Un sasso nello stagno Putin avverte il mondo di Fulvio Scaglione
Le tensioni che in questo periodo scuotono i rapporti tra Russia, Polonia, Estonia, Repubblica Ceca e Usa possono sembrare improvvise solo a chi negli ultimi quindici anni sia vissuto sulla luna. Era anzi inevitabile che si arrivasse a questo show down, nel punto in cui s’incontrano e si scontrano due moti opposti: l’avanzata verso Est dell’influenza americana, l’espansione verso Ovest dell’ambizione russa, spinta dalla ripresa economica. Oggi si discute dello “scudo spaziale” da installare in Polonia e nella Repubblica Ceca, ma ieri si litigava su Ucraina, Georgia e Moldavia, l’altro ieri sulla Belorussia vicina a Mosca e sull’Azerbaigian vicino a Washington, prima ancora sugli oleodotti da tracciare nel Caucaso. Per non parlare della Cecenia: gli Usa la considerano la grande palestra del neo-autoritarismo russo, in Russia molti sono convinti che proprio gli Usa abbiano soffiato, per interposta Arabia Saudita, sul fuoco dell’irredentismo ceceno.
Una citazione ormai frusta dice che “le grandi potenze non hanno ideali ma solo interessi”. C’è in questo caso una paradossale inversione dei termini: gli ideali, i valori ci sono ma sembrano solo complicare le cose. Prendiamo la polemica tra Estonia e Russia sul monumento all’Armata Rossa: per gli uni l’esercito sovietico fu uno strumento di dominio imperialista, per gli altri il primo liberatore dal nazismo di quella parte di Europa. Hanno ragione entrambi. Sarebbe forse più semplice se la Russia potesse dire che detesta la politica filo-occidentale dell’Estonia, e questa potesse ammettere che il gasdotto russo-tedesco che la taglierà fuori dai diritti di transito è una vera doccia fredda. Altrettanto vale per la polemica sullo scudo spaziale. Ha ragione Condoleezza Rice quando dice: “E’ ridicolo pensare che dieci intercettori e qualche radar possano minacciare il deterrente strategico sovietico (così, ma voleva dire russo, n.d.r)”. Ma è anche ridicolo sostenere, come invece fa la Rice, che l’Iran o qualche altro Stato canaglia (la Siria? La Corea del Nord?) voglia bombardare la Polonia, quella stessa Polonia che non perde occasione per polemizzare con Mosca. E se intercettori e radar fossero schierati in Messico o in Canada, come reagirebbero gli Usa, che considerarono persino l’isoletta di Grenada una minaccia alla sicurezza nazionale?
Parlando di rischi di “distruzione reciproca”, minacciando di congelare il Trattato sulle armi convenzionali in Europa, riesumando toni da Guerra Fredda, Putin ha voluto gettare un sasso, anzi un masso, nello stagno. Ha sollevato molti spruzzi, cioè ha raggiunto il suo scopo. L’Occidente stenta a capire che la Russia non è più quella del 1999, quando la Nato iniziò le operazioni in Kosovo senza neppure avvertire il Cremlino e il premier Evgenyj Primakov, che stava volando verso Washington per una visita di Stato, girò l’aereo e tornò a Mosca, facendosi anche un po’ ridere dietro. Oggi la Russia ha i mezzi e soprattutto la volontà per chiedere considerazione e rispetto e per respingere quel “mea culpa” continuo che da più parti le si chiede per i pure enormi misfatti sovietici. Putin non è un tenero e la sua idea di democrazia somiglia poco alla nostra. Ma alla sua Russia, così assertiva e convinta, almeno un merito bisogna riconoscerlo: quello di ricordare a tutti che, tra Usa, Russia, Cina, India e altre grandi e medie potenze emergenti, viviamo in un mondo sempre più plurale. Organizzarlo a senso unico può essere forse una pretesa, non necessariamente una buona idea.
Avvenire, 28 aprile.
Appuntamenti vari….
Ricordo, per chi volesse, alcuni appuntamenti: il 3 maggio il Mpv organizza un incontro intitolato “Ru 486: la favola dell’aborto facile”, alle 17.30 al Museo di Scienze naturali. Parlerà Assuntina Morresi; sono stati invitati anche il dottor Arisi e Margherita Cogo, per un dibattito. Il 4 maggio sera, alle 20.30, il MpV organizzza un incontro su eutanasia e testamento biologico, con Massimo Micaletti (istituto salesiano, disponibilità parcheggio).Per chi volesse un posto in pullman, per il dies familae, si può telefonare a Giovanna: 338 5680565
Sezione Umorismo. Nuove disposizioni per tutti i lavoratori dipendenti.
Oggetto: Nuove disposizioni per tutti i lavoratori dipendenti.
GIORNI DI MALATTIA
Non sarà più accettato il certificato medico come giustificazione di malattia. Se si riesce ad andare dal dottore si può andare anche al Lavoro.
GIORNI LIBERI E DI FERIE
Ogni impiegato riceverà 104 giorni liberi all’anno. Si chiamano sabati e domeniche. BAGNO La nuova normativa prevede un massimo di 3 minuti per il bagno. Dopo suonerà un allarme, si aprirà la porta e verrà scattata una fotografia. Dopo il secondo ritardo in bagno, la foto verrà esposta in bacheca.
PAUSA A PRANZO
Gli impiegati magri riceveranno 30 minuti, perché hanno bisogno di mangiare di più per ingrassare. Quelli normali riceveranno 15 minuti per fare un pasto equilibrato e rimanere in forma. i grassi riceveranno 5 minuti, che sono più che sufficienti per uno slim fast.
AUMENTI
Gli aumenti di stipendio vengono correlati all’abbigliamento del lavoratore. Se si veste con scarpe Prada da Euro 350,00 o borsa Gucci da 600,00, si presume che il lavoratore stia bene economicamente e quindi non abbia bisogno di un aumento. Se si veste troppo poveramente, si presume che il lavoratore debba imparare ad amministrare meglio le sue finanze e quindi non sarà concesso l’aumento. Se si veste normalmente vuol dire che il lavoratore ha una retribuzione sufficiente e quindi non sarà concesso l’aumento.
buon lavoro
P.S. per aver letto questa e-mail in orario di lavoro vi verranno trattenuti 4 minuti di stipendio.
Luxuria si rifà: è qui la felicità?
Luxuria si rifà naso e seno “Lo Stato rimborsi i trans”
“Proporrò una legge che riconosca i cambi identitari, non estetici”
ROMA ? Giura che adesso non farà un calendario e non prenderà il sole in topless. “Nonostante la mia fama di persona trasgressiva ho un rapporto molto timido con il mio corpo”. E sottolinea che per farlo ci è voluta una motivazione “molto, molto forte, perché è un intervento estremamente doloroso, sono rimasta a letto per una settimana, immobile, con i lividi in faccia, le mie sorelle Laura e Barbara mi facevano gli impacchi con la camomilla”.
L’onorevole di Rifondazione comunista Wladimiro Guadagno detto Luxuria si è regalato un naso senza gobbe e una terza abbondante di seno. Due operazioni in anestesia totale subite il 31 marzo scorso nella clinica Paideia di Roma, con il chirurgo Maurizio Eleuteri. “Ho preferito fare tutto insieme, sapevo che non avrei avuto il coraggio di tornare un’altra volta”. Come spesso accade di fronte a scelte coraggiose, dietro la decisione c’è l’amore per una persona: “Me stessa. Ho pensato che fosse giusto trasformare i miei sogni in realtà. Non per civetteria, ma per stare meglio con me, anzi per essere me. Del resto, anche Mastella si tinge i capelli di nero per sentirsi più a suo agio”.
Rinoplastica “per respirare meglio” e mastoplastica aggiuntiva “per armonizzare corpo e anima”. Con una spesa che ha ben superato i diecimila euro. “E che il servizio sanitario nazionale non mi rimborsa, naturalmente, perché la legge 164 del 1982 prevede l’assistenza economica soltanto per il cambiamento dei genitali. Molti nelle mie condizioni sono costretti a prostituirsi per pagare un intervento simile. Ecco perché a maggio mi farò promotrice di una legge quadro sulla piena cittadinanza delle persone trans genere, che riconosca la transessualità come disforia e autorizzi gli interventi non per motivi estetici, ma identitari”.
Esiste un problema di costi. “E me ne rendo conto, ma è importante che lo Stato non faccia sentire solo chi deve affrontare una situazione di questo tipo. Perché non è una passeggiata, è una sofferenza fisica”.
La proposta legislativa dell’onorevole di Prc include anche la possibilità di cambiare il genere sui documenti senza l’operazione chirurgica, come già avviene in Spagna, in Inghilterra, e come è in discussione a New York. “Saranno contemplati tutti gli aspetti burocratici e sanitari per favorire il genere di elezione”.
