Piergiorgio Odifreddi e le odifreddure.

Piergiorgio Odifreddi è professore di Logica all’Università di Torino, collaboratore di “Repubblica”, “Espresso” e “Le scienze”: per queste sue qualifiche ci aspetteremmo un dottor sottile, che lavora di fioretto, che distingue e analizza con la precisione dell’orefice. Purtroppo, leggendo il suo “Il Vangelo secondo la Scienza” (Einaudi), l’impressione è assai diversa. Ci si trova infatti di fronte ad uno sfoggio di ostentata erudizione, al di là del quale mancano approfondimento e comprensione, ma non colpi di scure, o di vanga, come questo: “il cristianesimo è parte integrante del potere capitalista, razzista e sessista, e come tale andrebbe abbandonato” (p.131). Quello che sconcerta un povero cristiano come me, non è questa avversione alla religione, quanto il disprezzo per la logica, materia che Odifreddi bistratta oltremodo, senza considerare che alle sue spalle vive, guadagna, e ha acquistato la sua notevole fama. Il florilegio di assurdità, riguardo alle religioni, è troppo vasto, ma occorre analizzare almeno qualche punto. A pagina 11 ad esempio, vengono collegate tra loro, come fossero consequenziali, la dieta non vegetariana dei cristiani, con le “ideologie di potenza e di guerra” e con i monoteismi. Non solo si dà per scontato che chi non è vegetariano sia un maledetto oppressore e un potenziale omicida, ma anche che le ideologie contemporanee, “di guerra e di potenza”, cioè il nazionalsocialismo ed il comunismo, siano corollari della fede biblica, e non, come è storicamente certo, sue mortali avversarie. Forse l’Odifreddi dimentica che lo stesso Hitler, lungi dall’essere un feroce mangiatore di bistecche, era rigorosamente vegetariano, come molti membri delle Sa, e aveva promulgato leggi in difesa degli animali, proprio mentre legalizzava aborto, eutanasia e sterilizzazioni forzate. Proseguendo nella lettura si scopre, a pagina 12, che “l’uomo dei tropici vive già nel paradiso e la reincarnazione lo condanna a rimanerci: l’unica sua speranza di liberazione può dunque essere l’uscita dal gioco, quel nirvana che non è appunto altro che lo svincolamento dal ciclo delle nascite e delle morti”. La realtà è esattamente l’opposto: per il buddismo la vita terrena è paragonabile piuttosto all’inferno, e proprio per questo la reincarnazione, costringendo l’uomo a rimanervi, è una condanna. Del resto si noti l’assurdo logico secondo cui un uomo che vive “già nel paradiso”, dovrebbe cercare una “liberazione” da esso! Dal buddismo al cristianesimo, le modalità del professore di logica sono le stesse: non conosce, ma disquisisce. A pagina 37 si legge: “il fatto è che per Agostino, Dio ha creato non solo la materia, ma anche lo spazio e il tempo: egli sta dunque oltre l’eternità, che non è altro che una durata temporale infinita”. Tralasciando l’espressione “oltre l’eternità”, che difetta di significato, occorrerebbe forse sottolineare che la visione di Sant’Agostino è perfettamente compatibile con la teoria della relatività di Einstein: il tempo e lo spazio, ritenuti eterni dai greci, e quindi assoluti, sono invece relativi, sia per il creazionismo agostiniano che per la scienza. Ma soprattutto va notato che definire l’eternità come “durata temporale infinita” significa non distinguere il panteismo di Aristotele dal cristianesimo, né conoscere l’Agostino che si sta citando. Pur tuttavia, Odifreddi dovrebbe giungere al concetto cristiano di eternità con la sola logica: se Dio infatti ha creato il tempo, ne è, per così dire, fuori. Di conseguenza l’eternità non coincide con una “durata temporale infinita”, ma con l’assenza di tempo! L’ esperienza umana può dirci qualcosa al riguardo: l’uomo infatti proietta di norma le sue speranze e desideri nel futuro, a dimostrazione del suo essere fatto per qualcosa di “oltre”. Al contrario, allorché vive quegli istanti di gioia pura che per Teresa d’Avila erano segno e pegno, quaggiù, di una eternità felice, gode e vede solo l’istante presente, senza aspirare né al passato né al futuro: agogna, inconsapevolmente, all’assenza di tempo, cioè all’eterno presente del Cielo! Per concludere, il libro di Odifreddi offre anche qualche spunto interessante. Dopo un breve cenno all’abate Lamaitre, sacerdote tomista cui dobbiamo la teoria dell'”atomo primitivo”, poi detta del Big Bang, spiega che l’avversione ad essa da parte di Fred Hoyle, creatore di un modello alternativo, non aveva motivazioni scientifiche, ma ideologiche: “il Big Bang gli sembrava fornire un illecito supporto scientifico alla religione” (lo aveva già detto Einstein: il Big Bang è similissimo al Genesi). “Illecito”, si vede, per chi ha già deciso, e costruisce a posteriori modelli e “logiche”, che con la scienza e logica non c’entrano affatto. La storia di Hoyle, infatti è molto simile a quella di Odifreddi: uno scienziato che travalica nella filosofia, e che vorrebbe presentare come scienza anch’essa. La sua storia è infatti assai interessante: egli è l’inventore di un escamotage, per negare una teoria che gli appariva troppo creazionista, in quanto presupponeva che l’universo avesse cominciato ad esistere, in un istante di tempo che ha dato vita al tempo stesso, e che non fosse sempre esistito. Hoyle infatti oppose alla teoria del Big Bang quella dello “stato stazionario dell’universo”, che il celeberrimo fisico inglese J. Barrow descrive così: essa “fu il prodotto dell’immaginazione degli astrofisici T.Gold, H. Bondi e F. Hoyle, i quali cominciarono a pensarci sopra dopo essere andati a vedere “The Dead of Night”, un film che finisce ritornando al punto di partenza. E se l’universo fosse così? si chiesero i tre studiosi. Essi sapevano che l’universo si sta espandendo, ma non amavano l’idea che il cosmo avesse avuto un principio, come l’espansione implicava”. Così inventarono una ipotesi, da un film, per dire che l’universo non era nato una volta sola, ma continuava a rinascere, dall’eternità e per sempre, solo per opporsi al concetto di creazione, ma senza alcun fondamento: nel 1965 la loro ipotesi si rivelò definitivamente falsa e strumentale (J.Barrow, “Le origini dell’universo”, Sansoni). Un’altra volta analizzerò il nuovo libro di Odifreddi, “Perché non possiamo dirci cristiani, e meno che mai cattolici” (Longanesi), che inizia così: “cretino” deriva etimologicamente da “cristiano”, ed effettivamente tutti i cristiani sono dei cretini.

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Pacchetto Famiglia – La pag. 35 è stata illuminante.

Apprendo dai giornali che la Giunta provinciale ha varato in pompa magna il “Piano Famiglia”. Incuriosito dalla notizia, io che per natura sono un diffidente, vado a cercarmi il documento ufficiale contenente tutti i provvedimenti previsti. Non perché non mi fidi dei giornali, anzi, ma perché da buon controllone quale sono, voglio proprio vedere se la buona (e lo dico sinceramente) Dalmaso ha saputo cogliere la provocazione, che Dellai fece qualche mese fa dicendo: “I trentini devono fare più figli”. Con non poca fatica, riesco a mettere le mani sul tanto desiderato documento e mi addentro nella lettura di ben 47 pagine. Titolo: Piano degli interventi in materia di politiche familiari 2007-2008. Parto dall’indice e lo leggo tutto d’un fiato fino a pagina 35, poi sono costretto a fermarmi, mi alzo e apro la finestra, devo assolutamente prendere una boccata d’aria altrimenti rischio di ………. comunque per fortuna prendo una boccata d’aria. A pagina 35 c’è l’epifania, la manifestazione completa del Dalmaso-pensiero; è li in questa scarna paginetta che si coglie l’essenza di tutto il documento, la traccia che fa da leit-motiv al pacchetto. Solo li, capisco come ho fatto a leggere 35 pagine tutto d’un fiato senza ricordarmi nulla, senza capire in realtà che cosa introduca il Piano Famiglia, senza capire in che cosa consistano queste 23 azioni attivate. La pagina 35 è la vera pagina illuminante, quella che ti chiarisce il tutto, quella che ti da la chiave di volta interpretativa, il nocciolo del documento, e così come l’ho trovata, voglio riproporla a voi:

6.3 Accordo per iniziative contro la povertà e l’esclusione sociale delle famiglie

L’accordo prevede la realizzazione di misure di supporto e promozione (in aggiunta all’assegnazione del minimo vitale) a favore di nuclei familiari in particolare stato di bisogno, per aiutare singoli componenti e la famiglia nel suo insieme a:

? assumere consapevolezza delle proprie risorse e di quelle specifiche del contesto di appartenenza

? attivarsi con livello adeguato di motivazione per cercare di emergere dalla propria condizione di bisogno

? acquisire crescente autonomia economica e sociale.

