Le vittime del Grande Terrore comunista.

Chiese e monasteri a Mosca ricordano le vittime del Grande Terrore staliniano Il prossimo 8 agosto, 70esimo anniversario dell’avvio della repressione dei “nemici del popolo” la Chiesa russo-ortodossa prega per le migliaia di vittime. Al poligono di Butovo, dove furono massacrati fedeli di ogni religione, arriverà una grande croce dall’arcipelago Solovki, sede dei primi GULag. Mosca (AsiaNews) –

Chiese e monasteri ortodossi in tutta Mosca pregheranno per le vittime del Grande Terrore il prossimo 8 agosto, 70mo anniversario dell’avvio delle esecuzioni di massa avvenute nel biennio 1937-1938 nel poligono di Butovo, nei pressi della capitale russa. Qui ai tempi di Stalin l’Nkvd, la polizia segreta, fucilava e seppelliva i “nemici del popolo”, in questo caso soprattutto sacerdoti, religiosi e laici, di tutte le fedi: prima di tutto ortodossi, ma anche cattolici, ebrei, musulmani e armeni. La Fondazione pubblica St. Andrew’s Flag, impegnata in progetti di educazione religiosa, ha organizzato per l’occasione il progetto “Sotto la stella della Madre di Dio”. L’iniziativa prevede di portare una grande croce lignea in processione via fiume dalle isole Solovki a Butovo, due dei tanti “Golgota russi”, con la benedizione del Patriarca di Mosca, Alessio II. L’arcipelago Solovki è stato luogo di deportazione per gli oppositori dell’ideologia comunista, e nel 1923 vi venne creato il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato noto col nome di GULag, il sistema di lager staliniani. Nelle chiese di Mosca – come riferisce l’agenzia Interfax religion – si celebreranno panikhida, un ufficio funebre, per i morti nelle fucilazioni di massa del 1937-1938. Secondo i dati parziali emersi dagli archivi della Lubjanka, a Butovo, in soli 14 mesi, sono state uccise 20.675 persone. In tutto, secondo stime ufficiose, il Grande Terrore fece oltre 700mila morti.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

La vita e le sue cause seconde.

L’autorevole antropologo cattolico Fiorenzo Facchini scrive dalle pagine de “L’Avvenire” (Agorà, 2 agosto 2007): “Di per sé nella visione darwiniana viene esclusa l’idea di disegno e anche l’uomo viene visto come un evento fortuito. Ma in una visione evolutiva aperta al trascendente, il progetto di Dio sulla creazione può realizzarsi attraverso le cause seconde, attraverso il corso naturale degli eventi senza dover pensare a interventi miracolistici, fermo restando l’intervento diretto di Dio per l’anima dell’uomo.”                                                        Non avrei alcun dubbio a credere che anche per gli esseri viventi Dio si sia servito di cause seconde per continuare la sua azione creatrice, così come ha fatto per le stelle o per le montagne, se però queste fossero quelle reali, non quelle fittizie. Per la teoria dell’evoluzione gli organi, gli apparati, le reti metaboliche, il codice genetico, la coscienza… sono solo “incidenti congelati” (Boncinelli; Mayr) ovvero casuali e fortuite combinazioni di materia che avrebbero potuto benissimo non aver mai visto la luce.

“Il nostro numero è uscito al lotto!” afferma perentorio il premio Nobel Jaques Monod nel suo “Il caso e la necessità” del 1970. E Stephen Gould, forse il più grande paleontologo dei nostri tempi (recentemente scomparso) rincara la dose: “se il gioco dell’evoluzione potesse ripartire da capo, noi potremmo benissimo non uscirne più fuori”. Insomma, queste benedette cause seconde non sarebbero “cause”, ma “eventi” irripetibili, senza alcuna razionalità, senza alcun progetto: in pratica non esistono. Le stelle hanno le loro cause seconde: la massa e la forza di gravità. Le montagne hanno i moti convettivi del mantello terrestre. Le automobili hanno i loro ingegneri. La “Gioconda” ha il suo genio. Perfino il graffito ignobile della metropolitana ha il suo autore: solo gli esseri viventi sono senza “firma”! E nessuno deve stupirsene, pena la scomunica dall’accademia della scienza!                                                                                                                                                 La cellula, così come ogni essere vivente, costituisce la massima “complessità” disponibile in natura, quindi esige la massima “informazione”, ovvero il massimo della “progettualità”; che cosa propone la teoria dell’evoluzione, a fronte tutto questo: la mutazione, che è un “errore” e la selezione naturale, che è l’ambiente. Nulla che abbia competenza morfogenetica! Con gli errori di battitura non si possono certamente spiegare i testi, così come il paesaggio non può in alcun modo determinare le forme degli esseri viventi. Abbiamo bisogno di una teoria che faccia i conti con questa complessità, che sappia inglobare la finalità presente in ogni struttura, che soddisfi le esigenze della nostra ragione.

Fin che il discorso rimane sulle generali, la teoria dell’evoluzione continua ad esercitare il suo fascino: è, in fondo, quell’idea di progresso che rappresenta lo stimolo quotidiano al nostro lavoro, ma quando si analizzano le applicazioni concrete della teoria, se ne scopre tutta l’inadeguatezza. Nessuno che osi anche solo lontanamente dare una spiegazione evoluzionistica della nascita della prima cellula, o dell’invenzione del codice genetico, o ancora del passaggio dall’acqua alla terraferma, o ancora della formazione della placenta, o, infine, della comparsa dell’uomo. L’uomo nasce – ci si vuole far credere – per ergersi diritto sopra le erbe della savana e fuggire di fronte ai felini! Si crede all’evoluzione perché non si sa a cos’altro credere! Questa è alla fine la posizione di molti scienziati. Ma non è serio ragionare così. Vogliamo dati concreti, vogliamo spiegazioni razionali, vogliamo comportamenti ripetibili, vogliamo delle leggi. La recente decifrazione del Genoma Umano ci consegna una nuova verità: speravamo che il segreto della nostra vita fosse scritto nella biblioteca del DNA (tre miliardi di caratteri, ovvero di coppie di basi azotate) ma non è così. Abbiamo solo ventimila geni, più o meno come un topo o come un verme; abbiamo meno DNA di una rana. Le istruzioni per fare il nostro corpo in tutta la sua complessità non si trovano nei nostri geni, così come il nostro pensiero non si trova nei nostri neuroni. Siamo fatti di geni e siamo fatti di neuroni, ma sia il progetto che il regista si trovano “altrove”. Credo che la nostra ragione postmoderna debba compiere il grande passo di riconoscere che non ci è possibile individuare le basi materiali del progetto dell’essere vivente, perché non esistono. La vita di un animale è proprio questo “disegno” individuale che si serve dei geni così come delle cellule, ma non è riducibile a loro. La cellula è come una grandissima orchestra formata dai migliori professionisti, ciascuno dei quali sa suonare perfettamente il suo strumento e la sua parte. Ma è il direttore che li fa suonare insieme. La teoria dell’evoluzione non ha nulla a che fare con questa “vita”. Umberto Fasol Biologo, preside Istituto Alle Stimate di Verona

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Chi ha paura dell’orso russo?

