Ero gay, ma sono guarito.

Lo si può incontrare in una via di Milano, confuso tra la folla del sabato, a fare acquisti con la fidanzata, attento a non spendere troppo perché sta mettendo da parte i soldi per il matrimonio. Tranquillo, “normale” come dice di se stesso, virgolette comprese. Chi lo avesse conosciuto dieci anni fa potrebbe pensare di essersi sbagliato. Invece è proprio Luca Di Tolve, nella sua nuova vita. “Quella – racconta – che mi sono conquistato dopo sei anni di terapia riparativa dell’omosessualità: tre rosari al giorno, gruppi di ascolto, studio della Bibbia e dei testi di Josè Maria Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei. Adesso, finalmente, sono guarito”.
“Guarito”, dice, come se essere gay fosse una malattia, secondo le più bieche posizioni omofobiche. Eppure Luca era omosessuale, e non uno tranquillo. Piuttosto uno da montagne russe, capace di passare dalle eleganti suite newyorchesi al sesso rubato in una “darkroom”, dall’ufficio dove dirigeva un team di persone a un parco di notte a consumare rapporti.
Il primo amore
Gay lo è sempre stato, fin da bimbo. “Ricordo la mia infanzia a giocare con le bambole e con le amiche del palazzo volevo sempre fare la mamma”, racconta. Già allora i genitori si erano separati, lui viveva in un monolocale a Milano con la mamma “troppo affettuosa, a volte soffocante ma anche tanto indaffarata nella lotta per la sopravvivenza”. Andò a finire che in seconda media si innamorò perdutamente del suo compagno di banco “bello, perfetto, forte e dolce allo stesso tempo”. Amore non corrisposto. E non solo: “Se ne accorse la prof, anzi, praticamente tutti”. Lo sospesero. “Rimasi a letto per giorni, gridavo il nome del mio compagno nel sonno. Lo psicologo disse che ero il classico bambino turbato per la separazione dei genitori e che un altro cambiamento sarebbe stato dannoso”.
Il sesso
Luca tornò in classe, riuscì anche a diventare amico del suo “bello”. Ma l’amore quello no. “Rimaneva in me un vuoto che mai riuscii a colmare, i miei studi andarono a rotoli, abbandonai la scuola”. Dopo un po’ arrivò il sesso, forse anche l’amore, con un ragazzo più grande. Il mondo omosessuale si aprì davanti a lui, “un mondo finalmente pieno di colori dopo tanta amarezza, sentivo di poter finalmente camminare da vincitore e non da sconfitto”.
La prima vittoria? Arrivare a Canale 5. Batteva le mani, faceva apparizioni sporadiche, guadagnava quasi nulla ma intanto conosceva meglio l’ambiente. Il passo successivo fu entrare nel giro delle discoteche. Quando anche le discoteche iniziarono a stargli strette passò a occuparsi della sezione turismo dell’Arci Gay. Organizzava viaggi per omosessuali. Gli piacque talmente che pensò di aver finalmente trovato la via giusta. Mise su un’agenzia sua, specializzazione i viaggi a tema, soprattutto negli Usa, ma anche feste ed eventi come il Gay Pride di Napoli. “Ero amato, invidiato, avevo soldi, casa in centro, bei vestiti, in tasca biglietti d’aereo per andare a fare shopping negli Usa quando volevo”. Il massimo, insomma. O forse no. “L’Aids marciava trionfante, la vita di amici ventenni con i quali avevo diviso anni lieti, si spegneva miseramente”. Anche lui finì nella morsa dell’Hiv. Scomparve il suo lavoro, un sieropositivo non può sottoporsi a una girandola di viaggi e vaccinazioni. Si dissolsero le paillette, iniziò il periodo peggiore. “Tornai a casa di mia madre, ormai risposata, e fu il mio deserto”. Ovvero, il momento delle darkroom, dei parchi, del sesso disperato, degli stupefacenti. “Poi ho scoperto il buddismo, e sono arrivate le canzoni. Ho vinto un concorso con testo dedicato a un Dio non ancora decifrato bene”.
La svolta
La svolta avvenne per caso. Un giorno un amico omosex dimenticò a casa sua alcuni appunti di filosofia. Luca li sfogliò per curiosità e s’imbattè nelle teorie di Joseph Nicolosi. Spiega: “All’inizio ebbi voglia di prendere a pugni questo signore e le sue idee. Però non riuscivo nemmeno a liberarmene. In fondo che cos’era quell’andare in giro per parchi se non la conferma che anch’io ero vittima di pulsioni, di nevrosi di cui dovevo liberarmi? E perché non riuscivo a raggiungere la felicità con un ragazzo, uno dei tanti conosciuti in quegli anni? Perché nei maschi mi guardavo come in uno specchio, ma era della diversità di una donna che avevo bisogno”.
Abbandonò il buddismo, ritrovò il cristianesimo e scoprì per la prima volta l’identità di uomo. “Non dico che sia stato facile, devi saper rinunciare, fermare la caccia al sesso compulsivo che prima praticavo istintivamente”. Ci sono voluti sei anni, qualche caduta qui e lì, molta volontà, anche – e un tempo gli sarebbe apparso impensabile – tante preghiere. “Tre rosari al giorno, i corsi del gruppo Chaire e quelli di Living Waters. Un anno fa ho conosciuto la mia fidanzata. Di me sa tutto e ha accettato di starmi accanto”. Stanno mettendo da parte i soldi per sposarsi, conta di farcela nel giro di due anni.(la Stampa,26(2/2007)

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Messaggio quaresimale del patriarca di Gerusalemme.

