“Re galantuomo”, “l’Italia è fatta, si tratta di fare gli italiani”, queste parole d’ordine, questi motti incisivi, perfetti dal punto di vista della propaganda, sono il frutto di un’intelligenza brillante e di una fantasia disinvolta: quelle del cavaliere Massimo D’Azeglio, uno dei principali protagonisti dell’epopea del nostro risorgimento nazionale.
Pittore, romanziere, genero di Manzoni, membro della migliore aristocrazia piemontese, amico di tutti i massimi governanti d’Europa, Massimo D’Azeglio è l’uomo che può riuscire dove altri hanno fallito. Così pensa la massoneria. Dopo i disastrosi tentativi insurrezionali di carbonari e mazziniani, si impone un cambiamento di strategia: bisogna puntare su un uomo moderato, ufficialmente conosciuto come cattolico, che dia alla strategia rivoluzionaria un’apparenza di riformismo e, sotto questo camuffamento, riesca dove tutti gli altri hanno fallito.
Narcisista come pochi, è lo stesso D’Azeglio a raccontare l’episodio del suo incontro romano col “settario” Filippo. Il compito che la massoneria affida a D’Azeglio non è semplice. Si tratta di convincere l’antico cospiratore Carlo Alberto a farsi promotore della lotta per la libertà e l’indipendenza della penisola e si tratta anche di convincere i vari ‘fratelli’ sparsi per l’Italia centro-settentrionale a fidarsi di lui. Il problema è serio perché già una volta (in occasione dei moti del 1821) Carlo Alberto in un primo momento aderisce alla cospirazione ma poi si tira indietro e tradisce.
D’Azeglio svolge brillantemente il compito affidatogli. La motivazione utilizzata per convincere i “fratelli” è davvero azzeccata: quando il ladro ruba per sé, si può star certi che faccia sul serio. Bisogna aver fiducia in Carlo Alberto, sostiene. Capeggiare la rivoluzione italiana è nel suo interesse perché alla fine dell’impresa avrà un regno immensamente più grande e prestigioso.
D’Azeglio inizia così quella che con brillante giro di parole battezza “congiura all’aria aperta”. La congiura, dopo tanto sangue sparso inutilmente, invece delle armi si serve della penna. L’arma prescelta, la penna della pubblicistica e della propaganda, è puntata contro l’Austria e contro lo stato pontificio accusati di essere la quintessenza dell’oppressione liberticida e del malgoverno.
E’ davvero tanto insopportabile la vita negli stati preunitari? A tener conto di come la descrive lo stesso D’Azeglio ne I miei ricordi non sembrerebbe. “Qual è l’opinione -scrive-, l’idea, il pensiero che non si possa dire o stampare oggi in Italia, e sul quale non si possa discutere e deliberare? Qual è l’assurdità o la buffonata, o la scioccheria che non si possa esporre al rispettabile pubblico in una sala o su un palco scenico di qualche teatrino (pur di pagar la pigione s’intende) col suo accompagnamento di campanello, presidente, vice presidente, oratori, seggioloni, candelieri di plaquè, lumi, ec. ec.? Basta andar d’accordo col codice civile e criminale; del resto potete a piacimento radunarvi, metter fuori teorie politiche, teologiche, sociali, artistiche, letterarie, chi vi dice niente?”.
Il torinese D’Azeglio, per di più, non sopporta la tetraggine bacchettona della Torino sabauda: “ed io, un odiatore di professione dello straniero, lo dico colla confusione più profonda, se volevo tirar il fiato, bisognava tornassi a Milano”. E allora perché? Perché D’Azeglio si impegna con tanta tenacia nella “congiura” all’aria aperta? Perché tanta fatica spesa per organizzare una campagna di disinformazione e di odio contro il papa e contro l’imperatore austriaco? Per vincere la depressione. Questa la candida ammissione del cavalier D’Azeglio: “per aver modo di passar la malinconia -scrive ne I miei ricordi-, e finalmente il mio gusto per la vita d’avventure e d’azione”.
Alle motivazioni ufficiali che nel 1861 rendono possibile la nascita del Regno d’Italia -oltre all’unità alla libertà e all’indipendenza per intenderci-, ce n’è un’altra da non sottovalutare: la noia.
Figli di chi?
GB: dono’ sperma a coppia lesbiche, dovra’ pagare alimenti
(ANSA) – LONDRA, 3 DIC – Un uomo che dono’ il suo seme a una coppia di lesbiche dovra’ pagare gli alimenti per i due figli nati dall’inseminazione. Nonostante l’accordo con la coppia dicesse che egli non avrebbe avuto alcuna responsabilita’. ‘E ora – dice l’uomo all’Evening Standard – le migliaia di sterline che dovro’ pagare impediranno a me e mia moglie di avere un figlio’. Un esperto ha spiegato che ‘chi non dona il seme tramite una clinica per la fertilita’ riconosciuta diventa legalmente padre’.
© Ansa
Nuovi reati.
