Oggi si può ben dire, parafrasando tutt’altre affermazioni, che un formidabile ” fantasma ” percorre le strade dell’Europa tecnologica. Dovunque appaia, suscita speranze, provoca reazioni, scatena forze represse, inespresse, insospettate. Ha tutte le caratteristiche naturali delle eruzioni vulcaniche: è come se risorgesse dal profondo delle coscienze e risvegliasse gli spiriti immersi nel sonno beota dell’opulenza, e scuotesse da un troppo prolungato letargo gli uomini imbarbariti dal bisogno, atomizzati dall’incertezza, dilaniati dalla relatività.
? un ” fantasma ” che si riteneva esorcizzato e definitivamente sepolto nella polvere del tempo. Ma eccolo invece risorgere dalle sue stesse ceneri come l’Araba fenice, più vivo che mai, e corrusco, e vitale, e invincibile, proteso come un arco verso le mete del Terzo Millennio della civiltà umana. Quelle stesse mete che parevano seriamente ipotecate dal sincretismo religioso, dal materialismo storico, dal velleitarismo utopistico dei ” nuovi barbari “, figli tutti di una medesima concezione riduttiva della persona umana. Grazie a quel ” fantasma “, che sembra scaturito dalla cultura stessa dell’Occidente come Minerva dal cervello di Giove, hanno riacquistato voce i silenziosi, unitarietà gli sbandati, vessilli i crociati, certezze i titubanti, potenza i deboli. Ma anche i valori ed i princìpi da tutti costoro difesi, sono stati riesumati, rilanciati ed esaltati davanti agli occhi di un mondo stupefatto e incredulo. Quel ” fantasma ” si chiama Tradizione. (Emilio Cavaterra)
La vita in Russia fra Lenin e Stalin.
"È precisamente ora, e solo ora, quando nelle regioni in preda alla carestia la gente mangia carne umana, e centinaia se non migliaia di corpi giacciono sulle strade, che possiamo – e quindi dobbiamo – portare avanti la confisca dei valori posseduti dalla Chiesa con la più selvaggia e spietata energia, non fermandoci davanti ad alcuna resistenza".
Già da queste poche righe, inviate da Lenin a Molotov, il 19 marzo del 1921, in una nota segreta dell’Ufficio politico, si può ravvisare la cifra di un regime che sin dalla sua fase iniziale, nel momento della costruzione del nuovo Stato rivoluzionario, evidenziava quei caratteri che si sarebbero poi rivelati i tratti distintivi della storia sovietica: dalla cruenta realtà della costruzione dello Stato socialista al "ruolo della personalità della storia"; dalla recrudescenza del terrore durante la guerra civile alla politica antireligiosa; dal perdurante conflitto tra il regime sovietico e il mondo delle campagne fino all’uso politico delle carestie per mettere a tacere le rivolte contadine contro il "partito revolver", così veniva chiamato il Pcus nelle campagne. Su tutti questi temi si concentra l’ultimo libro di Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945 (Bologna, il Mulino, 2007, pagine 652, euro 30) dal quale è tratta la citazione iniziale. Una narrazione storica di largo respiro con una documentazione archivistica e bibliografica amplissima – di estremo interesse, peraltro, il saggio bibliografico a conclusione del volume – che non si esaurisce soltanto nella descrizione del terrore rosso, delle purghe staliniane o dell’abominio dell’universo concentrazionario sovietico ma che riesce ad intrecciare i dati economici con le risoluzioni politiche, i quozienti statistici con la memorialistica, le peculiarità geografico-territoriali con la dimensione culturale, senza nulla togliere al racconto cronologico che costituisce l’architrave di tutta la narrazione.
Il punto di partenza del volume di Graziosi è costituito dalla constatazione che l’impero russo, nel 1913, seppur calato in un contesto socioeconomico ancora arretrato e contradditorio, era un "paese vivissimo in pieno boom economico e culturale e in rapida evoluzione". L’autore non condivide, pertanto, la tesi di coloro che hanno visto una Russia immobile, fatalmente autocratica, condannata a una rivoluzione già preannunciata dal 1905 e "destinata a passare dallo zarismo al bolscevismo". Al contrario, la rivoluzione d’ottobre rappresentò, al tempo stesso, una "sorpresa" per tutti i dirigenti rivoluzionari, compreso Lenin, e "un colpo di mano" conseguito con "il tacito appoggio" di una parte importante del paese. L’avvento del comunismo, definito dall’autore come una "nuova parareligione laica", si basò, però, su un equivoco di fondo incarnato da "due bolscevismi": quello dei contadini-soldati e quello "vero" della piccola ma risoluta "élite politica che si fregiava di questo nome". E proprio al centro dell’analisi di tutto il volume si colloca questo rapporto tra il nuovo Stato rivoluzionario e i contadini, tra la nuova élite politica, che si sarebbe contraddistinta per il "talento e l’aggressività nella costruzione statuale", e i vecchi sudditi che, all’indomani dei decreti leninisti sulla pace e sulla terra, avevano guardato con favore la nascita del nuovo Stato.