Fratelli e sorelle,
La grazia e la pace di Nostro Signore Gesù Cristo siano con voi!
Diamo inizio alla Quaresima e con Gesù andiamo nel deserto di Gerico che oggi ci dice due cose: innanzi tutto che questo deserto è lo stesso dove Gesù volle digiunare e pregare prima di adempiere alla sua missione nel mondo; e poi che Gerico è una piccola città-prigione, come tutte le città palestinesi, simbolo di una situazione di conflitto divenuta nostro ambiente di vita, generazione dopo generazione, giorno dopo giorno. In questa Quaresima da un lato vogliamo pregare e incontrare Dio nella solitudine, dall’altro vogliamo incontrare gli uomini per superare il conflitto e vedere il volto di Dio in tutti.
Nel deserto ci liberiamo per un lasso di tempo del peso delle nostre preoccupazioni nella vita privata o pubblica per poter gioire di un momento di libertà interiore che ci consente di vedere: di vedere Dio e di vedere, nelle profondità di noi stessi, il bene e il male che ci portiamo dentro, per poterci purificare e per conoscere meglio la vocazione alla quale Dio ci chiama nella nostra Chiesa e nella nostra società.
La Chiesa ci invita ad astenerci dal nutrimento durante la Quaresima non già con l’intento, fine a se stesso, di privarci di alcuni o di tutti i cibi ma perché possiamo esercitarci a fare a meno di qualcosa per conseguirne un’altra migliore; e come mezzo per ritrovare la nostra libertà. Ci liberiamo dalle pressioni del corpo e della materia come dai sentimenti che ci spingono a odiare e a distruggere, per poter rianimare la forza dello spirito che è in noi e che ci aiuta a vivere la vita abbondante che Gesù è venuto a darci, fatta di prove è vero – “chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34) – ma pure di un amore che produce una vita abbondante: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Come io vi ho amato,così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 10,10; Gv 13,34).
Digiuniamo per diventare capaci di riconciliarci con Dio, così come dice San Paolo: “Lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). E la riconciliazione con Dio non può farsi senza la riconciliazione con tutti i figli di Dio, nostri fratelli e sorelle, amici o nemici.
Digiuniamo per rinnovare l’accettazione della nostra fede con tutta la sua forza liberatrice e le sue esigenze. Perché avere la vocazione del lievito, del sale e della luce è vocazione a una vita difficile. Ma Gesù ci dice pure: “Se avrete fede potrete smuovere le montagne” (cf .Mt 21.21). La fede autentica, pienamente accettata e vissuta. compensa il numero esiguo, scarta la paura e rende il credente capace di contribuire alla costruzione comune, anche se è solo nella sua società. La vocazione del lievito nella pasta, nella stessa terra di Gesù, ci chiede di restare in questa terra, per quanto la vita in altre terre possa essere più comoda. La vocazione del lievito è essere chiamati a vivere il comandamento dell’amore, al fine di perdonare, pur reclamando tutti i diritti perduti; e fare della vita una condivisione di beni e di sacrifici che ci rende tutti, con tutte le nostre differenze di religione o di nazionalità, degli autentici costruttori della nuova società che deve nascere in Terra Santa per tutti, ebrei, drusi, musulmani e cristiani.
Siamo chiamati a una vita difficile nel conflitto che tuttora continua in Palestina e che ha delle ripercussioni in altri paesi della nostra diocesi, Israele e Giordania : l’occupazione con tutto quel che ne consegue, la limitazione della libertà, il muro, le barriere militari, le privazioni, i soldati israeliani che in ogni momento entrano nelle città palestinesi, uccidono delle persone, si portano via dei prigionieri, sradicano alberi e demoliscono case….Si aggiunga a questo la mancanza di visione all’interno della società palestinese e la mancanza di sicurezza, della quale profittano taluni per violare le leggi e opprimere i loro fratelli, e soprattutto coloro che detengono delle armi e le impiegano per opprimere o per rubare il denaro degli altri. E le lotte intestine che stentano a scomparire… A tutto ciò si aggiunga la non risposta o l’incapacità della comunità internazionale a rispondere alle molteplici voci di pace che si levano dalla regione. E le preghiere, molteplici, che si innalzano dappertutto e sono insistenti in questo tempo di prova: noi riponiamo la nostra speranza in esse e così pure in tutte le persone di buona volontà.
Al cospetto di tutto questo, la Quaresima ricorda al cristiano che questa situazione può essere di morte o di vita nuova e che egli è chiamato a convertirsi a una situazione di vita nuova. Così il nostro digiuno ha per scopo innanzi tutto di meditare e di cercare la volontà di Dio e la sua Provvidenza nelle prove che viviamo. Quindi di rinnovare il nostro amore gli uni per gli altri. Allora unendo alle nostre preoccupazioni il peso di quelle degli altri, Dio si fa presente fra di noi, secondo la parola di Gesù : “Quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Così saremo in tre a portare le nostre preoccupazioni: noi, il nostro fratello e Dio. Con ciò diventiamo più forti e il peso sarà più leggero. Infine, presente Dio in mezzo a noi, arriveremo a capire il senso degli eventi che viviamo, vedremo come convertire le prove e le oppressioni in amore gli uni per gli altri. Avremo dunque più forza per una maggiore unità e per una vera resistenza che ha come scopo non quello di demolire l’avversario o di colmare i nostri cuori di rancore contro di lui, ma invece quello di porre fine al male dell’occupazione, con tutte le sue oppressioni, e di cominciare così una vita nuova per tutti, occupati e occupanti.
Fratelli e sorelle, chiedo per voi tutti a Dio ogni grazia e benedizione. Che il vostro digiuno sia benedetto e gradito, fonte in voi di rinnovamento dello spirito. Chiedo al Dio Altissimo di darvi la grazia di amare la vita nonostante le dure circostanze nelle quali vi ha inviati per costruire una vita nuova e una società nuova per tutti. Amen.
+ Michel Sabbah, Patriarca
Gerusalemme, Mercoledì delle Ceneri,21 febbraio 2007

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Seppellire i morti.

Recentemente la Regione Lombardia, guidata da Roberto Formigoni, ha votato all’unanimità il diritto alla sepoltura per i feti abortiti, spontaneamente o meno, definiti dalla legge “prodotti del concepimento”. Chi vuole può dunque provvedere personalmente alla sepoltura del proprio figlio, mentre, per chi non ha interesse a farlo, non cambia nulla: ci penserà l’ospedale a occuparsi dell’inumazione, in una volgarissima “fossa comune”. La notizia è di quelle che consolano: c’è ancora qualcuno che crede nella dignità dell’uomo, che ritiene doveroso tributare un ultimo saluto, un ultimo onore, ad un membro della specie umana, ucciso dalla natura o dai ferri di un chirurgo. Eppure non mancano gli scandalizzati. Marina Terragni, su “Io donna”, urla la sua rabbia e il suo rancore verso tutti coloro che volessero “indietro il feto per il funeralino”, mentre manifesta la sua ammirazione per “quei pochi medici pietosi che non hanno mai smesso di applicare la legge 194 e di praticare aborti”. E’ anche spaventata dall’onere fiscale che ne deriverà al contribuente: “chi provvederà concretamente? Pagheranno gli addetti? O sarà il Movimento per la vita a farsene carico, con dei ‘volontari della sepoltura?'”. L’allarme, cara Terragni, è ingiustificato: se ha letto bene, i mostri feroci del Movimento per la Vita, quasi tutte donne, potrebbero al più prodigarsi per dare una sepoltura a bambini già morti, non per ucciderne di nuovi, e neppure per eliminare violentemente coloro che avessero abortito. Rimanga pure della sua idea, racconti pure che la sepoltura dei feti ricaccerà le donne nel “percorso ad ostacoli” dei “cucchiai d’oro” e delle “mammane”. Saranno in pochi a crederle, benché lei scriva su giornali importanti: le menzogne ripetute all’infinito, sino ad un certo punto funzionano, poi perdono interesse, diventano monotone e risibili. Certo, Lei non è l’unica ad spaventarsi: se i morti possono essere seppelliti, infatti, benché il loro corpicino sia straziato e irriconoscibile, significa che erano vivi, e che sono stati uccisi. Alla logica, alla realtà, non si scappa. Per questo Augusto Colombo, responsabile della Mangiagalli per la 194, interviene deciso: “Per chi si sottomette all’interruzione di gravidanza non è rilevante conoscere la sorte dell’embrione”. Meglio dunque occultare il cadavere, continuare a bruciarlo nell’inceneritore dell’ospedale, come fosse immondizia. Anche Colombo tira in ballo l’economia: “E’ un provvedimento anche oneroso dal punto di vista economico”. Non si dice, però, quanto sia più onerosa per lo Stato ogni interruzione violenta di gravidanza! Quante spese ci siano, per il contribuente, ogni volta che negli ospedali italiani si pratica un aborto, mentre, negli stessi, le donne in gravidanza devono pagarsi l’ecografia per il figlio che vogliono amare. Anche Dacia Maraini, l’amica degli alberi e degli animali, ha voluto affidare al Corriere la sua indignazione: “Immagino che presto saranno proposti funerali per gli embrioni e perché no, per gli spermatozoi o per gli ovuli fecondati ma non andati a termine”. Così, con questa ironia mal riuscita, si vuol far finta di credere che un embrione della specie umana, con 46 cromosomi, o un feto con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori ed odori, siano la stessa cosa di un ovulo e di uno spermatozoo! Che falsità! Personalmente, invece, sono felice: forse in Lombardia non succederà più come a Roma, dove sino a pochi anni fa i feti abortiti venivano gettati nel Tevere; non succederà come in Francia, dove l’Istituto cosmetico Merieux di Lione lavora tonnellate di materiale umano, in buona parte proveniente dalla Russia, per creme di bellezza o amenità simili; non succederà, come in molte regioni italiane, dove i bambini abortiti divengono “rifiuti speciali ospedalieri”, “residui di sala operatoria”, “prodotti abortivi”, o, come ho sentito dire su radio radicale, “materiale infettivo, pericoloso” che deve essere assolutamente bruciato, non seppellito, per motivi igienici. Per essere liberi occorre che mettiamo da parte le perifrasi, i giri di parole, e torniamo a chiamare le cose e le persone con il loro nome. Come è accaduto, anni orsono, in Francia. Dove il dottor Xavier Dor, medico e professore universitario, aveva deciso di piazzarsi davanti alle cliniche abortiste, regalando a chi ci entrava due piccolissime calzette, fatte su misura per i piedini dei neonati. Dor è stato picchiato, caricato dalla polizia, incarcerato: quelle calzette, come le piccole bare, fanno male, nella loro incredibile forza espressiva, a chi osa mentire persino a se stesso.

