“La religione non è nata dall’esigenza di
assicurare solidarietà sociale, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo” – Nicolas Gomez Davila, “In margine a un testo implicito”
La Tradizione cattolica e la tradizione di Renè Guénon sono incompatibili. Un contributo ai nostri amici di Itinerari Interiori
(di Paolo Taufer) Esiste una profonda differenza tra il concetto guénoniano di Tradizione, intesa come Tradizione Primordiale, e la Tradizione Cattolica.
La Tradizione difesa da Guénon è aprioristica, con pretese di universalità, eterna e immutabile: at-tinge alle antiche visioni indiane dell’esistenza di un Centro primordiale, di un’Identità Suprema, collocata al di fuori di ogni spazio-tempo, con caratteri di totalità, infinitudine, assolutezza. Di essa nulla si potrebbe dire, essendo, di fatto, preclusa qualsiasi forma di conoscenza, anche indiretta, e quindi, in ultima analisi, di esistenza illusoria.
Gli uomini che s’ispiravano a tale Tradizione, sosteneva Guénon, sarebbero andati incontro ad una sorta di degenerazione a causa di una forma di caduta originaria, che li avrebbe progressivamente allontanati dal Centro primordiale al quale, fino a quel momento, sarebbero stati connessi in subli-me unione.
Detto centro Guénon lo identificava con la dimora della cosiddetta Tradizione Primordiale, deposito della sapienza metafisica eterna e incontaminata. Un ulteriore allontanamento e diversificazione a-vrebbe fatto seguito alle vicende della creazione (che egli preferiva chiamare “manifestazione”), generando la forma multipla delle varie religioni, connaturate alle particolari sensibilità dei diversi popoli, civiltà ed epoche, e delle relative rivelazioni connesse.
L’allontanamento dell’uomo dal suo Centro, fin quasi a perderne il contatto, sarebbe culminato nell’avvento dell’Umanesimo e della Riforma, per giungere ai nostri giorni, quando la distanza tra messaggio primordiale e chi lo avrebbe dovuto ricevere, si sarebbe fatta incolmabile, suscitando un “regno della quantità”, della materia, in netta e inconciliabile contrapposizione con quello della “qualità” dello spirito.
Nel mondo moderno Guénon individua l’autentica degenerazione tipica dell’età nera (Kali-Yuga), caratterizzata dall’inevitabile precipitare verso quel collasso finale che – nell’ottica o-rientale della storia concepita non come flusso lineare di avvenimenti retti da una mano provviden-ziale, bensì come un eterno ritorno lungo un percorso circolare che indefinitamente si ripeterebbe, sia pure in forme diverse – costituirebbe la fine stessa del ciclo, con l’ultimo atto della catarsi, ne-cessaria ad introdurre, secondo il dogma iniziatico, l’umanità nella novella età dell’oro.
In tale prospettiva Guénon, dalle vette esoteriche che ha raggiunto, indica come unica via di salvez-za un cammino a ritroso fino al perduto Centro primordiale, al quale l’alto iniziato può riconnettersi grazie ad opportune tecniche esoteriche. All’uopo egli promuove l’intuizione puramente intellettua-le a mezzo elettivo di conoscenza e di ascesi lungo un percorso di contemplazione in grado di tra-sformare la persona, rendendole accessibili nuove evidenze. Evidenze sostanziate dalla sparizione progressiva di ogni distinzione tra soggetto e oggetto, tra conoscere ed essere, fino all’incedere dell’unica realtà che tutto lumeggia e comprende. Ivi tutto si farebbe unità, ogni dualismo, ogni con-trapposizione verrebbero appianati, dissolti: in una parola l’iniziato, giunto al termine del suo pelle-grinaggio, si confonderebbe con la divinità stessa, sarebbe la divinità stessa [1].
La Tradizione Primordiale, col suo carattere metastorico e la sua opposizione al mondo moderno, sarebbe in tal modo fomite di una civiltà rigorosamente gerarchica retta dagli iniziati, nella quale ogni attività sarebbe volta al trascendente. Un felice connubio, potremmo dire, tra principi sacrali e un’élite che li applica, al fine di combattere il male, identificato tout-court con tutto quanto contri-buisce a pervertire detta Tradizione.
Ben altra è invece la Tradizione Cattolica, che narra come Iddio ha voluto manifestarsi agli uomini attraverso una serie di Rivelazioni dirette, a partire dalla Rivelazione primitiva, dalla conoscenza di Dio che ne ebbero i progenitori e i santi Patriarchi, Rivelazione ereditata e per millenni trasmessa oralmente, fino a pervenire allo scrittore sacro, che fedelmente la fissa nella Scrittura.
