Non è facile comprendere

Non è facile comprendere perché voi della sedicente sinistra riformista ve la prendete con Verdi, Rifondaroli e Comunisti (Italiani), accusandoli di voler affossare il Governo Prodi. Infatti gli amici della sinistra estrema mica si inventati oggi l’abolizione dello scalone, l’aumento delle pensioni più basse, la chiusura del ctp, i DICO, l’abrogazione della legge Biagi, la felicità per tutti, etc etc: tutto era scritto nel programma presentato da Prodi agli elettori. Ed allora attuatelo questo programma! O, forse, solo ora scoprite che quello che avete promesso agli elettori non può essere realizzato? Ma, allora, di tutti coloro che vi hanno votati convinti che le pensioni sarebbero aumentate, che lo scalone sarebbe stato abolito e la legge Biagi abrogata, che i ctp sarebbero stati chiusi, che tutti sarebbero stati più felici etc etc, che ne facciamo? Li volgiamo forse considerare tutti degli irresponsabili sovversivi? Non è neppure facile comprendere perché voi della SVP (con il PATT a rimorchio) ve la prendete tanto con il povero Prodi per l’aumento della pressione fiscale a danno di artigiani, commercianti e piccole imprese. Lo sapevate bene, quando a più riprese avete votato la fiducia ad un Governo che senza i vostri voti non sarebbe neppure sorto, che a dirigere il tutto sarebbe ritornato il truce Visco, per il quale ogni “autonomo” (nel senso del lavoratore, non del frequentatore di centro sociali, ché quelli sono buoni) è un potenziale delinquente. Sapevate anche dei nuovi studi di settore quando avete approvato una legge finanziaria, che senza i vostri voti non sarebbe passata; lo sapevate eccome, visto che nella finanziaria già era tutto previsto. Ed allora perché solo ora fate la voce grossa? Perché solo ora le conferenze stampa contro la politica fiscale del vostro Governo (vostro perché solo grazie ai vostri voti sta ancora in piedi)? Forse perché vi siete accorti che i vostri elettori dei vostri compagni di viaggio ne hanno già abbondantemente piene le tasche? La cosa mi pare francamente poco seria e, per dirla tutta (senza offesa, ovviamente), un pochino all’italiana. In fin dei conti se ora Visco e Padoa Schioppa dettano la linea è solo perché voi, prima avete chiesto ai vostri elettori di votarli, e quindi, vinte le elezioni per una manciata di voti (più o meno quelli raccolti dal PATT in Trentino), avete tenuto in piedi e continuate a tenere in piedi questo Governo. Ed allora sostenetelo il vostro Governo! Se possibile senza troppe storie, perché, si sa, ein Mann ein Wort!

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Coraggio laido

Ha ragione Prodi! C’è un’aria irrespirabile. Il Presidente del Consiglio lo può dire meglio di chiunque altro data la sua città di provenienza: Bologna.
Da un po’ di tempo a questa parte, pare che Bologna sia diventata improvvisamente la città del coraggio laico. O meglio, la città di iniziazione, di prova, di allenamento del coraggio laico.
Hanno avuto un coraggio laico da leoni quanti, in occasione della discesa dell’immagine della B.V. San Luca, hanno manifestato la loro appartenenza omosessuale alzando cartelli di saluto a Mons. Bagnasco: “vergognati”. Più ancora coraggio hanno, fervidamente, mostrato quanti – a chi faceva notare che mai durante la processione della Madonna di San Luca, cui partecipa tutta la città, era accaduta una cosa simile – hanno risposto: “non sapevamo che la Madonna, proprio oggi, come ogni anno, da qualche secolo a questa parte, scende in città,! Se lo avessimo saputo mai avremmo organizzato una gazzarra del genere”. Pochi giorni dopo, avvertiti che la preziosissima icona della Vergine, unica icona presente nella cattedrale di Mosca, come ogni anno, da qualche secolo a questa parte, viene posta in Cattedrale per la preghiera di tutto un popolo, i coraggiosi si sono spogliati e sdraiati sui gradini d’ingresso della Chiesa madre di Bologna. “Questa volta, siamo consapevoli di quello che facciamo”. Il coraggio di chi dà tutto ( compreso i propri vestiti!) per le proprie idee.
Effettivamente neanche negli anni della contestazione, del 77, a Bologna qualcuno si è mai sognato di infastidire uno dei momenti più intensi della vita della città: quella della visita della Signora che dal Colle della Guardi.
Ma questa, signori e signore, è la stagione del coraggio laico!
Ora la Vergine Santissima si ostina ad essere politicamente scorretta. L’appellativo con cui la si chiama a Bologna, la Madonna, pare la crasi di due termini non usuali nel vocabolario di un certo virilismo laico: Madre e Donna. E che mai? La femminilità può mai essere definita da queste due parole? E’ una riduzione insopportabile. La femminilità non appartiene alle sole madri. Gli uomini ne sarebbero, intollerabilmente, discriminati. Né tantomeno, in un epoca di gender culture, possiamo definire la femminilità un fatto di natura? Giammai, la natura non esiste. Esiste, piuttosto, la cultura. L’esser donna è una scelta culturale. Dico bene, onorevole (ssa) Vladimir?
Ora, rimanendo la Madonna nella sua etimologia propria “la mia Signora”, Colei che ci rende – per averci regalato il Figlio di Dio – tutti, indiscriminatamente “signore e signori”, ai coraggiosi, quelli intrepidi – voglio dire, quelli che sono certi di non rimetterci mai niente – la cosa continua a non andar giù. E allora, pienamente consapevoli, si rivolgono, con una mostra, a Lei che “tutte le generazione chiaman beata”, con l’insolito titolo di “Signora dello sperma”. “Coraggio ragazzi. Dai che ce la facciamo! Siam così virili che non possono nemmeno più scambiarci per delle checche!!”
Il Quartiere di Bologna che aveva patrocinato la manifestazione artistica sulla sperma e sulle dense e (sempre, nonostante tutto) feconde lacrime della Madonna, ha ritirato la mano. Come i coraggiosi, ricordate?: “Non sapevo niente, ho dato i soldi ma perché me li hanno chiesti, mi han solo detto che sono per una mostra sulla Madonna”. Che coraggio!? Non il loro, il nostro che li votiamo da 50 anni!
Il giorno seguente, sempre a Bologna, solo perché non pensiate che la frase del Presidente del Consiglio si riferisca alla storia dei rifiuti della Campania, una piccola chiesa è stata, coraggiosamente, imbrattata di scritte blasfeme e sataniche.
Infine, è roba di oggi, la mostra coraggiosamente laica del gruppo “Linea Lesbica” rilegge in chiave omosessuale i dieci comandamenti. “Abbi te stessa e le altre al di fuori di un d/io”, “se lo desideri commetti con lei gli atti impuri che entrambi volete”: wow! Anche le lesbiche sanno fare arte! E che coraggio!
E anche stavolta, il Quartiere S.Stefano: “Non sapevo niente. Mi spiace. Abbiamo dato i soldi. Pensavamo che fosse una ripresa del catechismo di Pio X. Scusate, ritiriamo il patrocinio”.
Solo qualche mese fa, a Natale, sempre a Bologna mi raccomando, il presepe in Municipio affidato ad un artista di fama e coraggio internazionale, oltre al bambino, alla Madonna (questa volta piangente sul serio), San Giuseppe, tra le statuine, il fedele poteva anche trovarvi quella della nuda Moana.
E’ proprio vero che il coraggio è intraprendente, porta chi ne è ricco a compiere imprese che altrimenti ci atterirebbero, vince i luoghi comuni e sfida il potere, per dare una mano agli indifesi…magari con i soldi di tutti.
Il Presidente ha naso fine. C’è un’aria insopportabile. I microbi Bonino, Borselli, Checca Paoni, Grillino stanno rendendo difficile la respirazione. I Vescovi vanno in giro con la scorta, la Madonna vilipesa, il Papa insultato al Gay Pride, i sacerdoti televisivi, Vauro e Santoro, danno dei pedofili a tutti i sacerdoti che proprio in questi giorni, solo in Diocesi a Bologna, raccolgono ed educano al coraggio di cavalieri antichi, oltre 10.000 bambini…
E’ possibile, Presidente, decretare una campagna di disinfestazione?

