Anziani, ex Ospedalino e….angeli custodi

Torno sul tema dell’avviato trasferimento degli anziani ospiti dalla civica casa di riposo di via S. Giovanni Bosco all’ex Ospedalino di Trento (ora ribattezzato “Angeli Custodi”), in seguito alla campagna stampa lanciata in questi giorni a favore della nuova Rsa di via della Collina.

La struttura viene descritta come una sorta di “albergo a cinque stelle”, dotato di tutti i comfort e paragonabile a quelle svizzere e scandinave (i cui Paesi chissà perché sono sempre considerati il modello di riferimento), insomma una soluzione ideale per i fortunati anziani che ne saranno ospiti: alla fine, si dice, una novantina, ma secondo alcuni non arriveranno a 70.

Certo, è vero, per i familiari e i volontari che andranno a trovarli c’è il “disturbo” di dover salire ogni volta da piazza Venezia lungo una strada stretta ed impervia. Ma cos’è mai questo piccolo fastidio rispetto a ciò che gli anziani trovano lassù: reception, zona ludico-riflessiva, palestra, ristorante, fisioterapia, sala conferenze, cappella, stanze a due e 4 letti ciascuna con propri servizi, per non parlare della splendida vista sulla città e il Monte Bondone, e molto altro ancora.

E poi per i trasporti c’è il bus navetta che già percorre via della Collina ogni 20 minuti (domeniche escluse), mentre chi sale in automobile non ha problemi grazie ai 90 parcheggi offerti dalla nuova struttura.

Conclusione: le critiche mosse al trasloco definitivo di gran parte della casa di riposto di via S. Giovanni Bosco a quella di via della Collina dal Comitato Al Centro gli Anziani, che per chiedere al Comune di rivedere questa soluzione aveva raccolto le firme di 11mila cittadini e inscenato anche qualche manifestazione di protesta, sarebbero non solo ingenerose e ingiustificate, ma anche sintomo di un atteggiamento “capriccioso”, tipico dei bambini viziati avvezzi a ingigantire i dettagli sgraditi (la strada) quando bisognerebbe invece rallegrarsi ed essere orgogliosi di “gioielli” architettonici come questo, meritevoli di ricevere l’applauso dei destinatari e dei cittadini tutti (perché, come nota Concetto Vecchio sul Trentino, “in quanti altri posti d’Italia dispongono di tanta abbondanza?”).

Bene, questo è l’idilliaco quadretto dipinto dai giornalisti dopo la loro visita all’ex Ospedalino. Ciò che lascia allibiti e amareggiati è la superficialità delle loro osservazioni e dei loro giudizi. Il fatto di restare abbagliati dalla nuova struttura limitandosi a tesserne le lodi, se da un lato significa sicuramente compiacere i pubblici poteri (ma è questo il compito di un giornalista?), e in particolare l’amministrazione comunale, che hanno voluto la nuova casa di riposo, dall’altro equivale ad ignorare l’unico, vero problema da sempre evidenziato dal Comitato.

E il problema sta in questa semplice domanda: anziani così, già fisicamente staccati e talvolta sradicati per vari motivi dal loro ambiente, quello naturale, domestico e rassicurante della famiglia, della relazione e della condivisione dell’esistenza con i loro cari, sui quali sapevano di poter contare; anziani così, come si suol dire (con una gelida espressione) “istituzionalizzati”, vale a dire inseriti in quello che resta pur sempre un “ricovero” per quanto sfavillante, moderno e attrezzato possa essere; ecco: persone così, di cosa, primariamente ed essenzialmente, hanno bisogno?

Di una sola cosa: di non essere e di non sentirsi sole.

In due modi.

Primo. Percependo che qualcuno, “fuori” da quelle mura, pensa a loro ed è vicino anche fisicamente e lo dimostra andandoli a trovare, facendo loro compagnia. Il più possibile. Anche tutti i giorni. Anche più volte al giorno come da sempre avviene. Questo “qualcuno” sono i figli, i nipoti, le sorelle, i fratelli, gli amici, oppure i volontari che gratuitamente cercano di rispondere alle loro piccole e grandi esigenze di ogni giorno.

Secondo. Mettendo gli anziani ospiti nelle condizioni di muoversi da soli, accompagnati o in carrozzella, per andare loro stessi ad incontrare gli altri, di immergersi nella realtà esterna, uscendo il più spesso possibile dalla struttura protetta per sentirsi vivi, concedersi un giro in città per puro piacere o seguire magari uno dei tanti eventi proposti nelle vie e piazze del centro, stare fra la gente, distrarsi e, perché no?, divertirsi un po’ in mezzo agli altri.