Le parti che firmeranno l’accordo, s’impegnano nell’attivazione di azioni congiunte per la promozione delle famiglie in particolare stato di difficoltà per il perseguimento di una serie di obiettivi quali:

? far crescere la responsabilità sociale del singolo cittadino e della comunità attraverso le sue espressioni istituzionali e non;

? coinvolgere più soggetti nella costruzione di una rete di servizi e di risorse, che cooperi sinergicamente e che alimenti processi di sussidiarietà; erogare una misura economica spendibile per consumi alimentari a favore di nuclei familiari in particolare stato di bisogno;

? fare leva sul sostegno economico per attivare in modo costruttivo il beneficiario con il suo bagaglio di risorse e di relazioni;

? agire nell’ottica di promozione di cittadinanza attiva e non di mero assistenzialismo;

? attivare supporti di reti informali (Banche del tempo, …).

Ma la povertà e l’esclusione sociale si combatte con un accordo? Ma alla famiglia povera basterà che nell’accordo sia scritto che lei, la famiglia, deve assumere la consapevolezza delle proprie risorse. Poi c’è scritto, sempre nell’accordo, che deve acquisire crescente autonomia economica e sociale. Ma dai, forse se è povera ed esclusa lo sa benissimo da sola che deve accrescere la propria autonomia economica, ma forse quello che le serve è un aiuto, delle informazioni su come farlo, un sostegno chiaro e concreto con delle azioni precise, magari, tiro ad indovinare un aiuto a trovare un lavoro, o forse, un luogo dove poter lasciare i figli nel pomeriggio, o forse delle informazioni sui benefici dei quali potrebbe godere e per la mancanza di informazioni non ha mai chiesto. Mah ? Forse qualcuno potrebbe pensare che queste indicazioni non possono trovare spazio in un documento di indirizzo, ma allora mi chiedo perché fare un documento di 47 pagine per noi non dire nulla di preciso sugli interventi veri per porre rimedio a situazioni di difficoltà. Spero di essermi sbagliato e che invece il Pacchetto Famiglia possa realmente contribuire a migliorare la situazione di molte famiglie trentine in difficoltà, ma per me la pagina 35 è stata purtroppo illuminante.

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Corona’s, il materialismo senz’anima

Gli eroi negativi veri possiedono una loro (perversa) grandezza. Sanno che cos’è il bene, sanno che cos’è il male, se ne pongono al di sopra e liberamente precipitano nell’abisso. Il loro cuore comunque palpita. All’incontrario, ma palpita. Per questo possono suscitare fascino, sia pure malsano. Fabrizio Corona, invece, provoca un senso di smarrimento e di vuoto. A leggere i frammenti di frasi che le intercettazioni gli attribuiscono, il paparazzo di Vallettopoli non appare al di sopra del bene e del male, ma di fianco. Semplicemente se ne frega. Non conosce né vette né abissi. Dev’essere proprio corazzato, le emozioni non riescono neppure a sfiorarlo, se può pensare di far indossare a un fresco vedovo come Azouz, al funerale della moglie e del figlio massacrati a Erba, la maglietta con il logo del suo studio. “Sì, sono proprio un pezzo di m… – dice di se stesso – rovino la vita agli altri”. Dunque se ne rende conto.
Perché non smette? Se fosse un vero eroe negativo che sceglie consapevolmente il male, proverebbe gusto sempre e solo per rovinare la vita agli altri, quindi non contemplerebbe l’ipotesi di smetterla. Invece Corona ha un obiettivo nella vita: accumulare abbastanza denaro: “Appena farò tanti altri soldi, mi ritirerò”. Né si può accampare la scusa che nessuno glielo dicesse. “Che mostro ho creato”, commenta a voce alta Lele Mora convinto, a torto o a ragione, che Corona non possa essersi fatto da sé, forse perché nessuno nel mondo artificiale dello spettacolo può – nella prospettiva Lele-centrica – farsi da sé, poiché soltanto Mora crea (e distrugge). Corona è perfettamente consapevole della disapprovazione della moglie Nina Moric: “Le faccio schifo”. Ma, appunto, basta avere un po’ di pazienza, “tre anni, faccio i soldi, vado in America e apro un ristorante, “Il Siciliano””. Pure questa però sembra una decisione soltanto sua, non comune di lui e Nina, insieme, un sogno condiviso al quale dedicare qualche anno di schifezze.
Se – e sottolineiamo se – le intercettazioni corrispondono al vero, e il personaggio Corona dei dialoghi corrisponde al Corona reale, siamo di fronte al perfetto campione dell’individualismo senz’anima. L’individualista ha una concezione tolemaica dell’esistenza: io sto al centro e tutto il resto mi ruota attorno. Le persone non sono persone ma oggetti, quindi sono manipolabili, da vendere e comprare. Il suo è il materialismo perfetto, perché privo di ogni traccia di pensiero, coscienza, scrupolo e rimorso. Apri la pagina di giornale, cominci a leggere e avverti una folata di gelo.
Naturalmente l’individualista perfetto riesce a mietere vittime perché gode di innumerevoli complici, consapevoli e inconsapevoli. Sono complici consapevoli gli aspiranti divi e divette che stanno al gioco del finto scoop, della foto compromettente rubata e del ricatto. Sono complici consapevoli i rotocalchi che foraggiano e incoraggiano Corona e divi e dive. Sono complici (speriamo) inconsapevoli gli italiani che si abbeverano golosi alle pagine rigurgitanti gossip e scoop, affollandosi agli innumerevoli buchi della serratura colorati e piccanti. Complici, perché tutto pare sia domanda e offerta, e l’individualista perfetto offre se qualcuno domanda. Poiché anche la perfezione può corrompersi, possiamo solo augurarci che Corona un giorno non lontano mormori: “Che cosa combinai? Mi dispiace”. Quel dì saremo felici di risponderli: “Bentornato tra gli esseri umani”.
(Da “Avvenire” del 14 marzo 2007).

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Ru 486. In Trentino un triste primato

Il recente plauso con cui è stato salutato l’uso nella sanità trentina della cosiddetta Ru 486 mi ha fortemente incuriosito. Certamente ribadisco la mia netta contrarietà a tale pratica, ma mi è sembrato opportuno e anche doveroso cercare di saperne di più. Non è facile addentrarsi in tematiche di tal fatta, ma ritengo che le valutazioni e la documentazione che ho trovato sull’argomento, sebbene non certo esaustive, possano essere un utile contributo per rendersi conto di cosa si tratta. Dunque il nostro sistema sanitario detiene un primato nel campo dell’aborto chimico. In pochi mesi sono stati realizzati 100 aborti con l’ormai famosa Ru 486. Un risultato non da poco per la nostra sanità che continua ad importare questo farmaco dalla Francia. Perché? Perché la Ru 486 non è registrata in Italia, in quanto la casa produttrice non ne ha mai fatto richiesta, e c’è il timore che la pillola abortiva non supererebbe tutte le sperimentazioni richieste nel nostro Paese, tanto con un governo di centro destra quanto con uno di centro sinistra, da cui è appena arrivato un ulteriore stop agli entusiasmi. Non si riesce a trovare nessuno disposto a produrre la Ru486, e la casa che l’ha inventata ha addirittura ceduto gratuitamente i diritti, perché la “pillola” non è affatto innocua e indolore come si vuol far credere. Infatti anche negli Usa è stata approvata dalla Food and Drug Adiministration (Fda) con un escamotage: presentarla come un farmaco salvavita, per il quale sono ammessi anche effetti collaterali molto gravi. Oggi la Ru 486 negli States è sottoposta a continue critiche: porta una banda nera ed è dotata di un bugiardino che mette chiaramente in guardia da numerosi effetti collaterali (tra l’altro vieta l’utilizzo della pillola per chi abiti lontano da un ospedale o non sappia guidare: infatti è frequente il caso di improvvise emorragie). Infatti la Fda ha dovuto ammettere numerosi casi di morte in seguito all’uso di tale pillola: il caso più famoso è quello di Holly Patterson, una ragazza minorenne che ingerì la pillola, credendo che fosse la cosa più facile del mondo, e ci rimase. Da allora, nella sola California, sono venuti alla luce almeno 5 casi di morte, a cui se ne sono aggiunti molti altri. Si ricorda anche la morte di un’altra giovane, la figlia del dottor Sicard, la più alta autorità di bioetica in Francia. Del resto basta recarsi nel sito americano della Fda per constatare quanto detto. Oppure si può visitare il sito della Danco, l’industria farmaceutica che produce la pillola, per trovare oltre 600 testimonianze di donne che ne denunciano gli effetti collaterali: si va dalle emorragie al vomito, agli aumenti della pressione ai dolori e crampi addominali fino alle infezioni pelviche o genitali. Talvolta la Ru 486 fallisce rendendo così obbligatorio anche l’intervento chirurgico. Il farmaco mette inoltre a rischio la possibilità di gravidanze future. Desta quantomeno forti perplessità pensare che un veleno potente al punto da uccidere un embrione già formato, non abbia controindicazioni per la donna, che quel veleno riceve. Una delle riviste più autorevoli in campo medico, il New England Journal of Medicine, ha dimostrato con una ricerca del 2005 che, a parità di età gestazionale, la mortalità della donna per aborto con Ru 486 è ben dieci volte superiore rispetto a quella con tecnica chirurgica. Non è difficile da capire: mentre l’intervento chirurgico, che dal punto di vista morale è assolutamente equivalente, dura una sola seduta, nel caso dell’aborto chimico si richiede che la donna assuma la Ru 486 in presenza del medico, poi dopo 24 ore ritornerà in clinica per assumere la prostaglandina, e quindi nella maggior parte dei casi dopo 12-24 ore avrà violente contrazioni uterine che espelleranno l’embrione dall’utero. Il protocollo seguito per l’aborto chimico richiede molti più incontri tra il personale sanitario e la donna rispetto a quello chirurgico, la permanenza in ospedale per almeno tre giorni consecutivi e una vista di controllo al quattordicesimo giorno. Concludo avvertendo che questo non è, come sicuramente qualcuno mi rinfaccerà, facile “terrorismo psicologico”, ma un semplice attenersi alla realtà dei fatti e dei dati. Si enfatizzano spesso, per tutelare la salute e l’ambiente dall’immissione di sostanze innaturali, i principio di prevenzione e precauzione. Giustissimo. Questa della pillola Ru 486 è un’ottima opportunità, considerata anche l’autonomia del Trentino, per applicarli.