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Le logge in Africa

Pubblichiamo un articolo apparso su Nigrizia (con benefico d’inventario, dato l’orientamento progressista della rivista e il taglio molto divulgativo dell’articolo) su un tema poco conosciuto: le logge massoniche in Africa.
Loggia ci cova, di Fran?ois Misser
Arrivata con il colonialismo europeo, la massoneria ha un ruolo non trascurabile nell’evoluzione politica del continente. Dal Sudafrica alla Liberia, dal Gabon al Madagascar sono 90mila gli affiliati. Spesso influenti, non di rado ai vertici del potere.
Bisogna risalire al 1772 per scoprire la data di nascita della massoneria in Africa. La prima loggia fu fondata a Città del Capo, nel luogo dove ora sorge il parlamento sudafricano, che continua a ospitare il tempio originario, il Goedehoop Tempel, dove i massoni tennero le loro prime riunioni. Forte oggi di alcune decine di migliaia di adepti, la massoneria sudafricana ha annoverato nei suoi ranghi Cecil John Rhodes, uno dei costruttori della colonia, e Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori dell’impero dei diamanti De Beers.
Questa loggia, come del resto la prima loggia francofona del continente, fondata a Saint-Louis (città dell’attuale Senegal) nel 1781 dal Grande Oriente di Francia (Godf), non contava nessun africano affiliato. Il giornalista francese Claude Wauthier nel suo libro L’étrange influence des francs-ma?ons en Afrique francophone (Le Monde Diplomatique, Paris, 1997) parla di una massoneria “coloniale”. E ricorda che Jules Ferry, che concepì il progetto coloniale francese, era egli stesso un massone.
In seguito, la massoneria ha aperto le porte agli africani e ai neri delle colonie. ? il caso del deputato senegalese Blaise Diagne, che nel 1918 reclutò i fucilieri per la fanteria coloniale, o del governatore generale dell’Africa equatoriale francese, Félix Eboué, originario della Guaiana, nominato nel 1940. Di fronte al mondo coloniale, come spiega il libro di Rachid N’Diaye L’Afrique et les francs-ma?ons: une histoire d’espoir et de sang (Africa International, Paris, 1989), la massoneria non ha avuto un comportamento monolitico: l’abolizione della schiavitù in Francia (1848) deve molto all’impegno del massone alsaziano Victor Schoelcher.
A partire dal 1861, s’installò la Loggia di Lagos (Nigeria), sotto la tutela della Grande Loggia unita d’Inghiterra. E presto si affacciarono in questo paese le logge irlandesi e scozzesi. La Grande Loggia d’Irlanda attecchì anche in Ghana, dove si trova una loggia di San Patrizio, come del resto nell’ex-Rodesia del Sud (oggi Zimbabwe), in Sudafrica e nell’ex-Rodesia del Nord (oggi Zambia).
Gran maestri a Monrovia
Ma in nessuna nazione del continente la massoneria ha avuto tanto peso quanto in Liberia. In questo paese, dall’indipendenza del 1847 fino al 1980, si sono succeduti 17 presidenti massoni, di cui 5 gran maestri, affiliati all’obbedienza afro-americana Prince Hall. Simbolo di tutta questa potenza è il tempio in marmo bianco che domina la capitale Monrovia. Per tutto questo periodo, i dibattiti parlamentari erano infarciti di riferimenti massonici, i massoni sfilavano la domenica in processione con i loro cappelli a cono e i loro grembiuli, e lo stesso palazzo presidenziale mostrava simboli massonici.
Nonostante i tentativi del presidente e gran maestro Wiliam Tolbert, “americo” d’origine, come tutti i suoi predecessori, d’integrare nella massoneria i notabili delle etnie autoctone, la faccenda sfociò in un bagno di sangue. In seguito al colpo di stato di Samuel Doe, nel 1980, molti dirigenti massoni furono uccisi e il tempio saccheggiato. La fine della guerra e l’avvento alla presidenza di un altro “americo”, la signora Ellen Johnson-Sirleaf, potrebbe tradursi in un ritorno in forza della massoneria nella società liberiana.
Altrove in Africa, decenni dopo le indipendenze, si assiste sovente a una riproduzione delle stratificazioni di potere simili a quelle dell’epoca coloniale. Così, la Grande Loggia nazionale del Gabon, la Grande Loggia nazionale malgascia e quella del presidente gabonese Omar Bongo sono collegate alla Grande Loggia nazionale francese (Glnf). Mentre il Gran Rito Equatoriale gabonese (Gre), i Grandi Orienti e le Logge Unite del Camerun (Goluc), i Grandi Orienti e le Logge Associate del Congo (Golac), la Grande Eburnea (Costa d’Avorio) e il Grande Rito malgascio sono affiliati al Godf.
Talora le rivalità si esprimono in modo brutale. Nel 1996, il gran maestro del Gre, Fran?ois Owono Nguéma, ha accusato pubblicamente le logge rivali di satanismo. Nel 1997, la laicità agnostica raccomandata dal gran maestro del Godf, Jacques Lafouge, nel contesto degli incontri umanisti e fraterni malgasci (Rehfram), ha suscitato le critiche virulente della Conferenza delle potenze massoniche africane (Cpmaf). Infine, gelose del fatto che la Glnf, deista, sia la sola obbedienza francese riconosciuta dalla Grande Loggia Unita d’Inghilterra e dalla massoneria americana, le altre obbedienze francesi e le affiliate africane l’hanno rimproverata di essere in cavallo di Troia degli anglosassoni in Africa.
Fran?afrique con il grembiule
Mezzo secolo dopo le indipendenze africane, l’influenza dei massoni rimane molto forte in quel settore dell’amministrazione francese che tiene le relazioni con il continente. Due membri del Godf hanno occupato i posti di consiglieri presidenziali per gli affari africani: il socialista Guy Penne per conto di Fran?ois Mitterrand, dal 1981 al 1986; poi, a partire dal 1995, Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Nello steso periodo, i “fratelli” Christian Nucci (Godf) e Jacques Godfrain (Glnf) hanno fatto parte del ministero della cooperazione allo sviluppo.
Una situazione che ha consentito di tessere relazioni più strette con i presidenti africani affiliati a queste obbedienze. Il congolese Denis Sassou Nguesso e il gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) sono entrambi affiliati alla Glnf, a pari del ministro della sicurezza del Burkina Faso, Djibril Yipènè Bassolé, e dell’ex-ministro delle finanze del Congo-Kinshasa, André-Philippe Futa, gran ufficiale della Glnf, che pretende di aver iniziato alla massoneria molti capi di stato africani, naturalmente senza precisare quali… Al Godf sono iniziati i presidenti Idriss Déby (Ciad), Blaise Compaoré (Burkina Faso) e l’ex-presidente congolese Pascal Lissouba; e lo erano i defunti Léon Mba (presidente del Gabon) e Gnassingbé Eyadema (presidente del Togo).
Alcuni aggiungono alla lista il nome del presidente centrafricano Fran?ois Bozizé, che sarebbe stato iniziato da Sassou Nguesso. Mentre il presidente camerunese Paul Mbya appartiene alla branca dissidente della Società dei Rosa Croce: il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali.
Contrariamente a quanto è avvenuto nel continente americano, dove la massoneria, in linea generale, ha scelto il campo di chi si batteva per l’indipendenza, in Africa non si è sempre mossa con questo intento. Se i massoni neri americani figuravano nell’entourage del nazionalista Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, va però rilevato che le logge sudafricane si sono battute poco contro il regime dell’apartheid.
Una cosa è però certa: anche in Africa la massoneria ha prosperato, seducendo le élite con i suoi riti iniziatici, con le sue pratiche esoteriche e mistiche, le quali ricordavano quelle delle confraternite o delle società segrete preesistenti al colonialismo. Altre ragioni di attrazione vanno ricercate nelle prospettive di promozione sociale, che molti “fratelli” sperano di ricavarne, e nel forte senso della gerarchia.
Attraverso la massoneria, il presidente ivoriano Laurent Gbagbo ha tentato di rafforzare i suoi legami con il Partito socialista francese, in un periodo delicato della sua parabola politica, mentre si trovava isolato sulla scena regionale. D’altra parte, la natura affaristica delle relazioni tra certi dirigenti africani massoni e l’ordine al quale appartengono, suscita non pochi interrogativi. Nel 2005, il settimanale francese L’Express ha rivelato che il presidente della Repubblica del Congo ha donato 380mila euro al gran maestro della Glnf, Jean-Charles Foellner. Ancora non si è capito per quali servizi resi a Sassou Nguesso, membro della Glnf…
Logge etniche
Tuttavia, la massoneria non è stata sempre e sistematicamente legata al potere in Africa. Ad esempio, i regimi a partito unico – fossero fascisti o comunisti – consideravano la massoneria come potenzialmente sovversiva e gli rendevano la vita dura. Nel 1963, i membri del Partito democratico della Costa d’Avorio hanno subito una vera e propria caccia alle streghe; e c’è voluto l’intervento del Godf presso il defunto presidente Félix Houphou?t Boigny per consentire alla filiale ivoriana del Grande Oriente di potere operare nel paese. Nell’ex-Zaire (oggi Rd Congo), Mobutu vietò la massoneria all’indomani del suo colpo di stato del 1965 e la riabilitò solo nel 1972, su richiesta del Grande Oriente del Belgio. Inoltre, dopo le indipendenze, i regimi “progressisti” di Guinea, Mali e Benin hanno chiuso le logge.
Sul terreno squisitamente politico, sarebbe improprio limitare l’influenza dei massoni ai soli intrighi intorno ai detentori del potere. In numerose occasioni, i “fratelli della luce” si sono adoperati per placare le tensioni politiche. Così, durante la Conferenza nazionale per la democratizzazione dei primi anni ’90, la loggia del Gran Benin ha diffuso un appello utile a instaurare un clima di tolleranza. E ancora: le logge camerunesi e ivoriane hanno tentato, senza riuscirci, di riconciliare Lissouba e Nguesso nel corso della guerra civile in Congo-Brazzaville.
Le sfide di oggi sono altre. In Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Appartiene a questa corrente la Reformed Ogboni Fraternity (Rof), attiva nel delta del Niger, che si dichiara in rottura con il “feticismo” e afferma di promuovere la moralità, la disciplina e la ricerca della verità. Nata come organizzazione cristiana, è evoluta per assorbire i non-cristiani, fermo restando che l’obiettivo finale è servire la causa del popolo ogoni (Ken Saro-Wiwa, lo scrittore impiccato nel 1995 dal regime militare, era un ogoni), che si batte per vedere riconosciuti il proprio diritto alla terra e alla piena cittadinanza.
Altra sfida. Se all’inizio, fatto salvo la chiesa riformata olandese in Sudafrica, ostile alla doppia appartenenza, la maggior parte delle chiese protestanti si è mostrata indulgente verso propri membri iscritti alla massoneria, negli ultimi anni si sta verificando un irrigidimento. Uno dei sintomi è la polemica che ha diviso la Chiesa presbiteriana dell’Africa orientale, quando in Kenya, nel 2004, i partigiani di una delle sue fazioni hanno distrutto le vetrate della chiesa di sant’Andrea di Nairobi, perché, secondo loro, mostravano segni simili a quelli della massoneria. Di qui l’indignazione degli altri membri della comunità.
I cristiani non hanno il monopolio di questo genere di polemiche. In Senegal, gli intellettuali musulmani discutono – e non sempre serenamente – sulla compatibilità o meno della concomitante appartenenza all’islam e alla massoneria.
(Fonte: Nigrizia del 29 maggio 2007)