Bisturi sdoganato, ma non per sembrare più belli. “Io come la Santanché? Non direi: non è che mi sono rifatta il seno, io me lo sono proprio fatto”. E a Eva Robin’s che due giorni fa sul Magazine del Corriere
ha detto: “La differenza tra me e Luxuria è che Vladimir non ha il seno”, adesso replica: “Forse voleva dire il “senno””.
I complimenti in Parlamento non sono mancati. “Da parte di chi mi riconosceva un aspetto ingentilito senza capire bene il motivo. Salvatore Iacomino (Pcr), Gennaro Migliore (Prc), Antonio Razzi (Italia dei Valori). Colleghi di partito, perché non ho visto molti altri di recente”.
Battute a parte, soprattutto una cosa sta a cuore all’onorevole Guadagno. “La Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo. Nel concetto di salute non deve rientrare solo il fattore fisico, ma anche quello psichico. Ho aspettato anni, prima di fare questa operazione, perché ci voleva tanto coraggio. E ha contribuito a darmelo la responsabilità politica che ho acquisito in questi mesi. Chi come noi non si sente rappresentato dal proprio corpo deve poter usufruire degli interventi che servono a ottenere la salute psichica”.
I disobbedienti neo-bolscevichi
Domani marcerà su Trento un branco di scalmanati decisi a rivedicare il pieno diritto di un immobile di proprietà dell’opera universitaria da loro già indebitamente occupato. Si autodefiniscono disobbedienti perché non hanno rispetto di niente, specie delle cose degli altri e di tutti, come la democrazia, le istituzioni, le pompe di benzina, le strade, i muri delle case e dei palazzi più belli, le vetrine, ecc.. Dove passano imbrattano o distruggono perché così piace a loro.
Sono amatissimi dai giornali che riservano pagine piene di simpatia a questi paladini della pace e dei diritti (vale a dire qualunque cosa vogliano per se stessi) imposti con la forza.
Per rassicurare i commercianti della città circa il carattere pacifico della manifestazione, alcuni di loro hanno distribuito ieri fiori di camomilla a chi aveva espresso qualche timore per i danni che l’orda barbarica potrebbe causare ai negozi davanti ai quali transiterà.
Due sole osservazioni: 1. la camomilla dovrebbero bersela i disubbidienti e a dosi massicce perché gli unici esagitati sono loro; 2. se nè il comune nè le forze dell’ordine cacceranno subito a calci in culo questi fancazzisti dall’edificio pubblico illegalmente occupato, dovremo prepararci a difendere le nostre case da questi fanatici neo-bolscevichi, perché il loro prossimo passo sarà il sequestro delle proprietà private (solo quelle altrui, naturalmente).
La scimmia non ride
A proposito della mostra «La scimmia nuda» proposta dal Museo Tridentino di Scienze Naturali, diversamente da quanto l’esposizione sponsorizzata dalla Provincia vorrebbe di fatto dimostrare senza uno straccio di prova (come evidenzia Francesco Agnoli nel ricchissimo articolo prededente), l’uomo è un essere "unico" non riconducibile agli animali, scimmie incluse, anche in ragione della famiglia. E perché ride.
A spiegarlo molto bene è Francesco D’Agostino in un editoriale del quotidiano «Avvenire», di cui ripropongo uno stralcio. Eccolo.
«Quando si riflette sul serio sulla realtà della famiglia, si scoprono alla fine inevitabili convergenze su alcuni punti fermi:
– la famiglia non è una "invenzione" storico-sociale, attribuibile a una cultura e a una determinata epoca, bensì una struttura antropologica fondamentale;
– l’uomo, così come è l’unico animale che parla, l’unico animale che ride (e, purtroppo, anche l’unico animale che fa ridere), l’unico animale che seppellisce i propri morti, è l’unico animale che si sposa;
– le determinazioni giuridiche della famiglia variano nei secoli e secondo le diverse culture, ma la sua funzione antropologica – garantire l’ordine delle generazioni – resta costante; questa che chiamiamo garanzia dell’ordine delle generazioni non si appoggia ad impulsi istintuali o biologici, ma si determina a partire da una specifica volontà, quella di un uomo e una donna di essere pubblicamente riconosciuti marito e moglie;
– nelle prospettive religiose e filosofiche più profonde, questa volontà è ben compresa come specificamente etica: di qui l’esigenza che la volontà sia matura, consapevole, libera, che esprima cioè la piena intenzione di un soggetto di unirsi per tutte le dimensioni della sua vita personale al coniuge, per costruire quel luogo di comunicazione totale (secondo l’espressione del sociologo Niklas Luhmann) che è la comunità familiare».
Avvicinandosi l’ora di pranza aggiungo che gli uomini, come mi ha spiegato un giorno uno studioso formidabile e ricco di humor come Leo Moulin, si diversificano strutturalmente dagli animali anche perché sanno cucinare.
Gioiosi nella speranza.
Riporto la trascrizione che l’amico Claudio Forti ha fatto di una trasmissione di Gianpaolo Barra, sulla speranza.
Lo spunto per la trasmissione di questa sera mi è stato offerto da alcuni amici di Sassuolo, provincia di Modena, e questi amici mi hanno invitato nella loro bella cittadina alla fine del mese di marzo a tenere una conferenza dal titolo “Gioiosi nella speranza”. E così a Sassuolo ho vissuto un’esperienza davvero ricca, interessante, profonda, vuoi per la bella accoglienza che mi è stata riservata, da chi mi ha invitato, l’amico Angelo Gatti (che tra l’altro mi ha fatto conoscere un gruppo agguerrito di persone che vivono una fede limpida, una fede fresca, coraggiosa), vuoi anche per la bella, numerosa partecipazione del pubblico che ha ascoltato con attenzione le mie parole. E allora, vista l’esperienza positiva, ho pensato che le cose dette in quella occasione meritassero una replica a Radio Maria per metterle a disposizione di un pubblico più vasto. Nella speranza, come faccio sempre, di risultare in qualche modo utile agli amici che sono in ascolto da ogni parte d’Italia.
Affronterò perciò lo stesso tema: “Gioiosi nella speranza”. Ma se ci pensiamo bene, questo argomento si ricollega in qualche modo al naturale proseguimento alle cose che ci siamo detti nella conversazione del mese scorso., nella quale abbiamo commentato alcuni dati che illustravano la presenza dei cattolici in Italia. E abbiamo visto che non tutto è perduto, che ci sono motivi per rinsaldare la nostra speranza, che ci sono motivi per continuare incoraggiati nella nostra buona battaglia. Abbiamo visto che in Italia la fede, pur subendo attacchi davvero possenti, resiste ancora in tante persone, in tanti fratelli. Anzi, abbiamo visto che in qualche caso guadagna addirittura consensi. Visto che oggi il numero di quelli che si dicono atei, privi di Dio, sta sempre diminuendo. ? anche vero – e questo lo abbiamo detto nella scorsa conversazione – che questi segni di speranza non possono però farci dimenticare che l’opera di evangelizzazione deve essere perseguita con tenacia, perché questa è certamente la missione che Gesù ha affidato alla Chiesa, e dunque ha affidato a ciascuno di noi. Ma anche perché l’evangelizzazione, cioè la trasmissione e la testimonianza della verità di Cristo e della personali Cristo, affinché tutti ne diventino discepoli, è la più alta forma di carità cristiana che noi possiamo offrire al nostro prossimo, Quindi anche la conversazione di questa sera, pur trattando della speranza, anzi dell’annuncio gioioso della speranza, non deve farci dimenticare che la speranza non ci fa sedere, non disarma il nostro entusiasmo, anzi, lo incoraggia, lo accresce, lo nutre, lo stimola, lo indirizza verso il bene.
E, prima di entrare nel vivo di questo argomento, io devo fare però due premesse. La prima premessa è questa. Il tema della speranza è un tema complesso e difficile. ? un tema che avrebbe meritato – lo dico con la massima semplicità – un commentatore molto più esperto di chi vi sta parlando da questi microfoni. La speranza è una delle tre virtù teologali che un esperto, per esempio un pastore della Chiesa, un teologo avrebbe esposto in maniera più profonda. La seconda premessa è consequenziale alla prima. Non aspettatevi una lezione perché non ho i titoli e le competenze necessarie per dare lezioni su questi argomenti.
Allora cosa farò stasera? Quello che ho fatto a Sassuolo. Mi limiterò ad alcune riflessioni e considerazioni che sono emerse dentro di me mentre mi preparavo a svolgere questo tema. E queste riflessioni, questi pensieri, queste considerazioni le affido principalmente al Signore, li affido alla bontà di sua Madre perché possano fruttificare nel nostro animo e nella nostra mente e possano giovare, essere utili alla nostra vita di cristiani.
Allora veniamo subito all’argomento “Gioiosi nella speranza”. E, riflettendo sul titolo che abbiamo scelto emergono subito due domande alle quali tenteremo di dare una risposta.
