dei presidi sanitari (articolo 29) e la dipartimentalizzazione di tutti i servizi ospedalieri secondo criteri clinici o funzionali (articolo 30).»

Questo l’annuncio senza seguito dell’assessore che ho ripescato dal mare, anzi, dall’oceano dei comunicati stampa sfornati, da allora fino ad oggi, dal governo provinciale. Una chicca, no? Si citano anche gli articoli del disegno di legge scomparso. Per una volta, quindi, non mi interessa entrare nel merito del provvedimento. Le chiedo sotanto – assessore Andreolli – di rivelare che fine ha fatto questo suo disegno di legge di cui, in effetti, forse il Trentino oggi avrebbe bisogno. Qualcuno – magari il magadirettore galattico dell’Azienda provinciale dei servizi sanitari Carlo Favaretti – ne sa qualcosa? 

Non stiamo parlando del secolo scorso, ma del maggio 2006. Non credete anche voi che l’assessore dovrebbe degnarsi di spiegare un attimino ai cittadini della provincia quali problemi gli hanno impedito di mantenere l’impegno verosimilmente più importante da lui pubblicametne assunto in questa legislatura: la riforma della sanità, di sua esclusiva competenza? E’ stata chiusa in un cassetto o buttata nel cestino? Perché l’argomento non è stato più nemmeno sfiorato? Sono forse intervenuite difficoltà politiche, tecniche, burocratico-amministrative, sociali, psicologiche, mal di pancia? Colpa di qualche lobby del mondo sanitario che si è messa di traverso? O più banalmente tutta la sua riforma si è ridotta all’introduzione dei ticket sul pronto soccorso? Ci spieghi assessore, ci spieghi.

Gianburrasca

 

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Terrasanta: una terra martoriata.

Gerusalemme, 8 gennaio 2007 – Soltanto le cifre riescono a volte a restituire i contorni delle tragedie più imponenti. Quelle raccolte da B’Tselem – il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori palestinesi – puntualmente ogni anno rendono eloquentemente visibile la gravità della situazione.
Nel 2006, sono stati 660 i palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nei Territori e all’interno di Israele. Quasi due morti al giorno. Il dato include ben 141 minorenni, il che porta addirittura a 811 il totale delle vittime tra i giovanissimi dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000).
Da sottolineare, peraltro, che almeno 322 dei 660 palestinesi colpiti nel 2006 non stavano prendendo parte ad alcun tipo di scontro armato. Nella sola Striscia di Gaza, riporta B’Tselem, dal sequestro, a fine giugno scorso, del caporale Gilad Shalit per mano di guerriglieri palestinesi, le forze israeliane hanno ucciso 405 palestinesi (inclusi 88 minorenni), 205 dei quali non stavano partecipando ad azioni ostili. Di converso, sono 17 i civili israeliani uccisi da miliziani palestinesi durante lo scorso anno, mentre le vittime tra le file delle forze di sicurezza sono state 6 (316 in totale dallo scoppio della seconda Intifada).
Le statistiche raccolte da B’Tselem – organismo fondato nel 1989 da un gruppo di professori universitari, avvocati, giornalisti e membri del Parlamento israeliano – riguardano anche numerosi aspetti della vita quotidiana nei Territori.
Israele, ad esempio, mantiene ben 54 check-point fissi all’interno della Cisgiordania, 12 nella sola città di Hebron. Ogni settimana, inoltre, vengono piazzati in media almeno altri 160 punti di controllo “volanti” in tutta la Cisgiordania. Ad essi, poi, vanno aggiunte le centinaia di ostacoli fisici (muri, trincee, sbarramenti di terra e via dicendo) eretti dalle forze di sicurezza israeliane per limitare la circolazione dei palestinesi.
Altri dati importanti raccolti da B’Tselem sono quelli relativi alla demolizione di appartamenti ed edifici appartenenti a famiglie palestinesi. Nel 2006 Israele ha proceduto alla distruzione di almeno 292 case (279 delle quali nella Striscia di Gaza) nel corso delle sue operazioni militari. Così, 1.769 palestinesi sono rimasti senza tetto. Soltanto in 80 casi, peraltro, le famiglie coinvolte erano state avvertite per tempo della prossima demolizione. Altre 42 abitazioni sono inoltre state distrutte a Gerusalemme Est, in quanto costruite senza i necessari permessi: ospitavano non meno di ottanta persone.
Infine un’occhiata alle cifre relative ai prigionieri. Israele, allo scorso novembre, deteneva in carcere 9.075 palestinesi, 345 dei quali con meno di diciotto anni. Ben 738 detenuti, quasi uno su tredici, sono “ospiti” delle celle israeliane sulla base di un provvedimento di “detenzione amministrativa”. Senza cioè essere mai stati processati o informati delle accuse in base alle quali sono stati arrestati. (da Terrasanta.net, sito della Custodia di Terra Santa)