I comunisti sono rimasti orfani dei lavoratori, di cui non si preoccupano più da circa vent’anni…A dettare la linea non è più Marx, nè i sindacati, ma Luxuria e Grillini…
Ieri “all’ombra dell’imperiosa e ultimativa richiesta di serrare le fila recapitata ieri dal governo alla coalizione di centrosinistra si è fatta passare una decisione squassante, che altrimenti non sarebbe stata assunta dal Senato della Repubblica. Il “decreto sicurezza” è, infatti, incredibilmente diventato il cavallo di Troia con cui far passare di forza – e, al tempo stesso, con insidiosa vaghezza – nel nostro ordinamento un nuovo reato anche d’opinione: la discriminazione fondata sulle “tendenze sessuali“, quasi che queste avessero una ‘qualità’ paragonabile alla razza o all’origine etnica. Nonostante le infuocate rassicurazioni del senatore Latorre, si tratta di un nuovo reato per il quale – a discrezione di qualche giudice – potrebbe essere condannato addirittura fino a tre anni chi si esprimesse contro l’adozione di un bimbo da parte di persone dello stesso sesso. E questo risultato – visto che si era in extremis rinunciato a ricorrere alla formula dell'”identità di genere” – è stato pure presentato come una “mediazione”, che se tale fosse stata si sarebbe semplicemente qualificata come vergognosa. In realtà, era a tutti gli effetti una calcolata operazione ideologica di scardinamento del sistema sociale. Al quale noi, per la nostra parte, non possiamo consentire. Lo diremo più chiaramente domani” (Avvenire di oggi)
Degustazioni n. 5: Vino e cattolicità
…Mi chiedo se Giovanni compatirebbe, in me prete, questo coincidere di due ritrovamenti, la Città e il vino, il vino italiano che mi sembra sacro e rituale a sua volta, con in più la illusione di uno spirituale terrenizzato, non profanamente. Costantini è veneto d’orgine, una periferia d’Italia non così ricca di sole, ma mi ha portato in tavola un vino delle sue parti che si spreme dalle “orecie” (orecchie) del grappolo ossia dall’uva più matura: di qui prende il nome, “recioto”, e è dolce senza niente di blando, anzi su un fondo sapido, robusto, con toni persino gravi. Colore, rubino scuro, o forse amaranto. Uno dei più squisiti scacciapensieri che un uomo civile si possa concedere. Così concludendo non compio d’altronde il mio pensiero, che mentre annoto, mi porta oltre la fortuità sensualità a riflettere: dal cattolicesimo al vino c’è un nesso ecologico, di habitat, ovvio anche se nessuno lo ha mai studiato, e ce n’è un altro liturgico-sacrale. Ma a perfezionarli vedo un terzo rapporto, psichico; perché l’animo cattolico è spontaneo nei luoghi dove il vino, più che una bevanda, è un conforto necessario, una ragione vitale. (Vitis, vita). Quanto a me, in questo momento, ho idea di non riabituarmi più alla birra e al kirsch. E è soltanto una passeggera impressione, purtroppo. Io non sono cattolico che volonterosamente, non d’istinto, non “radicitus”. (da Guido Morselli, “Roma senza papa”)
La grande aspirazione.
Una splendida poesia di Giovanni Pascoli sull’uomo.
“La grande aspirazione”
I Un desiderio che non ha parole v’urge,
tra i ceppi della terra nera e la raggiante libertà del sole.
Voi vi torcete come chi dispera, alberi schiavi!
Dispergendo al cielo l’ombra de’ rami lenta e prigioniera,
e movendo con vane orme lo stelo dentro la terra,
sembra che v’accori un desiderio senza fine anelo.
– Ali e non rami! piedi e non errori ciechi di ignave radiche!
– poi dite con improvvisa melodia di fiori.
Lontano io vedo voi chiamar con mite solco d’odore;
vedo voi lontano cennar con fiamme piccole, infinite.
E l’uomo, alberi, l’uomo, albero strano
che, sì, cammina, altro non può, che vuole;
e schiavi abbiamo, per il sogno vano, noi nostri fiori, voi vostre parole.
Assaggi n. 4: Ideali
Bilancio del culto dell’ateismo nel Novecento.
L’enciclica del papa sulla speranza e sulle malvagità dell’ateismo, è destinata sicuramente a fare rumore. Eppure, senza bisogno di un papa, la avrebbe potuta scrivere, solo in alcune sue parti, qualsiasi storico onesto e scrupoloso. Perché il concetto di fondo, e cioè la nascita delle più grandi tragedie della storia dall’ateismo è un dato di fatto difficilmente smentibile.
L’ateismo di cui parla il papa, non è certo l’ateismo “tragico”, come lo avrebbe definito Del Noce, proprio ad esempio di tanti uomini dell’Ottocento, da Baudelaire a Verlaine, passando per Huysmans, Oscar Wilde, Giovanni Pascoli, Eugenio Montale, Ungaretti ecc… Questo “ateismo”, ancora esistente, come è ovvio, è in realtà la ricerca di un senso, la volontà di “capire” e di penetrare nelle profondità della vita, senza riuscirci, o forse, meglio, senza riuscirci interamente. Nasceva da domande fondamentali, impossibili da evadere, che potevano magari rimanere senza risposta, ma che non cessavano comunque di “torturare” il cuore, come dimostrano le crisi religiose di tutti questi personaggi, alcuni dei quali approdati poi ad una Fede forte e convinta. Questi grandi autori che ho citato rappresentano la crisi delle certezze religiose di un tempo, ma non la sostituzione di esse con una ideologia, atea nell’apparenza, perché negatrice di Dio, ma religiosa nei modi e nelle manifestazioni.