La prima domanda: Che cosa dobbiamo intendere per speranza? Ecco, speranza è una parola che noi pronunciamo spesso, ma della quale anche noi cristiani abbiamo perso di vista il vero significato. Che cos’è dunque la speranza? Questa è una prima domanda. La seconda, che emerge sempre da una riflessione sul titolo. Emerge spontaneamente, direi, dal titolo stesso, ed è questa: per quale motivo dovremmo essere gioiosi? Questa domanda oggi suona un po’ provocatoria, visto il tempo che stiamo vivendo. Viviamo in tempi in cui si manifestano tante, tante preoccupazioni. E allora può sorgere spontanea la domanda: come possiamo essere gioiosi se ogni giorno, se ogni momento della nostra esistenza ci giungono notizie tragiche di guerre, di morte, di disperazione? Oppure anche, come possiamo essere gioiosi se noi stessi, nella nostra esistenza di tutti i giorni, sperimentiamo la croce? Sperimentiamo tanti dolori, tante delusioni, tradimenti, amarezze. Ancora, come possiamo essere gioiosi se vediamo, se constatiamo nei fatti che, anche impegnandoci, sforzandoci di vivere una vita cristiana coerente con la fede che noi professiamo, ogni giorno facciamo esperienza però della nostra miseria, delle nostre cadute? Noi ci accorgiamo che il peccato continua ad albergare nel nostro cuore, e, nonostante gli sforzi non riusciamo – almeno così ci pare – a fare progressi. E come allora si può essere gioiosi, se quello che ci circonda e se quello che vediamo dentro di noi mostra questi segni di preoccupazione? Ecco, queste sono domande alle quali noi dobbiamo tentare di rispondere, e questa risposta sarà certamente una risposta che parte innanzitutto dalla fede che noi professiamo, dalle verità di fede che noi professiamo, perché ci sono state rivelate.
Però, come è caratteristica delle nostre trasmissioni, vuole essere una risposta che mette anche in rilievo alcuni elementi, alcuni dati che si sposano con un discorso apologetico. Quindi alcuni dati, alcuni elementi che contribuiscono a rinsaldare la nostra fede ed eventualmente possono essere utilizzati anche per rispondere a domande, a dubbi, a osservazioni, a obiezioni, a contestazioni che possono emergere anche in questo campo. Naturalmente se la nostra risposta parte dalla fede è chiaro che la nostra risposta non toccherà, non avrà come via principale a cui attingere le verità – che ne so? – la storia, la politica, la filosofia… No, la nostra sarà innanzitutto una risposta da cristiani, che parte dalla fede. Però è una risposta che, pur partendo dalla fede, viene offerta all’intelligenza di chi ci sta ad ascoltare. Viene offerta anche alla nostra intelligenza naturalmente, perché porti frutto, perché susciti una risposta.
Allora poniamoci subito la prima domanda: che cosa si intende per speranza? Poiché non vogliamo dare risposte che sembrano o sono un po’ soggettive, appoggiamoci subito, ancoriamoci subito al “Molo saldo, indistruttibile della dottrina cattolica”. Nel Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, alla domanda, che cos’è la speranza?, noi possiamo leggere questa risposta. La leggo lentamente. Sono poche righe, ma è ricchissima! La risposta è questa: “La speranza è la virtù teologale per la quale noi desideriamo e aspettiamo da Dio la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci all’aiuto della Grazia dello Spirito Santo per meritarla e per perseverare sino alla fine della vita terrena”. ? una risposta ricchissima, strabiliante!
Ho detto agli amici di Sassuolo: “Qui, a questo punto, un maestro di dottrina, un teologo, ma anche un bravo catechista avrebbero certamente cose molto più belle, più profonde, più ricche da dire di quelle che vi posso dire io. Comunque ci provo anch’io a rispondere. E comincerò percorrendo la strada più facile, la strada che consiste nel dire prima quello che la speranza cristiana non è. ? più facile seguire questa strada. Come abbiamo sentito, la speranza non riguarda l’attesa di una felicità terrena. Questo è un primo dato da imprimere bene nella nostra anima e nella nostra mente. La speranza cristiana non riguarda l’attesa di una felicità terrena. La speranza cristiana non riposa sulle cose di questo mondo: sulla ricchezza, sulla salute, sul lavoro, sull’amore di una persona, sulle gratificazioni della vita. Se ci pensiamo bene, la speranza cristiana non riposa nemmeno su progetti, su programmi, su strategie politiche, economiche, sociali, militari… E allora, attenti bene, amici, il cristiano sa che tutte queste cose non sono cattive, non sono in se stesse cattive, anzi, possono essere addirittura buone. Il cristiano vive in questo mondo. il cristiano sa che tutte queste cose, il benessere, la salute, la gratificazione possono essere cose certamente buone e debbono essere cose umanamente e giustamente anche sperabili, certo. Però la speranza cristiana riguarda qualcos’altro. Queste cose non sono l’oggetto della speranza cristiana. Questa riguarda qualcosa di più importante. E il Compendio, nella risposta che ci ha dato ce l’ha detto. “La speranza cristiana è “il desiderio della vita eterna”. E noi la speriamo e la attendiamo da Dio! Quindi il Paradiso! Come sapete, noi viviamo in un’epoca nella quale quelli che si chiamavano “Novissimi”: (morte, giudizio, inferno, paradiso), sono stati praticamente dimenticati. E sono stati dimenticati, emarginati, anche in casa nostra, in casa cattolica. Qualcuno di voi ricorderà che proprio poche settimane fa Papa Benedetto XVI, in visita ad una parrocchia romana, ha parlato dell’inferno, e ha detto proprio che si trattava di una realtà dimenticata. E che il papa avesse ragione non è difficile per noi dirlo, perché ne abbiamo esperienza. Non ce ne parla più nessuno! Ma guardate che anche il paradiso non gode di salute migliore! Allora noi prendiamo subito una decisione utile alla nostra vita cristiana. Se noi vogliamo radicare in noi la speranza cristiana, se noi vogliamo radicare in noi questa virtù teologale – perché viene da Dio! Non ce la possiamo dare da soli. Possiamo soltanto coltivarla. – allora, se vogliamo radicarla, se vogliamo coltivarla, noi dobbiamo ritornare a pensare e a vivere cristianamente, cattolicamente, tenendo rivolto il nostro sguardo, la nostra attenzione, la nostra mente, la nostra anima verso le realtà ultime della nostra esistenza. Dio innanzitutto, e i novissimi.
Però attenti bene eh, perché la vita eterna noi la speriamo da Dio! La attendiamo da Lui! E questo vuol dire che se noi non apriamo il nostro cuore ad accogliere questo dono, se noi non ci inchiniamo umilmente dinnanzi al Creatore per domandargli le grazie che sono necessarie per guadagnare la vita eterna, guardate amici, noi non la conquisteremo mai! Certo, certo, va detto nelle riflessioni che seguono… certo che il Signore vuole la nostra collaborazione! Il Signore non fa senza di noi! Non ci salva senza la nostra collaborazione! Però noi dobbiamo avere ben chiaro che è Lui che ci salva. E che è Lui che ci dona la speranza con la quale noi desideriamo il Paradiso.
Proseguiamo nella nostra riflessione sulla speranza cristiana, e chiediamoci come possiamo operare per accrescerla in noi, come possiamo coltivarla e nutrirla. Quando mi sono posto queste domande ho trovato una splendida, straordinaria risposta in una preghiera che ho imparato fin da piccolo e che oggi temo non si insegni più neanche nelle lezioni di catechismo per i nostri bambini nelle nostre parrocchie. C’era una preghiera che era conosciuta con il nome di “Atto di speranza”. E questa preghiera diceva così: “Mio Dio, spero dalla bontà vostra, per le vostre promesse e per i meriti di Gesù Cristo nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare. Signore, che io non resti confuso in eterno!”. ? una preghiera illuminante! Sono parole depositate da secoli che sintetizzano in modo direi insuperabile ciò che dobbiamo chiedere a Dio con la speranza, e cosa dobbiamo fare per accrescere questa speranza.
Abbiamo sentito che la speranza cristiana per essere coltivata e accresciuta esige da noi il compimento delle buone opere. E queste buone opere – recitava l’atto di speranza – scandalosamente, si potrebbe dire oggi, sono innanzitutto un dovere. Un dovere! Siamo nell’epoca in cui si parla solo di diritti!… Tutti hanno diritti. I doveri sono sconosciuti.
