Il consumismo seppellisce le nozze. La prima Fiera mondiale del divorzio

“Il giorno più bello della tua vita? Quello del tuo divorzio”. Purché, premette Anton Barz, “la cosa avvenga in modo amichevole”. Aggiungiamo: professionale. A tal fine Barz, che organizza a Vienna la prima fiera mondiale del divorzio, mette a disposizione i migliori esperti sul mercato, dagli investigatori privati che spiegano perché è utile e ragionevole spiare la propria moglie o il proprio marito, agli avvocati con i loro consigli su come divorziare senza inutili conflitti; dagli psicologi che suggeriscono come rendere la cosa meno dolorosa possibile per i parenti e gli eventuali figli, al medico legale esperto in test di paternità. Infine, alla fiera ci saranno anche gli agenti patrimoniali, perché se finisce il matrimonio non finisce certo l’amore, anzi la fiera si chiama “Nuovo inizio”.
Che il divorzio fosse un formidabile business e contribuisse all’impennarsi del Pil già lo sapevamo. Ed anzi abbiamo sempre avuto il sospetto che i primi a gufare contro Pcs, Dico, Cus e simili fossero loro, quanti si arricchiscono nel dissolvere legami indissolubili. Per attirare i clienti, ci sta pure che venga fatto balenare il miraggio del “giorno più bello della tua vita”, più del matrimonio; più di quando è nato tuo figlio; più dello scudetto vinto dalla tua squadra in barba a Juve-Milan-Inter. Tutto è mercato e profitto. E i potenziali clienti sono un esercito. Nell’Unione europea avviene una separazione ogni 33 secondi e in Italica c’è un divorzio ogni 4 minuti. Quanto al signor Barz – “felicemente sposato” fa sapere: la fiera dunque non lo riguarda direttamente – non è certo il primo a provare ad arricchirsi. In Germania, da un anno l’ex agente assicurativo Bernd Dressler s’incarica, dietro lauta parcella, a informare sposi e amanti che il partner non li vuole più. “Terminator dell’amore” lo definirono i giornali. Un vero killer: nei primi due mesi di frenetica e benemerita attività, aveva recapitato ben 120 avvisi di abbandono. Mercato: Dressler ha capito quanto scomodo e imbarazzante sia dire addio al proprio partner, e quanto possa essere conveniente affidarsi a personale specializzato. Poiché è meno stressante farsi lasciare che lasciare, ma trovarsi l’amante e farsi scoprire è stressante il doppio, sempre un anno fa a Londra l’artista Bj?rn Franke ha presentato l'”Imaginary Affair Kit”, una valigetta contenente segni di morsi, tracce di rossetto, capelli, profumo… insomma tutto l’occorrente per simulare un rapporto clandestino. Quanto ai figli, è uscito anche in Italia il libro “Save the Children” scritto, almeno così vogliono farci credere, dalla piccola Libby Rees, anni 10, contenente consigli ai coetanei per sopravvivere al divorzio dei genitori. Il libro aiuta i figli, forse; di sicuro ha procurato tante soddisfazioni a chi si è goduto i diritti d’autore.
Nessuno stupore per la fiera che c’è, dunque. Semmai stupore per la fiera che non c’è. Quella che non si affretta a seppellire i matrimoni, ma cerca di tenerli in piedi. Perché si investono senza parsimonia energie per sciogliere un legame, e non si fa quasi nulla per salvarlo, superando le crisi grandi o piccole e renderlo magari più saldo? Il sospetto è che la consumerist society ci abbia colonizzato perfino nei più profondi anfratti dell’anima. Bisogna consumare, non conservare. Gettare e cambiare, non riparare. Movimentare desideri, capricci e denaro. Le lacerazioni, i rimpianti, i dolori disseminati qua e là? Danni collaterali, signori. Non si può fare una frittata senza rompere le uova. Ecco, questa immagine del rompitore d’uova è la conclusione adeguata per un articolo su Barz e la sua fiera.
(Da “Avvenire”, 28 ottobre 2007).

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I media si parlano addosso? Più libertà, più verità: parola del Papa

“La verità si scopre quando gli uomini sono liberi di cercarla”. Queste parole di un grande presidente americano, Franklin D. Roosevelt, furono dette 71 anni fa. Eppure funzionano benissimo anche oggi, per commentare il tema della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del prossimo 4 maggio: “I mass media tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla”. Roosevelt condusse in guerra la sua nazione anche per garantire a tutti, non solo agli americani, il diritto e la libertà di cercare la verità. Come noi stiamo usando questo diritto e questa libertà dovrebbe essere oggetto di un dibattito di alto profilo e sicuro profitto (di tipo morale; l’invadenza del denaro è un problema, non la soluzione). Sperando di essere smentiti, temiamo invece che non se ne farà niente, perché nell’occasione il Papa non evoca nessuna esse fatale: né sesso, né soldi, né sangue. Quindi è assai probabile che sarà ignorato.
La verità va cercata, sapendo che abbiamo mappe incerte e strumenti inadeguati e che nessuno può dirsi geneticamente immune da pregiudizi e passioni. E va cercata non per il gusto narcisistico di possederla o per piegarla ai propri interessi, ma per condividerla, affinché tutti possano essere un poco più liberi. Un esempio – piccolo, di ieri – non guasterà. Su Radio 3, a Primapagina, la rassegna stampa del mattino, si evoca il Papa che parla di “diritto all’obiezione” per i farmacisti. Vengono citati, da Repubblica e Corriere, il commento di Michele Serra, l’intervista alla ministra Livia Turco e il parere di Umberto Veronesi. Un ascoltatore “offeso” telefona, lamentando che “il Papa non si esprima mai a livello europeo”. La conduttrice replica: “Sono d’accordo con lei”. Bella ricerca della verità e bel servizio agli ascoltatori. Opinioni tutte contrarie e una notizia falsa, perché il Papa si rivolgeva al congresso internazionale dei farmacisti, quindi a livello mondiale.
Per cercare la verità con qualche speranza di coglierne almeno qualche pezzo, bisogna tenere aperti gli occhi, le orecchie e il cuore. I mass media, oggi, svolgono spesso un cattivo servizio perché sono pigri, ascoltano solo se stessi e si parlano addosso. Quanto al cuore, quello se ne sta ben chiuso nel portafoglio. I cittadini, poi, non sono trattati da persone detentrici di diritti, tra cui quello di cercare liberamente la verità anche con il fondamentale contributo dei mass media, ma sono il gentile pubblico da lusingare, il luogo di ogni retorica. La frase “i miei lettori” non è intesa nel senso nobile dei “lettori dei quali sono a servizio”, ma nel senso utilitaristico e commerciale dei “lettori che vendo alle aziende per la pubblicità”; non cittadini, desiderosi di essere liberi di cercare la verità, ma carne da cannone nella battaglia quotidiana dell’audience.
Per questo la vera grande sfida, nella quale i cattolici si sentono in prima linea, è per la democrazia e la libertà. Chiediamo che tutti possano esprimersi, senza intimidazioni, senza elenchi degli argomenti proibiti. Chiediamo varietà e pari dignità di voci. Mark Twain, maestro in ironia, celiava: “La verità è la cosa più preziosa che abbiamo. Economizziamola”. Prendiamolo sul serio: la ricerca della verità costa? Nessun prezzo è troppo alto quando è in gioco la libertà.
(Da “Avvenire”, 31 ottobre 2007).

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Halloween e il gusto della magia.

