Riportiamo una lettera comparsa sul Trentino.
Leggiamo continuamente notizie riguardanti l’uso della pillola RU486 e l’operato del prof. Arisi in materia di aborti farmacologici all’Ospedale S. Chiara. Questa volta si tratta di ben 178 aborti nel primo anno di sperimentazione clinica della pillola.
Per di più, per l’ennesima volta, viene affermato che questo metodo farmacologico non presenta significative controindicazioni. Il primario di ostetricia e ginecologia prof. Arisi afferma infatti: “Abolita l’anestesia e la sala operatoria, le prospettive di salute della donna che pratica l’aborto farmacologico possono essere solo positive”. Su quali basi Arisi dichiara che le prospettive possono essere solo positive? Solo sulle sue sperimentazioni? O su una letteratura scientifica ormai ampia e ben documentabile? E se vi è tale letteratura, quali ne sono i documenti?
Inoltre, ci lascia alquanto perplessi la presenza di un questionario in fase sperimentale, in cui si evidenzia il fatto che le donne consiglierebbero ad un’amica la procedura farmacologia.
La realtà sulla RU486 è però ben più complessa di quanto si voglia far credere. Citiamo, per l’ennesima volta, in brevità alcuni dati scientifici su questo delicatissimo tema. Un recente studio condotto da Centers for Disease Control and Prevention, ad Atlanta negli USA, descrive i casi di 4 morti dovuti ad endometriosi e sindrome da shock tossico associato al batterio Clostridium sordellii, casi verificati nella settimana successiva all’aborto chimico. Inoltre aggiunge alcuni effetti collaterali, come tachicardia, ipotensione, edema, vischiosità del sangue, profonda leucocitosi (M. Fischer, J. Bhatnagar, J. Guarner, et al., in “New England Journal of Medicine”, Dec. 2005).
Ma soffermiamoci sull’effetto letale. Nel settembre 2003 in California muore Holly Patterson, una giovane diciottenne, a causa di shock anafilattico. Il 19 luglio 2005 la Food and Drug Administration (FDA), l’ente di controllo sui farmaci degli USA, ha reso di dominio pubblico “quattro casi di morti settiche negli Stati Uniti, in particolare in California, fra settembre 2003 e giugno 2005, a seguito di aborto medico con RU486”, i quali si vanno ad aggiungere ad un caso analogo accertato nel 2001 in Canada.
Il 17 marzo 2006 (solo un anno fa!) la FDA ha reso noto che altre due donne statunitensi sono morte dopo aver assunto la pillola RU486 (cfr.: www.fda.gov/cder/drug/infopage/mifepristone/default.htm). Inoltre, si noti che le morti di queste donne nordamericane sono venute alla luce perché i parenti hanno chiesto delle autopsie sui cadaveri per capire le ragioni del decesso improvviso. Perciò, è legittimo supporre che le morti da RU486 potrebbero essere molto più numerose, anche al di fuori dagli USA. Infine, il prof. Greene, direttore di ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, in un editoriale pubblicato sulla rivista “New England Journal of Medicine” (1 Dec. 2005), una delle più prestigiose a livello mondiale, dimostra che a parità di età gestazionale, la mortalità della donna per aborto con RU486 è 10 volte maggiore rispetto a quella con tecnica chirurgica.
? la stessa Danco, industria produttrice della pillola, a pubblicare nel suo sito, per obbligo legale, oltre 600 casi di donne che lamentano fortemente gli effetti collaterali della pillola.
Inoltre, mentre il 92% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chirurgico sceglierebbe di nuovo questa tecnica in futuro, solo il 63% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chimico sceglierebbe ancora questa metodica, segno che l’aborto chimico “non possiede in sé quei caratteri di indubitabile maggiore tollerabilità psicologica” (M. D. Creinin, in Contraception, Sept. 2000).
Dunque, su quali basi si può affermare di poter consigliare ad una donna la pillola RU486? Forse su basi scientifiche, oggettive, che possano andare bene per tutte le donne? O forse unicamente su basi soggettive, istintive, emotive, e quindi non univoche per tutte?
Soffermandosi sul fallimento del metodo e gli effetti collaterali riscontrati nell’uso della pillola, il prof. Arisi afferma poi: “…solo l’esperienza ci potrà dare più approfondite indicazioni”. Quanta poca considerazione delle donne nasconde tale dichiarazione! Quante donne si dovranno ancora “usare” prima di poter dichiarare finita la sperimentazione e dirsi sicuri della non pericolosità della RU486?
Sconcertante, d’altra parte, il dato che solo il 67% delle donne che hanno utilizzato la RU486 sia stato mandato dai consultori familiari, mentre un certo numero è passato per il medico di fiducia e per il pronto soccorso!
Che semplicistico, infine, leggere l’uso della locuzione “materiale abortivo”! Trattare vite umane innocenti e indifese, quali appunto i bambini in grembo (vedi ecografia), come materiale abortivo esprime la più grande intolleranza nei confronti del prossimo, senza specificare che anziché scomparire nel nulla, finisce nel water!
Il Movimento per la Vita vigila e vigilerà attentamente l’andamento delle pratiche abortiste che vengono utilizzate e promuoverà le opportune azioni in sede civile e penale per le eventuali violazioni delle leggi attuali in materia di sanità ed aiuto alla maternità.
Sandro Bordignon, presidente Movimento per la Vita-Trento
e-mail: sandrobordi@interfree.it
Mauro Sarra, componente direttivo MpV-Trento
Padre Tomas Tyn e la Verità immutabile.
Di Mattia Tanel, dei giovani di Libertà e Persona.
“L’obbligo di onorare Dio e di sottomettersi alla Sua Parola non cambia con il mutare dei tempi”.
P. Tomas Tyn O.P.
Sono tempi di soggettivismo e autodeterminazione, come ognun vede, anche all’interno della Chiesa cattolica. L’ideologia modernista, che ha spadroneggiato negli ultimi decenni, ha abituato i fedeli a costruirsi ognuno la propria religione personale, individualisticamente sostenibile, correggendo allegramente il dogma e specialmente la morale a misura delle proprie esigenze e delle proprie insindacabili opinioni. I cattolici più profetici, che sono anche fini esegeti, hanno scoperto che tutti i passi della Scrittura che non corrispondono ai “segni dei tempi” sono “interpolazioni tardive”, e quindi, “al giorno d’oggi”, non possono più impegnare la coscienza di nessuno.
In questo contesto, una frase come quella riportata sopra può fare un certo effetto. Ma per Padre Tomas Josef M. Tyn (1950-1990), domenicano e filosofo, si tratta semplicemente della prima applicazione del principio di non contraddizione: se una cosa è stata vera, lo sarà sempre. Se una cosa non è vera adesso, significa che vera non lo è stata mai, e quindi tanto vale salutarci. La verità è sempre uguale, sempre se stessa, anche laddove non fosse professata da alcuno. Tutto ciò comporta un immediato corollario pratico: se in un dato frangente storico vi è una scollatura tra le opinioni o i comportamenti diffusi nella società e la verità immutabile, sono le opinioni e i comportamenti a doversi uniformare alla verità immutabile, non viceversa. La vocazione di sacerdote, di pensatore e di apostolo di Padre Tomas – come quella di ogni vero sacerdote, pensatore e apostolo – si fonda su questi presupposti logici indubitabili.