L’ateismo di cui parla il papa e di cui lo storico dovrebbe analizzare i risultati, come ha fatto ad esempio recentemente Michael Burleigh nel suo “In nome di Dio” (Rizzoli), è l’ateismo assoluto che nega Dio e che cerca di organizzare il mondo senza di lui, costruendo, come possibile, già qui il paradiso sulla terra. E’ l’ateismo, per intenderci, del comunismo e del nazismo e di tutte le ideologie atee nate a partire dal Settecento, cioè dalla crisi della fede. L’ateismo, insomma, che assume connotati tali da diventare una vera e propria religione civile, secolare, con i suoi dogmi e la sua ortodossia, una religione di salvezza, terrena e non soprannaturale.
Da questo sistema di pensiero nascono i più grandi dittatori della storia: Lenin, Stalin, Hitler, Mussolini, le cui radici sono tutte nell’ateismo socialista da lui rivendicato per moltissimi anni, Pol Pot, Mao, Ceausescu, Hoha, Tito, Milosevic….
E’ innegabile: il Novecento, anzitutto, è il secolo dell’ateismo assoluto, ed è, non a caso, il secolo degli stermini di massa, delle guerre mondiali, e delle più grandi catastrofi umane della storia. L’ateismo così come si viene a configurare tra Ottocento e Novecento è, a ben vedere, una forma di religiosità immanente, che ha generato uno ad uno tutti gli ingredienti delle dittature totalitarie: il razzismo biologico (religione della razza), il nazionalismo (religione della patria), il social-darwinsmo, l’eugenetica, ed il social-comunismo. Prendete questi ingredienti – accomunati tutti dalla negazione più o meno esplicita di un Dio trascendente, dell’uomo come sua creatura, dotata di un’ anima immortale, e del peccato originale come limite dell’uomo-, mescolateli e avrete le ideologie di morte del secolo appena concluso.
Tutte incredibilmente simili. Cambiano solamente i dosaggi: un po’ meno socialismo e un po’ più razzismo ed eugenetica nel nazionalsocialismo, analoghe dosi di nazionalismo e un po’ meno eugenetica, nel comunismo, ovunque la politica e lo Stato al di sopra di tutto, al posto di Dio. Sempre, a fondamento, un’ idea, la negazione della Caduta originaria e la mondanizzazione della Redenzione: l’uomo può fare senza Dio, per costruire un mondo razzialmente puro, economicamente giusto, eugeneticamente sano, socialmente equilibrato….un mondo perfetto, divino, utopico, paradisiaco… Si vede bene, insomma, che di una fede si tratta: una fede tanto più intransigente e totalitaria quanto più concentrata sul qui ed ora, e cioè esigente nell’immediato. Non c’è spazio per il perdono, dinanzi all’ingiustizia; nè per la rassegnazione e la sopportazione, in quanto questi valori religiosi sottintendono una giustizia superiore, divina: il regno della giustizia è di questo mondo, e il potere si assume il compito di realizzarla, interamente. Così la gramigna non verrà separata dal buon grano, come nella parabola evangelica, alla fine dei tempi, come in ogni concezione di una giustizia trascendente, ma subito, appena possibile, dal dittatore di turno. L’uomo, per fare un altro riferimento ad un dogma religioso, non solo cattolico, non è macchiato dal peccato originale, che giustifica l’esistenza dell’imperfezione, dell’ingiustizia, e quindi anche della necessità della misericordia, sulla terra, ma è chiamato alla perfezione assoluta nell’aldiquà, e può raggiungerla, a patto che l’ideologia incaricata di farlo venga realizzata politicamente, economicamente, socialmente, a qualsiasi costo. Se il paradiso è a portata di mano, infatti, non là, ma qua, sarebbe delittuoso non realizzarlo. Se il compimento del desiderio dell’uomo di Bene e di Giustizia è attuabile solo e soltanto, in toto, in questa vita, è da pazzi non perseguirlo con ogni mezzo. L’uomo, le masse ideologizzate e secolarizzate del Novecento chiedono dunque alla politica, al partito, allo Stato, al dittatore, ciò che chiedevano, un tempo, a Dio, anzi di più: tutto, ma subito.