La rivista cattolica internazionale "30 Giorni", vicina a Cl, ha pubblicato questo mese una inetrvista politicamente scorretta, ma interessante. Intervista con Maurizio Blondet, autore di Stare con Putin? «Il processo di integrazione tra Europa e Russia è nei fatti. Si tratta solo di accompagnarlo evitando che altri, per i loro interessi, lo distruggano»                                                                                                                                                 «Russia ed Europa non possono che integrarsi sempre più, è una sorta di destino manifesto». A parlare è Maurizio Blondet, a lungo penna di primo piano di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, per il quale ha firmato molti editoriali. Da tempo Blondet ha abbandonato le sfide del quotidiano cattolico, per dedicarsi a un giornale online, Effedieffe.com, dai tratti un po’ forti, ma sempre interessante e molto ben documentato. Da poco ha dato alle stampe Stare con Putin?, ovvero l’oggetto della nostra intervista.                                                  Lo abbiamo incontrato prima del vertice informale tra il presidente degli Stati Uniti, George Bush, e il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, che si è tenuto ai primi di luglio nel Maine, nella residenza di Bush senior. Un incontro che ha suscitato speranze. Da verificare.                                                                                                                                                                                     Perché stare con Putin? Maurizio Blondet: Credo che il presidente russo, dopo l’11 settembre e l’inizio della cosiddetta guerra al terrorismo, abbia rappresentato un punto di stabilità, di equilibrio nel mondo. L’Europa, poi, non ha che da guadagnare a integrarsi con la Russia. Purtroppo, però, i burocrati di Bruxelles, i vari Barroso, i Solana, remano contro; persone che guidano l’Europa senza alcuna investitura popolare e che non fanno altro che complicare questa integrazione. Forse devono obbedire ad altri, a chi non ha alcun interesse a questo processo. Ovvero? Blondet: Gli Stati Uniti, innanzitutto. C’è chi vorrebbe marginalizzare la Russia e renderla una potenza asitica.                                                                                                                                                                                       Tesi vagamente complottista… Blondet: Niente affatto. Le leggo un passaggio di un saggio del 1997 di Zbigniew Brzezinski, già segretario di Stato con Carter: «L’Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere euroasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come Paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero euroasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli Stati islamici loro amici nel Sud. […] Gli Stati che meritano il più forte sostegno geopolitico americano sono l’Azerbaigian, l’Uzbekistan e (al di fuori di quest’area) l’Ucraina, in quanto tutti e tre sono pilastri geopolitici. Anzi è l’Ucraina lo Stato essenziale, in quanto influirà sull’evoluzione futura della Russia». Una lettura utile per capire quel che è accaduto in questi ultimi anni. È stato scritto molti anni prima che scoppiassero le “rivoluzioni colorate”                                                                                                                                                                                 Rivoluzioni colorate… Blondet: La rivoluzione arancione in Ucraina, la più importante dal punto di vista geopolitico, la rivoluzione rosa in Georgia, e poi quelle dei Paesi baltici e dei Paesi asiatici quali l’Uzbekistan, il Kirghizistan.Tutte finanziate dagli Stati Uniti tramite una miriade di organizzazioni non governative sorte come funghi all’interno di questi Stati, e questo nonostante negli Usa vi siano leggi che vietano di manipolare le società civili di altri Paesi. Nel mio libro ho anche raccontato d
ell’uomo più importante della rivoluzione kirghisa, l’americano Mike Stone, che, durante i disordini, crea un giornale nel quale si educa la gente su come si fa uno sciopero della fame, su come si organizza una manifestazione, su come si attua la resistenza passiva… e quando le autorità gli tagliano la corrente riesce lo stesso a stampare grazie ai generatori gentilmente messi a sua disposizione dall’ambasciata Usa in Kirghizistan. Singolare anche la figura di Kateryna Chumachenko, moglie di Viktor Yushenko, leader della rivoluzione arancione e attuale presidente dell’Ucraina, nata a Chicago, funzionario della Casa Bianca sotto Ronald Reagan e poi del Dipartimento del Tesoro. Alla Casa Bianca era membro del Public Liaison Office e la sua specialità era creare consenso alle politiche reaganiane presso i gruppi anticomunisti dell’Est europeo, in particolare i dissidenti ucraini. Sono solo alcuni esempi.                    Parlava delle rivoluzioni che si sono svolte nei Paesi della Russia asiatica… Blondet: Si tratta di Paesi caucasici e di quelli che al Sud, stendendosi dal mar Caspio alla Cina, separano la Russia dall’Iran, dall’Afghanistan e dal Pakistan. Stati fondamentali da un punto di vista geopolitico, in quanto mettono in comunicazione la Russia con il Caspio, tra l’altro ricchissimo di petrolio e gas naturali, ma soprattutto perché vie di transito degli oleodotti russi. Adesso in Georgia l’esercito degli Stati Uniti arruola marines: non hanno più volontari americani, perché questi si offrono alle ditte private che pagano meglio, così sono costretti a rimpinguare le file del loro esercito in Paesi come questo… Ma non tutto è andato come speravano gli strateghi neocon: dopo un periodo di sudditanza ai nuovi padroni occidentali, in alcuni di questi Stati i politici locali hanno iniziato a intessere di nuovo rapporti con Mosca. D’altronde la Russia è molto più vicina a loro degli Stati Uniti ed è impossibile non tenerne conto. Eppure dopo l’11 settembre gli Usa e la Russia apparivano alleati contro la minaccia terroristica. Blondet: Allora gli Usa credevano di poter gestire la Russia. Tutto si è complicato quando invece Putin ha iniziato a fare una politica che ha portato poco a poco la Russia fuori dal caos organizzato in cui era precipitata sotto Eltsin. E questo anche grazie agli introiti del gas e del petrolio. La guerra dell’Iraq, che nelle idee degli strateghi americani rappresentava un passo verso l’egemonia mondiale, causando il rialzo del prezzo del petrolio ha ottenuto invece l’effetto, per loro indesiderato, di aiutare la ripresa della Russia… E Putin il petrolio l’ha usato per risanare la nazione, non per rimpinguare le tasche di pochi oligarchi come accadeva sotto Elstin, quando alcuni magnati senza scrupoli si sono accaparrati, per pochi spiccioli, grazie agli agganci con l’allora presidente russo, le enormi ricchezze russe.                                                                                                                     

Gli oligarchi… c’è una guerra sotterranea tra questi e Putin. Blondet: Ed è il motivo per cui il presidente russo è stato fatto segno di tanti attacchi da parte occidentale. Fino all’arresto del magnate Mikhail Khodorkovski, nell’ottobre 2003, i rapporti con l’Occidente erano buoni. Dopo sono precipitati: da allora Putin è stato accusato di attentare alla democrazia e molto altro… In effetti l’arresto di Khodorkovski è stato il segnale dell’inversione di tendenza, il segnale che per gli oligarchi era finito il tempo delle vacche grasse, che il nuovo inquilino del Cremlino non avrebbe tollerato le ruberie di questi signori che godevano dell’appoggio della finanza internazionale. Khodorkovski era diventato il padrone della più grande azienda petrolifera russa, la Yukos, sborsando 309 milioni di dollari per acquistare il 78 per cento delle azioni… Il giorno dopo alla Borsa russa l’azienda dimostrava il suo vero valore: 6 miliardi di dollari. Ovviamente i soldi non erano suoi, ma gli erano stati prestati da noti finanzieri occidentali ai quali, prima di essere arrestato, si apprestava a rivendere l’azienda. Vladimir Putin durante il vertice informale con il presidente degli Stati Uniti George W. Bush nel Maine, presso la residenza di Bush senior, il 2 luglio 2007                                                                                                                           

Nel suo libro accenna ai rapporti tra gli oligarchi e i terroristi ceceni. Blondet: Non è un mistero che Shamil Basayev, il terrorista che ha rivendicato la strage di Beslan, in cui perirono 394 persone, di cui 156 bambini, era il capo delle guardie del corpo di Boris Abramovich Berezovzky, il più potente di questi oligarchi, attualmente “esule” a Londra. Anche Aslan Maskhadov, altro capo della guerriglia cecena, anche lui implicato, tra l’altro, nella strage di Beslan, era una delle guardie del corpo di Berezovsky… ma questa della guerriglia cecena è una storia tutta da raccontare. Quando, in uno scontro a fuoco, le truppe russe uccidono Rizvan Chitigov, allora numero tre della guerriglia, gli trovano addosso la classica piastrina metallica dei marines, con su incise le generalità, e, in tasca, la carta verde, ovvero il permesso di residenza permanente negli Usa. Era solo per dire che anche gli Usa hanno interesse a tenere aperta la piaga della guerra cecena, una spina piantata nel fianco della Russia…                                                                                                                                                                                     

Gli oligarchi russi ormai sono quasi tutti riparati all’estero… Blondet: Ma hanno ancora agganci all’interno della Russia. Non dimentichiamoci che non è gente che nasce da un giorno all’altro. Sono uomini che vengono dalla nomenklatura sovietica, con agganci solidi nella polizia e nei servizi segreti. Tanto che Putin un po’ li contrasta, un po’ è obbligato a scendere a patti. Putin ha piazzato i suoi uomini nei posti chiave, ma non può controllare tutto quel che accade in Russia. Nell’ottobre dello scorso anno viene assassinata Anna Politkovskaja, una giornalista che non lesinava critiche verso Putin. Questo omicidio ha gettato un’ombra sul presidente russo. Blondet: Credo fosse proprio questo l’obiettivo degli assassini. È evidente che l’unico a non avere interesse a questo delitto era proprio Putin. Personalmente sono convinto che la giornalista sia stata una vittima sacrificale immolata sull’altare dell’antimperialismo russo. Certi ambienti hanno reputato che fosse più utile morta che viva. Mi preme sottolineare però che il clamore mediatico di quest’omicidio è stato eccessivo. Ben altra sorte mediatica ha avuto un altro delitto eccellente: poco prima della giornalista, era stato ucciso Andrei Kozlov, vicepresidente della Banca centrale russa, uomo di primo piano della Federazione Russa. Kozlov stava conducendo un’inchiesta sul riciclaggio ed era in procinto di ritirare alcune licenze bancarie. Un gesto devastante per certi ambienti finanziari. Di certo Kozlov non si muoveva in opposizione a Putin, per questo in Occidente questo delitto è passato praticamente inosservato.                                                                                           

Altro delitto eccellente, quello di Aleksandr Litvinenko, deceduto nel novembre 2006. Altre accuse a Putin… Blondet: Molto è stato detto sul polonio, la sostanza radioattiva con la quale è stato avvelenato… ma davvero si può credere che Putin abbia dato ordine di uccidere qualcuno usando una sostanza che lascia tracce dappertutto, così che per trovare il colpevole basta seguirne la scia radioattiva? A mio avviso, come per la Politkovskaja, anche Litvinenko è stata una vittima sacrificale per screditare il presidente russo. Anche se qui c’è stata una variante. Il povero Litvinenko non è morto subito, ma, nella sua lunga agonia, ha parlato tanto, rilasciando una quantità prodigiosa di interviste, nelle quali ha lanciato accuse verso la dirigenza russa (e anche qui c’è da sorridere pensando a un mandante che lascia alla vittima il tempo per parlare così a lungo… ci sono metodi ben più rapidi per uccidere). La cosa singolare è che, data la situazione, nessuno poteva accedere al suo capezzale. Tutte le sue parole sono raccolte dall’unica persona autorizzata a incontrare il moribondo, un certo Alex Goldfarb, che agisce come una sorta di portavoce del malato. È lui che riporta le parole di Litvinenko all’esterno, che spiega e accusa… Nel mio libro faccio notare che tracce di polonio sono state rinvenute anche negli uffici di Berezovsky. Credo sia un particolare che andrebbe approfondito. Recentemente la Casa Bianca ha annunciato che installerà in Polonia un sistema missilistico di nuova concezione, per contrastare, dicono, la possibile minaccia iraniana.                                                                                 

