Le radici del nazismo

Il cuore del pensiero nazista fu certamente il nazionalismo, alimentato altrettanto certamente, dalla durezza eccessiva usata dai vincitori della I nei confronti della Germania sconfitta.

Il popolo tedesco era stato umiliato e calpestato in nome di presunti ideali di giustizia e di pace, sbandierati poco credibilmente dalle nazioni imperialiste per eccellenza, l’Inghilterra e gli USA. quegli inglesi Il nazionalismo tedesco si manifesta come pangermanesimo, una dottrina nata già nell’Ottocento, insieme agli altri nazionalismi, e che mirava all’unione di tutte le genti germaniche in un unico stato, grande e forte.

Il pangermanesimo si scontrava così con l’ideale imperiale, sostenuto ancora dagli Asburgo d’Austria e dalla Chiesa cattolica, retaggio di quella cultura medievale che sognava una Christianitas universale, variopinta di usanze, lingue e costumi diversi, ma unificata dall’ideale religioso: lo scontro, assai duro soprattutto durante la prima, all’interno dello stesso mondo tedescofono, era tra quanti sostenevano l’esistenza di una possibile “fratellanza in Cristo” (“non esiste più né giudeo né greco” aveva scritto San Paolo) e quanti non ritenevano possibile alcun accordo e unione se non tra fratelli di sangue.

Il giovane Hitler si era dunque nutrito degli ideali pangermanici ed anti-imperiali e sognava di unire alla Germania (Anschluss) gli Austriaci della Repubblica Austriaca e i Sudeti, popolazione di lingua tedesca, unita ingiustamente al nuovo stato cecoslovacco. Rivendicava inoltre l’espansione ad EST verso la Russia e le terre slave, come creazione di un necessario “spazio vitale” per il popolo tedesco. Il nazionalismo pangermanista finisce in realtà per coincidere col razzismo: mentre il nazionalismo sostiene la superiorità di una nazione sulle altre, per lo più per motivi culturali, storici, religiosi…il razzismo, ben più estremo, sostiene invece la superiorità biologica, naturale, di una razza, quella ariana (che avrebbe la sua massima espressione nella razza germanica, nordica), rispetto alle altre, dando vita ad una vera religione del sangue (slogan: sangue e suolo, razza e sangue). Contrapposta alla razza ariana c’è, in particolare, quella semita, cui appartengono anche gli ebrei, in quanto discendenti di Sem: da qui il termine “antisemitismo” per indicare l’avversione del nazionalsocialismo nei loro confronti. Tale avversione ha radici complesse, in quanto si nutre sia di teorie razziali, materialistiche, biologiche, che di una lunga tradizione di pensiero cui appartneva anche in un ebreo tedesco come Marx, il quale era arrivato ad affermare: “Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual’ è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo dio mondano? Il denaro…Mammona è il loro idolo, essi lo pregano non soltanto con le loro labbra, ma con tutte le forze del loro corpo e del loro animo.. La terra ai loro occhi non è se non una Borsa, ed essi sono convinti di non avere quaggiù altra destinazione che quella di divenire più ricchi dei loro vicini…” (K.Marx, La questione ebraica, editori Riuniti, 1974).

Esposti molto brevemente alcuni capisaldi ideologici, occorre chiedersi quale fu il substrato culturale che funse da con-causa per l’affermazione del nazismo? Non bastano, infatti, a giustificare un tale fenomeno, né i motivi economici e politici già illustrati, né il semplicismo di quanti cercano di gabellare il popolo tedesco come un popolo di persone interamente in preda ad un’improvvisa follia e crudeltà collettiva. La grande differenza esistente, nonostante le semplificazioni, tra nazismo e fascismo, si spiega infatti, in buona parte, con le differenze culturali tra i due popoli, italiano e tedesco. L’Italia aveva infatti una cultura fondamentalmente cattolica, di cui anche Mussolini era imbevuto, e con cui doveva, anche suo malgrado, fare i conti.

Il popolo tedesco, invece, aveva nei suoi cromosomi, nella sua storia, nella sua cultura, il pensiero di Lutero e quello di Hegel, per citare solo due nomi molto influenti. Lutero, nativo della Sassonia, aveva contrapposto fortemente il mondo germanico a quello latino, stimolando, per opposizione alla Chiesa cattolica romana, un forte nazionalismo germanico; inoltre, col suo “Appello alla nobiltà cristiana della nazione tedesca”, aveva legato indissolubilmente potere spirituale e potere temporale, determinando la nascita di chiese di Stato, e quindi di concezioni assolutistiche del potere: Enrico VIII, proclamatosi capo della chiesa anglicana d’Inghilterra, fu il frutto di questa confusione di piani che portò alla nascita di figure dispotiche a cui si finì per riconoscere come normale, da parte della popolazione, un’infinità di diritti. L’età di Lutero è infatti quella in cui “si realizza lo Stato Assoluto…che si concepisce come comprendente in sé tutte le dimensioni dell’esistenza, anche quella religiosa” (Luigi Negri, Controstoria, San Paolo).