A questa prima Rivelazione segue una seconda, all’indirizzo soprattutto di Mosè, dei santi profeti e di Davide, Rivelazione che la Sinagoga raccoglierà nell’Antico Testamento. L’ultima Rivelazione, a coronamento delle precedenti, è quella del Signore Gesù Cristo, che pone il sigillo definitivo alla serie delle Rivelazioni di Dio all’umanità, con la morte dell’ultimo Apostolo e il Nuovo Testamen-to, ormai completo.
La Tradizione Apostolica sarà la garante dell’autenticità delle tre Rivelazioni, spiegandone il senso e trasmettendole in modo esatto e veritiero lungo i secoli. Speculazioni teologiche secolari indagan-do la Scrittura e la tradizione orale, vi hanno tratto nuovi elementi, che il Magistero della Chiesa si è incaricato di aggiungere al tesoro del depositum fidei.
Quale delle due tradizioni è quella vera?
La risposta è semplice: se la Tradizione Primordiale di Guénon fosse quella vera, essendo in contra-sto con le Scritture, dovremmo concludere che Iddio avrebbe mentito, e che, per ciò, non sarebbe Egli quell’Essere perfetto al quale, per definizione, solo compete l’assoluta Verità. Verrebbe di con-seguenza meno, secondo la famosa prova ontologica di sant’Anselmo d’Aosta, la sua stessa esisten-za.
Ricordiamo infine che, mentre per il cattolico la lettura e i precetti della Scrittura sono reali, come reale fu la presenza di Dio quando li ispirò all’autore sacro, per l’uomo della Tradizione Primordiale la realtà per eccellenza è la mitologia, presente presso tutte le civiltà e tutti i popoli e lo stesso con-tenuto del Genesi vi soggiacerebbe come racconto favoloso e leggendario delle origini.
[1] Cfr. René Guénon Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Adelphi, Milano 1989, p. 119.
Don Cristelli e i preti del dissenso, a Trento.
A Trento ci siamo abituati…da anni ormai una pattuglia di preti e di frati progressisti, vive contestando la Chiesa, cui dice di appartenere, per sposare le comode posizioni del mondo. Li abbiamo visti, questi preti disobbedienti, osteggiare in ogni modo il buon vecchio vescovo Sartori; li vediamo, ora, smarcarsi ogni volta, con una forte dose di superbia, dalla linea di Ruini e di Benedetto XVI.
Per carità, una certa libertà di giudizio, è propria del cristiano: ma l’opposizione dura, insistente, continua, a verità fondamentali della nostra fede, stupisce, scandalizza, disorienta. Un semplice richiamo del vescovo Bressan ha recentemente visto la reazione spropositata di padre Butterini, non col suo vescovo, in privato, ma sui giornali, contro il suo vescovo. Un modo di fare che farebbe inorridire il più normale degli impiegati, in lite col suo datore di lavoro. E’ sempre dai giornali che i Butterini, i Cristelli e diversi altri si schierano di volta in volta contro la posizione della Chiesa sulla legge 40, sui Dico, sul motu proprio, sulla revisione della 194, sulla teologia…su tutto. Ma se la Chiesa non gli piace per nulla, perchè ci stanno? Liberi di fare le valigie…di stare dove si trovano bene…
L’ultimo scandalo, per il sottoscrito, è l’ennesimo articolo di don Vittorio Cristelli, già allontanato dal vescovo Sartori dalla direzione di Vita Trentina, ritornato poi allo stesso giornale in veste di opinionista (non di prete, nè di cattolico, a leggere i suoi articoli; anche qui, che obbedienza!). Riflettendo sulla moratoria contro l’aborto, Cristelli, come recita il titolo del suo articolo, parla di "rischio inutile". Livia Turco, Walter Veltroni, Giuseppe Caldarola, Stella Fabiani, per fare solo alcuni nomi di importanti personalità del PD, hanno ritenuto opportuno accogliere l’invito di tanti a ripensare, almeno un poco, una legge sull’aborto che permette di abortire anche 5 o 6 volte di seguito, come se l’aborto fosse un metodo anticoncezionale; che permette di abortire, nei primi tre mesi, come ebbe a dire Giuliano Amato, perchè si sta scrivendo un libro e non si vuole interromperlo; perchè il bambino, forse, ha il labbro leporino o due ditine dei piedi attaccate; che permette di abortire un feto già perfettamente formato, magari anche solo perchè non è del sesso desiderato, sempre, anche senza alcuna vera motivazione!