L’uomo, in quanto animale religioso, ha bisogno di segni: di sacerdoti vestiti da sacerdoti, di chiese che sembrino luoghi sacri, e non teatri; di inginocchiatoi, e non di non sedie, per confessare i propri peccati, di giorni festivi che siano diversi da quelli feriali…

Un’esigenza, quest’ultima, testimoniata in ogni epoca, anche in quella del secolarismo: i rivoluzionari francesi aboliscono le festività sacre, ma le sostituiscono con ricorrenze naturalistiche; i positivisti alla Comte propongono di celebrare la memoria degli scienziati al posto di quella dei martiri, mentre i risorgimentali alla De Amicis vorrebbero sostituire San Pietro e san Paolo con Mazzini e Garibaldi…nessuno, insomma, vuole stare senza niente. I sistemi totalitari faranno qualcosa di analogo, essendo, in ultima analisi, surrogati dell’ esperienza religiosa. E oggi? Oggi feste antiche, come Halloween, ricorrenza celtica, prima cristianizzata e poi spogliata del suo significato originario, mobilitano all’improvviso, in pochi anni, milioni di persone, e di euro. Un tempo, in occasione di questa festa, si ricordavano i propri cari e ci si sentiva vicini a loro, con un legame di comunione spirituale. In Sicilia ci sono zone in cui i morti portano i doni ai bambini; in Romagna "tutti si alzavano di buon’ora e i letti erano lasciati per il riposo degli antenati". In altre regioni "si usava fare una questua per i poveri, raccogliendo pane e farina", mentre a Bergamo si preparavano "grandi pentole colme di una speciale minestra d’orzo che veniva caritatevolmente distribuita ai poveri". Dovunque era festa, e i defunti, tornando nella loro casa, dovevano trovare calore, cibo e ristoro (Paolo Gulisano, "La notte delle zucche", Ancora).

Tutti modi, già pagani e poi cristiani, per affermare che la morte non è l’ultima parola, che l’uomo ha una natura immortale, e che la morte è stata sconfitta: "Dove è, o Morte, la tua vittoria? Dove è, o Morte, il tuo pungiglione?". Oggi, invece, Halloween è un’altra faccenda: i morti, purtroppo, sembrano morti per sempre, e possono tornare solo come figure mostruose, come zombie, come comparse in un film d’orrore, fatto di streghe, pipistrelli, gatti neri e scheletri spaventosi. Nasce così una festa commerciale, per stressati che si divertono un po’ con giochi strani e zucche vuote, un revival di antichità pagane, una notte in cui dedicarsi ai tarocchi, o a qualche rito più o meno tenebroso. Le associazioni contro la vivisezione, infatti, si mobilitano per "evitare sacrifici di animali per riti satanici": monitorano, di notte, i canili e le colonie feline… Per fortuna non siamo ai tempi dei celti, quando i druidi, come racconta Cesare, sacrificavano gli uomini, incendiandoli dopo averli chiusi in colossali figure umane intessute di vimini. Eppure qualche mamma, in certe grandi città dell’America o dell’Inghilterra, preferisce tenere a casa i figli più piccoli per evitare sorprese. Si teme forse che i tempi pagani di Medea, o di Canidia, la strega di Orazio che sacrificava fanciulli, possano riapparire, insieme alle Baccanti, che si ubriacavano nelle orge, sbattevano indiavolate i tirsi sui tamburi, e finivano poi per uccidere animali o bambini: in fondo, certi locali notturni, e certa "musica di Satana", intessuta di messaggi subliminali, di inviti al suicidio, alla droga e al satanismo, sono forse peggio delle antiche cerimonie bacchiche.

E’ curioso come un’epoca che non crede al demonio, ami poi così tanto i suoi segni: penso alla simbologie di certi gruppi rock o metal, ad alcune riviste di magia per fanciulli, al gusto per l’occulto di tanti giovani…(Walter Salin, "Il canto di satana", Fede & Cultura). Bisogna infine ricordare che a lanciare Halloween come festa dell’horror contribuì un film del 1978, "Halloween, la notte delle streghe", in cui un pazzo indemoniato, tale Michel Myers, si scatena, nella notte del 31 ottobre, uccidendo e compiendo mostruosità di ogni genere. Nella filastrocca all’inizio del film si parla di "malocchio e gatti neri, malefici misteri/il grido di un bambino bruciato nel camino….". Quella dei sacrifici è una vecchia mania della stregoneria di ogni tempo, che troviamo anche nella recente storia, lorda di sangue, delle "bestie di Satana" di Varese. Nel diario di una affiliata, Chiara, poi sacrificata dal suo gruppo, insieme al fidanzato, si legge: "Sinuosa e bella come una pantera….luce mia, dolce strega, in un bosco circondata sei da candele, e in mano ancora stringi il cuore palpitante del bambino sacrificato alle tenebre". Siamo certi che Halloween sia solo "dolcetto-scherzetto"?

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Halloween, Guareschi e Padre Pio

Oggi è Halloween. Una festa recente. A pensarci bene, non si sa bene cosa si festeggia. Un compleanno, un’anniversario, una ricorrenza, un avvenimento del passato, una speranza per il futuro? Infelice il nostro destino quando facciamo festa senza neppure sapere perché. L’incoscienza e la distrazione sono due mali terribili perché non ci rendono così inabili e infermi da non creare danno.

E non occorre disturbare nessuno o violare la libertà dell’altro (perché c’è un cortile privato, l’unico ammesso anche dai negatori della proprietà privata, nel quale, è possibile – dicono loro – ogni cosa. Basta non superare la staccionata della privata libertà del vicino). Il male è già dentro il non senso, la sgarbata e banale prepotenza di chi vive e agisce senza alcun senso. D’altra parte, cosa pretendere quando il più acclamato cantate italiano si affanna a cercare un senso, e non trovandolo, dice: “Non c’è”. E’ così che nascono feste come funghi o giornate mondiali delle più stravaganti realtà. C’è quella del gatto, della lentezza, quella del risparmio energetico, e poi c’è quella del gioco, del libro e del diritto d’autore patrocinata dall’Unesco, il 27 settembre si festeggia quella del turismo, della danza, quella della proprietà intellettuale, il 16 ottobre quella del pane e il giorno dopo, tocca alla giornata mondiale del rifiuto alla miseria, l’otto marzo quella del rene, il 9 dicembre quella del bambino lavoratore, il 15 gennaio quella del migrante e del rifugiato e poi mille altre giornate mondiali: del donatore, del diabete, del malato, del volontariato, del vegetarianesimo, del ricordo della Shoah, della giornata senza tabacco.

Su Internet ho scoperto decine e decine di altre giornate mondiali: il 4 aprile è la giornata mondiale contro le mine, il 12 aprile dei cosmonauti, il 22 della Terra, il 3 maggio della libertà di stampa e il 23 giugno, indovinate cosa si festeggia? La giornata mondiale dell’orgoglio pedofilo, il boyloveday international. Non c’è bisogno di invadere la libertà dell’altro per compiere il male. Basta distrarsi e non accorgersi che al posto dei santi, hanno messo qualcos’altro. E’ stato sufficiente, ad esempio, occupare uno di quei cortili, spesso angusti, recintati, ma indifesi: uno di quei piccoli reticolati di date e giorni della settimana che costituiscono, nel numero di trenta o trentuno, il calendario. Se poi, ci si mette una donna nuda, altro che distrazione. La trascuratezza di veder sostituito i nomi dei santi con il nome di feste americane, festività indù, giornate cosmiche dei calvi, viene ampiamente ricompensata con una certa avvedutezza. Oggi è la festa di Halloween. Ai miei studenti ho provato a spiegare che il motivo per cui si sta a casa, è ben altro. Sono i santi, ma per loro, al massimo c’è posto per sante, quello prete, sposato, con una divorziata che aspira, magari a diventare pretessa…Al posto della festa di Tutti i Santi e la giornata di commemorazione dei defunti, subentra la festa di Halloween.