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Un ex radicale si confessa…

L’ex radicale libertario si confessa: “Ero schiavo del sesso su Internet”
di Stefano Lorenzetto
Lavorava con Pannella. Organizzava show per il divorzio e l’aborto con i cantautori. Nel ’96 un tecnico collegò il suo computer al web: nel giro di pochi mesi era diventato pornodipendente. “Una nuova patologia”
[Da “il Giornale”, 23 giugno 2007]
Fino ai 22 anni Vincenzo Punzi non sapeva nulla dell’altro sesso, “mai viste donne nude, neppure in fotografia, mai praticato l’autoerotismo, ignoravo come si facesse l’amore, ero assolutamente vergine”. A 52, dopo aver avuto centinaia di partner, cominciò a navigare in Internet e nel breve volgere di poche settimane cadde prigioniero di un consumo compulsivo e assolutamente incontrollabile di pornografia, si ritrovò semiimpotente, riusciva a eccitarsi soltanto davanti allo schermo del computer con le immagini dei siti a luce rossa. A 59 comprese d’essere malato, molto malato, “m’accorsi che l’erezione sopraggiungeva anche solo a guardare i nudi del Giorgione”, e allora decise di aprire sul Web un gruppo di autoaiuto, al quale subito s’ iscrissero internauti che per soddisfarsi ricorrevano persino alle modelle in costume da bagno del catalogo online Postalmarket.
A 63 anni Vincenzo Punzi è guarito e può dire d’essere l’unico uomo al mondo che ha avuto il coraggio di dichiararsi pornodipendente con nome e cognome, mettendo in piazza le sue miserie, mostrando la sua faccia. Dal fondo dell’ abisso ha cavato fuori un libro, Io, pornodipendente sedotto da Internet, “che ha venduto molto, però meno di quanto sperasse l’editore Costa & Nolan, perché ho sbagliato titolo: pochi hanno il coraggio di andarlo a comprare in libreria, temono d’essere scambiati per onanisti”.
La vergogna. ? il primo muro che devono superare i 250 disperati che ogni giorno raggiungono il romano Punzi al suo domicilio elettronico, www.noallapornodipendenza.it, tante storie di ordinaria devastazione psichica, fisica e morale, neanche una fotografia – sarà mica un caso – e quel messaggio di benvenuto che suona tremendo e fiducioso a un tempo: “Hai cercato qualche cosa, qualcuno che ti aiutasse a capire la cosa folle che avevi dentro di te. Alla fine sei arrivato nel nostro sito, che ora è anche il tuo. Il sito di noi pornodipendenti. Finalmente ora sai che non sei solo, non sei l’unico, mentecatto, ipersegaiolo sulla faccia di questa terra. Che sarebbe così bella e che invece è insozzata e umiliata da questa marea di merdosa pornografia. Oggi è il primo giorno del tuo ritorno alla vita!”. E dire che quest’uomo colto e perbene, laureato in economia e commercio, che ha appena organizzato per il ministero degli Esteri la trionfale tournée del violinista Uto Ughi a Tirana e Ankara, è stato un libertario, uno di quelli per i quali tutto è lecito, dal sesso alla droga, a condizione che non leda i diritti altrui, “un profondissimo radicale, ho anche lavorato a lungo per il partito, in via di Torre Argentina dividevo la stanza con Marco Pannella”. E prim’ancora era stato un sessantottino, animatore della comune di via della Stelletta, “eravamo in 7-8 fissi, la sera ne arrivavano a dormire altri 15, le coppie si formavano e si disfacevano, mettevamo tutti i nostri soldi nella stessa cassa, poi c’era sempre quello che se li fregava, e io un giorno decisi che dovevamo mangiare accovacciati per terra”.
Ci sarà un motivo se l’uomo inventò la sedia.
“Dovevamo rompere con tutto e con tutti. Eravamo sempre fumati di hashish, molti si facevano di eroina e di Lsd. Io no, solo qualche canna, ma senza alcun effetto, a parte le grandi vomitate”.
Ma lei con chi voleva rompere?
“Con la mia famiglia. Padre industriale, madre casalinga, anafettivi. Se divento re della Terra, introduco la patente per i genitori. Da piccolo hai bisogno del loro amore, loro sono Dio, l’universo compiuto, la tua connessione col mondo, e se non ti vogliono bene puoi darti solo due risposte: papà e mamma sono cattivi oppure io sono cattivo. Siccome a 6 anni la prima ipotesi è troppo dolorosa, ti convinci d’essere tu sbagliato. Dunque se sono cattivo non merito nulla, non devo essere felice. Ho passato la vita a punirmi. Ero convinto d’essere brutto, che le donne non mi guardassero. Invece loro mi trovavano bellissimo. E allora le respingevo. La prima di cui mi sono innamorato, a 18 anni, l’ho lasciata solo perché me lo ordinarono i miei genitori. E poi via via tutte le altre, le ho sempre scaricate. Loro piangevano e io non capivo perché. Dicevano di amarmi, ma io non potevo essere amato. In casa non coglievano questo disagio esistenziale. Così a 21 anni fuggii, lasciando un biglietto sul tavolo: “Non preoccupatevi, ho con me i documenti”. Il mio problema era perdermi”.
Dove andò?
“Prima a Sud, poi a Nord, con l’autostop. Non sapevo neppure che esistesse il sacco a pelo. Dormivo sotto i ponti, sulle panchine dei giardinetti, nelle stazioni, dentro le cabine per le fototessere, sui camion dei traslochi parcheggiati per strada, l’ideale, perché hanno il fondo di legno e ci trovi le coperte con cui vengono protetti i mobili. A Rimini due svedesi da cartolina volevano saltarmi addosso: scappai. A Milano una ragazza che avevo aiutato a portare la valigia mi diede appuntamento nel suo appartamentino: la vidi affacciarsi alla finestra per farmi segno di salire ma restai nascosto dietro l’angolo. Finché non cedetti alle lusinghe della moglie di un amico, madre di famiglia. Fu un scena tragicomica. Stavo dentro di lei e mi dicevo: embè, ma è tutto qua? Subito dopo raggiunsi il mio primo orgasmo e mi si aprì il mondo”.
Chi la manteneva?
“Cucivo jeans, davo ripetizioni di matematica, facevo il muratore. Infine approdai alla corte di Pannella, mi occupavo della contabilità del nuovo quotidiano radicale, Liberazione. Inventai i concerti politici per il divorzio, per l’aborto, prima al Palasport, poi a piazza Navona. Diventai amico di tutti i cantautori che venivano a esibirsi gratis: Lucio Dalla, Franco Battiato, Edoardo ed Eugenio Bennato. Le ragazze della borghesia romana mi correvano dietro. Per punirmi lasciai il partito radicale. Per punirmi mollai all’apice del successo il Canzoniere del Lazio. Per punirmi abbandonai il coordinamento dei Festival della cultura italiana, da New York a Buenos Aires, affidatomi quando Bettino Craxi era ministro degli Esteri. Finché nel 1996 non scoprii il computer: il massimo per autodistruggersi”.
Che accadde?
“Venne un tecnico a casa mia e mi collegò a Internet. Se n’era appena andato e già avevo digitato la parola “adult” su un motore di ricerca, così, per curiosità. Fu l’inizio della fine. Entrai nei ring, anelli, lunghi elenchi di siti che rimandano ad altri siti, centinaia, migliaia, milioni d’immagini che si materializzano sullo schermo, catalogate in almeno 100 diverse categorie di perversioni. La mente non può credere a un simile paradosso statistico: sesso suddiviso per fenotipi di codici genetici introvabili ricombinati in tutte le variazioni, sadomasochismo, rapporti con animali, scatologia… Gli anelli sono la realizzazione fisica più vicina alle visioni dantesche dei gironi infernali. Quella notte dormii pochissimo, in attesa dell’alba che doveva recarmi la promessa di nuove scoperte, di illimitata libertà. Era cominciato il lento annegamento del neurotrasmettitore”.
Cioè?
“Mio nonno Salvatore in tutta la sua vita vide nuda soltanto sua moglie, e così suo nonno, e così il nonno di suo nonno. Il Dna ha strutturato il nostro cervello in questo modo. All’improvviso io potevo vedere centinaia di migliaia di donne in pose allucinanti, una dopo l’altra, senza limiti. L’ encefalo subisce un trauma irreparabile da questo trip. ? una patologia inedita nella storia dell’umanità. Nessuno se ne preoccupa, nessuno la studia. Eppure negli Stati Uniti si cominciano a registrare centinaia di divorzi e di licenziamenti per pornodipendenza”.
Che sintomatologia presenta?
“Non dormi più. Sono arrivato a stare in erezione per otto ore. C’è chi mi ha scritto d’esserci rimasto per due giorni di seguito, con brevissimi intervalli. Il pene subisce un ingrossamento temporaneo, ti ritrovi fra le mani un salame. Dopo qualche mese provi un dolore lancinante al momento dell ‘eiaculazione. Subentra l’estraniamento dal mondo reale, trascuri il lavoro e la vita sociale. Per strada, quelle rare volte che ci vai, guardi le donne solo ed esclusivamente come oggetti pornografici, le cataloghi in base ai modelli visivi che ti sei stampato in testa. Il desiderio sessuale verso la propria partner cala fino a cessare del tutto. Provi una forma di fastidio per il suo corpo. Diventi impotente”.
Non sarà dipeso dai 60 anni?
“Nel gruppo, che conta 2.300 iscritti, ci sono ragazzi di 20 anni nelle stesse condizioni. Mi giravano per casa donne vere, bellissime. Niente. Ho avuto una super fidanzata americana. Niente. Dovevo dormirci insieme e il mio incubo era: come giustifico che non mi va di far l’amore nemmeno stavolta? Poi a metà notte mi alzavo di nascosto, correvo davanti al monitor e, zac, nessun problema di erezione”.
Pare inspiegabile.
“Per la maggioranza il porno è noioso. Su una minoranza ha questo effetto deleterio. Ho studiato la sindrome di Stendhal provocata dall’osservazione prolungata delle opere d’arte, che fa stramazzare al suolo, privi di sensi, i turisti. Non ha mai stordito un fiorentino o un italiano. Riguarda soltanto i viaggiatori. Ebbene, Internet e il porno questo fanno: ti conducono in un altro mondo, lontano da casa, pur stando seduto in casa”.
Chiese aiuto a un medico?
“No. Solo quando un’amica mi pose l’aut aut, “così non ti voglio più vedere” , mi rassegnai ad andare da una stronza di psicoanalista fagioliniana (Massimo Fagioli, definito “psicoanalista eretico”, amico di Fausto Bertinotti, ispiratore di alcuni film di Marco Bellocchio, ndr). Io non sapevo d’essere pornodipendente. Dopo mesi di analisi, le confessai le mie pratiche erotiche solitarie. E lei: “Che c’entra? Che c’è di male? Al limite vada con una prostituta”. Ma io in vita mia non sono mai andato a puttane, né ci voglio andare! Questi sessuologi da quattro soldi badano solo a incasellarti nei loro schemi, pensano che la pornografia serva a scaricarsi, che l’emissione dello sperma equivalga all’espulsione delle feci. Ma non è affatto così. Il sesso non è un bisogno: è un istinto. Se i bisogni – bere, mangiare, dormire, urinare – non li soddisfi, muori. Invece l’istinto, meno lo soddisfi, meno ti domina”.
Spendeva tanti soldi?
“Neanche un euro. Questi siti offrono tutto gratis, solo se vuoi vedere ancora di più devi immettere il numero della tua carta di credito. Per cui sono ancora qui a interrogarmi sull’assoluta sproporzione fra quantità di porcherie offerte e ricavi. Non c’è nesso, non c’è logica economica”.
A meno che il progetto della Rete, nata per controllare il mondo, non sia quello – dopo aver interconnesso gli Stati, le Borse, le banche, le aziende, l’informazione, tutto – di controllare anche le menti, di crescere generazioni di debosciati schiavi dei loro istinti, che non disturbino i plutocrati, non interferiscano col potere politico, se ne stiano chiusi in casa e pensino solo a consumare.
“Oh, finalmente, lei mi consola! Io mi vergognavo a dirlo, ma è esattamente quello che sta accadendo. Mi chiedono aiuto ragazzi di 12-13 anni, alcuni persino di 10, che si organizzano ogni giorno nella loro cameretta un videotour interattivo: oggi le tette grosse, domani le negre, dopodomani i rapporti anali, i gay, i transessuali. Un’amica volontaria nel Burkina Faso mi ha spiegato che Internet è arrivata nel villaggio dove lavora e ai piccoli africani sta scoppiando il cervello. O pensiamo che sia un caso se i Paesi islamici e la Cina hanno bloccato questi contenuti? E poi c’è la pornodipendenza delle chat erotiche protette dall’anonimato. Con una webcam da 9 euro puoi vedere un partner occasionale che si spoglia. Ora la fognatura ha cominciato a tracimare anche nei telefonini”.
Lo chiedo al libertario: che c’è di male nella pornografia?
“Tutto. ? finzione, è falsità, è violenza sulle donne, è commercio di carne umana. Purtroppo ci sono in giro personaggi come il dottor Marcello Perrotta, direttore dell’Istituto nazionale di sessuologia di Firenze, il quale è arrivato a sostenere che “l’approccio alla pornografia è normale quando viene a mancare una possibilità diversa di conoscenza”. Ma non si rende conto che è la peggiore delle droghe? L’alcol, se lo usi con giudizio, ti fa star bene, due bicchieri di vino bevuti in compagnia ti regalano una bella serata. Ma la pornografia è negativa in qualsiasi quantità, non serve a niente. ? solo male”.
Se è solo male, perché dovrebbe essere vietata su Internet e invece restare in libera vendita sui canali satellitari, nei cinema, in edicola?
“Fosse per me, farei rispettare il codice civile e penale a cominciare dal sito di Repubblica, con tutte quelle icone che rimandano ai calendari di nudo. Oltretutto la pornografia non fa vendere di più, vende solo se stessa. Prova ne sia che nessuno ricorda il nome della patatina reclamizzata con uno spot volgare da Rocco Siffredi, campionissimo dell’hardcore, un infelice, neanche un attore, usato dai registi come stantuffo”.
In che modo si guarisce?
“Primo: devi accettare che sei pornodipendente. Secondo: devi accettare che la pornografia ti piace tantissimo. Il disagio psicologico, i traumi infantili, l’insicurezza, lo stress non c’entrano nulla. Tu fai certe cose perché attraverso gli occhi l’immagine oscena trasmette un’emozione al cervello. Questo provoca una scarica di endorfina, un peptide che ha un’ azione simile a quella dell’oppio. Il corpo s’abitua ad avere endorfina in grandi quantità e ne ha continuo bisogno per stare bene. Sarai malato per tutta la vita, il cervello ti prospetterà mille scuse per farti ricadere. Perché la mente mente, è lo slogan che mi sono dato, e ti tradisce non quando stai male, bensì quando stai bene e abbassi la guardia”.
Da quanto tempo ne è fuori?
“Da più di un anno”.
Non soffre di crisi d’astinenza?
“”Dài, è bello!”, ti tenta il cervello”.
Un demone.
“Lucignolo”.
® il Giornale