Tomas Josef M. Tyn nasce a Brno, in Cecoslovacchia, il 3 maggio 1950. Dai suoi genitori, entrambi medici, eredita una fede ardente e un’intelligenza vivissima: cose entrambe non particolarmente gradite al regime comunista che allora opprime la sua patria. Tomas frequenta i corsi elementari e medi nella città natale, entusiasmando i suoi professori, e grazie ad una borsa di studio e ai buoni uffici dei genitori può abbandonare la Cecoslovacchia – benchè sorvegliato dal regime, come tutti gli studenti – per frequentare l’Accademia di Digione e conseguirvi il baccellierato il 1? luglio 1969.
Diventa progressivamente sempre più evidente che i talenti che il Signore ha donato a Tomas sono eccezionali. E’ inclinato soprattutto alla speculazione teoretica e alle lingue, anche orientali o antiche come il greco, l’ebraico e il latino. Parla perfettamente almeno quattro idiomi europei, e grazie ad una memoria prodigiosa giungerà a citare ordinariamente nella conversazione interi brani di filosofi nella rispettiva lingua originale. Affascinato dall’ideale domenicano di studio, contemplazione e diffusione appassionata della verità, il 28 settembre 1969 prende l’abito dell’Ordine dei Predicatori a Warburg, in Vestfalia, dove svolge il noviziato. Il 29 settembre 1970 fa la professione semplice, e inizia il corso istituzionale filosofico-teologico nella Provincia di Teutonia.
A questo punto sopraggiunge una difficoltà. Dal 1962 al 1965, a Roma, si è svolto il Concilio ecumenico Vaticano II, e l’intera cattolicità sembra preda di quella che Paolo VI definisce all’incirca in questo periodo con il termine molto appropriato di “autodemolizione”. Nei seminari e nelle università cattoliche l’eresia modernista, variamente camuffata, dilaga, con tutto il suo seguito di irrazionalità ed errori filosofici e teologici. La Provincia di Teutonia purtroppo non fa eccezione, ma Tomas è troppo sveglio per non subodorare le dotte fregnacce che molti insegnanti gli propinano: così, disorientato, “fugge” a Bologna nel 1973, dove è maestro dei novizi il suo connazionale padre Jir? Vesely O.P., e può completare serenamente i suoi studi con il lettorato-licenza presso le spoglie mortali di San Domenico di Guzman, conservate nell’omonima, magnifica Basilica adiacente al convento dello stesso Ordine dei Predicatori.
Con quali apparenze si presenta il giovane, ma già forte e maturo Tomas? Fisicamente è di statura alta, complessione massiccia, ha il viso largo degli slavi e una fronte spaziosa, delimitata da corti e sottili capelli biondi. Gli occhi, come risulta dalle foto che ci sono rimaste, sono azzurri ed esprimono una serenità, una speranza e un amore profondi. “L’aspetto di forza e sicurezza contrasta con il suo atteggiamento: uno sguardo diretto e penetrante ma modesto e sereno, un piglio deciso ma attentissimo alla sensibilità e comprensione dell’interlocutore, una voce maschia e potente ma dal tono dolcissimo, sempre pronta a tacere per ascoltare”. Nonostante le proprie qualità superiori, di cui sembra non avvedersi, è umilissimo e disponibile, sempre semplice e gioioso e benvoluto da studenti e professori. E’ devotissimo alla Vergine Maria e, da vero figlio di San Domenico, alla pratica del Santo Rosario, che raccomanda e diffonde in ogni occasione.
Il 29 giugno 1975, solennità degli apostoli S. Pietro e S. Paolo, a Roma, Paolo VI lo ordina sacerdote. Durante la cerimonia, tenendo il fatto nascosto a tutti fuorchè a un confratello (che lo rivelerà solo dopo la sua morte), Tomas offre la sua vita in sacrificio a Dio per la libertà della sua patria. Vedremo in seguito in quale modo l’offerta, così preziosa, si rivelerà gradita al Padrone della messe.
Conseguito nel 1978, ancora a Roma, il dottorato in Sacra Teologia, con una tesi fortemente incentrata sulla dottrina del veneratissimo San Tommaso d’Aquino, Padre Tyn torna a Bologna come professore di Teologia Morale presso lo Studio Teologico Accademico Bolognese. Anche nelle vesti di insegnante, naturalmente, si rivela un fuoriclasse. Nei dodici anni successivi insegnerà praticamente tutto, dalla metafisica alla logica, dalla teologia morale alla storia della filosofia, “sempre in modo semplice e teso ad ottenere comprensione da tutti i discenti e suscitare in loro passione per la Verità: di questo impegno imponente (e massacrante!) ci restano centinaia di musicassette capaci ancora oggi di entusiasmare chi le ascolta”. Scrive anche alcuni articoli per varie riviste, ma dedica il suo impegno di professore soprattutto alla preparazione accuratissima delle lezioni. Nei pochi ritagli di tempo a sua disposizione, anno dopo anno accumula gli ardui capitoli della sua opera principale, “Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis”, un tomo di quasi mille pagine che percorrono l’autodecretata dissoluzione della ragione moderna per giungere ad una nuova affermazione della liceità e della necessità del pensiero metafisico. Poco prima di morire consegnerà i dischetti contenenti le ultime sezioni dell’opera ai suoi superiori, che ne cureranno la pubblicazione postuma (Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1991).
La vita conventuale e il ministero sacerdotale di Padre Tomas si svolgono sotto il segno di una fervente dedizione, di un gioioso senso di appartenenza e della più umile disponibilità verso i superiori, i confratelli e i semplici fedeli, sempre più numerosi, che si affidano al suo consiglio e alla sua direzione spirituale. La sua obbedienza e riverenza verso la Chiesa, il Papa e la gerarchia è fuori discussione: non può giustificare, come si esprime in un’omelia, “chi continua a definirsi cristiano pur battendo il petto non già a se stesso, ma preferibilmente alla Santa Chiesa di Dio”. Non disdegna, come purtroppo alcuni oggigiorno fanno, anzi ama e pratica l’ascesi: è poverissimo, anche nel vestiario rattoppato ma sempre lindo, e “la sua castità è perfetta: guarda dritto negli occhi l’altro sesso e lascia avvicinare alla distanza inferiore al metro solo le signore di cui è certissimo dei costumi. Ai penitenti di sesso maschile suggerisce: dovete vedere, parlare e trattare ogni donna come se fosse la Vergine Maria!”.
Padre Tomas è un predicatore formidabile. La sua voce è potente, tanto da non avere bisogno di microfoni; il suo italiano perfetto, la pronuncia resa un po’ densa dall’accento moravo; l’incedere ora lineare e minuto, occasionato dalle frequenti sintesi teologiche, ora veemente e appassionato, tutto teso alla conversione dell’uditore e alla monizione fraterna. Molti, al sentirlo, credono. Le registrazioni che ci sono rimaste delle sue omelie lasciano ipnotizzati, tanto è coinvolgente l’amorevole e santo fervore che ispira la successione serrata dei sillogismi, condotti a termine senza il minimo sconto alla Verità:
“Che cosa vuol dire questo, cari fratelli? Se noi seguiamo Maria, la colonna di fuoco che ci guida nel buio di questa terra, di questo pellegrinaggio lontani dal Signore, dobbiamo anzitutto stare nella Verità perché solo la Verità ci libererà, la Verità, cari fratelli, non è il pensiero debole, la verità con la v minuscola, no, la Verità dobbiamo avere il coraggio di sbandierare, la Verità con la V maiuscola, cari fratelli, la grande Verità, la prima Verità, l’increata Verità, la Verità della pienezza dell’Essere, la Verità che è Dio!