E’ un amaro scherzetto di chi pian piano, addolcettandoci la vita, ci toglie l’unica cosa che rende sensata l’esistenza. Mi è capitato di leggere, ultimamente, un libro di Guareschi, l’ultima sua opera, data alle stampe dopo la sua morte. In un momento di sconforto, don Camillo si rivolge al Crocifisso e gli pone quella domanda che, in termini diversi, è sulla bocca dei semplici, di chi cioè senza troppi giri di parole, dice: “ma dove andiamo a finire?”. Quando mi capita me la cavo con una battuta, ma appena mi allontano mi accorgo di aver detto qualche bugia di troppo o quantomeno di aver ostentato una sicurezza e una fiducia che non riscontro, sinceramente, in me. “Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?” “No, Signore. (…) L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che, in migliaia di secoli, aveva accumulato. Un giorno non lontano si ritroverà esattamente come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne. Signore, se questo è ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?” Il Cristo sorrise. “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. “Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. “Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d’ogni razza, d’ogni estrazione, d’ogni cultura.” Mi ha fatto bene incontrare queste righe. Quando leggo dei documenti della Chiesa o ascolto delle meravigliose prediche, non mi sento così persuaso come dopo che ho letto queste parole. Non sono Vangelo, ma per me le ha dette Cristo, sul serio. Domani festeggerò la festa di Tutti i Santi con più voglia e convinzione. E poi, anche il giorno seguente, quello in cui si ricorda la morte. Sì, la morte, non quella soltanto dei morti, ma anche quella che, mio malgrado, vorrà un giorno avvicinarsi, con più o meno intenzioni fraterne, a me. Domani mentre celebrerò la Messa dei Santi, penserò a Padre Pio. Gli vogliono rifare il processo di canonizzazione. Questa volta iscrivendolo nel registro degli inquisiti come filibustiere e millantatore. Non vorrei che stessero pensando di istituire, per il 23 settembre, una nuova giornata mondiale. Si renderebbe necessario così di scalzare il frate imbroglione e dare vita, chessò io, alla giornata mondiale degli omosessuali. Pensandoci bene, vuoi che non ci sia già. Mi auguro almeno che ne istituiscano una anche per i sacerdoti o per le suore di clausura. Sarei disposto, per una cosa così, a lasciare il via libera per il 23 ottobre, San Giovanni da Capestrano (non me ne voglia, anche a lui penserò domani). Ma a Padre Pio, onestamente, non vorrei rinunciare. Domani mi ricorderò anche dei martiri spagnoli. Sono molti per cui non mi ci metto a ricordarli uno a uno, ma mi basterà pronunciare per abbracciarli tutti, sperando di non essere sentito da qualche giovane dei centri sociali (o forse non sarebbe neppure una cattiva idea): “Viva Cristo Re”.

Mi sono riletto le parole del Santo Padre nell’angelus di domenica. “La contemporanea iscrizione nell’albo dei Beati di un così gran numero di Martiri dimostra che la suprema testimonianza del sangue non è un’eccezione riservata soltanto ad alcuni individui, ma un’eventualità realistica per l’intero Popolo cristiano. Si tratta, infatti, di uomini e donne diversi per età, vocazione e condizione sociale, che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. (…) Non tutti, certo, sono chiamati al martirio cruento. C’è però un "martirio" incruento, che non è meno significativo: è la testimonianza silenziosa ed eroica di tanti cristiani che vivono il Vangelo senza compromessi, compiendo il loro dovere e dedicandosi generosamente al servizio dei poveri. Questo martirio della vita ordinaria è una testimonianza quanto mai importante nelle società secolarizzate del nostro tempo. È la pacifica battaglia dell’amore che ogni cristiano, come Paolo, deve instancabilmente combattere; la corsa per diffondere il Vangelo che ci impegna sino alla morte” Anche queste parole mi hanno fatto bene, come quelle di Guareschi, anche se queste, sono solo del Papa.

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No global contro i martiri spagnoli.

Domenica 28 ottobre 2007 sarà ricordata, soprattutto in Italia ed in Spagna, per due avvenimenti straordinari, legati indissolubilmente tra loro e che hanno contribuito, una volta di più, a screditare il mondo della galassia no global di fronte all’opinione pubblica e alla storia. A Roma, nella chiesa di Sant’Eugenio è stata celebrata la cerimonia di beatificazione di 498 martiri spagnoli caduti per mano dei repubblicani rossi nel corso della guerra civile. Un numero record di beatificazioni avvenute in un solo giorno, proprio nel momento in cui il governo spagnolo presieduto da Zapatero sta discutendo sull’introduzione della «legge della memoria», che, se approvata, altro non porterà che ad una condanna aprioristica e senza appello del periodo franchista. Una ferita aperta, quindi, quella lasciata dalla guerra civile spagnola e che sembra non doversi mai chiudere, soprattutto per la volontà della frange più estreme della sinistra internazionale ed italiana in particolare. Proprio durante e al termine della solenne celebrazione religiosa di Roma, un gruppo di no global ha innalzato cartelli e striscioni in cui si leggeva, tra le altre cose, “Viva la brigata internacional”, “Chi ha ucciso, torturato e sfruttato non può essere beato”; altri manifestanti hanno innalzato cartelloni con impresso il celebre quadro di Picasso “Guernica”, diventato il simbolo della resistenza repubblicana contro il dilagare del franchismo in Spagna. Ma i gruppi di contestatori no global nostrani hanno qualche ragione valida per opporsi alla beatificazione dei 498 martiri spagnoli? Iniziamo una breve analisi dei fatti, ricordando doverosamente che la maggior parte delle vittime beatificate, spesso giovanissime, furono sacerdoti, suore, frati, che subirono, prima di essere uccise, torture paragonabili al supplizio di Gesù Cristo e i cui corpi furono quindi lasciati alla mercè della soldataglia comunista per giorni prima di essere cosparsi di benzina e bruciati. Non credo di poter essere smentito se affermo che nessun altra guerra civile ha raggiunto gli apici di violenza e di odio ideologico paragonabili a quelli scatenatisi durante la guerra civile che insanguinò la Spagna tra il 1936 ed il 1939. Guerra ideologica certamente, supportata con grande dispendio di mezzi e uomini dalle grandi potenze totalitarie dell’epoca, Germania, Italia ed Unione Sovietica. La peculiarità di questa guerra risiede però nella volontà esplicita da parte delle forze repubblicane di eliminare forzatamente e definitivamente ogni traccia della gloriosa e radicata presenza cattolica nel mondo spagnolo; per portare a termine questo disegno mefistofelico si utilizzarono modalità talmente raccapriccianti che ancora oggi appaiono quasi incredibili: dati ufficiali parlano di 6834 vittime tra i religiosi spagnoli, tra cui ben 13 vescovi e 283 suore. Per non parlare dell’immenso patrimonio artistico distrutto dalla ferocia anticristiana dei comunisti, dei socialisti e degli anarchici, sia spagnoli sia membri delle brigate internazionali. Furono profanate chiese, fucilate statue del Cristo, di Santi, della Vergine Maria, messi al rogo migliaia di libri e testi sacri o a carattere religioso. Per essere seviziato ed ucciso bastava portare addosso, al collo o in tasca un’immagine sacra: ci sono giunte testimonianze di crocifissioni messe in atto contro persone sospettate di vicinanza alla chiesa cattolica. Non ne erano più state eseguite dai tempi delle grandi persecuzioni dell’Impero Romano. Molti cadaveri non furono mai ritrovati.

Un odio cieco e spietato che non si può spiegare solo attraverso un’analisi politica dei fatti, in una lotta contro il “fascismo” come per tanti anni abbiamo sentito ripetere dalla maggior parte della storiografia italiana. Per decenni abbiamo assistito ad una divisione manichea della storia, dove tutti i buoni stavano da una parte, in questo caso i “rossi”, ai quali si perdonava tutto in quanto portatori della giusta causa; se poi si massacravano anche migliaia di religiosi inermi, si faceva finta di non sapere oppure si cercavano giustificazioni banali, indicandoli come fiancheggiatori, se non complici del franchismo. A distanza di tanti anni dalla fine della guerra, a 32 anni dalla morte del “Caudillo” Franco e , soprattutto, dopo l’implosione dei regimi comunisti dell’est, si sperava di poter discutere e valutare le terribili vicende della guerra civile spagnola con il distacco dello storico, obiettivamente e senza partigianeria di giudizio: evidentemente per buona parte dell’universo legato alla sinistra il tempo si è fermato. Mi spiace (quasi) che i no global romani non abbiano pensato di utilizzare meglio il loro tempo per studiare ed approfondire quelle vicende invece di preparare striscioni grondanti del sangue dei martiri spagnoli. Avrebbero forse scoperto che l’accusa periodicamente mossa ai religiosi spagnoli di essere una sorta di “quinta colonna” franchista e che proprio per questa ragione furono uccisi, anzi, “giustiziati”, è infondata alla radice: l’odio anticristiano delle milizie comuniste, socialiste, senza dimenticare il supporto degli ambienti repubblicani e massoni, iniziò già nel 1931, con l’approvazione di una Costituzione “laica”, ma forse si potrebbe già definire laicista; l’anno seguente si vietò l’esposizione di ogni simbolo religioso dalle scuole, l’insegnamento della religione in tutte le scuole di ogni ordine e grado e si promulgò una legge che introduceva il divorzio. Nel 1933 si introdusse una legge che sottoponeva il culto cattolico al controllo dell’autorità civile. Nel 1934 si cominciano a contare le prime esecuzioni di religiosi e di cattolici laici durante la rivolta delle Asturie. Un martirio vero e proprio legato alla devozione e non al credo politico come ancora sostengono i militanti dei centri sociali romani, fermi su posizioni ideologiche preconcette ormai superate dall’evolversi stessa della storia. Come ben ha ricordato Papa Ratzinger al termine dell’Angelus del 28 ottobre “I martiri uccisi in Spagna sono uomini e donne diversi per età, vocazione e condizione sociale, che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa”.