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Chi si vanta dell’Aborto?

Ennesime sconcertanti dichiarazioni dell’ass Cogo relative alla RU 486. Posto che ella stessa dichiarò davanti a me in televisione che si sarebbe assunta l’impegno di promuovere un capillare lavoro per scongiurare il più possibile la pratica dell’aborto; con ciò, non altro facendo che ottemperare ai dettami della legge 194. Mi chiedo se tale impegno debba ravvisarsi nei proclami trionfalistici relativi alla diffusione dell’aborto chimico per mezzo della RU 486.
Quando parla di Trentino bigotto e della necessità di promuovere un approccio razionale relativamente al problema della contraccezione e implicitamente della sessualità , vengono alla mente i tristi proclami dei giacobini carichi di livore anticattolico e tanto fiduciosi nella ragione umana.
Caro assessore, la ragione cui lei si richiama attesta assai bene, solo la si voglia interrogare, cosa sia un embrione e quale rispetto meriti, per non parlare dei feti. Il fatto è che l’esaltazione dei diritti individuali e di una mentalità, tutta orientata nei confronti della qualità della vita vi rende ciechi. Vi rifiutate di guardare nel cannocchiale, come accadde al tempo di Galilei. Forse, se foste un po’ più attenti ed umili sareste assaliti da qualche dubbio. Ma per molti di voi il frutto del concepimento è materiale abortivo, di cui è titolare e sola proprietaria, la donna. Ci si risparmi inoltre il patetismo relativo al fatto che per ogni donna l’aborto è un dramma: in molti casi sarà così, ma in molti altri esso è diventato una forma di metodo anticoncezionale, visto che una percentuale non indifferente di donne abortisce più volte.
Inoltre, non è vero che nei paesi dove è più diffusa la contraccezione gli aborti siano meno numerosi, come non è esatto affermare che le donne che abortiscono sono tutte ragazze madri, abbandonate altrimenti al loro destino: in molti casi si tratta di donne della media borghesia che semplicemente non vogliono un altro figlio.
Cosa avete fatto per le ragazze madri , che tipo di dissuasione avete introdotto per ridurre i numeri dell’aborto? Volete che ve lo dica? Il più delle volte l’ente pubblico ha demonizzato i volontari del movimento per la vita, presentandoli come dei fanatici, impedendo loro di entrare nei consultori con pretesti ideologici. Spesso la cultura avversa alla vita nascente, porta a sostegno della validità della legge 194 il calo nel numero di aborti realizzatosi a partire dal 1980. Nel fare questo non si tiene conto che il tasso di fertilità delle donne Italiane è drasticamente sceso; non solo, non si tiene neppure conto degli aborti clandestini che continuano ad essere praticati, anche dopo il sesto mese di gravidanza.
Quanto alla RU. 486, il disegno della mortifera cultura radical sinistroide, punta a perfezionarne l’uso, trasformandolo in un farmaco da banco. Così è accaduto in Cina, con risultati che hanno indotto il governo comunista a ritirare la pillola dal banco delle farmacie e a somministrarla dietro stretto controllo medico. L’uso di questo abortivo oltre a produrre nella donna ulteriori sensi di colpa, visto che dovrà assistere da sola all’espulsione della nuova vita che cresceva in lei, tenderà inevitabilmente a privatizzare l’aborto, deresponsabilizzando sempre più i singoli. Per non dire dei decessi procurati, generalmente in ragione di un shock tossico, dovuto all’uso della R.U.
Risulta pertanto fuori luogo e grottesco il trionfalismo dell’assessore rispetto ad una questione così delicata. Si: la cultura che vede accostarsi, post comunisti, libertari, radicali, liberalisti spinti e più in genere materialisti assillati dal culto del benessere e del guadagno, è una cultura per la morte. Essa si nutre di principi effimeri, riassumibili tutti, nel valore assoluto del soggetto, dei suoi desideri, fuori da ogni vincolo solidaristico. E non ci inganni, di questa ideologia, il tentativo pulirsi la coscienza guardando ai lontani, ai grandi problemi della fame, della pace, dell’ecologia. Nessuno nega la necessità di porre attenzione anche verso questi problemi, ma la solidarietà va praticata innanzitutto nei confronti del vicino. Spesso, come insegnava il grande filosofo Augusto del Noce, “l’amore per il lontano maschera l’odio per il vicino.

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Concerto di musica medievale.

Giovedì 22 febbraio, alle 17.30, ci sarà un concerto presso il Sacro Cuore,accanto al duomo, di musica medievale. Una bellissima occasione per ascoltare dal vivo qualcosa che appartiene alla nostra storia e alla nostra cultura, e che ci può stimolare alla ricerca del bello.

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MA QUELLA NON ? UNA FAMIGLIA

Riportiamo dal Trentino di oggi, la lettera di Antonio a Beccara

Non è la fede che mi porta a formulare un giudizio negativo sui cosiddetti Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), ma una naturale ripugnanza a considerare ‘famiglia” anche quella che non rientra nel quadro costituzionale. Non è un’istanza religiosa quella che mi impedisce di considerare famiglia una convivenza fra omosessuali. Piuttosto è una riflessione di carattere culturale che mi spinge a tutelare e difendere anzitutto la famiglia tradizionale. La controprova di ciò è che, se la mia fosse una scelta religiosa, rifiuterei anche le Unioni civili, ciò che non mi passa nemmeno per l’antica mera del cervello (anche se soffrirei moltissimo se i miei figli non si sposassero in chiesa). Non ho dubbi che alcune garanzie e diritti debbano essere riconosciute anche alle unioni di fatto, soprattutto a quelle omosessuali. Capisco meno le ragioni di chi, pur potendolo fare, rifiuta il matrimonio ma in pari tempo pretende le garanzie che possono giocare a suo favore. Mi riconosco, come già per il caso Welby, nella linea, se si può chiamare così, del Cardinal Martini, che desidera una Chiesa conoscitrice della realtà umana, vicina alle situazioni familiari del nostro tempo, che a tutti dia una mano ed offra, accanto al messaggio di Cristo morto e risorto, parole umane di rispetto e comprensione. Una Chiesa che ami tutte le persone dell‘amore che il Padre comune ha per tutti i suoi figli, compresi, sia ben chiaro, i fratelli e sorelle omosessuali. Ma, per assicurare tutele e garanzie ai conviventi (perpetue comprese), non era forse sufficiente apportare le necessarie modifiche al Codice civile? A mio parere, la risposta non può che essere affermativa. L’errore consiste nell’aver voluto (malgrado, forse, la buona fede di chi ha materialmente predisposto il testo della legge) creare una sottospecie di famiglia accanto a quella tradizionale. Si è finito così per indicare alle giovani generazioni un model lo familiare di serie B, poco stabile e poco impegnativo, in alternativa a quella famiglia che abbiamo conosciuto finora (è il cosiddetto effetto educativo o di trascinamento che la normativa esercita nel tessuto sociale). Non penso che un ‘eventuale approvazione dei Dico possa provocare una crisi della fami glia.’ quella, purtroppo, c’è già e non da ieri, e molte ne sono le cause. Ma da questo Governo (anch‘io a suo tempo ho votato per Prodi) mi sarei aspettato una politica, questa sì, urgente e prioritaria, a sostegno della famiglia. I salari bassi, gli affitti degli appartamenti alle stelle, i costi delle abitazioni che i giovani non si possono nemmeno sognare, servizi alla famiglia carenti o troppo onerosi — gli asili nido a Trento costano più di 400 euro al mese, questi sì erano problemi urgenti, non i cosiddetti Dico.