Mossa che ha suscitato reazioni negative a Mosca. Blondet:Ovvio, perché in Russia, giustamente, si percepisce questa iniziativa come una minaccia nei loro confronti. La successiva apertura di Putin, che ha proposto di creare una collaborazione Usa-Russia per impiantare questo scudo stellare in qualche Stato asiatico ha spiazzato i neocon. Non possono dire di no, perché la proposta è più che ragionevole, d’altronde non si capisce che c’entri la Polonia con l’Iran, ma cercheranno in tutti i modi di farla naufragare. Vedremo gli sviluppi. Putin con Benedetto XVI, il 13 marzo 2007 Anche lei reputa l’Iran una grave minaccia internazionale? Blondet: Quando, recentemente, Bush si è recato in India, ha offerto a quella nazione collaborazione per sviluppare tecnologia nucleare. Esattamente quello che vuole impedire abbia l’Iran. In realtà per i neocon l’attacco all’Iran è diventata una vera e propria ossessione. Qualche mese fa, parlando al Congresso americano, Brzezinski ha detto che l’attuale amministrazione americana sarebbe capace di fare un attentato in territorio americano da attribuire agli islamici, pur di avere un pretesto per attaccarel’Iran…                                                                                                                                                                

Paradossale… ma non aveva detto che Brzezinski era fautore di una politica aggressiva da parte degli Stati Uniti? Blondet: Brzezinski, come Kissinger, è uno stratega politico che, giustamente, si preoccupa del destino della propria nazione e ne ricerca la prosperità, anche se a volte con metodi discutibili. Ma si tratta di persone che conoscono le vie della politica e della diplomazia. Nulla a che vedere con la follia dei neocon, fautori della guerra preventiva, dell’esportazione della democrazia a suon di cannoni, del riassetto del Medio Oriente in base alle direttive della destra israeliana… Una follia che si è innestata nell’alveo della vecchia politica americana, stravolgendola. C’è differenza tra questi e quelli, una differenza che è sfociata in un conflitto aperto. Torniamo a Putin. Diceva che l’integrazione tra Russia ed Europa… Blondet: … porterebbe solo benefici. In realtà questa integrazione si sta già costruendo giorno dopo giorno. Ora è in via di attuazione una linea ferroviaria ad alta velocità tra la Germania e la Russia, cui si collegherà una linea tra Russia e Cina. In questo modo le merci cinesi, quelle di un certo valore s’intende, potranno giungere in Europa via terra, evitando rotte più lunghe e dispendiose. In questa prospettiva si situa anche la costruzione di un gasdotto sotto il Baltico che, bypassando la Polonia, rifornirà l’Europa evitando che questa preziosa risorsa passi attraverso i territori delle democrazie dell’Est, asservite agli Usa. Insomma l’integrazione è nei fatti. Si tratta solo di accompagnare questo processo, evitando che altri, per i loro interessi, lo distruggano. In questi ultimi anni molti analisti hanno notato un avvicinamento tra Russia e Cina. Blondet: Tra i due giganti asiatici c’è sempre stata diffidenza. La politica aggressiva attuata dagli Stati Uniti ha avuto l’effetto di avvicinare ciò che è sempre stato distinto. Tra la Cina e la Russia sono nate sinergie militari, economiche e commerciali, ma non è detto che questo processo sia foriero di sviluppi ulteriori. La Cina ha un destino asiatico, la Russia europeo. È utile sottolinearlo. home page sommario archivio supplementi abbonamenti gerenza contatti © 30Giorni nella Chiesa e nel mondo.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

A proposito della famosa querelle sulla preghiera di conversione degli ebrei nell’antico messale.