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Francis Crick, scopritore del Dna, preferisce gli extraterrestri a Dio.

Gli antichi presocratici, che non credevano ad un Dio creatore, cercavano nella realtà un principio primo, qualcosa di altro, tangibile e visibile, capace di rendere conto di tutto l’esistente: tutto deriva dall’acqua, o dall’aria, o dagli atomi….I moderni presocratici, alla Darwin, hanno provato a ripetere lo schema filosofico, non scientifico. Tutto, ma proprio tutto, deriva da altro: da un’ ameba originaria…Nella modernità che rifiuta Dio, l’acqua, o l’ameba, tornano a divenire dio, come nei tempi antichi, alla faccia dell’evoluzione, e l’uomo, di conseguenza, precipita a creatura inferiore all’acqua e all’ameba stessi, che ne sarebbero la causa! Al punto che evoluzionisti come Darwin e Spencer si oppongono alla vaccinazione, in quanto essa salva sì migliaia di uomini, ma determina anche un “impedimento al realizzarsi della libera competizione”. In realtà, da subito, molti evoluzionisti, tra cui Wallace, amico di Darwin, e per molti aspetti superiore, e Lyell, anch’egli amico e ispiratore di Darwin, si distaccano, insieme al grosso degli evoluzionisti, dal pensiero del loro celebre amico, per affermare l’esistenza di un salto evolutivo tra il bruto e l’uomo, e la presenza, nella natura, di un “disegno”, di un “piano”, di una “mente” superiore: l’esistenza di un Altro, con la maiuscola, che solo può spiegare la bellezza, la complessità, il “mistero della creazione”. Circa duecento anni più tardi, Francis Crick, scopritore della struttura a doppia elica del Dna, premio Nobel, e sostenitore di una moderna versione dell’eugenetica, deve fare i conti con qualcosa di straordinario: l’esistenza, in natura, persino nella forma di vita più meschina, di un principio informatore, di una misteriosa intelligenza intrinseca. Scrive così un’opera intitolata, in italiano, “L’origine della vita” (Garzanti), con prefazione del celebre scienziato Tullio Regge. In tale introduzione di appena tre pagine, torna almeno in due occasione il concetto di miracolo: di fronte al Dna, Regge parla di “reazioni chimiche che vengono miracolosamente regolate da una folla di enzimi specializzati la cui efficienza supera di gran lunga quella dei catalizzatori industriali”. Il Dna, insomma, secondo uno scienziato laico, oltrepassa l’opera intelligente, il disegno delle maggiori invenzioni umane. Nella seconda pagina della sua trattazione Crick, invece, esprime subito il suo atto di fede presocratico: tutto deriva da altro. Lo fa, però, introducendo un aggettivo poco scientifico, “misterioso”, al quale seguirà più volte la parola “miracolo” (ad es. a p. 52, 85…): “Il passo successivo è per ora misterioso: la formazione, a partire dalla zuppa (originaria, ma non si sa di quale provenienza, ndr), di un sistema chimico primordiale ma autoriproducentesi”. Nel capitolo intitolato “Aspetti della vita” Crick nega implicitamente la credenza darwiniana nel caso. Paragonando la struttura di una proteina, composta di tanti aminoacidi, ad una frase formata di lettere, scrive: “Anche se disponessimo di un miliardo di scimmie che sappiano scrivere a macchina è quasi nulla la possibilità che esse riescano a scrivere correttamente, durante un periodo pari all’età dell’universo, anche una sola terzina di Dante…abbiamo quindi scoperto che …esistono strutture complesse che si presentano in molte copie identiche, che hanno cioè una complessità organizzata, e che non possono essere nate per caso. La vita, da questo punto di vista, è un evento infinitamente raro, tuttavia la vediamo brulicare intorno a noi. Come è possibile che una cosa così rara sia così comune?”. A pagina 85 Crick conclude: “Un uomo onesto, munito di tutte le conoscenze attuali, può solo affermare che per ora, in un certo senso, l’origine della vita appare quasi un miracolo tante sono le condizioni che debbono essere soddisfatte perché il meccanismo si metta in moto”. Ma se la vita si è sviluppata sulla Terra, continua Crick, così “miracolosamente”, perché ciò non è avvenuto anche su altri pianeti, dove sarebbe stata più probabile, essendo essi più grandi e contenendo quantità immense di materiale organico? Non volendo ammettere l’esistenza e la necessità logica di un Altro, irriducibile a molecole di acqua o ad amebe, Crick finisce per cadere nell’assurdo: la vita non sarebbe nata sulla Terra, evento scientificamente troppo improbabile, troppo “misterioso”, ma “sarebbe arrivata non grazie ad un intervento divino bensì portata da una astronave lanciata da una superciviltà scomparsa da tempo” e abitata da “guardiani cosmici” che ci osservano senza essere visti… Che creduloni, questi scienziati “atei”!

