Il grido del ragazzo 28. 10 .2006

“Ci avete reso teppisti di mezza tacca perché non siete forti abbastanza. Non ci avete indicato nessuna strada che abbia un senso, perché questa strada voi stessi non l’avete e non siete riusciti a cercarla.” Queste sono le parole di un giovane maturando tedesco; esse rivelano il vuoto morale, l’assenza di radici, la condizione di abbandono cui sono spesso relegati i giovani da generazioni di adulti, “che per non condizionarli”, hanno smesso di educarli. Ma dalla voce del ragazzo si leva un grido: aiutateci! Cosa rispondiamo a questo ragazzo? Oltre la buona volontà dei singoli, cosa rispondono le istituzioni? Si avverte un gran silenzio, l’unica voce che si leva forte e chiara è quella del Papa. Gli intellettuali “laici” sembrano assillati da un solo problema: che i pronunciamenti della Chiesa non turbino la purezza della laicità; essi sembrano non vedere la crisi che attraversa le generazioni: la perdita della speranza, della capacità di progetto, del valere della rinuncia. Essi non vedono o non vogliono vedere, che l’unico valore rimasto è l’individualismo. Essi parlano di società multiculturale e perciò relativista, confondendo il relativismo con la Babele. Si parla di morale soggettivista, si parla di rispetto della persona, ma non ci si rende conto che la prima vittima del soggettivismo morale è la persona stessa che si trova a vivere in un deserto privo di riferimenti e vittima di ogni seduzione. Se qualcuno parla di riscoperta delle radici ebraico-cristiane rischia di infastidire persino certi ambienti cattolici “progressisti”, tanto preoccupati di occultarle, le radici, e di scomparire nel mondo, con ciò credendo di andargli incontro, al mondo, di essergli più graditi. Ma il ragazzo “del grido”, ha bisogno di vedere, di sentire, di incontrare, di parole forti, di preti forti, di maestri forti, proprio come Benedetto XVI. Il ragazzo non sa che farsene di amiconi stralunati e scettici, tristi e dubitanti di tutto. Non gli importa nulla della “democrazia nella chiesa”, egli, oltre la fecondità dei dubbi, vuole delle scelte, vuole delle proposte e rivendica una direzione.
I “sacerdoti della laicità”, i sacerdoti dello stato neutrale, delle leggi neutrali, declamano i principi racchiusi nella carta costituzionale; li dicono sufficienti per delineare “la pubblica morale”. I “sacerdoti della laicità,” enunciano belle parole: rispetto, diversità, giustizia, uguaglianza, diritti. Ma esse, le parole, restano flatus voci, perché non si incarnano in un sentire comune, perché sono troppo generiche. Un tempo, quando furono fissate nella carta costituzionale non era così; ma un tempo, laici e cattolici sentivano nello stesso modo, si intendevano sull’essenziale. Perché erano cristiani nello spirito, tutti, per dirla alla Benedetto Croce.
Ma oggi, il sentire non è comune, è dilagata la cultura radicale, è dilagato l’individualismo; e le macerie le vediamo. Su tematiche un tempo condivise oggi si dibatte, vacillano i dati elementari che qualificavano la persona, la famiglia, il senso del procreare, la vita, la morte. Gli accordi si raggiungono soltanto attorno ai grandi proclami su pace e giustizia, proclami irrilevanti per la quotidianità dei più. Spesso l’amore per il lontano maschera l’odio per il vicino.
La laicità si è ridotta ad una mera regolamentazione degli interessi contrapposti e la verità è ritenuta irraggiungibile dalla ragione, declassata al rango di convenzione mutevole con il tempo e con le mode. Questa idea di laicità, nata con la rivoluzione francese, ha un vizio d’origine, essa nasce contro il passato, contro la tradizione, contro le religioni, contro la Chiesa.
Da allora, il dogma della stato laico si è librato su tutto, animato intimamente dall’idea di rifare il mondo ex novo. Uno dei frutti di questa idea è oggi l’individualismo.
Per esso, i diritti dei singoli, stanno dilagando ed erodendo ogni terreno comune, perciò l’uomo è sempre più solo.
Da molte parti perciò, si affaccia sulla scena pubblica la rivendicazione di una riscoperta dell’Ethos comune e questo bisogno è sollecitato con forza, tra gli altri, dalla Chiesa Cattolica.
Ma la vecchia idea di laicità non muore, e questo è il motivo per il quale da certi ambienti ogni pronunciamento ecclesiastico è visto con sospetto se non inviso. Per lo stesso principio di laicità, ogni espressione della civiltà cristiana che osi uscire dal privato deve essere represso, additato come confessionale, intollerante, contro la libertà di coscienza. Ma cosa resta dei valori senza l’apporto cristiano? “La politica senza teologia è assurda. Tutto ciò che ha a che fare con la morale e con l’umanità fa riferimento al messaggio biblico.” Queste sono parole di Horkheimer, neo marxista co- fondatore della scuola di Francoforte. Lo stato laico neutrale, come ben visibile è destinato alla rovina, alla decomposizione del proprio tessuto sociale, perché i valori condivisi saranno sempre meno. Conflitti fra leggi, gruppi di pressione, principi costituzionali, gruppi religiosi spontanei, seduzioni mediatiche e commerciali, genereranno una situazione di lotta perenne e la resa di ogni principio morale al criterio dell’utile.
Oltre le costituzioni credo vada ricostruito un comune patrimonio morale. Per fare questo, non solo è necessario tornare all’educazione correttamente intesa, ma pure riscoprire le virtù che sono il mezzo attraverso cui i principi vengono tradotti in azioni. Le virtù dovrebbero tornare al centro del dibattito pubblico. E’ necessario un nuovo patto fra credenti e non credenti accomunati da un concetto di laicità diverso, nuovo, capace di valorizzare gli apporti del cattolicesimo, delle grandi tradizioni religiose e della parte migliore dell’umanesimo laico. Di questo, penso, il Papa si sia fatto interprete, con coraggio e determinazione riportando l’essere cristiani fuori dal tempio, riproponendo, nell’agorà del pensiero, la bimillenaria sapienza cristiana, perché tutti possano trarne beneficio. Questo significa rispondere al grido del ragazzo. Il futuro è l’origine direbbe Gadamer, non dimentichiamolo.