La creazione del mondo perfetto, dell’ “uomo nuovo”, per le ideologie, dunque, urge, incalza, preme: necessita al più presto l’eliminazione, tramite ghigliottine, gulag, lager e polizie segrete, ovre, gestapo, ceka e kgb, di coloro che ostano, che impediscono, che non comprendono, che complottano, che conducono la “controrivoluzione”, che, secondo l’articolo 58 del codice penale sovietico, riedizione della “legge dei sospetti” di Danton, sono solo sospettati di farlo…: in una parola di quanti meritano l’inferno, anch’esso, come il paradiso, trasferito paradossalmente nell’aldiquà. E’ per questo, per fare un esempio, che la guerra, o la violenza, che è lo stesso, sempre considerata un male, per quanto talora inevitabile (guerra di difesa), diviene un bene in se stessa: il vento che spazza lo stagno, di Hegel, la guerra che porrà fine alle guerre, per alcuni interventisti italiani della I guerra, “la sola igiene del mondo” per i futuristi, una esigenza di natura, per i socialdarwinisti, uno splendido cozzare di popoli, per i nazionalisti, la fine del passato oscuro e l’inizio di una nuova era, per tutti i rivoluzionari, da Mussolini a Mao…
Sempre per lo stesso motivo, ogni ideologia si afferma come un “mondo nuovo”, un “ordine nuovo”, un’era diversa, che data la sua origine non dall’evento salvifico della nascita di Cristo, ma, come avviene dalla Rivoluzione francese in poi, passando per il fascismo e il nazismo, dall’ascesa al potere, essa sì salvifica, dell’ideologia ateistica di turno. Al culmine del delirio, sotto l’ateissimo regime comunista di Pol Pot, causa di due milioni di morti su sette milioni di abitanti, in poco più di tre anni (1975-1979), si arriverà a ordinare per legge non solo il rogo dei libri del passato, ma financo delle fotografie de privati, affinché fosse cancellato anche il ricordo fotografico di come era il mondo prima dell’avvento del regime comunista dell’Angkar. In questo senso, evidentemente, la religiosità ateistica, profondamente secolare, temporale, non ha nulla a che vedere con quella autentica, che non è essenzialmente azione ma contemplazione; non manipolazione ma rispetto; non insofferenza e distruzione dei limiti ma loro riconoscimento ed accettazione; non trasformazione della società, tramite una alchimistica tecnica politica, ma tramite
la conversione dei cuori; non tensione alla eliminazione del male e del peccato, in generale, ma soluzione di un particolare male storico, o individuale…
Ma come la religiosità trascendente è totale, nel senso che orienta tutto l’uomo, la sua anima, le sue azioni, a Dio, rimettendo ogni cosa terrena al suo posto, dalla ricchezza, al potere, al dolore, dando ad ognuna il suo peso, assolutamente relativo, così la religiosità immanente è tentativamente totalitaria: avendo negato a priori l’essenza dell’uomo, l’anima, e Dio, identifica tutto l’esistente in ciò che è materiale e terreno e quindi coerentemente ritiene come soluzione di tutto la sola politica, che tutto controlla: la politica totalitaria dei regimi totalitari. Ha scritto giustamente Eric Voegelin: “Tutti i movimenti gnostici (tra cui anche comunismo e nazismo, ndr) mirano a recidere i legami dell’essere con la sua origine, cioè con l’essere divino e trascendente, per proporre un ordine dell’essere immanente al mondo, la cui perfezione sarebbe a portata dell’azione umana. Si tratta di modificare la struttura del mondo (avvertita come inadeguata) in maniera così radicale che da quella modifica emerga un mondo nuovo, di piena soddisfazione…Il mondo tuttavia resta quale a noi è dato e non rientra nelle facoltà umane la possibilità di cambiarne la struttura…” (Il mito del mondo nuovo). Similmente Augusto del Noce affermava: ” Per varie che possano essere le forme rivoluzionarie….il loro lato comune è la correlazione tra l’elevazione della politica a religione e la negazione del soprannaturale….alla liberazione religiosa si sostituisce la liberazione politica…il problema del male viene trasposto dal piano psicologico e teologico a quello politico e sociologico: i dogmi della Caduta e della Redenzione vengono trasferiti sul piano dell’esperienza storica” (Il problema dell’ateismo).
Ma analizziamo brevemente il nazismo, che delle ideologie totalitarie può essere considerato, insieme al comunismo, il vertice e il compimento. Scomponiamo brevemente i fattori che lo hanno contraddistinto. Anzitutto il nazionalismo, responsabile anche dello scoppio della I guerra mondiale, che con i suoi dieci milioni di morti, venti milioni di feriti, mutilati e nevrotici, e sette milioni di prigionieri e dispersi, rappresenta la più grande tragedia della storia sino a quel momento, senza alcuna possibilità di confronto.