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Incontro con Messori

L’opera di Vittorio Messori riveste nell’ambito cattolico un ruolo di particolare rilievo. Negli anni Settanta, quando anche nel nostro paese-vuoi per ragioni ideologiche, vuoi sull’onda del concilio- prese corpo l’idea di una Chiesa sempre più “dissolta” dentro il mondo e i suoi problemi, Messori rappresentò un’anomalia. Egli infatti si poneva in una posizione di rilancio della fierezza cristiana. Allora, era diffusa l’idea che il credente dovesse scomparire, farsi semplicemente lievito. La conseguenza più immediata scaturita da un tale atteggiamento produsse una progressiva disaffezione nei confronti della Chiesa visibile e delle gerarchie cattoliche. A molti, il dirsi cattolici parve una forma di presunzione, per non pochi l’incontro con la miscredenza, il dubbio, lo smarrimento dell’uomo moderno, parve potersi realizzare soltanto se fosse venuta meno l’identità. Andò così prendendo sempre più corpo la convinzione che il dialogo fosse possibile prescindendo dalla propria fede e dal senso di appartenenza ad una Chiesa. Ad esso si sostituì l’idolo del pacifismo e la forza di ideologie che spesso confinarono l’annuncio cristiano in un angolo.
La dimensione spirituale, il senso del miracolo, l’importanza dei sacramenti, furono sacrificate al feticcio dello sforzo umano e della buona volontà, protesi entrambi verso l’edificazione di una società più giusta.
Un contributo non indifferente ad un tale disegno venne da parte di molti sacerdoti, che si ritennero liberi battitori, profeti presuntuosi e solitari, intrisi di sociologismo, psicanalisi, metodo storico critico negli studi biblici.
Il risultato fu la scomparsa della cultura cattolica, il seppellimento della tradizione, il progressivo svuotarsi delle chiese. Messori contrastò per primo tutto questo, riproponendo la forza del cattolicesimo, della sua storia, della sua tradizione, dei suoi riti, dei suoi santi.
Ipotesi su Gesù, il suo primo libro ha rilanciato la disciplina dell’apologetica, ovvero della fondazione razionale delle ragioni del credere; il successo è stato enorme.
Evidentemente con quel libro Messori rispondeva ad un bisogno, personale e collettivo: rimettere al centro la forza dell’annuncio cristiano attraverso argomenti solidi, razionali.
Da allora lo scrittore Piemontese è diventato uno dei più importanti e tradotti scrittori cattolici nel mondo.
Con i quattro volumi, che egli stesso definisce: “L’esperienza del Vivaio”, Messori dà vita ad una sorta di “Enciclopedia Cattolica”, fatta di semi, suggerimenti, aneddoti, frammenti, tenuti assieme dall’intento di recuperare dentro una corretta prospettiva, la bimillenaria vicenda cristiana.
L’incontro di questa sera è un frutto del lavoro di Vittorio Messori, ma vuol pure essere un omaggio e un grazie da parte di tutti coloro che hanno condiviso il suo percorso intellettuale traendone spunti e motivi di approfondimento, credenti e non.