Città del Vaticano (Agenzia Fides) -don Nicola Bux Alcuni circoli ebraici ed alcuni organi di stampa hanno fatto rumore in occasione della promulgazione del Motu proprio di Benedetto XVI sulla Messa antica, paventando la reintroduzione della preghiera per gli Ebrei, quella da cui Papa Giovanni tolse l?aggettivo Œperfidi?.
Forse pochi sanno che la orazione solenne per gli Ebrei del Venerdì Santo ha una corrispondente nella birkat ha-minim (benedizione contro gli eretici) della liturgia giudaica, che è la seguente: ?Che per gli apostati non ci sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il regno dell?orgoglio; e periscano in un istante i nazareni (ndr. i giudeo-cristiani) e gli eretici: siano cancellati dal libro dei viventi e con i giusti non siano iscritti. Benedetto sei tu Yahweh che pieghi i superbi?.
Così recita la XII benedizione della liturgia sinagogale nella forma primitiva. Mentre in quella del Talmud babilonese più diffusa oggi: ?Per i calunniatori e gli eretici non vi sia speranza, e tutti in un istante periscano; tutti i Tuoi nemici prontamente siano distrutti, e Tu umiliali prontamente ai nostri giorni. Benedetto Tu, Signore, che spezzi i nemici e umili i superbi?.
Quanto all?Orazione solenne del Venerdì Santo, la versione italiana del Messale Romano del 1962 dice: ?Preghiamo anche per gli Ebrei, affinché il Signore Dio nostro tolga il velo dai loro cuori, in modo che essi pure con noi riconoscano Gesù Cristo Signor Nostro. Preghiamo. O Dio onnipotente ed eterno, che non rigetti dalla tua misericordia neppure gli Ebrei, esaudisci le suppliche che ti rivolgiamo per questo popolo accecato, affinché ammetta che il Cristo è la luce della tua verità, ed esca così dalle tenebre?.
In quella del Messale Romano del 1970 è stata così modificata: ?Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell?amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza?. Preghiera in silenzio. ?Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta benigno la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione?.
Osservando comparativamente le formule, si nota che quella giudaica si serve delle invettive proprie di taluni salmi e testi profetici (per esempio il Salmo 58), non estranee nemmeno al Nuovo Testamento; quella cristiana dell?antico Messale riecheggia l?invito di San Paolo alla comunità cristiana, a pregare per tutti gli uomini (cfr. 1 Timoteo 2,1), quindi per i giudei, quando le rammenta l?irrevocabilità dell?elezione divina d?Israele (cfr. Romani 11,29) ed il mistero della sua conversione alla fine dei tempi (cfr. Romani 11,25-26). Secondo De Clerk, questa preghiera potrebbe essere ?segno di grande antichità delle orationes sollemnes, oppure potrebbe risalire a un periodo in cui i giudei erano molto numerosi a Roma. Quanto all?orazione del nuovo Messale, il tema è il popolo di Abramo, depositario delle Œirrevocabili? promesse divine e chiamato comunque ?alla pienezza della redenzione?. Questa è stata sempre la coscienza della Chiesa che nell?orazione domanda a Dio che si affretti la realizzazione di quella promessa.
Dunque, non è il caso che i nostri Œfratelli maggiori? continuino a scandalizzarsi della preghiera che i cristiani innalzano a Dio per loro, quando dovrebbero agire a modificare la loro, visto che nella prima forma e anche in quella del Talmud babilonese, non è stata tolta la maledizione di Dio che non si concilia col suo amore universale.
Un po? di storia.
In realtà la querelle cesserebbe se si inquadrasse nel rapporto tra liturgia cristiana e liturgia giudaica, da cui anche l?orazione di lode e di intercessione ha la sua origine, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (1096). Infatti, il corrispondente giudaico dell?Oratio fidelium – anche dell?anafora secondo taluni studiosi come Adrien Nocent – è la preghiera Shemonèh Esréh (la Tefillah delle diciotto benedizioni). Com?è noto, il cristianesimo delle origini, e quindi la liturgia, si è posto in rapporto di continuità e nel contempo di novità rispetto al giudaismo. I nazareni o cristiani avevano frequentato il Tempio (cfr. Atti 2,46), come pure le sinagoghe, finché, due decenni dopo la sua distruzione nel 70, i giudei non introdussero nella Tefillah la XII ?benedizione?, appunto la birkat ha-minim (diventarono così diciannove ma il nome di Shemonèh Esréh non fu cambiato), ovvero una maledizione contro la setta considerata eretica, dei giudeo-cristiani (cfr. Atti 24,14) sia per tenerli lontani dalla sinagoga, sia per proclamare formalmente la rottura definitiva tra le due religioni.
Accanto ai minim (dissidenti) si menzionavano i nozrim, i nazareni, cioè i seguaci di Gesù di Nazareth, perché ?spariscano all?istante, cancellati dal libro della vita e non scritti con i giusti. Benedetto sei tu che umili i superbi? (cfr. G. De Rosa, Gesù di Nazareth e l?Ebraismo di ieri e di oggi. Dal rifiuto all?appropriazione esclusiva. ?La Civiltà Cattolica?, 15 (2000), n 12). Nel medesimo periodo venne comminata infatti la scomunica contro i giudeo-cristiani, i quali pur pretendendo di rimanere dentro la sinagoga, la dividevano nella fede, proteggevano i ?gentili?, soprattutto i romani, e distruggevano il principio dommatico della habdàlàh ossia la separazione tra circoncisi e non (cfr. H.Herts, Daily Prayer Book with commentary. Introductions and notes, New York 1971, p 142 s.). Così nel Medioevo la pensava Maimonide e ai nostri giorni il rabbino americano J.Petuchowski (cfr. S.Ben Chorin, Il giudaismo in preghiera. La liturgia della sinagoga, Cinisello B.1988, p 80). Tuttavia oggi non tutti gli ebrei nominano i nazareni e i dissidenti, ma si limitano ai calunniatori, i cattivi e i nemici.
Quanto alle Orazioni solenni del Venerdì Santo e alla Orazione universale o dei fedeli nella Messa, si riallacciano alla tradizione apostolica di pregare per tutti: in particolare perché trascorrano una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità, quale ?cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità? (cfr. 1 Timoteo 2,1-3). Tracce di tale preghiera si ritrovano in Clemente di Roma, Policarpo di Smirne, Giustino, Tertulliano e Cipriano, che sottolineano la richiesta a Dio di giungere alla conoscenza della verità e alla salvezza eterna. Sarà Prospero d?Aquitania (390-455), autore del celebre ?ut legem credendi lex statuat supplicandi? a riferirvisi con più evidenza. L?autore non intendeva istituire un automatismo, quasi che dalla preghiera derivi la norma della fede, ma dire che diventa norma di fede quella preghiera connessa con la dottrina cattolica conclusa con la morte dell?ultimo apostolo. In certo senso la liturgia deve esprimere la fede cattolica e apostolica, oltre che l?unità e la santità della Chiesa.
Tuttavia, la descrizione più antica delle orationes sollemnes è contenuta nei Capitula, un documento annesso alla lettera di Papa Celestino I ai Vescovi della Gallia, scritto tra il 435-442. In particolare nella preghiera pro Judaeis dice: ?ut Judaeis, ablato cordis velamine, lux veritatis appareat?. La frase evidentemente richiama da un lato San Paolo (2 Cor. 3,12-16) e dall?altro la orazione che, attraverso Leone Magno e i libri liturgici romani altomedievali noti come Ordines, giunge fino alla forma del Messale romano del 1962. Dunque le fonti liturgiche che ci tramandano le orationes sollemnes risalgono alle tradizioni gelasiana, gregoriana e gallicana codificate nei Sacramentari e negli Ordines romani.
L?Oratio pro conversione iudaeorum, la sesta delle orazioni solenni, nel Messale del 1970 è intitolata semplicemente ?pro iudaeis?. L?appellativo Œperfidi? è stato tolto, sebbene significasse semplicemente Œincreduli?, in certo senso meglio del minim, i dissidenti della birkat giudaica. Per l?analisi e la traduzione dell?espressione, approvata già nel 1948 dalla Congregazione dei Riti, rimandiamo agli studi esistenti; ma già nel 1936 il grande esegeta protestante diventato cattolico Eric Peterson, aveva pubblicato uno studio in cui mostrava che l?epiteto voleva dire fedifrago, in quanto i giudei avevano stretto un patto con Jaweh al quale erano venuti meno. Tale significato, applicato anche ai pagani, si trova in alcune opere di Cipriano e di Ambrogio. Sant?Agostino rifacendosi alla giustizia della fede in San Paolo, la traduce con ingiustizia e mancanza di fede. Sulla stessa linea anche Gelasio e Gregorio Magno.
A questo punto si può dedurre che la Oratio pro iudaeis appare in certo senso speculare alla birkat ha-minim giudaica, la maledizione contro gli eretici; quasi una Œrisposta?, poiché il dato liturgico non è mai astratto, ed entrambe risalgono allo stesso periodo, come abbiamo visto. Alla scomunica comminata ai giudeo-cristiani e all?accusa di ?eresia? da parte dei giudei – forse durante il sinodo di Jabne tra 90 e 100 d.C., – che volevano in tal modo sancire la rottura definitiva del Giudaismo ufficiale con i cristiani, questi avrebbero Œrisposto? con l?inserzione della ?preghiera per i giudei?. Al di là di ogni polemica, è ?ragionevole ritenere che la storia di entrambe le preghiere, il cui contenuto era certamente noto sia ad ebrei che a cristiani alla fine del I secolo, si sia intrecciata, dando così forma al testo liturgico così come ci è pervenuto, salvo, ovviamente, le inevitabili modifiche che, generalmente, i testi liturgici subiscono nel corso dei secoli? (Annamaria Abrusci, Storia ed evoluzione delle Orazioni solenni. Il caso della preghiera Pro Iudaeis, tesi di magistero presso l?ISSR di Bari, anno 2000-2001, p 111-112, pro manuscripto). Ciò dimostra ancora una volta l?influsso della liturgia ebraica e giudaica in specie su quella cristiana. La preghiera non può essere modificata in contraddizione con la dottrina cattolica e apostolica. Volentieri, dunque, oggi pregheremo anche con le nuove formule del Messale Romano di Paolo VI dove si supplica il Signore che ?il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione?.
La Chiesa prega per la conversione di tutti gli uomini
?Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosé che poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell?Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto? (2 Corinzi, 3, 12-16).
Questo testo paolino è notoriamente la fonte dell?orazione per gli ebrei fino al Messale del 1962. Oggi non pochi cattolici hanno timore della conversione e così pure gli ebrei, i quali vorrebbero che la Chiesa cattolica non sia se stessa, almeno nei loro confronti. Ora la conversione è l?essenza del Vangelo di Gesù, e ha designato il cammino verso di Lui di popoli e nazioni (cfr. gli studi di E. Peterson sull?interpretazione di Romani 9-11 e il significato della conversione). Facendo la verità nella carità e nel rispetto della libertà, la Chiesa ha come priorità l?annuncio del Vangelo che è la verità piena e definitiva sull?uomo e alla quale l?uomo è chiamato a convertirsi. E? Cristo che ha dichiarato: ?Il tempo è compiutoŠconvertitevi e credete al vangelo? (Marco 1,15), non Œdialogate e mettetevi d?accordo?. San Pietro ha descritto la conversione come un percorso irreversibile: dalla parola dei profeti, lampada che brilla in luogo oscuro fino allo spuntare della stella del mattino (cf. 2 Pietro 1,19); i Magi avevano cercato la verità al seguito della stella, finché trovarono la luce vera (cfr. Matteo 2,2); san Paolo, dopo essere andato a tastoni come in un luogo buio (cf. Atti 17,27) fino ad essere investito da Cristo verità incarnata e convertirsi a Lui.
La Chiesa, come ha detto il Concilio, è sacramento anche in rapporto alle religioni, cioè non solo segno ma strumento di salvezza per tutti. Si comprende così che il cristianesimo è una religione universale che fa conoscere il vero Dio d?Israele (cfr. Giovanni Paolo II, ?Varcare la soglia della speranza?, Milano 1994, p.112).
Il tema della salvezza in Gesù Cristo necessaria per ogni uomo è stato riaffermato nella Dichiarazione Dominus Iesus. Il dialogo con gli ebrei nasce dalla ?coscienza del dono di salvezza unico e universale offerto dal Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito? (n. 13). Proprio mostrando in Cristo il compimento del Giudaismo, la Chiesa è passata ad affrontare il mondo pagano ?che aspirava alla salvezza attraverso una pluralità di dèi salvatori? (ivi).
Il dialogo è parte integrante della coscienza missionaria della Chiesa; fondato sulla consapevolezza della pari dignità di tutti gli uomini, a qualsiasi religione appartengano, e nello stesso tempo sul primato di Gesù Cristo e della sua dottrina ?in confronto con i fondatori delle altre religioni? (Dominus Iesus, n. 22 ).
La Chiesa propone il regno di Dio come signoria universale di Gesù Cristo (cfr J.Ratzinger -Benedetto XVI, ?Gesù di Nazaret?, Città del Vaticano 2007, cap III); Benedetto XVI cita nel suo libro l?erudito rabbino Jacob Neusner che in un saggio del 1993 aveva evidenziato tutta la differenza tra la Torah e Gesù. Se e quando tutti gli uomini entreranno nella Nuova Alleanza della Chiesa, compresi gli ebrei, è questione da lasciare allo Spirito Santo (cfr. VarcareŠ, p. 112). La preghiera per gli ebrei esprime la convinzione che l?incontro e il dialogo è ?un tentativo che sta completamente nelle mani di Dio?(Gesù di Nazaret, p 248), con un messaggio: ?Allora non abbandoneranno la loro obbedienza – (alla Torah che permette di vedere Dio ?di spalle?, Ivi, p 310-311), – ma essa verrà da fonti più profonde e perciò sarà più grande, più sincera e pura, ma soprattutto anche più umile?(Ivi, p 249).
Così si capiscono di più le richieste di perdono e il gesto di Giovanni Paolo II al Œmuro del pianto? e ancora prima l?intervento del Cardinale Joseph Ratzinger alla Conferenza internazionale ebraico-cristiana di Gerusalemme nel 1994, dove svolse la tesi della riconciliazione, essenza di due fedi, ricordando che il sangue versato da Cristo non grida vendetta ma appunto riconciliazione. Nessuna intenzione da parte cattolica, dunque, di incentivare l?antigiudaismo – e speriamo da parte ebraica nemmeno l?anticristianesimo – ma conoscenza e rispetto reciproco, anche delle espressioni della propria fede, pregando gli uni per gli altri.
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=13684&lan=ita