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Blair, conversione rimandata.

L’adesione del premier al cattolicesimo è solo questione di tempo, ma il giudizio di Benedetto XVI sulla sua politica è critico
“Confronto franco” in Vaticano: pesano le divisioni su Iraq e legislazione britannica
ROMA ? La conversione di Tony Blair ormai è solo questione di tempo. Per la prima volta, dopo la visita del premier britannico a Papa Benedetto XVI, la sua adesione pubblica alla religione cattolica viene considerata probabile anche in Vaticano. Anche se non imminente. Forse ci vorrà ancora un po’ di riflessione, come aveva detto al Times lo stesso premier: “Le cose non si risolvono sempre come si dovrebbe “. E cert amente la Gran Bretagna non avrà un premier cattolico.
Ma il colloquio di ieri, ufficialmente una tappa del tour internazionale di saluti di Blair che tra una settimana lascia l’incarico, è stato un momento importante e denso di significato e non solo perché il Vaticano ha, nel comunicato finale, esplicitamente appoggiato “il desiderio di impegnarsi in modo particolare per la pace in Medio Oriente e per il dialogo interreligioso”, che Blair spera possa concretizzarsi nella nomina a inviato speciale del Quartetto di pace per il Medio Oriente. E se è difficile sapere quanto e come il Papa e Blair abbiano parlato delle questioni personali, cioè della conversione, il premier britannico ha però lasciato dietro di sé una serie di gesti simbolici. ? arrivato con la moglie Cherie e un seguito molto ridotto che comprendeva anche Bernard Arnaud e signora, ha parlato a tu per tu con il Papa per venticinque minuti. Prima dei saluti è stato raggiunto anche dall’arcivescovo di Westminster (eventualmente il futuro vescovo della diocesi di Blair) Cormac Murphy O’Connor. In regalo al Papa ha portato tre fotografie di John Henry Newman, il filosofo inglese convertito nell’ 800 al cattolicesimo, uno dei più illustri testimonial per la Chiesa in Inghilterra per il quale è in corso anche una causa di canonizzazione. Dopo l’incontro con il Papa la regia blairiana ha previsto un altro passaggio storico: la visita al Venerable English College, il seminario inglese in via Monserrato, la più antica istituzione del Regno Unito fuori dal suo territorio nazionale. Blair è stato ieri il primo premier del Regno Unito a visitarla.
Ma se è scontato che Blair pubblicamente annuncerà la sua conversione, il giudizio del Papa sul suo operato politico, cioè sul governo e sulle leggi inglesi, non è così positivo. Lo dice la nota della Santa Sede che a proposito dell’incontro di ieri parla di “un confronto franco”, formula che lascia intendere che su molti temi le visioni non coincidono. E infatti segue (soltanto) l’elenco dei punti critici: il Medio Oriente (cioè la guerra in Iraq), l’Europa (cioè il no inglese alle “radici cristiane” nella Costituzione) e “certe leggi” adottate in Gran Bretagna (cioè l’adozione da parte dei gay e la legislazione sull’uso delle staminali). Sarà forse per questo che il Papa auspica, per farne un buon cattolico, un impegno fruttuoso di Blair come mediatore e portatore di pace in Medio Oriente nel suo prossimo futuro.
Gianna Fregonara

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Il caso De Gennaro: vendetta è compiuta.

Come è stato riportato da tutti gli organi di informazione nazionali, il capo della Polizia, Gianni De Gennaro, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Genova nell’ambito dell’inchiesta sul G8 organizzato nel capoluogo ligure del 2001. Secondo fonti ufficiose, l’iscrizione sarebbe avvenuta per l’ipotesi di reato di istigazione alla falsa testimonianza in merito ai fatti riguardanti la fase di preparazione, svolgimento e conclusione delle operazioni di polizia condotte alla scuola Diaz il 21 luglio 2001. Con l’iscrizione di De Gennaro nel registro degli indagati, si è chiuso il cerchio, per ora, della rivincita dei movimenti no global e dei partiti dell’estrema sinistra a seguito dei fatti avvenuti in quella tragica estate del 2001: un cammino inesorabile, che ha avuto un primo “successo” nell’intitolazione lo scorso autunno, di un’aula del Senato a Carlo Giuliani, il manifestante ucciso durante gli scontri fra disobbedienti e forze dell’ordine. Non voglio entrare troppo nel merito della “questione De Gennaro”, i giochi politici di palazzo, visti dalla nostra periferia, o solo mediati dagli organi di informazione, non possono che risultare parziali, ma alcune considerazioni di fondo non si possono evitare. Innanzi tutto non possiamo non notare la tempistica dell’intervento di rimozione, perché di questo si tratta, attuato dal governo: a pochi giorni dalla vicenda legata al Generale Speciale, Comandante della Guardia di Finanza, un altro esponente di spicco delle forze dell’ordine viene esposto alla berlina mediatica. Il premier Romano Prodi ha detto testualmente: “? stato concordemente convenuto che De Gennaro sarà sostituito nel suo incarico al termine del suo settimo anno di mandato“.