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La coscienza ferita

L’intervento che Benedetto XVI ha tenuto ai partecipanti all’assemblea generale della Pontificia accademia della vita, ancora una volta rivela il ruolo profetico che questo Papa sta assolvendo rispetto ad un mondo sempre più smarrito e animato da spinte individualistiche, preoccupante indizio dell’avanzare di una cultura della morte.
Il sommo Pontefice innanzitutto richiama il ruolo della coscienza cristiana e della necessità di rafforzare la sensibilità di quest’ultima nei confronti del diritto alla vita.
Proprio per fare questo il Papa ha richiamato l’importanza di una coscienza ben formata, capace di orientarsi attraverso il lume della ragione naturale, nell’intricata trama dei problemi che le nuove mentalità emergenti ci pongono di fronte. Il quadro generale è ulteriormente aggravato in ragione degli sviluppi sempre più imprevedibili legati alle scoperte in campo biotecnologico e alla nuove tecniche di fecondazione assistita. Osserva il pontefice: ” la coscienza deve essere illuminata per distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò.”
Purtroppo però, davanti a tali sfide la coscienza dell’uomo comune, sia esso credente o meno, appare impreparata.
Perciò il Papa richiama alla nostra memoria la definizione di coscienza così bene espressa al n.1778 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Si tratta di una definizione fortemente laica, cioè condivisibile da tutti, eccola: ” La coscienza è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo, o ha compiuto. In tutto quello che dice e fa, l’uomo ha il dovere di seguire ciò che sa essere giusto e retto.”
Osserva al riguardo il Papa: ” Da questa definizione emerge che la coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve innanzitutto basarsi sul solido fondamento della verità…per riconoscere il vero valore delle azioni. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile.”
La difficoltà di un’impresa di questo tipo risiede in primo luogo nel fatto che persino dentro la Chiesa molti pastori hanno rinunciato al faticoso percorso della ricerca del vero, piegandosi alle seduzioni del pensiero dominante. Un pensiero che è tutt’altro che razionalmente fondato. Anzi, l’uomo contemporaneo sembra sempre più essersi allontanato dal gusto della riflessione, e questo perché, in fondo, per molti la verità non esiste, esistono soltanto diverse opzioni culturali più o meno legittime.
Nel libro di C.S.Lewis, Le lettere di Berlicche, un apprendista diavolo si dice preoccupato che persone troppo intelligenti leggano gli antichi libri dei sapienti, in tal modo avvicinandosi alla verità. Alla paura del giovane demone, Berlicche, diavolo di rango superiore gli risponde osservando come gli uomini siano interessati solo alla storia e non alla verità. La stessa osservazione è svolta nel romanzo di Umberto Eco, Il nome della Rosa, in cui leggiamo: ” L’unica verità significa liberarsi dalla morbosa passione per la verità.”
Ma dove la ricerca del vero venisse meno, sul piano sociale, sul piano dei costumi e dei comportamenti vedremo via via emergere ed affermarsi abitudini che scaturiscono essenzialmente da due principi: il principio di maggioranza e il principio della forza. Entrambi trarranno la propria forza dalla capacità di persuadere, di sedurre, di orientare l’opinione pubblica. Quando era ancora cardinale Joseph Ratzinger scrisse nel bel volume, Fede Verità, Tolleranza: ” Se l’uomo è escluso dalla verità, allora orami è solo il casuale, l’arbitrario, a dominare su di lui. Perciò non è fondamentalistico, ma un dovere dell’Humanitas difendere l’uomo dall’accidentale o casuale fattosi assoluto e restituirgli la sua dignità, che consiste proprio nell’impossibilità in ultima analisi, da parte di qualsiasi istanza umana, di dominare su di lui, poiché egli è aperto alla verità stessa.”
L’uomo dunque è costitutivamente un essere aperto alla verità.
Proprio per questo diviene essenziale rieducare la coscienza. Il Papa nel sottolineare questa opera svolge pure un’importante osservazione metodologica: “(…)non ci si può accontentare di un fugace contatto con le principali verità di fede nell’infanzia, ma occorre un cammino che accompagni le varie tappe della vita, dischiudendo la mente e il cuore… in mancanza di una formazione continua e qualificata diventa ancor più problematica la capacità di giudizio nei problemi posti dalla biomedicina in materia di sessualità, vita nascente(…)” Quello che Benedetto XVI ritiene fondamentale è un impegno costante di tutti, laici e presbiteri al fine di compiere un’opera di approfondimento, con il supporto di filosofi, scienziati, teologi e specialisti, che consenta alla comunità cristiana di crescere nella consapevolezza del vero. E tutto ciò sarà bene avvenga con il supporto delle parrocchie e a sostegno delle famiglie e delle nuove generazioni.
Quello che la cultura dominante sembra volere affermare è in sostanza questo: non esiste alcuna verità, perciò il soggetto plasmerà la propria esistenza muovendo da criteri puramente soggettivi, tanto più validi, quanto più saranno immuni da ogni condizionamento del passato e della tradizione.
In tutto ciò il criterio della ragione che cerca la verità viene depotenziato rivelando un sostanziale pessimismo nei confronti della capacità umana di orientarsi secondo categorie quali i concetti di bene e di male.
Osserva ancora argutamente il Papa: ” Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori(…) occorre rieducare al desiderio della verità autentica, alla difesa della propria libertà di scelta. ”
La libertà di scelta, ecco il problema. Nella prospettiva cristiana essere liberi significa corrispondere alla propria natura più profonda, non affermare in astratto la propria autonomia svincolandola dal reale.
Un certo pensiero liberale, invece, vede nell’io un valore assoluto, tanto da affermare che la libertà di ciascuno finisce dove comincia la libertà dell’altro; ma in questo modo l’altro non è più vissuto come un fratello, bensì come un limite, perciò sarò portato ad erodere quanto più possibile i diritti dell’altro, magari appellandomi alla legge. L’altro non mi apparirà più nella sua concretezza personale ma attraverso la convenzione del diritto. Non accade forse questo con l’aborto, o con l’affermazione del diritto ad un figlio a qualsiasi costo? Ancora il Papa sempre relativamente alla distorta idea di libertà propria del liberalismo osserva nel libro La Chiesa: “la coscienza -nell’idea liberale- ( il corsivo è mio) non apre la strada al cammino liberante della verità, la quale o non esiste affatto o è troppo esigente per noi. La coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità, essa si trasforma nella giustificazione della soggettività.” E ancora : ” L’essere convinto delle proprie opinioni così come l’adattarsi a quelle degli altri, sono sufficienti. L’uomo è ridotto alle sue convinzioni superficiali”. Riemerge in questo testo del 1991 l’idea che l’abbandono della ricerca del vero e la riduzione della coscienza al puro sentire, privino in definitiva l’uomo della libertà di autodeterminarsi liberamente.
L’uomo contemporaneo è via via stato privato delle proprie radici, della propria storia, della propria verità tradizionale dal progressivo avanzare della società secolarizzata e materialista; un “buon” contributo in tal senso è venuto dalla tradizione giacobina, quindi dal marxismo per poi sfociare nell’opprimente ideologia occidentale sostanzialmente fondata sul denaro.
Tutto questo ha operato lo sradicamento e la riduzione della coscienza personale ad uno sfondo sul quale si imprimo le ombre di chi detiene il potere reale di condizionamento.
L’uomo senza radici ha visto crollare ogni certezza, ha visto demolire tutti quegli ordini, quelle usanze, quelle sapienti tradizioni, quei legami comunitari che lo proteggevano e lo rendevano capace di opporre un’idea, una concezione del mondo all’invadenza delle ideologie. Il contadino della Vandea o l’insorgente altoatesino, non conoscevano Diderot e Voltaire, nulla sapevano di principi astratti, eppure avevano una precisa idea di verità e di mondo. Perciò avvertirono immediatamente la forza dirompente e anticattolica dei principi rivoluzionari. Oggi, L’italiano medio viene invece costantemente manipolato ed è ormai incapace di riconoscersi come parte di un tutto; ogni autorità è stata offesa, la coscienza è stata manipolata, egli è stato ridotto allo stato di inerte consumatore, egli fatica a riconoscere persino l’ovvietà del valore del matrimonio, della fedeltà, dei figli, della parola data, del diritto ad un padre ed una madre. Egli non pensa più se non in termini di utile, perché ha perso ogni radice che lo connetteva alla natura e pertanto alla realtà.
Simon Weil scriveva: ” Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana(…)mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una comunità, che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Ad ogni essere umano appartengono radici multiple . Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente.”
Ma, sono proprio questi ambienti, le comunità di vita, le più prossime aggregazioni sociali, a non esistere più o ad essere in forte crisi. E questo perché l’individuo le rifiuta in nome della propria autonomia. Così, attraverso la perdita delle proprie radici, l’uomo stesso si offusca, scompare, perde d’importanza in quanto essere irripetibile, solidale, legato ad un destino comune con i propri fratelli.
Ancora Simon Weil: “Il potere del denaro e la dominazione economica possono imporre un’influenza straniere al punto da provocare la malattia dello sradicamento.”
E’ a questo che si oppone la Chiesa, attraverso la voce del suo sommo Pontefice e per questo dovremmo esserle tutti grati.
Ma facciamo un esempio, per concludere le nostre riflessioni. Partiamo da una verità che la ragione, se ben usata, rivela a tutti : la naturalità del matrimonio. Con l’unione matrimoniale l’essere umano ha voluto formalizzare un dato meraviglioso, l’incontro fra un uomo e una donna che si innamorano. Storicamente il matrimonio ha protetto gli amanti dalla loro stessa fragilità, spingendoli verso un impegno dotato del carattere della definitività. Solo in tal modo l’innamoramento, che accade con la naturalezza di un fenomeno della natura, ha potuto trasformarsi in amore e costituire il nido per la crescita dei figli.
Tutto questo è accaduto lungo il corso di centinaia d’anni con l’apporto determinante della teologia cattolica che ha contribuito a rafforzare un’idea d’amore che non vedesse la donna perennemente in una condizione subordinata e perciò esposta alle bizze del maschio.
Innamorasi è facile, amare è difficile, ma il buon uso della ragione che riconosce la naturalità dell’unione uomo-donna scopre con il tempo verità sempre più significative. L’agire umano in tal senso, anche in questo ambito, opera per introdurre ordine, disciplina e regole dentro un’armonia naturale che altrimenti risponderebbe solamente ad una logica deterministica, ovvero priva di libertà.
La ragione umana, supportata dalla grazia -per chi crede- ha dunque strutturato il mondo, scoprendo via via molte verità essenziali.
Oggi sta accadendo un fenomeno di segno contrario, assistiamo cioè alla destrutturazione, alla “liberazione” dell’individuo da ogni valore e vincolo. L’uomo contemporaneo dotato di un potere tecnologico smisurato, sta tornando, sul piano morale, ad essere un primitivo.
Si esaltano gli eccessi, le droghe, una sessualità depravata e senza alcun legame con l’affettività e la moralità. Si esalta l’apparenza, il momento, gettando discredito verso la storia, la pacata riflessione.
Nel contempo la natura umana e non, viene interpretata come un laboratorio sul quale compiere esperimenti, basti pensare agli scenari aperti dalla fecondazione artificiale e dalla manipolazione genetica.
Così, il diritto naturale, che aveva rivelato all’uomo la forza e l’importanza dell’unione matrimoniale, viene negato. E la famiglia è abbassata al rango di un’unione possibile, ma non necessaria, senza alcun titolo che la qualifichi quale realtà da privilegiare e proteggere. Chi deve essere protetto-secondo tale prospettiva- è l’individuo, il suo diritto, contro tutto ciò che lo trascenda e lo impegni.
Così la realtà naturale è negata e l’amore abbandonato a se stesso, ai propri limiti, alla propria precarietà, si perde. E il dettame della retta ragione che il Papa voleva, senza compromessi, senza contraddizioni, senza tradimenti, si sfalda.
Il giovane, non riconosce più attorno a sè il faticoso cammino degli uomini per i quali la famiglia è sacra perché vera e vera perché bella, ma vede soltanto rovine, passioni, cedimenti.
Così le ultime balzane idee, che trasformano un fenomeno marginale -quale le unioni di fatto- in un manifesto teso ad affermare “l’amore liquido”, appaiono agli sprovveduti italiani come una conquista di civiltà.
Ma essi non sanno e non vedono, perché la forza della coscienza educata è stata scalfita; piuttosto essi gioiscono proclamando i Dico un passo verso l’equiparazione dei diritti.
Ma la civiltà esiste soltanto dove esista una patria, una tradizione, un popolo, un sentire comune, una fede comune. Altrimenti, resta la massa amorfa, formata da individui che neanche più si riconoscono, bambini capricciosi – vuoi abulici vuoi super attivi- ma comunque e sempre soli.