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I signori del DNA.

Il sociologo Edgar Morin ha recentemente affermato che c’è il rischio di nuovi, terribili totalitarismi, in cui le biotecnologie, di per sé, in molti aspetti, anche buone, potranno diventare lo strumento principale dei nuovi dittatori! Occorrono esempi concreti? Ne farò qualcuno, rifacendomi ad un testo scritto da alcuni giuristi e scienziati, intitolato “I giudici davanti alla genetica” (Ibis, Pavia, 2002). Non prima, però, di aver ricordato, a titolo esemplificativo, lo strano fatto per cui oggi in Cina, cioè in un paese ancora dittatoriale, “esistono già circa 40 cliniche di fecondazione in vitro, spesso costruite con l’assistenza dell’esercito, che, unitamente a influenti segmenti governativi, sembra profondere grande impegno a favore dello sviluppo di queste tecnologie” (Gregory Stock, “Riprogettare gli esseri umani”, Orme). Non si può non chiedersi: perché tanta attenzione alla sterilità, in un paese sovrappopolato e con la politica del figlio unico, come la Cina? Cosa importa la fecondazione artificiale all’esercito e al governo?
Lascio a voi la risposta, e ritorno al libro citato. Nel primo intervento il magistrato Amedeo Santosuosso ricorda alcuni rischi connessi alla “discriminazione su base genetica”: senza parlare della folle abitudine di scegliere i figli su misura, attraverso l’utilizzo di test genetici, della Fiv e dell’aborto selettivo, allude a questioni concernenti gli adulti. In particolare, ad esempio, cita il caso di Theresa Morelli, avvocatessa dell’Ohio: costei “si rivolge ad una compagnia di assicurazione per stipulare una polizza sanitaria, ma il contratto le viene rifiutato. Il motivo: è noto che il padre è affetto da Corea di Hungtington, malattia ereditaria che la giovane donna ha il 50% di probabilità di aver ereditato come predisposizione…Milioni di americani, al pari di Theresa, corrono il rischio di perdere la copertura assicurativa in quanto portatori di geni che sono associati ad una malattia”. Un rischio analogo può avvenire nel campo del lavoro: “la discriminazione genetica da parte dei datori di lavoro è una sorta di effetto collaterale della discriminazione genetica da parte di assicurazioni sanitarie: i datori di lavoro, infatti, sono interessati a discriminare geneticamente i dipendenti o gli aspiranti al posto di lavoro nella prospettiva di contenere i costi delle assicurazioni sanitarie, per malattie, infortuni, assenze”. Potrebbero bastare queste brevi considerazioni per comprendere che il pericolo non è tanto un nuovo “oscurantismo”, quanto, semmai, un nuovo liberismo assoluto nel campo scientifico-tecnologico! Ma il Santosuosso ci fornisce altre interessanti notizie: “il 17 dicembre 1998 il Parlamento Islandese…approva una legge che autorizza la raccolta e l’elaborazione dei dati sanitari e genetici dell’intera popolazione dell’isola da parte di imprese private a scopo di profitto”. Succede cioè che la società “deCode Genetics”, con interessi nel campo farmaceutico, viene autorizzata a accumulare “i dati che i medici raccolgono dai loro pazienti, i dati già raccolti sulla popolazione deceduta, i dettagliati alberi genealogici conservati da molto tempo presso le chiese sparse nel paese e i dati su campioni di sangue e tessuti”. La “deCode Genetics” “acquista il diritto di usare, per dodici anni, e a scopo di profitto economico” tutti questi dati! La cosa incredibile sta dunque nel fatto che uno Stato possa vendere tutte le informazioni più riservate (genetic privacy) del suo popolo ad una azienda privata, fondata con capitali americani, e quindi stranieri, che, a sua volta, senza neppure consenso informato, può elaborarli e utilizzarli “a scopo di profitto, con un pressoché totale diritto di esclusiva”! L’acceso poi, anche dello Stato, a tali “dati legati alla predizione di malattie” potrebbe aprire al strada anche alle tentazioni eugenetiche: “non bisogna mai dimenticare che tutta la legislazione eugenica di inizio Novecento, e poi quella della Germania, avevano come obiettivo dichiarato il miglioramento della società”. Il caso Islandese ci permette di toccare brevemente un altro aspetto legato alle biotecnologie. Quello degli interessi economici connessi ai brevetti. Scriveva Jacques