Ebbene, di fronte a questo orrore, a questo omicido orrendo, come lo ha definito anche il Vaticano II, Cristelli, dopo qualche affermazione di principio giusta, ma cui sembra non voler dare alcun peso, spiega che "è possibile anche per i cattolici scegliere il male minore. E l’aborto medicalmente assistito appare un male minore rispetto agli aborti clandestini". Dopo aver detto questo, Cristelli vuole soffermarsi su un "lato positivo provocato dalla legge": la nascita dei centri di aiuto alla vita. Si notino anzitutto l’espressione ipocrita e vergognosa: "aborto medicalmente assistito", dove il medico che aspira e fa a pezzetti il feto, diviene persona che assiste, si intende, il paziente! Si noti anche l’idea, ripetuta diverse volte nel corso dell’articolo, per cui l’aborto legalizzato sarebbe migliore perchè avrebbe sconfitto l’aborto clandestino! Ma cosa legge don Cristelli? Ma perchè scrive se non sa nulla dell’argomento di cui sta parlando? Vada presso un Cav, visto che dice di stimarli, ma forse lo fa solo per difendere la 194, e chieda loro qualche dato. Chieda loro se il bambino ucciso clandestinamente soffre di più di quello ucciso in clinica o se la donna che abortisce in ospedale non soffre della sindrome post abortiva (la avrà mai sentita nominare il nostro?).
I dati, per intanto, glieli fornisco io! La storia degli aborti clandestini è una ridicola menzogna, già raccontata mille volte, tra gli altri, dal dottor Nathanson, colui che portò l’aborto in Usa. Ha scritto Nathanson, in mille occasioni, che per ottenere al legalizzazione dell’aborto nel suo paese, lui e i suoi compagni raccontarono a tutti che gli aborti in Usa erano un milione, mentre in realtà non superavano i 100.000! Evidentemente sapeva bene che se l’opinione pubblica avesse conosciuto la vera cifra, non avrebbe spinto per la legalizzaione, ma semmai per aiuti, sussidi, interventi dello Stato a difesa della maternità! Invece, ingigantendo enormemente il numero degli aborti clandestini, si faceva credere alla gente che il problema fosse insolubile altrimenti e ormai endemico. La stessa, cosa, anzi molto peggio, hanno fatto gli abortisti indigeni. Come ho scritto due anni fa sul Foglio, senza mai essere smentito da nessuno, già nel 1971 "il Psi presentò al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi erano in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimaneva stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine saliva, chissà come, a 25.000. Tali cifre venivano riprese come attendibili da tantissimi giornali ("Corriere della sera" del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; "Il Giorno" del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…). Anche sotto la pressione di questi presunti dati nacque la 194, che legalizzò l’aborto. Se le cifre suddette fossero state vere, una volta divenuto lecito e gratuito, l’aborto si sarebbe dovuto diffondere ancor più. Invece nel 1979 quelli legali furono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! ".
Come fecero gli abortisti italiani a parlare di milioni di aborti clandestini, quando gli abortisti americani parlavano di un milione, mentendo, per un paese almeno 4 volte più popoloso? Come fecero a mentire così clamorosamente, quando l’unico studio serio fu quello del professor Colombo, demografo dell’Università di Padova, coadiuvato dai professori di statistica della stessa università, Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, che al termine del suo "La diffusione degli aborti illegali in Italia" ipotizzava per il nostro paese come cifra massima, i 100.000 aborti clandestini? Certo, se le letture di Cristelli sono sempre state le fonti abortiste, sull’Espresso del 9 aprile del 1967 avrebbe potuto apprendere che gli aborti clandestini erano 600.000 all’anno nella sola provincia di Milano e 4 milioni all’anno in Italia!
Possiamo ancora accettare queste menzogne e questo modo di affrontare i problemi? Può fare questo un sacerdote che scrive sul settimanale diocesano? E quando parla degli aborti clandestini, non dovrebbe ricordare che con la legge 194, che ha reso l’aborto qualcosa di culturalmente "normale" e "giusto", gli aborti clandestini esistono ancora in tutto il paese, determinando la morte di feti anche di otto o nove mesi? Basti un esempio per tutti, la celebre "clinica degli orrori" di Roma. Nel marzo del 2000 i giornali annunciarono, per il vero senza grande partecipazione, che in una clinica romana per aborti “i pezzi più grandi del feto venivano bruciati, mentre il resto veniva gettato nel water o nel lavabo”, in una sorta di “lavandino tritatutto”. Erano aborti anche forzati, di donne costrette ad abortire, di feti a sette, otto e nove mesi! Ma tutto questo, a Cristelli e compagnia, sembra secondario: il problema è che "la proposta di moratoria non diventi argomento coagulante di un fondamentalismo che ritiene di dover tradurre, sena mediazione, la morale cattolcia in legge civile e penale". Ma cosa c’entra la morale cattolica? Bobbio, Pasolini, Abbagnano, Baldassarre erano laici, contro l’aborto: ne ha mai sentito parlare? Infine un’ultima domanda: perchè non appoggiare, per una volta, un politico locale come Morandini, che si è limitato a chiedere un aiuto economico per le mamme che altrimenti abortirebbero per motivi economici?