Tra il 1918 e il 1933 – con una breve pausa durante gli anni della Nep – si scatenò, invece, un conflitto violentissimo all’interno del quale la carestia, come afferma Graziosi, deve essere "considerata parte integrante della guerra tra Stato e contadini". Lenin invitò ad "impiegare metodi barbari", a reprimere "senza pietà" impiccando in modo visibile "centinaia di kulak", alla "deportazione di proprietari terrieri e anche di interi villaggi", a fucilazioni "percentuali" per punire i "covi" delle rivolte e al bombardamento aereo di interi villaggi che "si dedicavano al libero commercio". Tra il 1920 e il 1921 "le rivolte e le repressioni furono brutali". Se in pieno inverno i contadini siberiani gettavano acqua sui comunisti "per trasformali in statue di ghiaccio che servissero da monito ai loro compagni", ad agosto l’Armata Rossa del Generale Tuchacevskij utilizzò i gas asfissianti contro i "banditi rifugiati nei boschi".
Visti in questa prospettiva, sostiene Graziosi, gli anni Trenta cessano di essere "straordinari" e straordinario diventa semmai l’ammorbidimento dei cinque anni della Nuova Politica Economica che in questa ricostruzione, dunque, rappresenta solamente una parentesi del conflitto tra i contadini e il regime sovietico. Nel gennaio del 1929, quando ormai la crisi e la carestia erano alle porte e la durezza e la determinazione diventavano le uniche risorse per proseguire nella costruzione dello Stato socialista, Georgij Pjatakov, in quel momento vicepresidente della Banca di Stato, arrivò ad "esaltare la barbarie come una virtù". Fame, violenza e coercizione si accompagnarono alla "promozione di centinaia di migliaia di nuovi quadri" di estrazione popolare e ad un ampio processo di distruzione di interi gruppi sociali e nazionali. Il culmine fu raggiunto, asserisce l’autore, "con lo sterminio per fame di milioni di persone in Kazakstan, Ucraina e Caucaso settentrionale tra il 1931 e il 1933". Nella primavera del 1932 "nella guarnigione di Kiev circolavano voci sulla vendita di carne umana nei mercati cittadini" mentre a giugno un rapporto spiegava che in Ucraina i suicidi dei contadini per non morire di fame si alternavano a frequenti casi di cannibalismo. In questo clima, a Mosca fu presa la "decisione di usare la carestia per risolvere la crisi impartendo una lezione ai contadini che rifiutavano la nuova servitù". Nel Caucaso settentrionale, ad esempio, come evidenzia Graziosi, il "commissario di ferro" Lazar’ Kaganovic, "si servì di multe in natura per privare i contadini anche di carne e patate", causando, in questo modo, una serie di "carestie artificiali localizzate". La crisi del 1931-1933, oltre alle vittime della fame, provocò un disastro demografico con un altissimo numero di aborti e divorzi. I dati riportati da Graziosi sono a dir poco eloquenti: nel 1934 a Mosca si potevano contare tre aborti per ogni nascita e 48 divorzi ogni 100 matrimoni. La questione contadina – a cui si legava inscindibilmente la questione nazionale – e la politica antireligiosa erano strettamente correlate. Già Lenin, prima di Stalin, aveva deciso "di usare la carestia per attaccare chiese e religioni". Nel 1921 la maggior parte dei monasteri era stata chiusa e "molti corpi dei santi furono dissacrati in azioni accompagnate da arresti e fucilazioni".
Per tutto il decennio degli anni Venti la situazione si aggravò ulteriormente e nei primi quattro mesi del 1930 più di 5.000 religiosi furono arrestati mentre le organizzazioni ecclesiali furono ridotte alla clandestinità con il progressivo "inselvatichimento" di pratiche e credenze che dettero spunto alla nascita di numerose sette e forme di devozione spontanea. "Nell’eparchia di Kiev – scrive Graziosi – su 1.710 chiese funzionanti nel 1917 ne restavano aperte nel 1939 solo due, tutti i monasteri erano stati chiusi ed erano attivi solo tre popi rispetto ai 1.435 di vent’anni prima". La Chiesa ortodossa era sull’orlo di un abisso e, paradossalmente, fu solo l’intervento tedesco in Urss e lo scoppio della seconda guerra mondiale a salvarla. In questo clima, mentre veniva combattuta la grande guerra contadina, da un lato si diffuse il culto della violenza tra i dirigenti di partito e, dall’altro lato venne costruito il "discorso ufficiale" sul nuovo Stato rivoluzionario, vale a dire la "rappresentazione mitologica ricalcata sull’ideologia originaria". L’artefice principale, il cantore del regime, fu Maksim Gor’Kij che, dopo le iniziali ritrosie, sposò a pieno la causa stalinista. Quella sovietica è "una storia tragica", scrive Graziosi, che iniziando con una guerra civile, tocca il genocidio con le carestie del 1931-33, passa attraverso la seconda guerra mondiale per poi trasformarsi in un’ansiosa ricerca di tranquillità e terminare, infine, con un segretario del Partito comunista che, paradossalmente, "annuncia in televisione, in una notte di Natale, il pacifico scioglimento di uno Stato già così potente e violento". (©L’Osservatore Romano – 21 dicembre 2007)