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Dalla parte del torto..conservatori e progressisti…

Ci sono dei pregiudizi enormi che dall’età delle rivoluzioni ci portiamo addosso: che la morale sia noiosa, che la logica ci ingabbi, che il bene sia banale e non appagante, che “conservare” significhi immobilità e staticità infelici. Questi pregiudizi si sono cristallizzati nella comoda classificazione che divide l’umanità in “conservatori” e “progressisti”. I primi sarebbero vecchi di spirito, misoneisti, stanchi ripetitori di idee e di azioni senza splendore. I secondi, invece, creatori vitali, intraprendenti, al passo coi tempi, verso un futuro sempre migliore del presente e del passato. I primi crederebbero in valori troppo antichi, monotoni nella loro eternità, da Antigone ai pro life; i secondi sottoporrebbero tutto al vaglio della ragione, dubitando “allegramente” perfino delle tabelline o della legge di gravità. La realtà, a me, pare diversa. Mi sembra che i conservatori, se la definizione ha un senso, potrebbero difendersi: conservare può anche significare sorprendersi dell’esistente, approfondire un dato di fatto, riscoprirlo ogni volta, spolverare di continuo una realtà positiva, spesso coperta dalla polvere dell’abitudine, per riportarla alla luce, per renderla più luminosa e via via più comprensibile ed amabile. Per il conservatore la realtà è data, ma non per questo esaurita: si ammanta di luci e di ombre, di intelligenza e di mistero. A lui tocca starci, partendo da un atto di fede, verificabile nell’esperienza: che starci, appunto, sia più bello, sia più vero, più umano; che sia il compito dell’uomo, e, nello stesso tempo, la sua realizzazione e la sua felicità. Per il conservatore il dovere e il piacere non sono disgiunti, perché la realtà non è schizofrenica: divertirsi non è devertere, ma rimanere sulla strada, on the road, cogliendo meglio il piacere del sole che ci sta davanti e dei fiori che si trovano ai bordi del cammino. Per il progressista invece la realtà non basta. Occorre sempre sfuggire, viaggiare altrove, cosmopolita e non patriota, trasgressivo e non fedele. Progredire, in questo senso, è sbarazzarsi al più presto della realtà data, in nome dell’utopia. E’ far tabula rasa, anche violentemente, per ricostruire, e, ricostruendo, cambiare il progetto, ogni momento, passando avanti. “Tutto ciò che esiste- scriveva il giovane Marx- merita di essere distrutto”: perché nulla soddisfa e nulla è degno di essere come è, di avere una precisa conformazione, una identità, una essenza stabili. In religione il progressista crede nel materialismo, o nel deismo (illuminismo), poi nella dea Ragione, o nell’Ente supremo, poi di nuovo nell’ateismo marxista, e infine nel politeismo new age: crede a tutto perché non vuole credere a nulla, così come abbraccia tutte le utopie e ideologie, intercambiabili a tempi alterni. Riesce ad essere positivista e spiritista come Doyle o Lombroso; pacifista e poi interventista, socialista massimalista e poi fascista come Mussolini; fascista e poi comunista come Curzio Malaparte e il grosso degli intellettuali italiani del dopoguerra; comunista stalinista e poi liberal-radicale, come molti Ds… Riguardo all’amore il conservatore gode e soffre della grandezza misteriosa dell’incontro con l’altro: ritiene che nell’amore vi siano non solo istinti, o reazioni chimiche di simpatia, ma una disegno più grande, che spetta anche a lui realizzare, delineare, mantenere nel suo splendore, per approfondirlo. Non gli basta una vita per capire la moglie, o il figlio, il loro essere “suoi” e altro da lui, nel contempo dono e “conquista”. Si stupisce di fronte alla nascita di un figlio, come dinanzi a qualcosa di cui è protagonista ma non l’autore, di cui è beneficiario, ma non padrone. Per questo prova un naturale senso di gratitudine nei confronti della vita. Il progressista invece crede nel “libero amore”. Crede cioè che l’amore sia libero da se stesso, un libero scorrere, fluire di emozioni, soprattutto sensibili, che vengono, passano, e magari non tornano: crede che la fedeltà sia un vincolo opprimente, che assecondare sempre il proprio desiderio sia trovare la propria felicità. Soprattutto, per concludere, il progressista crede nel progresso dell’Umanità e delle masse: è quasi generoso, nel non credere o nel non lavorare per il proprio. Il conservatore confida meno in tutto questo, e nel bene promesso dalle gazzette ufficiali: dubita di se stesso, più che della realtà, e il suo progresso è prima da dentro che da fuori, prima personale che politico, prima spirituale che materiale. Analogamente il senso della vita, per lui, va ricercato, trovato e vissuto, piuttosto che inventato, ripudiato, e, di volta in volta, reiventato.