Non è un caso allora il fatto che “se si guarda la mappa elettorale del voto alle elezioni tedesche del 31 luglio 1932, si nota che nel Sud della Germania, prevalentemente cattolico, e nella Renania, anch’essa con alte percentuali di cattolici romani, il partito nazista in genere non superò il 19% dei voti e spesso si fermò anche prima: tanto per smitizzare il fatto che Monaco fu la culla del nazismo. ? nelle altre regioni, a grande prevalenza protestante, che Hitler sfondò: se si esclude Berlino, che bocciò drasticamente il futuro cancelliere, la Prussia e il Nord della Germania diedero allo Nsdap in molti casi la maggioranza assoluta. Il risultato fu un 37 e mezzo per cento a livello nazionale che consentì al F?hrer di forzare la situazione e salire alla Cancelleria nel gennaio successivo” (Corriere della sera, 14/1/2008).

Quanto ad Hegel, non si può dimenticare che questo mostro sacro del pensiero moderno, che fu professore a Berlino e sovvenzionato esaltatore dell’assolutismo prussiano, al punto da venir accusato di aver prostituito il pensiero al potere, nei suoi scritti più politici, aveva teorizzato una dottrina dello Stato come incarnazione di Dio, dell’Assoluto, arrivando a sostenere che “tutto ciò che l’uomo è lo deve allo Stato: solo in esso egli ha la sua essenza. Ogni valore, ogni realtà spirituale, l’uomo l’ha solo per mezzo dello Stato…Solo su questo piano, cioè nello Stato, possono esistere arte e religione”, per cui, come ovvia conseguenza, la moralità consiste nel vivere secondo le leggi del proprio Stato (scritti di Filosofia della storia, La nuova Italia, 1981). Non bisogna dimenticare che il suo pensiero in proposito, oltre che su Marx, influì anche in Italia, se è vero che un suo epigono, il filosofo Giovanni Gentile, insegnò al fascismo il concetto di “Stato etico”: “per il fascista tutto è nello Stato come la realtà vera dell’individuo, e nulla di spirituale esiste e tanto meno ha valore fuori dello Stato…lo Stato è creatore del diritto”, per cui “il fascismo è una concezione religiosa”.

Hegel, che esaltava i “popoli puramente germanici”, che soli hanno accolto la Riforma di Lutero, non fu soltanto il teorizzatore di questa visione dello Stato, bensì anche il propugnatore di un concetto di “superuomo” perfettamente concorde con la visione hitleriana. Hermann Rauschning, un nazista pentito, racconta che il dittatore amava ripetergli: “Seguo il cammino che la provvidenza mi indica con la sicurezza di un sonnambulo”. Hitler era infatti un uomo profondamente imbevuto di occultismo e di scienze esoteriche, iniziato alla setta segreta della Thule Geselschaft (vedi documenti), ed era profondamente convinto di essere l’uomo divinamente prescelto per salvare la Germania ed il mondo, dando vita a “cieli nuovi e terra nuova”. E molti, in quegli anni, ritennero che veramente fosse l’uomo inviato a risollevare le sorti disastrose della Germania, tanto che i paragoni tra lui e Gesù Cristo abbondavano nell’immaginario collettivo.

Ebbene Hegel, e dopo di lui i suoi seguaci, era solito spiegare ai suoi diligenti studentelli l’esistenza di uomini divini, “cosmico-storici” così descritti: “le nuove situazioni mondiali, le gesta che essi realizzano appaiono come loro creazioni, loro interesse e loro opera. Ma essi hanno il diritto dalla loro, perché sono i veggenti: essi sanno quale sia la verità del loro mondo e del loro tempo, quale sia il concetto, l’universale prossimo a sorgere: e altri, come si è detto, si riuniscono intorno alla loro bandiera, perché essi esprimono ciò di cui è giunta l’ora… e quel che fanno è quello che va fatto. Gli altri debbono loro obbedire, perché lo sentono…Questi individui soddisfano dapprima se medesimi: non agiscono affatto per soddisfare gli altri…ma resistere a questi individui cosmico storici è impresa vana”.