Accelerare il divorzio fa male ai matrimoni
L a commissione Giustizia ha adottato come testo base un articolato del senatore del Pd, Massimo Brutti, che ha nell’articolo 1 il suo punto saliente: per ottenere il divorzio basta un solo anno (rispetto ai tre attuali) e questo accorciamento vale ugualmente per le coppie con e senza figli. Brutti ha fatto intendere che si potrebbero anche abbreviare i tempi a soli sei mesi, nel caso in cui non ci siano figli ed entrambi i coniugi vogliano consensualmente prendere ognuno la propria strada. Lasciando gli aspetti giuridici agli specialisti e soffermandoci invece su quelli etici e sociali, dobbiamo rimarcare che questa proposta di legge é molto grave. Il divorzio, contrariamente a quello che ritiene la maggior parte delle persone, è una pratica moralmente sbagliata (diversamente dalla separazione che, in certi casi, è moralmente lecita) già per la ragione (senza bisogno della fede), cioè dal punto di vista laico. Poiché non abbiamo qui lo spazio per argomentarlo, possiamo almeno sottolineare che un’accelerazione delle procedure di divorzio è gravemente dannosa, sia nel caso che ci vadano di mezzo dei bambini, sia nel caso in cui non ne siano nati. Quando ci sono dei bambini, essi sono le principali vittime del divorzio. Decine di studi rilevano la sofferenza e, spesso, anche le patologie psichiche provocate nei figli dal divorzio dei loro genitori. ? perciò già sconcertante che la proposta di legge non faccia alcuna differenza, nel concedere l’accorciamento dei tempi per il divorzio, tra coniugi che hanno bambini e quelli che non ne hanno. Inoltre, una norma che abbrevia l’iter del divorzio accorcia proporzionalmente anche i tempi per un ripensamento e per una riconciliazione, che è possibile sia tra coniugi che vivono insieme, sia tra coniugi che vivono già separati. Infatti, anche i separati a volte si riconciliano: è difficile ma non impossibile. Secondo una ricerca di P. Fagan, negli Stati Uniti sarebbe del 20% la percentuale dei separati che si riappacifica. Quale che sia questa percentuale, resta il dato di fatto: alcuni coniugi riescono a superare le divergenze ed a rilanciare il loro matrimonio, con grande beneficio per i figli. Se invece non ci sono tempi di ripensamento, i divorzi proliferano. In Spagna, Zapatero ha ridotto i tempi del divorzio a soli tre mesi, cioè ha quasi cancellato i tempi per una riappacificazione. Risultato: nel 2006 i divorzi in Spagna sono aumentati del 74,3% rispetto al 2005. E l’aumento è particolarmente significativo nelle coppie che hanno divorziato prima di un anno di matrimonio, che sono aumentate del 330,6% rispetto al 2005. Ma siamo decisamente contrari al divorzio rapido anche perché le leggi, non bisognerebbe mai dimenticarlo, non si limitano a fotografare una situazione sociale ed a normarla, bensì hanno un potente impatto pedagogico e creano mentalità e costume. Una legge come quella proposta da Brutti, se verrà approvata, avrà sicuramente l’effetto di indebolire la percezione sociale del valore di un impegno indissolubile, o, per lo meno, a lungo termine, come quello del matrimonio, perciò lo indebolirà. Come si è visto in Spagna, il divorzio rapido rafforza la concezione opposta, quella per cui il matrimonio sarebbe un impegno molto labile. Con questa legge, come anche coi Pacs-Cus, lo Stato darebbe un pessimo messaggio ai giovani (e ai meno giovani): ‘che voi facciate delle scelte impegnative, o che viviate in rapporti a tempo determinato e con “clausola di rescissione”, per me è lo stesso’.
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In nome della libertà, morte ai Gesuiti
Con la proclamazione dello Statuto albertino il 4 marzo 1848 comincia, in Piemonte, il regno dell’uguaglianza, del diritto e della libertà.
Fatto sta che mentre il primo articolo dello Statuto definisce la “Chiesa cattolica apostolica e romana la sola religione di stato”, il parlamento subalpino scatena una guerra senza frontiere contro la Compagnia di Gesù. Come se i gesuiti non fossero cattolici, apostolici e romani. Per capire questa vistosa incongruenza bisogna tenere presente che la guerra scatenata dal mondo protestante e massonico contro la chiesa cattolica ha nei gesuiti l’avversario principale e più temibile. Per combattere l’eccellenza dei gesuiti (nati proprio per contrastare la riforma protestante) la calunnia è sempre sembrata l’arma più appropriata. Nel 1614 vengono stampati a Cracovia i Monita privata Societatis Jesus: supposte istruzioni segrete, radicalmente false, che i gesuiti avrebbero seguito per conquistare non il mondo a Cristo, ma il potere alla Compagnia. Da allora per i gesuiti (salvo curiosamente negli ultimi decenni) non c’è mai stata tregua.