Allora la nostra esistenza terrena deve essere vissuta volendo e facendo e dovendo fare opere buone. Queste opere buone ci fanno diventare cristiani migliori, alimentano la nostra speranza di guadagnarci il paradiso, e alimentano la nostra speranza di far guadagnare il paradiso anche ai nostri fratelli. E le opere buone sono evidentemente quelle che Dio e la Chiesa ci indicano, ci illustrano, ci insegnano. L’amore per Dio, innanzitutto! L’amore per gli uomini. L’amore per dio e l’amore per gli uomini suscitano il rispetto e l’obbedienza alla legge di Dio. Quindi le opere buone sono quelle che i comandamenti e i precetti della Chiesa riassumono con chiarezza e con mirabile sintesi. Le opere buone sono quelle che il Vangelo ricorda ad ogni pagina. Le opere buone sono buone, amici, anche quando tutti pensano, dicono e fanno il contrario!
Pensate all’oggi, quando sentiamo uomini di Chiesa difendere quel bene prezioso che è la famiglia, e vediamo contemporaneamente che quasi tutti i mezzi di informazione attaccano la famiglia, la contestano, ne contestano l’originalità, l’unicità.
Però il titolo della nostra conversazione non parlava soltanto di speranza, parlava di speranza gioiosa, o meglio, ci si chiedeva come noi possiamo essere gioiosi nella speranza. Come possiamo essere gioiosi oggi? Il quadro all’interno del quale si svolge la nostra esistenza non è confortante. E alcune delle cose che vi sto per dire le avete già sentite perché più di una volta in passato mi è capitato di fare riflessioni su questo argomento. Il quadro non è confortante perché la stessa Parola di Dio, la Scrittura, ci disegna una situazione preoccupante – almeno a prima vista – nella quale è destinata l’esistenza di ogni uomo, anche la nostra. E la Sacra Scrittura ci disegna un quadro di un conflitto permanente, di un conflitto duraturo. Duraturo fino alla fine dei tempi. La Sacra Scrittura parla di una guerra tra la Donna e il “serpente”, al capitolo terzo della Genesi. Di una guerra tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra la cultura della vita e la cultura della morte. E, ci siamo detti che questo conflitto è stato voluto addirittura da Dio stesso. Nella Genesi si legge molto chiaramente. “Io – ed è Dio che parla – porrò inimicizia tra te e la donna”. Io, ed e Dio che parla, stabilirò un conflitto, una inimicizia… E ciò che ci può affliggere – badate bene – ci può affliggere, ma non lo deve fare, è che questo conflitto ci riguarda direttamente, ci vede obbligatoriamente coinvolti. Non passa sopra le nostre teste. Non ci si partecipa volontariamente. Tutti siamo coinvolti. Lo diceva Giovanni Paolo II nella enciclica Evangelium vitae al paragrafo 28. “Ci troviamo di fronte aduno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la cultura della morte e la cultura della vita”, scriveva quel papa. Ci troviamo, non solo di fronte, ma necessariamente in mezzo a tale conflitto. Tutti siamo coinvolti. Scriveva proprio così il papa, eh? Ci siamo coinvolti!
Ciò che ci può affliggere è anche il fatto che questo conflitto, questa guerra in cui siamo immersi e che ci riguarda direttamente non avrà mai fine. O meglio, durerà fino alla fine del mondo. quindi non avrà fine nella nostra esistenza terrena. Lo insegna molto bene il Concilio Vaticano II nella costituzione Gaudium etspes, capitolo 37, paragrafo 2. ascoltiamolo: “Tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre. Lotta incominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene”. Vedete, dobbiamo combattere “senza soste” dice il Concilio, “per poter restare uniti al bene”. Non è scontato. Non è definitivamente acquisita la nostra partecipazione al bene. Il nostro stare dalla parte della Donna. Ogni giorno richiede da noi uno sforzo.
E allora, la domanda è provocatoria, ma se le cose stanno così, come possiamo essere gioiosi? Ma quali elementi abbiamo per avere, non solo una speranza, ma una speranza gioiosa? Prima di rispondere voglio ancora un po’ calcare la mano e approfondire meglio il quadro drammatico che ci è annunciato dalla Sacra Scrittura e insegnato dalla Chiesa. Si è parlato di un conflitto, ma dobbiamo capire bene dove si sta svolgendo questo conflitto, in quale campo? In quale campo di battaglia si affrontano i due eserciti? Quello di dio, della donna, e quello del “serpente”, di Satana.
Guardate, questo conflitto è chiaro, si svolge nei fatti, negli eventi. Però noi non dobbiamo dimenticare che in una prospettiva cristiana – e noi siamo cristiani – il terreno privilegiato di questo conflitto siamo noi. ? l’uomo stesso! ? la nostra anima! Lì si svolge innanzitutto, non esclusivamente, ma innanzitutto, questo conflitto. Il demonio non può fare niente di male a Dio. Il demonio odia Dio, ma non gli può fare nulla. Il demonio conosce bene la superiorità infinita di Dio. E sa che lui, dinnanzi a Dio, sparisce con un soffio. Allora, per odio a Dio, rivolge la sua attenzione malvagia, perversa, cattiva, distruttrice, la rivolge verso la creazione. E all’interno della creazione la rivolge a quelle creature che Dio ha posto a capo del creato. In cima alla piramide del creato: gli uomini.
Odiando gli uomini, in modo maggiore di tutti gli altri, il demonio odia Maria Santissima (e la Chiesa. Nota di Claudio). Ma sa bene, sa molto bene, perché lo ha provato sulla sua pelle, si potrebbe dire, che anche con Maria non può scherzare. A Maria il Demonio non può fare nulla. Nulla! Nella sacra Scrittura è scritto che “Maria gli schiaccerà la testa”. La stirpe di Maria e lo stesso Gesù, schiacceranno la testa al Demonio. Quindi è sconfitto in partenza. Allora il demonio si rivolge, odiandoli, ai figli di Maria, ai prediletti di Maria. Ed è davvero impressionante, amici, pensare al fatto che uno dei protagonisti di questo conflitto “l’angelo del male”, è stato quasi dimenticato, anche in casa nostra. Se ne parla pochissimo (ma i suoi effetti nefasti si vedono chiaramente. Nota di Claudio). Nelle prediche dei nostri sacerdoti la domenica è praticamente quasi del tutto assente. Se poi se ne parla , a volte si viene facilmente accusati di catastrofismo, di generare paura, di creare tensioni. Ricordo che proprio di questi tempi, lo scorso anno, in una trasmissione qui a Radio Maria mi capitò di parlare dell’inferno, e ricevetti qualche telefonata di persone buonissime, eh, badate bene, ma preoccupate che io avessi spaventato gli ascoltatori.
Eh, un po’ di spavento – diciamocelo francamente – non ci farebbe male, visto che spesso abbiamo l’animo così allegro, così superficiale. Ecco invece noi dobbiamo avere il coraggio di andare contro corrente. Tenendo fermo – badate bene, amici – non la nostra opinione personale, tenendo fermo non le nostre manie, ma l’insegnamento bimillenario della Chiesa, che non ha mai dimenticato, nel suo Pastore supremo, di avvertire noi che siamo i suoi figli, della presenza e dell’azione del demonio, del diavolo, di Satana e degli angeli che lo servono.
E satana, per odio a Dio cerca di sviare la nostra anima per condurla a una meta diversa da quella che dio ha stabilito, da quella che Dio ha preparato per noi. E allora vedete, se il terreno privilegiato di questo conflitto non è tanto il mondo che ci circonda – si svolge anche lì, e lo vediamo – ma è il mondo che abbiamo dentro di noi, è noi stessi, allora capite bene che la posta in gioco di questo conflitto è addirittura la vita eterna che ci aspetta dopo la morte. E qui ci ricolleghiamo alla speranza. Perché noi speriamo la vita eterna! E il Demonio ce la vuole togliere!
Se noi non sapremo vincere questa battaglia, se per colpa nostra il demonio dovesse renderci suoi schiavi, allora la vita eterna che ci aspetta è quella disperata e dolorosissima dell’inferno. Tragicamente dolorosa. Se invece, al contrario, con l’aiuto di Dio, con l’aiuto della grazia di Dio, invocando sempre la sua misericordia per noi, risultassimo vincitori, allora la vita eterna che ci aspetta è quella indescrivibile del paradiso, della gioia eterna senza fine.
Attenti, perché le armi che usa il nemico, armi che utilizza per ridurci in schiavitù, sono note, ed è bene conoscerle. Proprio per porre loro un ostacolo, una resistenza. Per disarmarlo. Sono learmi della menzogna, le armi dell’omicidio, le armi della tentazione. Menzogna, omicidio e tentazione sono i termini utilizzati dalla Sacra Scrittura per parlarci anche della natura del Demonio: “Menzognero e omicida fin dal principio”. Queste armi le abbiamo viste – diciamolo – dentro di noi: anche noi cediamo alle tentazioni. E l’omicidio non è solo quello fisico, cioè la eliminazione della vita fisica. A volte si nuoce anche con la parola, con lo sguardo, col silenzio, con lo sgarbo, con le offese. Si fa del male, si attenta alla vita altrui, o all’onore altrui. Abbiamo visto all’opera queste armi e le stiamo vedendo all’opera anche in questi giorni, dentro di noi e fuori di noi.