Per capire dunque perché il popolo tedesco abbia seguito il suo Fuehrer, anche nella sconfitta, sino alla fine, dobbiamo tenere conto sia di quella mentalità violenta ed ideologica sviluppatasi all’inizio del novecento ed inasprita dall’esperienza bellica, sia degli eccessi a cui i vincitori si lasciarono andare nei confronti della Germania vinta, suscitando un inevitabile sentimento patriottico che Hitler seppe coagulare intorno a sé, sia, infine, del substrato religioso e culturale su cui il nazismo potè innestarsi. Esso fu infatti figlio, anche, della mentalità protestante , della statolatria di Hegel e della sua dottrina degli uomini cosmico-storici, teorizzata a sostegno dei grandi dittatori del passato, da Cesare a Napoleone, sia infine, ma l’analisi sarebbe troppo lunga, dell’evoluzionismo darwiniano, che sbocca nel razzismo biologico, e dell’anticristianesimo di Nietzsche.

Fine prima parte.

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Legge 194, Palmaro fa chiarezza: una legge intrinsecamente ingiusta

Dopo trent’anni, la 194 sembra aver messo d’accordo tutti: abortisti e anti-abortisti. Ma parliamo di una legge che ha ucciso 5 milioni di bambini innocenti. Ecco perché – in un clima confuso – occorre fare chiarezza.

[Da «il Timone», n. 68, gennaio 2008]

Nel 2008 la legge 194 compie trent’anni. Questo triste anniversario sta già alimentando un dibattito vivace, come ha dimostrato la coraggiosa “moratoria per l’aborto” promossa da Giuliano Ferrara, cui ha aderito lo stesso Timone. Accanto a questi segni di speranza, si registra però un fenomeno preoccupante. Sembra infatti che, giunta al compimento del suo trentesimo anno, la legge 194 abbia ormai “conquistato” il consenso di tutta la società italiana.

Un dibattito molto strano

Si va delineando, infatti, uno scenario nel quale si confrontano queste due posizioni:

a. coloro che da sempre sono i fautori della legalizzazione dell’aborto, che difendono la 194. Gli argomenti sono i soliti: l’autodeterminazione della donna; l’aborto clandestino; socializzare l’aborto;

b. coloro che a suo tempo si opposero alla legalizzazione, che oggi però sostengono a necessità di applicare la legge 194 integralmente. La tesi è che nella 194 vi sono aspetti positivi mai attuati. Tutt’al più, alla legge “serve fare un tagliando”. Ma, in qualche caso, ci si spinge a definire la 194 una buona legge, una fra le migliori al mondo.

Il risultato è paradossale: sia gli abortisti che gli antiabortisti sembrano convergere sulla medesima posizione pratica. E cioè: la legge 194 non può essere assolutamente essere messa in discussione.
Così, nel dibattito viene completamente a mancare qualsiasi voce che denunci la legge in vigore come “intrinsecamente ingiusta”, e che proclami la necessità di battersi per la sua abrogazione o almeno per la sua reformatio in mejus.

Come si è potuti giungere a questa deriva nel dibattito italiano sull’aborto legale?

La confusione circa il concetto di “abortismo”

Una delle cause di questa situazione è il grave stato confusionale oggi diffuso: si pensa che l’abortista sia una persona che promuove l’aborto e ne auspica la diffusione. Si tratta di una raffigurazione distorta e caricaturale, perché tutto il fronte abortista degli anni Settanta, ad eccezione dei Radicali e di pochi altri, sosteneva questa tesi: “noi siamo contro l’aborto, che è una sconfitta della donna e della società. Solo che dobbiamo regolamentarlo per vincere l’aborto clandestino”. L’abortismo è essenzialmente affermare che la donna possa liberamente decidere – sotto il mantello della legge statale – se abortire o non abortire. Qualunque sia l’ampiezza di questa facoltà – dai futili motivi, al caso di pericolo per la salute della donna – siamo pur sempre nell’ambito del pensiero abortista. Che è una gravissima ingiustizia non solo morale, ma innanzitutto giuridica.