Interessante da questo punto di vista la lettera che il generale dell’ordine, padre Giovanni Roothaan, invia il 25 agosto del 1850 all’imperatore Francesco Giuseppe per spiegargli l’origine dell’odio che circonda la Compagnia. Secondo padre Roothaan la macchinazione parte da quella che definisce una “empia setta”: “per riuscire nei suoi disegni disastrosi, l’empia setta, alla quale è stato dato di prevalere un istante, si è sforzata soprattutto di combattere e di distruggere i sentimenti religiosi nei paesi cattolici, e a questo fine essa ha attaccato in primo luogo gli ordini religiosi, nella cui esistenza essa individuava un ostacolo alle sue mire. Ma tra tutti gli ordini religiosi quello che più eccitava il suo furore, quello di cui essa si sforzò con ogni mezzo di rendere financo il nome odioso a tutti i popoli e a tutte le classi della società, è notoriamente la Compagnia di Gesù”. I liberali italiani si inseriscono in questo filone collaudato che si accanisce contro i gesuiti per colpire la chiesa. Le istruzioni di Mazzini al riguardo sono precise. Bisogna sfruttare al massimo la potenza delle parole: “Vi sono parole generatrici che contengono tutto- scrive l’avvocato genovese-, e che devono ripetersi al popolo: libertà, diritti dell’uomo, progresso, eguaglianza, fratellanza; ecco quello che il popolo comprenderà, soprattutto quando vi si contrapporranno le parole di dispotismo, di privilegi, di tirannia, di schiavitù”.
Chi è più dispotico, chi più tiranno dei gesuiti? “La potenza clericale -continua- è personificata nei Gesuiti; l’odioso di questo nome è una potenza pei socialisti”. E così, mentre l’esercito combatte una guerra rovinosa contro l’Austria, il parlamento subalpino passa il tempo ad accumulare “prove” contro i figli di S. Ignazio. Definiti i gesuiti “lue”, “peste”, “vespe”, “setta fatale”, deputati e senatori sanzionano la soppressione della Compagnia, espropriano tutti i beni dell’ordine e costringono i padri al domicilio coatto non perché rei di qualche colpa ma perché membri di un ordine religioso considerato pericoloso per la libertà. Perseguitati, cacciati dalle proprie case, espropriati di tutto, i gesuiti non possono nemmeno difendersi dalle calunnie lanciate dalla stampa ufficiale perché i giornali governativi non pubblicano le smentite. Ecco cosa scrive il 25 gennaio 1848 a Carlo Alberto il provinciale dei gesuiti piemontesi padre Francesco Pellico: “Era sapientemente dichiarato da V.[ostra] M.[aestà] nella nuova legge sulla stampa che dovesse rimaner inviolato l’onore delle persone e dei ministri della Chiesa.
Ma pare che nell’avvilire e calunniare i Gesuiti non si tema di trasgredire la legge”. I padri sono “esposti per la sola qualità di Gesuiti al pubblico odio o alla diffidenza e al dispregio. Intanto però i giornali ed i libelli che ci fanno la guerra, approvati in ciò dalla censura, hanno diritto di rifiutare le nostre smentite; né tuttavia abbiam noi un altro organo imparziale da stamparle con uguale pubblicità, se pure non ci venga concesso di farlo per via della gazzetta del Governo”. I Savoia e i liberali violano uno dopo l’altro tutti i principali articoli dello Statuto, compreso l’articolo 28 che tutela la libertà di stampa: “La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi”.
Umane riflessioni di un papa’ biologo intorno alla nascita di un figlio
Ogni teoria interpretativa dell’origine e della diversità degli esseri viventi deve fare i conti con lo sviluppo embrionale dell’organismo.
Di fatto ogni nuovo individuo non viene al mondo completo di tutte le sue parti come fosse un adulto, ma inizia da una dimensione addirittura unicellulare, per poi svilupparsi lentamente (quaranta settimane per un uomo, venti mesi per un elefante, due settimane per la zanzara tigre, poche ore per la farfalla effemeride, ecc…) in modo articolato ed armonioso fino a raggiungere dimensioni e maturità tali da consentirgli una certa autonomia di vita.
Questo è lo sviluppo embrionale.
Non c’è alternativa per il vivente.
Capire come e soprattutto perché si succedano i passaggi-chiave che portano al differenziamento degli organi secondo un piano prestabilito e finalizzato all’identità e all’autonomia di vita, è l’affascinante compito investigativo affidato agli embriologi e rimane una tappa fondamentale della nostra conoscenza prima di poter approcciare l’eventuale trasformazione da una specie ad un’altra.
E’ la recente consapevolezza che ha dato origine all’Evo-devo, quel filone di ricerca a cui lavorano gli evoluzionisti di frontiera.
Il vivente appena concepito, si avvia spontaneamente verso tre grandi scenari, ciascuno dei quali ricorda veramente un “miracolo” nel senso etimologico del termine.
Il primo consiste nel passaggio del concepito da una forma sferica ad una forma allungata: l’uovo inizia a dividersi e a dare origine a miliardi di cellule, ma non si sviluppa in tutte le direzioni con uguale intensità, cioè non diventa una sfera “più grande”.
Si allunga e si differenzia lungo tre assi: l’asse cefalo-caudale; l’asse dorso-ventrale; l’asse latero-laterale.
La seconda meraviglia consiste nella comparsa di strutture ed organi particolari lungo questi tre assi: per esempio la testa, il cuore, i reni, le braccia, i piedi, ecc…
Il terzo scenario consiste nei collegamenti di tutte queste nuove strutture in modo da realizzare un solo organismo, che rappresenta il beneficiario e il protagonista della vita di queste cellule organizzate.