Quel che in ogni caso è irrinunciabile è assicurare questo contatto, questo rapporto con gli altri, dentro e fuori la casa di riposo. Rapporto con gli "altri" e la città che il personale, per quanto competente, specializzato, sensibile, numeroso, non può sostituire.

Contatti e rapporti che sono il filo sottile, delicato, informale, eppure vitale, grazie al quale questi anziani si sentono ancora partecipi del mondo esterno, coinvolti e “presenti” in una realtà umana e sociale diversa dal microcosmo, pur completo di tutto, rappresentato dall’istituto.

Se questa è l’esigenza fondamentale degli ospiti, è chiaro che la struttura dovrebbe essere funzionale ad essa. Anche e soprattutto con la sua collocazione. Ed è altrettanto evidente che l’ex Ospedalino ha forse, anzi, sicuramente tanti pregi, ma non questo. Non quello irrinunciabile di favorire e agevolare il più possibile sia l’uscita degli anziani in città sia le visite dei loro familiari e conoscenti, molti dei quali li vanno abitualmente a trovare anche 3-4 volte al giorno.

E’ oggettivamente innegabile che tutto ciò, con la casa di riposo in via della Collina, avverrà con più difficoltà e minor frequenza di prima.

Questo è il punto.

Non a caso uno dei principali requisiti richiesti oggi alle case di riposo, specie se di nuova realizzazione, è che siano vicine se non interne ai centri urbani, per favorire l’accessibilità alle strutture e dare al tempo stesso agli ospiti l’opportunità di frequentare il tessuto urbano esterno. Ed è appunto questo requisito non secondario, anzi, irrinunciabile per la qualità della vita degli ospiti, che l’ex Ospedalino non offre rispetto alla vecchia “civica” casa di riposo di via S. Giovanni Bosco, dove per quanto manchi la vista panoramica e vi sia la necessità di una ristrutturazione, il contatto diretto, immediato con i parenti, i volontari e la città era pienamente garantito.

Assistiamo così al paradosso di una Trento impegnata, da un lato, ad abbattere ogni possibile barriera architettonica che lungo le strade come negli edifici pubblici e privati discrimina chi ha particolari esigenze di movimento, e pronta dall’altro ad incrementare le distanze e a rendere più difficili i rapporti tra sé e i propri anziani.

Che finiranno magari nel piccolo paradiso a 5 stelle della casa di riposo “Angeli Custodi”, ma ai quali forse mancheranno gli “angeli custodi” in carne ed ossa, quelli veri ed umani di cui più di ogni altra cosa hanno bisogno.

Gian Burrasca

Views: 3

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Perché oggi la democrazia è malata di autoritarismo

E’ interessante, perché induce a riflettere anche sulla situazione dell’Italia e delle stesse istituzioni del Trentino, l’allarme per l’indebolimento della democrazia lanciato dal politologo Ralph Dahrendorf (nella foto), fra i massimi studiosi della materia. A suo avviso i cittadini contano sempre meno nelle decisioni più importanti, prese da centri di potere prevalentemente esterni ed estranei ai parlamenti eletti dal popolo. Quella in cui viviamo è insomma una democrazia malata.

«Benché l’affluenza alle urne sia ancora alta in Europa rispetto agli Stati Uniti, nondimeno gli osservatori riscontrano una diffusa apatia, se non un vero e proprio cinismo, nei riguardi della politica.

La gente – scrive Dahrendorf – non è interessata e, pur non avendo alcuna fiducia in chi è al potere, non si preoccupa di reagire.

E’ così che emerge la sindrome autoritaria. Diversamente dal totalitarismo, l’autoritarismo non è fondato sulla mobilitazione permanente di tutti i soggetti, ma sul loro disinteresse.…..

Rafforzare il parlamento è diventato un compito arduo. Democrazia vuol dire tre cose: realizzare i cambiamenti senza l’uso della violenza; rispettare equilibri e controlli nell’esercizio del potere; dare peso all’opinione pubblica.

La democrazia parlamentare o rappresentativa coniuga questi elementi mediante l’elezione di rappresentanti che nel parlamento, e grazie a esso, possono cambiare gli indirizzi politici e, se necessario, i governi, come pure monitorare e controllare l’esercizio del potere. Tali istituzioni si sono sviluppate storicamente durante la formazione degli stati nazionali”.

Senonché, per il politologo, oggi “lo spazio tradizionale delle istituzioni democratiche, almeno dal un punto di vista europeo, sta perdendo rapidamente terreno rispetto alle decisioni importanti: è la Banca Centrale Europea a decidere i tassi di interesse; è la Nato a pianificare gli attacchi aerei; è il Fondo monetario internazionale a decidere chi debba o meno ricevere ulteriore aiuto da parte della comunità internazionale. In questi casi, almeno, ci si confronta con delle istituzioni.