Le posizioni “cerchiobottiste”

In questo clima di totale confusione perdono piede alcune tesi compromissorie. L’idea è quella di combattere l’aborto nei fatti, senza contrastare alla radice il principio abortista. Ecco alcuni esempi:

a. Garantire alla donna la libertà effettiva di tenersi il figlio. “L’aborto è sì una questione di scelta della donna, ma la società non deve lasciare sola la madre: deve offrirle tutto il supporto economico e psicologico necessario per far sì che, se ella lo desidera, si possa tenere il figlio”. Una sorta di “abortismo gentile”.

b. Preferenza per la vita. “L’aborto è sì una questione di scelta della donna, ma lo Stato deve promuovere la preferibilità della nascita rispetto all’aborto”. È un notevole passo in avanti, ma è pur sempre una prospettiva abortista.

c. Rinuncia alla sanzionabilità dell’aborto. “Occorre contrastare l’aborto, ma non si può più proibirlo né tanto meno prevedere delle sanzioni”. Qui è condivisibile il desiderio di evitare alla donna il carcere, che infatti può essere sostituito con pene alternative o meramente simboliche. Ma togliere ogni sanzione significa eliminare la fattispecie aborto dal diritto penale: ed è esattamente ciò che ha fatto l’abortismo negli anni Settanta.

d. La caduta del muro di Berlino fra pro life e pro choice: “Finalmente abortisti e antiabortisti abbattono il muro che li divide e si alleano per salvare quante più vite è possibile, accettando come unica regola generale la libera scelta della donna”. Sembra un compromesso. In realtà è la resa totale alla cultura femminista e abortista.

Le conseguenze di questa deriva

Questo clima genera effetti perversi, che proviamo a riassumere schematicamente:

a. confusione dottrinale: a molti non più chiaro quale sia “la linea del Piave” che consente di distinguere una legge giusta da una ingiusta in materia di aborto. Esistono solo “leggi migliori” o “peggiori”, secondo un frasario significativamente proporzionalista e cinicamente pragmatico;

b. acquiescenza alle leggi esistenti: tutto ciò che è legge dello Stato (divorzio, aborto chirurgico, fecondazione artificiale omologa) deve essere accettato così com’è. Anzi: bisogna evitare di denunciare la sua ingiustizia per ragioni “strategiche”.

c. arruolamento di personalità abortiste: questa duttilità sui princìpi permette di imbarcare nell’equipaggio pro-life quegli intellettuali che sono e rimangono abortisti, ma che hanno il merito di vivere un certo travaglio personale. E che volentieri si alleano per combattere contro l’aborto chimico o l’eutanasia.

d. spostamento del “focus” nel dibattito: di fronte al tentativo di legalizzare la pillola RU486 non si dirà più, innanzitutto, che essa è omicida; ma che essa non va autorizzata “perché è pericolosa per la donna”. Affermazione che contiene una verità ma che, da sola, si colloca pienamente sul crinale dell’abortismo.

e. messa in fuori gioco di chi contesta le leggi abortiste: coloro che proclamano la verità tutta intera su divorzio, aborto, contraccezione, vengono marginalizzati e accusati di essere “fuori dalla realtà”.

Il “punto di perfetto equilibrio” dell’abortismo

L’esito di questo “finto” dibattito – abortisti e antiabortisti che “difendono” la legge 194 – porta al raggiungimento di un punto di equilibrio perfetto dell’abortismo; da un lato, l’accettazione del diritto di aborto per legge; dall’altro lato, il contenimento del numero di aborti (e magari perfino la loro riduzione) grazie al lavoro del volontariato cattolico, che si fa carico delle difficoltà delle donne incinte in ristrettezze economiche. È la quadratura del cerchio abortista: rendere fisiologico l’aborto legale, in una nuova, inedita alleanza con il solidarismo cattolico.

 

Il partito degli assorbenti

Una ventina di anni fa, un politico cattolico si sentì rivolgere in Tv questa domanda: «Onorevole, lei è ancora contrario alle legge sul divorzio?» «Credo – fu la risposta – che quella legge ormai sia stata assorbita bene dal popolo italiano». Episodio emblematico. C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella testa della gente, cattolici inclusi: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia. In un primo tempo dicendo (giudizio politico) che “non abbiamo la forza per eliminare quella legge”; dopo qualche anno, affermando (giudizio morale e filosofico-giuridico): “quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona”. È accaduto con il divorzio. È già avvenuto con la fecondazione artificiale omologa (che viene ormai praticata in alcuni ospedali cattolici). Ora tocca all’aborto legalizzato. Accadrà con l’eutanasia. Ma non è ancora detta l’ultima parola: la verità, per quanto sostenuta da un piccolo numero di persone, non muore.