Perchè, se tanto ama i Cav, invece di spendere l’articolo per una appassionata difesa della 194, non ha chiesto un aiuto a codesti Cav, che pur aiutando le donne sono in buon aparte ignorati dalla nostra ricca e sperperatrice amministrazione? Perchè nessuna proposta sulla prevenzione dell’aborto, almeno? Perchè, se per lui il problema sta tutto e solo nel clandestino o meno, non chiedere che la 194 rimetta pene serie per gli aborti clandestini, dal momento che ha depenalizzato anche quelli? Perchè…?
Torino: la nuova capitale morale.
Dopo la fine del sogno rivoluzionario quarantottino, a decine di migliaia gli esuli della libertà vanno a Torino, nuova ed impensabile capitale italiana. Impensabile è la parola giusta: da sempre la classe dirigente torinese ha avuto il francese come eloquio privilegiato, esclusivo per le buone occasioni. Non è un caso che Cavour abbia fatto esercitazioni di italiano prima di affrontare i dibattiti in Parlamento.
Torino diventa la capitale morale d’Italia facendo proprie le ragioni del mondo civile contro quelle della barbarie medioevale, incarnate dalla Chiesa cattolica. Non solo: Torino diventa la nuova capitale religiosa d’Italia. Diventa, anzi, la capitale religiosa per antonomasia: Torino diventa Gerusalemme. Il paragone non sembra ardito a Roberto Sacchetti: “Torino saliva allora al colmo del suo splendore. Era stata forte e diventava grande – bella, balda di una gioia viva e seria come una sposa a cui preparano il corredo di nozze. La Mecca d’Italia diventava la Gerusalemme”.
A Torino, nuova capitale morale e religiosa d’Italia, si trasferiscono, e non può che essere così, tutti i liberal-massoni (Free-Mason, Franc-Ma?on, Libero-Muratore, liberalismo e Massoneria sono nell’Ottocento praticamente sinonimi) del resto d’Italia. I regnanti sardi offrono ai “fratelli” italiani un’accoglienza tanto calorosa da riservare loro (a tutto discapito dei locali) alcuni dei posti più prestigiosi nelle università, nei giornali, nella diplomazia, nello stesso Parlamento. Ecco come il siciliano Giuseppe La Farina, una delle più eminenti personalità massoniche emigrate a Torino, racconta l’accoglienza riservata agli esuli in una lettera alla “carissima amica” Ernesta Fumagalli Torti, spedita il 2 giugno 1848. “Arrivati appena a Torino – scrive – stavamo spogliandoci, quand’ecco il popolo preceduto da bandiere venire sotto le nostre finestre, e farci una dimostrazione veramente magnifica. Mi affacciai alla finestra, ringraziai; fui salutato con mille prove ed espressioni di affetto. La mattina seguente, dopo essere stati da’ ministri, ritorniamo a casa; e dopo un momento, chi viene a visitarci? Tutta la Camera de’ Deputati col presidente. Onore insigne, che i parlamentari non sogliono concedere né anco ai propri re”.
L’accoglienza “regale” offerta alla generosa emigrazione italiana, permette ai Savoia di incassare un importante obiettivo politico: li rende preziosi e credibili alleati degli stati che contano. Offre garanzie ai liberali -protestanti e massoni di tutto il mondo- che sono intenzionati a fare sul serio. Che hanno davvero deciso di rompere con la tradizione cattolica del proprio stato e della nazione cui quello stato appartiene. I Savoia per amore di regno e quindi per furto -come scrive D’Azeglio nei suoi ricordi- diventano fautori dell’ideologia massonica e della religione protestante che apertamente combattono la cultura e la religione nazionali. Grazie a questa scelta strategica che rende il Piemonte docile feudo della cultura inglese, americana, tedesca, di parte del Belgio e dell’imperatore Napoleone III, i Savoia godono dell’appoggio incondizionato dell’una o l’altra di queste potenze e realizzano l’unità d’Italia sfruttando fino in fondo e con grande spregiudicatezza l’unico elemento in proprio favore: la radicale disomogeneità culturale e religiosa con il resto della penisola. L’anima massonica del regno sardo, ed in particolare del Parlamento subalpino, viene mai apertamente alla luce? No, perché l’associazione è pluriscomunicata e perché il primo articolo dello Statuto vincola i parlamentari all’ossequio della fede cattolica definita religione di Stato.