I mammiferi come noi devono aggiungere a questo punto un quarto miracolo: la sacca amniotica, la placenta, il cordone ombelicale: un ambiente unico che fa da garanzia al procedere degli scenari che abbiamo descritto.
Tutto questo avviene spontaneamente, senza alcun intervento dall’esterno, rispettando rigorosamente una scaletta di tempi e di spazi che non lascia nulla all’improvvisazione.
Com’è possibile pensare che queste “novità” non abbiano un Progettista?
Sul cartello che descrive i lavori all’ingresso del cantiere, si fanno i nomi del proprietario, del committente, del direttore del cantiere, del responsabile della sicurezza, di chi ha fatto i calcoli, di chi ha disegnato il progetto, di chi ha concesso l’autorizzazione in Comune.
Di fronte al “cantiere” di una vita nuova, infinitamente più complessa di qualsiasi opera umana, non si erge alcun cartello.
“Nato per caso”; “Sviluppato per caso”; “Capace di vivere, per caso”: questi potrebbero essere, in sequenza come i lavori, i cartelli che i nostri biologi più famosi vorrebbero apporre.
Ma chi di noi ha preso in braccio il proprio figlio appena partorito, ancora caldo di mamma, con i polmoni gonfi di aria per la prima volta, non può condividere il pensiero di questi luminari della scienza.
Mio figlio mi assomiglia e non ha nulla a che spartire con il caso.
Nessun papà si lascia attraversare nemmeno per un attimo dal pensiero che il proprio figlio sia venuto al mondo per una serie infinita di coincidenze che l’hanno disegnato in quell’unico e irripetibile modo!
Apro gli occhi di fronte al mistero di una vita che mi è donata, perché è stata pensata proprio per la mia famiglia.
Sono le categorie di dono, di armonia, di bellezza, quelle che si affacciano nella mia mente, con tutta la forza e la verità che ha l’evidenza della realtà.
Non ho bisogno di alcuna spiegazione, né devo riflettere tra me e me: mio figlio sta urlando la sua novità di fronte a tutti!
Ai famosi biologi l’onere della prova del contrario.
Noi, dal canto nostro, non abbiamo mai esperimentato nella nostra vita una verità più evidente di questa: nostro figlio è un essere di valore infinito, nostro figlio ha il diritto di vivere, nostro figlio è il fine più nobile dell’universo stesso.
Certamente, se lo sviluppo di un bambino è un processo così misurato e finemente sintonizzato, sarà da ripensare anche l’intera evoluzione degli esseri viventi in un orizzonte nuovo, che sia capace di soddisfare la nostra ricerca costante di ragionevolezza.
La mela che non si può prendere, Majorana e l’atomica.
La retorica sulla libertà di ricerca scientifica è uno di quegli slogans banali, che almeno la conoscenza del passato dovrebbe permetterci di evitare.
Pensiamo ad esempio cosa avvenne con la bomba atomica. Durante la seconda guerra mondiale sembrò ad un certo punto che qualcosa potesse risolvere il conflitto: il primo a ipotizzare l’uso di una scoperta scientifica, in sé buona, la fissione nucleare, per un uso malvagio, la creazione della bomba nucleare, sembra sia stato Hitler, al quale poi, però, si accodarono in tanti.
Pochi anni prima uno scienziato italiano, Ettore Majorana era forse stato uno dei primi ad intuire i pericoli insiti in una scienza priva di senso del limite. Era, costui, un allievo di Enrico Fermi, il futuro padre dell’atomica. Si racconta che i due facessero a gara a risolvere complicatissimi calcoli: Majorana, considerato dal maestro un genio al pari di Galilei e Newton, a memoria, Fermi col calcolatore, alla lavagna o su un foglio. Sembra addirittura che Majorana avesse compreso ed illustrato agli amici dell’università di Fisica, prima di Heisenberg, "la teoria che da Heisenberg prese il nome, del nucleo fatto di protoni e neutroni". Poi Majorana ed Heisenberg divennero buoni amici, finchè nel 1938 lo scienziato italiano scomparve.
La sua morte fu presentata come un semplice suicidio. Ma pochi in realtà ci credettero: fu convinzione diffusa infatti che Majorana fosse fuggito, forse in un convento, perché angustiato dalle terribili conseguenze che aveva intuito potessero derivare dalle recenti scoperte sull’atomo. Sono ipotesi, suffragate da molti indizi, anche se non da certezze. Eppure ci dicono della "coscienza religiosa" che fu propria di un uomo di genio, di uno scienziato come Majorana. Quanto ad Heisenberg, invece, vi sono notizie indiscutibili: era senz’altro il fisico da cui Hitler si aspettava qualcosa.
Racconta Leonardo Sciascia, nel suo "La scomparsa di Majorana", che i fisici che lavoravano all’atomica in America "credevano fino all’ossessione" che anche Heisenberg stesse facendola: "ma Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica, ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla". Antonino Zichichi, già presidente della World Federation of Scientists, ci dà altre preziose informazioni: "Il primo fisico che immaginò l’unificazione dei fenomeni fondamentali (M.P.Bronstein) fu condannato a morte da Stalin in quanto non aveva voluto piegarsi alla sua ideologia. Il padre della fisica quantistica, Max Planck (fervente cattolico, ndr), ebbe il figlio ucciso dai nazisti come ritorsione perché non aveva voluto collaborare al progetto per la prima bomba nucleare della storia. Il padre della superfluidità, P. Kapitza, visse sul lastrico con la famiglia per aver rifiutato di dirigere il progetto sovietico per la prima bomba a fusione nucleare". Vi furono dunque scienziati che ritennero che non tutto ciò che era fattibile era di per se stesso buono e giusto. Altri, invece, agirono (salvo poi, magari, pentirsene amaramente, come Oppenheimer), da tecnici di laboratorio: fecero la bomba atomica e diedero le istruzioni per l’uso.