© il Timone
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Assaggi 28: L’anima di ogni apostolato

La vita esteriore è una sorta di ebbrezza che esercita su di noi un fascino irresistibile e ci impedisce di riflettere su ciò che Dio si aspetta da noi. Si ama l’azione perché ci si esonera dal vero lavoro, quello che Dio vuole operare in noi. Ci si dà da fare col pretesto di cercare la gloria di Dio, ma in realtà per vivere fuori dell’influenza di Dio. In sostanza, ci si accontenta dei successi puramente umani che hanno solo un’infarinatura di soprannaturale, e non hanno Cristo come principio e come fine. Quante realizzazioni, ammirevoli a prima vista, sono prive di ogni base soprannaturale!
Un certo numero di persone (…) arrivano a una specie di culto per l’azione che (…) li spinge ad abbandonarsi a un attivismo sfrenato. Sembra che l’Onnipotente, il quale ha creato il mondo senza il minimo sforzo, non riesca a fare a meno di loro. (…) Con uno stato d’animo del genere, la vera preghiera diventa difficile. Invece di essere la porta per entrare nella gioia del Signore, sarà un ònere ingrato che si cerca di evitare o che si sbriga alla meglio.
(…)
La vita d’unione con Dio è per l’apostolato ciò che l’anima è per il corpo. Senza la vita d’unione con Dio, l’operaio evangelico rischia di essere solo un “bronzo che risuona o un cembalo che tintinna”.
(…)
Senza orazione, tutto si riduce al fracasso del martello sull’incudine. Si fa poco più di niente, spesso niente e anche male. Chi trascura la vita interiore, e aspira ad opere clamorose, non ha nessuna intelligenza della sorgente d’acqua viva, e della fonte misteriosa che fa fruttificare tutto.
Perché le opere cattoliche, che pure sono tanto numerose, non riescono a trasformare la società? Sono piene di logica ma sfornite di santità. (…) La verità è che voi non vi mostrate come il riflesso di Dio; e pertanto, non essendolo voi, non potete formare degli adoratori in spirito e verità, come chiede il Signore.
(da Dom Chautard, L’anima di ogni apostolato)

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Ecco il discorso che tanto ha spaventato i 67 laici della Sapienza

Questo il testo della lettera che Papa Benedetto XVI avrebbe dovuto leggere all’Universitá "La Sapienza" di Roma in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico:

"È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza – Università di Roma" in occasione  della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere. Ritorno alla mia domanda di partenza: che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità.

Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità. Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee. Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: e che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università. È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.

Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa. Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista.

Ma qui emerge subito la domanda: come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica.

I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico. Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente.

Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta. Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò.

Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi. Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito.

Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.

Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma. Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro".

Città del Vaticano, 17 gennaio 2008

Benedictus XVI

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Lo facesti di poco inferiore agli angeli.

Si dice che Teresa d’Avila, meditando il padre nostro, si fermasse alle prime due parole, padre nostro, appunto, come un piccolo bimbo che dice solo “babbo, o mamma”, e non ha bisogno di dire altro, perché ha già espresso tutto; perché in quel dolci suoni vi è tutto il suo universo, tutta la sua fiducia, il suo totale abbandono.

Ciò di cui il bambino ha bisogno, il padre lo sa, e il bimbo, che invece non lo comprende appieno, si affida. Era sufficiente, per Teresa, pensare alla sua dignità di figlia di Dio, all’idea di avere un Padre che la amava, per lei, solo per lei, e per tutti, per sentirsi felice, serena, gioiosa, anche di fronte al dolore. Secoli più tardi Teresa del Bambin Gesù avrebbe fondato la sua spiritualità sull’abbandono, sulla fiducia in Dio, convinta che “tutto è grazia”, che anche nelle vicende più tristi della vita vi è un significato, che alla fine risplende, o che magari agli occhi degli uomini rimane occulto, ma si svelerà poi, alla fine di tutto, quando saranno resi noti i pensieri dei cuori e tutto si chiarirà, alla luce di Dio. Con queste convinzioni vivevano anche i contadini del medioevo, anche gli uomini di un tempo, quelli che videro carestie, pestilenze, quelli che assistettero a invasioni, e congiure, quelli per i quali la morte prematura, di un figlio, di una moglie, di un marito in guerra, non erano cose così rare…

Eppure costoro ritenevano per vere le parole del salmista: “ Che è l’uomo perché te ne ricordi?…Lo facesti di poco inferiore agli Angeli”. Che ci credessero ce lo dicono le poesie, le lapidi, le chiese grandiose, i canti della cristianità del passato: Rorate caeli desuper et nubae pluant Iustum… Dio era piovuto dal cielo e aveva preso dimora tra gli uomini, cioè gli uomini erano divenuti degni di Dio, a causa di una colpa, ma di una felix culpa. La colpa, insomma, rimaneva, il senso della propria miseria pure, ma accanto ad essa l’idea di una dignità, dell’uomo, veramente grandiosa. Non si chiamava, questa concezione, umanesimo, ma era sicuramente qualcosa di più, una visione dell’uomo ben più alta di quella degli stessi umanisti. Oggi, dopo i secoli della miscredenza e del dubbio, quest’idea sembra sempre più impossibile: siamo tutti orfani, vuoi perché siamo nati dopo i gulag e i lager, vuoi perché ci consideriamo, come J. Monod, “zingari al margine dell’universo”, cancri del pianeta, nient’altro che animali, “evoluti per caso”.