Ecco, cari fratelli, da quale parte dobbiamo stare. Ora se noi siamo di Dio, guidati dal suo Cristo, la prima cosa che dobbiamo fare è avere il coraggio di distinguere luce e tenebre, vero e falso, bene e male. Pensate alla profezia di Isaia, il quale preso dal raptus profetico, con grande sofferenza del cuore, diceva il suo “guai!”. I profeti non amavano parlare così e nemmeno io, lo sapete anche voi che siete buoni, è la realtà che non è buona, come noi ce la troviamo dinanzi; i profeti neppure parlavano volentieri, ma lo facevano per amore della Verità e per amore di Dio parlavano così.
Allora Isaia dice: guai a voi, guai a loro che mescolano il bene con il male, il vero col falso, il dolce con l’amaro. Ecco l’eresia vera dei nostri tempi, cari fratelli, se voi al giorno di oggi parlate di Verità con quella buona, bella, sconcertante, disarmante ingenuità cristiana, io ci tengo, è un dolce e amaro nel contempo vedere quelle reazioni, perché sono divertenti sotto un certo aspetto, se voi dite con calma, con semplicità la parola “Verità”, vi guardano come se foste degli alienati mentali, capite, da ricoverare, non si accorgono invece che se non vi è una discriminazione tra il vero e il falso è proprio il caso della follia! Sono i folli che non distinguono il vero dal falso! Ora capite che per decreto legge è abolita la follia, quindi si è abolita anche la distinzione tra il vero e il falso, tra il bene e il male!”.
Padre Tomas può esprimere liberamente le verità di sempre (il che, nella Bologna cattocomunista e dossettiana, non è per nulla scontato) soprattutto per l’attenzione di alcuni suoi superiori e di colui che dal 1984 è Vescovo della diocesi petroniana, il Cardinale (dall’anno successivo) Giacomo Biffi, un Principe della Chiesa “come se ne facevano una volta”. E’ Biffi che concede a Tyn, in barba all’oscurantismo progressista, la possibilità di celebrare la Messa del sabato mattina in Basilica con il rito tradizionale detto di San Pio V. In occasione delle Messe del sabato verranno da tutta Italia ad ascoltare i suoi incitamenti a “diventar santi e gran santi!”, e alcuni si faranno sacerdoti o religiosi.
Degno di nota è il magistero controrivoluzionario che Tyn porta avanti, dal pulpito e non solo. Già nel 1980 Padre Tomas è entrato in contatto con alcuni militanti di Alleanza Cattolica, che gli fanno conoscere un piccolo gioiello, “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione”, capolavoro del peraltro equivoco leader cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira. E’ una folgorazione. Padre Tomas, che ha conosciuto nella sua infanzia e adolescenza la ferocia della Rivoluzione, l’ottusità delle idee che uccidono, ne fa il proprio livre de chevet. Da allora, “il giovane domenicano non può evitare dal mettere in guardia i suoi figli dai due maggiori pericoli di allora per la fede cattolica: il progressismo intra ecclesiale e il socialismo dilagante, anche nel mondo occidentale. Se in confessionale Padre Tyn sussurra dolcemente fin quasi a bisbigliare, all’Omelia la sua voce tuona: bisogna respingere non solo il comunismo esplicito, ma quello in qualche modo implicito! Pensate alle forme pericolose del sinistrismo radicale: si vuole creare una mentalità schifosa, una mentalità che esalta il fango contro il cielo!”.
Nel 1989-90, l’antica offerta del ’75 viene dal Signore accettata. La Cecoslovacchia si ribella, e Padre Tomas si ammala gravemente; il comunismo sovietico crolla, e lui viene richiamato a Sè dal Padre il 1? gennaio 1990, a soli 39 anni. “Impressionanti certe coincidenze: all’inizio e ai primi accenni della rivolta popolare in Cecoslovacchia (estate 1989) P. Tomas accusa i primi dolori lancinanti del male. Quando la Cecoslovacchia riprende il cammino della libertà e la Chiesa ritrova la via della libertà (inverno 1989), P. Tomas, dopo lunghe sofferenze, conclude la sua immolazione (gennaio 1990)”.
Le parole che lo ricordano meglio sono, forse, queste sue proprie, tratte da un articolo:
“Di chi, senza colpa, non poté udire la predicazione del Vangelo si incaricherà Dio stesso. Certo, nemmeno costoro si salvano senza la fede, almeno implicita e misteriosamente comunicata dall’alto. Epperò, più che pensare a come Dio salvi l’umanità, i Cristiani dei paesi largamente evangelizzati dovrebbero meditare piuttosto sulla loro parte del dovere. Che ne sarà di noi, se rifiutiamo la fede così facilmente accessibile? Quali responsabilità abbiamo dinanzi alla società più pagana che ci sia, ovvero pagana dopo essere stata una volta cristiana? Basta che ci compiacciamo di essere “pochi, ma buoni” o dobbiamo fare nostro il mandato di “andare ed ammaestrare tutte le genti”? Dio vuole che siamo democratici non in cose da poco come la politica, ma in ciò che veramente conta qual è la salvezza dell’anima. Questa sì che è una possibilità, anzi, un dovere, uguale per tutti”.
Il processo di canonizzazione di Padre Tomas Tyn O.P. è stato aperto il 25 febbraio 2006 dall’arcivescovo di Bologna (succeduto a Biffi) Carlo Caffarra, nella Basilica di San Domenico.
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[Quasi tutte le informazioni presenti nell’articolo, citazioni comprese, sono state tratte da qui: http://www.totustuus.biz/users/tyn. Allo stesso indirizzo sono reperibili svariati articoli e trascrizioni di omelie di Padre Tyn. Chi desiderasse un santino di Padre Tyn con la preghiera di intercessione approvata me lo richieda all’indirizzo mattia31@virgilio.it. Sul retro del santino è scritto: “Chi ricevesse grazie per l’intercessione del Servo di Dio, fra Tomas Tyn, è pregato di informare fra Efrem Jindracek O.P., Largo Angelicum 00184 ROMA, oppure fra Giovanni Cavalcoli O.P., vicepostulatore della causa, Convento di San Domenico, Piazza San Domenico 13, 40124 Bologna, tel. 0516400478”.]
ACCESSI AL SITO: Il trend è in continuo aumento
Dopo più di un anno di attività dell’associazione e molti mesi di presenza on-line, ecco una breve sintesi con annesso grafico dell’evoluzione delle visite al sito di Libertà e Persona. Il sito è attivo da luglio 2006, ma di fatto il blog ed i relativi articoli partono da settembre. Nel grafico sottostante vengono mostrate le visite e le pagine viste in forma percentuale. Fatto 100% il totale delle visite effettuate fino ad oggi, si evidenzia come gli accessi siano in costante aumento. In particolare, solo nell’arco dell’ultimo mese (marzo 2006), le visite hanno rappresentato il 30% del totale e le pagine viste addirittura il 35%. Ciò per noi è un motivo di grossa soddisfazione, in quanto se da un lato, il continuo aumento di visitatori, attesta la bontà dell’idea originaria, dall’altro, il numero di pagine lette ci dimostra che quanti accedono al blog, si soffermano di fatto nella lettura dei contenuti. Un ringraziamento va a tutti voi che nel corso di questi mesi avete visitato, letto e commentato il blog. Vi terremo aggiornati.
“Dico no, famiglia sì” a Mezzolombardo.