Antonio a Beccara

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Guardo lontano e vedo vicino

“Guardo lontano, vedo vicino”. E’ questa la frase che campeggia su di un lenzuolo bianco sulla facciata del liceo Galilei di Trento. Si tratta di uno slogan, o forse di qualcosa di più importante che invita alla riflessione. Le parole hanno la forza di dar luogo a fecondi percorsi di pensiero e a inaspettate intuizioni. Ecco quello che mi è capitato di pensare. La frase, mi pare innanzitutto l’emblema sintetico dei giorni della cogestione, giorni in cui gli studenti allargano lo sguardo oltre lo spazio delle materie curricolari. Non so con quale spirito sia stata formulata; certo, essa sventola il suo messaggio e accoglie chiunque in questi giorni superi i cancelli del Galilei.
Probabilmente essa dovrebbe esprimere qualcosa di “progressista”, di antitradizionale, una rottura con il quotidiano svolgersi delle lezioni.
Ma le cose non stanno così, quella poche parole mi sembra rivelino, un connotato totalmente diverso. In quel “guardare lontano”, non vuole esprimersi una fuga dal presente, piuttosto si cela una saggezza: l’idea che il disagio di questo nostro mondo, la sua confusione, risieda nella cura ossessionata del presente, dell’utile, del risultato immediato, del piacevole.
Perché guardare lontano non è soltanto lo scrutare l’orizzonte infinito con la sua promessa di libertà, di cui nulla sappiamo. Il futuro ci sfugge e qualora riveli qualcosa, lo fa, spesso, travestito degli scomodi panni dell’ottimismo utopico o del pessimismo più tetro.
Scrutare la lontananza credo sia soprattutto guardare alla lezione della storia, recuperando le radici buone, le forme stabili di un passato in cui l’uomo ha sperimentato e scoperto “alcune leggi” che ha chiamato vere, perché capaci di umanizzare i nostri rapporti sempre così complessi, in bilico tra l’amore e il tradimento. Si tratta di “verità” esistenziali che spesso si sono affermate attraverso faticosi e dolorosi percorsi. Questo, i giovani sembrano almeno inconsciamente percepirlo. Le statistiche, i sondaggi, rivelano in loro un sentire assai più “tradizionale” rispetto al disincanto di molti adulti.
I giovani hanno voglia di stabilità, di chiarezza, di valori non assoluti, ma ben fondati, ragionevoli.
Essi credono nell’amore, lo vogliono per sempre e sognano il matrimonio.
Hanno voglia di comunità, di tradizione, in una parola: di senso.
Per converso, il mondo degli adulti e della politica, sembrano invece del tutto avvinti nelle spire dell’oggi, storditi da una miopia concentrata sul presente. Tutto questo ha vari nomi: moda, individualismo, pragmatismo, opportunismo elettoralistico, rispetto di equilibri tra alleanze impossibili. Il potere infatti, spesso, unisce i diversi, nella comune ricerca dell’utile.
La politica è il luogo, oggi, dove il guardare lontano sembra smarrirsi in una rincorsa nei confronti dell’ economia, del consumo, di un individualismo che insegue subitanei successi.
La vicenda dei Dico esprime, tra le altre cose, tutto questo; mi sembra il frutto di un compromesso incapace di guardare alla realtà e perciò di progettare il futuro.
Con la scusa di rispondere ad un’emergenza inesistente, si propone, di fatto, un soggetto alternativo alla famiglia.
Si potevano percorrere strade diverse, gli eventuali diritti lesi potevano essere garantiti attraverso soluzioni che non portassero un attacco così subdolo ad una “verità” così evidente e semplice: lo straordinario ruolo sociale, affettivo, solidale della famiglia.
Ma la logica di chi guarda troppo vicino e perciò non vede, ha coinvolto anche alcuni settori del mondo cattolico, settori che peraltro, già da un po’ di tempo hanno rinunciato alla ricerca di ciò che è stabile, di ciò che è “vero”, perché buono e desiderabile.
Essi guardano la punta delle loro scarpe e perciò non vanno da nessuna parte.
Le parole con cui ho iniziato questo brano potrebbero pertanto suonare come un monito: non posso comprendere il presente ed orientarlo sapientemente verso il domani se non mi pongo nel solco della tradizione; una tradizione che scaturisce dal “cuore delle cose”, dalla razionalità che la vita ben osservata, senza pregiudizi, rivela.
Oggi, la vicenda dei Dico mostra la povertà di un mondo adulto del tutto incapace di sperare, di proporre modelli forti alle nuove generazioni, scommettendo sul loro entusiasmo, sulla loro passione, sul loro desiderio di vero, di buono, di giusto.
Perciò si sceglie il basso profilo di promuovere unioni che nascono intrinsecamente deboli.
Uno dei grandi insegnanti di Simone Weil, Emile Charter, un professore di filosofia geniale e assolutamente anticonformista, beffardo e insofferente verso ogni autorità ebbe un giorno a dire: “L’amore non è naturale e nemmeno il desiderio lo è…è l’istituzione che salva il sentimento.”
Egli guardava lontano, guardava alla fragilità dell’essere e così salvava l’oggi in vista del domani.