Per questo la speranza è una virtù che non ci appartiene più: crediamo di sapere, di aver indagato i misteri, le vie del Signore, di aver visto che non portano da nessuna parte, e, chiusi nel nostro bozzolo, come se la storia fosse finita, chiudiamo tutte le porte alla speranza, ridotta, come in Baudelaire, ad un pipistrello che non riesce ad alzarsi in volo, bloccato da un soffitto basso e marcito. Nella vita di tutti i giorni, l’assenza di speranza significa chiusura alla famiglia, ai figli, alla provvidenza; significa ansia per la carriera, necessità di avere tutto sotto controllo, calcolo e misura in ogni cosa, anche nell’amore. Siamo tanti personaggi ingessati, che non si fidano di nessuno che non hanno un padre celeste, e che avanzano “contando” sulle proprie misere forze. Per questo il papa nella sua enciclica ha voluto ribadire che “il cielo non è vuoto . La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno spirito che in Gesù si è rivelato come Amore”. In questo sta la nostra speranza, cioè la nostra certezza.

Questa posizione non è solo dei semplici e degli ignoranti. E’, ad esempio, anche quella di un famoso scienziato, Owen Gingerich, professore di astronomia e di storia della scienza all’Università di Havard, autore di un libro affascinante: “Cercando Dio nell’universo” (Lindau). Gingerich parte nelle sue riflessioni da Keplero, quando alla fine del suo “Harmonices mundi”, riecheggiando un salmo di lode, scriveva: “grande è il Signore nostro, grande è la sua sapienza, non ha confini; lodatelo voi, o cieli, lodatelo voi, o Sole, o Luna, o Pianeti, qualunque senso per percepire e qualunque lingua adoperiate per manifestare il vostro Creatore; lodatelo voi, o armonie dei cieli, lodatelo voi che osservate le armonie manifeste; loda anche tu, anima mia, il Signore creatore tuo finché vivrò…”.

Con la stesso entusiasmo di Keplero, secoli dopo, l’astronomo Gingerich fa le sue professioni di fede: afferma di credere “nel disegno intelligente” (ma non nell’ Intelligent Design), negli attributi di “origine divina”, “creatività, coscienza e consapevolezza, che è poi autoconsapevolezza: tutti caratteri essenzialmente umani”, e scrive: “sono persuaso della presenza, al di sopra e all’interno del cosmo, di un Creatore dotato di una intelligenza superiore. Credo inoltre che il contesto offertoci dal nostro universo, così ricco di elementi confacenti al genere umano e tale da permettere e da incoraggiare l’esistenza di forme di vita consapevoli, faccia parte del disegno e dello scopo di un Creatore”. E ancora: “può darsi che l’universo sia come una grande pianta il cui fine ultimo è dare vita a un piccolo bellissimo fiore. E può darsi che quel piccolo, bellissimo fiore sia proprio l’uomo”, mentre “gli evoluzionisti che rifiutano qualsiasi teleologia e che, nel dichiarare il loro credo in una sorte di roulette cosmica, parlano di un universo assolutamente privo di scopo, non stanno presentando un fatto scientifico dimostrato; essi, piuttosto, stanno difendendo le loro personali prese di posizione in ambito metafisico”.

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La visita del Papa alla Sapienza

(da rinocammilleri.it) Il papa, invitato a tenere una Lezione all’università La Sapienza di Roma, è stato respinto al mittente da una levata di scudi di 63 (o 67?) professori di quell’ateneo, i quali hanno inalberato il solito Galileo e riesumato la consueta paccottiglia scientista.

Anche chi ha difeso il diritto del papa di parlare, come il filosofo Zecchi (“Il Giornale” 14 gennaio 2008) non ha saputo trovare di meglio che perle come questa: il cardinale Bellarmino si sarebbe rifiutato di guardare nel telescopio di Galileo. Ora, a parte il fatto che s. Roberto Bellarmino è Dottore della Chiesa (scusate se è poco) e insegnava astronomia a Lovanio, e che a rifiutarsi di guardare nel cannocchiale erano i colleghi laici di Galileo (quest’ultimo li chiamava sprezzantemente “la piccionaia” dal nome del loro leader, Ludovico Delle Colombe), la moderna epistemologia dice che in quel processo aveva ragione la Chiesa e torto Galileo, perché non era la Chiesa a metter bocca nella scienza ma Galileo a voler fare il teologo.