Chiesero infatti che "l’obiettivo fosse una zona del raggio di un miglio e di dense costruzioni; che ci fosse una percentuale alta di edifici in legno; che non avesse fino a quel momento subito bombardamenti, in modo da poter accertare con la massima precisione gli effetti…".
Conclude Sciascia: "Chi sia pur sommariamente conosce la storia dell’atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni la consegnarono ai politici e ai militari". Qualcuno potrebbe dire che il paragone implicito, tra atomica ed ingegneria genetica senza limiti, è eccessivo. E’ vero: è assai più grave violentare la natura dell’uomo, modifìcando le modalità stesse del nascere, che inventare la bomba atomica in tempo di guerra! Teologicamente, però, il problema è ancora quello dell’albero del Genesi: c’è una mela che non si può prendere; c’è un limite, buono, che è intrinseco alla nostra condizione di esseri relativi. Un limite che paradossalmente non ci limita, ma ci apre alla Verità.
Dalla comunità internazionale una speranza per il Medio Oriente.
La comunità internazionale fornirà al popolo palestinese oltre sette miliardi di dollari di aiuti finanziari, due in più dei cinque che l’Autorità palestinese (Ap) aveva sollecitato per evitare la “catastrofe totale” nei Territori.
L’annuncio è stato dato ieri al termine della conferenza dei Paesi donatori a Parigi, il primo appuntamento previsto nel vertice di Annapolis un mese fa. Principale finanziatore è l’Unione europea, che stanzierà 650 milioni di dollari in tre anni. Tra gli altri, gli Stati Uniti daranno 555 milioni nel 2008, mentre dalla Gran Bretagna arriveranno 490 milioni divisi in tre anni, dalla Spagna 360 milioni, dalla Francia 300 milioni, dalla Germania 300 milioni, dall’Italia 270. Ingente anche l’impegno dell’Arabia Saudita, che darà 500 milioni di dollari. I sette miliardi serviranno per finanziare un piano di sviluppo finalizzato a dotare un futuro Stato palestinese di istituzioni solide e di un’economia vitale.
Il primo ministro Ap, Salam Fayyad, ha salutato il risultato come un “voto di fiducia” dei donatori internazionali nei confronti del suo Governo e dell’Autorità palestinese, in contrasto con il movimento estremista Hamas, che nel giugno scorso ha preso il controllo della Striscia di Gaza estromettendo i rivali di Al Fatah. “Il vero vincitore è lo Stato palestinese”, ha detto il ministro degli esteri francese, Bernard Kouchner, chiudendo la Conferenza di Parigi. ? un’iniziativa – ha sottolineato il titolare del Quai d’Orsay – che si pone “in continuità” con quella di Annapolis, “è stata una conferenza dei donatori, ma era anche molto politica”.
Da parte sua, Abu Mazen ha sollecitato consistenti aiuti finanziari, ma è tornato anche sulle questioni politiche fra palestinesi ed Israele, chiedendo a Tel Aviv di fermare “tutti gli insediamenti senza eccezione” nei Territori. “Mi aspetto anche – ha aggiunto – lo smantellamento delle 127 colonie create dal 2001, la riapertura delle istituzioni palestinesi chiuse a Gerusalemme, la rimozione dei posti di blocco militari, l’interruzione della costruzione della barriera di separazione e la liberazione dei prigionieri”. Gli ha risposto subito il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni: “Per arrivare alla pace, la sicurezza d’Israele deve essere un interesse palestinese, proprio come uno Stato palestinese è un interesse israeliano”. Al vertice è intervenuto anche il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, che ha definito la Conferenza di Parigi “letteralmente l’ultima speranza del Governo palestinese di evitare il fallimento”.
Nel frattempo, ieri, funzionari governativi israeliani hanno dichiarato alla Reuters che Israele continuerà a costruire in Cisgiordania, nelle zone incluse negli insediamenti, ma non permetterà un ulteriore aumento del numero delle colonie. Uno di essi – parlando sotto copertura di anonimato – ha affermato che per Israele il “congelamento della colonizzazione” vuol dire impegno a non costruire nuove colonie, “il che non impedisce la confisca di altra terra ai palestinesi ad uso degli insediamenti già esistenti”. Tel Aviv, inoltre, darà incentivi economici ai cittadini israeliani che vogliano trasferirsi nelle colonie.