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Chiesa e massoneria: centinaia di scomuniche.

“La liberazione d’Italia -opera eminentemente massonica- fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalla iniziativa delle Comunioni massoniche d’oltralpe”.

Ad esprimersi così, nel 1988, è il gran maestro Armando Corona che prosegue: la massoneria “fu il vero ispiratore e motore” del risorgimento “perché sua era l’idea guida della liberazione dei popoli”. Dal momento che la massoneria è stata, per bocca dei suoi più autorevoli esponenti, protagonista del risorgimento e dal momento che la popolazione italiana è da circa due millenni cattolica, vediamo cosa la chiesa cattolica pensi della società che ha animato, insieme a quella italiana, le rivoluzioni degli ultimi secoli. La Massoneria moderna nasce a Londra nel 1717 e la prima delle centinaia di scomuniche emesse dalla chiesa nei suoi confronti è solo di qualche anno posteriore.

Il 28 aprile 1738, nella bolla In eminenti, ClementeXII condanna il segreto che caratterizza le associazioni dei Liberi-Muratori, il silenzio imposto “intorno alle cose che esse compiono segretamente” (se non operassero iniquamente, “non odierebbero tanto decisamente la luce”), il disaccordo con le leggi civili e canoniche. Clemente XII vuole scongiurare il pericolo che “questa razza di uomini non saccheggi la Casa come ladri, né come le volpi rovini la Vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti”. Tredici anni dopo è la volta di Benedetto XIV che, il 18 marzo del 1751, pubblica la bolla Providas Romanorum. Nulla di nuovo, si tratta semplicemente di reiterare le condanne già espresse: il papa è costretto a farlo perché “alcuni non hanno avuto difficoltà ad affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore”.

Il 3 settembre 1821 è la volta di Pio VII con la bolla Ecclesiam a Jesu Christo. Il papa torna sull’argomento perché i “Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste”. Pio VII ammonisce di non prestare “alcun credito alle parole” dei carbonari, perché “costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci”. Il pontefice ricorda che i carbonari sono all’origine dei tentativi rivoluzionari di quegli anni, e ribadisce che “nel sovvertire questa Sede Apostolica sono animati da un odio particolare”.

Pio VIII rinnova il monito nel 1829 e, sempre riferendosi alla Carboneria, afferma: “Tra tutte queste sette segrete Noi abbiamo risoluto di segnalarne alla vostra attenzione una speciale formata di recente: il cui scopo è di corrompere la gioventù educata nei ginnasii e nei licei”. Non lasciatevi “sedurre da nessuna apparenza, né ingannare da veruna arte maliziosa”, raccomanda il papa. I pronunciamenti della Chiesa contro la Massoneria si rinnovano nel tempo fino ad arrivare al più recente del 26 novembre del 1983. In questa data la Congregazione per la dottrina della fede emette un provvedimento solenne firmato dal Prefetto, card. Ratzinger, in cui si sostiene: “Rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche […] e perciò l’iscrizione ad esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa comunione”. Cosa dire di più? Una piccola citazione può mostrare l’attualità dell’argomento. La voce Massoneria di una delle più diffuse enciclopedie mondiali su dischetto (The 1995 Grolier Multimedia Encyclopedia) dopo aver ricordato che in passato l’Istituzione è stata aspramente combattuta dalla Chiesa specifica: “A papal ban on Roman Catholic membership in Masonic lodges was rescinded in 1983” (il divieto per i cattolici di far parte di logge massoniche è stato cancellato nel 1983). L’esatto contrario di quello che la chiesa ha solennemente ribadito. Niente di nuovo sotto il sole.

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Pagare le tasse ad uno Stato abortista?

Il diritto positivo – cioè l’insieme leggi dello Stato – riceve il suo contenuto direttamente o indirettamente dalla legge naturale. Quindi per aversi una legge giusta questa dovrà essere consona ai principi della legge naturale. Da qui nasce l’obbligo per i cittadini di obbedire alle leggi statali, dato che esse spingono ciascuno di loro alla virtù, ad una condotta retta sotto il profilo morale, realizzando così il bene comune. Ma qualora una legge dello Stato prescriva condotte difformi da quelle previste dalla legge naturale, il cittadino è obbligato ad obbedire alla legge ingiusta? Cosa fare con una legge che contraddice i principi di morale? La risposta che forniscono sia Sant’Agostino che San Tommaso è molto simile: una legge ingiusta non obbliga in coscienza e quindi si può e a volte si deve trasgredirla. Questo perché una legge ingiusta non è propriamente una legge ma è corruptio legis, corruzione della legge. Il diritto deve essere giusto cioè conforme a morale, altrimenti cessa di essere diritto dal punto di vista sostanziale dato che non soddisfa più il suo fine proprio: educare alla virtù in vista del bene comune.
Più nello specifico una legge può essere ingiusta:
? per il fine: quando una legge comanda cose non utili per il bene comune ma per il bene solo di alcuni singoli. Pensiamo ad una norma che assegna immotivatamente dei privilegi economici ad uomini di governo.
? per l’autorità: quando una legge è emanata da chi non ha il potere per farlo. Ad esempio un legge sarebbe ingiusta se fosse frutto di un provvedimento di un giudice.
? per il contenuto: quando un legge obbliga o semplicemente permette comportamenti illeciti dal punto di vista morale. Esempi di normative di questo tipo sono la legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza, la legge 898/1970 sul divorzio e la legge 40/2004 sulle tecniche di fecondazione artificiale
Ma ora poniamoci un’altra domanda: come reagire di fronte ad una legge ingiusta? L’insegnamento del Dottore Angelico anche qui ci viene in aiuto. Dato che una legge iniqua non obbliga in coscienza parrebbe logico concludere che dovremmo sempre trasgredire ad un tale comando. In realtà occorre tenere in considerazione il bene comune prima di prendere una simile decisione. Se la scelta di non obbedire ad una legge ingiusta può provocare sommosse, agitazioni di massa, scontri violenti e può portare all’anarchia allora è preferibile, proprio per non causare mali maggiori, obbedire alla legge ingiusta. Si deve cioè valutare se “il gioco vale la candela”. Se per estirpare delle erbacce dal mio orto devo radere al suolo anche tutti gli ortaggi che sto coltivando allora è preferibile desistere dall’intento. La decisione quindi se obbedire o meno è lasciata in questi casi al prudente giudizio del singolo. Facciamo un esempio avvertendo il lettore che tale esemplificazione non vuole avere la pretesa di essere assolutamente giusta in ogni caso e situazione. Nel nostro ordinamento le tasse che noi paghiamo vengono devolute ad uno Stato che tra gli altri “servizi” promuove l’aborto procurato. I nostri soldi quindi finiscono per sostenere una pratica oggettivamente lesiva del bene comune. In tal senso da una parte la legge che ci obbliga a pagare le tasse è giusta perché ognuno di noi deve contribuire anche economicamente al bene della società. Ma su altro versante uno degli effetti del nostro pagare le imposte è il sostentamento delle pratiche abortive, e perciò indirettamente questa stessa legge si tingerebbe dei colori dell’iniquità. Per questo motivo potrebbe sembrare lecito la scelta di quella persona che si rifiuta di assolvere i propri oneri di contribuente non pagando le tasse. Ma immaginiamo il caso che una gran parte della popolazione si comportasse così: sarebbe presto l’anarchia. Non solo le pratiche abortive continuerebbero, ma potrebbe accadere che chi avesse scelto di non pagare le tasse perderebbe di credibilità anche sul fronte della lotta per la difesa della vita nascente non avendo più peso decisionale e la risposta dello Stato verso gli inadempienti e verso la cultura che essi rappresentano sarebbe durissima bloccando ogni speranza di successo futuro, portando forse ad un incremento del numero di interruzioni volontarie di gravidanza. In tal modo la medicina sarebbe peggiore del male da curare. Certo: è una previsione. Le cose potrebbero andare diversamente, ma è proprio basandosi su queste stime sull’andamento futuro degli avvenimenti che il singolo deve decidere se è meglio obbedire ad una legge ingiusta oppure trasgredirla.
Tale discorso che verte sulla possibilità di rispettare una legge seppur ingiusta incontra un limite molto importante: mai si può compiere o favorire o suggerire un atto che leda direttamente e volontariamente un bene fondamentale. Mai si può fare il male. Facciamo ritorno all’esempio di prima. Pagare le tasse abbiamo visto che è un atto giusto di per sé, non è un’azione intrinsecamente cattiva. E non diventa un’azione cattiva anche se so che parte di quelle tasse foraggeranno attività non lecite. In questo caso non è un’azione malvagia perché non favorisco direttamente le pratiche abortive, ma solo indirettamente. Io pago non per incentivare il numero di aborti ma perché doveroso per il bene comune. La decisione di pagare o non pagare dovrebbe essere quindi presa tenendo in considerazione i motivi di opportunità politica appena visti. E’ un po’ come se io sapessi che un tale negoziante usa i proventi delle vendite per accrescere la sua collezione di film pornografici. Acquistare da lui della merce, pur essendo a conoscenza di questo suo “hobby”, di per se stesso non diventa un’azione cattiva, e quindi non c’è il dovere di non recarsi da costui (non c’è il dovere di non pagare le tasse in riferimento all’esempio di prima). Saranno semmai ragioni di opportunità e non motivazioni morali in senso stretto che mi suggeriranno di scegliere un altro negoziante da cui rifornirmi. Diverso sarebbe il caso invece in cui Sempronio, il quale non facesse il venditore per mestiere, mi vendesse un oggetto di sua proprietà perché a corto di soldi al fine di acquistare dell’eroina. A conoscenza del suo fine illecito io sarei obbligato a rifiutare la compravendita, dal momento che i miei soldi aiuterebbero direttamente Sempronio a compiere un’azione malvagia. Similmente, tornando all’esempio di matrice fiscale illustrato poche righe fa, se ci fosse un’imposta pensata esclusivamente per aiutare le donne che vogliono abortire, sarebbe obbligo del cittadino non versare quel tributo. Infatti pagare significherebbe favorire direttamente un atto malvagio. L’atto diretto a cooperare al male è tale perché i soldi che do a Sempronio e l’imposta pro aborto servono esclusivamente a fare del male.
In questa prospettiva ci sono leggi a cui non solo si può negare il proprio assenso ma si deve negarlo. [tratto da T. Scandroglio, La legge naturale. Un ritratto, Fede & Cultura, Verona, 2007]