Peccato che, come ha ricordato, tra gli altri, l’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, “Non esiste scadenza per il capo della Polizia se non quella prevista per il collocamento a riposo dei prefetti, che è stabilita a 67 anni, salvo l’anticipato collocamento a riposo deliberato dal Consiglio dei ministri e che equivale ad una destituzione“. Un aspetto drammatico, poco sottolineato anche da molti osservatori nazionali, è che la “destituzione” è avvenuta con una rapidità e con una tempestività degni di una Repubblica della Banane, tanto è vero che nessuno ha pensato di nominare un immediato successore ai vertici della polizia di Stato, creando, di fatto, un vuoto in uno dei ruoli chiave della sicurezza nazionale, malumore all’interno di tutte le forze dell’ordine ed un certo sconcerto nelle persone più attente ai fatti della politica o della “para-politica”. Vi è un’ulteriore ragione che giustifica coloro che ritengono la “defenestrazione” di De Gennaro come un regalo fatto all’estrema sinistra parlamentare, ed extra parlamentare, in un momento di grande difficoltà per l’esecutivo in carica: un governo serio, autorevole, avrebbe atteso le conclusioni dell’indagine prima di chiedere le dimissioni ad una figura istituzionale come De Gennaro, persona comunque sempre esposta in prima fila nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata e con una carriera conquistata sul campo, e non come altri boiardi di Stato per meriti legati all’anzianità, in cui spiccano, fra gli altri, gli undici anni ininterrotti di affiancamento del giudice Giovanni Falcone nella lotta alla mafia. Ricordo, inoltre, che Gianni de Gennaro fu nominato capo della polizia il 26 maggio 2000 dal Consiglio dei Ministri di un governo certamente non vicino all’attuale opposizione….

Comunque sia, le accuse rivolte a De Gennaro si riferiscono alle note vicende accadute alla scuola Diaz di Bolzaneto, Genova, il 21 luglio 2001, dove, secondo gli esponenti no global, la polizia si lasciò andare ad un pestaggio ingiustificato di manifestanti fermati durante quelle tragiche, assurde, demenziali, violentissime manifestazioni di protesta che accompagnarono il G8 genovese. Se le accuse mosse dalla procura di Genova all’ormai ex capo della Polizia di aver coperto e nascosto i fatti, si dimostrassero vere e provate, ne prenderemo atto, ma mi permetto di esprimere comunque solidarietà per tutti quegli esponenti delle forze dell’Ordine che all’epoca dei fatti furono bersaglio di attacchi violentissimi da parte degli esponenti dei centri sociali, dei black bloks per giorni e giorni. Non si vuole negare il diritto a manifestare a nessuno, ma mettere a ferro e fuoco una città, mettere in pericolo la vita di decine di agenti che stanno compiendo il loro dovere, non ha nulla a che fare con il diritto all’esternazione delle proprie idee. Nelle scorse settimane, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione delle Festa dell’Arma dei Carabinieri, ha consegnato medaglie alla memoria alle vedove, agli orfani e ai familiari di agenti caduti mentre compivano il loro dovere, ha consegnato attestati di benemerenza ad agenti particolarmente distintisi in azione; bei gesti, dovuti, ma è lo stesso Presidente che non volle ascoltare quei parlamentari, quei cittadini, che gli chiesero di non avallare la richiesta degli esponenti di Rifondazione Comunista, appoggiati da altri gruppi parlamentari di area, di intitolare un’aula del Senato a chi quegli agenti voleva colpire, a chi quelle istituzioni che oggi, per puro calcolo elettorale, lo onorano, voleva sovvertire, combattere in una lotta disperata e vuota. E’ certo comunque che l’Italia della legalità, delle persone perbene, degli uomini e delle donne che ancora tentano di educare i propri figli al rispetto della vita, propria e altrui, dei beni di tutti, della libertà fatta di regole condivise, esce sconfitta da queste vicende. Vendetta è compiuta.

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Cari prof., imitate Sarkozy e buttate fuori il ’68 dalle scuole

Dall’insegnante processata per aver punito un bullo, al genitore che piomba in classe per “salvare” la figlia dall’interrogazione, nelle nostre aule ormai impera il caos. Alla faccia dei (tanti) docenti che si impegnano davvero. la colpa? Soprattutto dei loro colleghi. E di tutto quello che hanno tollerato in questi quarant’anni
DUE SETTIMANE FA, in un liceo, una studentessa, scandalizzata per il fatto che l’insegnante voleva interrogarla senza il suo permesso, ha telefonato al padre. Quest’ultimo, conscio delle sue responsabilità di genitore, ha fatto irruzione nella classe, ha insultato l’insegnante e ha portato via la figliola salvandola dalla grave ingiustizia. Ma questa non è la vera notizia. La vera notizia è che la studentessa non è stata espulsa dalla scuola seduta stante e il padre non è stato immediatamente denunciato alla autorità giudiziaria. Dopo alcuni giorni c’erano ancora seriose discussioni su come affrontare la vicenda. L’episodio fa il paio con il caso della professoressa processata per avere punito un bullo (e qui la domanda è: perché è stata ritenuta meritevole di rinvio a giudizio?). Una pedagogia irresponsabile, spalleggiata dalla cultura giuridica vigente, ha da tempo tolto agli insegnanti i vecchi strumenti repressivi così come i mezzi per difendersi da genitori talvolta peggiori dei peggiori bulli.
Spiace dirlo, soprattutto perché, in mezzo a molte mediocrità, ci sono anche tanti docenti che, per pochi soldi, e con grandi sforzi, fanno molto bene il loro lavoro, ma la colpa del degrado della scuola ricade sul corpo insegnante. Sono stati gli insegnanti a tollerare che sindacati e classe politica lavorassero, per decenni, alla deprofessionalizzazione e alla dequalificazione dell’insegnamento. Sono stati gli insegnanti a permettere ai “loro” sindacati di fare carne di porco della scuola: con le infornate di precari, il gonfiamento degli organici, la fine di ogni selezione meritocratica. Tutte cose che avrebbero dovuto contrastare con scioperi e proteste. ? sempre il corpo insegnante ad avere tollerato i misfatti della pedagogia progressista (dall’abolizione delle bocciature per cattiva condotta a quella degli esami di riparazione).
Risultato: crollo dello status sociale degli insegnanti con ricadute sugli atteggiamenti di genitori e studenti. E con effetti devastanti sulla qualità dell’impegno scolastico e dell’apprendimento.
Forse è vero che la scuola risorgerà solo quando la generazione del ’68 sarà andata in pensione. Lo “spirito del ’68”, con il suo odio per l’autorità e il merito, ha molto a che fare con l’attuale situazione. Sarkozy, in Francia, lo ha capito e vuole espellere quello spirito dalle scuole francesi. Perché non ci proviamo anche noi?
Angelo Panebianco – Corriere della Sera magazine – 21 giugno 2007

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Mons. Twal sui cristiani in Terrasanta.