Il punto è che l’università è un’invenzione della Chiesa che nel XIX secolo i massoni scipparono, facendosela a loro volta scippare dai comunisti nel XX, quando, col Sessantotto, i “baroni” vennero sostituiti da tribuni della plebe che salirono in cattedra a bastonate e “18 politico”, nonché “esami collettivi”. Ancora oggi, comunque, per un posto “accademico” c’è chi accoltellerebbe la mamma, dato l’ottimo stipendio e il quasi non-obbligo di tenere lezioni.

La casta si autoinveste di infallibilità, spregiando come “non scientifico” ogni scritto che non disponga di migliaia di note a piè pagina e altrettanti titoli di bibliografia, anche se lo scritto in questione consta di tre righe. Sono esperti di Storia della Filatelia nella Prima Metà del XIX Secolo e di Fenomenologia della Comunicazione Tribale nei Paesi Afro-Asiatici quelli che danno la laurea honoris causa a Vasco e/o Valentino Rossi ma non vogliono che il massimo teologo del mondo metta piede in posti pomposamente chiamati La Sapienza. E’ vero, non si può fare di ogni erba un fascio; ma forse sì di ogni squadra & compasso e di ogni falce & martello.

Un’ultima cosa: la pretesa di assoluta autonomia da parte della scienza, inaugurata con Galileo, conduce dritto alla bomba atomica e agli odierni embrioni-chimera. Neanche Galileo ci starebbe (v. il mio “Il caso Galileo”, Quaderni del Timone: info@iltimone.org).

Rino Cammilleri

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Nel 2007 livelli record di violenza contro i cristiani dell’India

In seguito al rapporto 2007 di "All India Christian Council" (Consiglio indiano dei Cristiani), l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) mette in guardia dall’allarmante aumento degli atti di violenza commessi nel paese asiatico contro la popolazione cristiana e in particolare contro la popolazione indigena degli Adivasi. Gli oltre 1.000 atti di violenza registrati nel corso del 2007 contro questa parte di popolazione indiana costituiscono un record negativo mai registrato prima nei 60 anni di indipendenza del paese. In considerazione della forte influenza di cui godono frange di Hindu estremisti in molti stati federali dell’India, anche le ultime dichiarazioni concilianti del premier indiano non bastano a ristabilire la fiducia della popolazione cristiana. Nello stato federale di Orissa molti Cristiani continuano a nascondersi nelle foreste per la paura scatenata con le aggressioni nei loro confronti avvenute durante le festività del Natale, quando gruppi di Hindu estremisti hanno incendiato circa 730 case e 95 chiese.

A soffrire delle violenze sono in particolare gli Adivasi che già soffrono la forte discriminazione dovuta alla loro appartenenza etnica e che ora subiscono anche le persecuzioni legate al credo religioso. Nello stato di Orissa glia Adivasi non solo costituiscono la maggior parte dei Cristiani ma anche un quarto dei 37 milioni di abitanti dello stato federale e circa l’8% della popolazione totale indiana (84 milioni). In India i Cristiani costituiscono circa il 2,3%, mentre l’80,5 % è di religione Hindu. Fin dal 1996 la pressione esercitata da organizzazioni hindù estremiste contro gli Adivasi cristiani è in costante aumento. Di fatto il lavoro dei missionari cristiani si concentra principalmente sulla popolazione indigena e le organizzazioni hindù tentano così di evitare nuove conversioni e battesimi. Nel 2004 il movimento hindù "Vishwa Hindu Parishhad" si è p.es. riproposto di avviare entro il 2011 progetti per la riduzione dell’influenza cristiana in almeno 100.000 villaggi adivasi. Lo stesso movimento sostiene di poter contare su almeno 60.000 volontari per il lavoro nei "progetti". Per gli Adivasi la chiesa cristiana rappresenta invece una delle pochissime possibilità per liberarsi dal secolare sfruttamento legato al sistema delle caste e dalla discriminazione a cui sono sottoposti.