Testart, pioniere della fecondazione in vitro, nel suo “La vita in vendita”: “la vita sta per essere integralmente trasformata in capitale e in merce, ovvero in fonte di profitto e in oggetto di scambio. Negli USA la terapia genica fa parte della nuova economia ed è quotata in Borsa…Nel 1980 la Corte Suprema Americana ha dichiarato brevettabile un batterio transgenico, mangiatore di idrocarburi, manipolato da un ricercatore. Per motivi di sicurezza il microbo non è mai uscito dal laboratorio per combattere una marea nera. Ma è entrato nella storia come il primo organismo vivente brevettato. Poiché il suo genoma era stato modificato da una mano d’uomo, era passato dal mondo dei prodotti naturali (non brevettabili), a quello delle invenzioni (brevettabili). Qualche anno fa, l’ufficio americano dei brevetti aveva concesso a Incyte un brevetto su 44 geni umani. L’unico lavoro dell’azienda era consistito nello scoprire un frammento di ciascuno dei 44 geni, senza nemmeno che la loro funzione precisa fosse identificata. Ma questi geni sono ormai una sua proprietà esclusiva: nessuno potrà sfruttarli senza l’accordo, vale a dire royalties che immaginiamo alte, di Incyte…L’appropriazione dell’oggetto scoperto, che sopprime il limite tra scoperta e invenzione, è qualcosa di nuovo nella scienza. Riusciamo a immaginare Cuvier che reclama i diritti sui fossili, o Marie Curie che fa brevettare l’uranio?”. Il problema dei brevetti (per esempio sulle staminali embrionali) è dunque assai serio, anche se nella recente campagna contro la legge 40 non se ne è quasi mai discusso, forse per fingere che il denaro non c’entrasse nulla! Ne parla anche la giurista Mariachiara Tallacchini nel saggio della Ibis già citato, sottolineando come, mentre la “disciplina statunitense sui brevetti considera come fenomeni non distinguibili scoperta e invenzione”, “la Direttiva europea 98/44/EEC sulle invenzioni biotecnologiche non definisce il termine invenzione, ma indica in novità, inventività e applicabilità industriale i requisiti delle invenzioni biotecnologiche, la cui brevettabilità è ammissibile anche se esse riguardino un prodotto consistente in, o contenente, un materiale biologico o un processo in cui sia prodotto, processato o utilizzato un materiale biologico (art.3)”. A tal riguardo il già citato Santosuosso specifica: “un elemento isolato dal corpo o prodotto con un processo tecnico, ivi compresa la sequenza parziale o totale di un gene, può rappresentare una invenzione brevettabile, anche se la struttura dell’elemento riprodotto è identica a quella naturale”. E’ evidente come, anche nel caso dei brevetti, ci si trovi di fronte a qualcosa di epocale. Lo scriveva anche l’europarlamentare verde Alex Langer: “finora quello che è terapia medica era sempre stato escluso dalla brevettabilità. Come ovviamente era escluso il corpo umano. Domani saremo nelle mani di chi ha la titolarità di questi brevetti” (Il Foglio, 2/7/2005). Se così è non possiamo non gettarci a capofitto, ancora una volta, nella battaglia per impedire che il progresso divenga fonte di asservimento e di perdita della libertà, “il bene più prezioso che i cieli abbiano dato agli uomini”. In nome di questa libertà, e del diritto naturale, occorrerebbe forse stipulare una inedita alleanza, che veda coinvolte anche quelle forze ambientaliste e no global sincere, che in parte hanno colto l’estremo inganno in cui i loro leaders li hanno portati: perché non si può essere per la natura, e poi schierarsi, come i Verdi italiani, contro la legge 40 (pessima, ma per le troppe aperture, non, come dicono, per limiti, pochissimi, che impone)! E non si può essere critici verso le multinazionali e lo strapotere dell’economia, e non contrastare l’estrema commercializzazione del corpo umano e della sua salute! (Da: “Controriforme”, Fede & Cultura)

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Saddam e i “dimenticati”: il relativismo è nemico della pace

(Nella foto, Marco Pannella)

A proposito dell’impiccagione di Saddam Hussein, pur condividendo le considerazioni sottoriportate dell’amico Marco Luscia contro la pena di morte, concordo pienamente con la riflessione di Bernardo Cervellera, pubblicata dal sito AsiaNews.it che riporto di seguito e consiglio di leggere.