Mons. Twal su AVVENIRE del 21 giugno 2007, riguardo alla Terrasanta:
“I cattolici della Terra Santa vivono un forte senso d’abbandono e d’isolamento rispetto alla cristianità occidentale”. ? il grido accorato di monsignor Fouad Twal, il vescovo coadiutore di Gerusalemme che denuncia l’emorragia continua della presenza dei cristiani in Medio Oriente e la sostanziale indifferenza dell’Europa. Lo ha fatto durante i lavori, iniziati ieri, del Comitato scientifico di “Oasis”, il Centro internazionale di studi e ricerche voluto dal Patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, al fine di stringere legami d’amicizia e di conoscenza proprio con le comunità cristiane che vivono nei Paesi a maggioranza islamica. Anche per questo monsignor Twal, arabo massiccio e imponente, non intende cedere al pessimismo. Pur se chiamato a sfide difficili, designato a diventare Patriarca dei latini di Terra Santa nel 2008. Ecco l’intervista che ci ha rilasciato a margine del convegno.
Monsignor Twal, la situazione nei Territori è sempre più drammatica. I palestinesi non hanno ancora uno Stato però hanno due governi, uno di Fatah in Cisgiordania e uno di Hamas a Gaza. Che sentimenti prova in questi giorni?
“Provo una grande pena e preoccupazione per la crisi interna alla Palestina. Ma quanto sta succedendo non è un fatto isolato, è la conseguenza di una crisi più vasta che riguarda i rapporti tra Israele e palestinesi. Non dobbiamo dimenticare che, fino ad un anno e mezzo fa, tutto il potere dell’Anp era in mano al presidente Abu Mazen ma l’Occidente non ha fatto nulla per aiutarlo. Né Israele, né gli Stati Uniti, né l’Europa. Hanno voluto le elezioni e, com’era prevedibile, la maggioranza dei palestinesi ha votato per un cambio di governo, affidandosi ad Hamas, un movimento radicale che però prometteva ordine e stabilità. L’Occidente ha detto che non andava bene. Pochi mesi fa Abu Mazen ha varato un nuovo governo di unità nazionale ma anche questo non andava bene. Ed ora il presidente Abu Mazen rivendica tutto il potere legittimo per sè, comanda da sol o e l’Occidente sblocca gli aiuti. Io mi domando: ma perché non l’hanno aiutato un anno e mezzo fa, quando non c’era ancora Hamas al governo?”.
Intende dire che adesso è troppo tardi?
“No, non è mai troppo tardi! Spero davvero che finalmente Abu Mazen abbia tutti i mezzi – politici, finanziari ed economici – per stabilizzare la situazione. Il blocco degli aiuti che l’Occidente ha praticato negli ultimi mesi non può essere giustificato: volevano colpire il governo di Hamas, ma le conseguenze più dure le ha pagate la gente, non chi sta al potere”.
Il blocco però continuerà e probabilmente diventerà ancora più rigido là dove comanda Hamas. C’è il rischio di una catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza?
“Spero che i responsabili politici abbiano cuore, testa e dignità per evitare un simile scenario. Ci sono tanti modi per condizionare un gruppo di potere con cui non si va d’accordo, ma quello di affamare la popolazione che vi è sottoposta non conduce da nessuna parte se non all’esasperazione”.
A Gaza c’è una piccola comunità cattolica di 300 persone. Nei giorni scorsi il convento delle suore è stato oggetto di un assalto. Teme un’ondata di fanatismo anti-cristiano?
“Ho ben presente l’episodio, le tre suore provengono dalla Giordania ed una è mia cugina. Penso che quanto accaduto sia il gesto di una banda criminale, e non sia stato preordinato dall’alto. Nelle ultime settimane a Gaza c’era il caos più totale, di cui hanno approfittato banditi e malviventi”.
Eccellenza, nel suo intervento qui ad “Oasis” ha detto che i cristiani d’Occidente non sembrano aver coscienza del ruolo di vitale importanza che i cristiani di Terra Santa possono giocare ai fini della pace…
“L’elemento cristiano è tra i pochi a favorire e garantire principi di moderazione nello scontro civile e religioso che dilania questa regione. L’emigrazione dei cristiani, dovuta alle pressioni del fondamentalismo islamico e all’isolamento imposto da Israele, è una perdita per il processo di pace. Ma chi gli presta attenzione? Solo il Papa alza la voce in nostra difesa”.
Cosa si aspetta concretamente? “Vorremmo che ci fosse un po’ d’attenzione anche da parte dei politici occidentali che si dicono cristiani. Ma raramente ci chiedono un parere quando prendono decisioni che riguardano la Terra Santa. Eppure noi viviamo qui, siamo parte della cultura araba e possiamo essere un ponte tra cristiani e musulmani, tra Oriente e Occidente. Purtroppo qualcuno preferisce costruire muri di separazione invece che ponti di dialogo. Ma così la pace non arriverà mai, resterà sempre un processo senza fine”.

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Far crescere l’amore.

I “divieti” della Chiesa in materia sessuale, possono talora apparire assurdi, vuoto moralismo, pura forma incapace di raggiungere il cuore della verità dell’uomo. In realtà lo spirito mondano, troppo impantanato nel consumare subito ciò che incontra, nel vivere solo di emozioni su emozioni, fatica a comprenderli proprio perché sono il suo contrario, la negazione di una visione meramente terrena: affermazione, al contrario, di una virtù che è soprannaturale, celeste, la carità, l’amore. Così è, per essere chiari, per il divieto di rapporti prematrimoniali: tanti si chiedono il perché, e altri il motivo di tanta attenzione della Chiesa riguardo al sesso. Eppure, a chi osservi con occhio puro e sincero, dovrebbe apparire semplice: non è il sesso che interessa, ma ciò che dovrebbe essere implicato nella relazione sessuale, e cioè l’amore. Qualcosa di troppo grande per non avere dei segreti e dei rischi, per non abbisognare di una educazione, di un cammino, di una crescita. Come ritenere che, se qualsiasi abilità o virtù abbisogna di educazione, non avvenga altrettanto per l’amore? Senza educazione, infatti, l’impulso all’amore non porta frutto, e diviene più simile alla morte, che alla vita: quanta amara infelicità, incomparabile ad ogni altra, quando nell’amore si brucia ogni tappa, in nome di uno spontaneismo irresponsabile! Perché allora la Chiesa chiede la fatica, il sacrificio di ritardare il rapporto carnale, di considerarlo non certo un male, come in altre credenze, ma come coronamento e compimento di un amore totale? Per motivi pratici, come si è visto nel capitolo precedente (e cioè perché vi è sempre la responsabilità verso un possibile figlio, e verso il coniuge), ma anche perché l’amore possa, appunto, crescere in tutta la sua “larghezza, altezza, ampiezza e profondità”; affinché possa sin dall’inizio abituarsi a non avere altra ricompensa che in se stesso e nella sua gratuità, maturando quella solidità perseverante e quella benigna pazienza che sono la sua essenza metafisica. Solidità perseverante e benigna pazienza. Quale vetta più alta, e faticosa, per la nostra miseria, dell’amore? L’impulso naturale, non educato, infatti, è quello di trovare subito soddisfazione nell’altro, di “farsi padroni di un amore donato”, come canta Claudio Chieffo; quello di afferrare la persona amata, stringendola magari sino a soffocarla, spinti da una emotività violenta, non chiara né verificata: come una mano, diceva don Giussani, che stritola un po’ di sabbia, sino a perderla. Succede tante volte, infatti, avvicinandosi troppo, di innamorarsi di un dettaglio, di una caratteristica che non caratterizza, di illudersi. La “distanza”, invece, permette di vedere meglio i contorni, di capire con la lucidità dello spirito: di affinare la percezione, la vista, l’udito, il tatto dell’amore, proprio come i ciechi, che nell’esercizio, nella necessità, potenziano i loro sensi, sino a “vedere” più degli altri. Il rapporto fisico, invece, può falsare la prospettiva: se precede l’amore spirituale, ci illude di crearlo, per automatismo, ingannandoci coll’euforia e la dolcezza sensoriale che lo accompagnano. Così, spesso, di rapporto in rapporto, in tanti tengono in piedi relazioni basate sul piacere reciproco, senza però approfondire gli abissi dei loro spiriti e delle loro personalità, ben più profondi dello spessore dei loro corpi: ci si ferma alle forme, alle sensazioni, alle emozioni passeggere, senza rendersi conto che è propria della loro natura l’instabilità, la mutevolezza. Così l’emozione diviene lo scopo e il salvagente, momentaneo, del rapporto, e il sesso, da ricerca dell’altro, potenzialmente così forte da aprire alla vita, da generare carnalmente, diventa sterile ricerca di se stessi: le mani, il corpo, la bocca, tutto si muove a vuoto, quando lo spirito è stato messo a tacere. Poi, un giorno ci si sveglia, nello stesso letto, e ci si accorge di non essersi mai conosciuti, di non aver penetrato, col proprio abbraccio, un altro, ma di aver chiuso le braccia su se stessi, come chi si affanna, sbracciandosi in cerca di aiuto. Ecco allora che il fidanzamento cristiano, casto sino al sacrificio, non è la via degli illusi, di coloro che, superficialmente, come si dice spesso, vanno incontro al matrimonio senza conoscersi: “non avete fatto esperienze, non avete convissuto, come potete?”. E’, invece, il modo per rendere decisiva, unica ed essenziale una esperienza vera; il modo di rispettare la natura dell’uomo, la gerarchia tra anima e corpo: l’anima guida, e il corpo segue, non viceversa. Non sono i rapporti carnali, in quest’ottica, l’educazione, il cammino nel quale due persone costruiscono un rapporto vero, fondato per resistere, ma i sacrifici, le speranze, gli umori alterni, le incertezze, le attese proprie del fidanzamento, sublimati e guidati da un desiderio che si fortifica e si purifica, divenendo durevole. Solo così, nell’attesa che conosce e riconosce, che percepisce la grandezza del dono, e che se ne stupisce, il rapporto tra moglie e marito non rimane una semplice somma di due persone, un io e un tu, ma produce un rapporto, un noi, una nuova realtà, una nuova volontà. La Genesi dice “un corpo solo ed un’anima sola”. Solo così, vissuto intensamente, come gioia ma anche come responsabilità, il fidanzamento diviene un cammino vero, durante il quale si conosce il compagno di strada, si avanza con lui, e lo si mette alla “prova”, nella totale gratuità: per non doversi poi pentire, per un figlio nato “per sbaglio”, da un amore fasullo, o per un eventuale divorzio, sempre e comunque doloroso e lacerante (come scriveva Kierkegard, infatti, “meglio impiccati bene che sposati male”).
Come mai questi concetti, così umani, così ovvi, non sono più percepiti, ma appaiono spesso retrogradi ed estranei? Perché dopo due secoli di illuminismo, di marxismo e di consumismo, cioè di materialismo, abbiamo separato, da schizofrenici, l’anima dal corpo. Invece, come scrive Eugenia Roccella, già leader delle donne radicali, “quei piaceri che chiamiamo alla leggera fisici” non sono solo fisici, perché “impegnano la pelle, la mente, il cuore e fanno esplodere emozioni infantili e adulte, mescolate nelle carezze. Le emozioni erotiche quasi mai sono roba senza peso, che galleggia in superficie. In genere sono bombe a mano, da maneggiare con attenzione. Scavano crateri profondi, possono fare feriti e vittime da fuoco amico. E’ pericoloso infatti dissociare l’immenso potenziale emotivo e vitale del desiderio (buono, ndr.) dalla responsabilità, dall’amore, dal nostro essere in relazione con gli altri…Invece si è diffuso il luogo comune che il sesso sia innocente, lieve e allegro, che non vi sia peccato né male possibile. Che facendo l’amore (fare sesso, si dice, escludendo l’amore) non facciamo che il nostro piacere, naturale come quello dei gatti in cortile, e il nostro piacere non può essere il dispiacere di qualcun altro, se questi ha dato il suo consenso. Ma i corpi sono persone: da qui non si scappa. Quel che si fa ai corpi, al proprio e a quello altrui, si fa alle persone”. Detto brutalmente? Unirsi ad un’altra persona, carnalmente, non è una esperienza virtuale, asettica, astratta, ma un coinvolgimento radicale, una comunione totale, da cui non si può uscire semplicemente lavandosi sotto un getto d’acqua, per poi unirsi ancora, con un’altra persona. Ogni unione si incide nella nostra coscienza, generando solchi profondi, lasciando una memoria, imprimendo delle sensazioni e delle immagini: come si può amare una sola persona, per sempre, con una coscienza pulita, con uno sguardo limpido, con un coinvolgimento vero e totale, se quella non è l’unica, la sola, ma solamente l’ultima di una serie? Come si può amare veramente, senza scrupoli, senza rimorsi, senza che una parte di noi sia “distratta”, se parte della nostra storia, della nostra memoria, della nostra carne, rimane sospesa tra il prima e il poi, tra una persona e l’altra, tra il desiderio di totalità, di amore completo, di pienezza, e l’impossibilità di disfarsi del tutto di ciò che ormai ci ha segnato per sempre? L’unione carnale non è dunque un divertimento, un de-vertere, cioè un volgere via da, per distrarsi, per svagarsi, ma un compimento, la realizzazione tangibile dell’amore intangibile (che viene prima, logicamente e temporalmente, perché, come scriveva Saint Exupery, “l’essenziale è invisibile agli occhi”).
Concludo con alcune considerazioni sociologiche, prese da un bell’articolo del filosofo Giacomo Samek Lodovici, comparso sul “Timone” dell’Agosto 2006: “In Italia la cronaca ha registrato, dal gennaio 1994 all’aprile 2003, 854 omicidi maturati in seguito a divorzi, separazioni, e cessazioni di convivenze; 39.919 (l’86,6%) hanno avuto implicazioni penali come calunnia, minacce, sottrazione di minore, percosse, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona, violenza privata, violenza sessuale”. Perché? Perché un matrimonio preparato male, bruciato nelle sue tappe essenziali, costruito sulla sabbia delle emozioni e delle sensazioni istintuali, lungi dall’essere l’inizio di una vita di coppia felice e feconda, diviene piuttosto una bomba ad orologeria. Storicamente la banalizzazione del matrimonio, crea il divorzio, e l’istituto del divorzio, banalizzando ancor più il matrimonio, rendendolo anche culturalmente un istituto fragile, genera un circolo vizioso senza termine, in cui l’impegno sponsale viene affrontato con superficialità, nella speranza che poi, tanto, se non va bene, vi sia il divorzio a rimediare…. Ma il divorzio, come si è visto, non rimedia nulla, bensì sancisce e cristallizza la tristezza di un fallimento.
(dal II capitolo di “Chiesa, sesso e morale”, di F. Agnoli e M. Luscia, Sugarco)