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Sos Libano. Appello per la raccolta di aiuti umanitari

Le drammatiche vicende della guerra israelo-libanese sono a tutti note. Il 12 luglio 2006, gli Hezbollah, militanti islamici del Partito di Dio, attivo nel Libano del sud nell’ambito di una estenuante guerra di rivendicazioni territoriali che prosegue ormai da più di vent’anni, sferrano un attacco contro le truppe israeliane uccidendo otto militari israeliani e rapendone due.

Immediata e violentissima la replica di Israele, che, affermando di interpretare il blitz degli Hezbollah come una dichiarazione di guerra, scatena un conflitto indiscriminatamente proteso alla distruzione del Libano intero.

Numerose ed eloquenti, durante e dopo l’attacco, sono state le prese di posizione critiche sulle ragioni e sugli esiti del conflitto: dai pronunciamenti delle organizzazioni umanitarie, alle esplicite dichiarazioni di numerosi prelati cristiani dell’area mediorientale, alle esternazioni di uomini insospettabili come l’attore ebreo Moni Ovadia…

Non è forse inutile riassumere attraverso le parole di Monsignor Fuad Twal, vescovo di Gerusalemme, le difficoltà che si presentano a chi tenti una ricostruzione delle vicende mediorientali. Presente a fine agosto al famoso Meeting che C.L. organizza annualmente a Rimini, Mons.

Twal, denunciando la manifesta partigianeria dei mass media internazionali, oltre ad esprimere il proprio punto di vista sulla guerra di Israele in Libano, ha ricordato che: "L’informazione è pilotata e non obiettiva. Ci vorrebbe più senso critico, che invece manca. Israele è forte in tutti i sensi e i mass media sono influenzati e così nessuno osa parlare di occupazione israeliana. (…)

Io sono responsabile religioso in Israele, Palestina e Giordania e voglio bene agli abitanti di questi tre stati e posso solo dire che oggi esiste una occupazione militare che può solo raccogliere ulteriore resistenza. Che Dio ci aiuti a ritrovare la via del dialogo, della ragionevolezza, della carità e ridia speranza a questa terra la cui vocazione è di essere una terra di pace e non di sangue".

Per consentire una valutazione sintetica ma effettiva sul significato e sugli scopi di questo ultimo grande conflitto mediorientale, non è in ogni caso superfluo riportare le cifre aride, eppure pregnanti, del disastro libanese, tutte desunte dalle più qualificate fonti giornalistiche del Paese dei cedri:

* l’ingaggio pianificato e ripetuto di obiettivi non militari ha causato la morte ed il ferimento rispettivamente di 1283 e 4055 civili. Significativamente l’83% dei decessi riguarda donne e bambini; tra questi ultimi, un quarto sono al di sotto dei 12 anni. I profughi libanesi sono stati circa 1 milione. Circa 70.000 persone hanno lasciato definitivamente il Paese;

* in 33 giorni l’aviazione israeliana ha compiuto 40.000 ore di volo e 15.500 raid aerei, portando distruzione e morte sul territorio libanese con circa 150.000 bombe. Senza alcun rispetto per le convenzioni internazionali sono state sganciate in quantità bombe al fosforo, bombe a grappolo e persino ordigni contenenti sostanze chimiche il cui contenuto resta a tutt’oggi non identificato. Più volte si sono levati in volo sino a 200 bombardieri contemporaneamente a desolare il Libano. L’artiglieria campale e la marina israeliana hanno sparato circa 175.000 bombe contro il territorio libanese;

* le bombe ancora inesplose, appositamente impiegate dagli israeliani come strumenti di guerra a scoppio ritardato per causare il maggior numero di morti e feriti dopo il cessate il fuoco, sono circa 1 milione e 200 mila (calcolate tenendo conto degli ordigni derivanti dalla frammentazione delle bombe a grappolo), sparse in tutto il paese. In base a rapporti militari e di associazioni libanesi ed internazionali, si parla di un periodo lunghissimo, difficilmente quantificabile, per la bonifica del territorio libanese;

* le costruzioni adibite a civile abitazione parzialmente o completamente distrutte, e quelle più in generale danneggiate, sono in totale circa 60.000, di cui la metà sono state rase a suolo. Soltanto nella periferia meridionale di Beirut, zona a maggioranza sciita, sono stati rasi al suolo 106 palazzi, per un totale di circa 5.000 abitazioni; * novecento sono le industrie e gli esercizi commerciali distrutti;

* i ponti distrutti dall’aviazione israeliana in Libano sono 70;

* i danni alla rete idrica ammontano a 75 milioni di dollari;

* i danni al sistema di approvvigionamento elettrico del Paese sono stimati per 180 milioni di dollari. Il bombardamento dei serbatoi di carburante nelle centrali elettriche di Jiyeh – 23 chilometri circa a sud di Beirut – ha comportato il (necessariamente) previsto riversarsi in mare di 15.000 tonnellate di petrolio, fatto questo che oltre al danno in sé e per sé (svariati milioni di dollari di carburante “bruciati”), ha causato una catastrofe ambientale su tutta la costa libanese, così ponendo una pesante ipoteca sulle possibilità del Libano di risollevarsi grazie al turismo proveniente dall’estero, facendo leva sulle proprie attrattive naturalistiche.

Ripercussioni gravissime, ancora non quantificabili, sono quelle che vanno di conseguenza ad incidere sulla vitale economia di sfruttamento delle risorse ittiche del mare libanese, da sempre essenziali per il sostentamento delle popolazioni costiere, che costituiscono la stragrande maggioranza del popolo libanese.

Non è secondario, in definitiva, considerare quale sia stata la portata del volume di fuoco israeliano contro il cuore di un Paese che ha un’estensione territoriale di circa 10 mila km quadrati (poco meno della metà della Lombardia, per avere un’idea più concreta), la più gran parte dei quali sono rappresentati da una dorsale montuosa, poco ospitale e scarsamente popolata.

Lo scopo di mettere in ginocchio il Libano nell’ambito di una guerra che non ha mai inteso limitarsi a sconfiggere alcune migliaia di guerriglieri Hezbollah, è evidente a chi voglia riconoscere l’evidenza: da regione che poteva competere – unica nell’area di riferimento – con la stessa Israele, in ogni campo di rilevanza culturale ed economica – anche grazie ai propri esclusivi legami con l’Occidente, possibili in forza della massiccia presenza, anche nella vita pubblica, di esponenti della comunità cristiana libanese – attualmente il Paese dei cedri avrà davanti a sé lunghi anni di sforzi esclusivamente finalizzati alla sopravvivenza ed alla ricostruzione.

Israele stessa è stata infine costretta dalla medesima natura delle cose ad esplicitare almeno parzialmente i propri scopi. Ciò è avvenuto in specialissimo modo quando l’esercito ebraico si è disperatamente ma inutilmente accanito per penetrare nel territorio libanese del sud sino al fiume Litani – tutte le fonti giornalistiche sono state costrette a riportare questo dato, anche se per lo più mistificandone il valore – nel tentativo di occupare un’area strategica, accaparrandosi una bramata ed importantissima porzione delle risorse idriche libanesi.

Si tratta di mire ormai datate, che di certo Israele continuerà a perseguire. I media occidentali non hanno però riportato un altro – uno dei numerosi – sintomatico aspetto della guerra israeliana in Libano.

Come a Betlemme, dove l’esercito ebraico, approfittando dell’eterno conflitto israelo-palestinese, nel 2002, aveva mitragliato e danneggiato senza scopo apparente la Basilica della Natività, uno dei luoghi più cari della cristianità, così anche oggi, anche in Libano, dietro alla cortina pretestuosa della guerra contro l’Islam, Israele ha bombardato e distrutto almeno 15 fra chiese e monasteri nella sola regione di Tiro, coinvolgendo anche vari villaggi cristiani, come ha denunciato Mons Georges Bakouni, metropolita di Tiro dei greco-melkiti. “Israele – ha ricordato con estrema franchezza quel prelato – ha voluto bombardare le nostre chiese, i nostri villaggi perché vuole svuotare il Libano dei cristiani”.

Qualunque lettura peraltro si voglia dare del conflitto, sarebbe falsificante sostenere che la distruzione del Libano, di interi ed estesi quartieri residenziali, la pressoché totale tabula rasa fatta delle infrastrutture civili, dei ponti, delle arterie più importanti e vitali, delle fonti di approvvigionamento, delle reti di distribuzione idrica per l’irrigazione dei campi… sia servita al solo, propagandato scopo di estirpare gli Hezbollah.

Il dissanguamento delle risorse materiali di un Paese è un abusato sistema di deportazione (peraltro noto agli studiosi di dottrina militare) di desolazione, di condanna a morte: “pulito”, scientifico, estremamente efficace, che ovviamente colpisce tutti; i civili in primissimo luogo: i cristiani, gli sciiti, i sunniti… Chi non intende morire sotto i bombardamenti, chi comprende l’esigenza elementare di fuggire da un’area priva di fonti di sostentamento su cui ormai aleggiano lo spettro della morte, il terrore di un nuovo e più devastante conflitto, il timore della diffusione di contagi in condizioni igieniche e di approvvigionamenti idrici ed alimentari spaventose, se ne va con il proprio carico di stracci.

È meno inquietante il timore di perdere la vita per strada che non quello di restare. La dispersione della classe media, soprattutto dei cristiani, che da sempre rappresentano parte qualificante della dirigenza libanese, pone il Libano in una condizione angosciante.

Anche se la ricostruzione procede, il Libano è attualmente privo di numerosi servizi essenziali: la distruzione delle infrastrutture ostacola potentemente il recupero collettivo. Gli ospedali e più in generale tutti i servizi sanitari non riescono ad operare correttamente.

E ciò che vale per la sanità vale per ogni altra ipotesi di azione sociale ed individuale. In molte zone scarseggiano cibo, acqua, servizi, medicinali e in buona parte la possibilità stessa di avere quei rapporti che sono indispensabili per recuperare il necessario.

La distruzione del tessuto connettivo del Libano ha effetti che difficilmente in Occidente si possono rappresentare: le ridotte dimensioni del Paese dei cedri hanno determinato una situazione per cui senza aiuti dall’esterno è difficilissimo recuperare facendo affidamento sulle proprie forze, ormai disperse, dissanguate e slegate.

Ad oggi, nell’ottobre del 2006, la possibilità di coordinare dall’interno il sistema sono in effetti misere. Nel tentativo di fornire il mio modesto apporto a favore del Libano, mi rivolgo a chi vorrà sostenere concretamente le attività intraprese a favore del mio Paese d’origine, effettuando un versamento sul conto corrente postale di seguito indicato.

Dall’Italia, che è ormai da molti anni divenuto il mio Paese di adozione, aiutato da alcuni amici, tengo contatti diretti con alcune realtà ecclesiali libanesi, in particolare con la Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo (Kafarchima – Beirut), attivissima nella propria opera di sostegno spirituale e materiale a favore di chi crede che il Libano possa ancora una volta risollevarsi dalla polvere.

Confidando nella Provvidenza, di cui ognuno di voi potrà essere benefico messo, mi affido alla vostra generosità, una generosità che – ne ho la certezza – verrà ricompensata da Chi scruta le reni ed i cuori.

Don Elie Wehbe (Padre Ildebrando) – Padre Benedettino Abbazia San Miniato Via del Monte alle Croci, 34 50125 Firenze C.C. Poste italiane n. 000075343129, causale: SOS LIBANO www.soslibano.it e-mail: soslibano@gmail.com

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Carron a Trento sul rischio educativo: sfida per tutti e per ciascuno

Mercoledì 8 novembre alle ore 20.30 l’Auditorium Santa Chiara ospiterà un incontro che, per la personalità del relatore e l’argomento trattato, è – fra i tanti quotidianamente in calendario – davvero da non perdere. Quest’incontro avrà infatti un requisito piuttosto raro: quello di interessare contemporaneamente tutti e ciascuno.

Per la prima volta parlerà a Trento, invitato dall’Università e introdotto dal rettore Davide Bassi, Juliàn Carron, presidente della fraternità di Comunione e liberazione. Tema del suo intervento: la presentazione del libro "Il rischio educativo", uno degli scritti più significativi ed emblematici dell’opera di Luigi Giussani, il sacerdote brianzolo che, poco tempo prima di morire (nel febbraio di due anni fa), aveva scelto proprio Carron, teologo spagnolo, come suo successore alla guida del movimento ecclesiale da lui fondato e oggi diffuso in molti paesi del mondo.

Perché quest’uomo e la questione educativa di cui si occuperà meritano l’attenzione di tutti e di ciascuno?

Perché diversamente da quel che si potrebbe pensare, chi parteciperà alla serata non sentirà discorsi sulla chiesa, ma la testimonianza di un’avventura umana colta nella concretezza dei problemi e delle scelte, e specialmente il racconto di come sia possibile a ciascuno di noi vivere il rapporto con gli altri e la realtà rimanendo liberi.

Qualche tempo fa era stata promossa nel nostro Paese una raccolta di firme a sostegno di quello che era stato chiamato “Appello per l’educazione”. In quel manifesto si diceva che “l’emergenza” in cui siamo immersi non è innanzitutto politica o economica, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. La prima vera emergenza oggi si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce la persona, e quindi la società. Non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro.

Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli.

Per anni dai nuovi pulpiti – scuole e università, giornali e televisioni – si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere.

È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta.

È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere. Ma la loro noia è figlia della nostra, la loro incertezza è figlia di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa.

Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti. Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino loro a stimare ed amare se stessi e le cose.

Perché l’educazione comporta un rischio ed è sempre un rapporto tra due libertà. Questa è la strada sintetizzata nel libro ”Il rischio educativo” che Carron presenterà a Trento. In un momento nel quale tutti, anche in Trentino, parlano di risorse umane, di capitale umano, di formazione e di educazione, Carron descriverà il tentativo di rendere concreta, praticata, possibile, viva questa risposta.

Non è, appunto, solo una questione di scuola o di addetti ai lavori, ma di una sfida che coinvolge chiunque abbia a cuore il bene del nostro popolo e il futuro di tutti.

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Ecco ciò che servirebbe alla scuola (il contrario di quel che vuole il ministro)

Riporto di seguito l’articolo di Giovanni Cominelli pubblicato sull’ultimi numero del settimanale "Tempi", perché è la migliore risposta che io abbia trovato alle sconfortanti e per certi aspetti inquietanti dichiarazioni rilasciate anche a Trento, il mese scorso, dal ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni. Leggetelo. Ne vale la pena.

«Secondo il ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni l’asse del male è costituito da coloro che sostengono la liberalizzazione del sistema educativo nazionale, perché mettono al centro delle politiche educative il mercato e il profitto. Qui serve una elementare terapia del linguaggio.

Che cosa è la liberalizzazione di un servizio? è il passaggio dall’offerta del servizio da parte di un solo soggetto monopolistico, statale o privato, all’offerta concorrenziale e competitiva da parte di più soggetti, statali e/o privati.

L’offerta plurale consente il dispiegarsi della libertà effettuale, da parte degli utenti, di scegliere sulla base di giudizi fattuali circa la qualità e la convenienza del servizio offerto. Al centro della liberalizzazione stanno la persona, l’utente, il consumatore, la famiglia, cioè la domanda. Al centro del monopolio, a proprietà statale o a proprietà privata, stanno gli interessi del gestore, alle condizioni incontrollabili con cui egli offre il servizio.

Passare da un monopolio statale a un monopolio privato non è liberalizzazione, è solo privatizzazione. Nel sistema educativo italiano, caratterizzato dal 96 per cento di offerta pubblica statale e dal 4 per cento di offerta pubblica paritaria, la liberalizzazione consiste, in primissimo luogo, nel realizzare l’autonomia delle scuole sancita nella Costituzione. Lo Stato definisce il curriculum essenziale della cittadinanza attiva, le scuole lo offrono a ciascun utente nella forma di piano di studio personalizzato, costruito tra scuola, studente, famiglia.

Si tratta di passare dal centralismo burocratico, statale e ministeriale, alle circa 12 mila autonomie scolastiche in competizione virtuosa tra loro, senza con ciò affidarsi al mercato e al profitto. A queste autonomie appartiene anche il 4 per cento pubblico e paritario, la cui espansione ulteriore, fino a raggiungere almeno le percentuali europee del 20/30 per cento del sistema, non può che giovare alla concorrenza e alla qualità.

Perché il ministro identifica statalismo centralistico con qualità ed equità dell’offerta educativa?

Il cattolicesimo politico ha sempre difeso il primato della persona, della famiglia e della società civile contro lo statalismo liberale e fascista, vedasi alla voce Sturzo! Una volta conquistato il governo dello Stato, la cultura statalista ha conquistato il cattolicesimo politico. E lì stanno: discepoli immaginari di Sturzo, nipotini effettivi di Giovanni Gentile».

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Se anche a Trento sorgerà una moschea, si eviti almeno di affidarne la gestione all’Ucoii

Molto probabilmente fra due o tre anni, se non prima, anche Trento avrà la sua moschea. Il nulla osta “politico” al progetto è arrivato dal sindaco Pacher, che ha preannnunciato l’impegno della commissione urbanistica comunale in questa direzione non appena conclusa la partita della variante al Prg.

E’ noto infatti che i cittadini di Trento e provincia non vedono l’ora di poter dotare questo territorio di una moschea. E’ risaputo che questa è la loro maggiore aspirazione. E si sa che il sindaco del capoluogo è sempre pronto a rendersi interprete delle principali attese della popolazione.

Il buon Alberto Pacher ha infatti commentato positivamente anche l’autotassazione lanciata dai musulmani interessati all’edificio. Come dire: impossibile negare un aiuto pubblico a chi per avere quel che chiede attinge alle proprie tasche. Ha poi aggiunto che “la comunità islamica non ha mai creato problemi”, lasciando intendere che a suo avviso neppure ne provocherà.

Ma il primo cittadino si dimostrerebbe un tantino più saggio e previdente se non si fermasse a considerare solo come sono andate le cose finora, e si chiedesse quali effetti potrà avere in futuro la realizzazione di una moschea nel capoluogo provinciale. Specialmente se la gestione verrà affidata all’Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia), com’è già accaduto in molte altre città italiane.

Forse il sindaco ricorderà che l’Ucoii, guidata dal sedicente Imam “trentino” Breigheche e che si arroga il diritto di rappresentare la maggior parte dei musulmani, aveva acquistato intere pagine dei maggiori quotidiani nazionali per identificare lo Stato di Israele con la Germania nazista, respingendo poi la richiesta di scusarsi per questo, e non voleva sottoscrivere la carta dei valori comuni a tutti gli immigrati proposta dal ministro Amato alla consulta nazionale islamica.

Forse il sindaco ricorderà che Magdi Allam, autorevole giornalista musulmano del Corriere della Sera, intervenuto il mese scorso a Trento in un affollatissimo incontro pubblico, è costantemente protetto da una scorta perché su di lui pende da tempo una Fatwa (la condanna a morte islamica) dovuta al suo instancabile tentativo di rendere consapevoli le autorità nazionali, locali e l’opinione pubblica del nostro Paese, della minacciosa campagna di odio e violenza contro gli “infedeli” sistematicamente alimentata nelle moschee locali gestite dall’Ucoii. Ucoii che non a caso è affiliata, in campo internazionale, ai Fratelli Musulmani, una delle più potenti e aggressive organizzazioni islamiche da cui, in particolare dall’11 settembre in poi, sono stati sempre giustificati tutti gli attentati terroristici compiuti dai kamikaze di Al Qaeda.

E infine, forse il sindaco di Trento ricorderà che una moschea non è identificabile con una chiesa o con un luogo di culto qualsiasi così come noi lo intendiamo. Per la minoranza islamica che frequenta le moschee (perché anche in Trentino solo di esigua minoranza si tratta), il Corano non riguarda solo la sfera religiosa e spirituale dei fedeli, ma anche quella politica e detta quindi le leggi alle quali come cittadini si devono sottomettere. Leggi non solo diverse dalle nostre ma, se interpretate alla lettera, anche incompatibili con la Costituzione italiana e con il rispetto dei diritti della persona e in particolare della donna.

Per evitare che una moschea a Trento (perché è inutile illudersi: piaccia o no la moschea finirà per essere sicuramente costruita) possa significare tutto questo, cioè rappresentare una sorta di scuola di odio e di violenza nei confronti dei non islamici o degli islamici non praticanti, il sindaco Pacher dovrebbe innanzitutto evitare di affidarne la gestione all’Ucoii , e poi porre delle precise condizioni circa il rispetto delle leggi e i contenuti della predicazione.

Diversamente, fra non molto dovrà confrontarsi (insieme a tutti i trentini non allineati all’Ucoii) con una crescente “tensione sociale” (per usare un eufemismo) anche in quella che fu la città del Concilio.

Gian Burrasca

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La laicità del papa e il laicismo di Rusconi

una riflessione in margine all’intervento che Benedetto XVI ha proposto giovedì a Verona, credo contribuisca a spiegare perché il pensiero del papa sia politicamente “laico” e quanto sia invece “laicista” l’approccio offerto su l’Adige alla questione del rapporto fra Stato e Chiesa dal professor Gian Enrico Rusconi, ordinario di scienze politiche all’Università di Torino.

 

 

In sostanza il papa ha detto che alla Chiesa e ai cattolici in Italia, diversamente da quanto sostiene Rusconi, non interessa difendere o affermare non solo culturalmente ma anche politicamente e attraverso le leggi dello Stato “verità” legate alla fede inadatte da imporre con delle norme perché difficilmente condivisibili da non credenti o da diversamente credenti. 

Alla Chiesa e ai cattolici preme piuttosto che le scelte politiche e legislative non contraddicano, come ha sottolineato il papa a Verona, «fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano». Valori e principi come la ragione, la scienza, l’educazione, la carità (o se si preferisce la solidarietà), la vita in tutte le sue fasi (dal concepimento alla morte naturale), la famiglia fondata sul matrimonio, che appartengono non alla comunità dei fedeli o ai credenti, ma agli uomini in quanto tali, e sono quindi patrimonio di tutti.

Senza di essi, cioè, la società non rispetterebbe le esigenze strutturali di bene, di giustizia, di compimento della persona – di ogni persona – e non potrebbe conseguentemente essere veramente “umana”. Mettere in discussione o negare questo patrimonio di “beni comuni”, ha ricordato in sostanza il papa a Verona, equivale a destabilizzare la società a partire da quella condizione primaria della convivenza che è la famiglia, e prima ancora la tutela della vita.

 

La Chiesa che difende e ribadisce pubblicamente questi valori in larga misura coincidenti con quelli racchiusi nella Costituzione italiana, evidenzia dunque una posizione profondamente “laica”, cioè rispettosa del bene comune e desiderosa di contribuire ad esso, e non confessionale o clericale.

Tant’è vero che è proprio su questo terreno che il pensiero del papa, della Chiesa e di una parte importante del mondo cattolico in Italia si ritrova oggi in sintonia con le preoccupazioni di alcuni intellettuali laici non credenti o non praticanti come Ferrara, Pera, Oriana Fallaci e altri. Il professor Rusconi, invece, pretendendo che i cattolici non si pronuncino a questo livello, non considerino cioè politicamente irrinunciabili (“non negoziabili”) questi valori, esprime un approccio non laico ma “laicista” alla questione dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato.

Laicista – ecco il punto – nel senso che nega la possibilità di quell’amicizia tra la fede cristiana e la ragione, tra la fede e l’intelligenza umana, e quindi anche tra la fede e la giustizia e la comunità politica, affermata da Benedetto XVI.

 

Antonio Girardi

 

 

 

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Anziani, ex Ospedalino e….angeli custodi

Torno sul tema dell’avviato trasferimento degli anziani ospiti dalla civica casa di riposo di via S. Giovanni Bosco all’ex Ospedalino di Trento (ora ribattezzato “Angeli Custodi”), in seguito alla campagna stampa lanciata in questi giorni a favore della nuova Rsa di via della Collina.

La struttura viene descritta come una sorta di “albergo a cinque stelle”, dotato di tutti i comfort e paragonabile a quelle svizzere e scandinave (i cui Paesi chissà perché sono sempre considerati il modello di riferimento), insomma una soluzione ideale per i fortunati anziani che ne saranno ospiti: alla fine, si dice, una novantina, ma secondo alcuni non arriveranno a 70.

Certo, è vero, per i familiari e i volontari che andranno a trovarli c’è il “disturbo” di dover salire ogni volta da piazza Venezia lungo una strada stretta ed impervia. Ma cos’è mai questo piccolo fastidio rispetto a ciò che gli anziani trovano lassù: reception, zona ludico-riflessiva, palestra, ristorante, fisioterapia, sala conferenze, cappella, stanze a due e 4 letti ciascuna con propri servizi, per non parlare della splendida vista sulla città e il Monte Bondone, e molto altro ancora.

E poi per i trasporti c’è il bus navetta che già percorre via della Collina ogni 20 minuti (domeniche escluse), mentre chi sale in automobile non ha problemi grazie ai 90 parcheggi offerti dalla nuova struttura.

Conclusione: le critiche mosse al trasloco definitivo di gran parte della casa di riposto di via S. Giovanni Bosco a quella di via della Collina dal Comitato Al Centro gli Anziani, che per chiedere al Comune di rivedere questa soluzione aveva raccolto le firme di 11mila cittadini e inscenato anche qualche manifestazione di protesta, sarebbero non solo ingenerose e ingiustificate, ma anche sintomo di un atteggiamento “capriccioso”, tipico dei bambini viziati avvezzi a ingigantire i dettagli sgraditi (la strada) quando bisognerebbe invece rallegrarsi ed essere orgogliosi di “gioielli” architettonici come questo, meritevoli di ricevere l’applauso dei destinatari e dei cittadini tutti (perché, come nota Concetto Vecchio sul Trentino, “in quanti altri posti d’Italia dispongono di tanta abbondanza?”).

Bene, questo è l’idilliaco quadretto dipinto dai giornalisti dopo la loro visita all’ex Ospedalino. Ciò che lascia allibiti e amareggiati è la superficialità delle loro osservazioni e dei loro giudizi. Il fatto di restare abbagliati dalla nuova struttura limitandosi a tesserne le lodi, se da un lato significa sicuramente compiacere i pubblici poteri (ma è questo il compito di un giornalista?), e in particolare l’amministrazione comunale, che hanno voluto la nuova casa di riposo, dall’altro equivale ad ignorare l’unico, vero problema da sempre evidenziato dal Comitato.

E il problema sta in questa semplice domanda: anziani così, già fisicamente staccati e talvolta sradicati per vari motivi dal loro ambiente, quello naturale, domestico e rassicurante della famiglia, della relazione e della condivisione dell’esistenza con i loro cari, sui quali sapevano di poter contare; anziani così, come si suol dire (con una gelida espressione) “istituzionalizzati”, vale a dire inseriti in quello che resta pur sempre un “ricovero” per quanto sfavillante, moderno e attrezzato possa essere; ecco: persone così, di cosa, primariamente ed essenzialmente, hanno bisogno?

Di una sola cosa: di non essere e di non sentirsi sole.

In due modi.

Primo. Percependo che qualcuno, “fuori” da quelle mura, pensa a loro ed è vicino anche fisicamente e lo dimostra andandoli a trovare, facendo loro compagnia. Il più possibile. Anche tutti i giorni. Anche più volte al giorno come da sempre avviene. Questo “qualcuno” sono i figli, i nipoti, le sorelle, i fratelli, gli amici, oppure i volontari che gratuitamente cercano di rispondere alle loro piccole e grandi esigenze di ogni giorno.

Secondo. Mettendo gli anziani ospiti nelle condizioni di muoversi da soli, accompagnati o in carrozzella, per andare loro stessi ad incontrare gli altri, di immergersi nella realtà esterna, uscendo il più spesso possibile dalla struttura protetta per sentirsi vivi, concedersi un giro in città per puro piacere o seguire magari uno dei tanti eventi proposti nelle vie e piazze del centro, stare fra la gente, distrarsi e, perché no?, divertirsi un po’ in mezzo agli altri.

Quel che in ogni caso è irrinunciabile è assicurare questo contatto, questo rapporto con gli altri, dentro e fuori la casa di riposo. Rapporto con gli "altri" e la città che il personale, per quanto competente, specializzato, sensibile, numeroso, non può sostituire.

Contatti e rapporti che sono il filo sottile, delicato, informale, eppure vitale, grazie al quale questi anziani si sentono ancora partecipi del mondo esterno, coinvolti e “presenti” in una realtà umana e sociale diversa dal microcosmo, pur completo di tutto, rappresentato dall’istituto.

Se questa è l’esigenza fondamentale degli ospiti, è chiaro che la struttura dovrebbe essere funzionale ad essa. Anche e soprattutto con la sua collocazione. Ed è altrettanto evidente che l’ex Ospedalino ha forse, anzi, sicuramente tanti pregi, ma non questo. Non quello irrinunciabile di favorire e agevolare il più possibile sia l’uscita degli anziani in città sia le visite dei loro familiari e conoscenti, molti dei quali li vanno abitualmente a trovare anche 3-4 volte al giorno.

E’ oggettivamente innegabile che tutto ciò, con la casa di riposo in via della Collina, avverrà con più difficoltà e minor frequenza di prima.

Questo è il punto.

Non a caso uno dei principali requisiti richiesti oggi alle case di riposo, specie se di nuova realizzazione, è che siano vicine se non interne ai centri urbani, per favorire l’accessibilità alle strutture e dare al tempo stesso agli ospiti l’opportunità di frequentare il tessuto urbano esterno. Ed è appunto questo requisito non secondario, anzi, irrinunciabile per la qualità della vita degli ospiti, che l’ex Ospedalino non offre rispetto alla vecchia “civica” casa di riposo di via S. Giovanni Bosco, dove per quanto manchi la vista panoramica e vi sia la necessità di una ristrutturazione, il contatto diretto, immediato con i parenti, i volontari e la città era pienamente garantito.

Assistiamo così al paradosso di una Trento impegnata, da un lato, ad abbattere ogni possibile barriera architettonica che lungo le strade come negli edifici pubblici e privati discrimina chi ha particolari esigenze di movimento, e pronta dall’altro ad incrementare le distanze e a rendere più difficili i rapporti tra sé e i propri anziani.

Che finiranno magari nel piccolo paradiso a 5 stelle della casa di riposo “Angeli Custodi”, ma ai quali forse mancheranno gli “angeli custodi” in carne ed ossa, quelli veri ed umani di cui più di ogni altra cosa hanno bisogno.

Gian Burrasca

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Perché oggi la democrazia è malata di autoritarismo

E’ interessante, perché induce a riflettere anche sulla situazione dell’Italia e delle stesse istituzioni del Trentino, l’allarme per l’indebolimento della democrazia lanciato dal politologo Ralph Dahrendorf (nella foto), fra i massimi studiosi della materia. A suo avviso i cittadini contano sempre meno nelle decisioni più importanti, prese da centri di potere prevalentemente esterni ed estranei ai parlamenti eletti dal popolo. Quella in cui viviamo è insomma una democrazia malata.

«Benché l’affluenza alle urne sia ancora alta in Europa rispetto agli Stati Uniti, nondimeno gli osservatori riscontrano una diffusa apatia, se non un vero e proprio cinismo, nei riguardi della politica.

La gente – scrive Dahrendorf – non è interessata e, pur non avendo alcuna fiducia in chi è al potere, non si preoccupa di reagire.

E’ così che emerge la sindrome autoritaria. Diversamente dal totalitarismo, l’autoritarismo non è fondato sulla mobilitazione permanente di tutti i soggetti, ma sul loro disinteresse.…..

Rafforzare il parlamento è diventato un compito arduo. Democrazia vuol dire tre cose: realizzare i cambiamenti senza l’uso della violenza; rispettare equilibri e controlli nell’esercizio del potere; dare peso all’opinione pubblica.

La democrazia parlamentare o rappresentativa coniuga questi elementi mediante l’elezione di rappresentanti che nel parlamento, e grazie a esso, possono cambiare gli indirizzi politici e, se necessario, i governi, come pure monitorare e controllare l’esercizio del potere. Tali istituzioni si sono sviluppate storicamente durante la formazione degli stati nazionali”.

Senonché, per il politologo, oggi “lo spazio tradizionale delle istituzioni democratiche, almeno dal un punto di vista europeo, sta perdendo rapidamente terreno rispetto alle decisioni importanti: è la Banca Centrale Europea a decidere i tassi di interesse; è la Nato a pianificare gli attacchi aerei; è il Fondo monetario internazionale a decidere chi debba o meno ricevere ulteriore aiuto da parte della comunità internazionale. In questi casi, almeno, ci si confronta con delle istituzioni.

Ma ci sono decisioni altrettanto importanti che vengono prese da organismi meno definiti. Come quando, ad esempio, una società giapponese decide di investire in Gallese piuttosto che in Normandia, o quando uno speculatore americano coglie l’occasione più propizia per mandare in tilt il Sistema Monetario Europeo e, così facendo, incassa miliardi di dollari. A volte sembra che a dettare legge siano “mercati” interamente anonimi.

E’ importante ricordare, all’inizio del XXI secolo, che lo Stato nazionale è ancora lo spazio politico più importante. Può aver perduto parte della sua forza, ma resta comunque la comunità inclusiva più importante per la maggior parte della gente. Per chi è da poco sfuggito alla dominazione imperialistica, come gli stati ex comunisti dell’Europa centrale e orientale, lo Stato nazionale non incarna solo la sovranità, ma anche la libertà.

Bisogna poi stare attenti alla falsa democrazia – conclude il politologo – i cui rappresentati non danno ascolto alla voce della gente». Perché vi sia vera democrazia, insomma, non bastano le regole della democrazia. Occorrono anche e soprattutto uomini «democratici: persone coscienti dei propri diritti, che prendono sul serio la responsabilità di difenderli attivamente”.

Gian Burrasca

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La Corea del Nord in guerra contro il suo stesso popolo. Ma i pacifisti (anche trentini) tacciono

                                                                                          (Nella foto, il dittatore nordcoreano Kim Jong Il)

Perché il Forum Trentino per la pace e la galassia delle organizzazioni raccolte sotto la bandiera arcobaleno, non condannano l’esperimento atomico annunciato dalla Corea del nord?