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L’ingegner Angelo Belussi commenta la mostra la “Scimmia nuda”.

Ho recentemente effettuato una visita alla mostra allestita presso il museo di storia naturale di Trento con titolo “La scimmia nuda” e, prima di confutare le teorie darwiniane in essa addotte, intendo esporre, in via preliminare, alcune considerazioni di carattere scientifico che ritengo interessanti.

Consideriamo anzitutto la vita nella sua accezione biologica. Essa si manifesta in una miriade di specie animali e vegetali, secondo tipologie estremamente diversificate e si esplica mediante una procedura attuativa consueta per chi abbia esperienza a livello ingegneristico, consistente nelle tre seguenti fasi: – ideazione progettuale -reperimento dei materiali idonei alla attuazione del progetto – procedimento operativo per realizzare l’idea originaria Riporto, in proposito, alcuni esempi significativi desunti in campo animale e vegetale, che evidenziano l’impossibilità di interventi casuali nella loro realizzazione.

Il pipistrello. Animaletto notturno, praticamente cieco, che si nutre di insetti con l’utilizzo di un sofisticato apparato sonar. Di apparati analoghi risultano dotati molti altri animali, in particolare i cetacei. E’ il sonar un’apparecchiatura escogitata dall’uomo solo nel corso della seconda guerra mondiale. Pretendere che un simile accorgimento di sofisticata tecnologia si sia realizzato per caso, secondo la conclamata teoria sintetica dell’evoluzione darwiniana, non è ragionevolmente sostenibile. Le mutazioni genetiche migliorative tra loro interconnesse e mutuamente condizionate da sincronismi attuativi di assoluta precisione, crescono infatti con legge esponenziale all’elevarsi del livello evolutivo di un animale, secondo un programma attuativo finalizzato ad assicurargli ì’alimentazione e quindi la sopravvivenza

Il coleottero. Insetto esistente in svariate sottospecie, dotato di ali cartilaginee sottilissime, in grado di ripiegarsi sotto le elitre per poi dispiegarsi e consentire un volo prolungato. Il materiale con cui sono realizzate le ali, che presentano una resistenza eccezionale in considerazione della loro sottigliezza, dotate peraltro di nervature correttamente distribuite, non è stato ad oggi riprodotto sinteticamente dall’uomo. Sistemi di inseminazione in campo vegetale di particolare ingegnosità. Baccelli che, aprendosi improvvisamente a mo’ di piccola esplosione, spargono i semi a notevole distanza dalla pianta generatrice per consentire alle nuove pianticelle un più ampio spazio di crescita. Semi connessi a leggeri piumacchi trasportabili dal vento, oppure dotati di piccoli uncini con cui si aggrappano al pelo o alle penne degli animali per giungere anche a grande distanza dalla pianta d’origine. Ritenere che la realizzazione di simili esseri viventi dotati di apparati di stupefacente ingegnosità, atti a sortire specifiche funzioni essenziali per la loro sopravvivenza e la perpetuazione delle rispettive specie avvenga per casualità, appare del tutto irragionevole. Traspare invece un finalismo che si attua nell’ambito di una evoluzione ove la selezione naturale non è certo il fattore determinante, come pretenderebbe la teoria di Darwin. Evoluzione che costituisce lo strumento utilizzato dall’Ideatore e Creatore della vita, cioè da Dio.

L’incongruenza della teoria darwinana è evidenziata dalle maggiori conoscenze scientifiche oggi conseguite e sconosciute più di un secolo e mezzo fa. Tale teoria dava per scontata un’evoluzione spontanea, determinata dalla sola selezione naturale conseguente, questa, ad una serie di occasionali mutazioni genetiche di cui prevalevano solo le migliorative.

Significativo, al riguardo, l’esempio proposto dallo stesso Darwin e dai suoi seguaci, relativo all’allungamento del collo della giraffa. Tale fenomeno si riteneva conseguente ad una sequenza di mutazioni genetiche che privilegiarono, in una determinata specie di erbivori, gli individui ai quali, nel susseguirsi delle successive generazioni, si allungava il collo. Ciò consentiva a questi di cibarsi anche delle foglie più alte degli alberi e quindi di trovarsi avvantaggiati rispetto agli animali con il collo più corto. I primi, infatti, poterono sopravvivere a carestie di cibo essendo favoriti nel suo reperimento, mentre gli altri soccombettero. In realtà l’allungamento del collo della giraffa e, analogamente, qualsiasi altra modificazione sia anatomica che funzionale in animali ad un certo livello evolutivo, comporta tutta una serie di variazioni concomitanti quali, nel caso della giraffa, l’adeguamento del sistema circolatorio del sangue che deve permettere all’animale di mantenere una costante pressione ematica nel rapido innalzamento e abbassamento del capo, senza di che si verificherebbe la rottura dei vasi sanguigni del cervello. Esiste infatti, nelle arterie e nelle vene che si sviluppano nel collo della giraffa, un sistema di valvole di ritegno in grado di mantenere costante la pressione del sangue malgrado i rapidi movimenti del collo dell’animale che, data la sua lunghezza, determinano nella testa forze centrifughe rilevanti. Per sopperire alle perdite di carico idraulico dovute a tale sistema di valvole, il cuore della giraffa è di dimensioni eccezionali, con una lunghezza superiore ai 50 cm. ed un peso di circa 11 kg. E’ quindi chiaro come una “modificazione genetica” tale da variare l’assetto anatomico e la funzionalità di un organismo vivente, comporta il contemporaneo verificarsi di tutta una serie di “modificazioni genetiche” intelligentemente coordinate, atte a compensare gli inevitabili squilibri funzionali provocati dalla prima.