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Cattolci adulti

Cattolici adulti o protestanti repressi?
Il bel pezzo è dell’amico Andrea Zambelli.
Da qualche anno a questa parte all’orizzonte del mondo cattolico italiano sta emergendo con caratteri sempre più definiti, e con una presenza mediatica e di potere più ampia della sua effettiva consistenza, una nuova categoria di credente: il cattolico adulto.
Cifra del cattolico adulto consiste nel propugnare la più totale separazione della religione dal mondo civile dimostrando di aver imparato più di altri la lezione kantiana secondo la quale il credente dovrebbe mostrarsi tale solo nel privato della propria camera. Il cattolico adulto insomma ha la smania di mettersi in mostra cercando di essere più realista del Re (e quindi più laicista dei laicisti veri, più intollerante verso i simboli religiosi di quanto lo possa essere un musulmano di stretta osservanza, più maligno nei confronti della Chiesa come Istituzione di quanto lo possa essere un autentico anticlericale, e infine, nascondendosi dietro all’idiota e individualistico principio secondo il quale io non divorzierò mai, io non abortirò mai, però non posso impedirlo agli altri di farlo, più aperto nei confronti del mondo di quanto lo possa essere un libertino incallito)
Detto in altri termini il cattolico adulto è colui che separa il proprio esser cristiano dal proprio essere cattolico, quasiché all’occasione si possa salvaguardare l’uno sacrificando l’altro. Confesso che per il mio esser credente un’affermazione simile non evoca alcun significato: in me la dimensione dell’esser cristiano e quella dell’esser cattolico coincidono: io mi riconosco incondizionatamente figlio della Chiesa Cattolica e Apostolica in quanto, pur essendo il primo tra i peccatori, credo nella resurrezione di quel Cristo che l’ha fondata e la guida (mi pare che questa sia ancora la posizione del Magistero). Non potrei infatti credere in Cristo senza credere nella Chiesa di conseguenza non poterei mai distinguere il mio esser cristiano dal mio esser cattolico. E’ chiaro che chi riesce a distinguere in se stesso la propria cristianità dalla propria cattolicità è perché ha già deciso di disfarsi della seconda.
Ecco il vero nodo! Per certa parte del mondo cattolico progressista affermare la propria figliolanza e obbedienza nei confronti della Chiesa costituisce un atto “conservatore e oltranzista” di conseguenza, per poter dire di credere in Cristo senza correre il rischio di essere considerati degli integralisti oppure di essere minorati nella dignità di uomini, occorre guadagnarsi sulla pubblica piazza la medaglia di oppositore a priori della Chiesa (e gli oppositori di questo tipo sono solitamente i più feroci); occorre, in sintesi, non credere nella Chiesa, o crederci fino a un certo punto che è lo stesso.
Il quadro che ne vien fuori porta a considerare questi oppositori interni come persone particolarmente coraggiose nell’esercizio della propria libertà e del proprio spirito critico; coloro invece che si trovano d’accordo con il Magistero e lo dichiarano pubblicamente sono considerati dei “cattolici bambini” e superstiziosi. Questa immagine non corrisponde affatto alla realtà. Ma se le cose dovessero stare così allora chi mi ha preceduto nella maggiore età sentirà senz’altro il dovere di chiarire una buona volta al “bambino” che scrive quale insegnamento del Magistero dovrebbe ricusare per poter finalmente entrare nell’età “adulta”; di più, vorrei sapere a quale verità cristiana dover rinunciare per poter non essere più considerato un integralista, ma un cattolico al passo coi tempi.
Nel mondo cattolico, questa è la questione centrale, c’è un fiume carsico che occorre fare emergere alla vista: è quello di un protestantesimo criptato, volutamente sottaciuto, ma non meno insidioso. Tutte le varie espressioni della “riforma” (luteranesimo, calvinismo, zwinglismo, anglicanesimo) si trovano, infatti, unite nell’insistente richiamo all’aggettivo sola (sola fides, sola gratia, sola Scriptura, solus Christus) allo scopo di marcare il proprio antagonismo nei confronti del cattolicesimo che afferma invece i binomi di fede e opere, grazia e collaborazione dell’uomo, Scrittura e tradizione, ma soprattutto Cristo e Chiesa. Tanto che nel vasto panorama delle confessioni protestanti non esiste una “chiesa”, ma vige il principio del sacerdozio universale.
In ambito religioso la cifra suprema del protestantesimo (anticipatore in questo senso dell’illuminismo) consiste nell’eliminare la Chiesa come comunità e come Autorità a favore di un rapporto individuale del singolo credente col sacro; in tale contesto il credente è legittimato a non ascoltare nessuno, a non rendere conto a nessuno (almeno a questo mondo). Tale affermazione di assoluta autonomia religiosa non può non avere conseguenze di natura più strettamente politica: la principale, avendo eliminato la religione come comunità e come autorità, sta proprio nel chiuderla nella sfera della singola intimità favorendo la sacralizzazione del potere civile. E infatti un potere che non debba più fare i conti con la voce vigilante di una Maestra di Verità qual è la Chiesa quali difficoltà può più incontrare sulla strada della propria assolutizzazione? Chi può minacciarne la sete di onnipotenza che lo conduce a legiferare, in ultimo, sulla vita e sulla morte delle persone nel vago nome della maggioranza?
E’ in questo orizzonte che a mio avviso va inserito il fenomeno dei cosiddetti “cattolici adulti” (che a mio avviso sono più che altro dei “protestanti mascherati” e forse pure repressi) i quali probabilmente vorrebbero costringere il mondo cattolico in quanto tale all’interno del perimetro della “sola” senza però avere il coraggio di dire apertamente che in questo disegno la Chiesa non troverebbe spazio.
Il punto da chiarire bene è proprio questo: ciò che mi distingue da questi amici non è il fatto di escludere che anche gli uomini di Chiesa in quanto uomini possano sbagliare, non è il fatto di poter avere dei fondati dubbi su alcune scelte contingenti operate dalla gerarchia ecclesiastica; quanto il fatto di contestare la Chiesa in quanto tale, come Istituzione, come Maestra di Verità. A questo punto troverei più semplice e trasparente che i nostri amici che ci hanno superato nell’età adulta della fede facessero un passo ulteriore e dicessero di essere solo cristiani e non più cattolici.
Anche il mondo cattolico trentino non sfugge a questa cornice (anzi, ne rappresenta uno dei luoghi di eccellenza) e al fondo dei rapporti con l’altra metà del cielo dei credenti (che umilmente cerca di prestare ascolto alla voce del Magistero, pur riconoscendo la propria miseria) riposa un prepotente pregiudizio. Quest’ultimo consiste nel credere che il variegato mondo cattolico trentino si esaurisca nella sua sola declinazione progressista e che dunque ogni altra sensibilità non sia che una sua variabile impazzita; oppure un semplice “sommovimento” animato dall’incapacità critica di alcuni fanatici clericali. Questo è un segno di paura, di debolezza culturale ed è, inoltre, un ottimo modo per escludere in partenza le vie del dialogo (e questo francamente mi pare poco progressista).
A mio avviso invece anche il cattolicesimo progressista, che seguo con interesse e rispetto, avrebbe molto da guadagnare e poco da perdere a dialogare su posizioni di pari dignità con sensibilità diverse. Non so se i tempi siano già maturi, tuttavia trovo sia doveroso da parte di tutti impegnarsi in un dialogo, magari anche spigoloso e acceso, ma onesto che lasci finalmente da parte i reciproci pregiudizi e si confronti sulle questioni vere e fondamentali: a cominciare dal chiedersi che cos’è la Chiesa? Cosa essa insegna? Quale validità il cattolico deve dare alle indicazioni del Magistero? Può sembrare assurdo dover tornare a discutere di questioni che abbiamo dato sempre per scontate fin dall’età del catechismo, e per certi versi lo è davvero, ma questa è la realtà con la quale ci troviamo a fare i conti ed averne consapevolezza rappresenta il primo autentico passo per uscire da uno stallo destinato altrimenti a fossilizzarsi.
Andrea Zambelli

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Martino aveva previsto tutto.

Anche ieri sono morti in Iraq altri 9 soldati americani. Siamo ormai ben oltre i 3000 morti americani, e alcune decine di migliaia di feriti. Ma nulla cambia. E’ interessante allora sentire quanto diceva il cardinal Martino, a nome del Vaticano, nel febbraio 2003. Sembra un profeta, ma non lo è. Bastava la ragione….e la conoscenza storica…
Intervista con l’arcivescovo Renato Raffaele Martino
“Una vera azione preventiva? Evitare la guerra”
Parla il nuovo presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. “La guerra preventiva è guerra di aggressione, non è giustificabile e non risolve nulla. Non bisogna abbandonare un approccio multilaterale alla crisi irachena”
di Gianni Cardinale
Dopo sedici anni passati al Palazzo di Vetro di New York, l’arcivescovo Renato Raffaele Martino è stato chiamato a guidare il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. Dicastero che ha il compito primario di mirare a far sì che nel mondo siano promosse appunto la giustizia e la pace “secondo il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa”. Succede, in questo incarico, a personalità prestigiose come il cardinale francese Roger Etchegaray e il compianto cardinale vietnamita Fran?ois Xavier Nguy?n Van Thu?n.
Martino ha 70 anni. Originario di Salerno, è entrato nella diplomazia vaticana nel 1962 e ha lavorato nelle nunziature di Nicaragua, Filippine, Libano, Canada e Brasile. Tra il 1970 e il 1975 ha guidato il dipartimento per le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato. Nel 1980 viene promosso arcivescovo e pro-nunzio in Thailandia, delegato apostolico in Singapore, Malaysia, Laos e Brunei. Nel 1986 diventa osservatore permanente alla sede Onu di New York. ? il terzo ecclesiastico a ricoprire questo incarico, dopo monsignor Alberto Giovannetti e l’arcivescovo, oggi cardinale, Giovanni Cheli.
Nominato il 1� ottobre e insediatosi i primi di dicembre dello scorso anno, l’arcivescovo Martino si è gettato subito a capofitto nel suo nuovo incarico. Ha presentato il messaggio papale per la Giornata mondiale della pace che si celebra ogni capodanno, ha concelebrato la messa solenne del 1� gennaio nella Basilica vaticana e il giorno dopo è stato ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II. Ha già compiuto degli interventi sulla situazione esplosiva del Venezuela e sul conflitto civile che sta vivendo la Costa d’Avorio. E soprattutto non ha fatto mancare la sua voce su quello che sta succedendo in Medio Oriente. Da qui parte l’intervista che il presule campano ha concesso a 30Giorni.
Eccellenza, come sta seguendo la Santa Sede l’evolversi della crisi irachena, con i venti di guerra che soffiano sempre più impetuosi su Baghdad?
RENATO RAFFAELE MARTINO: C’è grande apprensione. La guerra è distruzione, spargimento di sangue, miseria, espressione di odio. E non risolve niente. Ogni guerra è così. Anche quella annunciata contro l’Iraq.
Eppure un sondaggio condotto a dicembre dall’Università Lemoyne di Syracuse ? Stato di New York ? ha rivelato che i cattolici statunitensi sono in maggioranza favorevoli al conflitto.
MARTINO: Evidentemente si tratta di persone che non hanno mai visto la guerra. Ma se ci sarà l’attacco contro l’Iraq, le conseguenze toccheranno purtroppo anche il popolo americano. E se ne accorgeranno solo dopo, quando vedranno tornare a casa le bare dei propri cari. Perché non cercare di fare veramente di tutto per prevenire questa guerra? Una vera azione preventiva è cercare di non fare la guerra. Del resto la grande manifestazione svoltasi il 18 gennaio a Washington contro la guerra dimostra che anche negli Usa l’opinione pubblica si sta mobilitando e fa sentire la sua voce. Ho saputo che proprio in questi giorni [primi di febbraio, ndr], nell’aeroporto militare di Sigonella sono stati scaricati 100mila sacchi per cadaveri e 6000 bare… Il New York Times poi ha pubblicato un’inserzione di due pagine con l’appello per la pace di intellettuali e artisti che è stato sottoscritto da 45mila persone.
A proposito di manifestazioni pacifiste. Negli ultimi tempi, anche da autorevoli commentatori, viene ripetutamente affermato che il Papa “è per la pace, ma non è un pacifista”…
MARTINO: Di per sé si tratta di una affermazione ovvia. Ma questo non vuol dire che il Papa non sia in sintonia con i tanti cattolici e uomini di buona volontà che manifestano pubblicamente per la pace. Anzi… ricevendo sette nuovi ambasciatori lo scorso 13 dicembre il Papa ha detto: “Volere la pace non è un segno di debolezza, bensì di forza”.
C’è chi ha ipotizzato un suo viaggio, come inviato speciale del Papa, a Washington e Baghdad per scongiurare la guerra. Cosa c’è di vero?
MARTINO: Per ora non è previsto niente di tutto questo. Certo, se la situazione precipitasse, non è da escludere…
Per febbraio, l’ambasciata statunitense presso la Santa Sede ha organizzato un simposio per dimostrare che la cosiddetta “guerra preventiva” è giustificata dal punto di vista della dottrina cattolica. Crede sia possibile questa compatibilità?
MARTINO: No. Le espressioni usate dal Papa nei vari discorsi pronunciati tra dicembre e gennaio sono state chiarissime. Soprattutto in quello al corpo diplomatico del 13 gennaio. A questi discorsi si sono aggiunti interventi di autorevoli esponenti ed organi della Santa Sede che hanno pronunciato in modo univoco un secco no ad ogni ipotesi della cosiddetta “guerra preventiva”. Penso alle dichiarazioni dei cardinali Angelo Sodano e Camillo Ruini, a quelle dell’arcivescovo Jean-Louis Tauran, alla Radio Vaticana, all’Osservatore Romano, alla stessa Civiltà Cattolica che ha dedicato ben due editoriali [quelli del 2 novembre 2002 e del 18 gennaio 2003, ndr] a confutare in linea di principio la fondatezza morale e giuridica della cosiddetta “guerra preventiva”. Ed è bene ricordare che tutti questi interventi non sono stati fatti a titolo personale, né poteva essere altrimenti. La “guerra preventiva” è una guerra di aggressione, non giustificabile dal punto di vista morale e del diritto internazionale. Per intervenire bisogna avere le prove e la guerra deve essere sempre l’ultima ratio, “nel rispetto di ben rigorose condizioni”, come ha esplicitamente ricordato il Papa ai diplomatici il 13 gennaio. Continuava Giovanni Paolo II: “Né vanno trascurate le conseguenze che essa comporta per le popolazioni civili durante e dopo le operazioni militari”.
Eppure si afferma che queste prove esistono.
MARTINO: Non c’è la dimostrazione chiara e lampante che l’Iraq sia tra i responsabili del terrorismo internazionale. Né che sia dotato di armi di distruzione di massa tali da costituire un pericolo imminente per l’umanità. Se ci sono prove serie in questo senso sarebbe bene che venissero prodotte. Come fece ai tempi di John Kennedy l’ambasciatore Usa presso l’Onu, Adlai Stevenson, quando rese pubblici ventisei fotogrammi che documentavano la presenza di missili sovietici a Cuba. Altrimenti affermazioni di questo genere hanno lo stesso valore di quelle contrarie. Gli ispettori dell’Onu in base alla risoluzione 1441 del Consiglio di Sicurezza sono là proprio per accertare l’eventuale presenza di armi di distruzione di massa, per distruggerle o renderle inoffensive.
Anche in occasione della guerra del Golfo del ’91, la Santa Sede espresse la sua contrarietà. Quali sono le differenze tra allora e oggi?
MARTINO: All’epoca c’era stata l’invasione di uno Stato sovrano, il Kuwait, e almeno dal punto di vista del diritto internazionale poteva essere considerata giustificata. Oggi no. Credo che non si debba abbandonare un approccio multilaterale alla crisi irachena, come indicato chiaramente nella risoluzione 1441. Quando infatti a decidere non è solo uno Stato ma più governi, è più facile che le soluzioni adottate siano accurate ed eque.
Comunque dopo gli attacchi dell’11 settembre è necessaria una risposta da parte della comunità internazionale…