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“Libertà e Persona” tra la gente

Grande successo ha riscosso l’iniziativa promossa dal Direttivo di “Libertà e Persona” di organizzare un gazebo in centro a Trento, sabato 10 marzo 2007, a sostegno dell’appello “Dico no, famiglia sì”, già presente sul sito dell’associazione e sottoscritto, ad oggi, da oltre 220 persone. “Libertà e Persona” ha voluto in questo modo proporsi alla comunità trentina come punto di riferimento culturale e politico per sostenere la battaglia in difesa della famiglia naturale e dei valori che essa rappresenta e ha rappresentato in passato per la nostra civiltà. Nonostante il vento impietoso che ha flagellato la città, il gazebo ha attirato moltissime persone, semplici cittadini, ma anche esponenti politici; al termine della giornata sono state distribuite quasi mille copie del sopra citato appello e 115 persone hanno apposto la propria firma a testimonianza di una convinta adesione. Vi è un aspetto certamente importante che merita di essere evidenziato e che ci incoraggia e sprona ulteriormente a proseguire nelle nostre proposte e nelle nostre iniziative: il gran numero di giovani che hanno voluto manifestare la loro condivisione dei contenuti presenti nel documento di “Libertà e Persona” e che hanno firmato l’appello. Un bel ritratto di una gioventù, troppo spesso ricordata solo per episodi di cronaca nera o comunque poco edificanti, ma che non rispecchiano in toto un mondo giovanile che ha, invece, bisogno di occasioni, buoni maestri e proposte, culturali, educative, politiche, che sappiano rispondere alla pressante richiesta di dare senso e contenuto alla vita. Concludendo, un ringraziamento sincero da parte del Direttivo a tutti gli amici che hanno collaborato all’organizzazione della manifestazione, sia dietro le quinte, sia scendendo in piazza; una menzione particolare ai rappresentanti del gruppo giovani di “Libertà e Persona” e agli amici di “Trento Azzurra”, i quali, oltre a mettere a disposizione il gazebo e le attrezzature di supporto, hanno voluto trascorrere con noi tutto il pomeriggio.

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Dico no, famiglia sì.

APPELLO

In un momento di progressiva precarizzazione della vita umana, consideriamo essenziale sostenere la famiglia intesa quale comunità naturale fondata sul matrimonio. Riconosciamo altresì la necessità e il dovere da parte delle istituzioni pubbliche di garantire i diritti inalienabili dei singoli cittadini in quanto persone, senza alcuna pregiudiziale relativa al sesso, alla razza o alla religione. Riteniamo che le istituzioni siano chiamate ad armonizzare i diritti individuali con le esigenze della comunità. Perciò rigettiamo un’idea di libertà che non tenga adeguatamente conto delle comunità naturali ove la persona si realizza, la prima delle quali è la famiglia. Siamo inoltre convinti che il riconoscimento pubblico del rapporto uomo-donna così come concepito dal diritto matrimoniale vigente, rappresenti la forma giuridica da cui sono meglio tutelati i singoli, gli eventuali figli, la coesione e la stabilità stessa del corpo sociale. Occorre evidenziare che oggi il diritto privato offre gli strumenti legali, laddove si ravvisi l’esigenza di superare eventuali discriminazioni patite da singoli individui, per risolvere i problemi senza mettere per questo in discussione la centralità della famiglia. Sottoporre ad un’apposita disciplina statale modalità di unione temporanee fra due persone, tende inevitabilmente a promuovere forme di convivenza precarie, incoraggiando così la disaffezione nei confronti della famiglia. Non si possono poi sottovalutare le ripercussioni negative che una simile legge avrebbe sia sull’insufficiente tasso di natalità del Paese, sia per l’ulteriore indebolimento della responsabilità educativa degli adulti verso le nuove generazioni. Infine, di fronte alle complesse questioni da cui è attraversata oggi la società italiana, la vicenda delle unioni di fatto appare obbiettivamente sovraesposta rispetto alla limitata consistenza del fenomeno. Si tratta di evitare che preconcetti di tipo ideologico ne ostacolino una serena valutazione. Da questo punto di vista non possiamo che manifestare la nostra contrarietà alle pressioni esercitate da quanti auspicano e sollecitano attraverso i mass media, anche nella nostra Regione, la rapida approvazione del decreto governativo sui Dico, sia perché è sbagliato affrontare sbrigativamente una questione delicata come questa, sia in quanto la priorità e l’urgenza vanno piuttosto accordate a nuove politiche di sostegno alla famiglia. Sono questi gli argomenti che ci spingono a dichiarare pubblicamente il nostro “no” alla proposta di legge in materia di convivenze, e a ribadire al tempo stesso il nostro “sì” all’introduzione, anche a livello provinciale, di misure più adeguate per favorire la scelta del matrimonio e incentivare la stabilità dei nuclei familiari. Per le stesse ragioni invitiamo tutti a sottoscrivere questo appello.

Il direttivo di Libertà e Persona

Marco Luscia

Paolo Zanlucchi

Luca Trainotti

Francesco Agnoli

Giuliano Rigoni

n.b. per sottoscrivere l’appello è necessario scrivere nel commento: Nome cognome città e/o professione ed indicare l’inidirizzo e-mail.

Per evitare confusione in questo post si possono mettere solo le adesioni all’appello, inserendo i dati sopra descritti ed al limite un breve commento. Sotto trovate un altro post dove è possibile inserire commenti in merito.

Vedi l’intervento del Vescovo Luigi Bressan

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Gazebo: Dico no, famiglia si.

Sabato 10 marzo, abbiamo organizzato un gazebo per la raccolta firme all’appello "Dico no, famiglia si." Saremo in via Manci, difronte all’UPIM dalle 15:00 alle 19:00. Ringraziamo quanti volessero dare la propria disponibità ad aiutarci nel volantinaggio o nel parlare con i passanti spiegando le ragioni dell’appello.

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La Verità, non l’autorità, fa la legge. Considerazioni sul diritto.