Ma ci sono decisioni altrettanto importanti che vengono prese da organismi meno definiti. Come quando, ad esempio, una società giapponese decide di investire in Gallese piuttosto che in Normandia, o quando uno speculatore americano coglie l’occasione più propizia per mandare in tilt il Sistema Monetario Europeo e, così facendo, incassa miliardi di dollari. A volte sembra che a dettare legge siano “mercati” interamente anonimi.

E’ importante ricordare, all’inizio del XXI secolo, che lo Stato nazionale è ancora lo spazio politico più importante. Può aver perduto parte della sua forza, ma resta comunque la comunità inclusiva più importante per la maggior parte della gente. Per chi è da poco sfuggito alla dominazione imperialistica, come gli stati ex comunisti dell’Europa centrale e orientale, lo Stato nazionale non incarna solo la sovranità, ma anche la libertà.

Bisogna poi stare attenti alla falsa democrazia – conclude il politologo – i cui rappresentati non danno ascolto alla voce della gente». Perché vi sia vera democrazia, insomma, non bastano le regole della democrazia. Occorrono anche e soprattutto uomini «democratici: persone coscienti dei propri diritti, che prendono sul serio la responsabilità di difenderli attivamente”.

Gian Burrasca

Views: 1

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

La Corea del Nord in guerra contro il suo stesso popolo. Ma i pacifisti (anche trentini) tacciono

                                                                                          (Nella foto, il dittatore nordcoreano Kim Jong Il)

Perché il Forum Trentino per la pace e la galassia delle organizzazioni raccolte sotto la bandiera arcobaleno, non condannano l’esperimento atomico annunciato dalla Corea del nord?

Qualcuno forse ricorderà la grande mobilitazione preventivamente promossa da questi soggetti contro la possibile guerra in Iraq.

Non sarebbe forse giustificata oggi un’analoga protesta nei confronti di Pyongyang il cui regime totalitario, fra i peggiori sulla faccia della terra, minaccia apertamente la pace nel mondo e si esalta per il possesso dell’arma nucleare?

L’interrogativo è lecito anche nel caso in cui l’esplosione non fosse in realtà mai avvenuta e configurasse quindi solo un bluff messo in atto dal regime di Kim Jong per “mostrare i muscoli” alla comunità internazionale.

Scendere in piazza avrebbe infatti un duplice significato.

Oltre a mostrarsi pubblicamente preoccupati per l’inquietante prospettiva di un conflitto mondiale dalle conseguenze devastanti, si tratterebbe anche e soprattutto di sollecitare ed esprimere l’indignazione dell’opinione pubblica di fronte alle spaventose condizioni di schiavitù e di sottosviluppo in cui la dittatura comunista costringe il Paese.

Si può dire a ragion venduta che da anni il governo della Corea del Nord è in guerra contro il suo stesso popolo.

Per mantenere il proprio apparato bellico e arrivare a produrre l’atomica, esso non esita infatti a lasciare che la maggior parte della gente muoia letteralmente di fame. La Corea del nord è un gigantesco lager dove solo l’esercito e la polizia hanno la certezza di sopravvivere. Il regime spreme 23 milioni di abitanti per mantenere 1,2 milioni di soldati professionisti e 6 milioni di riservisti.

Recentemente la United Nation Food Agency (l’ente dell’Onu che si occupa dell’alimentazione nel mondo) ha rilevato nei bambini sintomi gravi di denutrizione e rachitismo. L’ultima grande carestia, che risale a un decennio fa, ha sterminato due milioni di persone, un decimo della popolazione. Frequenti sono gli assassini a scopo alimentare. Alle 22.00 la corrente elettrica viene tolta, mentre l’acqua calda è in funzione solo 4 ore al giorno. E tutto questo vale anche per il più grande Hotel della capitale.

A queste disastrose condizioni economiche si accompagna la più completa negazione di ogni libertà. I turisti complessivamente accettati nel Paese sono meno di 50 all’anno. Agli abitanti è proibito sia guardare gli stranieri che rivolgere loro la parola.

Non esistono né la tv né la radio. Le persone non sanno nulla di quel che accade nel resto del mondo. Fotografare è vietato. Finiscono in carcere – e poi di costoro non si sa più nulla – quanti sono anche solo sospettati di avere idee diverse da quelle imposte dal regime.

Queste e altre informazioni sono state pubblicate nei giorni scorsi sulla stampa italiana, ma l’unica notizia che ha avuto risonanza è stata quella dell’esplosione atomica.

Chi però, come il Forum Trentino della pace, è per propria scelta sistematicamente impegnato a denunciare queste situazioni e questi soprusi, anche perché l’ente pubblico (nel nostro territorio la Provincia) ne finanzia l’esistenza e l’attività con i soldi di tutti noi, non può esimersi dall’alzare la voce per evidenziare la cultura disumana e di morte di cui le minacce di guerra e l’atomica sono solo l’effetto più appariscente.

Gian Burrasca

Views: 4

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

E’ tempo di dire cosa ne sarà dell’ospedale Santa Chiara

Gli assessori provinciali Grisenti (opere pubbliche) e Andreolli (sanità) hanno presentato lo studio preliminare che spiega perché a Trento c’è bisogno del nuovo, grande ospedale che – la decisione è già stata presa – sorgerà nei prossimi anni in via al Desert, al posto delle attuali Caserme Chiesa, Pezzoli e Bresciani.

Si tratterà – hanno assicurato – di una struttura ad altissimo contenuto tecnologico, di un edificio “intelligente”, altamente qualificato e dotato di tutti i servizi di cui oggi c’è bisogno vista l’evoluzione degli interventi in questo settore.

Benissimo. Gli assessori non hanno però spiegato cosa ne sarà dell’ospedale Santa Chiara, per il cui ampliamento e ammodernamento sono stati spesi più di 300 milioni di euro, dal momento che il nuovo nosocomio soddisferà ogni necessità e quindi non si prevedono residue esigenze sanitarie alle quali rispondere.

E’ certamente vero che in attesa dell’ospedale di via al Desert era comunque indispensabile dotare il Santa Chiara di altri posti macchina per ridurre la carenza di parcheggi e la pressione di un traffico ormai insostenibile sia per la struttura sanitaria sia per i circostanti e popolosi quartieri della Bolghera e di Gocciadoro.

Più difficile da comprendere è l’enorme investimento attuato per l’ampliamento e l’ammodernamento dei volumi e dei reparti dell’ospedale, se già si sapeva che sarebbe stato sostituito.

Credo che, considerate le spese sostenute per il vecchio e le dimensioni del nuovo progetto, non solo i cittadini di Trento ma quelli di tutta la provincia abbiano quindi il diritto di conoscere il destino riservato all’ospedale Santa Chiara una volta sorta la nuova struttura di via al Desert.

Anche perché è noto che difficilmente l’ospedale attuale potrà essere adibito ad altri usi.

Non resterebbe quindi che optare per l’abbattimento, e paradossalmente questo avverrà proprio quando le opere di innovazione oggi in corso saranno terminate e avranno reso la struttura più funzionale.

Meglio quindi ipotizzarne ancora un utilizzo di tipo sanitario, magari di tipo diverso, specialistico o altro. Ma allora il nuovo ospedale di via al Desert non potrà occuparsi di tutto.

Da parte del governo provinciale un chiarimento, quindi, sarebbe doveroso per due motivi: perché la questione non è di poco conto e per il necessario rispetto verso i cittadini.

Gian Burrasca

Views: 4

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Viaggi e miraggi dei nostri politici

Leggendo qua e la ho trovato questo articolo del Saltaro delle Giudicarie, uno spasso, ve lo assicuro……

"Ritorno alle mie solite cose anche perché quando esco dalle solite minuzie, a qualcuno viene l’orticaria e mi riempie di contumelie e minacce, ma io che resisto impavido da secoli, seguo il detto cinese mai sconfessato da alcuno: "Quando infuria la bufera fai come la canna dello stagno, abbassati che appena passa ti potrai rialzare più gagliarda che mai…" Forse approfitto della bontà dei miei editori e me ne scuso, ma come faccio a limitare questa mia linguaccia che mi mette sempre nei guai ? "Tagliala !" qualcuno mi ha suggerito. Eh no, già sono mezzo cieco, ed anche un po’ sordo, dovessi diventare anche muto mi schiererei per l’eutanasia e me ne andrei all’altro mondo, prometto comunque che cercherò di limitare le mie insolenze che debbono sempre però essere prese per quel che sono, semplici ironie, qualche sarcasmo, nulla di più e senza cattiveria, un po’ per ridere delle cose di questo mondo, un po’ per contribuire, sorridendo, a miglioralo. E mi rituffo nella politica spicciola di casa nostra. Occuparmi dei viaggi altrui non mi è mai piaciuto anche perché sono portato alla facile ortica, più per invidia che per altro, però non posso non accennare alla strana voglia dei nostri politici di girare il mondo magari anche (o solo?) a spese nostre. Fece scalpore, appena eletto, il viaggio dell’on. Bezzi in Cina, con un seguito quasi pari a quello che ha accompagnato Prodi in Asia in questi giorni, ancora a Canton e nelle altre città cinesi si respira l’ansia di quell’evento, un Bezzi in Cina non è cosa da poco, su due miliardi di cinesi di certo un miliardo si ricorda ancora della venuta messianica del nostro conterraneo, tanto da rendere quasi superflua la stessa visita di Prodi da quelle parti, dove passa Bezzi non cresce più neanche un filo d’erba …è quello che dicono in Val di Sole, ma a Trento, fra gli addetti ai lavori, ancora ci si chiede cosa sia andato a fare il nostro in Cina… ai posteri la soluzione del mistero! La Iva Berasi sembra abbia trasferito la sua dimora su di un aereo, quando la si cerca lei è in viaggio, sembra anzi che si sia fatto costruire uno speciale aereo a pale eoliche con pannelli fotovoltaici incorporati per evitare l’inquinamento, non si sa ancora quali benefici i suoi viaggi portino al Trentino, cominciano a delinearsi invece i danni, vuoi vedere che la spesa è più della presa? come si diceva una volta, ma una volta quando una cosa non portava profitto la si smetteva in fretta. chi ha orecchie per intendere intenda! La Margherita Cogo è anch’essa reduce dalla Cina dove sembra ormai di casa, dato che è la seconda volta che ci va a spese nostre; il primo viaggio lo criticai dal mio trono, se ve lo ricordate, non mi convincevano le motivazioni, un viaggio in Cina non lo si fa per andare a spasso, ci vogliono motivi seri ed importanti, allora non c’erano, o nessuno li ha ancora capiti.. .più chiaro l’argomento di quest’ ultimo raid cinese. La Margherita nostra c’ è andata con motivazioni serie e condivisibili, e per condividerle con voi ho saputo che ha portato in Cina il nostro museo itinerante allestito dal MART, comprese alcune opere di autori trentini e che ha avuto molto successo: Oddio, non è che con l’esposizione del MART in Cina, cambino di molto le nostre difficoltà commerciali con quel paese, i negozianti cinesi continueranno a fare concorrenza a somministrarci carne di cane nei loro ristoranti, e le importazioni cinesi continueranno a fare concorrenza ai nostri prodotti, contribuendo ad aumentare la categoria dei disoccupati in Italia, però qualcosa, seppur in piccolo, s’è fatto e per me anche di molto significato. Brava, senza enfasi però, che non ho ancora finito; mira fatto invece arrabbiare la nostra Vicepresidente per le sciocchezze da lei dette in occasione della vittoria di una nostra conterranea al titolo di Miss Italia, anche se poi il giorno dopo s’è pentita (strano!) portando un mazzo di fiori alla famiglia della Miss. Se mi ha fatto piacere il ravvedimento, mi preoccupa invece lo stato confusionale che da tempo caratterizza i comportamenti della Margherita Cogo. In Giunta vota le leggi e poi le contesta in Consiglio, sulla questione della Rendeva è per l’ambito giudicariese quando parla a Tione (ci mancherebbe!), mentre è a favore della Rendeva quando parla a Spiazzo, sparla di cori e bande e poi smentisce (e nessuno le crede!), ed infine l’uscita infelice sulla Miss perginese e sui concorsi di tal genere, con il pentimento del giorno dopo. Ormai è palesemente inaffidabile, e tutto sommato non interesserebbe niente a nessuno se non fosse la Vice Presidente della Giunta, allora sono in gioco anche i nostri interessi, gli interessi della comunità, quali garanzie di saper governare con sobrietà ed equilibrio? Probabilmente i frequenti viaggi hanno contribuito a rendere sfasata (politicamente s’intende!) la signora (talvolta capita!), e per fortuna che da un po’ di tempo non tira in ballo le quote rosa, forse se n’è dimenticata….comunque il mio amico Abele che sarà sordo e un po’anche strabico, ma che non è per niente stupido, m’ha citato due illustri esponenti della cultura e della politica che sulle due questioni, quella riguardante la nostra Miss Italia e l’altra, ormai stantia, delle quote rosa, hanno risposto a dovere alla nostra conterranea Margherita. Dice il professor Silvio Goglio in proposito: " Leggo che l’assessore Cogo afferma che i concorsi per miss Italia sono una tristezza. Probabilmente ha ragione, ma neanche certi concorsi per divenire deputati alla camera sono sempre molto allegri. Almeno per miss Italia le primarie si fanno seriamente." Bravo per bacco, una volta tanto che un professore universitario dice qualcosa di saggio! Ancora più lapidaria e tagliente la risposta data da Manuela Palmeti, senatrice di Rifondazione Comunista, alla domanda: Cosa ne pensa delle quote rosa?" ha così risposto: "Le quote rosa sono una gran balla! Servono solo a mantenere il potere delle donne che lo hanno già." Che si riferisse alla Cogo…? Alla prossima che se no mi vien da piangere. "

Views: 2

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Caro sindaco Pacher, e il boulevard?

Solo una domanda all’amministrazione comunale di Trento e al sindaco Pacher in particolare: che ne è del progetto di interramento della ferrovia del Brennero nel tratto di attraversamento della città, finalizzato a permettere, in superficie, la realizzazione del grande boulevard, vialone alberato in perfetto stile euro-metropolitano, grazie al quale il capoluogo della  provincia, finalmente libero dall’infrastruttura su rotaia, verrebbe “ricucito” con il suo storico quartiere di Piedicastello? 

Di questo grandioso ridisegno urbano, al quale ogni altro sarebbe subordinato e collegato, per produrre e presentare il quale era stato ingaggiato e lautamente ricompensato un architetto catalano di chiara fama come Bousquet, il primo cittadino di Trento, la sua giunta e maggioranza politica avevano fatto la loro bandiera e il loro manifesto sia in campagna elettorale sia dopo.

Ora, a distanza ormai di qualche anno dagli entusiastici annunci iniziali, non se ne sente più parlare né dentro né fuori Palazzo Thun.

Non si sa perché. Forse mancano le risorse. O forse qualcuno, nella giunta comunale, si è reso conto che in realtà di una simile opera la città di Trento non ha bisogno. E che le priorità vere sono altre. O forse ancora è stato tutto rinviato al 2045 (tanto per dire una data).

Ma quale che sia la ragione del black out della comunicazione municipale intorno a questo argomento per il quale avevamo visto scorrere fiumi di soldi, di programmi politici, di ipotesi di fattibilità tecnica, di parole altisonanti, i cittadini hanno oggi il sacrosanto diritto di sapere se si è trattato di un colossale (e geniale) scherzo, oppure dovremmo ancora crederci.

Ma in questo secondo caso, per convincere qualcuno, il sindaco e la sua amministrazione dovrebbero essere un tantino più precisi ed indicare cifre e tempi. Oppure ammettere onestamente di aver preso un abbaglio e che non se ne farà più niente.

Poi saranno gli elettori a giudicare, quando si tratterà di votare alle prossime comunali.

Gian Burrasca

Views: 2

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Anziani di Trento all’ex Ospedalino: un caso di eutanasia sociale

Dopo aver deciso di abbattere l’attuale civica casa di riposo di via S. Giovanni Bosco, nel cuore della città, il Comune di Trento sta per trasferire in modo definitivo una parte degli anziani ospiti, soprattutto quelli non autosufficienti, nell’ex Ospedalino situato – ma meglio sarebbe dire arrampicato – in cima ad un ripido e stretto vicolo il cui nome è non a caso “via della Collina” (ma data la salita il termine collina è eufemistico).

La nuova Rsa risulterà così inevitabilmente una gabbia dorata, dalla quale gli anziani, proprio perché non autosufficienti, non potranno uscire per scendere in città e ancor meno per risalire se non in automobile o con un mezzo pubblico.

Oggi, da soli o accompagnati, essi possono concedersi agevolmente una passeggiata o un giro in carrozzella in centro, sentendosi partecipi della città e integrati nella vita urbana.

A questo loro isolamento (lo spazio per un po’ di verde all’esterno della nuova struttura è del tutto insufficiente) si aggiungerà il grave disagio arrecato ai numerosi familiari abituati a recarsi anche due o più volte al giorno in visita agli anziani, senza contare il problema dei continui spostamenti su e giù per la viuzza del personale assistenziale e sanitario e dei volontari costretti a raggiungere, sicuramente non a piedi, la nuova sede, con prevedibili ripercussioni sull’inquinamento già oggi oltre i limiti. Infatti il traffico lungo via della Collina, già intenso, aumenterà ulteriormente in futuro con i nuovi residence che sorgeranno poco sopra, al punto da rendere allucinante la prospettiva che ad esso si aggiunga anche quello prodotto dal nuovo ricovero (si pensi anche ai furgoni e ai camion per le forniture quotidiane).

A nulla è valso il reiterato tentativo di indurre l’amministrazione di Trento a riconsiderare questa scelta, promosso fin dalla primavera del 2004 da un gruppo spontaneo di cittadini battezzatosi “Comitato al centro gli anziani”, formato da parenti degli ospiti della casa di riposo, associazioni e semplici cittadini, che preferendo non limitarsi alla protesta, aveva anche proposto al Comune e alla Provincia, raccogliendo a tal fine oltre 10mila firme in pochi mesi, due soluzioni ragionevoli:

a) da un lato la ristrutturazione e l’ammodernamento dell’attuale casa di riposo che si trova in una posizione ideale per favorire il necessario rapporto di integrazione fra anziani e città;

b) dall’altro una diversa destinazione d’uso della rinnovata struttura di via della Collina, più adatta ad accogliere altri servizi sanitari e assistenziali (essendo già attrezzata da questo punto di vista potrebbe ad esempio ospitare un convalescenziario nel quale ricoverare, per periodi di tempo limitati, pazienti dimessi dall’ospedale e bisognosi di un periodo di riposo e cura prima di rientrare a casa e malati in gravi condizioni per dare sollievo alle famiglie).

E non sono nemmeno servite le iniziative realizzate l’anno scorso – manifestazioni pubbliche di vario tipo, interventi in consiglio comunale, articoli apparsi sulla stampa locale – sollecitate dal comitato e attuate anche da esponenti e organizzazioni di diversa e opposta estrazione politica, per convincere il governo di centro-sinistra della città (Sindaco è il diessino Alberto Pacher) a non relegare in una struttura tanto infelice e inadeguata gli anziani ospiti della casa di riposo.

Per tutta risposta l’amministrazione ha ribadito la volontà di procedere al trasferimento degli anziani in collina garantendo l’offerta di bus navetta per il collegamento con la città che oltre a non risolvere il problema risulterebbero comunque insufficienti, oltre ad improbabili allargamenti di via della Collina, arrivando nei giorni scorsi ad ipotizzare addirittura un fantascientifico ascensore.

Per denunciare un progetto contrario al più elementare buon senso e al rispetto di soggetti deboli come gli anziani ospiti della casa di riposo, i quali non sono in grado di opporsi da soli ad una decisione presentata dall’amministrazione come inevitabile, non resterebbe a questo punto che una puntata di Striscia la notizia.

Il titolo del servizio televisivo potrebbe essere: Trento, la città che espelle i suoi anziani. Un caso di eutanasia sociale.

Gian Burrasca

Views: 5

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Ladri di biciclette

nella foto, un'immagine tratta dal film Chiedo scusa se racconto un fatto personale, ma temo, anzi, sono sicuro che sia capitato e accada anche ad altri. E meriti, quindi, il dominio pubblico.

Sabato notte mi hanno rubato la bici davanti a casa. E’ la quarta volta che succede. Davvero non ne posso più.

E pensare che dopo gli ultimi furti subiti avevo preso apposta un modello giurassico strausato, immaginando che non potesse esservi miglior antifurto di un ferrovecchio arrugginito. Oddio, perfettamente funzionante. Ma con almeno cinquant’anni di strada, e forse più, nelle ruote.

Ciò nonostante l’ho sempre accuratamente chiuso con tanto di megacatenaccio neanche fosse l’Honda di Valentino Rossi.

Invece niente. Rieccomi appiedato e furibondo per il senso di impotenza che ci si ritrova addosso in queste circostanze. Ho provato ovviamente a girovagare qua e là, alla disperata ricerca della mia balilla a pedali. Ma, sia pur a malincuore, dopo un po’ mi sono arreso.

E ho rinunciato anche alla denuncia, per la sufficienza con cui ogni volta, dopo essere rimasto vittima dei precedenti furti, carabinieri e polizia hanno sempre preso svogliatamente nota dell’accaduto, lasciandomi intendere che l’atto, pur dovuto, non sarebbe servito a nulla. Inutile illudersi, sembravano dirmi. La bici non salterà più fuori. Né si troverà l’autore del furto. Sempre che – aggiungevo io mentalmente – questi non si presenti spontaneamente in questura, meglio se con il maltolto, spinto dall’irrefrenabile impulso di subire la sanzione prevista dalla legge.

Amari sarcasmi a parte, a sentire le forze dell’ordine si dovrebbe prendere atto che il furto di biciclette come di altri analoghi beni personali (pare che oggi vadano molto – cioè spariscano – anche le macchine fotografiche digitali) appartenendo alla categoria della micro-criminalità, è destinato a rimanere come tale impunito. A diventare “normale”.

Già: normale. Perché quello da me subito rientra fra le migliaia di reati minori ai quali, secondo carabinieri e polizia, occorre rassegnarsi perché è già tanto se nel nostro territorio il numero di crimini e delitti di rilevanza medio-alta (dai furti negli appartamenti a quelli delle automobili, dalle rapine in banca alle violenze sulle persone), risulta relativamente più basso e sotto controllo rispetto al resto del Paese.

Morale: noi che abitiamo quest’isola felice – il Trentino non è statisticamente paragonabile, in termini di criminalità, a certe regioni italiane del nord e del sud dove il problema è ben più drammatico – dovremmo insomma non dico rallegrarci, ma sicuramente non lamentarci di questi reati.

Di essi, anzi, faremmo bene ad autoaccusarci un po’ per non essere stati abbastanza previdenti. Nel mio caso, parcheggiando la bicicletta per strada. Vuol dire che la prossima volta, per non sentirmi in colpa, me la porterò a letto.

Gian Burrasca

Views: 2

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Finanziaria: perchè si parla solo di Irpef ?

In queste settimane dopo la presentazione della manovra finanziaria da parte del Governo, si è parlato e si parla prevalentemente delle modifiche apportate agli scaglioni Irpef. Vorrei a questo proposito far notare, con l’aiuto del grafico sottostante che solo una minima parte della manovra andrà a reperire e trasferire risorse attraverso la modifica delle aliquote dell’imposta sulle persone fisiche. Sembra infatti, (perché cifre che mostrino il vero impatto macroeconomico non ce ne sono ancora) che attraverso l’aumento delle aliquote si reperiscano da 200 a 800 milioni di Euro. Tali importi sono suffragati dai dati relativi al modello Unico 2004 che mostrano come la fascia di contribuenti colpita dagli aumenti rappresenti circa l’1,59% del totale (vedere i contribuenti sopra i 70.000 Euro racchiusi graficamente dalla parentesi in rosso). Quindi l’introito derivante da tale misura sarebbe pari allo 0,597% o ben che vada al 2,39%. Per dirla in altri termini, la misura relativa alla modifica dell’imposta sulle persone fisiche è pari a 1/130 in rapporto all’importo complessivo della manovra, che ricordo essere pari a 33.500 milioni di Euro ( o 33,5 miliardi). Questo per dire che il provvedimento è ben lungi dall’essere di tipo redistributivo come sostiene il governo; in pratica se è vero che il contribuente con redditi inferiori ai 40.000 Euro lordi annui potrà beneficiare di uno sconto annuo di imposta che va dai 40 ai 300 Euro a seconda che abbia moglie e uno o più figli a carico, in realtà si troverà a spendere molto di più per tutte le altre imposte introdotte e che certamente avranno un impatto macroeconomico ben maggiore: l’accisa sul gasolio, il tiket sul pronto soccorso e soprattutto la riduzione dei trasferimenti agli enti locali che sicuramente provocheranno un inasprimento delle tariffe da parte dei comuni in quanto non saranno più in grado di far fronte ai servizi con le minori risorse provenienti dallo Stato. Su questo punto è intervenuto duramente anche Cofferati, che come ben sappiamo non può dirsi politicamente molto distante dal Governo. In conclusione, “Se anche Cofferati dubita delle promesse anche questa volta ci riempiranno di tasse”.

Views: 3

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Ancora su Maria: non sempre la legalità coincide con la giustizia

A proposito del "sequestro" di Maria (Vika) è bene ricordare che i coniugi Giusto avevano percorso effettivamente tutte le strade legali:

– ne avevano chiesto l’adozione due anni fa, adozione poi bloccata come tante altre;

– avevano chiesto, il 4 giugno scorso, quando ancora non c’era nessun putiferio, che Vika venisse almeno adottata da una famiglia bielorussa, magari la stessa in cui vive suo fratello, e si erano dichiarati disposti a sostenerla economicamente;

– avevano sottoposto la bambina a diverse visite mediche, con esperti anche del pediatrico del Gaslini, non periti di parte, che avevano confermato che la bambina sulle violenze subite aveva detto la verità;

– si erano rivolti al tribunale dei Minori che prima aveva dichiarato che la bambina non poteva rimpatriare e poi, pochi giorni prima della data fissata per il rientro, aveva cambiato totalmente idea, senza motivo apparente.

Solo dopo tutto questo hanno giocato la carta estrema, l’hanno nascosta. Voi che avreste fatto nei loro panni?

Ce lo mandereste un figlio in un posto dove ha già subito violenze, e dove nessuno dà garanzie che non ne subisca più, solo perchè lo dice la legge?

Non sempre la legalità coincide con la giustizia.

Lo dimostrano anche queste semplici domande:

– perchè ai genitori (si, perchè Vika li chiama mamma e papà e ha detto chiaramente che è con loro che vuole stare), o a qualcuno della famiglia non è stato permesso di accompagnare Vika in Bielorussia?

– c’è stato o no un accordo fra l’Italia e la Bielorussia? E se c’è stato, come sembra, perchè non viene reso pubblico?

– perchè quel blitz infame? Che ne sarà di Vika? Perchè non si vuole ascoltare la sua voce?

Gian Burrasca 

Views: 4

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.