L’11 novembre 1848, però, un brillante intervento del deputato Cavallera rende palpabile la “fraternità” quasi come l’aria che si respira. Si sta discutendo di sollevare le finanze dello stato, esauste per la campagna militare, ricorrendo all’esproprio e alla vendita dei beni delle corporazioni religiose. Contrario alla proposta Cavallera fa un discorso brevissimo, allusivo, singolare e sintomatico insieme, che dopo un primo momento di sconcerto suscita la generale ilarità. Ecco le poche battute del curioso intervento. Gli ordini religiosi -osserva il deputato- sono nati in Italia dove esistono da “più di 12 secoli”. Bisogna dedurne che “necessariamente corrispondono ad un bisogno reale della società (rumori) [chiosa degli Atti del Parlamento subalpino]; e per conseguenza se si volessero abolire, altre se ne dovrebbero sostituire; infatti i moderni che vollero abolire i frati, vi sostituirono un’altra specie di frati: e cosa sono i circoli politici, se non vere fraterie? (Sorpresa e scoppio generale di risa prolungate). Perciò posto che non si sa stare senza frati, ai moderni preferisco gli antichi (Segue ilarità e mormorio di voci diverse)”.
La sindrome post aborto…l’aborto come suicidio…
L’aborto è anche un suicidio, perchè tutto ciò che è spirituale è anche materiale, e viceversa….
Quando uno ha già qualche anno,non necessariamente più di trenta, è preso talvolta dai ricordi. Il volto di un amico non più frequentato, un gioco, un passatempo, un’avventura dolorosa o felice, risalgono dal pozzo della memoria sino alla superficie, con un gusto agrodolce: ciò che è stato non è più, eppure è ancora nostro. Ciò che è stato non possiamo più riprenderlo, purtroppo, e ci sfugge via. Però non è finito per sempre, in verità, perché ha contribuito a renderci ciò che siamo.
Ogni esperienza vissuta si imprime più o meno fortemente in noi, nel nostro animo e nel nostro corpo. Siamo così, un sinolo di materia e forma, di anima e di corpo, come diceva Aristotele. I materialisti non possono capirlo, perché vedono solo materia che si muove. Gli spiritualisti neppure, perché non capiscono cosa c’entri quel corpo, che pure, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, ostinatamente c’è, nonostante il loro desiderio di trascenderlo, di essere puro spirito, di “liberarsi”. Tutta la nostra storia è qualcosa di spirituale e di fisico, una fusione armoniosa e inestricabile. Il nostro affetto, che sentiamo nel cuore, che non tocchiamo, che ci sembra a tratti infinitamente grande, verso la persona amata, si traduce in un abbraccio, in una fatica, in un servizio, insomma in qualcosa di concreto.
Il nostro odio diventa parole, sentimenti, gesti, digrignare di denti. Così, quando abbiamo una relazione con una persona dell’altro sesso, una relazione affettiva naturale, questa diviene col tempo anche unione carnale, fisica, perché la nostra unità lo esige. Esige che amiamo con tutto noi stessi. Ma se abbiamo amato così, non possiamo poi tirarci indietro pensando che sia senza conseguenze: non possiamo divorziare, senza strappare il nostro passato e quindi anche il nostro presente, e il nostro futuro, senza che tutto ciò che ci portiamo addosso urli a noi stessi, di esistere, di essere stato, di essere in qualche modo ancora. Ma soprattutto, visto che è questo di cui si parla in questi tempi, nessuna madre e nessun padre possono pensare, dopo aver concepito un bambino, di potersene disfare impunemente, con un gesto, fisico, una IVG, come si suole dire con terminologia beffarda.
Ciò che è stato concepito, c’è, esiste, e vive nel cuore e nella carne del padre, anche se lo rigetta, perché in lui vive il gesto che ha determinato il concepimento, e la consapevolezza latente del suo significato. Esiste, soprattutto, il concepito, nella psiche, nella carne della madre. Il bambino non è parte della madre, come dicono gli abortisti, cioè proprietà di lei, come una casa o una macchina, come qualcosa che si possiede, ma che è altro da noi, fuori di noi. Quel bambino è parte della mamma esattamente quanto la mamma è parte di quel bimbo. Parte, sempre, in senso carnale, perché il bimbo è formato dall’ovulo della madre, nutrito in simbiosi dalla madre e ospitato dal suo grembo; “parte” anche spirituale, il concepito, perché in un certo senso “tutto ciò che è spirituale è anche carnale” e “tutto ciò che è carnale è anche spirituale”. Mi sorprende che quando si affronta il problema aborto, questa verità così concreta non sia quasi mai sottolineata.