Tra i valori in cui il nostro tempo afferma di riconoscersi possiamo notare che manchino di fatto sia la legge che la verità. Formalmente è accettato il principio del governo della legge – che, come si sa, è molto antico, teorizzato già da Platone e da Aristotele – dal momento che il nostro ordinamento giuridico è concepito come stato di diritto, ovvero come uno stato in cui i rapporti intersoggettivi e le manifestazioni di volontà dell’autorità costituita devono avere luogo secondo la forma stabilita o sanzionata, cioè approvata dalla legge. Legge intesa in senso formale, cioè come deliberato di un’assemblea legislativa eletta a suffragio universale. Però questo riconoscimento del governo della legge in senso formale (qui la legge è tale solo in senso formale, cioè la legge è legge per la forma in cui viene emanata), è esso stesso formale perché non sembra più avere luogo in senso sostanziale, cioè nella coscienza degli individui sottoposti alla legge. Infatti, una prima cosa da notare è questa: che la legge posta dall’autorità legittima ci obbliga e ci costringe già per il solo fatto di esistere. E questo essere obbligato dalla semplice esistenza della legge, l’uomo contemporaneo non lo vuole più accettare. Non vuole alcun limite alla propria libertà individuale per cui l’atteggiamento spirituale del mondo moderno è quello di obbedire alla legge solo se ci trova il proprio utile, la propria convenienza. Diciamo in sostanza che l’uomo contemporaneo rifiuta il principio del governo della legge così come rifiuta il principio di autorità. ? una delle cose più normali oggi sentir negare il principio di autorità: non bisogna costringere, non bisogna imporre niente a nessuno.
Ora, anche la legge in senso formale è pur sempre espressione del principio di autorità. Naturalmente questo atteggiamento dell’uomo contemporaneo è sbagliato, in quanto il principio di autorità non è incompatibile con l’idea di libertà, ma è incompatibile con l’idea di una libertà senza limiti, quale viene professata dall’uomo contemporaneo. Bisogna quindi dire che l’accettazione dell’antico principio, secondo il quale la legge posta dall’autorità legittima deve governare la nostra vita temporale, comporta l’obbedienza alla legge in quanto tale, a meno che non si dimostri che nel caso particolare la legge non è buona, cioè è incompatibile con dei princìpi più alti. Era il caso dei martiri cristiani i quali non negavano l’autorità dello Stato, come sappiamo, ma negavano la pretesa dello stato romano di divinizzarsi, rifiutavano di sacrificare all’imperatore, che l’imperatore dovesse essere considerato come Dio, tant’è vero che Tertulliano scrive, com’è noto, rivolgendosi ai pagani: “Cesare è più nostro che vostro”, ovvero: noi riconosciamo la legittimità dello stato nell’ambito delle sue funzioni ordinarie “… perché se non ci fosse l’impero romano”, dice Tertulliano, “verrebbe l’Anticristo”. Ma quando lo stato vuole farsi esso stesso Dio allora non si può più obbedire a questa pretesa.
Da cosa deduciamo dunque che la legge oggi venga osservata soprattutto se la si considera conveniente per noi stessi? Dal puntuale e sistematico verificarsi di contestazioni organizzate, in Italia – lo sappiamo bene – praticamente ad ogni legge. Cioè gli interessi che si considerano lesi si organizzano ogni giorno in forme concrete di lotta contro la legge emanata, o in procinto di esserlo, e l’opinione pubblica trova questo modo di agire del tutto normale. ? l’aspetto più impressionante che rivela che non c’è più l’idea che la legge vada innanzitutto osservata perché è legge, punto e basta, fatto salvo il caso detto in precedenza. Per l’uomo contemporaneo nella legge non c’è alcuna verità, c’è solo l’utilità, quando c’è. Perché il criterio che egli adotta per giudicare la legge non è dato dal vero (e quindi dal giusto), ma dall’utile. Il ragionamento che egli fa è dunque il seguente: se la legge non mi è utile, non accresce il mio benessere, non rispetta le mie pretese, protesto e mi ribello.
L’idea di una libertà senza limiti, che è ormai incardinata nella mentalità dell’uomo contemporaneo, ha fatto poi venir meno in quest’uomo l’idea stessa del dovere. In conseguenza di ciò non c’è più l’idea che obbedire alla legge sia innanzitutto un dovere, dovere al quale non si soddisfa che in presenza di gravi e giustificati motivi. L’idea, inoltre, di una libertà individuale illimitata nasconde una concezione violenta della libertà. Perché mancando i limiti della libertà di ciascuno, fatalmente si ha quello che gli stessi filosofi laici del tempo passato chiamavano “lo stato di natura belluino”, cioè lo stato di guerra di tutti contro tutti. Infatti se manca ogni limite sarà solo con la mia forza, perennemente vigilante, che mi difenderò dagli altri e mi imporrò loro. Dato poi che un limite deve pure esserci, perché la natura delle cose lo impone, dovrò essere io, l’individuo, a dirigere questo limite nei confronti degli altri, magari aggredendoli prima che mi attacchino. In una condizione del genere, di lotta belluina di tutti contro tutti, la regola, o norma, la legge che un’autorità voglia imporre, sarà sentita unicamente come l’espressione di puri rapporti di forza ai quali l’individuo si piegherà solo in relazione alla propria convenienza e al timore che la legge, cioè i rapporti di forza esistenti, gli incuteranno. Non è quindi la verità, ma l’utile e la forza, i criteri ai quali ci si ispira per valutare la legge.
Diciamo quindi che l’idea della verità oggi come oggi, è talmente assente dall’idea della legge che l’accostamento di legge e verità può sembrare persino assurdo. Ma la legge, dobbiamo dire, non può essere la mera espressione dei rapporti di forza dominanti, nei quali si organizzano e vengono a conflitto tutti i fini egoistici degli individui. La legge deve invece mirare a una verità obiettiva, assoluta, che può essere data solo dalla realizzazione del bene comune. Il bene comune costituisce l’unica misura obiettiva per determinare la verità della legge, infinitamente superiore a ogni sua utilità per i particolari, per gli individui.
Il bene comune, ripeto, non come somma di interessi individuali, cioè di ciò che per ognuno di noi è soggettivamente il bene, ma come valore obiettivo che risulta da ciò che è bene in sé per l’uomo, creato da Dio a Sua immagine e somiglianza e che il singolo deve saper cogliere usando l’intelletto e la volontà secondo le disposizioni al bene che Dio ha posto in essi (intelletto e volontà). Ma, detto questo, ci chiediamo: un’epoca che non crede nella verità come la nostra, come può credere nella verità che la legge deve incarnare? Il nostro tempo non crede infatti nell’esistenza di una verità assoluta. Si ritiene invece che ogni verità sia del tutto relativa, del tutto soggettiva. Ciò equivale a negare di fatto l’esistenza stessa della verità, dal momento che una verità solo soggettiva è nient’altro che un’opinione del soggetto, e quindi, per definizione, una non verità, non potendo la verità ridursi alla mera opinione. Anche in tutta la filosofia antica, nella sua componente costruttiva, cioè classica, la filosofia greca – diciamo – costruttiva, non intendendo i sistemi negativi come l’epicureismo, lo stesso stoicismo e, per vari aspetti, lo scetticismo, ma intendendo proprio il pensiero costruttivo che troviamo in Platone, in Aristotele e anche nei presocratici. C’è la lotta continua contro la doxa, l’opinione. L’opinione non è verità. La semplice opinione, o del soggetto, o del popolo, della comunità, come tale non può contenere la verità. Deve dimostrarlo. Eraclito diceva. “la doxa dimostra di avere la verità se dimostra di contenere il logos”, il principio universale che deve governare il tutto. Comunque c’è questa lotta continua, costante, del pensiero antico contro il regno dell’opinione e oggi la decadenza del mondo moderno la si vede anche da questo, che viviamo nel regno dell’opinione, della doxa organizzata attraverso i mezzi di comunicazione e le scoperte della scienza. Dire dunque che la verità è solo soggettiva è come negare la verità in quanto la verità non può ridursi all’opinione. Occorre notare come sia del tutto logico che questa negazione si accompagni alla negazione del principio di autorità, le due cose andando assieme in quanto la verità, una volta accertata, ci costringe con un’autorità indefettibile. La verità possiede in sé un’evidenza, ma si può usare un termine più forte e dire che possiede una propria autorità, un’autorità di fronte alla quale non possiamo più far valere la nostra opinione personale, dobbiamo invece inchinarci e obbedire alla verità. Quindi oggi si nega autorità alla verità e si nega l’autorità della legge. I due fenomeni sono correlati e derivano entrambi dal rifiuto che la coscienza moderna oppone alla verità assoluta, la quale, come sappiamo, è rappresentata in primo luogo da Dio e dalla Sua rivelazione. Per questa coscienza la legge non ha verità e la verità non può essere la nostra legge. Detta coscienza non riconosce alcuna autorità al di sopra di sé. L’unico principio di autorità che accetta è quello che, in maniera del tutto arbitraria, attribuisce a se stessa. Ciò significa che per questa coscienza è oggettivo solo ciò che essa considera conforme alla propria natura. Una natura però in cui non si sentono più alitare la coscienza o il logos universale, di cui ad esempio parlavano gli idealisti, ma la pura, unilaterale, volontà di potenza di Nietzsche, secondo la quale “nessuna legge può essere sacra per me”, come egli scriveva, “se non quella della mia natura”. Giusto è solo ciò che è in armonia con la mia natura, ingiusto ciò che è contro di essa.
Possiamo dire che questo noto frammento o aforisma di Nietzsche sia un po’ la divisa del modo di pensare contemporaneo in relazione alla legge e alla giustizia. Ora, diciamo che la fede contemporanea nel carattere rigorosamente soggettivo della verità e la conseguente, ostinata, negazione dell’esistenza di una verità assoluta, manifestano l’aporia, la difficoltà, la contraddizione che dir si voglia, che, sul piano dei princìpi, è stata da sempre rinfacciata ad ogni scetticismo e relativismo (e, tra l’altro, può sembrare un paradosso, ma tuttora sono sempre estremamente valide le critiche fatte da Hegel nelle sue “Lezioni sulla storia della filosofia” a tutto lo scetticismo, sia quello antico che quello moderno).