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

ANCHE A TRENTO ? ORA POSSIBILE CONSEGUIRE IL BACCALAUREATO IN TEOLOGIA

Il nuovo Studio Teologico Accademico di Trento (STAT) – Sezione Tridentina dello Studio Teologico Accademico di Bressanone – permette, a chiunque sia in possesso di un Diploma di Scuola Media Superiore, di accedere agli studi teologici e di conseguire il grado accademico di Baccalaureato in Teologia, riconosciuto dalla Repubblica Italiana come Diploma di Laurea  (D.P.R. n. 175 del 2 febbraio 1994). Il titolo accademico di Baccalaureato rilasciato dallo Studio Teologico Accademico di Trento è di diritto pontificio ed è riconosciuto dall’ordinamento civile italiano: «I titoli accademici in teologia e nelle altre discipline ecclesiastiche, determinate d’accordo tra le parti, conferiti dalle facoltà approvate dalla Santa Sede, sono riconosciuti dallo Stato» (art. 10,2 della Legge 25.III.1985, n. 121, pubblicata nel Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 85 del 10 aprile 1985). L’Arcidiocesi di Trento avverte la necessità di avere un’istituzione formativa universitaria che elabori una teologia che sia un interlocutore in dialogo con le scelte più decisive che interpellano gli uomini e le donne di oggi. Da più parti si avverte la richiesta di confrontarsi con una teologia che esprima una fede in Dio non ridotta a mero ricettacolo individuale, ma vigoroso motore di umanizzazione e di testimonianza ecclesiale. Il nuovo STAT desidera essere un’istituzione universitaria a servizio dell’Arcidiocesi, del clero locale, dei religiosi e dei seminaristi, e al contempo aperta alla città, al territorio, all’Università degli Studi e ai vari mondi dell’impresa, della cultura e del sociale.

Tutte le informazioni si trovano a questo link.

 

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Verso il Signore, di Klaus Gamber

Mons. Klaus Gamber è stato un grande liturgista, molto ammirato da Benedetto XVI. E’ utile rileggerlo, per capire il senso del recente motu proprio, e soprattutto quali saranno le possibili riforme introdotte da Benedetto XVI nella liturgia in volgare (la cosidetta riforma della riforma).

di mons. Klaus Gamber

Nella Chiesa primitiva e durante il Medioevo, fu norma rivolgersi a oriente durante la preghiera. Dice sant’Agostino: "Quando ci alziamo in piedi per la preghiera, ci volgiamo a oriente, da dove s’innalza il cielo, non come se ivi soltanto fosse Dio, e avesse abbandonato le altre parti del mondo …, ma perché lo spirito si innalzi a una natura superiore, ossia a Dio". Queste parole del Padre africano mostrano che i cristiani, dopo l’omelia, si alzavano per la preghiera successiva e si volgevano a oriente.

A quest’atto allude sempre Agostino concludendo le sue omelie con la formula fissa conversi ad Dominum ("rivolti al Signore"). Il Dölger, nel suo fondamentale Sol salutis, ritiene che anche la risposta del popolo Habemus ad Dominum, all’invito del celebrante Sursum corda, implichi l’essere rivolti a oriente, tanto più che alcune liturgie orientali esigono che ciò effettivamente sia, dopo l’invito del diacono. Ciò vale per la Liturgia copta di Basilio, dove all’inizio dell’anafora si dice: "Venite, uomini, state in adorazione e guardate a oriente", e per la Liturgia egiziana di Marco, dove un analogo invito – "Guardate a oriente" – viene dato nel corso della Preghiera eucaristica, ossia prima del Sanctus. Nella breve esposizione del rituale liturgico contenuta nel libro II delle Costituzioni apostoliche (fine del secolo IV), è prescritto di alzarsi in piedi per la preghiera e di volgersi a oriente. Nel libro VIII viene riportato un equivalente invito del diacono: "State in piedi rivolti al Signore".

 Nella Chiesa primitiva, pertanto, volgersi al Signore e guardare a oriente erano la stessa cosa. L’usanza di pregare rivolti al punto in cui sorge il sole è antichissima, come il Dölger ha dimostrato, e comune a ebrei e gentili. I cristiani l’adottarono ben presto. Già nel 197, la preghiera verso oriente è per Tertulliano una cosa normale. Nel suo Apologeticum (cap. XVI), egli riferisce che i cristiani "pregano nella direzione in cui sorge il sole". Allora nelle case si indicava la direzione della preghiera a mezzo di una croce incisa nel muro. Una croce del genere è stata ritrovata a Ercolano in una camera al primo piano di una casa sepolta dall’eruzione del Vesuvio nell’anno 79.

Ora esaminiamo l’orientamento del celebrante e dei fedeli durante la messa. In fondo si tratta del problema se è mai esistita, agli albori del cristianesimo, una celebrazione versus populum (verso il popolo) come oggi si pretende di sostenere. O. Nußbaum, dopo un lungo esame dedicato alla questione in Il posto del liturgo all’altare cristiano (1965) espone così il problema: "Coll’erezione di edifici specialmente riservati al culto, non si è adottata alcuna regola severa per stabilire da quale parte dell’altare doveva trovarsi il posto del liturgo. Succedeva che l’occupava spesso davanti all’altare e anche spesso dietro" (p. 408). Nußbaum nutre tuttavia la convinzione che si preferiva la celebrazione verso il popolo fino al VI secolo. Ma questa sua opinione è talmente errata che non è possibile sostenerla né accettarla. Egli infatti non distingue la differenza che esiste fra le chiese dall’abside verso l’est e altre che hanno l’abside diretta verso ponente e, quindi, l’ingresso dalla parte orientale. Quest’ultimo orientamento si trova per di più soltanto in basiliche del IV secolo e anche qui in primo luogo in quelle edificate da Costantino o da sua madre Elena. Già all’inizio del V secolo san Paolino da Nola chiama usuale (usitatior) le abside dalla parte orientale (ep. 32,15).

Troviamo basiliche con ingresso verso oriente soprattutto a Roma (il Laterano e S. Pietro) e nell’Africa del nord, mentre esse scarseggiano in Oriente. Trattandosi di edifici con la porta di ingresso rivolta verso oriente, si può dire che essi seguivano l’esempio del Tempio di Gerusalemme e dei maggiori templi antichi. Nelle basiliche dall’ingresso verso oriente il celebrante era costretto a tenersi regolarmente dalla parte di dietro dell’altare per garantire l’orientamento verso est durante l’offerta del santo sacrificio; al contrario nelle chiese dall’abside verso l’est, il sacerdote doveva necessariamente tenersi davanti l’altare (ante altare) volgendo le spalle ai fedeli. Ora la nostra domanda deve porsi così: dov’era il posto dei fedeli nelle basiliche (costantiniane) con l’abside rivolto verso ponente? Durante il Canone della messa, non solo il sacerdote ma anche i fedeli stavano rivolti verso oriente. Vale a dire che i fedeli stavano anch’essi rivolti verso oriente, guardando in direzione delle porte della chiesa, tenute aperte, attraverso le quali filtrava la luce del sole simbolo di Cristo risorto.

Durante la celebrazione della eucaristia, nemmeno nelle basiliche menzionate il popolo e il sacerdote non stavano mai di faccia. I fedeli – separati gli uomini dalle donne – prendevano posto nelle navate laterali. Le grandi basiliche ne possedevano fino a sei (il Laterano e S. Pietro ne hanno quattro). Questa disposizione corrisponde ai posti a sedere che si trovano nelle piccole chiese paleocristiane, un uso che continua a esistere ancora nelle chiese dell’Oriente. Anche qui la navata centrale rimane libera, i fedeli anziani siedono sui sedili lungo le pareti laterali e nelle navate mentre la maggior parte dei fedeli rimane in piedi. Nelle basiliche costantiniane, e qualche volta anche nelle chiese africane, tutta quanta la navata centrale serviva allo svolgimento delle funzioni ed era a disposizione del sacerdote e della schola cantorum, come dimostrano gli scavi e anche un mosaico a Thabarca (Africa del nord). che data al IV secolo. L’altare ornato di un baldacchino, si erigeva all’incirca al centro della chiesa ed era circondato da balaustre. Lo stesso ordine viene ritrovato nell’Italia settentrionale nelle basiliche più antiche ad esempio ad Aquileia e Ravenna, sebbene l’abside si trovi in direzione dell’oriente. Nella basilica costantiniana di S. Pietro l’altare non era collocato sopra la tomba dell’Apostolo ma bensì nel centro della navata. Nella nuova attuale basilica, l’altare papale si trova invece sulla tomba dell’Apostolo, ma, come nell’antichità, è ancora circondato da un’isola che gli conserva l’ubicazione centrale di una volta. I fedeli, perciò, nelle basiliche in cui l’ingresso e non l’abside era situato a oriente, se non guardavano l’altare nemmeno voltano a esso le spalle: cosa inammissibile, data la santità dell’altare stesso. Poiché erano nelle navate laterali, avevano l’altare rispettivamente alla loro destra o alla loro sinistra, e formavano un semicerchio aperto a oriente col celebrante e gli assistenti all’incrocio del transetto con l’asse longitudinale della chiesa. Nelle chiese con l’abside a oriente, tutto dipendeva da come si disponevano i fedeli. Se formavano un ampio semicerchio davanti all’altare situato nella parte absidale della chiesa o presbiterio, anche in questo caso il semicerchio era aperto a oriente; il celebrante non era più all’incrocio dei bracci, bensì nel punto focale, più lontano dai fedeli. Nel Medioevo, invece, quasi ovunque i fedeli prendono posto nella navata centrale, mentre le navate laterali servono per la processione d’ingresso. In tal modo, dietro al celebrante si snoda il viaggio del popolo di Dio verso la Terra promessa.