MARTINO: Certamente. Ma, come ha scritto La Civiltà Cattolica nel suo ultimo editoriale, gli strumenti più adatti a combattere il terrorismo sono la diplomazia e l’intelligence. E non la guerra. E poi bisogna sempre ricordare che per eliminare il fenomeno terribile del terrorismo non basta rendere inoffensivi i singoli terroristi. Bisogna anche che i Paesi ricchi si mettano una mano sulla coscienza e riconoscano quanta responsabilità hanno nei confronti di quelle società, i cui giovani vivono un presente terribile e non hanno una speranza ragionevole per un futuro più dignitoso, anzi sono senza futuro, tanto che per loro vivere o morire è la stessa cosa. Il vivaio del terrorismo si trova in quelle realtà in cui domina la povertà, dove le promesse non sono state mantenute. Penso soprattutto alla situazione permanentemente esplosiva che vive la Terra Santa. La delusione per le promesse non mantenute è grande e non sempre si risolve in rassegnazione… Del resto, quando i Paesi ricchi si atteggiano a donors, anche con le migliori intenzioni, a malapena con quel che donano pagano gli interessi sui debiti accumulati con centinaia di anni di sfruttamento di quelli rimasti poveri.
Alcuni analisti affermano che il terrorismo odierno sia il frutto del fanatismo religioso…
MARTINO: Assolutamente no. Allora dovremmo definire terroristi anche quanti uccidono i medici che procurano gli aborti volontari ? e negli Stati Uniti ci sono stati casi di questo genere ? col paradosso di poter accusare di filoterrorismo anche i semplici pro-life che non hanno commesso alcun delitto… Il fanatismo, il fondamentalismo si trovano dappertutto. Ma non hanno niente a che spartire con la vera religione, col Vangelo, con il Corano, con la Torah. Si tratta di aberrazioni, strumentalizzabili, che si possono trovare in ogni religione.
Quindi non condivide la teoria dello scontro tra civiltà del professor Samuel Huntington…
MARTINO: Il conflitto tra civiltà è possibile, ma come fatto culturale, non religioso. Bisogna distinguere bene le cose. Comunque per evitare questo scontro l’Onu promuove il dialogo tra le civiltà e lo ha fatto con una risoluzione proposta dall’Iran.
Prima di chiederle della sua esperienza al Palazzo di Vetro, un’ultima domanda riguardante il suo nuovo incarico. Lo scorso anno sembrava imminente la pubblicazione, da parte del dicastero che ora presiede, di un compendio della dottrina sociale della Chiesa. A che punto siamo?
MARTINO: Penso che ci sarà un ritardo, dovuto alla mia nomina. Ovviamente non posso firmare nulla che non abbia letto, studiato, corretto. Ci vorrà ancora un po’.
Pensa potrà essere pubblicato nel 2003?
MARTINO: Dipende dal tempo che potrò dedicarvi.
Eccellenza, come può descrivere, in sintesi, il ruolo della Santa Sede nell’Onu?
MARTINO: Bastano poche parole: difesa della vita, difesa della famiglia, difesa della libertà religiosa, azione incessante per la pace nel mondo.
Qual è il ricordo meno piacevole dei 16 anni passati a New York?
MARTINO: Il ricordo più sofferto fu quello legato alla Conferenza sulla popolazione e lo sviluppo svoltasi nel 1994 al Cairo, dove si ebbe uno scontro molto duro con diverse delegazioni, tra cui quella Usa, la quale spingeva affinché l’aborto fosse riconosciuto come un diritto universale. Uno degli esperti statunitensi, poi, l’ex senatore Tim Wirth, ebbe anche atteggiamenti arroganti e irrispettosi. E la mia non è una valutazione esclusivamente soggettiva. Basta leggersi, a riguardo, le memorie dell’allora ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Raymond Flynn, pubblicate di recente.
Il ricordo più lieto?
MARTINO: ? sempre legato alla Conferenza del Cairo perché alla fine, con l’appoggio di oltre quaranta delegazioni, riuscimmo a far passare nel documento finale il famoso articolo 8.25 in cui si stabilisce che l’aborto in nessun caso può essere considerato un metodo di pianificazione familiare. Un principio che ha resistito in questi nove anni, nonostante i circoli abortisti abbiano cercato di annullarlo nelle conferenze successive.
Comunque l’attività della Santa Sede non si è “limitata” ai temi riguardanti l’aborto e la contraccezione…
MARTINO: La difesa della vita non riguarda solo la giusta e sacrosanta lotta contro l’aborto. Un altro dei punti qualificanti della presenza della Santa Sede all’Onu è quello di promuovere il disarmo, di appoggiare i tentativi di ridurre il debito estero dei Paesi più poveri e ovviamente la promozione della pace.
Periodicamente hanno un certo risalto sulla stampa le richieste da parte di alcune Ong di espellere la Santa Sede dall’Onu. Si tratta solo di gesti goliardici?
MARTINO: Talleyrand diceva: “Calunnia, calunnia, qualcosa resta”. I gruppi Ong non incidono sulla posizione degli Stati membri. Anzi. Il Congresso Usa, ma anche il Senato cileno e quello filippino, hanno approvato risoluzioni in favore della presenza e del ruolo della Santa Sede nell’Onu e sulla scena internazionale. Questi gruppi comunque hanno una loro pericolosità perché possono influenzare l’opinione pubblica godendo di cospicui finanziamenti da parte di grandi fondazioni. Bisogna stare quindi molto attenti…
La Santa Sede sta pensando di elevare il suo status a membro effettivo dell’Onu?
MARTINO: Vi ha accennato lo stesso cardinale segretario di Stato Angelo Sodano. La questione è allo studio. Attualmente la Santa Sede è l’unica realtà statuale ad avere lo status di osservatore, fino a pochi mesi fa c’era anche la Svizzera. Se vi sarà adesione piena, questa sarà ovviamente nel solco del magistero dei pontificati del secolo scorso. Pensi che lo stesso Benedetto XV era favorevole all’ingresso della Santa Sede nella Società delle Nazioni, ma all’epoca fu l’Italia ad opporsi a questa eventualità. La questione romana non era stata ancora risolta…
Lei ha conosciuto tre segretari generali dell’Onu. Può tracciarne un breve ricordo?
MARTINO: Il primo è stato Pérez de Cuéllar. Rammento che dopo aver avuto due mandati poteva ottenerne un terzo, e gli chiesi se avesse pensato a questa opportunità. Mi rispose: “? meglio chiudere in bellezza…”. In effetti con lui l’Onu riuscì a riportare la pace in alcuni Paesi centroamericani, come il Guatemala, il Salvador e il Nicaragua.
Poi è stata la volta di Boutros-Ghali.
MARTINO: Ghali è sempre stato molto vicino alle posizioni della Santa Sede. Forse avrebbe meritato un secondo mandato. Ma, come è noto, non godeva più della fiducia degli Stati Uniti…
Infine Kofi Annan.
MARTINO: Persona squisitissima, che nonostante le difficoltà ha saputo finora affrontare positivamente i momenti di crisi in Iraq coagulando il multilateralismo e l’interdipendenza. La sua opera in questo senso è apprezzata da tutti. E poi è un vero credente e in particolare confida nell’efficacia della preghiera. A questo proposito vorrei raccontare un episodio illuminante.
Prego.
MARTINO: Erano i primi mesi del 1998, e anche allora spiravano venti di guerra verso l’Iraq. Gli ispettori sarebbero andati via, non cacciati, su iniziativa del loro capo, il signor Richard Butler. Ricordo che un sabato mattina ricevetti una telefonata del cardinale Sodano, il quale mi manifestava la preoccupazione del Papa per la situazione e mi chiedeva di contattare Annan per incoraggiarlo, a suo nome, a recarsi a Baghdad. Tutti ritenevano infatti che un viaggio del genere avrebbe fatto rientrare la crisi. Il giorno dopo, domenica, era in programma la messa del compianto cardinale O’Connor, l’allora arcivescovo di New York, per la celebrazione della Giornata della pace, alla quale avrebbe partecipato anche Annan. Approfittai dell’occasione per comunicargli oralmente il messaggio del Pontefice. Mi rispose che al momento non c’erano le condizioni per andare a Baghdad, mancando il consenso nel Consiglio di sicurezza, ma aggiunse che, siccome era il Papa a chiederlo, avrebbe fatto un ulteriore tentativo. Il mercoledì seguente, a sorpresa, Annan mi telefonò, e mi disse: “Domani parto, però chieda al Santo Padre di pregare per questa mia missione”. Annan si recò a Baghdad, parlò con Saddam ? senza arroganza ? e la crisi rientrò. Ma il fatto più commovente fu che all’uscita di quel colloquio decisivo, Annan disse pubblicamente: “Non bisogna sottovalutare il valore della preghiera”. E la stessa frase la ripetè giorni dopo al Palazzo di Vetro.
Cosa le ha detto Annan prima di lasciarla partire per Roma?
MARTINO: Mi ha salutato con questa parole: “Quanto mi dispiace che parta, perché quando vedo lei mi rassicuro, in quanto so che è una persona che prega per me”.
E lei cosa ha risposto?
MARTINO: L’ho rassicurato: “Non si preoccupi, continuerò a pregare per lei. E anche il mio successore, Celestino Migliore, lo farà”. (“30 Giorni”, febbraio 2003)