«Siamo ancora segnati dal dolore e dalla preghiera per l’esecuzione di Saddam Hussein. Ma non possiamo non denunciare tanta ipocrisia da parte dei molti campioni contro la pena di morte che l’ex dittatore irakeno è riuscito a radunare prima e dopo la sua impiccagione.

Perché questi “professionisti” dello scandalo per la pena di morte comminata contro un uomo che ammirava – e seguiva – Hitler , poco si dolgono di altre condanne a morte e di altre violenze? Quando mai un vescovo cinese scomparso e ucciso nei lager ha trovato tanta solidarietà? Quando indù, cristiani, musulmani imprigionati nelle carceri saudite o iraniane hanno goduto di tanto sdegno internazionale e sostegno personale e pubblico? Il piangere da un occhio solo da parte di personaggi o organizzazioni è segno non solo di una soffocante visione ideologica, ma di un profondo relativismo.

Il relativismo, è un pericolo alla pace alla stregua del terrorismo e della guerra. Questo atteggiamento così diffuso in occidente, che vuole scrollarsi di dosso qualunque certezza e qualunque quadro di valori, che innalza i tiranni e nasconde i perseguitati, che parla in modo ovattato di tutto perché non si interessa di nulla, è stato messo da papa Benedetto XVI fra i veri pericoli della pace nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della pace 2007. Finora avevamo sempre pensato che il militarismo, le guerre, i carri armati, le bombe atomiche e nucleari erano ciò che uccide la pace. E lo sono.

Tutti gli strumenti di offesa sono frutto di ideologie che vedono la soppressione dell’altro come condizione indispensabile alla vittoria delle proprie idee. Ma nel Messaggio di quest’anno il pontefice punta il dito su quelle concezioni relativistiche della persona che svuotano di ogni senso universale i diritti dell’uomo e il valore della persona umana.

Da anni all’Onu, al Parlamento europeo e in altre organizzazioni internazionali si suggerisce una visione di questo tipo per cui i diritti di un cinese o di un africano non sono uguali a quelli di un europeo, o un americano. Il risultato è sempre il disinteresse verso la sorte di milioni di persone uccise, torturate, soffocate nella loro espressione, mentre la vela dei propri interessi nazionali ed economici viaggia su mari tranquilli.

Alcuni mesi fa, in prossimità dei colloqui fra Cina ed Europa, Antti Kuosmanen, ambasciatore finlandese a Pechino, ha dichiarato candidamente che “i diritti umani” non sono “un punto dominante” del rapporto. Se si prende in considerazione che le stesse organizzazioni – Onu e Parlamento europeo – combattono una guerra per “la libertà” nella definizione del genere (maschio, femmina, lesbica, gay, ecc…), delle coppie di fatto, dell’aborto come “diritto riproduttivo”, della manipolazione degli embrioni, si comprende che questo relativismo non è altro che una grave forma di schizofrenia.

Lo abbiamo vista in atto anche con la morte di Saddam Hussein. Come un dottore sapiente e pietoso, Benedetto XVI traccia altre forme di questa malattia. Fra queste vi è un modo distorto di affrontare i problemi ecologici. Il papa nel suo Messaggio chiede a tutti di maturare verso “un’ecologia sociale”, che comprenda l’attenzione all’uomo e al destino dei popoli.

Per questo l’impegno contro l’inquinamento dei mari, per la salvaguardia di specie faunistiche in estinzione e per la ricerca di energie alternative non può dimenticare che al centro di tutto (e non come problema da eliminare) vi sono gli esseri umani. Le energie che si investono per la difesa delle balene, o per piangere il delfino bianco dello Yangtze devono essere ridistribuite per aiutare gli uomini a trovare la via di uno sviluppo sostenibile e dignitoso, che comprende la cura delle malattie e il diritto all’acqua potabile.