Meta del viaggio è l’oriente: là è il paradiso, perduto, a cui l’uomo agogna di tornare (cfr. Gen 2,8). Testa di questa teoria sono il celebrante e i suoi assistenti. In contrasto con la dinamica del viaggio, il semicerchio aperto attua un principio statico durante la preghiera: l’attesa del Signore che, asceso in cielo a oriente (cfr. Ps 67,34), da oriente ritornerà (cfr. At 1,11). Qui, la disposizione a semicerchio aperto è dunque, per così dire, naturale. Quando si aspetta un’alta personalità, si apre un varco e si forma un semicerchio per ricevere nel mezzo la persona attesa. Analogo pensiero esprime san Giovanni Damasceno (De fide orthod. IV 2): "Nella sua ascensione al cielo, Egli si levò verso oriente. Così Lo adorano gli Apostoli, e ritornerà come essi Lo videro andare verso il cielo. Dice infatti il Signore: Come il lampo parte da oriente e illumina fino a occidente, tale sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Poiché l’aspettiamo, adoriamo rivolti a oriente. Degli Apostoli, questa è una tradizione non scritta". Partendo da questa veduta, a cominciare pressappoco dal VI secolo, si cominciò a rappresentare l’ascesa del Signore sullo sfondo dell’abside ricordando in tal modo anche la sua gloria nel cielo e la sua seconda parusia (At 1,11). Più tardi il Cristo in trono nella mandorla venne staccato da quella composizione per divenire quale maiestas Domini, circondato dai quattro animali, il quadro absidiale romanico. Erano presenti nella prima composizione anche gli Apostoli e nel loro mezzo Maria che alzava le mani al cielo in posizione orante. A

ncora più tardi si dipingeva sotto la cupola principale il Pantocrator, oppure l’ascesa del Signore, sopra l’altare, senza però unirvi la Madre di Dio che continuava a ornare l’abside. Può darsi che un passo dell’Apocalisse ne abbia dato l’ispirazione, là dove si legge: "E si aprì il tempio di Dio nel cielo e apparve l’arca del testamento nel tempio (come sappiamo l’arca sta sull’altare nelle chiese d’oriente) … e un segno grande apparve nel cielo: una donna vestita di sole con la luna ai piedi e sul capo dodici stelle" (Ap 11,19-12,1). È degno di nota il fatto dell’avvicinamento nell’Apocalisse di Maria-Ecclesia con l’arca del testamento, ma colpisce anche che la tenda del tempio, che copre il luogo più sacro, non si apre che in determinate occasioni. Il mistero, il tremendum esige che lo si nasconda, solo in tal modo si risveglia la nostalgia di poterlo contemplare. "Adesso vediamo come in uno specchio, nell’enigma, ma poi faccia a faccia" (1Cor 13,12). Lo sguardo levato verso l’oriente non cerca soltanto la gloria di Cristo in cielo e il suo ritorno, ma esprime anche il desiderio della visione che si svelerà alla fine dei giorni, nella gloria avvenire. È quello il significato della prece che si innalza nella Didaché (X 6) Maranatha! che ripete il Veni, Domine Iesu! dell’Apocalisse.

In questo breve studio si è soltanto tenuto conto di alcuni punti importanti che riguardano l’orientamento verso l’est durante la preghiera e il posto del celebrante nella Chiesa dei primi secoli. Altri dati importanti archeologici sono esposti nel mio libro Liturgie und Kirchenbau ("Liturgia e architettura religiosa") che fornisce anche le prove necessarie. È vero che l’uomo moderno non sa più capire bene il significato dell’orientamento della preghiera verso l’est. Per lui il sole che sorge non ha più la forza simbolica che aveva per l’uomo antico. Però, al di sopra dei tempi storici, sta l’importanza della preghiera ad Dominum, verso il Signore da parte del celebrante e dei fedeli, che esprime l’orientamento verso la croce dell’altare e verso l’immagine di Cristo nell’abside, da parte di tutti i presenti, sacerdote e fedeli. da "notizie". Periodico dell’associazione italiana Una Voce edito dalla Sezione di Torino n° 116, 1987, pp. 1-4

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Mari, monti o Pd? Un test marziano

Mare, monti o città d’arte? ? il dilemma anche di queste vacanze. Per aiutarvi a scegliere che cosa fa davvero per voi, sottoponetevi al test marziano “Le ferie serie”.
1. Che cosa leggerai in vacanza?
a) “Capitani coraggiosi” di R. Kipling.
b) “Piccolo alpino” di S. Gotta.
c) “Camera con vista” di E. M. Foster.
d) I quotidiani, assolutamente tutti. Però non ho nulla contro i rotocalchi, i libri né i fumetti.
2. Qual è il tuo piatto preferito in vacanza?
a) Linguine allo scoglio.
b) Polenta, capriolo e funghi.
c) Escargots de Bourgogne e cuisses de grenouille.
d) Mozzarelle bianche e pomodori rossi. Però non ho nulla contro gli altri piatti.
3. Qual è il tuo mezzo di trasporto preferito in vacanza?
a) Canoa.
b) Sci.
c) Carrozzella.
d) Non ho pregiudizi nei confronti di alcun mezzo di trasporto.
4. Con chi ti piacerebbe andare in vacanza?
a) Con Giovanni Soldini, il navigatore solitario.
b) Con Reinhold Messner, l’alpinista solitario.
c) Con Vittorio Sgarbi.
d) Non ho pregiudizi nei confronti di alcun compagno di vacanze.
5. Ti trovi al mare. Che fai?
a) Estenuante nuotata.
b) Rimango all’ombra con il giubbotto di salvataggio.
c) Ci sarà pure un museo della marineria, un acquario, una collezione di conchiglie rare…
d) Spiego a tutti che non ho nulla contro la montagna.
6. Ti trovi in montagna. Che fai?
a) Scelgo un albergo con piscina e solarium.
b) Estenuante escursione.
c) Ci sarà pure un museo della montagna, un’esibizione di cori alpini, una mostra di artigianato del legno…
d) Spiego a tutti che non ho nulla contro il mare.
Risultati.
Prevalenza (a): andate al mare.
Prevalenza (b): andate in montagna.
Prevalenza (c): scegliete le città d’arte.
Prevalenza (d): niente vacanze per voi quest’anno, state preparandovi per le primarie del Partito democratico.
(Rubrica “Lettere marziane”, Avvenire del 28 luglio 2007).

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Giovani perduti, adulti smemorati. Troppi luoghi comuni in vista dell’Agorà di Loreto (1-2 settembre).

Ah, questi giovani! Inaffidabili. Maleducati. Tiratardi. Inclini a innumerevoli vizi, tra cui l’alcol, le droghe, la musica fragorosa, l’eccesso di velocità. Non possiamo contare sui giovani d’oggi perché non ci sono più i valori di una volta.
Fine con i luoghi comuni su “questi giovani”. I valori di una volta… Sono opportune, a questo punto, due testimonianze. La prima: “Oggi i ragazzi amano troppo i propri comodi. Mancano di educazione, disprezzano l’autorità, i figli sono diventati tiranni anziché essere servizievoli. Contraddicono i genitori, schiamazzano, si comportano da maleducati con i loro maestri”. La seconda: “In questi ultimi tempi, il mondo si è degenerato al di là di ogni immaginazione. La corruzione e la confusione sono diventate cose comuni. I figli non obbediscono più ai genitori e ormai non può che essere imminente la fine del mondo”. La prima è di Platone, 400 aC; la seconda è una tavoletta assira del 2.800 aC.
Ciò significa che i giovani non sono giovinastri? Che sono tutti educati, responsabili e obbedienti? No. La macchina del tempo ci ammonisce a non generalizzare e a non indossare i panni sciagurati dei profeti di sventura, da cui dovremmo invece ben guardarci. Quanti adulti dalla memoria corta. Non si ricordano che le stesse cosacce che oggi loro sibilano nei confronti dei giovani, quando erano giovani piovevano loro addosso da parte degli adulti del tempo? Non ricordano il senso di amarezza e ingiustizia provato in quei momenti?
I giovani sono tanti e vari. Appartengono a tanti mondi, a volte comunicanti, altre volte tra loro estranei. Se in cronaca nera finiscono i giovani impasticcati, se in autobus o nei negozi o per la strada tendiamo a individuare i due o tre maleducati su dieci, proprio perché siamo adulti, e quindi seri e responsabili (non come i giovani, oh no…), dovremmo essere capaci di dire: questi sono alcuni giovani, non tutti. Altrimenti faremmo come i grandi commentatori da tavolino dei giornaloni e delle televisioni, che ad ogni Giornata mondiale della gioventù o avvenimento analogo (cominciarono con Parigi 1997, raggiunsero il culmine con Roma 2000, si ripeteranno tra poche settimane a Loreto) manifestano lo stesso stupore: e da dove saltano fuori questi giovani educati, composti, pensanti, che cantano e ridono ma senza spaccare niente, non si ubriacano, pregano, vegliano e vogliono bene al Papa? Poiché non riescono a comprenderli, li cancellano dalla memoria: esisterebbero, ma poiché non dovrebbero esistere, non esistono.
In realtà ci sono e sono giovani normali. Basterebbe aprire gli occhi e andarli a trovare mentre fanno sport, teatro, buona musica e volontariato, si preparano a diventare educator, ed evitano quella pessima tv in cui alcuni loro (pochissimi) coetanei finiscono triturati, favorendo una fatale illusione ottica: poiché la tv è la realtà, i giovani che sono dentro la tv sono i giovani di oggi (li ho visti io!).
E la sequela di accuse, di essere incoerenti, eterni fanciulloni, incapaci di assumersi responsabilità, eccetera? Il sospetto è che spesso si tratti di un banale fenomeno di proiezione. Alcuni (tanti?) adulti attribuiscono ai giovani i propri difetti, pensando così di liberarsene. Ah, questi adulti!
(Editoriale di “Toscana Oggi”, 29 luglio 2006).