C’è di più: tali variazioni genetiche, in numero enormemente superiore alle poche anzi elencate per brevità, devono verificarsi secondo programmi cronologici di perfetta calibratura in assenza dei quali, ad esempio, l’ingrossamento del cuore in un animale senza il simultaneo aumento delle perdite di carico nei vasi sanguigni con la contemporanea creazione delle valvole di ritegno, provocherebbe la sicura morte dello stesso. Infatti l’attuazione di tutte le modificazioni parziali che, in una combinazione armonica a mo’ di puzzle, sono necessarie per sortire una determinata modificazione globale, debbono rispettare un programma attuativo nel quale ogni singola modificazione si sincronizzi con le innumerevoli altre in modo che, tornando al caso della giraffa, ad un piccolo allungamento del collo dell’animale venga a corrispondere un congruo incremento della grandezza del suo cuore, la formazione di un ben definito numero di valvole di ritegno nei vasi sanguigni e così via per le innumerevoli altre modificazioni che concorrono alla attuazione della mutazione globale. Si può stabilire che il numero delle mutazioni concomitanti con quella ritenuta principale o, quanto meno, la più appariscente al fine del processo evolutivo di un organismo vivente, cresce con legge esponenziale al crescere dell’affinamento tecnicistico dell’organismo stesso. Oltre alla stupefacente ingegnosità che caratterizza la costituzione di tutti gli esseri viventi in campo animale e vegetale, si debbono considerare altre fondamentali prerogative di cui sono dotati. Anzitutto quella di riprodursi come singoli individui e di perpetuare così le rispettive specie, talvolta per intere ere geologiche. L’adeguamento delle proprie attitudini anatomiche e funzionali al mutare delle condizioni ecologiche ambientali.

Un semplice esempio al riguardo, riscontrabile anche oggi, è dato dalla mutabilità stagionale da parte di lepri. ermellini, pernici del colore delle loro livree che da marrone diviene bianco per assecondare il mimetismo, in occasione dell’innevamento invernale. La capacità di autoripararsi, entro certi limiti, mediante la cicatrizzazione, la saldatura delle strutture ossee. l’incremento funzionale di determinati organi per sopperire all’indebolimento di altri. Attribuire queste prerogative ed innumerevoli altre che per brevità non riporto, ad una serie di processi evolutivi occasionali, determinati dalla semplice selezione naturale, appare tesi ben difficilmente sostenibile. Da quanto anzi illustrato, traspare un finalismo in tutta la fenomenologia biologica che determina il conseguimento di determinate funzioni atte alla sopravvivenza dei singoli individui e delle rispettive specie. Ciò si è determinato mediante un processo evolutivo generalizzato, certamente non casuale ma concepito nei minimi dettagli da un Ente Creatore ed Organizzatore della vita, Consideriamo, in questa ottica, come conciliare la sostanziale somiglianza del patrimonio genetico dell’uomo con quello dei primati, in particolare dello scimpanzé, che si differenzia solo per circa il 2%.

Tale corrispondenza cromosomica porterebbe a ritenere che i caratteri delle due specie fossero sostanzialmente uguali, sia morfologicamente che psichicamente. In realtà, malgrado esistano delle affinità anatomiche tra l’uomo ed i primati, sussiste tra loro una differenza sostanziale per quanto concerne lo sviluppo psichico. L’uomo ha conseguito livelli intellettuali che gli hanno consentito la realizzazione di opere grandiose sia sul piano tecnologico che artistico, la scimmia è rimasta ad uno stadio animalesco, seppur con qualche tendenza imitativa nei confronti dell’uomo, in ciò favorita dalle affinità morfologiche con questo. Esiste quindi una abissale differenza tra le due razze, non ascrivibile al rispettivo patrimonio genetico ma ad una entità non fisica, avulsa dalle caratteristiche cromosomiche di entrambe: la mente. La mente, entità incorporea identificabile con l’anima, presenta prerogative che elevano l’uomo, unico a possederla, al di sopra di qualsiasi altra creatura. Le principali sono : – La coscienza di sé o autocoscienza. – La volontà, che può affrancarla dai condizionamenti caratteriali ed emotivi del corpo. – La memoria secondaria, consistente nell’archivio mnemonico delle nozioni scientifiche, filosofiche, culturali e delle relative elaborazioni, inoltre dei ricordi della vita. – Disponibilità ad utilizzare parametri valutativi innati che le consentono di apprezzare la bellezza e l’armonia. – La possibilità di modificare l’assetto anatomico e funzionale dell’apparato cerebrale dell’uomo intervenendo sulla plasticità del suo cervello. E’ infatti a seguito di un atto volontario della mente che l’uomo può innescare questo processo atto ad accrescere le sue facoltà intellettuali ed attitudinali mediante la formazioni di nuovi complessi neuronici nella neocorteccia cerebrale. Pertanto, a seguito di una scelta personale spesso prolungate e sofferta, l’uomo può divenire uno scienziato, un artista, uno sportivo professionale. La memoria secondaria non trova inserimento nelle strutture fisiche del cervello, fatto che trova un riscontro clinico significativo. Nel caso infatti che in una persona per cause patologiche, in particolare traumatiche, risulti compromessa la corteccia cerebrale con conseguente amnesia, è risaputo che, in tempi talvolta prolungati, si verifica la riacquisizione della memoria.

Fatto questo che evidenzia il comportamento di determinati moduli corticali in grado di procedere alla formazione di circuiti neuronali sostitutivi di quelli distrutti dall’evento patologico e consentire così il ricupero dei ricordi conservati nella mente. Ciò significa che i neuroni cerebrali non sono la “sede” della memoria, il centro di produzione dell’attività mnemonica secondaria, come sostengono autori materialisti. Se così fosse, con la distruzione del tessuto neuronale originario, interamente sostituito da quello di neoformazione, i ricordi sarebbero distrutti per sempre. Da quanto anzi argomentato, emerge che è la mente a porre l’uomo in una condizione di assoluta superiorità rispetto ad ogni altro essere vivente sulla Terra., che gli consente di esplicare, in piena consapevolezza, una vistosa creatività sia di carattere intellettuale che tecnico-scientifico. Anche le altre creature, sia di elevata strutturazione organica, quali i mammiferi e gli uccelli che a livelli modesti quali le formiche, le api, le termiti, sono pienamente in grado di svolgere interventi operativi di piena efficacia, senza averne tuttavia consapevolezza, secondo programmi raziomorfi insiti nel loro genoma, definiti engrammi. Tornando all’argomento originario di questa disamina, Il fatto che sussista una somiglianza quasi completa tra i patrimoni genetici dell’uomo e dei primati, questa non consente tuttavia una affinità psichica tra le rispettive specie. I primati infatti, pur dotati di una certa intelligenza, sono privi della mente e non possono quindi fruire delle prerogative offerte da questa, in particolare della creatività consapevole. La loro capacità operativa è infatti di tipo imitativo e generalmente condizionata dalla loro istintualità, cosa peraltro comune in molti altri animali, ad esempio le volpi e le martore, talvolta in grado di cibarsi senza danno, con una scaltrezza sorprendente, delle esche applicate alle tagliole predisposte per ucciderle.

Consideriamo infine la condizione dell’uomo nel cosmo e cerchiamo di scoprire se esistono, su corpi celesti aventi caratteristiche chimico-fisiche adeguate, esseri viventi ad un livello di razionalità almeno pari a quello umano. Sono molti gli astrofisici, tra questi Robert Harrington, Paolo Maffei, Bart J.Bok che, basandosi su un discutibile calcolo delle probabilità, ne ritengono sicura l’esistenza sui pianeti o loro satelliti nell’universo, da loro calcolati in 35 miliardi nella sola Via Lattea, la galassia ove è inserita la Terra, e in 35 miliardi di miliardi in tutto il cosmo. Ciò nella ipotesi che la vita possa insorgere per semplice casualità, secondo la teoria darwiniana. Dovrebbero quindi esistere esseri raziocinanti dislocati nel cosmo ad un livello di cultura tecnico-scientifica almeno pari se non superiore al nostro, essendo questo di relativo recente conseguimento. Nella realtà dei fatti, si è invece accertata l’inesistenza nell’universo di tali esseri, circostanza risultante dai sondaggi effettuati già da alcuni decenni ad opera di autorevoli centri di ricerca astrofisica dislocati sulla Terra.