Chi nega infatti che esista una verità assoluta, non considera questa negazione come una verità relativa, cioè quale opinione che può essere falsa in quanto mera opinione di un soggetto, affermando quindi, di fatto, che il carattere soggettivo della verità è una verità assoluta. In tal modo egli si contraddice. E la contraddizione consiste proprio nell’essere costretto a far valere come verità assoluta la negazione stessa di ogni verità assoluta. Se i sostenitori della relatività della verità e della conseguente legittimità di tutti i punti di vista sulla verità, cioè di tutte le religioni, i costumi, le morali, le culture, fossero coerenti con se stessi, dovrebbero ammettere anche la relatività del loro punto di vista. Se il vero è sempre soggettivo perché non passibile di una dimostrazione assolutamente oggettiva, allora è soggettiva anche l’affermazione che il vero è soggettivo. Però, diciamo, che se è soggettiva, non è vera. Allora il relativismo assunto come principio assoluto, nega se stesso. Sul piano speculativo la sua negazione dell’esistenza di una verità assoluta non ha quindi valore già per il fatto che questa negazione è posta come una verità assoluta.
Ne concludiamo che la verità assoluta esiste, si tratta solo di sapere quale sia.
La contraddizione che inficia la proposizione speculativa fondamentale del relativismo fa sì che esso, ulteriore conseguenza, non possa distinguere tra verità ed errore. Allorché religioni delle quali si voglia affermare l’uguale dignità, come si dice oggi, affermano cose opposte nel dogma e nella morale, si può accettarle come ugualmente vere? Per il cristianesimo l’unico Dio è uno e trino, mentre per gli ebrei e musulmani non lo è. ? impossibile che questi due modi di concepire Dio siano entrambi veri. Dal momento che si escludono a vicenda dobbiamo dire che uno dovrà essere falso. Se Dio, come ben sappiamo è Uno e Trino, chi afferma il contrario non dice la verità, cade in errore, per cui diciamo che il cristianesimo è nel vero, mentre gli altri errano. A questa affermazione ci conduce un giudizio nel merito della cosa, cioè un giudizio mediante il quale prendiamo posizione a favore della verità, verità che non può che essere una verità assoluta, cioè una verità sentita come tale non perché posta da noi, ma perché da noi accettata nella sua obiettiva e indisputabile esistenza di verità rivelata. Come può allora il punto di vista relativistico, oggi dominante, porre tutte le religioni sullo stesso piano, riconoscendo loro pari dignità come se le loro fedi fossero ugualmente vere? Può a condizione di non addentrarsi nel merito perché il giudizio di merito obbliga a scegliere, già per il fatto di obbligare a distinguere fra proposizioni manifestamente contrapposte, con l’applicare il principio di identità e di non contraddizione. Il riconoscimento della pari dignità, come se contenessero un’uguale verità, a verità che sono fra loro antitetiche come il bene e il male si basa perciò sulla mancata applicazione dei canoni elementari della logica e il risultato ultimo è quella confusione fra verità ed errore che purtroppo è diventata la nota dominante, caratteristica, della nostra società; confusione, bisogna purtroppo dire, della quale la gerarchia cattolica ufficiale, da tempo – sappiamo – in piena crisi di fede, si è resa complice.
La contraddizione filosofica che è a fondamento del soggettivismo e del relativismo, si traduce quindi in una contraddizione pratica, ossia in quel nichilismo che pervade ormai ogni comportamento dell’uomo del nostro tempo. Possiamo fare un’annotazione ulteriore e dire che nella programmata indifferenza odierna per la verità, si cela un non detto, che è il vero nucleo del relativismo oggi dominante, e cioè che non c’è alcun Dio, alcun giudizio, alcuna vita eterna. Per questo non credono alla verità assoluta e pongono tutte le verità sullo stesso piano. E quindi l’ateismo è in realtà il segreto del soggettivismo contemporaneo, il suo articolo di fede.
Detto questo, ribadiamo il principio cattolico, del carattere rigorosamente oggettivo della verità che ho cercato di evidenziare nel mio modesto intervento: ciò che è vero lo è in sé, non perché riconosciuto come tale da noi, sia che si tratti di una mera verità di fatto, sia che si tratti dei valori. Non diventa vero per noi se non lo riconosciamo come vero, cioè, se non ne siamo convinti. Ma l’essere vero per noi nulla toglie o aggiunge a ciò che è in sé. Dio esiste e si è manifestato nella Rivelazione testimoniata nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Che noi si creda o non si creda in Lui questo cosa toglie o aggiunge alla Sua esistenza e alla Sua Rivelazione? Cosa toglie o aggiunge a questa verità?
Nel sostenere il principio del carattere assoluto e oggettivo del Vero, quindi che il Vero è tale non in quanto pensato, ma pensato – cioè fatto proprio dal soggetto – in quanto Vero. Nel sostenere quindi questo principio il pensiero cattolico, come sappiamo, da Sant’Agostino a San Tommaso, ha approfondito e rielaborato gli aspetti migliori del pensiero classico, cioè gli aspetti migliori di Platone e Aristotele, e ciò è stato rimproverato a quel pensiero ad es. dai protestanti, come una colpa, come se avesse tradito la verità rivelata. L’aristotelismo: un peccato mortale! In questa sede ci limitiamo a dire che le intuizioni – naturalmente positive – del pensiero classico, dimostrano solamente che Dio, oltre alla morale naturale, ha posto negli uomini anche un lume naturale, il quale, se ben usato, può condurre a delle verità di pensiero che vengono, diciamo, come a dissodare l’animo nostro, inaridito e piagato dalle passioni e dalla superbia, sì che poi la grazia di Dio possa piantarvi o farvi fiorire la fede. Del resto, se noi guardiamo i fatti, dobbiamo dire che essi parlano chiaro, che, appunto, gli eretici, abbandonato il principio del carattere assoluto della verità di fede (abbandonato perché? In odio alla autorità della Chiesa che ne custodiva il deposito e in odio al pensiero classico, su cui la Chiesa, indirettamente, si appoggiava) l’hanno sostituito con il principio del libero convincimento individuale e la libera coscienza di sé, che si costruisce la sua verità in apparente serietà di intenti. Quando Hegel diceva che Lutero era stato il vero profeta, il vero artefice della coscienza moderna, la libera coscienza individuale, questa libertà infinita che la coscienza riscopre, o scopre dentro di sé, ecco che la verità della fede viene a dipendere, ovviamente, dall’approvazione della coscienza individuale (eccoci al passaggio che si opera) e il rapporto fra il credente e la verità rivelata si snatura completamente, perché la verità rivelata è ciò che è in modo unico, in quanto rivelata e non perché approvata da qualcuno. I devastanti effetti di questo capovolgimento del modo di intendere la verità sono da molto tempo sotto gli occhi di tutti, dobbiamo cioè chiederci cosa è rimasto oggi dell’orgogliosa Riforma. Riforma che, sappiamo, fin dall’inizio divisa in mille sette, afflitta da mille eresie, dissoltasi nei paesi protestanti nell’indifferentismo più radicale, in pratica i culti di oggi, che possiamo definire perfino blasfemi, basti pensare ad esempio alle donne prete della chiesa anglicana. Ma i suoi frutti avvelenati, dobbiamo purtroppo dire, si colgono anche all’interno della Santa Chiesa, visto che la Gerarchia proclama sempre più spesso, oggi, che il fondamento della fede, dove va ricercato? Nella libera coscienza individuale! La Chiesa è messa così in contraddizione con se stessa poiché Nostro Signore Le ha affidato il compito, come sappiamo, di custodire il deposito della fede, di mantenere cioè la verità rivelata in sé e per sé, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, non di adattare la verità rivelata alle mutevoli e vane esigenze della coscienza, il cui trionfo rappresenterebbe la fine della Chiesa.
E dobbiamo ricordare a noi stessi, allora, che non è la forza della nostra coscienza che ci fa diventare cristiani, ma la forza della verità rivelata custodita dalla Chiesa, che sorregge la nostra ricerca di Dio mediante la grazia. Noi, naturalmente, siamo liberi, siamo sempre liberi, ma solo di cercare Dio, cosa che possiamo anche rifiutarci di fare, come dimostra l’ateismo oggi dominante. Quanti sono a cercare Dio oggi?
Non siamo quindi liberi di costruirci Dio a nostra immagine e somiglianza seguendo i falsi ragionamenti e le passioni della nostra coscienza, la quale, lasciata alla sua libertà, quasi di istinto, cerca subito di deformare le Sacre Scritture a misura d’uomo.
E non arretrerà di fronte, aggiungiamo, a nessun sofisma. Mi ricordo un filosofo inglese del Seicento, Hobbes, che diceva: “credo, naturalmente, che Dio abbia fatto, possa fare i miracoli, perché Dio è onnipotente, ma come posso essere sicuro che i miracoli raccontati nei vangeli siano effettivamente accaduti? Devo credere nell’autorità di quelli che hanno scritto queste cose, ma gli uomini mentono, gli uomini imbrogliano continuamente, chi mi dice che non se lo siano inventato?” Tipico esempio di sofisma… ? la deformazione della Sacra Scrittura e l’interpretazione erronea in base ai sofismi per non ammettere la verità assoluta, il sovrannaturale che si manifesta.
Quindi l’unica libertà che a noi conviene è quella di ricercare Dio. E come? Come lo dicono i buddisti? Come dicono di ricercarlo i musulmani? No, cercare Dio così come si ricerca la verità che esiste di per sé ed opera in maniera in tutto indipendente da noi, quella verità che, sola, può dannarci o salvarci e che ci viene incontro se noi, dal Suo punto di vista, lo meritiamo.
L’autorità della legge si fonda sulla sua verità