Le affermazioni dei funzionari israeliani non giungono a caso. Poche ore prima, in un vertice tenutosi a margine della conferenza di Parigi, il Quartetto negoziale per il Vicino Oriente, che include Onu, Ue, Usa e Russia, ha nettamente bocciato i piani di costruzione israeliani. Tutti i membri dell’organismo internazionale hanno “espresso preoccupazione per le 307 abitazioni che sorgeranno nel quartiere di Har Homa/Jabal Abu Ghneim”, un sobborgo di Gerusalemme est. Secondo i mediatori di Madrid si tratta di una mossa che viola esplicitamente lo spirito della conferenza di Annapolis dove si era deciso “che tutte le parti si astenessero dal compiere passi che potessero minare la fiducia e minacciare il risultato di negoziati per uno status permanente di pace per il Vicino Oriente”.
Dieci giorni fa Israele aveva annunciato la costruzione di trecento nuovi appartamenti ad Har Homa (Jabal Abu Ghneim, secondo i palestinesi), l’insediamento israeliano nella periferia di Gerusalemme est collocato tra i due villaggi palestinesi di Umm Tuba e di Sharafat, a ridosso della barriera di separazione. La decisione aveva scatenato le critiche dell’Autorità palestinese e degli Stati Uniti, secondo i quali essa costituiva un’aperta violazione della Road Map, il programma di pace del Quartetto stabilito nel 2003.
(©L’Osservatore Romano – 19 dicembre 2007)
Assaggi n. 17: Il movimento pacifista del Medioevo
“In vari sinodi tenuti in diverse parti della Francia centrale e meridionale verso la fine del X secolo, l’idea di una “pace di Dio” fu ratificata ufficialmente non solo dal clero, ma anche dalle autorità secolari. I decreti di pace dei vari sinodi differivano nei dettagli, ma in generale tutti condannavano, a pena di scomunica, qualsiasi atto di guerra o di vendetta contro il clero, i pellegrini, i mercanti, gli ebrei, le donne ed i contadini, così come contro la proprietà ecclesiastica e agricola. Inoltre, ricorrevano generalmente allo strumento del giuramento per assicurarne l’osservanza; alla gente veniva cioè chiesto di giurare collettivamente di voler mantenere la pace. Nel 1038, ad esempio, al Concilio di Bourges fu decretato che ogni cristiano adulto dell’arcidiocesi avrebbe dovuto prestare il giuramento ed entrare a far parte di una milizia speciale con il compito di difendere la pace. Il movimento pacifista, che si diffuse per gran parte dell’Europa occidentale, gunse ad includere, oltre alla protezione di coloro che non combattevano, il divieto di guerra in certi giorni. Redatta dall’Abate Odilo da Cluny (994-1049), la Tregua di Dio sospendeva la guerra, dapprima dal mezzogiorno del sabato fino alla mattina del lunedì e, più tardi, dal venerdì sera fino al lunedì mattina così come durante la Quaresima, l’Avvento ed in occasione delle feste di alcuni santi.
Gli sforzi di Cluny, e della Chiesa in generale, a favore dell’esonero di alcune classi di persone dal servizio militare e da attacchi alla persona o alla proprietà, e per limitare i combattimenti a certi periodi, poté avere successo solo parzialmente in un’epoca di violenza ed anarchia come i secoli X e XI. L’importanza futura del movimento per la pace, specialmente per il futuro della tradizione giuridica occidentale, fu peraltro enorme, giacché l’esperienza del giuramento collettivo da parte di gruppi nel nome della pace giocò un ruolo fondamentale nella fondazione delle città alla fine dell’XI secolo ed anche, in seguito, nella formazione di corporazioni all’interno delle città e nella promulgazione di legislazione da parte di duchi, sovrani e imperatori attraverso la cosiddetta pace ducale o reale e attraverso la “pace in terra” (pax terrae, Landfriede)” (da Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale).
I figli si ribellano: lasciateci giocare! Lo sciopero del calcio dei ragazzi di Ponte a Elsa
Fosse per noi, gli affibbieremmo un Daspo. Nota per i non tifosi, beati loro: Daspo sta per “Divieto di accedere alle manifestazioni sportive” ed è una legge la cui prima formulazione risale dal 1989 e in seguito è stata più volte modificata, nel senso di inasprita. Lo affibbieremmo a quei genitori – non tutti ma neanche pochi, a quanto sembra – che a Ponte a Elsa, in Toscana, vanno alle partite dei figli comportandosi da bulli curvaioli. Quei genitori davanti ai quali i figli, ragazzi di 8, 9 e 10 anni, hanno sventolato in faccia cartelli dal tenore inequivocabile: “Non rovinate il divertimento dei vostri figli”, “Genitori non litigate, fateci giocare”.
Un bel Daspo di quelli duri, con obbligo di firma quando i figli sono in campo. Siamo sicuri che alla stazione dei Carabinieri sarebbero d’accordo, specialmente se qualche milite ha il figlio che gioca e non ne può più, al pari dei genitori civili, molti dei quali – le testimonianze in proposito sono fin troppe – finiscono per scoraggiare i figli dal frequentare ancora quel pessimo ambiente. Meglio la pallacanestro o la pallavolo? No, nessuno sport di squadra si salva. E comunque un pingue drappello di genitori deve aver superato il segno, se l’Unione sportiva Ponte a Elsa ha deciso di non far scendere in campo le sue tre squadre domenica. Sciopero, con il benestare della locale Federazione e, pare, l’indifferenza delle altre società, a dimostrazione che per una società seria e responsabile, ce n’è un’altra – ci teniamo stretti – i cui allenatori sono parenti stretti di quei genitori, con cui se la intendono.
