Sorpresa: “La diagnosi preimpianto non funziona”. Chi lo dice alla Turco?

Per gli antagonisti della legge 40 è il preferito tra i cavalli di
battaglia, soprattutto dopo la discussa sentenza emessa dal Tribunale
di Cagliari alla fine di settembre sul caso della donna affetta da beta-
talassemia: parliamo della diagnosi preimpianto, la tecnica di analisi
e selezione degli embrioni che – nei proclami di chi la sostiene –
dovrebbe permettere alle donne che accedono alla fecondazione assistita
di moltiplicare le possibilità di successo della futura gravidanza,
individuando e impiantando gli “esemplari” potenzialmente più sani.
Fosse così – ammettiamolo pure, per un istante – suonerebbe come una
bella tentazione: una donna desiderosa di diventare madre, ma forse
troppo avanti con gli anni o affetta da qualche patologia ereditaria,
si rivolge a un centro specializzato in fecondazione assistita e chiede
di avere un figlio (sano, s’intende). Quelli gli dicono che sì, è
semplice: basta “analizzare” e “individuare” gli embrioni più adatti.
Il che comprende lo scarto di tutti gli altri. Tutto avviene nel nome
della salute della futura madre, per garantire maggiori possibilità di
riuscita ed evitare nuovi cicli di fecondazione artificiale. Chi
esiterebbe? E perché mai una pratica di tutela nei confronti delle
donne dovrebbe essere vietata per legge? Quante volte abbiamo sentito
queste domande. Soprattutto nell’ultimo mese, alla luce di quella
revisione delle linee guida della legge 40 per cui è stato
costantemente suggerito il dilemma fuorviante tra tutela della donna e
tutela dell’embrione, come se la soluzione in uno soltanto dei due
sensi (in particolare il primo) fosse la sola da percorrere, se non
altro sul piano scientifico. Falso.
A dimostrarlo – dati alla mano – per la prima volta non è affatto la
legge italiana. Tra lo stupore di una parte dei partecipanti al meeting
annuale delle società per la riproduzione assistita statunitensi,
riunite a Washington a metà ottobre, i medici della Asrm (l’American
Society for Reproductive Medicine, tra le più autorevoli e
rappresentative Oltreoceano) si sono espressi nettamente contro la
tecnica di diagnosi preimpianto dello screening, che consiste nello
studio dell’assetto cromosomico degli embrioni per il trattamento delle
pazienti che accedono alle tecniche di procreazione assistita in età
avanzata o dopo aborti e fallimenti d’impianto reiterati. In pratica si
prende un embrione, si estrae una delle sue cellule e si analizza
cercandone delle anomalie cromosomiche, al fine di stabilirne la ”
normalità” o l'”anormalità” e la conseguente possibilità di dare con
esso origine a una gravidanza a termine, rara con queste pazienti.
Peccato che negli ultimi otto anni – secondo quanto emerso durante il
convegno e ampiamente riportato in uno dei più recenti numeri di Nature
– la tecnica abbia dimostrato la sua inconsistenza, spesso contribuendo
addirittura a diminuire le possibili gravidanze.
A spiegarci i motivi di questo sorprendente fallimento è il medico
newyorchese Glenn Schattmann, noto specialista nel campo dell’
infertilità e docente di Endocrinologia riproduttiva al Weill Medical
College della Cornell University. Schattmann, si badi bene, come la
quasi totalità dei medici e ginecologi statunitensi non soltanto è un
convinto sostenitore della pratica ma esegue diagnosi preimpianto sulle
donne che ogni anno ricorrono alla fecondazione assistita per avere
figli nel suo studio. Proprio per questo la sua testimonianza è ancor
più sbalorditiva: “Da tempo ormai – ci spiega – vado sostenendo,
appoggiato dall’Asrm, che non c’è alcuna prova evidente che lo
screening preimpianto aumenti le possibilità di successo nelle
gravidanze a seguito di fecondazione in vitro. Ecco perché sarebbe un
errore gravissimo quello di continuare, come medici, a illudere le
nostre pazienti e, quel che è peggio, far correre loro rischi inutili”.
Rischi per le pazienti, menzogne dei medici: eppure le varie tecniche
della diagnosi preimpianto, anche nel nostro Paese, continuano a essere
proposte come metodo sicuro per aumentare i successi nelle gravidanze
da procreazione assistita…
“? dimostrato da diversi studi compiuti negli Usa – continua
Schattmann – che lo screening su una sola cellula di un embrione non
può essere il fattore in base al quale decidere se quello sarà
“normale” o “anormale”. Il risultato del test in pratica, non prova
nulla circa il futuro di quell’embrione: il che è confermato dagli
errori diagnostici della pratica, che sono da considerarsi intorno al
10% sia per quanto riguarda i falsi positivi (anormali secondo il test,
sani in realtà) sia per i falsi negativi (sani secondo il test,
anormali nei fatti). Tutto questo senza contare i danni che il prelievo
stesso di materiale cellulare può causare e spesso causa all’embrione e
alla madre: l’impiego della tecnica ha dimostrato più volte di incidere
sulle riuscita della gravidanza”.
Dati allarmanti, lontani anni luce dalla favola dei figli sani a colpo
sicuro e della tutela della salute della donna di cui si parla nel
nostro Paese, e che negli Usa (forse non solo lì…) hanno molto a che
fare con gli interessi economici dei centri e delle cliniche che
praticano la tecnica. ? lo stesso Schattmann a sottolinearlo: “Per la
pratica dello screening preimpianto, cliniche e centri statunitensi
chiedono dai 5 mila ai 7 mila dollari – spiega con pragmatismo tutto
americano-. Se si pensa che a oggi negli Usa il 10% delle procedure di
fecondazione assistita è accompagnato da test genetici, e che di questi
l’80% consiste in screening, il conflitto di interessi insito nella
“raccomandazione” sempre più frequentemente fatta alle donne è presto
spiegato”. Una raccomandazione tanto lontana dalla realtà da
costringere Schattmann, quando una donna si presenta nel suo studio, a
dirle con onestà: “Se il suo obiettivo è quello di avere un bambino
sano ricorrendo alla fecondazione assistita, la sua migliore chance di
ottenere questo scopo sarà di non ricorrere allo screening
preimpianto”. E quando la donna gli obietta che lui è un convinto
sostenitore della diagnosi preimpianto, Schattmann replica: “Lo sono, è
vero. Ciò non toglie che io debba agire rispettando la deontologia del
mio mestiere di medico: che, al di là di ogni interesse commerciale, mi
impone di dire la verità sull’inutilità e i rischi di questa tecnica”.
Sorprendente, per i canoni italiani. E infatti: qualcuno ha letto una
sola riga di tutto questo sui nostri giornali?
Avvenire, 14 novembre 2007

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Rossa puttana di Babilonia

Da Lutero in poi una valanga di accuse e calunnie è violentemente scagliata contro la chiesa di Roma, definita dall’ex monaco agostiniano “rossa puttana di Babilonia”. Particolarmente infamante, e ricorrente, è l’accusa di ridurre i fedeli ad un miserevole stato di semischiavitù costret

ti come sono ad una cieca obbedienza al dettato del Magistero. Quello della supposta obbedienza cieca -e quindi schiava- dei cattolici è un cavallo di battaglia particolarmente efficace che trova il suo vertice nelle accuse lanciate da Kant in Che cos’è l’Illuminismo. Il Regno di Sardegna condivide la valutazione protestante. I deputati del parlamento subalpino si producono reiteratamente in una serie di violenti attacchi contro i voti religiosi: povertà, castità ed obbedienza sono pubblicamente irrisi ed additati al pubblico disprezzo. Di gran lunga il più bersagliato dei tre è il voto dell’obbedienza. A ben guardare non è un caso: fino a che i cattolici restano ancorati all’obbedienza al papa, per i liberali non c’è speranza di far breccia nelle loro coscienze. Qualche esempio mostra con chiarezza quanto la vulgata protestante abbia fatto breccia nel cuore dei “cattolici” parlamentari sardi: “Quando si entra per sempre in un convento – afferma il deputato Chenal -, disponendo irrevocabilmente del proprio avvenire, si vende la propria libertà a favore del superiore del monastero; e questo è un atto contrario alla moralità divina e umana”.