E se i diritti umani sono per tutti, bisogna che la libertà religiosa sia perseguita non solo (ed è giusto) per i musulmani in Europa, ma anche per i cristiani che vivono nel mondo islamico. Questo disinteresse per l’elemento “uomo” nel pacifismo ecologico e diplomatico mondiale pesca in una malattia ancora più radicale, che è un pessimismo sull’uomo e sul suo valore, sulla sua capacità di rispondere a compiti e doveri.

Per questo, invece di fare appello alla sua responsabilità, si scelgono le vie drastiche del potere, della guerra, dell’eliminazione, della schiavitù o la violenza dell’indifferenza. Il papa nel suo Messaggio suggerisce anche una medicina: per rimettere l’uomo al centro della pace, occorre rimettere Dio al centro della vita dell’uomo. Benedetto XVI suggerisce due piste fondamentali: affermare il diritto alla vita, come “un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità”; affermare la libertà religiosa perché essa “pone l’essere umano in rapporto con un Principio trascendente che lo sottrae all’arbitrio dell’uomo”. Senza queste due direzioni il relativismo e la schizofrenia ci portano solo all’eutanasia e alla dittatura, alla guerra e alla cultura di morte.»

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Nessuno può dirsi giudice

La vicenda di Saddam, il macabro rito della sua impiccagione, rivela una serie di elementi che non possono che inquietarci. La preparazione dell’esecuzione e gli ultimi istanti di vita raccontati attraverso le immagini rappresentano quanto di più lontano si possa immaginare rispetto alla pietà cristiana. Tutto ciò esprime un sentire primitivo: l’idea di una rappresentazione che funga da elemento sinistramente pedagogico, un monito, un avvertimento. Perché quelle immagini sono distillate con maestria, non sono casuali e non riflettono neppure la realtà ma soltanto una porzione di essa, quella che fa comodo ai vincitori. Quei fotogrammi ci riportano indietro di cento anni quando sulle piazze si poteva assistere alla fine del delinquente esposto al pubblico supplizio.
Niente, oggi, legittima la pena di morte, il suo allestimento, la sua calcolata e rituale esecuzione.
Questo è il disagio che ha ferito molti occidentali davanti al tiranno sull’orlo del baratro.
Saddam fu condannato a morte oramai molti anni orsono, quando si decise di identificare in lui il male, o meglio una forma del male assoluto. Come si fece dopo la morte di Hitler quando la coscienza dei vincitori si trovò costretta a fare i conti con l’immane tragedia dell’olocausto. I Sovietici furono tra i primi ad avanzare l’ipotesi che il Hitler fosse un depravato, un folle, che il suo cervello presentasse un strana inconsistenza, che fosse afflitto dalla sifilide. Nell’autopsia sul corpo carbonizzato di Hitler essi andarono a cercare la conferma delle loro ipotesi, si spinsero persino ad affermare che il leader nazista non trovò neppure la forza di spararsi, rivelando con questo la propria estrema codardia. Ma le cose non andarono così. Certo, l’ipotesi che il male fosse causato da un singolo individuo capace di attrarre a sé, grazie ad un carisma demoniaco, l’intero popolo tedesco seducendolo e trascinandolo verso il baratro, fu assai comoda.
Come ha fatto comodo fare di Saddam l’istigatore del terrorismo internazionale e il tiranno smanioso di possedere la bomba atomica. Per alcuni anni da parte di stampa e televisione si è taciuto delle molte dittature, dei molti tiranni presenti sul pianeta, dipingendo il solo Saddam come la quintessenza del male.
Questa procedura ha evitato a ciascuno noi di fare i conti con la reale natura del male, con il fatto che esso non sia mai espressione della follia, del cortocircuito di un singolo individuo, ma sia piuttosto una forza oscura, potente, capace di sedurre ogni individuo solo che le condizioni si presentino. L’idea “dell’uomo malvagio” ci deresponsabilizza, ci fa sentire buoni, saggi, equilibrati, eludendo il mistero del male, la sua presenza sempre si rinnova, mai vinta. Recentemente una strage che ha visto la soppressione di quattro persone, fra cui un bambino, ci ancora una volta messo di fronte alla possibilità che il male possa primo o poi germinare anche nella nostra vita.