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Paritaria: perchè dico NO al referendum

Vorrei chiarire il senso della posizione contraria assunta da Forza Italia del Trentino di fronte al prossimo referendum abrogativo delle norme che, nella legge provinciale 3 del 2006 sul nostro sistema educativo, sanciscono anche la partecipazione delle scuole paritarie all’offerta formativa e il diritto delle famiglie e degli studenti iscritti a queste strutture di non essere in alcun modo discriminati rispetto a chi ha scelto gli istituti direttamente gestiti, invece, dall’ente pubblico. Noi riteniamo infatti che oggi sia assolutamente necessario collocare al centro delle politiche scolastiche e formative la persona. Persona intesa non astrattamente, ma nel suo diritto di realizzare fino in fondo e liberamente se stessa attraverso la famiglia e nella comunità sociale.
Ora, coerentemente con l’articolo 30 della Costituzione (“? dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”), siamo convinti che il primo dato da tener presente affrontando questo tema – dato ignorato dai promotori del referendum – è che i soggetti del rapporto educativa non sono soltanto due: da una parte gli studenti con il loro bisogno di istruzione e formazione, e dall’altra la società civile erogatrice attraverso le sue istituzioni dei servizi scolastici indispensabili per rispondere a questa istanza. No: tra i soggetti del rapporto educativo c’è anche, e anzi in primo luogo, la famiglia con il suo diritto-dovere, previsto appunto dalla Costituzione, di esercitare una precisa responsabilità nei confronti dei figli. Responsabilità che consiste nel garantire loro l’educazione, vale a dire un percorso introduttivo al reale nella sua complessità e alla maturazione della personalità dei bambini e dei ragazzi, per compiere il quale la famiglia interviene sia direttamente, soprattutto nei primi anni di vita, sia – laddove non ha la possibilità di assumersi da sola questo onere – attraverso la scuola. In quest’ottica la famiglia non è dunque solo un attore passivo, che si limita a sottoporre alla società civile una domanda, un bisogno di natura educativa. La famiglia rappresenta anche e soprattutto un soggetto attivo, chiamato a farsi carico anche della risposta da dare al bisogno educativo dei bambini e dei ragazzi.
Il secondo punto nodale di questo ragionamento riguarda la comunità che con le sue istituzioni e iniziative non può sottrarsi al dovere di coadiuvare le famiglie impegnate ad esercitare la loro responsabilità educativa. Attraverso la scuola la società civile è cioè tenuta a proporsi e ad affiancarsi alla famiglia – non ad imporsi ad essa – per permetterle di svolgere fino in fondo la sua primaria responsabilità educativa. Questo approccio particolarmente vicino, sensibile e attento alla persona e alla famiglia appartiene da sempre, in primo luogo, alle formazioni sociali ad essa più “prossime”, vale a dire a quei soggetti del Terzo Settore impegnati a promuovere iniziative e servizi scolastici corrispondenti alla responsabilità educativa delle famiglie e al tempo stesso ai bisogni educativi dei bambini e dei ragazzi. Non a caso storicamente, anche nella tradizione trentina, le scuole, a partire dalle “materne”, per proseguire con quelle dell’obbligo e la formazione professionale sono nate dall’iniziativa autonoma della stessa società civile, dalle comunità locali, dagli ordini religiosi, dalle associazioni di genitori e insegnanti e non, quindi, innanzitutto dall’ente pubblico, intervenuto piuttosto ad integrare e completare l’offerta laddove questa risultava carente. Oppure a sostenerla finanziariamente, come oggi è previsto appunto dalla legge provinciale varata l’anno scorso. Cosa significa questo? Significa che quella che potremmo chiamare la “scuola della società civile”, precede il servizio educativo erogato dai pubblici poteri sia sul piano dei principi che nei fatti. Ecco la prima ragione di fondo per cui le istituzioni scolastiche e formative create e gestite dalla società civile attraverso vari enti e associazioni no profit, hanno indiscutibilmente diritto di cittadinanza e titolo per beneficiare dello stesso trattamento riservato a quelle che dipendono direttamente dalla Provincia o dallo Stato. A ciò bisogna aggiungere che in Trentino le scuole paritarie godono di un largo e convinto apprezzamento da parte della popolazione, proprio per la funzione di pubblica utilità svolta da sempre e in virtù del servizio educativo di qualità prestato alle famiglie.
Ed è appunto questo diritto di cittadinanza nel sistema educativo pubblico del Trentino disegnato dalla legge provinciale 3 del 2006 che i promotori del referendum vorrebbero innanzitutto negare. Essi infatti non negano che possano esistere delle scuole non istituite e gestite dall’ente pubblico, ma pretendono di escludere questi istituti da qualunque forma di riconoscimento normativo. Non si tollera cioè che queste scuole svolgano un servizio di pubblica utilità e per questo il referendum chiede innanzitutto di togliere dal “piano provinciale per il sistema educativo” previsto dalla legge 3 il riferimento alla “rilevazione” sul territorio della presenza di istituzioni paritarie (questo avverrebbe appunto con l’abrogazione del comma 7 dell’articolo 35). L’inserimento degli istituti paritari nel piano provinciale per il sistema educativo implica, infatti, il piano riconoscimento non solo dell’esistenza di queste scuole, ma anche del loro diritto a non essere discriminate giuridicamente e finanziariamente rispetto a quelle direttamente gestite dall’ente pubblico. Di qui anche l’insistenza con cui nella campagna per raccogliere le firme necessarie per ottenere il referendum, i promotori hanno utilizzato l’espressione “scuole private” anziché la formula appropriata di “scuole paritarie”, per definire questi istituti. Operazione, questa, volutamente propagandistica e capziosa, perché chiunque conosca la realtà di queste scuole sa bene quanto siano profondamente diverse dagli istituti attivi sul mercato. Non solo perché, a differenza di questi ultimi, le paritarie sono scuole no profit che non producono alcun utile e i cui bilanci sono assoggettati per legge al controllo della Provincia, ma soprattutto per il carattere popolare di questi istituti, accessibili a tutti, comprese le famiglie che non potrebbero permettersi di pagare una retta elevata.
Se dovessero essere estromessi dalla pianificazione provinciale questi istituti, non beneficiando più dei contributi pubblici, avrebbero due sole strade possibili: quella di trasformarsi in scuole d’elite e quindi a pagamento, precludendo l’accesso ai più per motivi economici; oppure quella di chiudere. Non si vede in che modo l’una o l’altra di queste soluzioni potrebbe giovare al sistema educativo del Trentino. Di sicuro si registrerebbe la perdita di molti posti di lavoro del personale che attualmente opera negli istituti paritari, ma soprattutto gli studenti e le famiglie non avrebbero più la possibilità di scegliere liberamente un percorso educativo che finora si è sempre dimostrato sensibile e capace di corrispondere alle esigenze di quanti si sono rivolti ad esso. Un percorso educativo, quello messo a disposizione dalle scuole paritarie, che ha innegabilmente concorso alla crescita di una coscienza civica diffusa e alla maturazione personale e sociale di figure che hanno oggettivamente contribuito allo sviluppo complessivo del Trentino. Ciò prova che a questi istituti non appartiene in alcun modo quel profilo confessionale, ideologicamente chiuso e culturalmente “di parte”, artatamente attribuito ad essi dai promotori di questo referendum.
Per questi motivi l’anno scorso il gruppo consiliare di Forza Italia aveva sostenuto con il voto gli articoli, elaborati anche con il nostro contributo, che nella legge 3 sanciscono il coinvolgimento delle scuole paritarie, dei loro studenti e delle loro famiglie nel sistema educativo della Provincia autonoma di Trento. E per gli stessi motivi oggi ribadiamo il valore dell’articolo 76 – l’altra norma che i referendari vorrebbero abrogare – che attua semplicemente gli articoli 30 e 33 della Costituzione, vale a dire il diritto degli studenti delle scuole paritarie ad un trattamento equipollente e il diritto della famiglia ad essere sostenuta nell’adempimento dei suoi compiti educativi quando scelgono questi istituti.
Un ultimo rilievo. Il fatto che alcuni componenti dell’attuale maggioranza politica provinciale da cui era stata voluta la legge sulla scuola dell’anno scorso, oggi siano apertamente schierati a fianco dei promotori del referendum per abrogarne queste norme non certo secondarie, rivela quanto profonde e insanabili siano le divaricazioni interne all’attuale coalizione proprio su questioni come questa, della massima rilevanza sociale, culturale e politica per la nostra comunità. Una spaccatura questa che mostra ai cittadini del Trentino non solo la necessità, ma anche l’urgenza di voltare pagina e di accordare fiducia ad una diversa maggioranza, coesa su questo ed altri punti cruciali e decisivi per la qualità della nostra convivenza e lo sviluppo del nostro sistema.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Drodesera: un qualcosa (già ma cosa?)