Quando il feto viene ucciso, intendo, anche una parte della madre viene uccisa: una “parte” fisica e una “parte” spirituale; anche una parte del padre muore, per sempre. Anche una parte del loro amore, se ne va, tanto è vero che vi sono coppie, come raccontano medici che hanno seguito questi casi, che si separano in seguito ad un aborto; altre che resistono, ma senza più amarsi come prima, tenute insieme magari dal rimorso di quello che hanno fatto e dal ricordo di chi ora potrebbe essere con loro. L’atto chirurgico, è vero, stacca e uccide qualcosa che sembra a sé stante, che appare, superficialmente, una vita autonoma, seppure ospitata: in verità quella vita era sì individuale, unica, ma era anche l’incontro biologico e spirituale delle vite dei suoi genitori; era anche parte del sangue, del corpo, dello spirito, dei pensieri, dei sogni, della madre (e del padre).
Trovo conferma di queste mie riflessioni, studiando un po’ la letteratura medica sul post aborto, ad esempio nei bellissimi saggi dei dottori Rigetti, Casadei e Maggino, compresi nel libro “Quello che resta” (editrice Vita Nuova), sapiente mescolanza di saggi scientifici e di testimonianze di donne. In questo testo si spiega chiaramente che “il lutto dell’aborto è plurimo, perché le perdite da affrontare sono molteplici e strettamente concatenate le une con le altre…una donna che interrompe la gravidanza soffre sia per la perdita del bambino che per la perdita di una parte della propria immagine come persona (nei diversi ruoli di figlia, donna, compagna, cittadina, appartenente ad una comunità religiosa ecc)”. Secondo il DSM III dell’American Psychiatric Association, infatti, l’aborto è considerato un evento traumatico in quanto “produce un marcato stress, tale da creare disturbi alla vita psichica; sopprime gli elementi di identificazione (della donna) col bambino; nega la gravidanza ma anche quella parte del sé che si era identificata col bambino”.
Le conseguenze, guarda caso, sono di tipo fisico e spirituale: “disturbi emozionali, della comunicazione, dell’alimentazione, del pensiero, della sfera sessuale, del sonno, della relazione affettiva…”. Assai sintomatica di quanto si è detto finora, mi sembra proprio l’esistenza dei disturbi affettivi e sessuali, che si giustifica appunto come reazione ad una esperienza sessuale, affettiva, di cui non è rimasto nulla, o meglio di cui permangono sensi di colpa, rabbia, paura, ripensamenti….Le occasioni del manifestarsi della sindrome post abortiva sono anch’essi assai eloquenti: compaiono di solito in occasione di una nuova gravidanza, di un aborto spontaneo, di perdite affettive, di sterilità secondaria…
Ecco perché una esperienza d’amore che si conclude con un aborto, non rimane limitata a quel rapporto, a quella storia, ma si trascina e ripercuote anche su un’altra esperienza affettiva, proprio perché la donna, la persona, è una, sempre quella, pur nella molteplicità delle esperienze. Per questo l’aborto si può configurare, almeno in parte, anche come un suicidio, o, come scrivono alcuni psicologi, un “lutto complicato” in cui si “rende necessaria l’elaborazione sia della perdita dell’oggetto (il bimbo), sia della perdita simultanea e concreta di una parte del Sé”, sia aggiungerei, di un perdita almeno parziale del rapporto col coniuge. Ha scritto la dottoressa Lerda, su una rivista fortemente a sostegno della 194 come “Contraccezione, sessualità e salute riproduttiva”: “Sia che la donna cerchi di cancellarne il ricordo, sia che continui a sentirne il peso, si tratta comunque di un lutto che si porterà dietro tutta la vita. E’ una scelta che influenzerà anche il rapporto con il partner e con gli eventuali partner successivi, una scelta che peserà nuovamente in caso di altre gravidanze”.
Assaggi n. 25: Kraus
Il Sessantotto come esplosione del nichilismo contemporaneo.
Nell’Europa libera dalla dittatura comunista il 1968 è l’anno della rivolta giovanile, del maggio francese, delle manifestazioni degli universitari della Sorbona, della Germania, della Cattolica di Milano, di Sociologia a Trento, della Normale di Pisa…
Mentre i Cecoslovacchi muoiono manifestando contro la dittatura, nella famosa “primavera di Praga”, in Europa si guarda alla Cina di Mao o alla Cuba di Castro, si coniugano Marx e Freud, si lotta contro i professori “baroni”, contro ciò che viene considerato negativamente come autorità: la famiglia, la Chiesa, e lo Stato….
Si leggono “Contro la famiglia” di Cooper, “Uccidi il padre e la madre” di Rubin, i testi della contestazione americana, di Kerouak (“Sulla strada”), di Allen Ginsberg… si ascoltano Dylan e i Beatles….nascono le prime comunità acquariane, il movimento dei verdi, la moda dei viaggi in India e in Messico, sulle tracce di religioni antiche e della sperimentazione psichedelica delle sostanze stupefacenti. Nasce il movimento della liberalizzazione delle droghe, guidato, in Italia, dal giovane Marco Pannella e da Massimo D’Alema, dirigente della gioventù comunista; sorgono le Brigate Rosse di Curcio, studente di Sociologia, a Trento, a cui si affiancherà il terrorismo nero dei Nap di Fioravanti; si diffonde il femminismo, e si forma quel brodo di coltura che avrebbe portato, negli anni ’70, all’introduzione, in molti paesi europei, del divorzio e poi dell’aborto.
Dalla contestazione del ’68 l’Europa esce trasformata: il sistema di valori su cui si era retta per secoli viene in parte stravolto e mutato. Cosa ha determinato questa rivoluzione? Le spiegazioni date dagli storici sono varie. Volontà di giustizia, di maggior equità, di una società più democratica, di costumi più liberi, di diritti sicuri, in una gioventù ardente, idealista, generosa: questa è stata a lungo la tesi più diffusa. Si aggiungeva, al più, che non sempre queste esigenze furono declinate in modo giusto, che talora sfociarono nella violenza, nel terrorismo, nella droga, quasi come in un incidente di percorso, per l’imprudenza di alcuni.
Altri hanno visto nel ’68 l’esplosione di un cancro, di un bubbone pestifero, latente nel corpo sociale, un po’ come all’inizio del Novecento: si sarebbe sfogato, non in una guerra mondiale, ma nella guerra civile, nelle centinaia di ragazzi uccisi per motivi ideologici nelle strade d’Italia, nei suicidi sempre più diffusi, nell’uso autodistruttivo, pressoché nuovo per il nostro paese, delle droghe, nella crisi della famiglia… Fra costoro c’era il più letto scrittore italiano del Novecento, Giovannino Guareschi: “L’attuale generazione di italiani – scriveva -…più che una generazione è una degenerazione”; e poco prima di morire, all’alba del 1968: ” O giovani diffidate di chi vi sorride e vi dà importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gasato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola, una scheda elettorale, un cartello, un manganello, un mitra. Protesto perché sono stato giovane e buggerato come saranno immancabilmente buggerati i giovani d’oggi…”.
Vediamo allora brevemente cosa è stato, anche, il celebre Sessantotto, in particolare quello studentesco e giovanile. Questo momento storico ha indubbiamente come precursori e maestri gruppi e personalità del rock che utilizzano per così dire, oltre ad un vero e proprio linguaggio subliminale, anche un altro tipo di linguaggio mascherato. La rivoluzione culturale del Sessantotto è tale proprio perché muta la cultura, il modo di pensare, e giunge a mutare il significato stesso delle parole, come otri svuotati e riempiti di vino nuovo. “Pace”, “libertà”, “solidarietà”, “amore” sono le parole ricorrenti, gli slogans della generazione rivoluzionaria cresciuta alla scuola di musicisti rock da una parte, e filosofi dall’altra. Le parole, quando non designano ciò che significano, sono subdole, si insinuano quasi subliminalmente e fanno carriera solo per il bel suono, per la moda, per quella patina positiva che hanno ereditato, ma di cui sono state poi spogliate: la libertà, la solidarietà, l’amore, la pace che “trionfano” in quegli anni sono l’esatto contrario di questi valori intesi in senso oggettivo, reale.