Malgrado infatti le approfondite ricerche esperite a mezzo di potenti radiotelescopi in grado di sondare anche le costellazioni inserite nelle galassie più remote, ove sicuramente esistono corpi celesti con caratteristiche analoghe a quelle terrestri, non si è ottenuta alcuna conferma dell’esistenza di esseri dotati di raziocinio. Poiché infatti la nostra galassia, la Via Lattea, è tra i complessi siderali più recenti, se il fenomeno della vita di esseri autocoscienti e raziocinanti si fosse manifestato in più antiche galassie, questi esseri, avendo raggiunto un livello evolutivo superiore al nostro, avrebbero sicuramente operato analogamente a quanto stiamo facendo noi, diffondendo cioè segnali atti ad essere captati anche alle distanze più remote ed in tempi di milioni di anni luce dalla loro emissione. Tali indizi dovrebbero quindi pervenirci da radiosorgenti disseminate nel cosmo, cosa che invece non si verifica. Gli unici segnali che giungono a noi sono costituiti dai cosiddetti “rumori cosmici” , provocati da svariate e ben individuate cause dovute a fenomeni naturali, compreso il “rumore di fondo” ascrivibile alla primordiale esplosione del big bang. Nulla quindi che, per particolari caratterizzazioni o per qualche anomalia, possa far supporre l’intervento di esseri intelligenti, desiderosi di manifestare la loro esistenza, anche in tempi futuri assai remoti. Non è quindi illusorio ritenere che l’uomo sia l’unico essere dotato di autocoscienza, di autonoma volontà e di creatività esistente nell’universo. La tesi, apparentemente ovvia, sostenuta da autori immanentistici, secondo cui, essendosi verificato il fenomeno della vita sulla Terra, è da ritenere scontato che esso si sia manifestato anche in altri pianeti o loro satelliti teoricamente idonei al suo insorgere ed alla sua evoluzione, nella realtà dei fatti, risulta errata. E’ questa una ulteriore prova della insostenibilità della teoria casualistica di Darwin e suoi seguaci, del suo carattere surrettizio.

L’unica alternativa, suffragata da seri riscontri scientifici, è costituita da una perfetta programmazione della vita, fondata sull’ideazione progettuale di base, sul reperimento dei materiali idonei alla attuazione del progetto, sul procedimento operativo per realizzarlo, sviluppantesi secondo una modalità evolutiva. Questo grandioso processo della vita deve scaturire da una finalità trascendente, che travalica la comprensione umana e non è valutabile in un’ottica immanentistica.

Alla luce delle argomentazioni anzi riportate, espongo alcuni rilievi che ritengo significativi sui concetti basilari sviluppati nella Mostra “La scimmia nuda”, desunti dagli articoli redatti da studiosi in materia, riportati sulla stampa locale, allestita dal Museo di Storia Naturale di Trento. Michele Lanzinger, Direttore del Museo ( da un’intervista da lui rilasciata). Domanda: Ci dà ancora un certo fastidio riconoscere che discendiamo dalle scimmie? Risposta: Gli ultimi studi di genetica dicono che noi condividiamo con gli scimpanzé più del 98% del nostro DNA. Abbiamo fortissime somiglianze nella struttura sociale, nelle alleanze tra gli individui, nella struttura di coppia e nella sessualità, nei rapporti tra madri e figli e nelle cure parenterali. Claudia Lauro, curatrice della mostra, asserisce essere uno degli scopi dalla mostra quello di evidenziare il fatto che gli esseri umani non debbono considerarsi al di sopra, bensì all’interno del mondo animale. Informa inoltre che recenti studi di biologia molecolare hanno dimostrato che più del 98% del patrimonio ganetico degli esseri umani coincide con quello degli scimpanzé. Da questo dato scientifico, informa la signora Lauro, prende le mosse la mostra “La scimmia nuda – Storia naturale dell’umanità”. Desmon Morris. Esorta ” Costruiamo un ponte tra cultura scientifica e cultura umanistica” e precisa : Gli esseri umani sono animali, possiamo talvolta essere dei mostri, altre volte individui meravigliosi, ma siamo pur sempre animali. Magari ci piacerebbe pensare di essere degli angeli caduti dal cielo, ma in realtà siamo scimmie in posizione eretta”. Jan Tattersall stabilisce che i nostri parenti più stretti sono le grandi scimmie e, a detta sua, in queste si riconosce la parte ereditata dal comune antenato, una creatura antica né scimmia né uomo che possedeva però gli elementi fondamentali di entrambi. Telmo Pievani ritiene che la nascita della specie umana sia stato ” un glorioso accidente della storia” e, al proposito, chiama in causa Charles Darwin e “la sua scomoda rivoluzione scientifica”. Darwin ha il merito di avere scoperto l’esistenza di una metodologia evolutiva a base della creazione di tutti gli esseri viventi nella biosfera e, certamente, non solo dell’uomo. Tuttavia l’asserzione che i processi evolutivi siano avvenuti per mera casualità e non secondo programmi attuativi di straordinaria razionalità diviene sempre più insostenibile con l’approfondirsi delle conoscenze scientifiche. Il meccanismo evolutivo darwiniano verte sul fatto, apparentemente ovvio, che se nelle casuali modificazioni genetiche prevalgono quelle migliorative negli assetti morfologici e funzionali ad esse precedenti, la progenie degli individui che ne vengono a beneficiare si troverà avvantaggiata nei confronti della specie originaria e, con il tempo, prevarrà su di essa determinandone l’estinzione; se invece è peggiorativa, sarà questa ad essere eliminata. Si verrebbe così a determinare un processo migliorativo a senso unico. Una teoria di tal genere, proprio per la sua facilità comprensiva, venne accolta con particolare entusiasmo dai fautori del materialismo riduzionista e crea tutt’oggi una suggestione difficile a superarsi malgrado le più approfondite conoscenze scientifiche, sconosciute all’epoca di Darwin, che ne evidenziano le incongruenze. La prima di queste incongruenze è data dal fatto che una modificazione genetica, tale da apportare variazioni anche modeste nei caratteri anatomici e funzionali di un individuo, implica tutta una serie di modificazioni interconnesse e concomitanti con quella ritenuta principale, come s’è visto nel caso dell’allungamento del collo della giraffa, in numero crescente con legge esponenziale al crescere del livello evolutivo dell’individuo. E’ quindi da escludere la casualità nella attuazione di questi fenomeni che coinvolgono tutte specie degli esseri viventi sulla Terra in una tipologia praticamente infinita, e riconoscere l’unica alternativa logica possibile: quella di una ideazione e di una realizzazione sapientemente programmate nei minimi dettagli. E’ dunque il metodo evolutivo utilizzato dal nostro Creatore che ha consentito di conseguire quei risultati straordinari e di luminosa evidenza, che sarebbe paradossale attribuire al caso. L’indagine sulle “cosiddette facoltà superiori della mente umana vengono oggi indagate in profondità da un punto di vista evoluzionistico” informa il filosofo Pievani e, come scriveva il paleontologo J. Gould , ” Siamo figli di pura storia e risultato contingente di una sequenza di processi naturali che non avevano nulla di speciale in sé …….”. Affermare che i processi naturali non hanno nulla di speciale, significa non comprendere la grandiosità della Creazione, della vita in particolare. Asserire che ” La storia naturale della specie umana ha beneficiato largamente di questa evoluzione della teoria della evoluzione e a sua volta ha contribuito ad arricchirla” significa attribuire al processo evolutivo in sé il merito dei risultati conseguiti e non al sommo Artefice che di esso si è magistralmente servito. Come dire che il risultato di un intervento chirurgico è merito del solo bisturi e non del chirurgo che, utilizzando questo strumento, l’ha effettuato. Le considerazioni di maggior rilievo che si possono effettuare, alla luce degli argomenti addotti dagli studiosi anzi menzionati, sono a mio avviso le seguenti: Il fatto che i patrimoni genetici dell’uomo e dei primati siano sostanzialmente uguali, pur con le enormi differenze intellettuali esistenti tra le due specie, dovrebbe indurre a ritenere che esiste un “fattore aggiuntivo” al corredo cromosomico del genere umano, non inseribile nella fisicità del suo patrimonio genetico, responsabile della indubbia priorità di questo rispetto a quello dei primati. Fattore aggiuntivo che può essere definito mente o anima. E’ evidente il sistematico finalismo che sussiste in tutti gli esseri viventi, teso alla sopravvivenza dei singoli individui e alla perpetuazione della relativa specie. E’ indubbiamente riduttivo che, nell’inserire il genere umano nel novero di quello dei primati, si ignori totalmente un finalismo superiore a quello animalesco anzi menzionato, e si giunga a designare l’uomo “una scimmia in posizione eretta”, come pretende Desmond Morris. La finalità della mostra “La scimmia nuda” , come asserisce la sua curatrice Claudia Lauro, è quella di evidenziare che gli uomini non debbono considerarsi al di sopra ma all’interno del mondo animale. Sicuramente l’uomo deve rispettare tutte le creature viventi nel mondo, non considerarle semplici oggetti di cui disporre a suo piacimento, tuttavia ritenersi al livello dei primati, considerarli dei parenti più o meno remoti, è cosa fuorviante. Secondo il finalismo anzi menzionato, se l’uomo è assurto ad una condizione intellettuale abissalmente superiore a quella degli animali, anche delle specie più evolute, è mistificante disattendere questa obbiettiva realtà e tendere a svilirne il valore. Ritenere che l’uomo ed il primate discendano da un unico antenato, “Una creatura antica né scimmia nè uomo, in possesso degli elementi fondamentali di entrambi”, come stabilisce Jan Tattersall, può rientrare in una procedura evolutiva stabilita dal nostro Creatore, tuttavia inserita in un finalismo che ci ha condotti oggi ad essere uomini ben distinti dai primati. Lo scopo della mostra non è tuttavia solo quella di voler inserire l’uomo, pari tra pari, nel mondo animale. Appare invece un pretesto per propinare una concezione culturale immanentistica, presentando la teoria darwiniana come fattore di superamento di una accezione trascendente, nella quale l’uomo è considerato una creatura privilegiata di Dio e non un “glorioso accidente della storia”. A questo scopo vengono evidenziati i caratteri della
fisicità umana di maggior somiglianza con quelli scimmieschi, generalmente con penose forzature, ignorando gli aspetti più qualificanti dell’uomo, sopra tutto a livello intellettuale e morale. E’ quindi da ritenere che la mostra “la scimmia nuda” esplichi una funzione mistificante e del tutto diseducativa, in particolare sui giovani, rischiando di incrinare in loro il sentimento più sublime dell’uomo, quale è l’amore verso il Padre Creatore. Desta pertanto preoccupazione l’intento dei promotori della mostra di allestirla anche in altre città.