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Solzenicyn, novant’anni dopo la rivoluzione comunista.

Di Mara Quadri
Il 2007 è il novantesimo anniversario del 1917, anno fatale con le sue due rivoluzioni – di Febbraio e di Ottobre -, e per quanto di fronte ai problemi globali di oggi quello del comunismo sembri un capitolo morto e sepolto, in realtà troppe cose essenziali rimangono ancora da capire nel tragico complesso di circostanze che hanno fatto nascere il primo totalitarismo mondiale.
Aleksandr Solzenicyn, “grande vecchio” della cultura russa, ha appena ridato alle stampe (mezzo milione di copie) un libretto di novanta pagine, Riflessioni sulla rivoluzione di Febbraio, in cui analizza dati e fatti della cosiddetta “seconda rivoluzione” russa (successiva a quella del 1905 e precedente a quella di Ottobre), un momento storico brevissimo ma denso di eventi capitali, come la caduta del vecchio regime che ha spalancato le porte al colpo di mano bolscevico dell’Ottobre. In realtà questo lungo articolo era già stato scritto e pubblicato molti anni fa, nel 1980-83, quando lo scrittore aveva appena concluso il Terzo nodo (quello, appunto, sui mesi di febbraio-marzo 1917) della Ruota rossa, la grande epopea sulla rivoluzione russa. Perché abbia scritto un simile articolo, e perché lo abbia ripubblicato proprio ora, lo dice lui stesso nell’introduzione (datata febbraio 2007): “In quel periodo, sovrastato com’ero da un materiale documentario smisurato, sentivo l’esigenza organica di esprimere in forma concentrata le conclusioni tratte da quella massa di eventi storici amari. Resi ancora più amari dal fatto che oggi, a un quarto di secolo di distanza, queste conclusioni possono essere applicate in parte alla nostra attuale, inquietante mancanza di solidi principi”. Il lungo articolo è dunque direttamente collegato al romanzo, e ha lo scopo di tirare le fila del poderoso lavoro di raccolta e di analisi del romanzo, per l’esigenza che lui definisce “organica” di capirne il senso unitario. Inoltre lo scrittore, ormai prossimo alla novantina, ha deciso di riproporre l’articolo nella speran za di richiamare i suoi compatrioti a una seria riflessione sul passato e sull’oggi.
Dalla sintesi dei fatti Solzenicyn ha tratto le risposte a una serie di interrogativi essenziali sulle cause dei fatti del febbraio 1917, sul ruolo che questi hanno avuto nel preparare l’Ottobre, sui loro autori. E più in generale ha cercato di rispondere alla domanda se sia stata o no una rivoluzione.
L’aspetto più interessante della sua ricostruzione rimane comunque la posizione “interrogante” di fronte alla storia. Con il suo stile più vicino all’invettiva che alla trattazione accademica, con l’abbondanza di giudizi e valutazioni morali, Solzenicyn sembra molto lontano dai moderni canoni di critica storica oggettiva. Tuttavia in questo breve trattato ha voluto affermare esplicitamente e, mi sembra, in modo convincente che non solo è lecito ma è necessario cercare insistentemente nei fatti il significato, perché, come ha detto anche altre volte, “i fatti da soli non bastano a capire”. I fatti da soli possono essere ordinati in inutili sequenze senza contenuto e senza valore. “La mente umana ricerca sempre le cause di ogni evento. E non è onesto sottrarsi al dovere di nominarle, così come si è capaci”. Questa responsabilità morale dell’uomo davanti alla memoria storica è un tema che gli sta molto a cuore, su cui è tornato in diverse occasioni in modo esplicito e implicito; è il motivo ispiratore dello stesso Arcipelago Gulag.
Lo scrittore cerca anche di cogliere, in ogni nodo della storia, il ruolo centrale dell’uomo, della sua responsabilità personale senza la quale l’io umano finirebbe emarginato nel gioco dei “grandi sistemi”; Solzenicyn constata nei fatti che anche i più grandi movimenti storici hanno sempre degli attori individuali. Questo metodo passa attraverso la conoscenza dei fatti, e non c’è dubbio che Solzenicyn li prenda seriamente in esame, anzi ne ha raccolto una messe enorme, fino ai dettagli più minuti, fino alla miniatura, per ricostruire il più esattamente po ssibile il concatenarsi degli eventi e l’ambiente. Si è servito sempre delle fonti originali – testimonianze, memorie, lettere, diari -, e non solo dei personaggi di prima grandezza, ma anche di molti uomini comuni; ha utilizzato anche giornali, dispacci militari e governativi eccetera. Il fatto che tenda a formulare giudizi di valore non vuol dire che pieghi i fatti alla propria interpretazione, i dati reali restano il fondamento incontrovertibile ma non gli basta farne la descrizione esterna, quel che gli preme è rintracciare i legami complessi fra le azioni, soprattutto quelli di causa-effetto, e gli preme distinguere nella molteplicità delle cause quelle essenziali da quelle contingenti: “Quando parliamo di cause dobbiamo, sia bene inteso, considerare le circostanze remote, di natura profonda, prolungate nel tempo, che hanno reso il colpo di Stato realizzabile in linea di principio, e non le scosse che lo hanno provocato immediatamente. Le scosse possono distruggere solo un sistema instabile. Ma perché, appunto, era instabile il sistema?”
CAUSE IMMEDIATE.
A partire da questa domanda essenziale Solzenicyn passa in rassegna i fatti avvenuti nel breve giro di alcuni giorni, tra il 23 febbraio e il 10 marzo 1917 – lo scoppio dei disordini nella capitale il 23 febbraio, la ricostituzione del soviet di Pietrogrado e la nascita del governo provvisorio il 28 febbraio, l’abdicazione dello zar il 3 marzo -, cercando di individuare dove stava la debolezza radicale del sistema monarchico, e di verificare se le risposte tradizionali reggono alla prova dei fatti. La causa di questa instabilità era la guerra mondiale? Era lo sfruttamento economico? Era l’attività sovversiva dei gruppi rivoluzionari?
Secondo Solzenicyn non è così, tutti questi elementi hanno avuto un ruolo importante nello scuotere il regime, ma non sono stati che l’epifenomeno di una causa maggiore. Così, ponendosi via via domande sempre più specifiche, incomincia a discernere nel flusso degli eventi una logica profonda che va oltre la cieca casualità, ma anche oltre la “macchinazione segreta”, e che deriva invece dalla somma delle singole scelte umane, anche lontane nel tempo.
Per mettere meglio in risalto il ruolo giocato in ogni momento dalla libertà umana, che può indirizzare la storia in un senso piuttosto che in un altro, Solzenicyn ricorre a un espediente insolito: alterna continuamente ai fatti reali i “se”, costruendo ipotesi alternative alle scelte storiche effettive. Non è per il gusto peregrino di esercitare la fantasia: “L’esame delle varianti storiche certe volte ci può aiutare a cogliere meglio il senso dell’accaduto”, ossia mette meglio in risalto che nessuna scelta, nessun accadimento del febbraio 1917 (e in genere di ogni momento storico) è stato di per sé fatale, predeterminato, necessario, e che c’è sempre stata, ad ogni stadio, la possibilità di agire altrimenti.
Lo illustra molto bene il caso di Nicola II, l’eroe negativo di tutta questa vicenda: Solzenicyn mette a confronto le sue scelte effettive con le alternative reali che ogni volta aveva sottomano; ad esempio, Nicola abbandona inconsultamente il fronte per riunirsi alla famiglia, e i generali lasciati a se stessi finiscono, il 1? marzo, per essere gli unici a chiedere la sua abdicazione; se invece lo zar fosse stato presente, i generali non avrebbero mai osato tanto. Oppure, se avesse procurato di tenere sotto controllo le ferrovie e il telegrafo, avrebbe troncato i collegamenti fra gli sparuti gruppi eversivi delle due capitali, impedendo loro di coordinare le proprie azioni in un momento molto critico in cui i disordini stavano per afflosciarsi. E ancora, se avesse fatto arrestare gli attivisti più pericolosi, approfittando del fatto che i disordini avvenivano di giorno mentre la notte tutti rientravano a casa propria, avrebbe decapitato il movimento rivoluzionario proprio nel momento in cui stava incominciando a organizzarsi. Questi e molti altri “se” danno tutta la portata della personale responsabilità dell’imperatore nel far sì che dei disordini confusi e localizzati diventassero una rivoluzione irreversibile. Tutte le scelte sbagliate e le omissioni di Nicola rientrano nelle cosiddette cause immediate.