Il Daspo è una misura repressiva? No, preventiva. Serve a evitare guai peggiori. Serve a far riflettere, nella speranza che i rei ne siano ancora capaci e facciano autocritica, anziché incattivirsi ancora di più. Il Daspo della Val d’Elsa non servirebbe allo spettacolo, alle tv o al carrozzone del calcio, ma ai ragazzi. Molto, moltissimo prima del fragile diritto dei genitori di assistere ad allenamenti e partite, rigurgitando insulti e “consigli”, fino a venire alle mani, c’è il sacrosanto diritto dei ragazzi di poter fare in pace quello che chiedono: giocare. Il problema è tutto lì. I ragazzi hanno il diritto di giocare e certi adulti, anziché garantire loro quel diritto, lo impediscono. Perché? Perché sono maleducati come tutti coloro che vivono ripiegati su stessi, con gli altri a loro uso e consumo. I figli “servono” a gratificare i genitori; il contorno – allenatori, avversari e arbitri – dev’essere compiacente; e se ciò non accade, scoppia la rabbia.
A ben vedere, la piccola storia di Ponte a Elsa è emblematica di un clima generale. Il Daspo ai genitori? Vi chiedete se facciamo sul serio? Ce lo domandiamo pure noi. Certo il Daspo sarebbe più equo della decisione traumatica dello sciopero, che comunque impedisce ai ragazzi di giocare. Giocare, non imparare a diventare divi per far soldi. Non assecondare le paranoie dei grandi. Fateli giocare. Se imparano a giocare bene a 10 anni, c’è qualche possibilità che un giorno diventino adulti sul serio, lavoratori onesti, genitori generosi. Persone per bene.
(Da Avvenire, 15 dicembre 2007)
Assaggi n. 16: Il diritto occidentale è incomprensibile senza ciò che lo ha generato: la teologia cattolica. Le parole di un grande storico laico
“I filosofi del diritto hanno sempre discusso, e presumibilmente continueranno a farlo, se il diritto si fondi sulla ragione e sulla morale o se sia solo la volontà di chi detiene il potere politico. Non è necessario risolvere questa disputa per concludere che, in base ai fatti storici, i sistemi giuridici di tutte le nazioni che hanno ereditato la tradizione giuridica occidentale si fondano su certe idee e postulati: cioè, che i sistemi giuridici stessi presuppongono la validità di quelle idee. Oggi quelle idee e quei postulati – quali l’integrità strutturale del diritto, il suo divenire, le sue radici religiose e le sue qualità trascendenti – stanno rapidamente scomparendo, non solo dalla mente dei filosofi, dei legislatori, dei giudici, degli avvocati, dei professori di diritto e di altri membri della professione legale, ma anche dalla coscienza della grande maggioranza dei cittadini, della gente in generale; e più ancora, stanno scomparendo dal diritto stesso. Il diritto sta diventando più frammentato, più oggettivo, modellato più sull’opportunità che sulla moralità, preoccupato più delle conseguenze immediate e meno della coerenza o della continuità. Così, nel ventesimo secolo [il libro da cui citiamo è del 1983, ndr], il terreno storico della tradizione giuridica occidentale sta per essere spazzato via e la tradizione stessa rischia il collasso.
(…)
E’ impossibile comprendere il carattere rivoluzionario della tradizione giuridica occidentale senza esplorarne la dimensione religiosa (…). La scienza giuridica occidentale è una teologia laica, spesso priva di senso giacché i suoi presupposti ideologici non sono più ritenuti validi.
Un esempio bizzarro è in grado di fare luce sui paradossi di una tradizione giuridica che ha perso i contatti con le proprie fonti teologiche. Se un uomo, sano di mente, è accusato di omicidio e condannato a morte, ma poi, prima che venga eseguita la sentenza, diventa infermo di mente, la sua esecuzione verrà posticipata fino al recupero delle facoltà mentali. In generale, questo è quello che dice il diritto dei paesi occidentali ed anche di molti paesi non occidentali. Perché? La risposta storica, in Occidente, è la seguente: se un uomo fosse giustiziato in stato di infermità mentale, non avrebbe l’opportunità di confessare spontaneamente i suoi peccati e di ricevere il sacramento della Santa Comunione. Pertanto, gli si deve permettere di recuperare le facoltà mentali prima di morire, cosicché la sua anima non sia condannata alle fiamme eterne, ma abbia invece la possibilità di espiare i suoi peccati in Purgatorio e, da ultimo, nel giorno del Giudizio Universale, entrare nel Regno dei Cieli. (…)
Forse l’esempio non è, di per sè, di grande importanza, ma mostra che i sistemi giuridici di tutti i paesi occidentali, come di quelli non occidentali sotto l’influenza del diritto occidentale, sono il residuo laico di attitudini religiose e di assunti che storicamente trovarono espressione prima nella liturgia, nei riti e nella dottrina della Chiesa ed in seguito nelle istituzioni, nei concetti e nei valori del diritto. Se non si comprendono queste radici storiche, molte parti del diritto sembrano essere prive di una sottostante fonte di validità” (da Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale).