Ernest Hello e il Mistero.

(da: L’Uomo, di E. Hello) Si confondono due parole che invece di esprimere due simili, esprimono due contrari. Ecco queste due parole la cui confusione distrugge la luce: La prima è l’ Incomprensibile.
La seconda è l’ Inintelligibile.
L’ Incomprensibile è al di sopra dell’ Intelligenza; 1’inintelligibile è al di sotto dell’ Intelligenza. L’incomprensibile è il Mistero.
L’inintelligibile è l’Assurdo.
L’incomprensibile, troppo grande per noi non può entrare interamente nella nostra Intelligenza, a causa della dimensione, e sopratutto, se parliamo dell’infinito, perchè ha sorpassato ogni dimensione.
 L’inintelligibile, al contrario, non può entrare nel nostro Spirito, perchè il nostro Spirito è troppo grande, cioè troppo vero per lui. L’ inintelligibile non può essere inteso da noi, perché è senza Verità, e il nostra Spirito è fatto per intendere la Verità, almeno in una certa misura. La nostra Intelligenza è una forza che si applica all’ Essere. Quando si tratta dell’ Essere assoluto, immenso, infinito, la vocazione della nostra Intelligenza è una abdicazione sublime, che, lungi d’essere una morte, una restrizione, una diminuzione, è, al contrario, l’Atto più fecondo, più attivo, più vivo, più sovrano che essa possa fare.
L’intelligenza è una forza che si esercita sopra un certo dominio.
Sotto questo dominio, essa non ha nulla da fare, ed ecco l’inintelligibile.
Sopra, ella urta contro un Dominio, è il Dominio riservato, ed ecco l’Incomprensibile.
 L’ Incomprensibile è la cosa che non si abbraccia.
L’ Inintelligibile è la cosa nella quale non si può leggere. L’ etimologia di queste due parole stabilisce superiormente la loro differenza.
L’incomprensibile, è quello di cui nessuno fa il giro (non comprendere).
L’ inintelligibile è quello che non presenta alla sguardo dello Spirito nessun carattere (Non legere intus). L’uomo che si rivolta contro l’Incomprensibile cade abitualmente nell’ Inintelligibile: è questo un castigo che non manca quasi mai.
L’intelligenza che s’impenna davanti all’ Incomprensibile, riceve la punizione e l’umiliazione di piegare e di curvare sotto l’inintelligibile.
Colui che rifiuta il Mistero cade nella Superstizione.
Ora, la Superstizione è ostile allo Spirito e lo fa morire. Il Mistero è l’amico dell’intelligenza: la nutre e la mantiene. L’esalta in luogo di schiacciarla. Mentre la Superstizione la schiaccia invece d’ esaltarla. L’Incomprensibile, è il Mistero; sta al di là dell’intelligenza.
L’ Inintelligibile è il Non-senso; sta al di qua. Nei domini dell’inintelligibile, è l’oggetto che viene meno all’intelligenza.
Nei domini dell’Incomprensibile, è l’Intelligenza che viene meno al suo oggetto. L’uomo non cammina sempre nella pianura, dove la sua Intelligenza vede chiaro e Io conduce tranquillamente. Talora inclina verso gli abissi dell’inintelligibile, talora si eleva verso le montagne dell’ Incomprensibile.
 L’ Ebbrezza gli apre l’abisso dove l’ Intelligenza lo perde. L’Estasi gli apre la montagna dove l’intelligenza abdica nella sua gloria. Il Mistero risponde a uno dei bisogni più profondi della natura umana, il bisogno d ‘Adorazione.
L’uomo non adora ciò che comprende completamente, ed ha ragione, perché ciò che comprende completamente non è l’Infinito, e l’Adorazione cerca l’infinito come la Bussola cerca il Polo.
L’uomo ha sete di Mistero perchè ha sete d’Infinito. E questa sete d’Infinito che spinge le anime superiori sulla strada che non ha fine. Esse vanno alla scoperta, con la sublime certezza di non scoprire mai tutto.
L’oggetto della ricerca essendo infinito, eccede sempre qualunque scoperta. Aumenta la sete al tempo stesso che la soddisfa. “Nè fame, nè sazietà! ,, esclama Sant’Agostino, e aggiunge: “ Io non so con qual nome chiamare questo stato che desidero; ma Dio può soddisfare coloro che non possono neppure più esprimersi, purché credano e sperino!”. Sant’Agostino ha ragione.
Nè fame! Nè sazietà! Ecco appunto il desiderio dell’uomo. S’egli comprendesse tutto, avrebbe la sazietà.
Se non comprendesse nulla avrebbe la fame. La Verità, che talora solleva e talora abbassa i veli, lo protegge dalla fame, con la Rivelazione, e dalla sazietà col Mistero.
Elia sulla cima dell’Horel vide la Tempesta, il Terremoto e la Folgore. Ma, quando passò il soffio leggero, Elia si velò la testa col suo manto; aveva riconosciuto l’approssimarsi del Signore: il Mistero era là. I Serafini che apparvero a Isaia davanti al trono del Signore, si velavano la faccia con le loro ali.
Avevano sei ali; le loro sei ali si dividevano le funzioni di trasportarli e di velarli. Il loro volo e il loro velo avevano lo stesso agente, lo stesso strumento, delle ali, dovunque ali, sempre ali. Il volo ne impiegava due; il velo ne impiegava quattro. Le ali che li esaltavano negli abissi della Luce, li proteggevano anche. I veli che sono delle ali sono veli gloriosi come il volo che li accompagna.
Per volare e per velarsi, essi avevano bisogno di ali, e non avevano bisogno d’altro…

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LA CHIESA DI FRONTE ALL’ABORTO

Ci scrive don Matteo Graziola. Il diritto assoluto alla vita di ogni essere umano. Il giudizio della Chiesa sull’aborto e su tutte le operazioni tese alla soppressione o manipolazione o sfruttamento della persona umana nella sua fase di vita embrionale e prenatale è sempre stato molto chiaro e non soggetto a variazioni.
 I numerosi pronunciamenti dei Pontefici, del Concilio Vaticano II e delle varie Congregazioni Vaticane sono riassunti ufficialmente nel Catechismo della Chiesa Cattolica, curato dal cardinale Joseph Ratzinger e promulgato da Giovanni Paolo II nel 1992 (con alcune precisazioni nell’edizione definitiva del 1997) ; l’argomento poi è diventato oggetto specifico della nota Enciclica “Evangelium Vitae”, promulgata il 25 marzo 1995 (si noti la voluta coincidenza con la festa dell’Annunciazione, cioè del concepimento del Verbo nel grembo di Maria), considerata a buon diritto la magna charta dell’insegnamento della Chiesa in questa scottante materia. Giovanni Paolo II è noto per i suoi numerosissimi interventi in difesa della vita umana e contro l’aborto: le stime giornalistiche parlano di oltre mille pronunciamenti solo in materia di aborto nei suoi 27 anni di pontificato. Benedetto XVI si è fatto continuatore convinto di questa linea magisteriale, ponendosi coraggiosamente contro l’enorme apparato socio-politico-culturale che sostiene in tutto il mondo la diffusione di leggi e pratiche avverse alla vita umana nascente. In due recenti interventi ha chiarito i punti essenziali della posizione della Chiesa.

Il primo è stato quello rivolto ai membri della Congregazione per la Dottrina della Fede, ai quali ha ricordato quali sono i principi morali indiscutibili che devono servire da punto di riferimento per tutte le valutazioni in campo bioetico: “Il Magistero della Chiesa … ha il compito di ribadire i grandi valori in gioco e di proporre ai fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà principi e orientamenti etico-morali per le nuove questioni importanti. I due criteri fondamentali per il discernimento morale in questo campo sono a) il rispetto incondizionato dell’essere umano come persona, dal suo concepimento fino alla morte naturale, b) il rispetto dell’originalità della trasmissione della vita umana attraverso gli atti propri dei coniugi. Dopo la pubblicazione nel 1987 dell’Istruzione Donum vitae, che aveva enunciato tali criteri, molti hanno criticato il Magistero della Chiesa, denunciandolo come se fosse un ostacolo alla scienza e al vero progresso dell’umanità.

 Ma i nuovi problemi connessi, ad esempio, con il congelamento degli embrioni umani, con la riduzione embrionale, con la diagnosi pre-impiantatoria, con le ricerche sulle cellule staminali embrionali e con i tentativi di clonazione umana, mostrano chiaramente come, con la fecondazione artificiale extra-corporea, sia stata infranta la barriera posta a tutela della dignità umana. Quando esseri umani, nello stato più debole e più indifeso della loro esistenza, sono selezionati, abbandonati, uccisi o utilizzati quale puro “materiale biologico”, come negare che essi siano trattati non più come un “qualcuno”, ma come un “qualcosa”, mettendo così in questione il concetto stesso di dignità dell’uomo?” . E’ da notare che nel contesto di un dibattito in cui spesso anche coloro che sono contrari all’aborto cercano di evitare affermazioni chiare e precise sul diritto alla vita del nascituro, Benedetto XVI riassume in poche parole proprio l’argomento ontologico decisivo, dal quale derivano tutte le conseguenze morali e giuridiche: il rispetto incondizionato dell’essere umano come persona dal suo concepimento fino alla morte naturale. Incondizionato: non esiste alcuna circostanza che legittimi l’uccisione di un essere umano innocente; persona: non è un semplice grumo di cellule, ma una realtà biologica in cui è già presente tutto il mistero di soggettività personale che si manifesta nel corso di tutta la sua esistenza; concepimento: la persona non è questione né di tre mesi, né di 18 giorni, né di sei ore, ma è un avvenimento che fin dal suo inizio oggettivo è se stesso e si stacca da tutto il resto; morte naturale: un chiaro riferimento alla inaccettabilità dell’eutanasia, la cui logica è fondamentalmente la stessa dell’aborto, e cioè la negazione del mistero della persona. Il secondo intervento è stato quello rivolto ai partecipanti ad un convegno sull’identità dell’individuo promosso dalla Acadèmie des Sciences di Parigi e dalla Pontificia Accademia delle Scienze. In questo contesto ha approfondito il tema del mistero che connota la persona umana: L’uomo non è il frutto del caso, e neppure di un insieme di convergenze, di determinismi o di interazioni psico-chimiche; è un essere che gode di una libertà che, pur tenendo conto della sua natura, la trascende, e che è il segno del mistero di alterità che lo abita.

È in questa prospettiva che il grande pensatore Pascal diceva che "l’uomo supera infinitamente l’uomo" […] è più importante che mai educare le coscienze dei nostri contemporanei, affinché la scienza non divenga il criterio del bene e l’uomo sia rispettato come il centro del creato e non sia oggetto di manipolazioni ideologiche, né di decisioni arbitrarie o abusi dei più forti sui più deboli. Pericoli di cui abbiamo conosciuto le manifestazioni nel corso della storia umana, e in particolare nel corso del ventesimo secolo […] Qualsiasi pratica scientifica deve essere anche una pratica di amore, chiamata a mettersi al servizio dell’uomo e dell’umanità, e ad apportare il suo contribuito all’edificazione dell’identità delle persone. In effetti, come ho sottolineato nell’Enciclica Deus caritas est, "L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo”” . Particolarmente importante, per capire lo spirito di questi interventi del Magistero ecclesiastico, è il richiamo circa il fatto che “qualsiasi pratica scientifica deve essere anche una pratica di amore, chiamata a mettersi al servizio dell’uomo e dell’umanità”: la Chiesa non è contro alla ricerca scientifica, anzi la promuove assiduamente, ma è contro una ricerca scientifica fatta sulla pelle di esseri umani usati come materiale biologico e annientati per l’interesse altrui.

Se la medicina non nasce da un atto di amore verso la persona umana si tramuta nella più disumana delle scienze, come è tristemente accaduto nel campo di concentramento di Auschwitz dove i medici tedeschi facevano esperimenti sulla pelle dei prigionieri ebrei. Il richiamo all’amore riporta tutto il dibattito dal piano già di per sé molto chiaro della giustizia a quello ancora più chiaro della vocazione alla pienezza, alla felicità, alla comunione che è iscritta da Dio nel cuore dell’uomo: di fronte all’essere umano piccolo e indifeso dovrebbe sorgere immediatamente in tutti il desiderio di salvarlo e non certo quello mostruoso di sopprimerlo. Sul piano comunque della giustizia merita ricordare anche un precedente intervento di Benedetto XVI: “il diritto alla vita di ogni essere umano innocente, nato o nascituro, è assoluto e valido per tutte le persone senza alcuna eccezione. Tale uguaglianza "è la base di ogni autentico rapporto sociale che, per essere veramente tale, non può non fondarsi sulla verità e sulla giustizia”(Evangelium Vitae n.57)" . Ciò significa che non solo il credente cattolico deve rispettare questo d
iritto, ma ogni uomo è tenuto a farlo, senza eccezioni. Una società in cui fosse lecito l’omicidio non sarebbe più una società, ma un incubo spaventoso per tutti. Va dunque sgomberato subito l’equivoco di chi crede che la Chiesa voglia imporre una propria legge allo Stato laico: la Chiesa qui non fa altro che richiamare un diritto umano fondamentale, su cui si basa l’esistenza stessa della società civile, di uno Stato di diritto e di un ordinamento democratico.

Non stiamo imponendo la frequenza alla Messa della domenica a nessuno: stiamo chiedendo a tutti che non si uccidano esseri umani innocenti. Il giudizio sulle leggi abortiste Riguardo dunque alle leggi che permettono l’aborto il giudizio del Magistero, espresso da Giovanni Paolo II, è di conseguenza altrettanto chiaro: “Le leggi che autorizzano e favoriscono l’aborto e l’eutanasia si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di autentica validità giuridica… Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa” . Vista la gravità del di questo delitto, la Chiesa commina la pena della scomunica non solo a chi lo compie direttamente, ma anche a chi collabora ad esso, almeno nel caso in cui senza questa collaborazione l’aborto non sarebbe stato fatto: questa scomunica comprende quindi anche i politici che votano leggi che consentono l’aborto e lo rendono praticabile quindi anche a chi altrimenti non lo farebbe. Pochi mesi fa il cardinale di Città del Mexico ha comunicato ai deputati locali il decreto di scomunica il giorno in cui essi hanno votato la legge mexicana sull’aborto. Si può capire che tale provvedimento vale anche per i politici che si oppongono apertamente a progetti di legge tesi a restringere la permissività di queste leggi già esistenti o tesi a proporre alle donne alternative concrete all’aborto, come avvenuto in Provincia di Trento nel maggio del 2006. Del resto le cifre che emergono dall’applicazione delle leggi abortiste sono impressionanti.

La Legge 194, attiva dal 1978, ha autorizzato la soppressione in 30 anni di 5 milioni di esseri umani: in un’Italia che sempre più lamenta la sproporzione tra una vasta popolazione adulta e una scarsa giovanile, dobbiamo constatare che cinque milioni di persone che oggi avrebbero meno di 30 anni sono state silenziosamente eliminate… Gli Stati Uniti in 35 anni di aborto legale hanno superato i 45 milioni di vittime. E paesi come la Russia, la Cina e la Corea del Nord (dove la Chiesa Cattolica è stata ridotta al silenzio) soverchiano di molto queste cifre. La Chiesa e la moratoria proposta da Ferrara Pertanto l’iniziativa della moratoria proposta da Ferrara ha trovato l’adesione immediata del quotidiano Avvenire e il sostegno del Cardinal Bagnasco, Presidente della CEI, che l’ha definita “lodevole” e ha auspicato “che la nuova richiesta possa trovare il giusto spazio nelle sedi istituzionali”. Egli ha ripreso ampiamente l’argomento nella relazione del 21 gennaio ai vescovi italiani, ribadendo pubblicamente: “come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c’è [sulla pena di morte] e quella che fatichiamo tanto a riconoscere?”. Contestualmente il Papa, nel discorso al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede – e cioè ai rappresentanti di quasi tutti gli stati del mondo -, ha ripreso la tematica nel contesto proprio di quei diritti umani che le Nazioni Unite hanno proclamato in una celebre Dichiarazione di cui ricorre nel 2008 il cinquantesimo anniversario e che costituisce il cuore dello statuto ideale dell’organizzazione medesima. Ecco alcune delle parole di Benedetto XVI: “In tutti i continenti la Chiesa cattolica si impegna affinché i diritti dell’uomo siano non solamente proclamati, ma applicati… Non posso non deplorare ancora una volta gli attacchi continui perpetrati in tutti i Continenti contro la vita umana… Mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli Stati ad istituire una moratoria sull’applicazione della pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana”. In Austria, qualche mese fa, davanti alle autorità politiche aveva ricordato che “l’aborto non può essere un diritto umano – è il suo contrario” E aveva aggiunto questa espressione che non dovrebbe lasciare indifferente nessuno: “Vorrei piuttosto farmi avvocato di una richiesta profondamente umana e portavoce dei nascituri che non hanno voce”. La richiesta di applicazione della parte costruttiva della 194

 Mentre dunque da una versante la Chiesa denuncia il carattere iniquo di quella parte della legge che permette la soppressione di esseri umani innocenti (Bagnasco lo ha riaffermato chiaramente, ricordando che i vescovi continuano “a dire che non ci può mai essere alcuna legge giusta che ‘regoli’ l’aborto”) e sostiene la richiesta che sia promulgata una moratoria in difesa di tutti i nascituri, dall’altro versante domanda anche che proprio la parte accettabile e costruttiva della medesima legge, cioè quella che riguarda gli aiuti alle donne perché accolgano il figlio che portano in grembo, sia finalmente applicata. I cattolici cioè devono chiedere che enti statali e non statali collaborino insieme per offrire alle donne in difficoltà tutto l’aiuto necessario per affrontare la gravidanza e la crescita del figlio, attraverso anzitutto una adeguata politica famigliare (si veda in questo senso la necessità di sgravi fiscali sulle famiglie), un sostegno alle associazioni di volontariato che sostengono la maternità, quali i nostri Centri di Aiuto alla Vita, e siano stanziati fondi adeguati per le persone bisognose. La Chiesa deve sentirsi in prima fila in quest’opera di aiuto alla vita, come ha sottolineato lo stesso Pontefice: “non chiudo gli occhi davanti ai problemi e ai conflitti di molte donne e mi rendo conto che la credibilità del nostro discorso dipende anche da quel che la Chiesa stessa fa per venire in aiuto alle donne in difficoltà… La comunità cattolica deve offrire sostegno a quelle donne che incontrano difficoltà nell’accettare un figlio, soprattutto quando sono isolate dalla propria famiglia e dai loro amici”. Una battaglia culturale Infine va notato che la battaglia per la vita al suo fondo è culturale.

Non basta fare leggi giuste, pur doverose e irrinunciabili. Non bastano neanche gli aiuti umanitari. Se l’uomo di oggi è così incredibilmente fragile su valori così chiari e basilari come quello degli autentici diritti umani è dovuto ad uno smarrimento profondo del significato stesso della vita. Per questo l’opera della nuova evangelizzazione è l’azione più urgente perchè l’umanità rincontrando Cristo e la sua Chiesa possa ritrovare se stessa e, superando lo scivolamento irrazionale nella ‘cultura di morte’, possa riscoprire la Verità e l’Amore che danno senso alla vita. Don Matteo Graziola, membro del Direttivo del Movimento per la Vita trentino

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Protestanti all’attacco

“Quanti sono in Torino, o nell’Italia in genere, tra il 1849 e il 1860, a domandarsi se proprio quel problema della riforma religiosa non stia diventando il problema capitale della situazione italiana?”: a scrivere così è lo storico protestante Giorgio Spini in Risorgimento e protestanti. Spini ha pienamente ragione nel mettere in evidenza la grande aspettativa che accompagna in tutto il mondo protestante il risorgimento delle sorti italiane. Anglicani, luterani, calvinisti, tutti sperano che la Riforma rigidamente fermata al di là delle Alpi possa finalmente valicare la catena montuosa: “l’Italia è già circondata da una sorta di assedio protestante -scrive Spini-, stesole attorno dall’episcopato anglicano, dal presbiterianismo scozzese e dall’evangelismo “libero” di Ginevra e Losanna, con un appoggio anche dal protestantesimo americano”. Non è un caso che la breccia di Porta Pia nel 1870 sia varcata per prima da un carretto di Bibbie protestanti trainato da un cane dal nome eloquente: Pio IX.

La pubblicistica protestante ha sempre rivolto alla chiesa cattolica accuse infamanti: intollerante, oscurantista, corrotta, fideista, superstiziosamente attacca al culto di Maria e dei santi. Last but not least persecutrice dei protestanti e conculcatrice dei loro diritti. E allora raccontiamo un episodio che va controcorrente. E che documenta non la persecuzione dei protestanti ma quella dei cattolici. Per farlo ricorriamo a L’Armonia, il coraggioso quotidiano subalpino fondato e diretto dal battagliero sacerdote Giacomo Margotti. L’11 dicembre 1855 l’Armonia sferra un violentissimo e circostanziato attacco alla politica filo-protestante del governo Cavour che ha appena deciso un’ingiusta soppressione della congrua di 928.412 lire, dovuta al clero in parziale risarcimento delle spoliazioni perpetrate da Napoleone. In quella somma sono comprese 6.462 lire destinate da Napoleone alla sovvenzione del culto valdese. Per evitare che i valdesi restino senza sovvenzioni al loro culto, il 17 novembre 1855 Cavour propone alla Camera l’istituzione di una nuova voce di spesa (la 22 ter) “per ripristinare in bilancio la spesa di L. 6.462 30, già iscritta nel bilancio del 1854, e precedenti, per l’assegnamento dovuto ai valdesi, onde provvedere alle loro spese di culto. Questo debito era compreso nella somma di L. 928,412 30 per ispese ecclesiastiche, eliminate dal bilancio a partire dal 1855”. I valdesi del Regno di Sardegna sono circa ventimila a fronte di una popolazione cattolica di quattro milioni e mezzo: invece di sopprimere, contestualmente a quella cattolica, anche la sovvenzione ai valdesi -come logica avrebbe voluto- Cavour vuole che i cattolici, privati di ogni pur dovuto contributo statale, mantengano con le loro tasse i valdesi e il loro culto. ? quanto afferma L’Armonia e non sarà facile darle torto.

Don Margotti così commenta il comportamento del governo: “L’usanza è ricavata dall’Inghilterra, dove i cattolici debbono pagare pel culto protestante”. Qualche giorno dopo il teologo torinese torna alla carica per smascherare “coloro che gridano alla tirannia, all’intolleranza dell’assolutismo. Dove sono dunque que’ clericali intolleranti, che governavano sotto Vittorio Emanuele I, Carlo Felice e Carlo Alberto?”. I sovrani assoluti hanno dato all’esigua minoranza valdese una sovvenzione che la maggioranza di governo vuole ora togliere alla quasi totalità della popolazione cattolica, pur garantita dal primo articolo della costituzione. Da che parte sta l’intolleranza? “Il soccorso tolto ai cattolici, e dato ai valdesi”, continua don Margotti, indica persecuzione del cattolicesimo. Indica un’intolleranza verso i cattolici “da cui andò immune il governo assoluto” riguardo ai valdesi; “indica un’opposizione ai principii medesimi professati dal governo intorno alla libertà dei culti e all’eguaglianza civile e religiosa dei cittadini. Indica un’ingiustizia inaudita”. Per completare il quadro L’Armonia pubblica, “senza tanti commenti”, un manifesto comparso il 7 dicembre nel comune di Verrès (nella zona di Aosta) sottoscritto dal sindaco.

Nell’Avviso al pubblico si legge: “Si sa che la classe ecclesiastica desidera solennizzare l’anniversario della festa che si chiama dell’Immacolata, colla massima pompa possibile, sia con illuminazione, sia con fuochi di gioia. Attesoché quest’illuminazione, e queste dimostrazioni potrebbero dar luogo a vie di fatto contro coloro che non volessero disporsi ad illuminare le loro finestre: Il sottoscritto, d’ordine dell’autorità superiore, affine di prevenire qualunque turbamento, che potesse risultare da queste dimostrazioni, invitando il pubblico ad astenersene, notifica che è rigorosamente proibito a chiunque di fare fuochi di gioia, e di fare dei colpi, sia coi mortaretti od altrimenti”. Pena l’applicazione delle sanzioni previste dall’art. 732 del codice penale. I governanti sabaudi pubblicizzano il Piemonte come stato liberale e costituzionale: come regno del diritto e dell’uguaglianza non c’è male davvero.

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Assaggi n. 38: Gandhi

1) “Mi sembra chiaro come la luce del giorno che l’aborto è un crimine”;
2) “La politica serve la religione.
La politica senza la religione è una trappola per gli esseri umani”.

(affermazioni di Gandhi recentemente riprese da Antonio Socci su Libero. Incredibile che un personaggio come il “Mahatma” abbia potuto diventare un santino dei progressisti… i quali dopo essere rimasti orfani di Marx e di Lenin non sanno più che pesci pigliare!)

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La privatizzazione dell’Iri negli anni Novanta e le sale bingo di Dalema.

Il colosso dell’IRI viene svenduto, pezzo per pezzo, passando gradualmente da circa 500.000 dipendenti ai 108.970 del 1999, alla definitiva messa in liquidazione del 30/6/2000. I gioielli dello Stato, quelli attivi e quelli in passivo, vengono venduti, o svenduti secondo i punti di vista, con una facilità ed una leggerezza incredibili; chi li vende ha una grandissima possibilità: ridisegnare, ai danni dello Stato, il capitalismo italiano.

Oggi rimangono dello Stato la Rai, l’Alitalia, e piccole quote di altre aziende.
Il ’92 è l’anno della svolta, ma è nel 1993-94, con Prodi nuovamente all’IRI, che vengono vendute ben due Bin, il Credito Italiano (Credit), una vera e propria tigre, e la Banca Commerciale Italiana (Comit), oltre all’IMI (tutto tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994, con una velocità straordinaria). Nello stesso periodo di fuoco vengono vendute le finanziarie Italgel e Cirio-Bertolli-De Rica; per quanto riguarda il settore agroalimentare, un settore tradizionalmente importante per la nostra economia, Mauro Bottareli ricorda che dopo il ’92 lo Stato vendette agli stranieri, specie inglesi e americani: Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza e tante altre. Tra il ’93 e il ’94 viene venduta la SME, le vetrerie Siv dell’Efim, il Nuovo Pignone dell’Eni… Nel 1994 vengono venduti Acciai Speciali Terni; nel 1995 Ilva Laminati Piani e Italimpianti; nel 1996 Dalmine…(M.Cataldo, op.cit.).

Nei processi di Mani Pulite di tutto ciò non vi è traccia, a parte un interrogatorio di Di Pietro a Prodi, nel luglio 1993, durante il quale al professore bolognese viene chiesto con veemenza a quali partiti il suo Istituto abbia dato soldi. Ma poi non succede più nulla. Viene invece processato e condannato Franco Nobili, entrato all’Iri nel dicembre 1989, dopo sette anni di gestione Prodi: finisce in carcere, poi agli gli arresti domiciliari, perché un suo dirigente s’era sentito silenziosamente autorizzato a pagare una tangente postuma. Eppure, durante la sua breve gestione, all’Iri non succede pressochè nulla di rilevante!

Successivamente il nuovo boom di vendite è proprio quando Prodi passa dalla Presidenza dell’IRI all’improvvisa notorietà al grande pubblico e alla Presidenza del Consiglio: la tattica è già stata studiata: bisogna vendere. “Smonterò il paese pezzo per pezzo”, dichiara il 17 gennaio 1998, in un celebre discorso in provincia di Lecce. Detto, fatto: “gli anni più ricchi delle privatizzazioni italiane sono state il ’97 e il ’98 quando gli incassi superarono i 20 miliardi di euro” (Corriere della sera, 5/12/2003). Da grande manager, dietro le quinte, a capo del governo, la politica di Romano è sempre quella: prima gli fruttava “solo” relazioni e contatti importanti, in seguito gli permetterà di continuare su questa strada e di abbassare il rapporto tra debito pubblico e Pil, presentandosi come il grande economista, in realtà a spese dello Stato.

La copertura mediatica è data dai grandi giornali, di Agnelli e De Benedetti, che urlano alla necessità di modernizzare il paese, privatizzando. Si assiste al paradosso che la destra, sempre accusata dalla sinistra, demagogicamente, di essere seguace di un “liberismo selvaggio”, è ora rimproverata di essere statalista e di ignorare non solo la Thatcher ma anche Adam Smith. E’ Massimo Giannini, sulla prima de la Repubblica di De Benedetti, a sostenerlo, in un articolo dove, tra l’altro, scrive: “In fondo la sinistra di governo è obbligata dalla globalizzazione a fare dell’efficienza, del mercato, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni il nucleo duro del suo riformismo…La vera anomalia è la destra…La cultura di mercato, per la destra, è un puro gadget, un ‘usa e getta’ elettorale.

Quando il Polo ha governato nel ’94, non una sola azienda pubblica è stata alienata. Il cavalere-premier arrivò al punto di raccontare una balla in diretta TV: ‘Non cederemo la Stet, nemmeno la Thatcher ha privatizzato le telecomunicazioni’ Peccato che proprio la vendita di British Telecom sia stato il fiore all’occhiello della Signora Maggie” (la Repubblica 17/11/’98). Nel 1999 il Tesoro decide di privatizzare il monopolista elettrico Enel; lo stesso anno si chiude con la cessione da parte dell’IRI di Autostrade: il 30% va alla Edizione Holding dei Benetton (Corriere della Sera, 5/12/2003).

Coi governi dell’Ulivo la liberalizzazione è talmente selvaggia, che le USL, Unità sanitarie locali, divengono ASL, e cioè aziende; che i presidi delle scuole divengono manager; che si diffonde come non mai il lavoro interinale e vengono creati i cosiddetti co.co.co; soprattutto, per dire la più divertente, quando il patrimonio statale non è più disponibile per essere venduto, viene liberalizzato il gioco d’azzardo. Pur di fare soldi, infatti, ci si getta in un affare poco nobile: la creazione delle sale Bingo.

Sono oltre 400, create nel 2001, e garantiscono introiti immensi. Sentiamo casa scrive il quotidiano cattolico “Avvenire”( 1/7/2001): “mai visti tanti uomini vicini ai DS davanti alle cartelle del Bingo. La metà delle sale pronte ad aprire saranno gestite da chi è in qualche modo legato alla Quercia. Duecentododici sale su quattrocentoquindici. Più della metà. Un business che va dai settanta ai centocinquanta miliardi l’anno per sala. Difficile resistere. I ‘D’Alema boys’ hanno fatto tombola prima ancora che si cominciasse a giocare. Hanno fondato una società, la Formula Bingo, e fatto il lavoro migliore. I frutti si sono visti. Già, ma perché D’Alema boys? A loro il nome non piace. Ma come sanno tutti nessuno può sceglierselo. Sta di fatto che lo staff di Formula Bingo vede alla vicepresidenza Luciano Consoli (militante PCI sezione Trastevere) e nessuno può negare che sia un amico dell’ex presidente del Consiglio diessino. Così come non passa inosservata la sede della società: Via San Nicola de Cesarini al 3, Roma. Nello stesso palazzo dove si trovano gli uffici di ‘Italianieuropei’, la fondazione creata da D’Alema…”.

Mesi prima, il 20/1/2001, sempre Avvenire specificava che Formula Bingo “è posseduta per metà da una banca, la London Court, a sua volta guidata da un vecchio amico di D’Alema, Roberto De Santis. Così amico che è stato lui a cedere al leader diessino la fin troppo nota barca Ikarus. Ma la London Court ha un altro azionista al 50%, la Chance Mode Italia, il cui patrono è un altro amico di d’Alema, Luciano Consoli…”. L’accusa arriva anche da sinistra. Marco Travaglio, autore di libri anti Berlusconi e giornalista de l’Unità, durante un raduno ad una convention girotondina, parlando del governo D’Alema si lascia scappare una frase piuttosto imbarazzante: “Quelli sono entrati a Palazzo Chigi con le pezze al culo, e ne sono riusciti ricchi”.

Perché queste accuse? Per la missione Arcobaleno, i rapporti con Colaninno, l’inchiesta sulla Banca del Salento, e i “D’Alema boys”, “imputati di improvvisa fama e ricchezza”(Corriere della Sera, 16/1/2004). Pronta la replica degli interessati: D’Alema annuncia una querela…forse… Pasquale Cascella, ex portavoce di D’Alema, lamenta “la cultura politica e giornalistica che esprime Travaglio”, dimenticando che è quella che ne ha fatto un eroe della sinistra anti-berlusconiana, e un suo collega all’Unità!

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Assaggi n. 37: La comunione sulla mano e il battesimo rimandato sono una manna per il Demonio. La testimonianza di una ex satanista

“L’indicazione della chiesa dove andare me la suggeriva la Dottoressa, perchè evidentemente avevano studiato le situazioni delle Messe e verificato le possibilità tramite accurati sopralluoghi. Per esempio occorreva sapere chi fosse il celebrante a un determinato orario: alcuni sacerdoti erano più attenti nel rispettare le norme vaticane di controllare che chi si comunica ingoi immediatamente l’ostia, altri erano meno rigorosi, oppure non avevano una buona vista.
La Dottoressa mi aveva consegnato un aggeggio da mettere in bocca quando mi mettevo in fila per la comunione. C’era un’apertura per far uscire la lingua e poi, spingendo la lingua verso l’interno, scattava un meccanismo che avvolgeva l’ostia con una pellicola di plastica, proteggendola dalla saliva. In realtà questo strumento l’ho utilizzato in rari casi, perché di preti puntigliosi ne ho trovati davvero pochi. La quasi totalità delle volte mi appoggiavano l’ostia sulla mano come fosse stata la moneta di un juke-box e poi via con il successivo nella fila, senza curarsi di cosa ne facessi.
Per le sette sataniche il permesso ai fedeli di ricevere la comunione sulla mano ha rappresentato davvero un punto di svolta. Per quello che ho saputo in seguito, l’approvazione di questo provvedimento è stata molto travagliata all’interno della Chiesa. Paolo VI, accogliendo il parere della maggioranza dei vescovi consultati, nel 1969 si era pronunciato a favore della comunione sulla lingua. Aveva concesso libertà d’azione per la comunione sulla mano sotanto alle Conferenze episcopali delle nazioni dove questo uso si era già sviluppato, che sostanzialmente erano l’Olanda e il Belgio. In Italia la questione fu più volte proposta, ma aveva trovato una ferma opposizione, capeggiata dall’arcivescovo genovese Giuseppe Siri.
Lo scenario che mi è stato descritto da un esperto è che – pochi giorni dopo la morte del cardinale Siri, avvenuta il 2 maggio 1989 – si tenne la consueta assemblea generale annuale dei vescovi italiani (15-19 maggio 1989). Con un solo voto di scarto, e approfittando dell’assenza di molti vescovi, venne approvata una delibera con cui si stabiliva la possibilità anche nelle diocesi italiane di distribuire l’eucaristia sulla mano. L’innovazione fu introdotta nelle chiese a partire dal 3 dicembre 1989 e da quel momento il furto delle particole fu un gioco da ragazzi. Oggi mi capita spesso di pensare che, se i cattolici credessero nella reale presenza di Gesù Cristo nell’ostia consacrata come ci credono i satanisti, il mondo sarebbe certamente molto più evangelizzato.
(…)
Un passo del Vangelo dice: I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce (Luca 16,8). Io ho effettivamente potuto sperimentarlo, perché mi sono resa conto che c’è un sottile lavoro culturale che viene instillato a poco a poco nelle menti delle persone e che contrasta con le verità del cristianesimo, inducendo tanta gente in errore. Un messaggio sotto traccia, che prospetta la libertà di fare ciò che si vuole come unico criterio d’azione.
Un esempio che ho già presentato è quello della comunione sulla mano. Un altro è relativo al battesimo, riguardo al quale oggi si va diffondendo la convinzione che non debba essere somministrato ai neonati: saranno loro, una volta cresciuti, a decidere se battezzarsi o no.
In realtà per i satanisti va di lusso quando trovano qualcuno che non è battezzato, perché i demoni riescono a entrare in lui senza alcuna opposizione. Per di più, seppi all’epoca che che facevano parte della setta anche alcuni ginecoogi e ostetriche che lavoravano in ospedale e praticavano la consacrazione a Satana di tutti i neonati nel momento in cui venivano alla luce. Nessuno dei presenti in sala parto se ne accorgeva, poiché la formula veniva pronunciata mentalmente e non c’era bisogno di gesti o riti particolari.
Tutti gli esorcisti esperti possono testimoniare di averne avuto qualche esempio. Io stessa ho visto il caso di un bambino che, a soli quattro anni d’età, parlava benissimo varie lingue, non dormiva per niente e aveva una forza sovrumana. Lo accompagnai, insieme con i genitori, da un neuropsichiatra infantile che gli fece diverse visite ed esami, senza venire a capo di nulla. Una sera chiamai padre Raffaele, che gli fece un esorcismo al telefono: dapprima si scatenò la fine del mondo, dopodiché il bambino si calmò. E venni a scoprire che non era stato battezzato e che molto probabilmente gli era stata fatta una consacrazione demonica in ospedale”.

da “Michela” (pseudonimo di una donna reale, ex satanista convertita), Fuggita da Satana. La mia lotta per scappare dall’Inferno, Piemme 2007

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L’Iri, Prodi, Maccanico, De Benedetti e compagnia.

Con la caduta del governo Prodi, finisce l’era di un uomo che ha guidato per tanti anni l’Iri, e costruito così la sua carriera politica. Ma cosa è stato l’Iri?

Dopo la crisi del 1929, che getta nel panico i risparmiatori del Nuovo Mondo e quelli della vecchia Europa, vi sono ovunque banche e aziende che chiudono e disoccupati che vagano. La soluzione al dramma economico, pressochè dappertutto, è costituita dall’intervento degli Stati in economia: negli Stati Uniti viene adottato il New Deal, in Germania, di fronte a 6 milioni di disoccupati, Hitler investe soldi pubblici nell’industria bellica, nelle autostrade e nella ricostruzione.

Anche in Italia la situazione è difficile, con 1.300.000 disoccupati, l’industria e l’agricoltura in crisi. Il regime fascista cerca di porvi rimedio istituendo l’IMI nel novembre 1931 e l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel gennaio 1933. All’Istituto, inizialmente, vengono affidate le seguenti funzioni: “il finanziamento a lungo termine di aziende industriali; l’assistenza finanziaria a banche in situazioni di immobilizzo e la gestione di valori mobiliari attribuiti allo Stato a seguito di salvataggi e risanamenti bancari”(Mario Cataldo, Storia dell’industria italiana, Newton, 1996).

Col tempo l’IRI, passato da ente provvisorio ad ente permanente, si trova ad avere partecipazioni nei settori più disparati: dalla telefonia alle armi, dalla chimica all’agricoltura, dal tessile alla meccanica: “alla vigilia della II guerra mondiale l’IRI si troverà a detenere oltre il 44% del capitale azionario allora esistente in Italia” (op.cit.). L’Italia ha così un settore pubblico inferiore soltanto all’URSS, cioè al paese in cui la rivoluzione comunista del 1917 aveva portato lo Stato ad essere proprietario non solo della libertà dei suoi sudditi, ma anche di tutti i “mezzi di produzione”, dalle industrie alle banche alla terra. Il nostro diventa uno “Stato banchiere ed imprenditore” in cui, secondo una definizione dei maligni, si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite. Nel dopoguerra lo Stato italiano decide di non smantellare il patrimonio industriale pubblico e l’IRI rimane il colosso dell’era fascista.

L’enciclopedia Motta nel 1961 afferma che all’epoca l’IRI ” comprende 119 aziende nel settore delle industrie siderurgiche (tra cui Dalmine, Ilva, Terni), metallurgiche, cementizie e meccaniche (Alfa Romeo, Filotecnica, Motomeccanica, San Giorgio); 21 nelle industrie navali (Ansaldo, Cantieri Riuniti dell’Adriatico…); 18 società di navigazione (Adriatica, Italia, Lloyd Triestino, Tirrenia); 9 nelle industrie chimiche, 5 in quelle di costruzione e 8 nei trasporti; 32 società elettriche (tutto il gruppo Sip e Società Meridionale Elettrica); 18 società telefoniche; 25 società immobiliari, 5 agricole e 8 industrie varie. Controlla pure 26 enti bancari (tra cui la Banca Commerciale, il Banco di Roma e il Credito Italiano, le cosiddette Bin, banche di interesse nazionale ndr.) e 8 società finanziarie italiane; partecipa inoltre a 19 società estere. Anche dall’IRI dipendono alcune industrie turistiche, alimentari e della pesca. Di alcune società le azioni possedute dall’IRI costituiscono la totalità, di altre la maggioranza, di altre infine una minoranza ma che talvolta rappresenta la più valida partecipazione finanziaria”. All’IRI appartengono anche Alitalia e Rai.

Nel 1990 l’IRI conta 419.559 dipendenti. Si tratta insomma di un impero economico straordinario, colossale, che nel 1994, ultimo anno di gestione Prodi, pur dopo parecchie privatizzazioni-svendite, è ancora il principale datore di lavoro del sistema Italia. A tale data infatti l’IRI può contare su 292.689 dipendenti, contro i 268.956 dell’IFI degli Agnelli, e i 27.363 di Fininvest ( poi Mediaset), di proprietà di Silvio Berlusconi. Quanto al fatturato si parla di 73.155 miliardi di lire per l’IRI, contro i 10.360 della Fininvest.

Ma chi ha creato e controllato, in circa 70 anni di storia, questo immenso patrimonio umano ed economico? E come ha fatto a sciogliersi come neve al sole in pochi anni, dal 1992 al 2000? Il fondatore e il primo padrone dell’IRI è Alberto Beneduce un casertano, massone, seguace del socialismo interventista di Bissolati, nel 1914-15, poi parlamentare ed infine vicino a Mussolini, pur non aderendo mai con decisione al fascismo. La sua carriera, per la quale ha meritato il titolo di “padrone dell’economia italiana”, è brillantissima e tutta dietro le quinte: in epoca fascista è soprattutto fondatore e presidente dell’IRI, ma anche presidente del Consorzio Navale, presidente delle Ferrovie Meridionali Bastogi, presidente della Meridionale di elettricità, presidente del Consorzio di Credito per le opere pubbliche, dell’Istituto per il credito navale…e tutto alla faccia del divieto fascista di accumulo delle cariche.

Nel suo libro I giorni dell’IRI. Storie e misfatti da Beneduce a Prodi (Mondadori, 2000) Massimo Pini scrive: “Alberto de Stefani ricorda che Beneduce possedeva una dote singolare, la misteriosità, che gli consentiva di essere presente in tutti i passaggi obbligati dell’alta finanza e di avviarla verso i suoi meditati fini”. Beneduce muore nel 1944 a Roma: era stato il vero duce dell’economia italiana, in un’epoca in cui un ex giornalista divenuto dittatore, Benito Mussolini, pur dominando politicamente il paese, non era riuscito, come dimostrerà la guerra, a controllare settori importantissimi della vita italiana, dall’economia, all’esercito, alla grande industria privata. La figlia di Beneduce, Idea Socialista, diviene intanto la moglie di un siciliano che diverrà potentissimo: Enrico Cuccia. Come a dire che i regimi passano, ma le dinastie familiari restano. Questo è ancora più vero negli anni della Repubblica: mentre i governi durano anche meno di un anno e si alternano di continuo, solo alcuni uomini rimangono saldamente e con continuità al controllo di realtà politicamente ed economicamente significative.

Tra questi, oltre agli Agnelli, ci sono appunto alcuni presidenti dell’IRI (Prodi durerà in carica dal 1982 al 1989, durante ben otto governi diversi) ed Enrico Cuccia, l’erede di Beneduce. Come il suocero è avvolto da un grande mistero: mentre è in vita quasi nessun giornale ne parla; non rilascia interviste, non compare in televisione, cammina ogni mattina presto, a testa bassa, verso il suo ufficio di via Filodrammatici, oggi piazzetta Cuccia, in cui, nei momenti difficili, si decidono le sorti dei grandi gruppi industriali privati, della Pirelli, della Fiat, dell’Olivetti… Ma quando muore, quasi solo ora si potesse dirlo, tutti i giornali spiegano che è deceduto “il signore della finanza italiana”, “il grande vecchio della finanza italiana” e cose simili (Quotidiano.net 23/6/2000; la Repubblica 24/6/2000).

Eppure anche la morte è all’insegna della segretezza: i funerali sono in forma rigidamente privata (vi partecipano solo Fazio, Romiti, Geronzi, Maranghi e Cingano, tutti banchieri, e un solo politico, La Malfa figlio). La creatura di Cuccia, Mediobanca, di cui sarà per lunghissimi anni dirigente e, alla morte, presidente onorario, è il forziere dell’industria italiana: è nata nel 1946 come ente specializzato per i finanziamenti a medio e lungo termine, per iniziativa delle già citate banche d’interesse nazionale dell’IRI, le cosiddette Bin (la Commerciale italiana – Comit; il Credito italiano- Credit; il Banco di Roma) e di una piccola quota di capitale privato. Cuccia viene subito nominato direttore generale: può infatti contare sulla parentela acquisita con Beneduce e sull’amicizia con importantissimi personaggi del Partito d’Azione, e poi del Partito Repubblicano, Ugo La Malfa e Adolfo Tino, presidente di Mediobanca sino alla morte.

Amicizie importantissime per i legami che hanno con gli Agnelli, gli Usa e la massoneria internazionale. Del giro di amici, e che amici, fa parte anche Tonino Maccanico, nipote di Adolfo Tino e membro anch’egli del partito repubblicano. Maccanico è un personaggio singolare anch’egli: senza bisogno di presentarsi alle elezioni, di fare manifesti o proclami, fa il segretario generale al Quirinale, assistente di La Malfa al Bilancio e in altri incarichi, segretario del Presidente della Repubblica e solo poi il senatore del PRI prima e della Margherita prodiana poi. Panorama lo definisce “uno di quei personaggi che si perpetua per vie misteriose ed elitarie dentro la pubblica amministrazione, e che vive a strettissimo contatto con la politica”.

Ebbene nel 1987-8, mentre Prodi è a capo dell’IRI, Maccanico viene chiamato temporaneamente a sostituire Cuccia al vertice di Mediobanca e pilota la privatizzazione dell’Istituto svincolandolo dal controllo dell’IRI e delle banche pubbliche. Racconta lui stesso: ” Quando il primo patto andò in scadenza, nel 1987, le tre bin non lo volevano rinnovare. Allora fui nominato io alla presidenza perché trovassi una soluzione. Chiamando a raccolta forze economiche nuove, come Giancarlo Cerruti, Carlo De Benedetti, Alberto Pecci e Pietro Ferrero, rinnovai la compagine azionaria e stipulai un nuovo patto di sindacato: da una parte le tre bin con il 25%, dall’altra con un uguale pacchetto del 25% i privati…L’obiettivo era sempre di garantire, con la presenza dei privati, l’autonomia di Mediobanca dalle bin”. (intervista a Panorama 29/3/03). Maccanico, dunque, mentre Prodi gestisce l’IRI, prende dentro De Benedetti, il padrone di la Repubblica e de l’Espresso…

Ma torniamo a Maccanico. Secondo un giornalista di “Avvenire”, “Maccanico è anche un talent scout. Nel 1982 è stato lui a scoprire e presentare nel salotto buono della finanza italo-lazardiana il politico del futuro, democristiano ma laico quanto l’oligarchia lo vorrebbe: De Mita Ciriaco. L’avellinese, invitato per l’esame in casa De Benedetti (presenti Agnelli, Scalfari…) convince, nonostante l’accento. E viene cooptato. A patto s’intende, che lui coopti Maccanico nel prossimo governo, che lui presiederà e di cui Eugenio Scalfari s’incaricherà di cantare le lodi al di là di ogni verosimiglianza. Infine nel 1989 ecco Maccanico alle costole del Presidente del Consiglio De Mita, nei panni di ministro delle Riforme Istituzionali”.

Poi, vista la mala parata dei repubblicani, Maccanico esce dal partito repubblicano e trova posto, in un collegio blindato, nella Margherita prodiana; nel governo Prodi diventa ministro delle Poste. Ciriaco De Mita: segretario della DC per quasi sette anni, dal 1982 al 1988, “un record straordinario per un partito che faceva ruotare gli incarichi direttivi come la biancheria” (Bruno Vespa), è rappresentante dell’ala sinistra del partito. Se ricordiamo che De Mita è colui che sceglie Prodi, sempre nel 1982, il cerchio si chiude!

Ma prima di cambiare argomento vale la pena di spendere qualche ulteriore parolina su De Benedetti: il finanziere torinese è editore, insieme al principe Caracciolo, di la Repubblica dell’Espresso, di Limes, Micromega, di 15 quotidiani locali, un bisettimanale, due mensili, due trimestrali, tre emittenti radio nazionali, Dee Jay TV ecc.ecc.(www.quotidianiespresso.it). La sua carriera è descritta così dall’economista Giano Accame: “Troppi i regali di Stato su cui ha costruito la fortuna industriale: dalla legge del suo socio Bruno Visentini, ministro delle Finanze, che rese obbligatori i registratori per cassa per i commercianti (l’Olivetti, guarda caso, li stava producendo), ai discutibili acquisti delle poste, che gli hanno svuotato i magazzini dei telex, invendibili perchè superati dai fax, agli esuberi di personale scaricati a spese di enti pubblici”(Lo Stato 20/1/’98).

Mentre Vittorio Feltri scrive: “Ex Fiat. Ex Olivetti. EX Omnitel. Ex tutto”, a significare le tormentate vicende di un finanziere che continua a cambiare, senza riuscire a far decollare nulla, ma che pure rimane un potentissimo personaggio grazie al suo potere mediatico.

De Benedetti è uno di quei grandi mai toccati dalle indagini di Tangentopoli: mentre la DC e il PSI vengono decapitati a partire dal 1992, mentre deputati e senatori finiscono nelle patrie galere, lui, Agnelli e Prodi, rimangono incredibilmente illesi. La Repubblica, in quegli anni, urla alla corruzione dei politici e degli industriali italiani, e massacra chiunque, a qualunque titolo abbia alimentato il mercato delle tangenti. Oggi fa lo stesso con Berlusconi. Eppure il suo editore, De Benedetti, “a Roma fu costretto a riconoscere di aver fatto larghissimo uso di strumenti di corruzione”; consegnò poi “a Di Pietro un memoriale in cui sosteneva di essere stato costretto a pagare, tra il 1987 e il 1991, per ottenere lavori alle Poste e più in generale per non fare uscire la Olivetti dal mercato internazionale dei computer. I suoi giornali ne uscirono con una intervista di Giampaolo Pansa all’ingegnere: ‘ Perché non hai mai detto niente, Carlo? Lo sai che siamo molto incazzati con te?’ Pansa glielo disse con la bocca a cuore, tanto che Prima Comunicazione, giornale specializzato in media, la interpretò così: ‘Carlo, sono incazzato. Sono talmente incazzato che…baciami’…De Benedetti, per fortuna, incontrò magistrati garantisti, sia a Milano che a Roma…(però) fu arrestato e tenuto a Regina Coeli per sole dodici ore, poiché ottenne immediatamente gli arresti domiciliari…Poco dopo confessò per iscritto di aver dato ai funzionari delle Poste dieci miliardi.

Nel ’94 il giudice Cordova (di Roma) acquisì documenti che provavano a suo giudizio la vendita di telex malfunzionanti a prezzi più alti di quelli di mercato. Per la logica degli accoppiamenti tra pubblico ministero e Gip, che ogni tanto variano, cambiò il giudice per le indagini preliminari che seguiva il caso. Trascorsero quattro anni e il nuovo Gip che aveva ereditato l’inchiesta si accorse, nel ’98, di non essere competente. La pratica passò al Tribunale dei ministri, dove la fine del secolo la trovò sonnecchiante, in attesa dell’ormai certa prescrizione”(Bruno Vespa, Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, pp.187-189, Mondadori, 2000).

E’ sempre Vespa, nell’opera citata, a ricordarci che Bettino Craxi, in un colloquio con Di Pietro “ricordò di aver vietato a Balzamo di accettare un contributo elettorale della Olivetti (di De Benedetti) in cambio di affari con l’IRI” (p.175), e che Severino Citaristi, segretario amministrativo della DC dal 1986 al 1993, pluricondannato per Tangentopoli, ebbe a confidargli: ” Mi sono mosso soltanto per tre persone. Andai a trovare De Benedetti nei suoi uffici romani a piazza di Spagna, Sama nella sede della Montedison all’Ara Coeli, Gardini al Grand Hotel. Sama mi consegnò i contributi: una volta tre miliardi, una volta uno. De Benedetti e Gradini ce li accreditarono su conti esteri: il primo poco più di un miliardo, il secondo due” (p.178). Per queste affermazioni, riportate in un’opera che ha venduto oltre 150.000 copie, Vespa non è mai stato processato né smentito.

Potremmo continuare l’antologia di prodezze dell’ingegnere ancora molto a lungo, ma ci accontentiamo di chiudere con due brevi citazioni. La prima è di Gianni De Michelis, sul Corriere della Sera del 6/5/2003: “Per capire la posizione di De Benedetti nei nostri (dei socialisti, ndr) confronti le racconto questo aneddoto. C’erano da rinnovare i vertici di Eni e Iri e un giorno l’Ingegnere mi prese da parte e mi disse: ‘Vi serve un bravo presidente dell’Iri? Io sono disponibile…'”.

L’altra dell’ex ministro democristiano Cirino Pomicino: “E’ il marzo 1991. Carlo De Benedetti viene a trovarmi al ministero del Bilancio. Mi espone un progetto che sta elaborando con diversi amici, industriali e giornalisti, per affidarlo poi ad alcuni uomini politici. A bruciapelo mi chiede: ‘vuoi essere mio ministro?'”. (Geronimo, Strettamente riservato, Mondadori 2000).

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Lavoro, un capo come Gesù? Lo vuole un impiegato su tre

Carisma, capacità di motivazione, fiducia nel team, il ‘segreto del suo successo’. A seguire nella top ten dei leader storici, ideali manager in ufficio, Gandhi e poi Che Guevara. Al quinto posto la prima donna: Cleopatra
Le qualità del capo ideale? Carisma, capacità di motivazione, fiducia nel team. E un mix di umiltà e fermezza, unite a una certa visione del futuro. Un po’ come Gesù, insomma, che secondo un terzo degli impiegati italiani, è il modello ideale di capo anche sul lavoro. Meglio di condottieri, leader politici e militari, che, da John Fitzgerald Kennedy a Napoleone, da Giulio Cesare a Garibaldi, cedono il passo nella top ten dei leader storici. Al secondo posto il profeta della non violenza Gandhi, che batte il rivoluzionario Che Guevara.
E’ quanto emerge da un’indagine condotta da Accor Services, società che si occupa di soluzioni innovative per coniugare benessere e produttività in azienda (dai famosi Ticket Restaurant ai Compliments fino al maggiordomo in ufficio) nell’ambito di un’iniziativa chiamata ”Il segreto del successo”, che ha coinvolto oltre 20.000 dipendenti italiani, maschi e femmine, appartenenti a settori aziendali differenti, per eleggere il capo ideale.
A sorpresa, Gesù ha letteralmente sbaragliato gli avversari, raccogliendo ben il 35% delle preferenze (in pratica una su tre) e distaccando notevolmente il secondo posto di Gandhi, fermo al 22,2%, e il terzo di Che Guevara (9,1%). Insomma tre diversi tipi di rivoluzionari guidano la classifica dei leader più amati. Insomma, anche in ufficio Gesù è senza dubbio il capo ideale. Curiosamente, nella classifica stilata da Accor Services non figura nessun guru dell’economia o del mondo delle imprese, e scarseggiano anche i leader politici veri e propri. Non solo: il ruolo di capo, ancora oggi sembra essere appannaggio maschile, tanto è vero che ben 7 tra i 10 dei nomi più votati appartengono a uomini, mentre solo tre sono le donne.
Ma quali sono gli altri leader ideali? Al quarto posto di questa particolare top ten c’è Giulio Cesare, decisamente distante dai primi tre col 5,8% di preferenze, che supera di un soffio la prima donna in classifica che, guarda caso, è proprio la sua contemporanea Cleopatra (al quinto posto col 5%) di pochissimo davanti a J.F. Kennedy (4,9%) al sesto posto. Il presidente americano è il primo e unico politico a comparire tra i primi 10. Napoleone si accontenta del settimo posto (4,4%), Giovanna d’Arco, seconda donna in classifica, dell’ottavo (3,2%) e il generale Giuseppe Garibaldi del nono (3%). Sotto la soglia di sbarramento la terza donna più votata: si tratta della regina Elisabetta I (1,5%), favorita forse dalle fattezze cinematografiche di Kate Blanchett.
Milano, 3 feb. (Adnkronos)

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Le cifre sulla aborto: prima e dopo la legge 194.

Le cifre sull’aborto sono spesso oggetto di dibattiti e di svariate interpretazioni. Molti infatti si appellano proprio ad esse per sostenere il proprio apprezzamento o meno per l’efficacia della legge 194/1978. Sarà dunque bene una breve analisi dei fatti, prima e dopo la legge 194 in Italia.
Possiamo partire, per una comprensione più ampia, da Bernard Nathanson, il celebre medico americano fondatore a New York della “Lega d’azione per il diritto all’aborto”, nel 1968, e direttore, all’epoca, della più grande clinica per aborti del mondo, il Crash. Costui, dopo aver effettuato, tramite i suoi medici, ben 75.000 aborti, di cui 15.000 di sua mano (“ho fatto abortire i figli dei miei amici, colleghi, insegnanti e conoscenti”), ha riveduto le sue posizioni, divenendo un difensore della vita sin dal suo concepimento. Ha così iniziato a raccontare, nei suoi libri e nelle sue conferenze, le tecniche propagandistiche tipiche degli abortisti di tutto il mondo, usate a suo tempo da lui stesso, volte a capovolgere e indirizzare l’opinione pubblica. La modalità principale, racconta nei suoi scritti, era quella di fornire “sondaggi fittizi”, nei quali il numero dei favorevoli all’aborto veniva volutamente gonfiato, allo scopo di rendere “normale”, accettabile, l’idea stessa dell’aborto: “il pubblico, al quale dicevamo che tanti erano per l’aborto, mutò opinione, e diventò davvero favorevole all’aborto” (Il Foglio, 23/4/2005).
L’altro argomento usato come grimaldello per scardinare il buon senso comune, racconta sempre Nathanson, era quello degli aborti clandestini: bastava urlare ai quattro venti che le donne, anche senza legalizzazione dell’aborto, abortivano ugualmente, in modo clandestino, senza alcuna sicurezza per la loro salute, col rischio addirittura della vita. In tal modo poteva sembrare che la legalizzazione fosse in qualche modo un male minore, il tentativo di rendere almeno controllabile e più “sicuro”, per le donne, un fenomeno già esistente e, anzi, vastissimo. In realtà le cifre venivano gonfiate in modo incredibile, e si fingeva di conoscere qualcosa che di per sé era, per definizione, inconoscibile: il numero di aborti praticati, appunto, clandestinamente! Parlavamo di un milione di aborti clandestini l’anno, conclude Nathanson, quando ve ne erano, forse, 100.000!

La stessa tattica inventata da Nathanson e dai suoi compagni di strada, viene adottata in quegli stessi anni anche in Italia. Nel 1971 infatti il Psi presenta al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi sono in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno muoiono a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimane stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine sale, chissà come, a 25.000. Tali cifre vengono riprese come attendibili da tantissimi giornali (“Espresso”, 26/4/ 1970: tra gli 800.000 e i 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Corriere della sera” del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Il Giorno” del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…; “Alto Adige”, 31/10/80: da 850.000 a 1.200.000; “Corriere della sera”, 19/1/1981: 800.000). Le femministe diffondono anch’esse cifre improbabili: celebre lo slogan “Ecco cosa avete fatto voi, difensori della vita, 3 milioni di aborti clandestini, 20.000 donne morte”, che compare in quegli anni su molti cartelli durante le manifestazioni.