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I “falsi” del professor Quaglioni.

Simonino, quanti “falsi”
Padre Frumenzio Ghetta confuta le tesi riprese anche da Quaglioni e Bossi Fedrigotti sul frate predicatore
Il ruolo e la figura di fra Bernardino da Feltre: per gli storici fomentò l?odio verso gli Ebrei. Ma si tratta di letture smentite dai documenti
“I documenti e gli atti processuali sulla vicenda del Simonino non menzionano mai fra Bernardino, così come non parlano mai di frati francescani”
Di PIERANGELO GIOVANETTI
Un falso storico. L?accusa al francescano Fra Bernardino Tomitano da Feltre di aver istigato all?odio antigiudaico con le sue predicazioni nel duomo di Trento durante la Quaresima del 1475, preparando così il terreno alla caccia agli ebrei dopo la morte del Simonino, è falsa e non ha alcun fondamento storico e documentario. A sostenerlo è padre Frumenzio Ghetta, storico e archivista, Sigillo d?Oro della Città di Trento nel 2000, alla cui paziente ricerca d?archivio si deve, fra l?altro, il ritrovamento dell?Aquila di San Venceslao, simbolo della Provincia di Trento.
Per cinque secoli, da quando Mariano da Firenze verso il 1510 narrò nel Fasciculus Chronicarum le gesta di fra Bernardino coinvolgendolo nei fatti di Trento del 1475, tutti gli storici successivi, da Menestrina (“Gli ebrei a Trento”, 1903) al Wadding (“Annales minorum”) al più recente Quaglioni (“Processi contro gli ebrei di Trento”, 1990) hanno ripreso l?accusa, sostenendo che il frate di Feltre, predicatore in quella Quaresima che precedette il ritrovamento del corpo del piccolo Simone e la falsa incriminazione per omicidio rituale, ebbe un ruolo fondamentale nell?aizzare la comunità trentina all?odio antigiudaico. Nel recente testo curato dal professor Diego Quaglioni, già preside di Giurisprudenza, Anna Esposito riporta anche un resoconto del 1493 delle prediche bresciane di fra Bernardino. In esse il podestà di Trento de Salis (indicato però col nome de Santis), che si occupò della vicenda del Simonino avviando la caccia agli ebrei, viene ricordato sottolineando l?aiuto offertogli dal frate durante le prime fasi del processo.
Anna Esposito riporta il passo, tratto dalla vita di Bernardino scritta dal Guslino, che attinse al diario di viaggio del segretario del Tomitano, Francesco Canali da Feltre: “Messer Giovanni de Santis, che fu podestà in Trento, quando fu occiso da Hebrei il Beato Simon da Trento, per il qual caso havea havuto molt?aiuto dal Padre Bernardino, ch?ivi predicava”. L?accusa è stata ripresa anche di recente sul Corriere della Sera, in un articolo di Isabella Bossi Fedrigotti che fa riferimento alla storiografia precedente.
“Non esiste alcun documento che provi un coinvolgimento di fra Bernardino nel caso del Simonino e nella caccia agli ebrei del 1475”, afferma padre Ghetta, che alla vicenda storica ha dedicato anni di studi approfonditi. “Le prediche di fra Bernardino sono pubblicate e da esse non si evince alcun riferimento antiebraico. Fra Bernardino, inoltre lasciò Trento il lunedì della Settimana santa, dopo aver predicato in duomo alla comunità trentina, mentre la vicenda del Simonino si è svolta tutta nell?ambito della comunità tedesca di S.Pietro. Inoltre fra Bernardino non conosceva di persona nemmeno il vescovo von Hinderbach e non era presente a Trento durante le prime fasi dell?inchiesta”.
Padre Ghetta con le sue ricerche, che portarono già allo scritto “Fra Bernardino Tomitano da Feltre e gli Ebrei di Trento nel 1475” pubblicato nel 1986 dalla rivista “Civis”, ha accertato che “tutti i documenti trentini sulla vicenda del piccolo Simone non dicono nulla di Bernardino da Feltre: non vi compare neppure il nome”.
Le accuse di antigiudaismo che per secoli hanno circondato la figura di fra Bernardino erano basate anche sul fatto che a lui si attribuiva l?erezione dei Monti di Pietà, compreso quello di Trento, che avevano costituito una concreta alternativa agli usurai, attività che nel Medioevo cristiano era affidata agli ebrei. “Fra Bernardino non fondò il Monte di Pietà di Trento”, spiega padre Ghetta, “perché l?istituzione di questo risale al 1523 e non al 1475, come per secoli si è creduto fino agli studi di Giovanni Ciccolini. Fra Bernardino ottenne dal papa l?autorizzazione a istituire i Monte di pietà, con un tasso di interesse del 5%, che ne consentiva così la sopravvivenza economica. Ma il primo Monte di Pietà fondato da fra Bernardino fu quello di Mantova che risale al 1484, e la motivazione era quella di sostituire agli usurai un banco di solidarietà, secondo uno spirito mutualistico”.
Per padre Ghetta, la narrazione di fra Mariano da Firenze, su cui si basa poi tutta la storiografia successiva, “non ha fondamento”. “L?opera Fasciculus Chronicarum, in cinque libri narra la storia dell?Ordine francescano dalle origini fino al 1500”, spiega padre Ghetta. “Tali testi, ora irreperibili, furono alla base degli scritti del Wadding, che perpetuò così l?errore senza un approfondimento documentario. A fra Mariano, infatti, dopo aver letto la storia del Simonino scritta dal Tiberino, non parve vero di poter attribuire al suo confratello Bernardino una parte da protagonista in quella vicenda. Insomma, era un panegirico, non una ricerca storica la sua, basata su documenti. Teniamo presente, infatti, che per secoli il Simonino fu oggetto di culto. I documenti e gli atti processuali sulla vicenda del Simonino, infatti, non menzionano mai fra Bernanrdino, così come non parlano mai di frati francescani”.
Quanto ai documenti “bresciani” che riporterebbero di un ruolo diretto di fra Bernardino a fianco del Podestà di Trento nel caso del Simonino, padre Ghetta è lapidario. “Sono stato a Brescia a vedere i documenti. I documenti a cui fa riferimento Anna Esposito e il professor Quaglioni risalgono al 1650, cioè due secoli dopo i fatti narrati. Quindi si può dubitare fortemente dell?autenticità di quanto scritto. Anche perché nel frattempo si era diffusa la convinzione dell?omicidio rituale, e quindi diventava un punto di merito il fatto di aver contribuito a scoprire i “colpevoli””.
Sulla base delle ricerche svolte, quindi, padre Ghetta contesta anche l?ultimo lavoro svolto per conto dell?Itc, cioè la compilazione del Cd “Simonino 1475, Trento e gli Ebrei” a cura del professor Diego Quaglioni. Nel Cd, infatti si parla ancora di padre Bernardino come di “feroce oppositore degli ebrei”. “Quando le prediche pubblicate dicono esattamente il contrario, e invitano a non trattare male gli ebrei”, commenta sconsolato padre Ghetta. “E quando non esista un solo documento dell?epoca che provi la presenza a Trento di fra Bernardino dopo il ritrovamento del corpo del piccolo Simone, e un qualunque ruolo avuto dal frate nell?inchiesta e nel processo”.

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