Sabato 31 marzo il Direttivo “Libertà e Persona” ha scelto di scendere nuovamente in piazza per sostenere la campagna in favore della famiglia naturale e per riproporre il proprio manifesto a riguardo, dal titolo significativo “Dico no, famiglia sì”. Teatro di questa nuova iniziativa è stato Mezzolombardo, i cui cittadini, ad onor del vero, hanno risposto con grande entusiasmo, tanto che, al termine della mattinata, abbiamo raccolto una cinquantina di sottoscrizioni al sopra citato manifesto. Da sottolineare come, durante tutta la manifestazione, vi sono stati anche momenti di intensi scambi di opinione, piccole discussioni e commenti, che hanno ribadito, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sentiti siano i temi legati alla salvaguardia della famiglia. L’iniziativa di Mezzolombardo segue quella già positiva organizzata a Trento il 10 marzo scorso e che aveva segnato il debutto di “Libertà e Persona” come movimento di opinione tra la gente. In quell’occasione furono raccolte 115 firme; ricordo a tutti che è sempre aperta la sottoscrizione dell’appello “Dico no, famiglia sì” sul sito dell’Associazione. Per concludere la breve cronaca dell’iniziativa, un ringraziamento agli amici della Piana Rotaliana, in particolare a Francesco Betalli, per il loro lavoro e per l’entusiasmo che hanno portato e che ha certamente contribuito al successo della manifestazione.
Diffusa dalla Cei la nota sui Dico.
Conferenza Episcopale Italiana
Nota del Consiglio Episcopale Permanente
a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio
e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto.
L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune. La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente «approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi» (Statuto C.E.I., art. 23, b). Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli. Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile. A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume. Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile. Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza. Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare. Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: «i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto. In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10). Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5). Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica. Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.
Roma, 28 marzo 2007
I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I.
Lo Stato dei trattati bilaterali tra Israele e Santa Sede.
La delegazione israeliana diserta l’incontro in Vaticano
di Arieh Cohen
La riunione “plenaria” era fissata da tempo. Si doveva lavorare a un “trattato globale” su sicurezza giuridica e fiscale per la Chiesa in Israele. Il faticoso processo era iniziato anni fa, spinto dalla magnanimità e fiducia di Giovanni Paolo II. Delusione e dolore nel mondo ecclesiale.
Tel Aviv (AsiaNews) – La Delegazione dello Stato di Israele, attesa in Vaticano per il 29 marzo, ha deciso di non presentarsi all’appuntamento. Lo avrebbe comunicato solo ora, a pochissimi giorni da quella che sarebbe stata la prima “Plenaria” dei negoziati tra le due Parti dopo un intervallo di cinque anni.
La notizia si è subito diffusa tra i giornalisti a Roma, che si occupano del Vaticano, giacché alcuni tra i più influenti erano invitati ad incontrare il Capo della Delegazione israeliane il 29 sera, dopo i negoziati in Vaticano, così che le stesse Autorità israeliane si son viste costrette a informarli della decisione di non inviare la Delegazione.
In assenza, finora, di commento ufficiale da parte della Santa Sede, non è ancora possibile valutare quanto grave è la ferita che può essere stata inflitta ai rapporti bilaterali da questa mossa insolita, che segue una lunga serie di altri appuntamenti – sempre nel quadro dei negoziati, ma finora soltanto a livelli “inferiori” – che sono stati poi disdetti o disattesi dalla parte israeliana.
L’incontro disdetto da Israele, delle squadre dei negoziatori per la Santa Sede e per lo Stato di Israele, al completo, si sarebbe tenuto in Vaticano, giovedì 29 marzo, per fare ancora un altro tentativo di portare a conclusione le trattative iniziate l’11 marzo 1999. L’ultimo incontro dei negoziatori a questo livello si è tenuto 5 anni or sono. Da allora i negoziati hanno proceduto, seppur sporadicamente, al “livello di lavoro”.
Come è ben noto, il fine dei negoziati è la firma di un “trattato globale” su tutte le questioni di tasse e proprietà attualmente pendenti, per dare alla Chiesa in Israele quella sicurezza giuridica e fiscale, di cui ha bisogno. In termini pratici, la Chiesa Cattolica desidera veder riconfermate le storiche esenzioni fiscali, che aveva già acquisito nel 1948, al momento della creazione dello Stato di Israele. Parimenti la Chiesa spera per la restituzione di proprietà ecclesiastiche confiscate – per esempio, la chiesa-santuario di Cesarea, confiscata negli anni ’50 e successivamente rasa al suolo. In particolare poi, viene ritenuto importante per la sicurezza dei luoghi sacri di proprietà della Chiesa, assicurare che gli eventuali contenziosi che li riguardano siano decisi dalle corti giudiziarie di Israele, secondo il diritto, e non, come potrebbe accadere oggi, dai politici, in maniera puramente discrezionale.
Nella Chiesa in Israele c’era molta attesa per l’esito di questo incontro – ora disdetto in modo repentino da Israele – e la previsione della prima sessione “plenaria” dei negoziati dopo cinque anni, aveva suscitato un cauto ottimismo, ora sostituito per l’ennesima volta dalla delusione.
Un esito positivo delle trattative avrebbe potuto confermare la fiducia nella saggezza della scelta della Chiesa, nel 1993, di procedere alla firma dell’ “Accordo fondamentale” con lo Stato di Israele, e di allacciare con esso, pochi mesi dopo, i pieni rapporti diplomatici, anche mentre si affidavano a negoziati e accordi successivi materie di importanza decisiva.
Il giurista francescano p. David-Maria A. Jaeger, massimo esperto di rapporti Chiesa-Stato in Israele, (prima di essere informato dalla cancellazione unilaterale) aveva spiegato così ad AsiaNews il ragionamento che aveva portato alla scelta del ’93: “Si credeva meglio procedere comunque, per dimostrare, subito, sin dall’inizio, la buona fede della Chiesa, e la fiducia senza riserve che l’altra Parte avrebbe adempiuto i propri obblighi di diritto internazionale. C’era l’attesa, piena di speranza, che la fiducia e la magnanimità da parte della Chiesa non avrebbero mancato di suscitare magnanimità e fiducia anche dall’altra Parte. Si trattava di una decisione coraggiosa e generosa del Servo di Dio Giovanni Paolo II, e io, da parte mia, continuo a pregare e a sperare che si dimostri che davvero Egli aveva ragione”. Richiesto da AsiaNews di esprimere un opinione sulla cancellazione unilaterale, il p. Jaeger si è limitato ad esprimere “incredulità” e “dolore”, e ha rifiutato di fare altri commenti.
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Continua la guerra dello stato d’Israele contro l’Ospizio delle suore della Carità
di Arieh Cohen
Governo e organizzazioni commerciali da decenni tentano di espropriare con mezzi illeciti una costruzione che a Gerusalemme ospita bambini poveri, anziani e portatori di handicap, per costruire cinema e centri di intrattenimento. Richiesta la mobilitazione dell’opinione pubblica cattolica mondiale.
Tel Aviv (AsiaNews) – La Chiesa cattolica in Israele sta cercando tutti i modi di salvare l’Ospizio per anziani e bambini, il convento e la chiesa delle Figlie della Carità di san Vincenzo de’ Paoli. La prestigiosa istituzione caritativa è infatti nel mirino di un’alleanza fra governo israeliano e imprenditori che vuole costringerle a vendere la proprietà ad alcune aziende private. In un ultimo appello, le suore hanno denunciato il complotto alla Corte distrettuale di Gerusalemme, ma molto difficilmente la Corte darà ascolto alle suore senza l’intervento diplomatico del Vaticano e senza la pressione dell’opinione pubblica cattolica in tutto il mondo.
A tutt’oggi l’Ospizio ospita 150-200 persone: circa 30 neonati e bambini al di sotto dei 4 anni; fra 80 e 120 ragazzi e ragazze minori di 18 anni; un gruppo di adulti e anziani con forti handicap fisici e mentali. Ogni giorno 30 bambini ricevono cure ambulatoriali; un centinaio di bambini e bambine, in maggioranza poveri, sono accolti in un asilo. L’Ospizio è mantenuto in funzione da 7 suore Figlie della Carità e da uno staff di 75 persone fra dottori, psicologi, psichiatri, infermieri, assistenti sociali, fisioterapisti e altri. Al centro dell’edificio vi è una delle chiese cattoliche più famose e importanti di Gerusalemme.
L’Ospizio è riconosciuto e ammirato dal folto pubblico per il suo insostituibile impegno a favore dei bisognosi e sofferenti, piccoli e grandi. Ma la sua posizione, al confine fra Gerusalemme est e ovest, a breve distanza dalla porta di Giaffa, lo hanno reso da sempre una preda ambita.
Nel 1974, l’allora sindaco di Gerusalemme, noto per i suoi continui sforzi di trasferire proprietà ecclesiastiche a mani israeliane (governo e privati), ha fatto pressioni sulla superiora facendole firmare un contratto di vendita di una parte dell’Ospizio, a favore di un businessman israeliano. Non essendo autorizzata dalla Chiesa, la vendita era illegale e la Chiesa di Gerusalemme ha richiesto che il contratto venisse dichiarato nullo. Per tutta risposta lo stato ha confiscato la proprietà, assicurandone il trasferimento agli imprenditori israeliani.
La Chiesa si è allora rivolta ai tribunali per annullare la confisca. A questo punto lo Stato israeliano preme sulle suore per far loro firmare un nuovo contratto di vendita (più precisamente “di affitto per 125 anni…”).
Nel nuovo contratto lo Stato ha incluso diverse condizioni richieste dalla Chiesa, per garantire il buon funzionamento dell’Ospizio, della chiesa e del convento. Così, per esempio, era stata garantita una “via di accesso” attraverso l’area confiscata (o “affittata”), per permettere ad auto, ambulanze, camion di fornitori di entrare e uscire dal centro. Un’altra garanzia scritta era che l’area edificata nella nuova proprietà non avrebbe dovuto essere troppo alta per non privare l’Ospizio della luce solare.
Le nuove costruzioni, varate di recente, violano in modo netto tutte le garanzie richieste dalla Chiesa. In particolare, i nuovi proprietari si rifiutano di fare una strada di accesso, minacciando di soffocare l’Ospizio, rendendo impossibile il suo funzionamento. I nuovi edifici, poi, sono progettati per giungere ad una tale altezza che l’Ospizio sarà destinato a non vedere per sempre la luce del sole. Violando il contratto, sono in programma cinema e centri di intrattenimento, minacciando di affogare l’Ospizio e i suoi residenti in un chiasso perpetuo, specialmente di notte.
Le Figlie della Carità si sono lamentate e hanno domandato al governo e all’organizzazione commerciale di onorare le loro promesse stilate sul contratto. Come risposta, governo e businessmen hanno consigliato alle suore di vendere tutta la proprietà, chiudere l’Ospizio e andare via… Ormai, diverse persone a Gerusalemme pensano che questo fosse lo scopo ultimo dell’operazione fin dall’inizio.
Le suore hanno presentato una nuova denuncia, chiedendo al governo e all’organizzazione commerciale di onorare i loro impegni. Ma il cammino sembra arduo. Il potere politico cerca da molto tempo di strappare in tutti i modi edifici di proprietà delle Chiesa per incamerarli in mano israeliana, pubblica e privata. In questo caso, al potere forte dello stato si aggiunge anche un forte potere economico, dati gli enormi interessi commerciali coinvolti.
Secondo l’Accordo Fondamentale del 1993 fra la Santa Sede e Israele, la chiesa e il convento delle suore sarebbero dei “luoghi sacri”, con diritto a una speciale protezione (v. Art 4, par. 3 del trattato). Ma il governo israeliano continua a rifiutarsi di recepire l’Accordo nelle leggi dello Stato e ha dichiarato diverse volte che esso reputa l’Accordo non vincolante e non applicabile nei tribunali israeliani. Ancora di recente – in un altro caso, davanti alla Corte suprema di Israele – il governo ha riaffermato la posizione secondo cui Israele non è vincolato dalle obbligazioni contratte con l’Accordo Fondamentale con la Santa Sede.
Fonti locali dicono che è molto probabile un’assistenza diplomatica della Francia. In passato la Francia ha infatti firmato alcuni accordi con Israele per la protezione di diverse istituzioni cattoliche. Ma le stesse fonti affermano che la speranza più forte è nella mobilitazione dell’opinione pubblica cattolica mondiale. Perdere l’Ospizio significa perdere un elemento significativo della presenza e della missione cattolica a Gerusalemme, una perdita insieme morale e fisica.
In Israele la missione di servizio delle Figlie della Carità ha un importante ruolo di testimonianza di ciò che è il cuore della fede cristiana: manifestare che “Dio è amore”, come il papa della “Deus caritas est” ha ricordato alle Chiese e al mondo. Evidentemente, politici e imprenditori israeliani hanno altri interessi e altre idee…
Asianews
Trento come Genova? No global in città.
Dopo lo sgombero del Centro sociale “Bruno” avvenuto lo scorso 21 marzo, sono proseguite le azioni di protesta da parte dei no global trentini: dopo aver causato disagi al traffico, bloccando la tangenziale, i manifestanti si sono recati alla rotatoria nei pressi della funivia per Sardagna e hanno imbrattato di colore rosa la statua dell’orso, dono del Comune di Berlino-Charlottenburg alla città gemellata di Trento.
La settimana precedente i no global nostrani avevano anche tentato un’irruzione alla sede del Comune in via Belenzani, naturalmente dopo aver imbrattato il selciato con la solita vernice rosa. Certo, la posizione del sindaco Alberto Pacher non deve essere per nulla facile in questo momento, guidando una coalizione “di lotta e di governo”, che in alcune sue frange più sinistrose, dentro e fuori le istituzioni, aveva talvolta ammiccato, più o meno palesemente, alle iniziative dei ragazzi del Bruno. Al momento si è tornati al rispetto della legalità, mettendo fine all’occupazione illegale dello stabile presso il piazzale Zuffo a Trento, che durava, addirittura, dal 10 ottobre 2006. Certamente gran parte dell’opinione pubblica trentina ha accolto con soddisfazione la chiusura della palazzina occupata illegalmente al piazzale Zuffo. Nulla di personale verso i ragazzi del “Bruno”, ma quel senso di illegalità manifesta, ostentata, quel linguaggio pieno di diritti e mai di doveri, francamente indispone chi, da anni, all’interno di associazioni di volontariato, culturali, sociali, si è visto rispondere picche dall’amministrazione comunale a richieste per una sede per le proprie attività; peggio ancora vi sono sul territorio comunale, associazioni realmente impegnate nel sociale, non solo a parole o a slogan, che spendono gran parte dei loro ricavi, quando non si autotassano, per pagare l’affitto di un locale. Se volessi indulgere in demagogia, direi che sarebbe arrivato il momento anche per tutti i loro associati, per tutti noi, di marciare su Palazzo Thun! Direi, inoltre, che sarebbe interessante calcolare quanto è costato alla collettività l’attività del “Bruno”: costi legati alla pubblica sicurezza, pulizia degli immobili, danari che avrebbero potuto essere spesi in ben altre iniziative e ben più proficue azioni, ma non mi illudo di certo che i contestatori e gli agitatori di piazza comprendano un siffatto ragionamento, per quanto elementare.
Fin qui la descrizione di eventi legati alla cronaca cittadina, ma vi sono alcuni punti che vorrei evidenziare: in taluni passaggi della stampa locale è sembrato che gli occupanti, anzi gli okkupanti, del C.S. “Bruno” siano sì dei ragazzi a volte un po’ sopra le righe, goliardici, ma tutto sommato, innocui, chiusi nella loro riserva di indiani metropolitani, in un’oasi di illegale felicità, comunque sotto controllo, gestibili a distanza di sicurezza. Tutto questo però stona con un’intervista rilasciata sabato scorso (24 marzo, ndr) dal portavoce del “nostro” centro sociale, Federico Zappini, il quale ripete più volte, a metà tra il messianico e la minaccia, “guai a chi ci tocca!” ed annuncia urbi et orbi che il 21 aprile prossimo sarà organizzato a Trento un grande raduno al quale hanno aderito numerosi centri sociali provenienti da tutta Italia “contro la repressione che si respira in tutta Europa verso i centri di aggregazione. Trento sarà un catalizzatore paradigmatico (sic!) della libertà di movimento”. L’iniziativa avrà, a quanto pare, anche il sostegno convinto del leader nazionale dei no global Luca Casarini, il quale esprime con decisione il proprio sostegno all’azione dei disobbedienti trentini e si dice pronto a puntare verso il capoluogo per unirsi alla protesta «Se i ragazzi del centro sociale Bruno ci chiameranno, partiremo subito per manifestare a Trento accanto a loro». Che cosa ci dobbiamo aspettare il 21 aprile? La solita carnevalata tutta slogan e “impegno sociale”, pacifici dibattiti, naturalmente costruttivi, democratici, antifascisti e pluralisti (purchè non si pensi in modo diverso dal loro …), prese di posizione ferme eccetera, oppure, fatte le debite proporzioni e i debiti scongiuri, Trento assisterà ad una riedizione degli scontri di Genova, di Padova, di Copenhagen? Prevarrà come sempre in questi casi l’estremismo? C’è da aspettarselo, visti i precedenti. Eppure, fino ad oggi, nessun opinionista locale ha osato prospettare la proibizione della manifestazione per motivi di ordine pubblico. Preoccupazioni infondate? Me lo auguro, ma nel frattempo sarebbe interessante conoscere il parere della giunta comunale di Trento, come cittadino vorrei sapere se la manifestazione in oggetto è, o sarà, autorizzata ufficialmente; il sindaco Pacher e gli organi preposti alla sicurezza, predisporranno una “linea rossa” intorno al centro storico e lasceranno sfogare i manifestanti in zone franche all’uopo concesse? Non ci resta che attendere, fiduciosi, una risposta del sindaco e della sua giunta, non dimenticando che se l’autorizzazione arriva, non potrà egli esimersi dalle proprie responsabilità in caso di prevedibili incidenti, dei quali Trento farebbe volentieri a meno; in caso di “manifestazione spontanea non autorizzata”, ma ampiamente annunciata, attendiamo una presa di posizione forte di fronte all’opinione pubblica cittadina e non solo. La speranza, sincera, è di non dover assistere ad un tam tam mediatico di rimpallo di responsabilità e che il 21 aprile non veda la città in stato di assedio e l’indomani la cronaca nera in prima pagina.
Apocalypto: il giudizio di un sacerdote
“Una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno” Così inizia il film
Una frase secca, a schermo scuro. Non importa neppure chi l’abbia detta, anche se poi risulta di W.Durant, uno storico dei primi secoli dopo Cristo e riferita alla fine dell’impero romano. Si capisce che sta parlando di te. Non W.Durant, ma Mel Gibson. Il suo non è un film storico, né d’avventura, né tantomeno uno squatter. Il suo è un grido, un avvertimento, una profezia. Mentre il film corre, come il suo protagonista, Zampa di Giaguaro, per sfuggire al sacrificio umano e alla barbaria dei predoni, ti accorgi che il film sta parlando di te, della tua vita, di ciò che ti circonda, del tuo mondo. Per questo è un film da vedere. Mi interessa della mia sorte, della mia felicità, della casa che ho costruito, del mondo in cui vivo e vivranno i miei figli, mi interessa del mio destino specie se chi mi parla non mi sta compiacendo. Anzi proprio perché dice qualcosa di ruvido e di amaro, è bene ascoltare. Quello di Mel Gibson è un film che ti ferisce per la durezza della sua denuncia (non tanto della violenza delle scene), ma poi non ti lascia, come tanti moralismi, preda dei rimorsi, dell’angoscia, dei sensi di colpa. In cosa consiste questo monito di Gibson? Il mondo è finito. Non, “è la fine del mondo”, ma “un certo mondo è finito”. Non è nelle sue intenzioni dirimere la questione nei dettagli, né fare un analisi della situazione. Per questo ci sono i documentari e le tavole rotonde. Gibson di mestiere fa il regista e adopera il linguaggio televisivo, con i suoi limiti e con la sua immediatezza, per comunicare qualcosa. “Il tuo mondo è finito” è l’espressione di una bambina che ha dinanzi a sé uno dei predoni più feroci. Una bambina affetta da un morbo e quindi totalmente inerme. Ha la sola forza della verità: “il tuo mondo è finito”, gli dice. Il sacerdote maya riprende questa convinzione, evidentemente diffusa, e rivolto al popolo raccolto per i sacrifici umani espiatori per ingraziarsi Dio, dice: “Dicono che siamo vuoti e marci, ma non è così. Noi siamo forti”. E per affermare questo, per alimentare l’illusione della forza, uccide e sacrifica. E’ convinto non solo di essere forte, ma di avere dalla propria Dio. Il vuoto genera rabbia. La debolezza diventa arroganza. L’inconsistenza diventa violenza. E così il sacerdote per affermare la propria forza, domina, uccide, rende schiavi. Come non vedere in questa descrizione il nostro mondo occidentale? Proprio sabato scorso il Santo Padre ha detto “L’Europa rischia il congedo dalla storia”. Come non vedere che ciò che si vuol caricaturale siamo noi? Siamo noi quel mondo che sta per finire. La paura ci ha riempito l’anima e la sta già divorando. Il nichilismo, il vuoto interiore, il marcio è ciò che lambisce ormai ogni riva del cuore. In questi giorni si parla di emergenza educativa. Qual è l’oggetto della questione? E’ che i nostri giovani non hanno consistenza, sono vuoti, non hanno ideali. Spenti dal troppo niente che hanno. Arresi dal cinismo e dall’indifferenza cui sono circondati quotidianamente. Derubati dalla possibilità che le cose, persino l’amore, la realtà più bella e desiderabile, abbiano una plausibile consistenza. E la conseguenza di questo è sotto l’occhio di tutti: violenza e rabbia, bullismo e rigurgiti di vecchie ideologie che pensavamo passate. E la questione dell’educazione, non è forse la questione degli educatori? I giovani privi di valori non sono, in fondo, una denuncia per un mondo di adulti non più capaci di comunicare la bellezza del vivere, il senso della vita, il valore della conquista e della costruzione del mondo? Non è che abbiamo sacrificato all’altare del denaro, dell’arrivismo, del potere e del piacere il nostro cuore? La questione religiosa non è emergente nel film se non per la strumentalizzazione che ne fa il sacerdote maya. Non è, tuttavia, lontano dal pensiero del regista che il nostro mondo mettendo da parte Dio, si prepara a mettere da parte se stesso. Anzi mettendo da parte Dio, relega negli scantinati la dignità dell’uomo e quindi ultimamente “si è distrutta dall’interno”. Ecco di cosa parla il film, al di là e attraverso la bellezza cinematografica delle riprese nella foresta amazzonica e il coinvolgimento emotivo per un inseguimento mozzafiato. Quale risposta abbozza il regista? Il regista lascia rispondere il protagonista Zampa di Giaguaro: “Dobbiamo andare nella foresta, per cercare un nuovo inizio”. Occorre ri-iniziare. Nella barbaria più dirompente, nella circostanza più disperata è possibile sempre ricominciare. E d’altra parte se una società – potremmo dire – se la Chiesa stessa non si ricostruisce, non si reiventa di nuovo, diventa stereotipo, ideologia, affermazione di sé e quindi, in definitiva, prepotente, violenta, arroccata e arrogante…come chi scalcia per difendersi! La Chiesa usa la parola “rievangelizzazione”, non per dire qualcosa di nuovo, per annunciare di “iniziare nuovamente” a credere nel medesimo Vangelo di sempre. I Santi, da San Benedetto (con i suoi monasteri nel mezzo delle macerie dell’impero romano) a San Francesco (“và e ripara la mia casa) hanno sempre ricostruito la Chiesa e il mondo. Un nuovo inizio è possibile, tornando a scoprire ciò da cui si viene. La foresta là dove il padre di Zampa di Giaguaro era cacciatore e prima di lui i suoi avi. La ricostruzione non avviene nella demolizione e nell’erezione di un edificio nuovo. No, il rinnovamento avviene sempre tornando alle radici di sé, riaderendo più compiutamente e più radicalmente alla propria storia.
L’insostenibile leggerezza del relativismo
Qualche tempo fa si stava a discutere in classe sul valore della verità. A dirla tutta, sono stato io ad ardire di pronunciare la parola “vietata”. Il nostro infatti, si presenta come il tempo delle molteplici prospettive e chi si azzardi a parlare di verità è subito tacciato di integralismo. Ma le cose stanno proprio così? E’ vero che l’uomo moderno deve rinunciare per sempre alla pretesa di qualsiasi verità? Non solo, siamo convinti che egli farebbe bene a preoccuparsi dei problemi concreti evitando persino di cercarla la verità ? Ma cosa resta della ricerca se essa è destinata al fallimento? Ha ancora senso cercare in questo caso?
Queste ed altre domande hanno assillato la mia mente dopo quella discussione. Con questo breve scritto non ho alcuna pretesa di formulare una risposta; su di un punto però vorrei soffermarmi: quando con gli studenti si è parlato di “verità” inconsapevolmente, si sono formati due schieramenti che esprimevano prospettive filosofiche e antropologiche diversissime, uno spartiacque stimolante e provocatorio. Da una parte stavano i sostenitori della verità, essi riconoscevano all’intelligenza umana la possibilità di identificare alcuni principi, alcuni valori come assoluti, non negoziabili.
Questo gruppo lo potremmo chiamare, il gruppo dei credenti, cioè di coloro che vedono nella natura un disegno e attraverso di esso la volontà di un creatore che nel creato avrebbe posto dei valori riconoscibili da parte di una ragione ben orientata. Questo significa che non basta la semplice ragione per garantire la bontà di un atto; anche una legge iniqua può essere frutto della ragione. Ciò che fa di un’azione o di una legge qualcosa di desiderabile è il dettato della retta ragione; questo intendo per ragione ben orientata. In tale sede non ho lo spazio di approfondire come si determini la recta ratio, basti qui solo ricordare il fecondo apporto in tale ambito promosso da Tommaso D’Aquino.
Il secondo gruppo sosteneva – come osservato – una tesi totalmente diversa dal primo. I ragazzi asserivano che ogni valore morale non è altro che il prodotto di una determinata cultura e di un determinato tempo. In tal modo veniva espressa l’impossibilità di affermare l’assolutezza di qualsivoglia valore, mentre si riconosceva la transitorietà dei principi e persino dei concetti di bene e di male.
A questo punto mi è parso opportuno porre un interrogativo: esiste un “dover essere” per l’uomo? Detto in altre parole mi chiedevo se fosse possibile riconoscere nella persona umana una serie di dati originari che la qualificano rispetto ad ogni altro essere vivente. Se esiste questa natura, la domanda che successivamente andrebbe posta è come l’uomo possa corrispondere nel corso della propria vita a questa “legge” inscritta dentro di lui.
Gli inconsapevoli sostenitori di quella che ho chiamato visione materialistica della vita, i sostenitori convinti del relativismo dell’uomo e delle culture, ovviamente rigettavano la mia ipotesi, sostenendo al contrario come ogni verità fosse soltanto espressione di convenzioni, abitudini, idee consolidate, compromessi raggiunti.
Questo ragionamento però, mi avvidi subito che portava in un vicolo cieco. Gli assertori del relativismo etico infatti dovevano concludere che collocate nel loro tempo pratiche come la tortura, la schiavitù, l’infanticidio, il cannibalismo, la discriminazione in base al sesso ecc…andavano valutate come eticamente vere e perciò, non solo tollerabili ma anche comprensibili, in quanto espressione di un dato sentire.
Essi, nel precludere alla ragione umana la possibilità di riconoscere valori assoluti e atemporali, dovevano necessariamente esimersi da ogni giudizio sulla storia.
Non solo, persino il presente visto attraverso questo angolo di visuale, se ci pensiamo, si rivela incomprensibile e gravido di contraddizioni. Chiediamoci infatti perché dovremmo censurare oggi, pratiche come la poligamia, l’infibulazione, la discriminazione della donna, la pena di morte, se esse sono vissute come valori culturali, come elementi di civiltà da popoli diversi da noi occidentali.
A questi popoli cosa contrapponiamo? Le nostre convenzioni, i nostri usi e costumi, la nostra democrazia, anche laddove quest’ultima non appartenga minimamente alla cultura di una data civiltà?
Se tutto è opinabile, se ogni cosa è semplicemente il frutto di rapporti di forza o votazioni di maggioranze, se tutto è frutto della cultura di riferimento, allora tutto è possibile e si equivale.
E la prova di questa mia ultima osservazione è data da un fatto, che oggi, nel mondo ci si preoccupa della democrazia e dei diritti umani solo laddove vi sono interessi che esulano da motivi semplicemente umanitari. Il mondo è pieno di dittature, di atroci sperequazioni, di popoli che si scannano a vicenda nel disinteresse generale. Questo perché la stessa vita umana non è avvertita come un valore assoluto. Diritti umani e democrazia infatti, dove manchi un radicamento di questi principi in qualcosa di assoluto, risultano semplici convenzioni.
Con che autorità infatti potrei proporre una convenzione ad un’altra ergendomi a giudice della stessa?
Cosa accade insomma, se seguiamo il filo di questi ragionamenti? Vogliamo riconoscerlo?Semplicemente si verifica che i valori senza fondamento diventano tutti relativi.
Il paradosso, percorrendo tale traiettoria concettuale è che persino le crociate e la caccia alle streghe, noti cavalli di battaglia della propaganda anticlericale e anticattolica, possono essere serenamente “giudicate”soltanto dai cattolici stessi, in quanto solo loro riconoscono la dignità assoluta di ogni essere umano, dignità che può essere tale, in quanto sottratta ad ogni discussione e radicata in DIO.
Così, per converso, i relativisti dovrebbe comprendere molte vicende storiche senza giudicarle in quanto maturate in epoche dove i valori erano diversi.
Un’ulteriore prova delle incoerenze cui porta la negazione della possibilità di riconoscere una verità sull’uomo si manifesta nell’attuale dibattito relativo allo statuto dell’embrione. Il prof. Boncinelli, intervistato in merito, osservò come fosse impossibile dire con certezza quando l’embrione umano potesse essere qualificato come persona. Detto ciò aggiunse, come per uscire da tale impasse, l’unica via praticabile fosse quella di stabilire convenzionalmente il momento del trapasso dell’embrione da anonimo grumo di cellule a persona.
Questo significa che in paesi diversi, in culture diverse,tale momento può variare; insomma per alcuni la persona emerge con l’embrione stesso, per altri neppure dopo la nascita. Da tutto ciò conseguirebbe che la dignità umana e il diritto alla vita varierebbero in base alla logica di un accordo.
La rinuncia dei principi suggeriti dal diritto naturale porta per tale via alla barbarie, all’affermazione del diritto del più forte. Accade sempre più quello che i buoni assicuratori sanno: la vita di un affermato avvocato di 40 anni vale infinitamente di più di quella di un modesto impiegato postale. Mai ci capiti di investire ed uccidere un affermato professionista! Ci accorgeremmo sulla nostra pelle di come va il mondo.
Un’ultima osservazione: spesso abbiamo sentito affermare che un feto non può essere detto una persona perché lo è solo in potenza. Anche in questo caso vorrei servirmi di un esempio tratto dalla realtà. Supponete che un vostro vicino pianti cento alberi di mele, cento tenere pianticelle che fra qualche anno una volta cresciute daranno dei frutti. Nessuno si sognerebbe mai di dire che quelle pianticelle non solo degli alberi di mela, tanto che se io una notte decidessi di tagliarli tutti per fare un dispetto al mio vicino, se visto, andrei incontro ad un processo e ad una grave sanzione. A poco varrebbe affermassi che quegli alberi erano capaci di produrre mele solo in potenza.
Sta tutta qui l’insostenibile leggerezza del relativismo.
BORSA SI O BORSA NO? Vediamoci chiaro.
Alla luce dei recenti titoli di alcuni giornali che parlavano di un vistoso crollo del mercato borsistico o comunque di una forte correzione, sull’onda lunga della perdita del mercato cinese, vorrei fare alcune considerazioni al fine di fare un po’ di chiarezza sul corretto uso del termine “crollo” per quanto riguarda il mercato azionario. Spesso infatti il risparmiatore è portato in inganno e teme per i suoi investimenti sulla base dei commenti più o meno apocalittici di taluni analisti finanziari. Definiamo innanzitutto alcune regole base per comprendere il mercato, dove per l’accezione “mercato” intendo dire mercati finanziari in generale. In primo luogo il mercato non è un luogo schizofrenico dove i prezzi salgono o scendono a seconda degli umori ma un preciso termometro dell’economia che registra con un certo anticipo i cambiamenti dell’economia reale, cioè per semplificare la crescita o meno del PIL o per dirla in altri termini la fase di espansione o recessione di un’economia. Solitamente se l’economia reale registra oggi dei forti tassi di crescita ed i giornali parlano di fase espansiva, il mercato ha anticipato nei prezzi questa crescita di circa 6-12 mesi. Ciò significa che i prezzi delle azioni e quindi i guadagni dei risparmiatori hanno iniziato la loro corsa ben prima dell’ufficialità delle notizie. Lo stesso dicasi per le fasi recessive: quando i giornali parlano apertamente di recessione, i mercati hanno perso una buona parte del loro valore. In secondo luogo quando in finanza si parla di lungo periodo, questo equivale normalmente ad un periodo almeno maggiore ai cinque anni che può arrivare sino a 10 anni. In terzo luogo è vero che l’economia è diventata globale e quindi i mutamenti che si registrano in un mercato (chiamiamolo pure Wall Street per indicare la borsa americana) si riflettono sugli altri mercati, ma è anche vero che se analizziamo gli indici dei principali paesi al mondo troveremo delle considerevoli differenze sul lungo periodo, quindi non è sempre vero che i mercati seguono pedissequamente la stessa direzione e questo è tanto meno vero quanto più ci spostiamo nel tempo. Un altro elemento da tenere presente se vogliamo valutare attentamente la situazione di un mercato finanziario è quello di considerare la sua evoluzione partendo da una rappresentazione grafica in quanto risulta difficile ricordarsi il mutare dei prezzi nel tempo e l’evoluzione che hanno seguito. Per chiarire meglio quanto voglio asserire con questo articolo, pubblico di seguito 3 grafici dell’indice MIBTEL (uno degli indici più rappresentativi del mercato azionario italiano) presi su diversi archi temporali.
Il primo grafico è di solito quello che trovate pubblicato. Mostra un arco temporale di pochi mesi e fa vedere come il mercato abbia perso parecchio terreno rispetto ai valori massimi. Il risparmiatore che considera solo questo grafico, ha una visione parziale della realtà ed il timore per di perdere il suo capitale non sarebbe suffragato dai fatti.
Il secondo grafico (clicca per accedere) che mostro invece è più difficile da trovare per i non addetti ai lavori. Mostra un arco temporale di 3-4 anni all’interno dei quali si nota come il Mibtel sia passato da circa 20.000 punti a più di 33.000 con una variazione percentuale positiva del 65% all’interno del periodo considerato. In poche parole chi avesse investito 20.000 euro all’inizio del 2004, avrebbe ottenuto un capitale di circa 33.000 ad inizio 2007. In questo contesto la “correzione” avvenuta qualche settimana fa, appare di modeste dimensioni rispetto al precedente grafico e come si può vedere non è la prima che il mercato ha fatto registrare nel corso di questi 3 anni. Sempre per semplificare al massimo, chi avesse investito i soliti 20.000 euro, dopo le recenti perdite dei mercati ne otterrebbe 31.000, diciamo un minor guadagno accettabile visti i considerevoli rialzi avvenuti.
Il terzo grafico ( clicca per accedere) che posto, è raramente pubblicato dalla grande stampa, ma è il grafico che più di tutti fa cogliere i reali movimenti del mercato borsistico italiano avvenuti negli ultimi anni. E’un grafico determinante per chi vuole investire nel lungo periodo i suoi risparmi. Per fare solo due battute, emerge in modo chiaro, come la perdita dei mercati delle scorse settimane, sia cosa risibile in confronto alla corsa effettuata dal 2003 in avanti. Si evidenzia ancora come il mercato abbia già raggiunto i 35.000 punti dell’indice Mibte agli inizi del 2000 per poi iniziare un repentino mutamento di direzione, accentuato dall’11 settembre 2001, che troverà il suo culmine a cavallo fra il 2002 ed il 2003 a circa 16.000 punti dell’indice Mibtel. Questo solo per dimostrare come la piccola rettifica avuta dai mercati finanziari qualche settimana fa, altro non era che una correzione fisiologica del mercato che non può assolutamente configurarsi come crollo. Se poi a qualcuno interessa l’argomento, visto che è una mia vecchia passione, piena disponibilità nell’approfondirlo.
Luca Trainotti