Per quanto riguarda le cause immediate, in sintesi enuclea due centri fondamentali dell’azione: monarchia e blocco progressista. La monarchia è crollata per l’indecisione e l’irresponsabilità dello zar, e per l’assoluta mancanza di sostegno da parte delle varie componenti dell’establishment imperiale; il blocco progressista ha vinto non per la propria forza ma per la debolezza del vecchio ordine; in realtà non ha portato alcun beneficio e valore democratico perché “le sue idee erano banali e i suoi leader delle nullità”.
All’interno di questi due centri principali ci sono poi tanti altri elementi particolari di grande interesse, come ad esempio il fatto che Nicola II era “un cristiano sul trono”, ma un cristiano che, avendo perso la cognizione autentica della fede, aveva aggravato, invece che sciogliere, i nodi del suo governo – per una mal intesa concezione dell’unzione divina, un mal inteso attaccamento alla famiglia, un mal inteso senso di sacrificio. Sulla coscienza del sovrano, infatti, pesava ancora il senso di colpo seguito alla “domenica di sangue” del 1905 (quando i soldati spararono sulla folla inerme avendo lui lasciato ad altri l’onere di decidere) e per questo riteneva giusto non fare resistenza ai violenti, cosa che lo indusse a deporre inopinatamente il fardello del potere, gettando il paese nel caos e provocando, invece della pacificazione sperata, una catena infinita di violenze (“La dinastia si è suicidata per non provocare spargimenti di sangue o, Dio ci scampi, una guerra civile”). Ma se veramente il potere gli era stato affidato da Dio, commenta Solzenicyn, non poteva rinunciarvi di propria volontà: “Uno zar debole ci ha traditi. Ha tradito noi tutti con tutto ciò che ne è seguito”.
Ma le responsabilità di Nicola s ono anche più ampie: ad esempio quella di essersi circondato di ministri e generali assolutamente incapaci, che nel momento del bisogno non hanno saputo dargli consigli sensati: “Come è stato possibile, con una cecità così sorprendentemente granitica, scegliere dal mazzo per tutte le cariche ministeriali e militari soltanto i peggiori, soltanto i più infidi?”. E in pochi giorni tutta questa schiera di nullità era passata “dalla precedente prosopopea fossilizzata a una febbrile incertezza”. Accanto alle responsabilità dell’imperatore ci sono quindi anche quelle di tutto l’establishment, e Solzenicyn elenca chi, pur essendovi tenuto per posizione, convinzioni e giuramento, non ha sostenuto la monarchia: il governo, la Duma, i generali, le organizzazioni monarchiche, l’intera amministrazione statale, i membri della corte e l’aristocrazia, la Chiesa.
INDEGNIT? DELL’OPPOSIZIONE.
Tuttavia in questo debutto della tragedia il ruolo negativo non spetta solo ai perdenti, Solzenicyn mette in rilievo anche l’assoluta inconsistenza, impreparazione e indegnità morale del blocco progressista, dai liberali ai gruppi rivoluzionari, con i rispettivi organi politici: la Duma, il governo provvisorio e il soviet dei deputati del popolo. Basta considerare alcune azioni del governo provvisorio per convincersi di quanto sia esatto il giudizio impietoso di Solzenicyn: in un Paese che era sbandato e preda dei disordini il governo sciolse tutte le amministrazioni locali, sciolse anche la polizia, e liberò la massa dei criminali comuni con un’amnistia generale. Demagogia irresponsabile che precipitò il paese nel caos (“Le sue idee erano banali e i suoi leader delle nullità”).
Solzenicyn elenca uno per uno i dodici membri del governo provvisorio, descrivendone in pochi tratti le gravissime carenze (definisce Kerenskij un arlecchino ), e salvandone solo uno, Andrej Šingarev, che non a caso verrà ucciso nel 1918. Anche da questa parte della barricata non troviamo altro che un apporto negati vo: “Il ruolo storico degli uomini politici del Febbraio si ridusse unicamente a non lasciare che la monarchia si difendesse, a impedire che combattesse direttamente contro la rivoluzione”. La pura negatività accomuna il governo provvisorio e il soviet dei deputati del popolo, il quale per Solzenicyn si è reso colpevole di un’abdicazione non meno grave di quella imperiale: “L’abdicazione del soviet in favore del bolscevismo. Nella notte fra l’1 e il 2 marzo Pietrogrado perse la Russia stessa, per settant’anni e passa”. Abbiamo così la Duma esautorata dal governo provvisorio, questo emarginato dal soviet, e il soviet supino davanti ai bolscevichi: questo l'”esito confuso e squallido del secolare “Movimento di liberazione” iniziato coi decabristi”, che tante vittime aveva prodotto, e che aveva corrotto l’intera Russia!”.
LA VITTORIA DEL CAMPO.
Cosa è successo dunque nel febbraio 1917, per far sì che non ci fossero vincitori? Cosa aveva reso la Russia così instabile? Il lavoro di ricostruzione analitica di quei giorni cerca la risposta a questo interrogativo fondamentale.
L’interpretazione storica più accreditata descrive la rivoluzione di Febbraio come un’improvvisa esplosione popolare in parte spontanea e in parte manovrata dai gruppi rivoluzionari, provocata dalla penuria alimentare nella capitale e dalla cattiva conduzione della guerra al fronte, e sfociata in una radicale svolta democratica. Su questo punto cruciale Solzenicyn non ha dubbi: non ci troviamo di fronte a una rivoluzione nel senso classico (di quelle fomentate e dirette dai gruppi rivoluzionari, secondo i cliché storiografici), bensì a una “rivoluzione a decorso lento”, costruita nel tempo da una mentalità e una cultura radicali: “La rivoluzione è il caos con un perno invisibile. Può vincere anche senza essere diretta da nessuno”. Questo spiega come mai le azioni spontanee e disordinate compiute da soggetti diversi in luoghi diversi abbiano cooperato a ottenere un unico risultato, la caduta dell a monarchia, tanto da creare l’impressione che seguissero un piano preordinato: avevano tutte un “perno invisibile” – la forza reale che si è esplicata in quei giorni fatali, la vera causa sostanziale che stava a monte di tutte le cause immediate, delle varie “scosse”. Questa causa non materiale ma spirituale, Solzenicyn la chiama “vittoria del Campo”: “Non è stato dal punto di vista materiale che ha ceduto il trono, – ben prima aveva ceduto lo spirito, il suo e quello del governo… La rivoluzione di Febbraio fu perduta dal potere ancor prima dell’inizio della rivoluzione stessa”. Il “Campo” di cui l’autore parla è – come per il campo magnetico – la sfera d’azione di una forza, in questo caso l’ideologia liberal-radicale che era andata penetrando nel tessuto civile per decenni, contagiando non solo i progressisti ma anche gli ambienti aristocratici. La “generale sudditanza della classe colta dal possente Campo liberal-radicale” per anni si era diffusa senza incontrare ostacoli, aveva contagiato “le cerchie dell’amministrazione statale, gli ambienti militari, e persino il clero, l’episcopato (la Chiesa tutta, nel suo complesso, era ormai impotente di fronte al Campo)”. Anche il governo, abbandonatosi a una rassegnata impotenza, “negli ultimi mesi ormai non credeva più in se stesso né in alcuna delle proprie azioni”.
Di fronte allo sconquasso morale del vecchio regime e del blocco progressista, possiamo dire che nei giorni di febbraio-marzo l’unica vincitrice fu questa ideologia demolitrice dell’intelligencija.
L’ultimo passo con cui Solzenicyn conclude la sua analisi è quello di risalire ancora più indietro, dal Campo alla “causa delle cause” da cui lo stesso Campo dipendeva: “Ricordo molto bene che negli anni Venti molti vecchi di campagna affermavano con sicurezza: “I disordini ci sono stati mandati perché il popolo ha dimenticato Dio”. Penso che questa spiegazione popolare estemporanea sia più profonda di qualsiasi conclusione cui siamo pervenuti alla fine del X X secolo grazie alle più raffinate indagini scientifiche. Direi di più. Se accettiamo questa spiegazione non dobbiamo più sorprenderci che la portata della rivoluzione russa (e delle sue conseguenze) sia stata ben più che solo russa, e abbia fatto da catalizzatore dell’intera storia mondiale nel XX secolo”.

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