Qualcuno forse ricorderà la grande mobilitazione preventivamente promossa da questi soggetti contro la possibile guerra in Iraq.

Non sarebbe forse giustificata oggi un’analoga protesta nei confronti di Pyongyang il cui regime totalitario, fra i peggiori sulla faccia della terra, minaccia apertamente la pace nel mondo e si esalta per il possesso dell’arma nucleare?

L’interrogativo è lecito anche nel caso in cui l’esplosione non fosse in realtà mai avvenuta e configurasse quindi solo un bluff messo in atto dal regime di Kim Jong per “mostrare i muscoli” alla comunità internazionale.

Scendere in piazza avrebbe infatti un duplice significato.

Oltre a mostrarsi pubblicamente preoccupati per l’inquietante prospettiva di un conflitto mondiale dalle conseguenze devastanti, si tratterebbe anche e soprattutto di sollecitare ed esprimere l’indignazione dell’opinione pubblica di fronte alle spaventose condizioni di schiavitù e di sottosviluppo in cui la dittatura comunista costringe il Paese.

Si può dire a ragion venduta che da anni il governo della Corea del Nord è in guerra contro il suo stesso popolo.

Per mantenere il proprio apparato bellico e arrivare a produrre l’atomica, esso non esita infatti a lasciare che la maggior parte della gente muoia letteralmente di fame. La Corea del nord è un gigantesco lager dove solo l’esercito e la polizia hanno la certezza di sopravvivere. Il regime spreme 23 milioni di abitanti per mantenere 1,2 milioni di soldati professionisti e 6 milioni di riservisti.

Recentemente la United Nation Food Agency (l’ente dell’Onu che si occupa dell’alimentazione nel mondo) ha rilevato nei bambini sintomi gravi di denutrizione e rachitismo. L’ultima grande carestia, che risale a un decennio fa, ha sterminato due milioni di persone, un decimo della popolazione. Frequenti sono gli assassini a scopo alimentare. Alle 22.00 la corrente elettrica viene tolta, mentre l’acqua calda è in funzione solo 4 ore al giorno. E tutto questo vale anche per il più grande Hotel della capitale.

A queste disastrose condizioni economiche si accompagna la più completa negazione di ogni libertà. I turisti complessivamente accettati nel Paese sono meno di 50 all’anno. Agli abitanti è proibito sia guardare gli stranieri che rivolgere loro la parola.

Non esistono né la tv né la radio. Le persone non sanno nulla di quel che accade nel resto del mondo. Fotografare è vietato. Finiscono in carcere – e poi di costoro non si sa più nulla – quanti sono anche solo sospettati di avere idee diverse da quelle imposte dal regime.

Queste e altre informazioni sono state pubblicate nei giorni scorsi sulla stampa italiana, ma l’unica notizia che ha avuto risonanza è stata quella dell’esplosione atomica.

Chi però, come il Forum Trentino della pace, è per propria scelta sistematicamente impegnato a denunciare queste situazioni e questi soprusi, anche perché l’ente pubblico (nel nostro territorio la Provincia) ne finanzia l’esistenza e l’attività con i soldi di tutti noi, non può esimersi dall’alzare la voce per evidenziare la cultura disumana e di morte di cui le minacce di guerra e l’atomica sono solo l’effetto più appariscente.

Gian Burrasca

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E’ tempo di dire cosa ne sarà dell’ospedale Santa Chiara

Gli assessori provinciali Grisenti (opere pubbliche) e Andreolli (sanità) hanno presentato lo studio preliminare che spiega perché a Trento c’è bisogno del nuovo, grande ospedale che – la decisione è già stata presa – sorgerà nei prossimi anni in via al Desert, al posto delle attuali Caserme Chiesa, Pezzoli e Bresciani.

Si tratterà – hanno assicurato – di una struttura ad altissimo contenuto tecnologico, di un edificio “intelligente”, altamente qualificato e dotato di tutti i servizi di cui oggi c’è bisogno vista l’evoluzione degli interventi in questo settore.

Benissimo. Gli assessori non hanno però spiegato cosa ne sarà dell’ospedale Santa Chiara, per il cui ampliamento e ammodernamento sono stati spesi più di 300 milioni di euro, dal momento che il nuovo nosocomio soddisferà ogni necessità e quindi non si prevedono residue esigenze sanitarie alle quali rispondere.

E’ certamente vero che in attesa dell’ospedale di via al Desert era comunque indispensabile dotare il Santa Chiara di altri posti macchina per ridurre la carenza di parcheggi e la pressione di un traffico ormai insostenibile sia per la struttura sanitaria sia per i circostanti e popolosi quartieri della Bolghera e di Gocciadoro.

Più difficile da comprendere è l’enorme investimento attuato per l’ampliamento e l’ammodernamento dei volumi e dei reparti dell’ospedale, se già si sapeva che sarebbe stato sostituito.

Credo che, considerate le spese sostenute per il vecchio e le dimensioni del nuovo progetto, non solo i cittadini di Trento ma quelli di tutta la provincia abbiano quindi il diritto di conoscere il destino riservato all’ospedale Santa Chiara una volta sorta la nuova struttura di via al Desert.

Anche perché è noto che difficilmente l’ospedale attuale potrà essere adibito ad altri usi.

Non resterebbe quindi che optare per l’abbattimento, e paradossalmente questo avverrà proprio quando le opere di innovazione oggi in corso saranno terminate e avranno reso la struttura più funzionale.

Meglio quindi ipotizzarne ancora un utilizzo di tipo sanitario, magari di tipo diverso, specialistico o altro. Ma allora il nuovo ospedale di via al Desert non potrà occuparsi di tutto.

Da parte del governo provinciale un chiarimento, quindi, sarebbe doveroso per due motivi: perché la questione non è di poco conto e per il necessario rispetto verso i cittadini.

Gian Burrasca

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