Per meglio inquadrare la vicenda ricorro brevemente a due libri scritti negli anni delle discussioni infuocate, prima che l’aborto fosse legale in Italia (1978): “Da Erode a Pilato” (Marsilio, 1973), di Giuliana Beltrami e Sergio Veneziani, e “L’aborto, un dilemma del nostro tempo” (Etas Kompass, 1970). Come ho scritto nel mio “Chiesa, sesso e morale” (Sugarco), “si tratta di testi favorevoli alla legalizzazione dell’aborto, la cui lettura risulta, soprattutto oggi, molto istruttiva. Nel primo si sostiene addirittura che in Italia, prima della 194, vi sono donne “che hanno abortito già dieci, venti volte”, in modo clandestino. Anzi, mentre nel mondo ci sarebbero circa un aborto ogni quattro nascite, in Italia è lecito ritenere che il rapporto sia invertito, e che vi siano nientemeno che “quattro aborti per ogni nascita”. Sebbene la cifra degli aborti clandestini non sia chiara, sostengono ancora gli autori, essa si muove certamente tra il milione e i tre milioni di aborti ogni anno. A pagina 33 si arriva addirittura ad affermare, dimenticando quello che si è scritto poco prima, che vi sono donne “che compiono, nel corso della loro esistenza, fino a trenta e più atti abortivi”: in fondo, infatti, il raschiamento di quello che viene definito semplicemente “uovo”, “non è più difficile né pericoloso di un’asportazione di tonsille”.

Il secondo libro raccoglie gli atti di un Congresso Internazionale sull’aborto avvenuto a Washington nel 1967. Vi si parla di alcune ricerche sugli aborti clandestini negli Usa, e le cifre ipotizzate vanno dai 160.000 aborti illegali annui ad un massimo di 1.200.000. Agli atti del Convegno è allegato un saggio di Carlo Smuraglia, cui spetta descrivere la situazione italiana: vi si apprende che il numero di aborti clandestini in Italia, attestandosi tra l’uno e i due milioni, sarebbe di gran lunga superiore a quello degli aborti in America, pur essendo gli Usa quattro volte più popolati!”. Questa dunque è la qualità del dibattito sull’aborto in quegli anni: tutti sparano cifre, allo scopo di rendere la legalizzazione dell’aborto un evento inevitabile. L’Espresso del 9 aprile del 1967 arriva a sostenere che “nella sola provincia di Milano gli aborti clandestini sono almeno 50.000 al mese”, il che significa 600.000 all’anno! In tutta Italia sarebbero 4 milioni!

La verità è che studi seri in Italia, in quegli anni, ve ne è uno solo, a cura del professor Bernardo Colombo, demografo dell’Università di Padova, scritto con l’ausilio di altri due professori della medesima università, entrambi docenti di Statistica, i professori Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi. Lo studio è intitolato “La diffusione degli aborti illegali in Italia” (1977), ed è una analisi attenta e precisa di tutte le “voci” e i dati parziali sull’aborto clandestino. Colombo dimostra che le cifre proposte dagli abortisti sono false con varie argomentazioni, ad esempio sottolineando come per mantenere la media di 1 milione di aborti clandestini annui è necessario che almeno il 50% di tutte le donne italiane in età feconda abortisca esattamente 5,3 volte nell’arco della propria vita riproduttiva. La cifra che lui propone come attendibile è quella di 100.000 aborti clandestini annui tra il 1970 e il 1975, e forse anche meno. Nel 1978 entra in vigore la legge 194 sull’aborto.

Ebbene, nel 1979 gli aborti legali sono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! Come è possibile che gli aborti siano diminuiti, ora che sono legali, gratuiti, liberi nei primi tre mesi, mentre prima erano illegali e determinavano punizioni penali per il medico e per la donna? Quanto poi alle donne morte per pratiche clandestine basterebbe consultare, per esempio, il Compendio Statistico Italiano del 1974: vi si legge che in Italia, nell’intero anno, sono morte 9.914 donne tra il 14 e i 44 anni, e cioè in età feconda. Fossero decedute anche tutte per aborto clandestino, cosa assolutamente assurda, non sarebbero comunque né 20.000 né 25.000!

Sulle cifre dell’aborto si discute anche per quanto riguarda l’efficacia della 194 negli anni. Il professor Flamigni, e come lui molti altri, afferma: “la legge 194 è una legge che ha dato buona prova di sé ,che ha diminuito il numero degli aborti in modo significativo (erano 234
.000 nel 1982 e sono stati 129.000 nel 2005)” (l’Unità, 10/1/2008). Similmente si esprime l’ex ministro della salute Livia Turco: ” Grazie alla 194 le interruzioni di gravidanza tra le donne italiane sono diminuite del 60% dal 1982″ (Io donna, 26/1/2008). Si tratta dunque di una opinione diffusa, che però non corrisponde a verità. Anzitutto la legge 194 è entrata in vigore nel 1978: perché allora contare la diminuzione degli aborti dopo il 1982? Cosa è successo tra il 1978 e il 1982? Come fingere che questi anni non esistano? Le cifre ufficiali parlano chiaro: dai 68.000 aborti del 1978 (metà anno), si è passati ai 187.752 del 1979 (mentre mantenendo la media dell’anno prima avrebbero dovuto essere 134.000, cioè 68.000 per due), ai 220.263 del 1980, ai 224.377 del 1981, ai 234.377 del 1982.

Una crescita costante, dunque! Addirittura sappiamo che gli aborti sono cresciuti notevolmente, mese per mese, già a partire dal primo semestre di applicazione della 194, cioè la seconda metà del 1978, che ha appunto visto un grosso aumento del ricorso all’aborto soprattutto negli ultimi due mesi dell’anno! Dopo il 1982 è iniziata una leggera flessione, sino ai 191.469 aborti del 1987: cifra quest’ultima che si attesta comunque al di sopra del dato iniziale del 1978 e del 1979. Se ne deduce quindi che la 194 ha inizialmente aumentato gli aborti, che sono rimasti ad un livello molto alto sino al 1987, e che hanno iniziato a calare significativamente solo più avanti. Ma perché col tempo gli aborti sono diminuiti sino ai 129.588 del 2005? In base a quanto si è visto, e tenendo conto del fatto che la 194 è stata applicata sempre con gli stessi criteri, senza modifiche, è impossibile pensare che una legge che sino al 1982, e anche dopo, ha determinato un progressivo aumento degli aborti, abbia, sempre lei, determinato poi un flusso inverso.

Gli esempi di altri paesi ci vengono incontro: sono numerosi gli Stati in cui l’aborto, dopo una impennata costante nei primi anni di legalizzazione, col tempo ha iniziato a diminuire. Dalla Russia, in cui il ricorso all’aborto è calato del 21% negli ultimi cinque anni, senza che intervenisse nessuna modifica legislativa, alla Croazia, che ha visto crollare gli aborti dell’88% negli ultimi anni, anche in questo caso senza nessuna modifica legislativa. Anche negli Usa si registra lo stesso fenomeno: dopo la legalizzazione dell’aborto nel 1973 il ricorso a tale pratica è via via cresciuto, sino ad 1,6 milioni di aborti nel 1990. Nel 2005 invece gli aborti sono stati 1,2 milioni: non erano mai stati così “pochi”. Perché, visto che in tutti questi casi, come si diceva non è cambiato nulla dal punto di vista legislativo?

A determinare la diminuzione degli aborti, in Italia come altrove, sono stati altri fattori: da una parte la maggior consapevolezza nelle persone della drammaticità dell’aborto, permessa sia dalla maggior conoscenza dello sviluppo fetale sia dai sempre più numerosi studi sul trauma post aborto nella donna. Dall’altra occorre che vengano considerati alcuni fatti: è diminuita la fertilità generale; sono diminuite le coppie in età fertile; è aumentato enormemente il ricorso alla pillola del giorno dopo, con potenzialità abortive; sono rimasti gli aborti clandestini, di cui non si conosce l’entità, e che la legge 194 ha depenalizzato rispetto al passato; aumentano i bambini salvati dalle associazioni di volontariato; non mancano numerosissimi casi, che vengono alla luce solo di rado, di aborti procurati sistematicamente spacciati per spontanei, o di medici che spingono le donne ad abortire nei loro centri privat…Ma soprattutto: in Italia dal 1995 circa, pur essendo leggermente diminuito il numero degli aborti totali, è rimasto invariato, ed è anzi in certi anni cresciuto, il tasso di abortività….

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