Ebbene il nazionalismo è un figlio della Rivoluzione Francese, antitetico alla concezione cattolica, e cioè universale, che aveva caratterizzato l’Europa dell’Antico Regime. Nel Sacro Romano Impero, infatti, popoli diversi convivevano insieme, con lingue, storie e costumi differenti, in nome della comunità di ideali religiosi: cattolico significa appunto universale, e cioè aperto ad ogni popolo e ad ogni razza…. E’ a tutti noto che la I Guerra mondiale nacque dalle frizioni tra i nazionalismi tedesco, inglese, serbo, russo, inglese… Mi limiterò, per brevità, a qualche cenno al nazionalismo italiano, che fu interpretato da personaggi assolutamente nemici della Chiesa, e di ogni religiosità, come Francesco Crispi, alla fine dell’Ottocento, e Benito Mussolini, anticlericale anarchico e socialista, ai primi del Novecento, e poi duce del fascismo, di quella concezione dello Stato, cioè, per la quale “tutto è nello Stato e nulla di umano e di spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato” (evidente parodia laica del “Credo”). Gli interventisti, contro cui Benedetto XV si battè in ogni modo, prima con la diplomazia e poi denunciando “l’inutile strage”, furono tutti uomini delle elites, avversi alla visione cattolica dominante nel paese: il già citato Mussolini, Gabriele D’Annunzio, il socialista nazionalisteggiante Cesare Battisti, i nazionalisti Giovanni Papini ed Enrico Corradini, i futuristi di Marinetti, che predicavano lo “svaticanamento” d’Italia… Molti di questi, esattamente come nel resto d’Europa, utilizzarono il socialdarwinismo materialista per sacralizzare la selezione naturale e la lotta per la vita come legge della storia. Scrive H. Schulze, nel suo “Aquile e leoni. Stato e nazione in Europa”: “Alla base di tale concezione c’era la legge della natura, secondo la quale la lotta era di tutti contro tutti, la pace una illusione dei deboli, nel migliore dei casi un momento di respiro nel conflitto perenne per l’esistenza; a sopravvivere sono destinati solo gli esseri moralmente e fisicamente superiori. Per tutti i raggruppamenti politici e sociali valeva l’assioma che l’umanità non aveva come scopo la pace; ciò era vero per il concetto marxista (cioè ateo, ndr) della lotta di classe, come per l’idea nazional-popolare di un eterno antagonismo tra popoli e per la nuova ideologia emergente del conflitto tra le razze…politica vuol dire guerra, e la guerra è necessaria per bruciare i mali dell’epoca….non si tratta di una visione estremistica, ma è quanto si ricava dalla lettura di giornali e periodici, sia seri che a larga diffusone, pubblicati nell’arco di tempo tra il 1880 e il 1914 e che offrono al moderno osservatore una fonte inesauribile di dati relativi alla struttura fondamentalmente darwinistico-sociale del nazionalismo popolare del tempo nell’area anglosassone, in Francia, in Germania o in Italia. Quando, durante la guerra contro i Boeri il maresciallo britannico Roberts dichiarava che la lotta spietata tra le nazioni non era altro che una necessità biologica…ciò non era che un’eco di quanto scrivevano numerosi altri autori del tempo”, spesso biologi darwinisti prestati alla politica, come ha ben raccontato il celebre paleontologo evoluzionista S.J.Gould nel suo “I pilastri del tempo”.
Per tornare in Italia, Giovanni Papini, prima che la vita lo portasse a convertirsi e a rinnegare il suo passato, sulla rivista nazionalista Lacerba nel 1914 scriveva: “Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima delle anime per la ripulitura della terra….Siamo troppi. La guerra è una operazione maltusiana. C’è un troppo di qua e un troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla tavola…”. E Enrico Corradini, interpretando la stessa concezione ateistica e socialdarwinista, su Il Regno del 28 febbraio 1904, allo scoppio del conflitto russo giapponese, descriveva la guerra come “un grandioso e terribile fenomeno della natura, un cozzo di forze avverse primordiali ed eterne, irrefrenabili. E tali sono appunto le forze che conducono alle guerre le nazioni e le razze. Perciò dinanzi ad esse l’uomo civile è abolito e ritorna l’uomo sincero allo stato di natura”. I frutti del nazionalismo, già condannato da diversi papi, inutilmente, nelle loro encicliche, avrebbe dunque portato dapprima alla guerra e poi, nel dopoguerra, al fascismo, al nazismo e al “socialismo nazionalista” di Stalin, secondo la celebre definizione di Troskij.
L’altra componente del nazional-socialismo fu il razzismo. Non è qui il luogo per ripercorrere una ideologia che è comunque basata, essenzialmente, sul materialismo biologico: “sangue e suolo” era lo slogan dei nazisti, proprio a significare una prevalenza degli elementi naturali, materiali, fisici, sull’anima immortale (che veniva esplicitamente negata). Effettivamente il razzismo non era mai esistito nella storia dell’Europa cattolica, prima delle rivoluzioni culturali. Come ha ben raccontato Leo Poliakov nel suo “Il mito ariano” (Editori Riuniti), vi è una stretta correlazione tra il pensiero materialista e la genesi del razzismo; correlazione fondamentale tra negazione della co
mune figliolanza degli uomini, tutti creati da Dio, e l’idea che gli uomini siano invece originati da ceppi diversi, più o meno “nobili”, più o meno evoluti. Mentre lo scienziato cattolico Pasteur, alla fine dell’Ottocento, rivendicava l’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio, loro creatore, le ideologie atee sostenevano che la storia di Adamo ed Eva, con le sue implicazioni logiche, e cioè la fratellanza universale in senso cattolico, era una evidente falsità, perché in realtà la scienza dimostrerebbe l’ineguaglianza delle razze in base alla misurazione dei crani, degli arti, e al tentativo di ridurre l’uomo alla sua fisicità. Basti pensare a Voltaire, il famoso “apostolo della tolleranza”. Secondo costui l’idea cattolica secondo cui l’umanità deriva tutta da Adamo ed Eva, per cui siamo tutti “fratelli”, è una emerita sciocchezza assolutamente antiscientifica.
Al monogenismo biblico, che esclude di per sé qualsiasi razzismo, sostituì il poligenismo, cioè l’idea “secondo cui i diversi gruppi umani discendevano da numerosi e differenti antenati” (Francesco Maria Feltri). Il razzismo si nutrirà, anche dopo queste prime teorizzazioni, di una visione assolutamente atea, teoricamente o praticamente, della vita, una visione in cui non vi è alcuno spazio per un Dio creatore di tutti i popoli, ma solo per l’esistenza di popoli “superiori” e di popoli “inferiori”, di sangue, di luoghi, di colore della pelle, di predisposizioni naturali e genetiche e di ambienti operanti sull’uomo al di sopra della sua libertà…
Lo storico Gianni Gentile, parlando dell’imperialismo, afferma: “La cultura scientifica di stampo positivistico (cioè ateo, ndr) nella seconda metà dell’Ottocento aveva elaborato una teoria delle razze, secondo la quale a ogni razza venivano attribuite diverse basi biologiche che determinavano i vari comportamenti, anche dal punto di vista morale e dei costumi. Questa impostazione pseudoscientifica consentiva di stabilire una gerarchia che poneva la razza bianca al di sopra delle altre razze”.
Strettamente connessa al razzismo, troviamo l’eugenetica, che altro non è che l’antico sogno, utopico, e cioè ateistico, di creare una umanità perfetta, assolutamente sana, senza macchia, che evidentemente non ha bisogno di un Dio Salvatore e di una Redenzione. L’eugenetica è presente già nella Repubblica ideale, sostanzialmente comunista, di Platone, nella Città del sole di Campanella, anch’essa organizzata secondo criteri comunisti; nel sogno di alcuni maghi del Cinquecento, che credevano di poter applicare la selezione adottata per i cavalli, anche all’uomo. Soprattutto, l’eugenetica moderna, riporta ancora al nome del sedicente scienziato, ateo, Francis Galton, che nel 1883 coniò la parola “eugenics”, spiegando al mondo che tramite matrimoni selettivi e sterilizzazioni forzate si sarebbe creato l'”uomo nuovo”, sano e felice..
Non tanti anni più tardi Hitler, nel Mein Kampf, “dopo aver spiegato che lo Stato, la nazione, dovrà impedire ai malati o ai difettosi” di procreare, aggiungeva: “Basterebbe per seicento anni non permettere di procreare ai malati di corpo e di spirito per salvare l’umanità da una immane sfortuna e portarla ad una condizione di sanità oggi pressoché incredibile” . Del resto Rudolf Hess era solito definire il nazismo una “biologia applicata” , mentre lo studioso Lifton ha definito il nazismo come una “biocrazia”: ” Il progetto nazista si ispirava ad una visione di controllo assoluto del processo evolutivo sul futuro umano biologico. Facendo ampio uso del termine darwiniano ‘selezione’ i nazisti cercarono di arrogarsi le funzioni della natura (selezione naturale) e di Dio nell’orchestrare le proprie selezioni, la loro versione della evoluzione umana”.
Infine, in questa breve analisi, non si possono trascurare le radici anche socialiste, sia del fascismo, sia del nazional-socialismo, sia, evidentemente del comunismo. Il marxismo ateo, che influenzò tutti i tre i totalitarismi, con gradazioni diverse (ma non è questo il luogo per analizzare questo punto), rappresenta anch’esso, come ha giustamente scritto Lowith, una “forma secolarizzata del pensiero biblico”: “la lotta finale dei due campi ostili della borghesia e del proletariato corrisponde alla fede cristiana in una lotta finale tra Cristo e l’Anticristo nell’ultima epoca della storia, il compito del proletariato corrisponde alla missione storica del popolo eletto, la funzione redentrice universale della classe più degradata è concepita sul modello religioso della Croce e della Resurrezione, la trasformazione ultima del regno della necessità nel regno della libertà corrisponde alla trasformazione della città terrena nella città di Dio….”. Cosa abbia partorito la religione atea del marxismo, lo sappiamo tutti: dalla Russia, alla Cina, alla Cambogia, al Vietnam, ai paesi dell’America latina, si parla, almeno , di cento milioni di morti, secondo cifre, quelle del “Libro nero del comunismo” assolutamente prudenziali. Robert Conquest, nel suo “Il grande terrore”, accenna a 20 milioni di vittime solo durante il periodo staliniano, guerra esclusa. Gino Rocca, nel suo “Stalin”, parla di 5 milioni di morti solo nelle grandi purghe staliniane tra il 1937 e il 1938; A. Solzenitsyn, premio Nobel per la letteratura , parla di 66 milioni di morti in Russia tra il 1917 e il 1959, nel suo “Arcipelago gulag”…. Per nessuna epoca della storia, prima dell’affermarsi dell’ateismo assoluto, si possono solo lontanamente pensare le stragi e le malvagità create da nazismo e comunismo, e dalle loro appendici ideologiche (razzismo, eugenetica, socialdarwinismo). E’ una evidenza storica che nessuno può negare.
A proposito della laica ed eurofila Turchia
Nessun futuro per il cristianesimo in Turchia – l’APM chiede la tutela delle istituzioni europee
(APM news 29-11-07) – L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è preoccupata per le sorti dell’abate siriaco-ortodosso Daniel Savci, rapito mercoledì dal monastero di San Giacomo nel sudest della Turchia. Gli ultimi sviluppi che vedono i rappresentanti della Chiesa in Turchia sempre più spesso vittime di attentati alla vita e dinamitardi, di aggressioni e di rapimenti, sono un segnale d’allarme per i pochi cristiani ancora residenti in Turchia e per la mancata libertà religiosa nel paese. In quanto associazione per i diritti umani che si batte per il rispetto dei credenti musulmani in Europa, l’APM lamenta però anche la continua discriminazione e persecuzione delle comunità cristiane in Turchia e la strumentalizzazione politica dell’Islam sunnita da parte dello stato turco. La persecuzione e le minacce rivolte alla popolazione cristiana in Turchia ha fatto scendere il numero dei residenti cristiani nel paese dal 25% nel 1912 all’attuale 0,2%, per un numero complessivo di circa 125.000 persone. Le chiese cristiane non godono di uno status legale proprio, quindi per la legge turca non esistono in quanto aggregazioni autonome e non hanno perciò alcun diritto legale. Il Patriarca della Chiesa greco-ortodossa Bartolomeo I, capo spirituale di circa 300 milioni di fedeli nel mondo, non è autorizzato ad usare il proprio titolo in Turchia. Dal 1970 le chiese cristiane in Turchia non possono più formare nuovi preti. I religiosi armeni e greco-ortodossi stranieri solitamente non ricevono un permesso di soggiorno e lavoro né tanto meno la cittadinanza turca. Anche i religiosi stranieri di altre fedi non possono ottenere la cittadinanza e sono quindi costretti a pagare una tassa di soggiorno. La proprietà degli immobili ecclesiastici è calata da 4.000 immobili negli anni ’30 a 460. Le proprietà ecclesiastiche sono spesso soggette a espropriazioni e solo in casi eccezionali le chiese sono riuscite e riacquistare gli immobili. L’APM si rivolge quindi alla Commissione Europea, ai Ministri degli Esteri dei paesi dell’UE, alle frazioni del Parlamento Europeo e al Consiglio Europeo affinché si impegnino per ottenere da Ankara la tutela della popolazione turca di credo cristiano e il riconoscimento legale dei loro diritti su modello europeo.
A proposito del principio di reciprocità tra Cristianesimo e Islam
Sentenza mite per i terroristi che decapitarono tre cristiane
Jakarta (AsiaNews) – Pene fino a 19 anni di reclusione per tre terroristi islamici implicati nella decapitazione di tre giovani cristiane in Indonesia. I crimini risalgono al 2005 e sono avvenuti a Poso, nella provincia “calda” di Sulawesi Centrali. Ieri il tribunale di South Jakarta ha condannato a 19 anni di carcere a Wiwin Kalahe alias Rahman; i suoi complici Yudi Heriyanto alias Udit e Agus Nur Muhammad alias Agus Jenggot, hanno ricevuto 10 e 14 anni di detenzione. Delusa l’opinione pubblica, secondo la quale la sentenza è “troppo leggera” se paragonata alla gravità dei crimini commessi. I giudici hanno ammesso che le azioni terroristiche del trio hanno provocato ansietà e paura in tutta Poso. Secondo Rohadi, un abitante di Jakarta, la corte però non ha tenuto conto di questa considerazione quando ha emesso il verdetto: “I tre meritavano la pena capitale per le atrocità perpetrate”. Il 29 ottobre 2005, tre ragazze camminavano verso casa quando sono state aggredite e decapitate con un machete nella zona di Gebang Rejo a Poso. Due delle loro teste sono state rinvenute vicino ad una stazione di polizia e la terza è stata lasciata davanti a una chiesa. Il caso ha scosso l’opinione pubblica in Indonesia e all’estero. Il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha condannato il triplice omicidio, che Benedetto XVI, da parte sua, ha definito “barbaro assassinio”. Nel settembre 2006 la giustizia indonesiana ha scelto la condanna capitale per tre cattolici – Fabianus Tibo, Marinus Riwu e Domingo da Silva – ritenuti responsabili di violenze contro la comunità musulmana durante il conflitto di Poso. La condanna è stata eseguita nonostante il coro di proteste internazionali, che denunciavano irregolarità nello svolgimento del processo. Sempre ieri lo stesso tribunale ha comminato pene tra i 14 ed i 18 anni di detenzione per altri quattro terroristi implicati nella fabbricazione di bombe e in una serie di attentati contro la comunità cristiana, tra cui l’esplosione al mercato cristiano di Tentena del 28 maggio 2005. In quell’occasione morirono 22 persone, mentre altre 43 rimasero gravemente ferite. “Durante il processo – fa sapere uno dei legali della difesa – gli imputati hanno riconosciuto il loro sbaglio e spiegato di aver agito per vendicare i musulmani morti in seguito al lungo conflitto interreligioso nella zona”. A Poso, tra il 1999 ed il 2001, scontri violenti tra cristiani e musulmani – le cui cause sono ancora da chiarire – hanno fatto oltre mille vittime e migliaia di profughi.
Le domeniche d’oro..per chi?
Sono iniziate le domeniche di dicembre, premetto che lavoro in un centro commerciale come dipendente part time al top center. Il mio contratto mi consente di poter decidere se dare disponibilità lavorativa le domeniche. Ho potuto os
servare come la domenica viene sempre meno dedicata alla famiglia, ad una piccola passeggiata, alla messa (so che va di moda la laicità…) o a qualcosa di diverso che rinchiudersi all’interno di negozi e centri commerciali. La cosa divertente è quando i clienti chiedono durante la settimana “siete aperti domenica”? Se attendiamo per qualche secondo la risposta, si vede una faccia sempre più preoccupata .Una delle preoccupazioni maggiori è quella del pane fresco; della serie “come facciamo senza il pane fresco?”, surgelatelo!. Quasi divertente la persona che di domenica entra in negozio e critica l’apertura, giustificandosi dicendo che è aperto. Esempi ne potrei fare moltissimi ma, andiamo oltre. La prima domenica ho visto un pienone non indifferente: ricordo qualche anno fa che le prime due domeniche si faceva poco fatturato, adesso invece siamo stati indottrinati molto bene nell’approfittare di queste domeniche d’avvento. Questo atteggiamento dell’uomo disumanizzato, dell’uomo che vive nell’indifferenza, è distruttivo per l’uomo moderno. L’uomo completamente assorbito nel vendere e consumare, diventa egli stesso una cosa, e quando l’uomo diventa una cosa è morto, anche se fisiologicamente è ancor vivo.
E’ un uomo spiritualmente morto, considera la propria vita un capitale da investire, questo tipo di uomo moderno sono riusciti a produrlo:è l’automa, l’uomo alienato. Alienato perché le sue azioni e le sue proprie energie gli sono diventate estranee, sono al di sopra e contro di lui, e lo guidano invece che essere guidate. Altrettanto alienati sono i nostri consumi, perché regolati dagli slogan più che dai nostri bisogni reali, dal nostro palato, dai nostri occhi od orecchi. E si finisce che nella società l’attrazione per i gadget tecnologici è più forte di quella per gli esseri viventi e per i processi della vita. Alla fine si diventa indifferenti alla vita. E’ facile veder entrare gente annoiata, senza gioia, che quando ha comprato qualcosa diventa per un attimo felice, sembra quasi che l’acquisto di beni riesca ad anestetizzare la noia della vita; passato l’acquisto passata la gioia. Mi fa riflettere il pensiero dominante: tutti, in teoria, contro le aperture domenicali, per la dignità della persona, contro le ingiustizie, contro le guerre… Della serie: sistemi comportamentali in cui si aspetta sempre che sia l’altro a cambiare, invece non riusciamo nemmeno ad astenerci a uscire la domenica per fare acquisti, come si può pretendere di insegnare agli altri il rispetto. Non si parte dai grandi comportamenti ma dalle piccole cose. Cerco di spiegarmi; da quando l’uomo ha tolto Dio e messo al centro il consumo, abbiamo pure cambiato il nostro sistema di valori. Il progresso tecnologico minaccia di diventare la sorgente dei valori, spazzando via le norme che “comandano” di compiere quel che è vero, bello e utile allo sviluppo dell’animo umano, poiché l’uomo non cerca più la gioia ma l’eccitazione, non ama più la vita ma il mondo meccanizzato dei gadget, non si sforza di crescere ma di star bene, all’essere preferisce l’avere.
Tutto questo è desolante e se pensate che sto esagerando provate a fermarvi qualche minuto davanti alle innumerevoli casse dei centri commerciali e negozi durante queste feste : tutti ansiosi, agitati, nervosi, gente che litiga per un parcheggio, per passare davanti alla fila per pagare, che chiede di aprire altre casse perché ha fretta, persone che chiedono dove sta lo zucchero… risposta: avanti a destra…. il 30/40% non utilizza più scusi, per favore, grazie ecc. si dà tutto per scontato; forse il cliente pensa che siamo pagati per rispondere, sì è vero, ma chiedere per favore è tutta un’altra cosa… anche noi commessi pecchiamo molte volte quando siamo lì da 8 ore a dire buon giorno grazie ecc Può succedere che non abbiamo la carica giusta: per questo cari clienti fateci un bel sorriso anche dopo 10 ore il sorriso ve lo ricambieremo volentieri, non costa nulla darlo ed è bello riceverlo. Chiudo con una piccola provocazione: se non sapete dove andare domenica siamo aperti…buon natale a tutti. Sandro Bordignon