Tutta l’antropologia Paolina evidenzia proprio questa divisione dentro l’uomo, questo nostro essere contemporaneamente angeli e demoni. E’ questa la misteriosa presenza del male di cui parlo, la forza del maligno, piaccia o non piaccia a certa teologia progressista.
E’ difficile per l’uomo occidentale accettare il fatto che le grandi promesse di cui furono portatori l’illuminismo e l’ottimismo razionalistico potessero naufragare sugli scogli di un ventesimo secolo che ha visto consumarsi le più atroci carneficine dell’intera storia dell’umanità.
E’ difficile per l’uomo occidentale accettare che persino la speranza riposta nella tecno-scienza si rivelasse fallace, illusoria, così come tutti i progetti volti ad educare il cittadino alla consapevolezza, all’equilibrio, ai valori dell’obbiettività e del buon senso di cui la scienza si diceva portatrice per bocca dei suoi anfitrioni.
Quello cui assistiamo è in realtà il sorgere di un mondo senza orizzonte, senza speranza, in cui le promesse di pace e di benessere tradite generano frustrazione ed inquietudine.
L’uomo non è diventato più buono o più capace d’amare, anzi, l’amore stesso è in crisi tanto è assillato dal desiderio della felicità , del piacere, della soddisfazione immediata e durevole.
L’uomo-in una parola- ha dimenticato il male in quanto realtà personale costantemente presente, ha creduto di averlo vinto una volta per sempre, nell’orgogliosa affermazione della propria autonomia dal divino. Ma dimenticando il male l’essere umano si è precluso la possibilità di conoscere il vero bene.
Così quando sulla scena della vita si affacciano le sinistre figure dei dittatori e dei pluriomicidi con essi cresce la fretta, la voglia di spiegarli per ridurli a deviazioni, a mostri, ad escrescenze impreviste. Dimenticando che ogni uomo, ogni colpevole è frutto di un ambiente, di un’epoca, di un mondo, di determinate relazioni, di soprusi, di viltà , di cinismi, di calcoli economici e politici.
Il colpevole non è mai solo, egli è con noi. Questo non per scagionare chi si macchia di orrendi delitti, ma per comprenderlo realmente.
Il cristianesimo sa, da sempre, che in ogni uomo alberga il male, che le relazioni umane sono segnate dallo stigma del male. L’uomo è ferito dal peccato ed è ferito d’amore. La ferita d’amore è il lascito di Gesù Cristo, il frutto del suo sacrificio e del suo sangue versato.
Così, quando questa consapevolezza si fa presente in noi, nel nostro cuore di peccatori germina la possibilità del perdono. Soltanto la consapevolezza della comune figliolanza nel male ci rende tolleranti, capaci di comprendere, rendendoci immuni dal pericolo della ricerca del capro espiatorio.
Il cristiano sa, che l’unico “capro espiatorio”, l’unico essere degno di donare il perdono è Gesù, perché soltanto lui è privo del peccato.
Per questo, chi non crede nel mistero della redenzione difficilmente sarà capace di un perdono che vinca la voglia di vendetta, che vinca la legge del taglione.
L’uomo non ha il diritto di chiedere una vita, di sacrificarla per restaurare un ordine leso; lo avrebbe se fosse irresponsabile, se fosse puro, senza peccato.
Ma ciascuno di noi sa bene che una forza oscura preme dentro il quotidiano di ciascuno ed essa assume molteplici forme e nomi. Questa forza si chiama interesse, volontà di affermazione, di dominio, sfruttamento dei deboli, passione erotica incontrollata, ricerca smodata del denaro e del piacere, voglia di un figlio a qualsiasi costo, aborto, sperimentazione su esseri indifesi. Essa è il cinismo della politica, il sacrificio delle guerre per ragioni di dominio sulle risorse energetiche, essa è la volontà di imporre un unico stile di vita, di affamare alcuni popoli per compiacere il proprio tenore di vita ecc…
Questo è il male, semplice, elementare, capace di trasformarsi, di farsi ideologia di un piccolo gruppo, di un popolo, forza che muove gli eserciti, nebbia che acceca le menti dei dittatori.

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