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CHI HA PAURA DEL CREATORE DEL MONDO?

Il Parlamento Europeo stabilisce come e quando a scuola si può parlare dell’origine del Mondo: risoluzione 1580/2007

La risoluzione n. 1580 del Parlamento europeo, approvata il 4 ottobre 2007 recita così: “Per alcune persone la Creazione, quale argomento di credo religioso, dà senso alla vita. Tuttavia, l’Assemblea parlamentare è preoccupata. … Se non stiamo attenti, il creazionismo potrebbe diventare un pericolo per i diritti umani, che sono una priorità per il Concilio d’Europa” (2).

Più avanti, la risoluzione esplicita che il Creazionismo è una forma di fondamentalismo che presenta la sua versione più sottile nel “Disegno intelligente” che è sostanzialmente in contrasto con la teoria dell’Evoluzione. I diritti umani sono dunque seriamente minacciati dall’idea di una Creazione del mondo, condivisa – si noti – da miliardi di persone sparse nel mondo intero. Che cosa è realmente in pericolo? Risponde la risoluzione: “Il totale rifiuto della scienza è uno dei più seri attentati ai diritti umani e civili” (12). E più avanti, si afferma addirittura che “se viene negato ogni principio di evoluzione, è impossibile il progresso della ricerca medica nella lotta contro l’AIDS e contro i rischi dei cambiamenti climatici.” (11). Vorrei esprimere due considerazioni a proposito di questa dichiarazione ufficiale del Parlamento Europeo, “indirizzata a tutti gli Stati membri e specialmente alle loro autorità nel campo dell’educazione” (19).

La prima riguarda il concetto di “creazione”; la seconda riguarda il concetto di scienza. “La creazione – si dice – dà senso alla vita”: non mi pare poco! Subito dopo però si precisa che deve rimanere confinata nell’ambito del proprio credo religioso, e non deve avere nessuna ricaduta sulla “democrazia”, sui “sistemi educativi” e sulla didattica della scienza. In questi ambiti, infatti, si deve lasciar posto solo all’Evoluzione, l’unico sapere scientifico ammesso. Volevo osservare, a questo proposito, che il concetto di creazione non è antitetico a quello di evoluzione, ma a quello di “nulla”. L’evoluzione di qualcosa ha senso solo se prima il soggetto ha iniziato ad esistere. La creazione, in altre parole ancora, vuol essere la risposta alla domanda: “perché esiste il mondo?”; l’evoluzione invece, è l’interpretazione delle differenze presenti nel mondo e del loro dispiegarsi nel tempo. L’evoluzionismo è il contrario del fissismo, non del creazionismo e questo concetto appartiene al sapere largamente condiviso.

Se l’intento della risoluzione era quello di isolare e colpire i creazionisti fondamentalisti, ovvero coloro che ritengono che i primi versetti del libro della Genesi abbiano un significato letterale di tipo scientifico, bisognava dirlo con maggior chiarezza, distinguendoli dalle centinaia di milioni di persone che invece credono semplicemente che il Mondo abbia un suo Creatore, pur accettandone o non, l’evoluzione. La seconda considerazione che propongo è invece di natura epistemologica. Il messaggio che il Parlamento europeo vuole lanciare è molto chiaro e dice all’incirca così: “Gli europei possono pur credere in un Creatore, purchè lo facciano solo nella loro sfera privata, di tipo religioso; è per loro vietato parlarne in pubblico e soprattutto insegnarlo a scuola in un orario che sia diverso da quello dell’ora (facoltativa o assente) di religione”. “A scuola – prosegue il comunicato – si parla solo di Evoluzione, cioè di continuità tra il mondo inorganico e il mondo organico, realizzatasi grazie al duplice meccanismo della mutazione e della selezione naturale”. In realtà, vorrei osservare che se la scienza è un processo che ricerca le cause dei fenomeni attraverso un metodo rigoroso e sperimentale, non si può arrestare di fronte al problema della causa ultima, dicendo che non ha senso parlarne, perché esula dal suo campo di indagine. Si utilizza l’indagine rigorosa e sperimentale per scoprire le cause di ogni fenomeno, e di causa in causa si arriva all’inizio. Perché vietare agli insegnanti di parlare di una Causa incausata capace di rendere ragione di tutte le cause successive individuate e appena studiate? E’ preferibile ammettere che la scienza non sia in grado di rispondere alla “domanda delle domande”, adducendo come motivazione il suo statuto epistemologico? Possibile che non si possa parlare di un Creatore almeno come un’ipotesi da affiancare a quella, evidentemente preferita dal Parlamento europeo, che non prevede proprio nulla? Non è lecito, a questo punto, che sorga un dubbio?

Non è che l’Europa abbia paura che nelle sue scuole sia consentito ai bambini di giungere ad un Creatore attraverso un pensiero razionale, che non sia cioè quello di tipo mitico che si ritrova nelle religioni? Non è per caso che si voglia relegare il pensiero di Dio nella sfera “irrazionale”, in modo che perda di credito nelle future generazioni? Mi auguro che il sospetto non sia fondato, ma mi ricorda molto da vicino il monito che Benedetto XVI ha lanciato a Ratisbona, nella sua celebre lezione magistrale, nel passaggio in cui si riferisce all’attuale contesto epistemologico: “Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. Il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come ascientifico o pre-scientifico. Con questo però ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.” Che cosa tolgo alla biologia – ha detto il nostro Vescovo – se dopo aver analizzato e descritto tutta la biochimica complessa di una cellula, spiegandone i meccanismi e tutte le cause intermedie, nomino la Ragione (Logos) come sua causa ultima? E’ proprio curioso: il Parlamento Europeo che si occupa di promuovere i diritti umani, invita le autorità preposte all’educazione a non nominare mai il Creatore ai loro giovani cittadini, perché, non si sa mai, “potrebbe dare senso alla loro vita”(2). Parola del Parlamento Europeo, evoluto ma non creato!

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