Non è la prima volta che in India si assiste a una escalation di violenza contro i cristiani durante il periodo natalizio. I più gravi atti di violenza contro Cristiani si verificarono nel 1999 nello stato di Gujarat. La mobilizzazione contro chiese cristiane avviene spesso pubblicamente durante grandi manifestazioni hindù che vengono organizzate (e autorizzate) in modo mirato proprio durante le festività natalizie. Anche nel 2006 le organizzazioni estremiste hindù invitarono la popolazione indiana a una grande manifestazione nello stato di Orissa per protestare contro l’arresto di 5 cinque persone, arrestate per aver picchiato dei cristiani. Inutilmente i preti cristiani tentarono di chiedere la proibizione della manifestazione, in seguito alla quale si verificarono, come da copione, aggressioni e atti di violenza contro la popolazione cristiana. (APM)

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Tipi umani 3: La speaker di Radio Capital

La speaker di Radio Capital, più che una speaker, è un’essenza metafisica. Che sia costituita di spirito de-materiato è cosa intuitiva: la speaker di Radio Capital esiste solo con la voce*. Ma il suo carattere di Idea platonica si desume da altro. La speaker di Radio Capital non ha un’età precisa. Certo è ancora abbastanza ggiovane per condividere, dei ggiovani, gusti e mentalità: eppure si avverte nei suoi lunghi soliloqui un che di nostalgico, di stanco, di distaccato. Già di lei si può dire, con malcelato compatimento, che è nubile. Il pubblico di Radio Capital, forse non così ggiovane, costituito anzi in buona parte da divorziati, tra un pezzo dei Rolling Stones e uno dei Queen si fa trasportare da quel tono nostalgico, e torna con il ricordo ai tempi del liceo: i primi trentatrè giri, le prime feste, le prime morose… La speaker di Radio Capital prosegue imperturbabile la sua routine affabulatoria. Solerti redattori, per dare spessore ai lunghi pomeriggi radiofonici, le passano le notizie più importanti e curiose da tutto il mondo: iniziative ecologiste, ricoveri di vecchie star anni Ottanta per abuso di droga, matrimoni fra attori, nuovissime applicazioni biotecnologiche, l’ultima dichiarazione di Al Gore. Radio Capital appartiene, come Radio Deejay e Radio m2o, al gruppo L’Espresso, dunque tiene molto alla cultura. Imperdibile, ogni mattina alle 7.20, Risponde Zucconi: se anche non fosse di turno, la speaker di Radio Capital metterebbe la sveglia per apprendere il senso dell’esistere dalle parole del Direttore. La speaker di Radio Capital, comunque, nutre da sempre convinzioni laiche e libertarie. Parla con assoluta nonchalance di tutto ciò che attiene al sesso, anzi esorta almeno una volta alla settimana i radioascoltatori a “farne molto” (perché “siamo fatti di carne”). La speaker di Radio Capital a Radio Capital si trova benissimo: l’unica cosa che a dire il vero un po’ la cruccia è che lo speaker notturno di Capital GrooveMaster possa mettere liberamente le rarità funk degli anni Settanta, mentre a lei tocca sorbirsi Gigi D’Alessio sette-otto volte al giorno. La speaker di Radio Capital è intimamente convinta che si tratti di un caso preclaro di discriminazione sessuale.
La speaker di Radio Capital è la personificazione del post-moderno.
Ovviamente non ha figli.

*[Per quanto riguarda il concetto di “mera esistenza vocale”, o al massimo labiale, il rimando inevitabile è alla speaker negra del film di Walter Hill I guerrieri della notte, del 1979. Ndr].

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La politica dei rifiuti e i rifiuti della politica

A proposito delle tonnellate di rifiuti campani che il premier Romano Prodi ha chiesto alle altre regioni – compresa la nostra – di “condividere” per spirito di solidarietà nazionale, ho trovato particolarmente azzeccata la risposta data dal sindaco di Rovereto Guglielmo Valduga al presidente della Giunta provinciale Lorenzo Dellai, il quale aveva manifestato la disponibilità del Trentino ad accogliere l’invito del governo, salvo poi rimangiarsi l’offerta per la saturazione delle nostre discariche.

Scrive infatti Valduga nel telegramma inviato a Dellai: "non ci troviamo dinnanzi a una emergenza di tipo calamitoso per la quale la solidarietà è un atto doveroso, ma semmai siamo di fronte a un disgoverno che si è protratto negli anni. Una negligenza che non va solo a discapito dei propri censiti, ma sta creando un immenso danno d’immagine all’intero Paese. Non si vede come si possa solidarizzare con un’azione di governo così lacunosa e negligente".

L’aspetto vergognoso della vicenda non è quindi il presunto “egoismo” dimostrato della Provincia di Trento nel respingere l’appello a smaltire i rifiuti campani, ma il tentativo ipocrita di mettere sullo stesso piano le tragiche conseguenze di un (inevitabile) terremoto, e un’emergenza che è invece stata causata dall’inettitudine di politici e amministratori. Emergenza, quindi, che si risolve innanzitutto mandandoli a casa. Suggerire questa soluzione è l’unico modo serio con cui il Trentino testimonierebbe la propria solidarietà.

Gian Burrasca

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