L’ex prete Giuseppe Robecchi rincara la dose: “Ritornare all’ubbidienza passiva, alla subordinazione incondizionata, all’associazione obbligatoria, votiva, perpetua, oggi? Oh no! è idea questa che non può venire in mente a nessuno che sia sano di mente”. I liberali che condannano l’obbedienza cattolica con parole di fuoco, ammettono come normale, anzi dovuta, l’obbedienza all’interno delle conventicole massoniche di cui fanno parte. Due pesi, due misure. Per rendercene conto citiamo un testo del Venerabile Jean Marie Ragon la cui testimonianza è particolarmente autorevole essendo espressione ufficiale del Grande Oriente di Francia. Nel Corso filosofico scritto nel 1853 Ragon cita il Dodecalogo massonico: “Bisogna obbedire al capo […] Che l’uomo, nel suo proprio stato, sappia lavorare, obbedire e rispondere”. Perché si deve obbedienza al capo? Perché il capo -scrive Ragon- è colui che sa. Colui che ha la luce. Colui che conosce la “quadratura del cerchio”, come recita il catechismo del maestro perfetto. Tutta l’organizzazione massonica d’altronde ruota intorno alla mistica dell’obbedienza al capo. I “fratelli” ritengono che solo l’ordine possieda per intero la verità e che questa sia perfettamente conosciuta solo da chi lo guida: affinché i principi massonici trionfino e riescano a permeare, illuminandola, l’opacità delle masse, è assolutamente necessaria una perfetta obbedienza ai capi. ? quanto chiaramente esprime il manifesto della Gran Loggia di Germania pubblicato nel 1794.

Nel testo si legge: “Il mondo non è ancora abbastanza forte per sopportare la rivelazione del segreto massonico”. Da questa constatazione la Gran Loggia ricava una paterna esortazione alla sottomissione filiale: “Figli, permetteteci di trattarvi come figli; come genitori prudenti che si guardano dal comunicare alcuni segreti ai figli cui hanno dato la vita, così noi ci comportiamo con voi”. All’interno della Massoneria l’obbedienza è strettamente collegata al segreto cui è rigidamente vincolato, con giuramento solenne, ogni membro dell’ordine “sotto pena d’aver tagliata la gola, strappata la lingua, il mio corpo fatto cadavere in pezzi indi bruciato e le ceneri sparse al vento”. Quale la differenza con l’obbedienza cattolica? Ragon pensa che i cattolici obbediscano ciecamente, mentre i massoni volontariamente: “La libertà dei massoni è l’obbedienza ragionata opposta all’obbedienza passiva, segno di schiavitù”.

Il parere della “Civiltà Cattolica” è diverso. Nel 1852 la rivista dei gesuiti scrive: si parla molto “contro l’ubbidienza cieca dei religiosi. Ma codesta ubbidienza nella sua cecità è piena d’intendimento e di luce. I Religiosi conoscono appieno il fine del proprio Istituto, ne conoscono i mezzi, conoscono le persone tutte da cui dipendono. L’annegazione del proprio giudizio, che si trova nella loro obbedienza, riguarda solo ciò ch’è meramente individuale […] Niente di tutto ciò si avvera nell’obbedienza cieca prescritta al settario”. L’affiliato ad una società segreta “appartiene a una corporazione di cui non conosce né i capi né i membri; il fine o gli è ignoto o gli è proposto in maniera vaga e indeterminata; si obbliga a seguire ed accettare qualunque sorta di mezzi che gli vengano imposti dal potere misterioso che lo governa; tutto dee riputare come santo e legittimo, anche l’omicidio, e tenersi pronto a tutto ciò che l’associazione richiede da lui. Insomma la sua cecità è perfetta. Egli ha chiusi gli occhi della ragione interamente alla luce del vero e del bene obbiettivo, per farsi muovere e manodurre qual inerte strumento da un’altra ragione individuale che imperi a nome proprio”.

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Guareschi era soprattutto un uomo libero. Odiato dai politici di destra e di sinistra. I figli di Guareschi hanno voluto ricordarne le opere e la memoria

Giovannino Guareschi è nato cento anni fa, il primo maggio. Ha venduto venti milioni di copie all’estero. Nessuno più di lui. Guareschi era soprattutto un uomo libero. Odiato dai politici di destra e di sinistra. I figli di Guareschi hanno voluto ricordarne le opere e la memoria con “Il club dei ventitrè” che ha la sua sede a Roncole Verdi. Chi è iscritto riceve periodicamente un giornale, il Fogliaccio, dedicato a Giovannino. Nell’ultimo numero i figli raccontano la sua vita. Guareschi passò due anni nei lager tedeschi per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Per ricompensa i governi democristiani lo condannarono due volte. La seconda per aver pubblicato due lettere attribuite a De Gasperi che ne ipotizzavano il coinvolgimento in una richiesta di bombardamenti americani per demoralizzare i collaboratori dei tedeschi. Guareschi fu condannato a 409 giorni di carcere per non aver voluto ricorrere in appello.
Dal Fogliaccio numero 53, aprile 2008:
“Poi una domenica pomeriggio ricevette la visita di una persona che doveva consegnargli dei documenti: le fotocopie di due lettere di De Gasperi che pubblicò il 20 e il 27 gennaio 1954 con un duro commento. Nei primi giorni di febbraio De Gasperi querela nostro padre. Viene istruito il processo e, dopo due rinvii, il 13 e il 14 aprile hanno luogo la seconda e la terza udienza e il 15 aprile viene condannato a dodici mesi per diffamazione. Non ricorre in appello e il 26 maggio entra nel carcere di San Francesco di Parma, dal quale uscirà il 4 luglio 1955 (409 giorni) in libertà vigilata. Il 26 gennaio 1956 termina la libertà vigilata. Il nostro commento: nostro padre, querelato da De Gasperi con ampia facoltà di prova, consegnò al Tribunale le lettere accompagnate da una perizia calligrafica che ne attestava l’autenticità e che non venne tenuta in considerazione. Nel procedimento l’ampia facoltà di prova, in pratica, gli fu negata perché non gli furono concessi né le nuove perizie né l’ascolto di testimoni a suo favore. Sulla base delle testimonianze a favore di De Gasperi, del suo alibi morale e del suo giuramento che le lettere erano false, il Tribunale decise di aver raggiunto la “prova storica” del falso, condannandolo a un anno di carcere per diffamazione. La sentenza metteva in evidenza il fatto che, anche nel caso di una perizia grafica favorevole all’imputato, “una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto far diventare credibile e certo ciò che obiettivamente è risultato impossibile e inverosimile”. Offeso per questa palese ingiustizia che gli aveva impedito di difendersi decise di non ricorrere in appello. Il giorno prima della scadenza del termine per la presentazione del ricorso nostro padre era nel suo studio nella casa di via Righi a Milano dove aveva terminato il lavoro settimanale del giornale e stava per portarlo in tipografia alla Rizzoli, a due passi da casa. Nostra madre che, come la solito, lo aveva seguito a Milano, saliva nel suo studio dicendogli che giù c’era Mario Scelba (presidente del Consiglio e ministro degli Interni ad interim) che desiderava parlargli. “Digli che non posso scendere perché devo finire il giornale” le disse, e così nostra madre riferiva a Scelba il quale, dopo una lunga inutile attesa di un paio d’ore, se ne andava furioso. I nostri genitori ritornano alle Roncole dove incontrano, con un paio d’ore di ritardo, Pòlden Sgavetta, il falegname di famiglia con il quale avevano un appuntamento a casa sua per il pranzo. Nostro padre spiega a Pòlden la ragione del ritardo concludendo:” Io ho continuato a camminare avanti e indietro nello studio per due ore e ho fumato due pacchetti di sigarette, ma quel… se ne è andato con le pive nel sacco. Perché” conclude “Scelba avrebbe voluto convincermi a ricorrere in appello perché sicuramente era pronta una assoluzione per insufficienza di prove”. Assoluzione che, per uno che ha la coda di paglia, poteva andare bene ma per lui, che era convinto come lo siamo noi di avere ragione in quanto le lettere erano autentiche, sarebbe stata infamante perché avrebbe lasciato su di lui l’ombra del dubbio…
Quando andavamo ai colloqui quindicinali (in carcere ndr) lui sorridente ci diceva che andava tutto bene, che tutti erano gentili con lui. Anche noi fingevamo di non avere problemi. A casa? A scuola? Tutto bene. Era una specie di gioco delle parti. Quando andavamo via, nostra madre spesso si chiudeva nella sua stanza a piangere. Mai però si sarebbe fatta vedere in lacrime da noi, per non renderci più tristi di quanto già eravamo”. I figli di Guareschi

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I cattolici in Cina.

Shanghai, governo e Associazione Patriottica: è guerra contro il pellegrinaggio alla Madonna di Sheshan di Bernardo Cervellera

Blocchi stradali, controlli, registrazione. Proibito ad alberghi e ristoranti di accogliere i pellegrini. Per l’Associazione Patriottica i fedeli devono rimanere nelle loro diocesi pregando per la pace, il papa, per le Olimpiadi e per un buon risultato degli atleti cinesi. Si cerca di dividere i cattolici ufficiali e sotterranei dalla Chiesa universale.

Roma (AsiaNews) – C’è una guerra sottile contro il pellegrinaggio alla Madonna di Sheshan, il santuario nazionale cinese visitato di solito durante il mese di maggio. Tale guerra è ad opera del governo e dell’Associazione Patriottica (AP). Entrambi “consigliano” (cioè: ordinano) di non andare a Sheshan per tutto il mese di maggio. Il governo cita problemi di sicurezza; l’AP non dice alcun motivo, ma vuole bloccare ogni mescolamento fra cattolici ufficiali e sotterranei, che ogni anno si incontrano nel santuario, soprattutto al 24 maggio, festa di Maria Aiuto dei Cristiani, a cui è dedicata la chiesa di Sheshan. In più, quest’anno Benedetto XVI ha domandato ai cattolici cinesi di celebrare proprio il 24 maggio, la Giornata di preghiera per la Chiesa di Cina, pregando per la sua unità e per i persecutori (Cfr. Lettera ai cattolici cinesi, n. 19). Per tutto il mese di maggio il governo locale di Shanghai ha messo restrizioni al traffico e al movimento di fedeli sulle strade per Sheshan, a circa 50 km a sud-ovest della metropoli. Secondo testimonianza giunte ad AsiaNews, le autorità hanno anche domandato a diverse diocesi, soprattutto Shanghai, Wenzhou e Ningbo – più vicine al santuario – di non fare il pellegrinaggio durante questo mese. Inoltre, sempre per volere del governo, per tutto maggio il centro per i pellegrini al santuario ha il divieto di offrire cibo e alloggio; ad alberghi e ostelli nelle vicinanze è proibito accogliere pellegrini cattolici; sulle strade che portano al santuario, controllate da almeno 200 poliziotti, sono state istallate telecamere a circuito chiuso; all’entrata della chiesa vi sono apparecchi di controllo a raggi X e a raggi infrarossi. Tutte queste misure frenano in modo indistinto cattolici ufficiali e sotterranei. Ma vi è pure l’obbligo per ogni pellegrino di chiedere in anticipo il permesso per andare a Sheshan e registrarsi presso la diocesi di Shanghai, una misura che i cattolici sotterranei ritengono “pericolosa”: il governo potrebbe utilizzare la registrazione per ricercare e fare violenze ai cattolici non ufficiali.

A rincarare la dose, per la prima volta nella storia della Chiesa in Cina, l’AP ha diramato una nota con precise indicazioni perché tutte le diocesi cinesi organizzino devozioni mariane nella loro diocesi, escludendo l’andare a Sheshan. La nota in 5 punti spiega che i motivi delle restrizioni sono legati alla “sicurezza” per i pellegrini. In essa si consiglia di organizzare momenti di preghiera e di devozione mariana localmente, o in altri luoghi di pellegrinaggio, ma non a Sheshan, per evitare sovraffollamenti. Quest’anno, dopo la proposta del papa per la Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa di Cina, si attendevano almeno 200 mila persone. La nota è firmata anche dal Consiglio dei vescovi cinesi, un organismo non riconosciuto dalla Santa Sede. In essa si suggeriscono anche i modi in cui esprimere la devozione a Maria: rosario, preghiera alla Madonna tutti i giorni di maggio; messa tutti i giorni e soprattutto al sabato, giorno dedicato a Maria.

La nota dell’AP suggerisce anche intenzioni di preghiera: per l’evangelizzazione della Cina, per il papa, la pace, i malati, per un buon andamento delle Olimpiadi, per un buon risultato degli atleti cinesi, per una “società armoniosa”, il leit-motiv del programma sociale del presidente Hu Jintao. Ultima restrizione: al santuario non potrà celebrare nessuno al di fuori dei sacerdoti della diocesi di Shanghai delegati a questo servizio. Alcuni visitatori del santuario – prima delle restrizioni – affermano che l’incremento dei controlli è legato alla tensione creata dalle rivolte tibetane, che rende sospetto ogni raggruppamento di persone. Ma vi è anche un tentativo non esplicito di frenare un gesto voluto dal papa, che crea unità fra la Chiesa in Cina e quella universale. La diocesi di Hong Kong aveva programmato da mesi il pellegrinaggio a Sheshan per il 24 maggio. Ma difficoltà crescenti presentate dal governo locale hanno spinto la diocesi del card. Zen a cancellare i pellegrinaggio.

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Auguri Giovannino

E’ il primo maggio. Assieme a quelle della madre, una maestra di chiara fede cattolica e monarchica, le note dell’internazionale dei lavoratori sono i primi suoni dolci che gli entrano nel cuore. Ma non era nemmeno l’unico motivo di festa. Nel medesimo giorno, sotto il balcone di casa, veniva inaugurata la cooperativa sociale. Il capo dei rossi, un omaccio alto e massiccio come una quercia mi tira su con le manacce e, fattosi alla finestra di cucina, mi mostra agli altri rossi raccolti nel cortile” (una scena simile verrà celebrata quando, alla nascita del figlio, Peppone mostra al popolo dei rossi, dal balcone di casa, l’ultimo dei bolscevichi).
Inizia così l’avventura umana di Giovannino Guareschi. Era il primo maggio del 1908. A cent’anni dalla sua nascita vale la pena ricordarlo.
Alla sua morte il giornale dei rossi lo aveva bollato: “E’ morto uno scrittore mai nato”. E invece in Italia, di Guareschi si continua a parlare e soprattutto a leggere i suoi libri e a non stancarsi di guardare i suoi film. Guareschi è, infatti, l’inventore di Mondo Piccolo, quell’universo semplice della Bassa, “in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’Appenino. Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno, d’estate un sole che spietato picchia martellate furibonde sul cervello della gente, e qui tutto si esaspera, qui le passioni politiche esplodono violente e la lotta è dura, ma gli uomini rimangono sempre uomini e qui accadono cose che non possono accadere da nessun altra parte”. In questo fantasioso mondo, si muovono Peppone e la sua banda degli Smilzi e un prete, don Camillo, che tutti vorremo aver come Parroco. Un’indagine condotta per uno studio di teologia pastorale di qualche anno fa, conferma il desiderio di aver un parroco come don Camillo. Vorremmo vedere preti che si vestono da preti, che ci parlano delle cose più alte e più grandi e magari “coi pugni” ci fanno capire dove sta di casa il vero bene; preti che vogliono bene alla loro gente, preoccupati meno dei libri e più delle sorti delle anime; preti che dicono la verità del Vangelo a costo di avere solo un cane in processione. Ma abbiam bisogno di uomini come Peppone. Non solo deputati e senatori o sindaci e assessori, ma uomini come Peppone, onesti, veri, capaci, alla fin fine, di mettersi, alla fine della giornata, davanti alla propria coscienza; Uomini per i quali non è sempre campagna elettorale e le cui parole hanno un significato e contengono una promessa; uomini tesi a compiere non i propri interessi o quelli di partito, ma a vivere e ad adempiere il vero bene per sé e per gli altri; uomini di fede, magari di nascosto, come Nicodemi, ma alla luce del sole di Dio.
Sì, se devo scegliere tra i due, scelgo Peppone. Ma Peppone ha bisogno di don Camillo. Io ho bisogno di qualcuno che mi dica che sto sbagliando, perché so che il male è seduto alla porta di casa mia. A sbagliare sono bravissimo da solo. E’ a compiere e a capire il bene che ho bisogno di qualcuno. E don Camillo, d’altra parte, è un povero prete, come tutti. Ha bisogno anche lui di un richiamo, ha bisogno di Gesù di quel suo vigoroso e dolce rimprovero:”don Camillo”; ha bisogno di Peppone più di quanto non sembri perché l’uomo – e il prete è un uomo – è fatto per l’amicizia. Leggere le povere pagine della Bassa o vederne i film (caso raro in cui il film raggiunge/supera l’opera scritta) è sempre un piacere perché in fondo anche se il contesto è cambiato, l’uomo è sempre il medesimo con il suo cuore meschino e la sua enorme carità. Così si spiega l’impressionante numero di traduzioni in lingue che non hanno conosciuto la nostra stessa storia di contrapposizione ideologica. Ma non è l’ideologia, nelle sue deformazioni, lo scopo di questi racconti. Piuttosto quello di raccontare come in quel Mondo Piccolo del nostro cuore c’è tutta l’ampiezza e la vastità dei sentimenti del mondo.
Insomma, Guareschi si è inventato un mondo di fantasia che solo uno stolto potrebbe pensare non sia vero.

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Thomas Jefferson: lo schiavista che proclamò il diritto alla libertà

Thomas Jefferson (1743-1826) è stato definito l’americano qualunque. Uno dei suoi primi biografi, James Parton, scrisse nel 1847: “Se Jefferson ha torto, l’America ha torto. Se l’America ha ragione, Jefferson ha ragione”. Parton era sulla pista giusta. Una recente visita alla sua villa, Monticello, sopra Charlottesville, in Virginia, ha confermato questo giudizio. Il saggio di Monticello conosceva i conflitti interni che hanno afflitto l’America e definiscono la modernità. Le loro origini culturali discendono dalle contraddizioni fra l’Illuminismo enciclopedico e il principio di analogia di san Tommaso. Alcuni suggeriscono come ponte fra i due la “laicità cristiana”.
Jefferson non era un filosofo sistematico. Si descriveva come un “materialista, non come uno spiritualista”. Anche Karl Marx, il suo contemporaneo molto più giovane, era un materialista, un cosiddetto hegeliano di sinistra. A partire dal suo sedicesimo anno Jefferson aderì al razionalismo di Francesco Bacone, John Locke e Isaac Newton. I loro ritratti sono appesi nel salone di Monticello. Jefferson li nominò “la mia trinità, composta dai più grandi uomini che il mondo abbia mai prodotto (…) che hanno gettato le fondamenta delle scienze fisiche e morali”. Jefferson applicò il loro metodo scientifico all’indagine religiosa. Da un certo punto di vista è giustificato perché il ragionamento scientifico e quello religioso sono piuttosto simili: entrambi si concentrano sulla realtà. Tuttavia, il rigoroso metodo di indagine sostenuto da Bacone nella sua opera Novum organum e adottato da Jefferson, è inapplicabile persino per la scienza perché, come insisteva John Henry Newman, sia il teologo sia lo scienziato naturalista devono impiegare metodi di ricerca che si occupino della presenza di fenomeni improbabili, ossia di quelle scoperte fattuali senza precedenti in matematica. Nell’applicazione universale di Bacon, Jefferson era più rigido di quanto perfino gli standard scientifici lo autorizzassero a essere. Jefferson era anche un impegnato utilitarista. Questa etica era condivisa dai liberali laici e da molti marxisti, fra cui Trotsky. Il difetto più grave di Jefferson fu il suo rifiuto di un’etica teologica. Ciò conferma il giudizio che fa di lui “un uomo incostante nelle sue idee e nel suo approccio”. L’utilitarismo giudica la giustezza di un’azione dal contributo che essa apporta all’aumento della felicità umana o alla diminuzione della miseria umana. Nulla sovrasta questo assioma morale, né la legge di Dio, né la legge naturale, né il “sentimento morale”. L’unica equazione presa in considerazione riguarda le conseguenze remote e immediate di certi tipi di azione. I suoi principi permisero a Jefferson di approvare o disapprovare un’azione basandosi esclusivamente sul suo aumentare o diminuire la felicità dei cittadini dell'”impero della libertà”. Questa visione imperiale oscurò agli occhi degli americani la luminosità del buono e del vero nel loro continente un tempo incorrotto. Lo sventramento delle Montagne Rocciose durante la corsa all’oro nel Colorado nel 1858 e oltre, mi ricordò con durezza l’utilitarismo fallimentare del Destino Manifesto, le cui origini furono duplici: l’acquisto di Jefferson nel 1803 del territorio della Louisiana dalla Francia napoleonica e la missione affidata a Lewis e a Clarke di esplorare l’ovest oltre il fiume Mississippi. Jefferson definì quella vendita un’espansione dell'”impero della libertà”, intendendo con ciò un impero di proprietari terrieri anglosassoni stanziatisi nel nuovo territorio. Il suo “impero” permise una vasta espansione sia della schiavitù africana sia dello sterminio culturale dei nativi americani. Anthony F. C. Wallace, un antropologo, ritiene che le contraddizioni ideologiche e politiche di Jefferson siano osservabili soprattutto nei suoi atteggiamenti verso gli indiani americani. “Riguardo ai nativi americani, Jefferson appare sia come un estimatore dotto del carattere, dell’archeologia e della lingua indiani sia come l’autore del loro genocidio culturale, l’architetto della politica di rimozione, l’ispettore della Pista delle Lacrime”. Contrariamente a quanto si è pensato in passato, l’atteggiamento distruttivamente aggressivo del governo degli Stati Uniti verso i primi popoli americani iniziò nell’era di Jefferson e non in quella di Jackson. Nella sua Dichiarazione del 1776 Jefferson delineò il profilo della nuova nazione definendo gli indiani americani “spietati selvaggi”. Non sorprende dunque che Wallace affermi che “questo apostolo della libertà americana aveva un temperamento profondamente tendente al controllo”. Quale presidente utilitarista, Jefferson aveva un’idea della giustizia che derivava dall’interno della tradizione liberale. A causa dei suoi timori per la vita della neonata repubblica americana e del suo desiderio di ottenere terre indiane a quasi qualsiasi costo, era sfavorevole al “progetto di civilizzazione” per gli indiani. Wallace conclude così il suo ironico ritratto di Jefferson: “Se Jefferson è stato colpevole di insincerità, doppiezza, ipocrisia nelle questioni relative agli indiani, va detto che la sua disonestà e la sua spietatezza politica hanno costituito un’arma nella sua lotta per garantire la sopravvivenza degli Stati Uniti come repubblica governata da proprietari terrieri anglosassoni”. Jefferson condivideva anche l’ottimismo illuministico nella capacità illimitata della “ragione pura”, che egli considerava “al di sopra della storia”. La sua adesione alla ragione fu così assoluta che non si rese conto della crisi che si profilava nella filosofia occidentale, l’aspetto temporale dell’essere o il mistero della cosa nel tempo. La crisi fu figlia naturale dell’illuminismo. Ignaro della mediazione della storia nel pensiero e confidando soltanto su un razionalismo miope e arrogante, nel 1804 cominciò nel tempo libero a censurare il Nuovo Testamento, arrivando fino a pubblicare la notoria Bibbia di Jefferson, un testo pieno di omissioni. Chiese che sulla sua lapide venisse ricordata la sua paternità della Dichiarazione di Indipendenza, dello Statuto della Virginia per la libertà religiosa e dell’Università della Virginia. A questi atti effettivamente storici ne andrebbe aggiunto un altro: la sua riconciliazione con John Adams iniziata e conclusa mediante la loro corrispondenza finale dal 1812 al 1826. Esaminerò il primo di questi atti in questo articolo e gli altri tre in seguito. Jefferson fu autore del documento fondante della Repubblica americana, la Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Scrisse: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”. Inoltre, nel giustificare l’assunzione per gli Stati Uniti dello status di nazione indipendente, Jefferson fece riferimento alle “leggi della natura e al Dio della natura”. Questa visione politica è il pilastro dell’identità americana. Qual è la risposta cattolica a questa dichiarazione?
Per i cristiani il suo appello al “Dio della creazione” è teologicamente sconclusionato. Antitrinitario inflessibile Jefferson non confrontò mai il suo credere nel “Creatore” che chiamò “Dio della natura”, con l’alto assioma medievale secondo cui la possibilità di una libera creazione esiste solo nella realtà della Trinità. Un Dio non trinitario non potrebbe essere il Creatore. L’uomo non potrebbe percepire se stesso come dono che viene offerto. San Tommaso D’Aquino e san Bonaventura affermarono che la libertà, divina o umana che sia, non esisterebbe senza il mistero della Trinità. L’amore intratrinitario di Dio è così completo in sé che Dio non ha bisogno di un essere extra-divino da amare. San Tommaso scrive: “Dio, il Padre, attua la creazione mediante il suo Verbo, che è il Figlio, e mediante il suo amore, che è lo Spirito Santo. E così le processioni delle persone sono i modelli (rationes) della produzione di creature in quanto includono gli attributi essenziali, conoscenza e volontà”. Altrove scrive: “La processione delle persone è anche, in un certo qual modo, la causa e il modello (ratio) della creazione”. La creazione del Padre si può ottenere liberamente soltanto per la gloria del Suo Verbo e per la gloria dello Spirito Santo che è il vincolo di amore nel Dio Uno e Trino. Su cosa si basa l’idea di libertà di Jefferson? Lo storico Richard Hofstadter ha scritto che il folclore moderno “presume che la democrazia e la libertà siano tutt’altro che identiche e quando gli scrittori democratici si prendono il disturbo di fare delle distinzioni, generalmente presumono che la democrazia sia necessaria alla libertà. Tuttavia, i Padri Fondatori pensavano che la libertà alla quale erano più interessati fosse minacciata dalla democrazia. Nella loro mente la libertà non era legata alla democrazia, ma alla proprietà”. Infatti, Hofstadter sostiene che la feroce rivalità fra i grandi partiti politici abbia camuffato una realtà fondamentale: la loro base comune nella “proprietà e nell’impresa”. Quanto è lontana l’analisi di Hofstadter della simbiosi fondamentale fra democrazia e proprietà secolari americane dal seguente scritto dei neo-marxisti Antonio Negri e Michael Hardt? “Marx ed Engels rappresentavano lo stato come il comitato esecutivo che amministra gli interessi dei capitalisti. Con questa espressione intendevano dire che, malgrado l’azione dello stato potesse occasionalmente ostacolare gli interessi più immediati dei singoli capitalisti, nel lungo periodo esso avrebbe sempre preso le parti del capitalista collettivo, ossia del soggetto collettivo del capitale sociale considerato nel suo complesso”. Entrambi i punti di vista gettano la luce della verità sui recenti interventi del Federal Reserve Board of the United States nella crisi dei derivati di credito. Secondo Peter S. Ornuf, uno storico, Patrick Henry, George Washington e Benjamin Franklin fecero delle speculazioni sul territorio occidentale. Thomas Jefferson, speculatore più cauto, possedette interessi in trentacinquemila acri di territorio occidentale. Queste speculazioni svolsero un ruolo significativo nelle politiche statunitensi rivolte agli indiani. Un fatto significativo su Jefferson è che la grande retorica della Dichiarazione e la concretizzazione della stessa furono contraddittorie. Divenire consapevoli di questa contraddizione è doloroso, doloroso in maniera insopportabile. La sua pratica della schiavitù contraddisse senza alcuna speranza la sua visione politica. Non smise mai di conciliare i suoi principi morali con il suo possesso di centinaia di uomini, donne e bambini schiavi. I vasti e incantevoli giardini e parchi di Monticello erano manutenuti da schiavi africani. Sebbene sostenesse eloquentemente i “diritti inalienabili” di ogni uomo alla vita e alla libertà, una forma di distorto ottimismo gli impedì di riconoscere il male mostruoso del suo possesso di schiavi e di pentirsene. La ragione, il suo “arbitro di verità”, lo aveva abbandonato. La sua “nuova fede”, fondata su un meccanismo universale, scientificamente determinato, lubrificato dall’olio lenitivo del progresso storico, era un sentimento squallido e volgare che lo rese incapace di affrontare la cultura schiavista. Quando ho visitato la sua piantagione, sono passato davanti alla spartana stanza sotterranea in cui Sally Hemings, una schiava, viveva come capo-cuoca. Era sorellastra di Martha Jefferson, la moglie del presidente. Gli storici concordano in generale sul fatto che, dopo la morte della moglie, divenne padre di uno o più figli di Sally. Al di là della casa padronale a Mulberry Row, ci si imbatte in ciò che resta di piccole baracche composte da un solo locale dal pavimento lercio con ciminiere di legno. Questi ripari ospitarono le famiglie schiave di Jefferson fino al 1827 quando vennero vendute in un’asta pubblica insieme al mobilio della villa per pagare i debiti che lasciò alla sua morte. Un giorno freddo e ventoso in cima alla montagna della Virginia improvvisamente rese grottesco quel monumento storico nazionale. Qualcosa non andava. I mattoni della villa, le sue cornici toscane intagliate e la sommità ornamentale dell’edificio di traformarono da espressioni di bellezza in accuse. La deturpazione morale del loro proprietario assunse un aspetto fisico. La sua villa di trentacinque stanze, circondata dalle montagne, con le sue armonie palladiane divenne una trappola. Mentre ci si bea della simmetria architettonica, dell’ordine, dell’equilibrio e dello spazio della villa, affiora un ricordo terribile: alla morte di Jefferson più di 100 schiavi, uomini, donne e bambini, alcuni di quali si dichiaravano suoi figli naturali, furono messi in vendita sul mercato degli schiavi. Nel corso della sua vita vendette centoventi “schiavi preziosi” e concesse la libertà solo a sette. Con il testamento non liberò gli altri. L’utilitarismo di Jefferson gli permise di organizzare il proprio “mondo” in un modo disumano. ? irrefutabile: fu un alienato. Come può aver sostenuto questa disaffezione interiore? Esistono vari e ulteriori motivi. La sua identità “epicurea” era una specie di narcotico intellettuale e morale. Modellò la sua lista di diritti umani, “vita e libertà” sulla falsariga di quella di John Locke di vita, libertà e proprietà. Tuttavia, Jefferson sostituì la “ricerca della felicità” con la “proprietà”. Si definì “un epicureo” aggiungendo eccentricamente di essere “un autentico (…) e vero discepolo del nostro maestro Epicuro”. In seguito, fece anche riferimento al Syntagma di Gassendi, che secondo Charles B. Sanford riscattò “l’idea di Epicuro dalle errate interpretazioni libertine sottolineando che, sebbene la felicità fosse lo scopo della vita, essa si poteva ottenere solo mediante l’auto-disciplina e uno stile di vita nobile, non certo mediante l’autoindulgenza”. Il suo esagerato numero di schiavi non si adatta a questo tentativo di revisionismo. Sebbene numerosi edifici siano stati ricostruiti e/o ristrutturati, nessuno dei ricoveri per gli schiavi è stato ricostruito perché un atto del genere da parte della Thomas Jefferson Foundation sarebbe un esempio di educazione alla diseguaglianza. Nella scissione fra pensiero e pratica disumana Jefferson incarnò le forze e le debolezza dell’illuminismo americano. John Quincy Adams ha colto correttamente il carattere del terzo presidente americano: “il signor Jefferson non possedeva spirito di martirio”. Nel 1814 respinse sdegnosamente la richiesta di un più giovane vicino della Virginia di dare il suo sostegno pubblico alla causa antischiavista. Nella sua assoluta devozione alla ricerca della ragione Jefferson perse fatalmente il “si prende nell’essere presi” di sant’Agostino. Jefferson e altri fondatori americani rifiutaro
no volontariamente di impegnarsi nella lotta contro la schiavitù. La dominazione oppressiva di una mathesis universale (scienza assoluta) infuse nei responsabili politici della nuova Repubblica una cultura di morte che ha portato molti americani oggi a “vivere in una fucina di morte”. La visita a Monticello mi ha lasciato disorientato per l’inutilità del vasto spazio sotto la fastosa cupola e mi ha indignato per l’ingresso decorato curiosamente con uno sconcertante osso fossile, un orrendo e incombente orologio a muro, terribili corna ramificate, drappi di pelli di animali, una statua di marmo chinata davanti a un caminetto e altre cose del genere. La stanza sembra più una caverna dall’alto soffitto in cui “il vento spazza via tutto in una sola volta” che l’accogliente ingresso di una casa. Questa villa sulla cima della montagna non sembra essere stata concepita come un luogo di “luce”, ma come un posto di guardia da cui controllare e sfruttare gli schiavi. Il suo padiglione ricostruito vicino a Mulberry Row, che domina giardini terrazzati, suggerisce questa interpretazione. L’architettura concentrica e il disegno di Monticello sono forme di controllo sociale. Manca l’indifferenza essenziale della bellezza. Una delle grandi ironie della storia americana è che la ragione assoluta ha incatenato Jefferson. Il movimento abolizionista contro la schiavitù emerse nel 1803 dal Secondo Grande Risveglio del Cristianesimo e non da quanti proclamavano con Jefferson che “la ragione di ognuno deve essere il suo oracolo”. I cristiani evangelici dovettero rendere il popolo americano consapevole del male della “libera” autonomia inconsistente di Jefferson. Nel lungo periodo la “cultura” americana immaginata dalla Dichiarazione di Indipendenza di Jefferson si rivelò individualistica, volontaristica e libertaria. Essa racchiuse la libertà americana nella proprietà e nell’autoaffermazione. Di conseguenza, negli anni Trenta del 1800 emerse l’individualismo politico-culturale della democrazia jacksoniana e negli anni Settanta dello stesso secolo apparve il potente individualismo economico dell’Età dell’Oro. In particolare, nel 1787 la libertà proclamata nella Dichiarazione si rivelò inefficace nel proteggere dalla disumanizzazione i membri più vulnerabili della società americana, gli africani. Nel 1808, la libertà della Dichiarazione dovette confrontarsi con il regolare commercio degli schiavi americani. Quello stesso anno Jefferson con la sua firma trasformò in legge un progetto che proibiva quel traffico. Perché allora non si celebra il bicentenario della firma del presidente? La risposta è ovvia: la legge si rivelò totalmente inefficace e Jefferson sapeva che lo sarebbe stata quando la firmò. Nel 1820, con il compromesso del Missouri, la libertà della dichiarazione si dimostrò nuovamente inefficace nel difendere l’umanità non solo degli afro-americani, ma anche dei nativi americani. Ciò che Robert Frost celebrò come “Il dono totale” in occasione della cerimonia di insediamento di John F. Kennedy nel 1961, fu un eufemismo poetico per il “destino manifesto” di un “popolo” autoconsacratosi “predestinato” per giustificare la sua occupazione del continente americano, “la patria che verso occidente si andava formando”. Frost disse giustamente che “prova del dono furono molte guerre” culminanti nell’espropriazione coatta delle tribù native. Per le società dei nativi americani le politiche di Jefferson condussero alla “pista di lacrime” di Jackson che in generale si è dimostrata disastrosa. Infine, con la scellerata decisione sull’aborto del 1973 la libertà di Jefferson è stata svergognata da un altro poeta che lotta contro l’indicibile: “qualcuno che sarebbe potuto nascere è morto”.
(?L’Osservatore Romano – 25 aprile 2008 di James Francis StaffordCardinale arcivescovo emerito di DenverPenitenziere Maggiore ; di )

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Gli addetti stampa di Dellai.

I sei addetti stampa della giunta provinciale del Trentino prendono, annualmente: 90 mila 920 euro il capo; 78 mila a M.N.; 70 mila a C.M.; 69 mila a M.P.;66 a P.F.F; a 64 mila C.Z.(L’Adige, 28/4/2008). Niente male come stipendi! Niente male come spesa complessiva, per una provincia così piccola! Ma si sa che il quarto potere ha la sua importanza….

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Bioetica. L’assalto dei paesi emergenti , Cina, Brasile…

Una novità di questi ultimi tempi è che l’ambito nel quale si registrano i cambiamenti scientifici e maturano le sfide etiche non è più delimitabile al solo Occidente. La portata dei mutamenti in campo bioetico – sia sul versante della ricerca, sia su quello delle applicazioni e, di riflesso, sul versante del dibattito morale, culturale, politico – investe ormai la Cina, l’India, la Corea del Sud, il Brasile, il Sudafrica, il mondo intero.
A Newlands, un quartiere borghese di Città del Capo, la Cape Fertility Clinic realizza ogni anno oltre cinquecento fecondazioni in vitro, di cui un centinaio grazie a donazioni esterne. In un recente reportage, il quotidiano di Parigi “Le Figaro” ha riferito che proprio il Sudafrica sta diventando una meta internazionale ricercata da coppie con problemi di fertilità, attirate da procedure più semplici e da una legislazione meno restrittiva che in Europa o negli Stati Uniti.
In Cina, nel febbraio 2005, il governo di Pechino si è rifiutato di sottoscrivere la proposta di un bando internazionale sulla clonazione umana presentata alle Nazioni Unite. Secondo il bioeticista Wang Yanguang, la società cinese non ha remore ad approvare le ricerche sugli embrioni, perché “in Cina la vita nasce quando il feto viene partorito, quindi non c’è alcun dubbio morale o etico”. In realtà – ha osservato l’agenzia cattolica “Asia News” commentando la notizia – questa mentalità è frutto di un cambiamento indotto dallo stato. Secondo la tradizione, i bambini cinesi “vivono” già nel grembo della madre, tant’è vero che i cinesi hanno sempre contato come “un anno di vita” anche i nove mesi passati nel grembo materno. La distruzione della cultura tradizionale e il ferreo controllo delle nascite garantito dalla legge sul “figlio unico”, hanno determinato un cambiamento anche culturale. Ora, nell’immensa Repubblica Popolare sono almeno trenta gli istituti statali che conducono ricerche e studi sull’ingegneria genetica, finanziati con un programma nazionale per la tecnologia lanciato nel 1986 e noto come Programma 863. Nel 2001 ben ventimila ricercatori e tecnici amministrativi sono stati associati al programma; nello stesso anno il budget per la ricerca e lo sviluppo è stato di 60 miliardi di dollari USA.
Ebbene: se i traguardi raggiunti dai ricercatori cinesi nell’ambito della genetica sono considerati di alto livello e invidiati dalla comunità internazionale, c’è da immaginare che presto si parlerà della Cina non più solo a motivo dell’invasione dei suoi prodotti tessili in Europa o per via dei marchi contraffatti, bensì per sfide molto più spinose e importanti. Si aggiunga che la “deregulation” in ambito legislativo attira compagnie multinazionali e quanti sono interessati a investire in Cina approfittando delle competenze degli scienziati locali e di una libertà di movimento che ricorda il Far West. Il fatto che la Cina non firmi un accordo per vietare la clonazione umana, unito all’avanzato standard tecnologico e alla disponibilità di capitali, non può che allarmare.
Cambiando latitudine la portata dei problemi non cambia. Ai primi di marzo in Brasile il congresso ha approvato a larga maggioranza e dopo un acceso dibattito dentro e fuori l’arena politica un progetto di legge sulla biosicurezza, che permette sia la produzione sia la commercializzazione di organismi transgenici. La stessa legge consente l’utilizzo delle cellule staminali di embrioni umani.
La notizia è doppiamente interessante perché indicativa di quella che potrebbe diventare una tendenza generalizzata in paesi sino ad oggi considerati “arretrati”: essi, adottando più o meno disinvoltamente tecnologie avanzatissime, cercano di recuperare così il gap scientifico ed economico che li separa dall’Occidente. Da un lato, infatti, la scelta dei politici brasiliani esprime il tentativo del paese, uno tra i potenzialmente più ricchi del mondo, di adeguare la propria industria agro-alimentare alle esigenze produttive di oggi e alle sfide commerciali globali: da cui il via libera alla soia geneticamente modificata e ad altri OGM. Dall’altro lato – si badi bene, con la stessa legge – tale apertura di credito nei confronti delle nuove tecnologie genetiche si spinge sino ad includere il terreno delicatissimo dell’intervento sull’uomo. Cosa che, naturalmente, ha provocato la protesta della Chiesa cattolica, una Chiesa che, nell’immagine corrente, si occupa in Brasile soltanto dei “senza terra” o della minoranza d’origine africana. In un messaggio indirizzato alla camera dei deputati, i vescovi brasiliani hanno criticato l’uso di embrioni per ottenere cellule staminali come “un segnale di una posizione anti-etica senza precedenti nella storia umana”.
Ora, va detto che proprio in Brasile da tempo si discute sui limiti della ricerca scientifica e sulle derive mercantiliste che l’abuso delle tecnologie, specie in campo bioetica, può schiudere. A Porto Alegre, capitale simbolo dei no global, nel gennaio 2005 si è svolto un seminario dal titolo: “Genetica e giustizia sociale: la politica globale della genetica umana e delle nuove tecnologie riproduttive”. Il seminario aveva tra gli organizzatori un gruppo femminista brasiliano, “Ser Muhler”, guidato da Alejandra Rotanja, la quale illustrò i pericoli a cui le nuove tecniche riproduttive espongono le donne, specialmente nel Sud del mondo, spiegando come “gli sviluppi scientifici e tecnologici stanno trasformando la vita, la natura, i corpi – le loro funzioni e i loro componenti, la loro più intima natura – in oggetti dell’ingegneria e in prodotti del mercato”.
Dal Brasile all’Argentina. Nello stesso mese in cui il presidente Lula e i suoi hanno approvato la legge citata, i vescovi argentini di San Justo e di Nueve de Julio, Baldomero Martini e Mart?n de Elizalde, scrivevano al presidente del senato argentino, Daniel Scioli, chiedendo al congresso di non ratificare il protocollo ONU contro la discriminazione della donna, in sigla CEDAW, accusato di aprire “le porte alla legalizzazione dell’aborto”.
In Messico, poche settimane dopo, la commissione della conferenza episcopale per la pastorale familiare respingeva il progetto presentato dal Partito della Rivoluzione Democratica a favore di una legalizzazione dell’eutanasia, senza troppi giri di parole: “L’eutanasia è e sarà sempre una forma di omicidio o di suicidio”.
L’irruzione delle nuove, esplosive sfide bioetiche avviene in un contesto nel quale già da tempo, anche in paesi sociologicamente considerati cattolici, la società civile, le Chiese e il mondo politico si misurano con una vasta e delicata gamma di temi legati all’ambito della vita umana. Si va dall’aborto alla contraccezione nelle sue varie forme, all’eutanasia, per arrivare ai “nuovi modelli di famiglia”. A preoccupare molti è il fatti che l’approccio a questi temi viene condotto sempre più secondo gli schemi di un'”ideologia dei diritti umani” – propagandata da diverse agenzie dell’ONU oltre che da una pattuglia di ONG – di impostazione culturale neo-malthusiana e veterofemminista.
Questa ideologia è stata oggetto di critica in due recenti volumi: “Contro il cristianesimo”, di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, e “Il volto nascosto dell’ONU”, di Michael Schooyans. Proprio perché slegata da riferimenti religiosi e centrata sui desideri dell’individuo, tale ideologia evita di porsi troppe remore morali di fronte alle opportunità offerte da scienza e tecnologia, adottando il principio per il quale ciò che è possibile diventa per ciò stesso virtuoso.
Nell’ambito della vita e della famiglia si gioca una partita culturale di proporzioni colossali. La sfida bioetica non fa che acuirne la portata, ma si tratta di una battaglia che viene da lontano ed eredita una concezione preoccupante che si va diffondendo in tutto il mondo. Nel documento finale dell’ottava assemblea generale della loro federazione, svoltasi nell’agosto 2004 in Corea del Sud, i vescovi dell’Asia hanno espresso così le loro preoccupazioni: “Con l’avanzare di nuovi movimenti di liberazione e il crescere del pensiero neoliberale e postmoderno, altre forme di ‘famiglia’, come quelle composte da partner dello stesso sesso, cominciano lentamente ad emergere, sia pure con grande riprovazione, nei paesi asiatici più secolarizzati e liberali. Alcune di queste forme di famiglia sono allarmanti e sfidano il nostro tradizionale modo di intendere la ‘famiglia cristiana’ in cui il matrimonio sacramentale tra un uomo e una donna è la norma e il fondamento della famiglia”.
Nel giugno scorso ho incontrato un vescovo cattolico della Papua Nuova Guinea e un missionario di lunga esperienza che opera a San Paolo del Brasile. Ebbene, all’insaputa l’uno dell’altro, i due hanno sciorinato una dura requisitoria proprio contro l’ideologia sopra richiamata. La loro analisi convergeva su alcuni punti. L’Occidente sta esportando il peggio di sé. ネ in atto una neo-colonizzazione non solo economica ma culturale a danno dei paesi poveri. E questa veicola una concezione dei diritti individuali slegata da qualsiasi ancoraggio religioso, con le sue derive più pericolose nell’ambito etico: fenomeno evidentissimo nei paesi poveri, che ha in alcune agenzie ONU una sorta di “longa manus”.
La fecondazione artificiale – oggetto in Italia di un recente combattutissimo referendum popolare – rappresenta quindi la punta di un iceberg che insidia la vita quotidiana non solo nel ricco Occidente ma, sempre di più, nei paesi che una volta definivamo “in via di sviluppo”. E che chiama in causa anche l’insieme delle missioni cattoliche nel mondo.
In verità, almeno sino ad oggi, tale mondo missionario è parso impreparato alla vastità e alla rapidità del cambiamento. Sulla stampa missionaria abbondano gli articoli critici sugli OGM, ma quando c’è di mezzo l’uomo – staminali embrionali, clonazione, eccetera – cala uno strano silenzio.
Certo, si tratta di argomenti complessi per i quali è richiesta una competenza specifica. E però non si può non osservare con una certa dose di sorpresa la singolare asimmetria informativa che caratterizza la maggior parte delle testate missionarie. Il sospetto è che, in parte, sopravviva una lettura vecchia, stereotipata del Sud del mondo, come se, ad esempio, l’India fosse ancora Gandhi e Madre Teresa e non – anche – Bollywood e le punte avanzate dell’informatica. E, in secondo luogo, l’impressione è che giochi una pregiudiziale ideologica per la quale parlare di OGM è “di sinistra”, mentre occuparsi di aborto e fecondazione assistita sarebbe “di destra”.
A fronte di tante prese di posizione contro la guerra in Iraq, c’è su queste riviste un silenzio di tomba a proposito di altre guerre, che nel chiuso di laboratori e cliniche sono condotte contro l’uomo.
Mi auguro, paradossalmente, di aver torto. Restano, però, i fatti: ad esempio certi appelli di personalità non sospette, lasciati cadere in un assordante silenzio. Mi riferisco a Vandana Shiva, indiana, icona no global, autrice di durissime prese di posizione contro la fecondazione artificiale e, in generale, la sperimentazione di nuove tecnologie sull’uomo. Fondatrice del Research Foundation for Science, Technology and Ecology di New Delhi, Vandana Shiva è una convinta sostenitrice della lotta contro gli OGM. Eppure, quando ella accusa le nuove tecniche riproduttive di essere “vere e proprie forme di violenza contro le donne, contro la loro dignità e contro la loro stessa salute, che viene messa a rischio in modi che si cerca di nascondere”, le sue parole sembrano cadere nel vuoto. Se ella denuncia i rischi del mais geneticamente modificato raccoglie interviste a iosa, se si scaglia contro la multinazionale Monsanto viene applaudita; ma se mette in guardia sul fatto che la diagnosi genetica preimpianto potrebbe rivelarsi come “un orrendo apripista per pratiche eugenetiche che pensavamo di esserci lasciati alle spalle”, sulle riviste missionarie non fa più notizia.
Ma qualcosa, fortunatamente, si muove. Se l’anno scorso in Bolivia, alla seconda assemblea generale degli esperti di missioni cattoliche, padre Giuseppe Buono, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, ha presentato una relazione su “Bioetica, religioni e missione”, significa che una nuova consapevolezza sta maturando. L’auspicio è che si crei una santa alleanza tra il giornalismo missionario e il mondo culturale e scientifico, per condividere risorse culturali e know-how: da una parte le antenne sensibili ai mutamenti sociali e culturali nel Sud del mondo, dall’altra gli strumenti per affrontarli adeguatamente. La battaglia per affermare una cultura della vita non potrebbe che avvantaggiarsene.
“Vita e Pensiero”, n. 4, luglio-agosto 2005:

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La resistenza di Guareschi

Questa l’omelia per la festa della Liberazione. La festa di San Marco ci fa ascoltare l’ultima pagina del suo Vangelo e fa risuonare in questa Chiesa le ultime parole di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo”. Quando Gesù parla di Vangelo non intendeva ciò che comunemente intendiamo noi oggi, ossia un libro, un messaggio pieno di buoni propositi da mettere in pratica. Il Vangelo da annunciare è l’avvenimento di salvezza e di liberazione che la sua persona ci ha portato. In questa giornata di memoria della Liberazione della nostra terra e della nostra patria, capiamo più di altre circostanze cosa voglia dire essere liberati. La liberazione è una delle esperienze di massima felicità che l’uomo possa vivere. Siamo nati per essere liberi. Dio ci ha creati liberi e quando non lo siamo il cuore si stringe. Vive nella paura, nella soggezione, nella ristrettezza, nella costrizione, privo di quella speranza che sola è la porta della felicità. Non è stata questa, forse, l’esperienza dell’intero nostro popolo quando il fascismo ha mostrato, pian piano il suo volto, quando i tedeschi hanno tenuto sotto scacco le nostre terre o quando, anche successivamente il 25 aprile, non si aveva la certezza di tornare a casa dopo essere andati al lavoro? La liberazione è l’esperienza che un uomo, in questo caso, un popolo ha vissuto e vive. Una nuova condizione che ridesta nell’animo la fattibilità dei progetti, dei desideri, della felicità. La felicità compromessa, ora, con la liberazione, è possibile.

 Noi oggi, non solo ricordiamo quegli avvenimenti così fortemente incidenti nella storia di tante famiglie e della nostra nazione. Non solo preghiamo per tutti, defunti e ancora vivi testimoni di quegli anni,dell’una e dell’altra parte perché Dio che conosce i cuori abbia misericordia di noi tutti. Ma vogliamo avvertire il fremito di quella felicità. L’avvenimento di quella liberazione non aveva in sé la forza di darci quella felicità che ciascuno desidera. Ci ha liberato dal nemico, non dall’autore dell’inimicizia, da un esercito ormai in preda al proprio orrore, non dal protagonista di ogni male e di ogni morte, il diavolo, che “come leone ruggente va in giro cercando chi divorare”. Le parole di Gesù ci invitano ad annunciare che c’è una vera e più grande liberazione che è avvenuta. Quella della croce e della Resurrezione del Figlio di Dio. In Lui poniamo, fiduciosi, la speranza della nostra felicità. C’è dunque, una liberazione più grande che comincia ben prima dell’essere liberati. O meglio avviene là dove il cuore è libero, sgombro dal pregiudizio e dall’ideologia. In questa circostanza vorrei ricordare Giovanni Guareschi, il padre di don Camillo e Peppone, nella sua veste di soldato, non di scrittore. L’ l’8 settembre del ’43, 65 anni fa, molti nostri ufficiali e soldati, gente semplice e modesta, costretti a fare una guerra che avrebbero volentieri evitato, si trovano vestiti di una divisa che non c’è più. L’esercito è sbandato. Alcuni si sa si uniscono all’esercito degli Alleati che risalgono la penisola; altri costituiscono l’esercito della sciagurata Repubblica di Salò; molti si aggregano alle formazioni partigiane nascoste sui monti; molti vorrebbero tornare a casa dalle proprie famiglie, ma trovano gli amici di ieri a condurli forzatamente nei loro Lager. In migliaia finiscono internati in Germania. Sono una categoria strana. Nessuno riesce a computarli. La Croce Rossa Internazionale non se ne occupa. Non sono “prigionieri di guerra”. Anche gli storici, di ieri e di oggi, li disprezzano, limitandosi solo a guardare solo il colore della divisa e schierarsi dalla parte dei vincitori. Disprezzati e dimenticati. Anche i tedeschi li trattano con disgusto. Peggio che prigionieri. Eppure sono uomini giganteschi. La loro grandezza, la loro dignità – ed è per questo che almeno in questa occasione, se non viene fatta giustizia sui libri di storia meritano di essere nominati davanti a Dio – è l’essersi negati alle offerte scandite dagli ufficiali fascisti della Repubblica di Salò.

Il loro è vero martirio della verità, della giustizia, sottoposti alla continua adulazione di un posto migliore, a condizioni vantaggiose se solo fossero stati disposti ad arruolarsi. Guareschi è tra questi. Questi internati sono dei resistenti. Forse più resistenti di quelli che siamo soliti chiamare con questo nome. Quando il diavolo con le sue generose offerte vi tenta “resistetegli saldi nella fede”. Una fede semplice, ma forte, alla cui radice vi sono la semplice verità dei comandamenti di Dio: il rifiuto di uccidere i fratelli, il rifiuto di battersi contro la propria terra, il desiderio di porre fine alla spirale di male e di morte. Una fede coraggiosa e una resistenza interiore pagata con l’internamento fino al ’45 e la dimenticanza nella memoria collettiva. Questi uomini, sono testimoni che c’è una liberazione interiore prima ancora che esteriore. Hanno goduto, concretamente, la gioia della liberazione solo più tardi, nel Settembre del 45, ma la loro coscienza la festa di liberazione la celebrava ogni mattina e ogni sera. Perché la libertà è ovunque c’è un uomo libero. Nel diario della sua esperienza da internato, scritto clandestinamente, Guareschi scrive: "Signora Germania, tu mi hai messo tra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. E’ inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti. Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E’ inutile signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. (…) Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo.

E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto. L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te signora Germania”. La liberazione, allora, è la vittoria del bene sul male contro il vero Nemico, per liberare la terra del cuore da ogni inimicizia e da ogni risentimento. Ancora nel suo diario, Guareschi scrive: “Da questa storia nella quale ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta e dalla quale esco senza nastrini e senza medaglie, sono vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno”. Questa è la vera resistenza e la vera liberazione.

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Un vescovo sbranato dai padroni dei cani.

Il vescovo di Trento ha chiesto di non benedire dei cani in occasione, se non sbaglio, di un ritrovo di bastardini… Forse voleva ricordare a qualcuno che non hanno l’anima, ma non intendeva certo disprezzare quelle belle creature di Dio…Ma si sa che oggi la misura e l’equilibrio sono sempre più rari, e si è levata una canea urlante di persone che sbraitano sull’Adige contro la curia “lontana dalla gente”, contro il “vescovo senza cuore”, contro la “gerarchia”… Si sa: da trent’anni la gente non va più in Chiesa, non crede più nell’anima, ritiene un diritto l’aborto di esseri umani, difende l’eutanasia, ma è pronta ad indignarsi se il vescovo non fa quello che vogliono loro, se non si celebra come dicono loro, se non si danno i sacramenti a chi vogliono loro… Gli uomini l’anima non l’hanno più, sono solamente scimmioni senza peli…ma i cani, insomma, siamo nel 2008!
Ad indignarsi di più sono gente che si definisce “cattolica”: quelli che da quarant’anni mettono in dubbio ogni dogma, si fanno la religione da soli, e sono solitamente innalzati e lodati da molti preti alla moda…che ora raccolgono i frutti del casino teologico che hanno seminato. Cave canem, ma soprattutto cave cattolicum facientem religionem ad suam immaginem et capocchiam

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