Abbiamo visto il progetto di costruire un mondo senza Dio, specialmente nel secolo scorso, ma lo stiamo vedendo anche adesso. Il secolo scorso ci ha “regalato” due guerre mondiali, ci ha regalato i campi di concentramento e sterminio nazionalsocialisti. Ci ha “regalato” il totalitarismo comunista con il suo arcipelago Gulag. Ci ha regalato – e lo stiamo vedendo ancora ai nostri giorni – una strage immensa di bambini che vengono uccisi nel grembo delle loro madri. Pensate, lo abbiamo già detto qualche volta, nel secolo scorso si sono contati un miliardo di aborti volontari. Un miliardo! Mille milioni di bambini uccisi, innocenti. E ancora oggi stiamo assistendo al tentativo da parte dell’uomo di impadronirsi, senza volere rispondere a nessuno, dei meccanismi che danno origine alla vita umana. Tentativo che si vuole portare a compimento indipendentemente dal numero di vittime che richiede. Una strage veramente! Un’altra strage.
E qui resta allora provocatoria la domanda: ma in che modo possiamo essere gioiosi oggi? Beh, io penso che si possa rispondere, dopo aver dato un quadro abbastanza fosco della situazione nella quale stiamo vivendo (e non si è parlato delle miriadi di vittime del sottosviluppo, frutto delle ingiustizie planetarie. Nota di Claudio), penso che si possa rispondere positivamente. Noi, nonostante tutto questo abbiamo motivi fondati per essere speranzosi, per essere gioiosi. Noi possiamo parlare di speranza perché abbiamo la certezza indubitabile, la certezza incrollabile, la certezza invincibile, che nella battaglia tra la Donna e il “serpente”, nella battaglia tra il bene e il male, tra la vita e la morte, la cultura della vita e la cultura della morte, il “serpente non avrà l’ultima parola! Il male non trionferà! La morte non sarà la fine di tutto! Abbiamo questa certezza! Dove poggia questacertezza! Guai adire che poggia nelleee nostre convinzioni, nella nostra mente, nel nostro ragionamento… cambiano i tempi, cambiamo anche noi… vien giù tutto…! Ma per nessun motivo! Questa certezza posa su qualche cosa che sta fuori di noi, e che non crolla. Poggia su un Fatto accaduto nella storia! E quale è questo fatto? Lo abbiamo ricordato pochissimi giorni fa: poggia sulla Risurrezione di Gesù! Un fatto accaduto nella storia.
Va rimarcato moltissimo questo elemento, perché la tentazione di pensare alla risurrezione come a una bella tavoletta per anime delicate, per spiriti scoraggiati affinché si incoraggino,.. la tentazione c’è, eh? Veramente Gesù Cristo è risorto! Veramente lo hanno inchiodato alla croce, lo hanno massacrato, lo hanno ammazzato, e quando erano convinti di aver chiuso i conti con lui, Lui tre giorni dopo era ancora in giro vivo e vegeto! E con la sua risurrezione, non solo ha vinto definitivamente la morte, ma ha dimostrato in modo invincibile, insuperabile, che la sua promessa di far risorgere anche noi, con il suo potere, quella promessa è vera! Lui ci ha garantito che toccherà anche a noi risorgere! E se tocca anche a noi risorgere, qualunque cosa succeda a noi, la morte non sarà l’ultima parola. Non sarà l’ultima parola! Questo è un fatto accaduto nella storia, non un’idea. Non è una dottrina. Non è una aspirazione. Non è un desiderio. Non è un’utopia. Non è una speranza campata per aria! ? un fatto che ci consente di sperare la vita eterna.
Questo Fatto ci consente di vivere questi tempi, che sono tempi cupi, nella gioia. Attenti! Nella gioia più vera, più profonda! Perché siamo stati informati, ci è stato svelato, ci è stata data una notizia, la Buona Notizia, la Buona Novella! E chi ci ha dato questa informazione, questo avviso, merita la nostra fiducia! Anche noi siamo destinati alla vita eterna del paradiso! Ecco perché possiamo essere gioiosi nella speranza! Perché quello che ci circonda, quello che sperimentiamo anche dentro di noi: le cadute, le miserie, il peccato, se stiamo uniti a Dio, non avrà il sopravvento!
? chiaro, amici, che se noi eliminiamo dal nostro orizzonte una lettura cattolica della nostra avventura umana, della nostra storia, allora è vero, non abbiamo molti motivi per essere gioiosi, eh? Ma noi non dobbiamo eliminare dal nostro orizzonte la lettura cattolica della vita umana.
D’altro canto è vero – e qui andiamo avanti nella nostra riflessione, perché non dobbiamo nemmeno di mancare di generosità nei confronti del Signore – perché il Signore non si è limitato soltanto alla risurrezione, che è il fatto più grande che sia accaduto, ma ci ha lasciato tanti altri fatti, tanti altri segni nella storia che alimentano la nostra speranza. Che alimentano la nostra gioiosa speranza. Vediamone alcuni di questi fatti. E qui, anche chi si occupa di apologetica, li può utilizzare, proprio a radicamento a consolidamento della propria fede e a dimostrazione, di fronte a chi dovesse porre delle domande, dubbi, contestazioni, a dimostrazione della verità della fede stessa che professiamo.
Un primo fatto: la vita e l’esempio dei santi che hanno riempito i secoli della storia della Chiesa. Che cosa impariamo dalla vita e dall’esempio di questi santi? Badate, vite che sono sto-ri-ca-men-te documentate. Non vi parlo di tavolette, di storielle, vi parlo di fatti accaduti. Che cosa impariamo? La vita e l’esempio dei santi ci insegnano che sperare non è una chimera, non è un’utopia, non è una illusione. A tenti fratelli nella fede – badate amici! – che non erano diversi da noi. Erano come noi! Beh, a tanti fratelli nella fede è accaduto davvero di poter realizzare la loro speranza. Si sono guadagnati il cielo! ? già accaduto! Sono già in Cielo! Questa esperienza fondata su dei fatti deve accrescere la nostra speranza. La nostra speranza quindi non è vana! E siccome la speranza del Cielo è una speranza gioiosa, quella è la nostra felicità! (San Francesco diceva: “Tento è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto…”. Nota di Claudio).
Vediamo un altro fatto. ? vero che noi siamo circondati da tanto male, però, quanto è il bene che pure esiste e che noi non vediamo? O meglio, che vediamo in piccola parte. Ed è proprio anche questa piccola parte che è un segno che Dio ci lascia per alimentare la nostra speranza. Guardate che non parlo solo del bene in grande. Eppure ci sono esempi nella storia della Chiesa passata e presente illuminanti. Pensate a quanto bene ha fatto Madre Teresa di Calcutta (e le migliaia di sorelle che l’hanno seguita. Nota di Claudio). Quanto bene ha fato padre Werenfrieed Vanstraten, il famoso Padrelardo, il fondatore di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, eccetera.
Parlo però anche di quel bene, nascosto ai più, ma che pure è presente nella nostra vita, perché noi lo sperimentiamo su di noi. Proviamo a porci una domanda. Abbiamo mai pensato al bene che riceviamo? ? più facile pensare al bene che facciamo, eh? Più facile. Ma proviamo a pensare al bene che riceviamo. Anche questi sono fatti, eh? Oppure vediamo anche dei parenti, degli amici, delle persone che conosciamo, fare del bene. Allora, non tutto è perduto. Non tutto è male. La speranza si alimenta, si nutre. La speranza che la strada per il paradiso sia ancora aperta e che ci sia gente che la sta percorrendo… non ci rende forse gioiosi questo dato!
Avanti ancora con un altro fatto. Un altro fatto sul quale riflettiamo molto poco. Abbiamo detto che la morte non avrà l’ultima parola. Benissimo! Però, attenti! Non avrà l’ultima parola nemmeno sulla Chiesa, eh? Vi ricordate quella promessa del Signore: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Allora non prevarranno sul Papa, sulla Chiesa, non prevarranno sui battezzati che alla Chiesa resteranno fedeli. Nella nostra società, nella situazione odierna, quando ci sono forze immense che stanno operando per la disgregazione dell’uomo e della società, noi vediamo che si alza coraggiosa la voce del Papa, la voce della Chiesa. E questa voce è per noi un punto di riferimento che ci aiuta a non confonderci, a non perdere la bussola, a non essere ingannati. Questa voce, la voce della Chiesa, la voce del Papa, ci fa capire che noi non siamo soli. Che Dio ci ha dato una casa dove trovare rifugio. Questa casa è la Chiesa! E questo non alimenta forse la nostra speranza? (perché tanti cristiani, anche praticanti, hanno spesso da ridire e da lamentarsi di questa “casa”?. Nota di Claudio).