Torno improvvisamente a scrivere per Libertà & Persona dopo un lungo periodo di assenza, spinto dalla voglia di rompere le uova nel paniere – lo pretende il mio ruolo di Gianburrasca – ad una certa “dittatura culturale” che con il totale sostegno finanziario (e non solo) della Giunta provinciale e la sfacciata complicità dei giornali locali (verrebbe quasi da dire “ufficiali” o “di Palazzo”), sponsorizza e promuove iniziative a dir poco discutibili e astruse come quella di seguito descritta.

Si tratta della presentazione della ventisettesima edizione della «rassegna artistica d’avanguardia» (così viene letteralmente definita) “Drodesera Fies”, che si aprirà venerdì 27 luglio alla Centrale idroelettrica, appunto, di Fies a Dro. Il programma è stato presentato nella sala stampa della Provincia autonoma di Trento dagli assessori alla cultura Margherita Cogo e all’innovazione e ricerca Gianluca Salvatori, dal direttore generale del Festival, Dino Sommadossi, e dal sindaco di Dro Vittorio Fravezzi.

Provate a contare se ci riuscite gli aggettivi e i sostantivi impiegati per tessere le lodi dell’iniziative, che mostrano fino a che punto il comunicato redatto e diffuso dall’ufficio stampa della Giunta Dellai e al quale – statene certi – i quotidiani e le tv daranno ampio spazio, si sbilanci a favore dell’organizzazione e della proposta, ideata si badi bene non dalla Provincia ma dalla famosissima cooperativa il Gaviale (e chi la conosce?).

«Un festival maturo con tanta voglia di crescere e di confermare la propria vocazione all’innovazione e sperimentazione, una rassegna artistica d’avanguardia che non si siede su se stessa e che continuamente riscopre la propria ragion d’essere nella ricerca di nuovi linguaggi e nuovi talenti. Drodesera Fies è questo e altro, rappresentazione delle metamorfosi del teatro, incontro ravvicinato tra pubblico e attori/artisti, contaminazione benefica e provocatoria delle culture e impresa economica. La ventisettesima edizione – venerdì 27 luglio l’apertura alla Centrale idroelettrica di Fies a Dro – è stata presentata stamane nella sala stampa della Provincia autonoma di Trento dagli assessori alla cultura Margherita Cogo e all’innovazione e ricerca Gianluca Salvatori, dal direttore generale del Festival, Dino Sommadossi, e dal sindaco di Dro Vittorio Fravezzi.

Dall’assessore Cogo il riconoscimento, non formale, del salto qualitativo che Drodesera Fies ha saputo costruire “mantenendo un budget limitato” e, parallelamente, della “grande responsabilità sociale” che Enel si è assunta ospitando il Festival nella centrale di Fies. Cogo ha ringraziato la Cooperativa Il Gaviale – organizzatrice della manifestazione in collaborazione con la Provincia e con il sostegno di Regione, Enel, Ministero per i Beni e le Attività culturali, il Comune di Dro, la Cassa Rurale Alto Garda e Ingarda e con il patrocinio dell’Ente Teatrale Italiano – e il Comune di Dro con il quale “c’è grande comunanza”.

Due gli auspici espressi dagli assessori Cogo e Salvatori: il primo, che Drodesera entri nel calendario della Biennale di Arte Contemporanea Manifesta 7, il secondo che sia compreso come questo festival debordi dalle pagine culturali e degli spettacoli dei giornali in quanto evento che è dentro i processi di innovazione territoriali del Trentino e che è esso stesso motore di ricerca, versante artistico dello stesso processo evolutivo che sta interessando il sistema trentino della ricerca.

Un Festival che è nell’orgoglio di una piccola comunità quale è Dro. “Il nostro obiettivo – ha spiegato il sindaco Fravezzi – è farlo crescere non solo sul piano dell’offerta e della fruizione culturale ma anche come centro di produzione artistica a livello internazionale”. Al direttore Dino Sommadossi il compito di illustrare questa ventisettesima edizione di Drodesera Fies, spiegando innanzitutto il sottotitolo: “Back to the forest” che accompagna l’immagine scelta, un maestoso cervo, per la “locandina”.

L’edizione di quest’anno, infatti, riprende il filo ideale tracciato lo scorso anno, quell’”arroganza della metamorfosi” che aveva portato danzatori e attori nella foresta per un rito iniziatico che li aveva trasformati. Ecco, “Back to the forest”, dunque, come “ritorno alle sensazioni provate nell’atto del cambiamento, come voglia di recuperare nuovamente qualcosa di ancora più legato al corpo, alla passione, al materiale. Un ritorno alle paure che aprono nuovi mondi, dentro e fuori, all’inquietudine che ci accompagna e che ci tiene all’erta, alle emozioni pure e pericolose.

HYBRIDS wamp Contemporary art/project V.M. 18 vuole presentare al suo pubblico la fusione esistente tra arte e pornografia. E’ un piccolo evento, e il risultato sarà quello della dinamica messa in moto dalle opere presenti, capaci di portare alla luce un qualcosa: le installazioni, le performance, gli incontri con critici e studiosi di arte contemporanea e le reazioni del pubblico alle azioni degli artisti, tutto questo “divenire” sarà Hybrids wamp, cosicché la sua reale essenza si rivelerà alla fine dei tre giorni e delle tre notti (2, 3, 4 agosto).

Il concept del progetto nasce dall’ascolto e dall’osservazione della nostra società, e prende la forma di Hybrids che, come evento pubblico, ritorna alla società stessa, ecco perché non nasce per scioccare, né per essere trasgressivo nei confronti della nostra cultura, perché già ne fa parte (entrate, aprite gli occhi e le orecchie, potete sopportarlo).

I ragazzi che lavoreranno a questo progetto speciale sono: Jürgen Brüning, Tatiana Bazzichelli , Gaia Novati “Porno Karaoke” prima nazionale il 2 agosto, Sergio Messina “Realcore la rivoluzione del porno digitale”; T.B.C “Il corpo del reato”, lavoro inedito site specific (3 agosto), Benedetta Panisson “Atto muto” installazione/lavoro inedito; Antonio Tagliarini love me love me (4 agosto), “Red District” riprese di Francesca Grilli, “festin rouge” del gruppo di architetti minove, “12 rooms> Playsex, she goes to Hollywood” di Rosario Fontanella “Josephine” di Letizia Renzini (dal 2 al 4 agosto).

Parte integrante e necessaria per l’intero progetto sono gli incontri nei giorni giovedì 2, venerdì 3 e sabato 4 agosto con artisti, critici e studiosi fra i quali Gianni Manzella saggista, giornalista, direttore della rivista Art’o, Andrea Lissoni critico, curatore, storico dell’arte e esperto di moving images, Tatiana Bazzichelli e Gaia Novati ideatrici del cum2cut festival, Jürgen Brüning direttore del Film Porn festival di Berlino, Gerardo Lamattina / T.B.C., Antonio Tagliarini performer, attore, danzatore, Benedetta Panisson performer e videoartista, Sergio Messina musicista, dj, performer, Pietro Gaglianò critico d’arte contemporanea con la conferenza “Guardami. L’artista come pornocrate. Dagli anni Sessanta a oggi”.»

Non so se siete riusciti ad arrivare in fondo cogliendo il “concept” .Se ce l’avete fatta converrete con me che si tratta di una prosa degna della migliore attualizzazione giornalistica del Ventennio.

Non avete forse provato anche voi scorrendo queste righe una qualche “Hybrids wamp”? E non vi siete sentiti percorrere da brividi di pura gioia apprendendo che il Trentino ospiterà questa “arroganza della metamorfosi”?

Tranquilli, perché “la dinamica dell’evento porterà alla luce un qualcosa” – ha spiegato Sommadossi – (ma cosa?) cosicché “la sua reale essenza si rivelerà alla fine dei tre giorni e delle tre notti”.

E poi quel che più conta è che l’iniziativa “nasce dall’ascolto e dall’osservazione della nostra società, e prende la forma di Hybrids che, come evento pubblico, ritorna alla società stessa, ecco perché non nasce per scioccare, né per essere trasgressivo nei confronti della nostra cultura, perché già ne fa parte (entrate, aprite gli occhi e le orecchie, potete sopportarlo).” Chiaro no?

Tutto ciò corrisponde naturalmente – come dubitarne? Si pensi anche soltanto all’”artista come pornocrate” – alla più genuina tradizione culturale e popolare degli abitanti di Dro e dintorni.

Si tratta, insomma, come diceva un mio amico sardo, di un’iniziativa “porno-sesso-ricreativa a fini didascalico-allegorici”, che gli assessori provinciali alla cultura e alla ricerca insieme all’orgoglioso sindaco di Dro hanno sentito l’irrefrenabile bisogno di benedire e raccomandare a tutti (tranne i minori di 18 anni).

Perdere o, peggio ancora, criticare a-priori questi spettacoli solo sulla base della loro presentazione alla stampa, equivale ad autorelegarsi nel più vieto oscurantismo cattolico e rimanere in balia di una cultura reazionaria.

Tuttavia, lo confesso: di fronte alla proposta di un “ritorno alle sensazioni provate nell’atto del cambiamento, come voglia di recuperare nuovamente qualcosa di ancora più legato al corpo, alla passione, al materiale. Un ritorno alle paure che aprono nuovi mondi, dentro e fuori, all’inquietudine che ci accompagna e che ci tiene all’erta, alle emozioni pure e pericolose”, io, l’estate, in ferie, preferisco i vecchi cari cori di montagna e le bande di paese. Buone vacanze a tutti.

Gianburrasca

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.