Dalle brevi considerazioni fatte risulta che il carattere oggettivo della verità comporta il riconoscimento del principio di autorità come principio inerente alla cosa stessa, cioè alla verità. Come si diceva la verità nella sua oggettività, nel suo valore assoluto, possiede autorità, cioè la capacità di imporsi nei nostri confronti. Dobbiamo solo riconoscerla, anche se già questo solo riconoscere richiede tutta la partecipazione del nostro intelletto. Questa capacità, o potere, la verità ce l’ha solo da se stessa, quindi diciamo che la verità vale, e può, per ciò che è in sé. Infatti la verità non si limita ad essere, ad esistere come qualcosa di separato e lontano: essa agisce nel senso che provoca un determinato modo di essere nel soggetto che la conosce. Ben diversi sono infatti il pensare e l’agire di chi crede in Dio da quelli di chi non ci crede. Ora il termine autorità è spesso usato come sinonimo di potere. Tuttavia nel concetto del potere c’è sempre l’idea di una forza che si impone esercitando una determinata pressione fisica o psichica. Una coercizione, una minaccia. Mentre nel concetto dell’autorità in senso proprio si ha l’idea di una superiorità che si impone senza costrizioni, comprimere o minacciare in alcun modo, ma solo con la forza della propria evidenza, alla quale non possiamo in alcun modo sottrarci. Questo è proprio della verità, la cui autorità è, appunto, indiscutibile, della verità nella sua obiettività; quindi tutto ciò che ha verità possiede autorità. Ora, anche l’autorità della legge, in senso proprio, è quella della verità e non è l’autorità della mera forza, del potere che si manifesta nella legge. Il principio di autorità che la legge incarna non può perciò essere solo quello che gli può essere conferito dalla forza. In esso deve apparire anche quell’autorità, non sorretta da alcun potere, che è tipica della verità. Per il pensiero moderno il principio di autorità si riscontra esclusivamente nell’autorità che è stata costituita mediante determinate regole, garantite da un potere, o che si è costituita da se stessa, autolegittimandosi mediante la propria forza materiale. Inteso in tal modo il principio di autorità esprime non la verità, ma solo il potere, perché l’autorità costituita o autocostituitasi, non è che l’espressione di rapporti di potere, che si fanno valere con la minaccia dell’uso della forza. ? anzi l’efficacia di questa minaccia a rendere non solo efficace, ma anche valida l’autorità costituita. Diciamo però che questa è una nozione formale del principio di autorità, perché lo concepisce solo come forma in cui si articola il potere, come vestigia di meri rapporti di fatto, rapporti che si legittimano finché possiedono la forza di imporsi. In quest’ottica l’autorità della legge è esclusivamente quella del potere che sostiene la legge, riducendosi così quest’ultima al mero comando dell’autorità costituita senza considerazioni del suo contenuto. Non si può negare, naturalmente, che la legge sia anche comando, voluntas, avendo bisogno di una volontà mediante la quale manifestarsi e che una volontà che si manifesti per uno scopo – non si può negare – abbia bisogno di un potere mediante il quale esercitarsi, altrimenti sarebbe una volontà impotente. Tuttavia la volontà mediante la quale la legge si attua non è propriamente la legge, ma è il suo veicolo, è lo strumento mediante il quale la legge si mostra per ciò che è.
Per quanto la legge è in sé ricava dalla propria verità la sua autorità, e la verità della legge è quella di essere, come già diceva Aristotele, “ordine e ragione senza passione”. Quest’idea della legge come ordo e come ratio c’è, come è noto, già in Platone, successivamente ripresa, sviluppata e approfondita in San Tommaso. La legge deve mostrare di avere colto l’ordine (ordo taxis) delle cose, dei rapporti cui si riferisce. Deve mostrare in altre parole di essere giusta. In ciò è la sua verità. Quindi la legge non è tale solo per la fonte che la promulga, per l’autorità che possiede in senso formale, per essere cioè un comando, lo è soprattutto perché manifesta quell’ordine che è nelle cose come loro verità intrinseca. Un ordine non creato quindi arbitrariamente dal legislatore, ma che esiste già nella realtà fisica e soprattutto morale. Un ordine che il legislatore deve riconoscere, far crescere, mantenere e infine imporre. Non si tratta quindi di una nozione meramente formale di ordine, ma sostanziale, alla quale non può che concorrere la ratio, una ratio – come opportunamente chiosa Aristotele – senza passione, perché l’ordine che la ragione rappresenta nella legge non è quello del soggetto, in preda alle proprie passioni, non è quello che appare al limitato punto di vista di ciascuno, ma è l’essenza stessa delle cose, il loro valore che, indipendentemente da ciò che ne pensi il singolo, la ratio deve cogliere considerando il fine per il quale la realtà stessa è.
Secondo questa prospettiva una legge formalmente valida, ma che non esprima nel suo contenuto né l’ordo, né la ratio, non può ritenersi una vera legge. Sarebbe infatti una legge priva di verità, una norma del tutto falsa che, anziché concorrere al mantenimento dell’ordine morale e materiale, diciamo pure, del mondo, concorrerebbe a distruggerlo. Il prototipo di questa legge lo si è sempre visto nella norma posta in essere dal tiranno, cioè colui che non ha di mira il vero fine per cui l’uomo è in società, cioè il bene comune, ma solo l’utile suo personale. Perciò quella norma emanata dal tiranno inteso in quel senso, anche se formalmente valida, come dice San Tommaso, poiché è contro la ragione, non è neanche una legge, ma piuttosto una sorta di perversione della legge; e la perversitas legis non la si può limitare alla fattispecie della tirannide. Si riscontra ogni volta che una legge sia fatta per favorire – diciamo – l’interesse di parte, l’interesse di una fazione, un partito, una classe, contro il bene comune o per violare uno dei dieci Comandamenti. In quest’ultima categoria, ad esempio, rientrerebbe l’obbrobriosa normativa per il riconoscimento del cosiddetto “matrimonio” omosessuale, di recente auspicata da alcuni in Europa, dato che non si limiterebbe ad essere una semplice negazione del bene comune, sarebbe qualcosa di ancora più grave.
Quindi se nella legge manca la ordonatio rationis ad bonum communem, cioè è come dire che ad essa manca la verità, perché l’ordinarsi della ragione al fine che le è proprio, cioè il bene comune, costituisce per la ragione quella obiettiva conformità alla cosa, al proprio oggetto, che è caratteristica della verità. La definizione tomistica della legge, che mira a coglierne il senso sostanziale, elabora il rapporto fra ordine e ragione, già chiaramente visto in essa dal pensiero classico, alla luce di una concezione della verità che riposa sul principio dell’oggettività del vero, principio che è alla base del vero pensiero cattolico. La perversione della legge consiste dunque nella sua falsità, nel non essere il suo contenuto conforme a quella verità oggettiva la quale giustifica non solo il contenuto, ma anche la fonte della legge, costituita dall’autorità, dal potere che la pone, partecipa di quella verità che la legge autentica deve dimostrare. Dare vita a una legge conforme a verità non sarà possibile se il potere che la pone non avrà riconosciuto la verità della propria origine, che non è umana, ma divina, come ci insegna San Paolo “non est enim potestas nisi a Deo”. Tale è la verità dell’autorità costituita, di derivare da Dio, cioè di essere stata permessa e costituita da Dio. Dio è perciò il fondamento ultimo della legge posta dall’autorità e la sua verità. Nell’attuazione delle sue funzioni ordinarie mediante le leggi – ho fatto un cenno prima: punire i malvagi, proteggere e premiare i buoni, mantenere l’ordine, salvaguardare i costumi, riscuotere i tributi, difendere dai nemici esterni – l’autorità costituita agisce come minister Dei, e a questo titolo autorizzata, dice ancora San Paolo, a portare la spada. Essa attua i decreti dell’ira divina – ancora San Paolo – contro chi fa il male. L’autorità, impersonata al più alto grado dallo Stato, non si giustifica quindi mai da se stessa, o in conseguenza di un atto di volontà dei sottoposti, di una delega di poteri racchiusa in un contratto, ma è giustificata da Dio, che la vuole e la permette per la salvezza delle anime, perché l’uomo, corrotto dal peccato originale, ha bisogno di un’autorità terrena, di una potestas che gli impedisca di corrompersi definitivamente, disciplinandone le azioni con le leggi e con il mantenimento dei buoni costumi. Questa autorità, perciò, si fonda sulla verità rappresentata dal decreto divino che l’autorizza, affinché contribuisca con i suoi mezzi e nel suo ambito, alla salvezza delle anime. E ciò significa che la sua efficacia non dipende dalla forza materiale, dal mero potere, dai rapporti di fatto, ma dal suo mantenersi nella verità, ossia mantenersi conforme in ogni sua azione e intenzione, alla volontà di Dio, cioè ai dieci Comandamenti e alla fede in Gesù, Nostro Signore, Seconda Persona della SS. Trinità.
Conclusione
Contro le tenebre dominanti siamo perciò giunti a ribadire un’altra verità cattolica: che la vera forza dei poteri costituiti non consiste nella potenza materiale, né nella capacità di incutere timore e di imporsi con la forza, cose che pure devono saper fare, né nel consenso, pur esso indispensabile, ma nella loro capacità di mantenersi fedeli alla verità, non ad una verità umana qualsiasi, ma alla verità rivelata da Dio e, come per i poteri costituiti, così per la legge, che ne è la manifestazione tipica. Entrambi, poteri e leggi, ricavano la loro autorità dalla verità che rappresentano. Perciò la legge non è un mero rispecchiamento dell’esistente, come oggi si suol dire – è questa ormai una nozione comune nella filosofia del diritto – che la legge cioè fotografa la realtà, rispecchia l’esistente. ? questa una concezione del tutto fuorviante, volendo qui intendere che il legislatore deve essere semplice notaio della realtà sociale, limitarsi a recepire nella legge i rapporti sociali nel loro cosiddetto dinamismo spontaneo, anche se tale dinamismo, se tali rapporti, giungano a mostrare le contraddizioni più incredibili o addirittura si ispirino a palesi non valori.
Un simile modo di concepire la legge, tipico di un’epoca che non crede più nella verità, non vede nella legge né ordo, né ratio e la legge diventa allora il semplice riflesso del disordine sociale dominante, un frammento dell’universale caos e quindi un’autentica perversitas legis. Invece la verità che deve apparire nella legge e che sola può conferire alla legge l’autorità che le spetta, quella che si suol dire la maestà della legge, è la verità dei valori nei quali si realizza oggettivamente il bene comune. Questi valori, che vengono da Dio, possono essere negati dal cosiddetto dinamismo di una società in piena decadenza – società come la nostra, che sembra addirittura non in decomposizione, ma decomposta – ma la legge li deve ugualmente comprendere nel proprio dettato e, se necessario, imporli, mostrando in tal modo di essere la legge, il contenuto di un atto di volontà non casuale, ma veramente consapevole della propria origine.(prof Pasqualucci, filosofia del diritto, università di perugia)

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