Andiamo avanti ancora. Un ultimo episodio, un ultimo fatto. Abbiamo visto cadere – la storia ce lo ha dimostrato – immensi progetti, immense costruzioni sociali, immensi tentativi di cancellare Dio, che sembravano, al momento del loro massimo fulgore, invincibili. Hitler sembrava inarrestabile. Il suo esercito pareva invincibile. Un mondo nuovo sembrava ormai dietro l’angolo. Chi lo poteva fermare? E quanto è durato? Dodici anni! Nel 1933 prende il potere. Nel 1945 si spara, si uccide, lasciando dietro di sé rovine e lutti immensi. Finito! Finito così!
Il comunismo sembrava anch’esso invincibile, inarrestabile… eppure? C’è stato il 1989, la caduta del muro di Berlino… rimane purtroppo ancora qualche sacca… ma quanto durerà? E anche le correnti di moda oggi: il relativismo, il nichilismo, quanto dureranno?
La storia ci dà una sentenza chiarissima, lampante. Le cose di questo mondo passano, la Chiesa no! E anche questa constatazione, constatazione di fatti, eh?, badate bene!, alimenta la nostra speranza. E ci fa capire che noi non viviamo un’illusione, non viviamo un’utopia, una consolazione. Noi speriamo qualche cosa che certamente si realizzerà: LA VITA ETERNA! Ad alcune condizioni… Bene, alcune di queste condizioni… certamente la prima, amici, è quella di vivere un’esistenza in amicizia con Dio. E l’amicizia con Dio è la vita della grazia. Come di alimenta la grazia? Con la preghiera! La prima arma in questa battaglia è la preghiera. La frequenza ai sacramenti, alla confessione e alla Santa Comunione. Perché la grazia di Dio deve così fortificare la nostra anima. La rende inaccessibile. La rende inattaccabile. La rende invincibile!
Suggerisco sempre, quando faccio conferenze – e l’ho detto anche agli amici di Sassuolo – di curare bene anche la propria formazione spirituale, magari servendosi dell’opera, dell’aiuto, del sostegno di un direttore spirituale. Ricordiamoci, nella preghiera, specialmente il Rosario. Il Santo Rosario. Noi parliamo dai microfoni di una radio che contribuisce ogni giorno ad innalzare a Maria da questa terra il profumo soave di un numero sbalorditivo di preghiere, un numero sbalorditivo di Ave Maria!… La preghiera e la vita di grazia sono la nostra prima risposta per alimentare la fede, la speranza e la carità.
La seconda arma, la seconda risposta, è la formazione. Dobbiamo curare bene la nostra formazione. Dobbiamo conoscere le ragioni della fede. Dobbiamo saperle proporre al prossimo. Dobbiamo conoscere gli errori e le strategie del “nemico”, per smascherarlo. Uno degli agnostici più conosciuti del secolo scorso, che si è convertito praticamente pochi mesi prima di morire: Leo Moulin, era docente all’Università fondata dalla Massoneria, a Bruxelles, scriveva, ancora quando non credeva in Dio, rispondendo a una domanda che gli aveva posto Vittorio Messori. Leo Moulin diceva così: “Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende, il capolavoro della propaganda anticristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza. A instillargli l’imbarazzo, se non la vergogna per la loro storia. A furia di insistere, dalla Riforma protestante, fino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi tutti i mali del mondo. vi hanno paralizzati nell’autocritica masochistica per neutralizzare la critica di quello che ha preso il vostro posto” E si legge ancora nel libro d Messori: “Femministe, omosessuali, terzomondiali, pacifisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici, da tutti vi siete lasciati presentare il conto – spesso truccato – senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza della storia che non vi siano stati addebitati. E voi – sta parlando a noi cattolici – così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci. Magari per dar loro manforte. Invece io, agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo, vi dico che dovete reagire in nome della Verità. Spesso infatti non è vero. E se talvolta del vero c’è, è anche vero che in un bilancio di 20 secoli di cristianesimo le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre!”
E termina così. Polemicamente, ma a mio avviso con massima ragione: “Ma poi, perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate – contriti – certe prediche?”. Anche uno come Leo Moulin si era accorto di quanto fosse importante la formazione. Perché sennò ci raccontano quello che vogliono. E la nostra fede viene minata, la speranza viene indebolita, la carità si affievolisce. (Faccio notare che io ho trascritto tutto il bellissimo colloquio che Vittorio Messori ha avuto con LeoMoulin dai microfono di Radio Maria nel 1993. Io lo posseggo il file che però si può trovare anche nel sito della radio su “Documenti”. Nota di Claudio).
E prosegue il prof. Barra: E tra gli strumenti di formazione è giusto questa sera nominare Radio Maria. Quanto bene sta facendo, anche nel campo della formazione culturale. Vogliamo prenderci un duplice impegno. Vogliamo prendere l’impegno di far conoscere Radio Maria a chi non la conosce? Redio Maria è uno strumento di cui la Madonna si serve per la buona battaglia. Vogliamo sostenerla? Mi permetto di aggiungere sommessamente accanto a Radio Maria, anche la rivista che dirigo: “il Timone”. Tanti di voi la conoscono. Tanti conduttori di Radio Maria scrivono anche su “il Timone”. (per esempio Messori. Nota di Claudio). Anche il Timone è uno strumento di formazione sempre più apprezzato.
Preghiera, formazione, e ultima cosa naturalmente, azione, apostolato concreto, efficace. Con lo scopo di alimentare la speranza. Facendo buone opere. Ecco, ci resta una considerazione sulla grazia che ci è stata fatta, sul dono che abbiamo ricevuto. Ecco, è una considerazione, meglio, è una assicurazione che per noi diventa – pur nella drammaticità dei tempi che stiamo vivendo – diventa una consolazione. Gesù ha detto: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Ecco, la nostra speranza si fonda anche su questa invincibile promessa.
Grazie per il vostro ascolto! E dopo la pausa musicale siamo pronti a ricevere le vostre telefonate.
Non le trascrivo, per quanto interessanti, in quanto il file è già di 8 pagine.
Benedetto XVI 80 anni fa è rinato!
Il 16 aprile 1972 sono stato battezzato. Un vecchio frate nella Chiesa dei Cappuccini a Bologna versandomi per tre volte dell’acqua sulla testa ha pronunciato – con chissà quale fervore – “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Dentro a quell’avvenimento spirituale certo, ma pure anagrafico (stamane sono andato a farmi dare una fotocopia del registro dei battesimi, il n. 663 di pag. 332) sono divenuto figlio nel Figlio di Dio.
C’è un motivo singolare per cui vi scrivo queste note personali.
Oggi è il compleanno del Santo Padre. Il 16 aprile del 1927 Joseph Ratzinger nasce a Marktl am Inn nella cattolica Baviera. E’ la notte del sabato Santo, ma liturgicamente è già la notte della Veglia di Pasqua, la cui oscurità viene infranta dal baluginare della fiammella del cero pasquale: “Cristo lumen mundi”. Al mattino, all’alba liturgica della Resurrezione di Cristo, Joshep viene portato presso l’antico fonte battesimale della Chiesa di St.Oswald. E’ in marmo bianco con gli angeli scolpiti tutti intorno, in forma ottagonale, a ricordarci che ciò che accade a quel fonte fa già parte della nuova creazione, non più sottoponibile cioè, alla corruzione delle cose di questo mondo. Dice nella sua autobiografia che “l’essere il primo battezzato della nuova acqua era un importante segno premonitore”.
Ieri nella solenne celebrazione della Divina Misericordia, Benedetto XVI ha dovuto vincere la sua naturale inclinazione alla riservatezza riguardo alla propria persona e parlare di sé “per annunciare la misericordia di Dio” e “narrare quanto, il Signore, per me ha fatto” (Sal 66,16).
Papa Benedetto prosegue così: “Ho sempre considerato un grande dono della Misericordia Divina che la nascita e la rinascita siano state a me concesse, per così dire insieme, nello stesso giorno, nel segno dell’inizio della Pasqua. Così, in uno stesso giorno, sono nato membro della mia propria famiglia e della grande famiglia di Dio”.
A due anni dalla sua elezione, il 19 aprile del 2005, mi pare di poter dire che uno dei tratti caratterizzanti la figura di questo uomo benedetto da Dio per la Chiesa e per il mondo sia proprio la coscienza che Egli ha del Battesimo. Il fascino che ci suscita sta nel fatto che ci ricorda chi siamo e quale è il centro della vita battesimale. Lo dice nel suo libro: Gesù di Nazareth.
Sono ben consapevole che chiunque possa tracciare un bilancio di questi due anni di pontificato sotto angolature diverse: l’ecumenismo a tutto tondo dalle comunità protestanti, al dialogo serrato con l’ammirata Chiesa Ortodossa, compresa quella porzione del popolo di Dio che proprio nel Pontificato di Giovanni Paolo II aveva maggiormente sofferto, come le comunità legate, più o meno direttamente, a Mons.Lefevre; il dialogo interreligioso che al di là del caso di Ratisbona registra, specie dopo il viaggio in Turchia, una chiarezza di fondo mai registrata; il dialogo con la cultura contemporanea che ha a cuore l’uso della ragione nelle sue implicazioni trascendentali. Altri possono benissimo cogliere aspetti significativi del Suo magistero. Ognuno viene raggiunto da una luce diversa dell’unico magistero intenso, limpido, semplice di Papa Benedetto.
Mi sembra, tuttavia, che questo giorno affettivamente a lui e, più modestamente a me, caro, sia il tratto più singolare di questo Papa: il Battesimo sacramento della fede e dell’appartenenza.
Alla domanda che il sacerdote rivolge ai genitori: “Per…che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?” la risposta solitamente è: il Battesimo. Il rituale prevede però anche altre risposte che dicono in sintesi che cosa sia il gesto sacramentale che chiamiamo Battesimo: “la fede, la vita eterna, la Grazia di Cristo”.
Nel Battesimo, primo dei sette segni sacramentali con i quali la Chiesa rende presente e vivo nella sua potenza vivificante e redentiva la Presenza di Cristo Signore e Salvatore dell’universo, avviene una trasformazione che segna l’inizio di qualcosa di nuovo. In Cristo morto e risorto, per dirla con le parole della croce, “tutto è compiuto”. E’ iniziato un tempo nuovo, l’ottavo giorno appunto. La Pasqua giorno del tempo è anche il giorno nuovo della nuova creazione e Cristo è il nuovo principio di tutte le cose. E’ Lui l’inizio e in Lui, nella Sua morte e resurrezione, simbolicamente rivissuta nella triplice emersione/immersione del Battesimo, anch’io sono la vera novità accaduta in questo mondo. A Verona, nel grande appuntamento ecclesiale della Chiesa italiana, a proposito del Battesimo e della novità avvenuta, dice: “E’ stata cambiata così la mia identità essenziale e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la nostra gioia pasquale”.
Il Battesimo come tratto lieto dell’esistenza cristiana. Al Papa non interessa l’atto notarile, il gesto tradizionale, l’evocazione e la conservazione di un avvenimento socialmente rilevante. Non è difensore di gesto. A Benedetto interessa la freschezza della gioia cristiana che nasce dall’essere intimo a Gesù Cristo. Nell’omelia di insediamento, rivolgendosi ai giovani quasi a comunicare privilegiatamene con loro troppo spesso vittime predilette di una cultura nichilista e oscurante la bellezza del cristianesimo, dice “chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera (…) Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo”. E nella sua prima intervista pubblica, alla vigilia del suo viaggio a Colonia per la GMG, alla domanda “Santità, qual è la cosa più importante che lei vuole trasmettere loro ai giovani che da tutto il mondo vengono a Colonia?
Vorrei fare capire loro che è bello essere cristiani!”
La bellezza e la letizia dell’essere cristiani è già consegnata nell’atto semplice e soprannaturale dell’incontro del bambino con le Persone Divine. Incontro reale accaduto una volta per sempre nel Battesimo. Tutta la vita – tutta l’attività pastorale ed educativa della Chiesa – ha come scopo quello di rendere più cosciente a noi stessi, ciò che quel giorno è avvenuto. L’intimità con il Padre,l’amicizia con Cristo – “Ho potuto farne un’esperienza profonda: Egli, il Signore, non è soltanto Signore, ma anche amico” (Omelia per i suoi 80 anni) – la Comunione con lo Spirito Santo Amore, non è un atto magico che conferisce poteri indipendentemente dalla libertà della persona. “Sarà poi la nostra cooperazione, la disponibilità della nostra libertà a dire quel “si” che rende efficace l’azione divina” (Omelia dell’Epifania 2007). Non siamo soli nel cammino verso questo “Sì” gioioso, libero, umanamente entusiasmante.
Il Battesimo è il sacramento che mi consacra ad un’appartenenza. In occasione dei primi Battesimi conferiti nelle vesti di Sommo Pontefice così spiega non solo l’essere in Cristo, ma anche l’ingresso nella Chiesa: “nel Battesimo ciascun bambino viene inserito in una compagnia di amici che non lo abbandonerà mai nella vita e nella morte, perché questa compagnia di amici è la famiglia di Dio, che porta in sé la promessa dell’eternità” (Omelia dell’Epifania del 2006). E anche ieri memore della propria nascita e rinascita dice: “Ringrazio in modo particolare perché, fin dal primo giorno, ho potuto entrare e crescere nella grande comunità dei credenti, nella quale è spalancato il confine tra vita e morte, tra cielo e terra; ringrazio per aver potuto apprendere tante cose attingendo alla sapienza di questa comunità, nella quale sono racchiuse non solo le esperienze umane fin dai tempi più remoti: la sapienza di questa comunità non è soltanto sapienza umana, ma in essa ci raggiunge la sapienza stessa di Dio – la Sapienza eterna”.
Il Battistero è solitamente collocato, almeno nelle Chiese in cui l’architettura era un linguaggio teologico impiegato per annunciare il Vangelo, nei pressi della porta d’ingresso. Anzi, più anticamente era posto, come a Firenze o Ravenna, al di fuori della chiesa per indicare che il catecumeno non solo riceveva il dono spirituale della figliolanza divina, nel segno materiale dell’acqua, ma anche il dono spirituale dell’appartenenza alla chiesa, nel segno evidente dell’ingresso nel Tempio Sacro. E’ perciò definito “la porta dei sacramenti”. Le ante di questa porta, vera porta Santa della vita di ciascuno di noi, si sono splancate, come il cielo si dischiuse sopra Gesù nel momento del suo battesimo nel Giordano, inaugurando definitivamente il tempo della Divina Misericordia. Si sono, per Joseph Ratzinger, aperte il 16 aprile di 80 anni fa. Da allora, si è rivestito della veste bianca di Cristo. Ora, vestito, singolarmente di un abito che ricorda, esteriormentem, l’avvenimento interiore che lo ha reso, per sempre, di Cristo, non smette di farci riconoscere la nostra ineguagliabile dignità: la bellezza di essere cristiani, cioè di appartenere all’amicizia con Gesù, figlio di Maria di Nazareth e figlio di Del padre nostro che è nei Cieli. Questa è la novità del magistero di Benedetto XVI. In realtà una cosa vecchia, ma sentivamo il bisogno che uno ci confermasse che quanto al mattino diciamo nella preghiera del “Ti adoro”- ti ringrazio di avermi fatto cristiano – corrisponde a verità.
Come funziona il finanziamento alle scuole cattoliche.
Qualcuno sta raccogliendo firme in Trentino contro il finanziamento alle scuole non statali attuato in una certa misura dalla Provincia Autonoma di Trento. Di fronte a questo fatto va precisato quanto segue:
1. Le Scuole Cattoliche offrono un servizio educativo che ottiene da sempre, da parte delle famiglie e di moltissimi esperti anche non cattolici, ampi riconoscimenti circa la qualità e l’efficacia dei risultati conseguiti.
2. Esse offrono un autentico ‘servizio pubblico’, in quanto rivolto a tutti i cittadini che, condividendone metodi e finalità, decidono di avvalersene. In questo senso è servizio pubblico non quello che è gestito necessariamente dallo Stato, ma quello che, qualunque sia l’ente che lo gestisce, risponde alle esigenze dei cittadini con competenza, correttezza ed efficacia; per questo ottiene da sempre la qualifica di servizio pubblico ogni ristorante, bar, negozio, farmacia, ospedale, struttura sportiva, culturale, assistenziale, etc. che svolga correttamente il proprio servizio ai cittadini che intendono servirsene.
3. La nostra Provincia spende ogni anno 8800 euro per ogni alunno delle scuole superiori statali, per coprire tutti i costi del servizio offerto. Agli alunni delle scuole non statali viene corrisposta una cifra notevolmente inferiore, cioè 3200 euro, alla quale gli alunni stessi devono aggiungere una retta annua per la copertura del disavanzo. In questo modo la Provincia risparmia 5600 euro all’anno per ogni alunno che non frequenta le proprie scuole: più alunni frequentano le scuole non statali e più l’ente pubblico risparmia.
4. Gli alunni delle scuole cattoliche versano una retta annua di circa 1400 euro. Ciò significa che la scuola che frequentano ha a disposizione un budget per ogni alunno complessivo di 4600 euro (cioè i 3200 della Provincia più i 1400 dell’alunno stesso), con il quale deve coprire tutte le spese. I fatti dimostrano che queste scuole, pur avendo dunque un budget per studente che è quasi la metà di quello delle scuole statali, offrono un servizio completo e molto spesso anche integrato da corsi aggiuntivi e da una particolare attenzione alle necessità dei singoli alunni.
5. Ciò dimostra che quando una istituzione scolastica è gestita da un soggetto liberamente costituito da persone che condividono uno stesso progetto educativo e culturale (famiglie, insegnanti, comunità) è in grado di utilizzare al meglio le proprie risorse e che è dunque pieno interesse dello Stato favorire in ogni modo questa iniziativa della società e delle persone, senza sostituirsi ad esse. In base al principio di sussidiarietà infatti la comunità civile deve sostenere il più possibile l’iniziativa che sorge dalle comunità che vivono al suo interno.
6. In ogni caso noi non chiediamo tanto che vengano finanziate le scuole cattoliche, ma che ad ogni famiglia venga riconosciuto il diritto di spendere il proprio “buono scuola” (cioè gli 8800 euro che la Provincia o lo Stato spendono ogni anno per ogni alunno) nella scuola che liberamente sceglie, statale o non statale che sia. Chi vuole spendere questo budget – che giustamente la società civile stanzia per l’educazione di ogni suo membro – in una scuola statale lo faccia, chi vuole spenderlo in un’altra scuola non statale lo faccia. Noi crediamo che i genitori insieme con i loro figli sappiano fare le loro scelte e che nessuno abbia il diritto di impedirglielo imponendo economicamente strade obbligate. E’ evidente che molti, che non vogliono questa libertà, hanno un interesse ideologico legato ad una concezione statalista della società, accanto a coloro che vogliono difendere interessi corporativi irragionevoli; costoro dovrebbero considerare che la libertà di educazione è in realtà vantaggiosa per gli operatori del settore oltre che per gli utenti, per la dinamica di intrapresa, responsabilità e collaborazione che mette in moto.
7. E’ bene riflettere sul fatto che con 8800 euro una scuola come l’Arcivescovile o qualsiasi altra seria istituzione scolastica potrebbe fornire agli alunni non solo l’ordinaria attività didattica, ma anche donare ad ogni alunno un computer portatile per l’elaborazione di tutta la documentazione oggi disponibile per via informatica per tutte le materie e regalare ogni anno un soggiorno-studio linguistico di 45 giorni all’estero, e ancora avanzare un migliaio di euro, senza oltretutto richiedere alcuna retta alle famiglie.
8. Chiediamo che lo Stato svolga la sua funzione soprattutto come garante della correttezza e della legittimità delle istituzioni scolastiche che si propongono alle famiglie. Ciò significa che tocca allo Stato fissare gli obiettivi essenziali che ogni scuola deve far raggiungere agli studenti che la frequentano (per esempio: l’alunno di un liceo scientifico deve sapere svolgere un certo elenco di operazioni matematiche, deve conoscere un certo elenco di opere letterarie, storiche, filosofiche, scientifiche, religiose, sociologiche, etc) e deve controllare che ciò venga effettivamente realizzato e che tutto si svolga nel rispetto delle normative di sicurezza, privacy, libertà, correttezza, professionalità, etc., a tutela di ogni cittadino. Non vogliamo quindi sminuire in nessun modo il ruolo dello Stato, ma far sì che sia al servizio dei cittadini e non posto come limite alla loro giusta iniziativa.
9. Chiediamo a tutte le famiglie cristiane e anche a tutte le altre di considerare seriamente la possibilità di utilizzare il servizio offerto dalle scuole cattoliche, sia quelle ufficialmente tali e sia quelle di chiara ispirazione cristiana. L’educazione dei figli è un compito da mettere in primo piano, di fondamentale importanza per il futuro della società: esso merita quindi dei sacrifici e chiede di essere portato avanti insieme.
10. Chiediamo a tutti di farsi promotori di questa esigenza veramente basilare per la libertà e lo sviluppo della nostra società e di tutti i suoi cittadini e per l’azione stessa della comunità cristiana nel mondo. Come diceva giustamente un grande educatore del nostro tempo: “toglieteci pure tutto, ma lasciateci la libertà di educare”.
Centro Decanale di Pastorale Scolastica – Rovereto
Il nunzio apostolico in Israele e Tornielli sul caso Pio XII.
La notizia che il nunzio della Santa Sede in Israele, mons. Antonio Franco, non andrà domenica alla cerimonia per la commemorazione della Shoà al museo Yad Vashem(lunedì 16 è il giorno in cui Israele ricorda appunto l’Olocausto) è oggi sulle prime pagine dei giornali italiani.
Al centro della controversia, una didascalia sotto la foto di Papa Pio XII proprio nel memoriale della Shoà. In una lettera il nunzio pontificio ha spiegato le ragioni della mancata partecipazione: “La mia assenza non significa mancanza di rispetto per il ricordo e per le vittime di questa tragedia. Lo Yad Vashem sostiene che non si può cambiare la verità storica. Ma ai fatti viene data un’interpretazione contraria a molte altre verità storiche”.
La vicenda dell’annunciata diserzione alla cerimonia ha fatto riesplodere in tutta la sua virulenza la polemica sulla figura e sul ruolo di Papa Pacelli, che viene dipinto dagli autori della didascalia quasi come un fiancheggiatore del nazismo.
Per Andrea Tornielli, vaticanista del quotidiano Il Giornale e storico di Papa Pacelli (il prossimo 22 aprile esce per i tipi di Mondadori Pio XII, un uomo sul trono di Pietro, una ponderosa biografia di 660 pagine contenente molti documenti inediti), data la situazione è sacrosanto che mons. Franco non vada alla cerimonia.
Tornielli, nel testo dello Yad Vashem si ripropongono i silenzi (e l’ignavia) di Pio XII…
La didascalia sotto la foto contiene diverse inesattezze. Si dice che il Papa abbia nascosto un’enciclica redatta dal suo predecessore, nella quale si toccavano i temi dell’antisemitismo… Bisognerebbe dire invece che per fortuna non l’ha pubblicata, perché proprio quella lettera conteneva accenni antisemiti. Si dice che non ha protestato, denunciato… Ma nel 1942 in un radiomessaggio parlò di moltissime di persone che “senza colpa propria solo a motivo della nazionalità” venivano condotte a morte. Si dice che nell’ottobre del 1943 non intervenne in alcun modo… ? documentato che fece tre interventi, e grazie a padre Pancrazio Pfeiffer, superiore generale dei salvatoriani, riuscì a intervenire sulle autorità militari tedesche per fermare la razzia nazista nel ghetto di Roma.
La didascalia afferma ancora che Papa Pio XII non diede direttive al clero… ? invece attestato e documentato anche attraverso testimonanze, che Papa Pacelli ordinò ai conventi di Roma di accogliere gli ebrei nell’ottobre 1943.
Nei libri scritti da lei su Pio XII, penso in particolare a Il Papa che salvò gli ebrei, si denunciano menzogne, omissioni ed eclatanti svarioni….
Viene coltivata una leggenda nera che tende a presentare Pio XII come filo nazista e antisemita. Oggi grazie a qualche ricerca più recente siamo in grado di capire che questi attacchi vengono dalla Russia e da ambienti del cattolicesimo progressista francese. Dietro la campagna di accuse contro Pio XII, culminata con l’uscita del dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth rappresentato per la prima volta a Berlino nel 1963, ci sarebbe stato direttamente il Kgb e un’operazione di disinformazione gestita dai servizi segreti della Romania per conto di Mosca e finalizzata a screditare la Santa sede. L’Unione Sovietica non aveva perdonato a Papa Pacelli il grande e personale impegno profuso nel 1948 per impedire la vittoria del fronte social-comunista in Italia. Sul fronte opposto, sappiamo anche che Hitler e i nazisti lo consideravano proprio avversario. Sono attestati i contatti di Pio XII con un gruppo inglese per cercare di abbattere Hitler.
Gli storici israeliani chiedono con insistenza l’apertura degli archivi segreti vaticani. C’è ancora qualche verità da raccontare?
Si tratta di una richiesta del tutto pretestuosa e a senso unico. Si è parlato recentemente di una lettera con presunte rivelazioni di Roncalli a un dignitario ebraico… Materiale che si troverebbe in archivio in Israele e che non viene reso noto… Un archivio viene aperto quando il materiale è catalogato e consultabile, un lavoro immane ed enorme. Finora il Vaticano ha aperto l’archivio segreto fino a tutto il pontificato di Pio XI e non è ancora disponibile il pontificato di Pio XII. Ma bisogna ricordare che Paolo VI, dopo le accuse contenute nel “Vicario”, volle pubblicare tutti i documenti del periodo della seconda guerra mondiale. Quindi quello che c’è da conoscere sull’opera caritativa della Chiesa e di papa Pacelli negli anni della Shoà e in favore degli ebrei, è disponibile. Si tratta di una enorme mole di documenti che nessuno legge. Men che meno gli storici dello Yad Vashem.
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