Vengono infatti ad esplicarsi, a concretizzarsi in un messaggio di profondo egoismo che è riassumibile negli slogans dominanti: “Fai ciò che vuoi” ; “Né maestro né Dio. Dio sono io”. Parafrasando Sant’Agostino si può dire che siamo di fronte all’amore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, contrapposto all’amore di Dio e del prossimo fino al disprezzo di sé. Egoismo ed individualismo, come sbocco del rifiuto di ogni morale e di ogni ordine, si affermano con prepotenza e diventano lotta contro tutto ciò che è d’intralcio all’auto-realizzazione personale, alla propria “libertà”, dicono. La stessa famiglia, che dovrebbe essere il primo luogo della realizzazione dell’amore, della solidarietà, della pace intesi in senso reale, viene condannata, accusata violentemente, come limitazione all’io ipertrofico, che vuole diventare dio.
Lo ricorda Lidia Ravera, giornalista de “L’Unità” ed autrice di un famoso libro sul Sessantotto, dal titolo eloquente, “Porci con le ali”: “Ricordo di aver preso la parola in un seminario contro la famiglia organizzato nella mia scuola…”. Rossana Rossanda, poi direttore de “Il Manifesto”, in una lezione rievocativa e celebrativa sul Sessantotto, cui partecipò da protagonista, scrive che nell’ottica di un'”energica liberazione sessuale” appare presto chiaro a lei e compagni “che un movimento comunista deve battersi per la fine della famiglia” (“Cinque lezioni sul ’68”, supplemento al n? 34 di “Rossoscuola”, Torino 1987). Valori come la fedeltà, e cioè l’amore radicato, temprato anche dalle prove della vita, vengono derisi e sputacchiati. Quello che rimane più chiaramente nel ricordo, ora “dolce” ora amaro, di sessantottini come Aldo Ricci e Mauro Rostagno a Trento, Lidia Ravera, Gillo Pontecorvo, ecc… è il comunismo di donne più che il comunismo di beni, le famose comuni nelle università occupate, l’attuazione dello scambismo delle coppie teorizzato da Wilhelm Reich. La droga ha un ruolo non piccolo nel determinare l’esplosione di questa libertà e amore intesi in senso puramente egoistico. Agisce da impulso disinibente e isolante, permette ed innesta il meccanismo della sfrenatezza e di una libertà tanto assurda da essere innaturale e distruttiva.
L’uso della droga è il primo passo del sovvertimento di ogni ordine e di ogni valore, fino a fare del proprio ombelico il centro del mondo e del proprio ventre il monte Sinai da cui discendono le Tavole della Legge. “I derivati della canapa – ricorda la rivista antiproibizionista “Cannabis” – venivano rigidamente usati come sostanza sacramentale da un’estesa e colorata tribù che aveva optato unilateralmente per l’abolizione […] della proprietà privata, della famiglia mononucleare (e cioè normale, N.d.A.), dei tabù sessuali…”, fra i quali anche l’incesto. Ne sono esempi lampanti le vite personali di maestri riconosciuti del Sessantotto e portavoce della beat generation come Bob Dylan, i Beatles, Jack Kerouac , Allen Ginsberg … Scriveva John Lennon: “Volevamo liberare il mondo […]. Parlavamo di pace […]. Per sopravvivere ho sempre avuto bisogno di droga […]. La mia passione per l’LSD è durata anni senza alcun cedimento. Anche George (Harrison) era un fanatico dell’LSD […]. Per anni ho vissuto al centro di uno sfrenato festeggiamento: ero come un imperatore, con miliardi di ragazze, droga, alcool, potere a volontà […]. In fondo eravamo come dei tossici, incapaci di interrompere la nostra routine autodistruttiva […]. Ci procuravamo delle prostitute […]. Del tour di Amsterdam ci sono delle mie foto dove esco strisciando sulle ginocchia da un bordello…” (J.Lennon, “Pace, amore e musica. Scritti autobiografici”, Ed. Blues Brothers, Milano 1996, pagg. 76, 102, 132, 36). In Italia, accanto a Dylan e ai Beatles, sono anche altri i profeti del Sessantotto: nelle università si leggono, oltre a Karl Marx, Lenin e Fidel Castro, Sigmund Freud, Herbert Marcuse, Erich Fromm, Friedrich Nietzsche… Il messaggio morale è sempre quello di una liberazione dalla famiglia, dai tabù dell’incesto, dal matrimonio… intesa appunto nietzscheanamente, nell’ottica dell’io egocentrico che, dopo aver proclamato la morte di Dio, si fa superuomo per essere al di là del bene e del male.
Ma il superuomo rimane un’élite: “Ho l’impressione – scrive Aldo Ricci, oggi approdato ad altri lidi, ricordando il Sessantotto di Trento come un’eccezione per lui positiva – che la trasgressione sia sempre stata appannaggio, patrimonio […] di élites ristrette e sparute, quando non impaurite dalla repressione che su questa landa imperversa da duemila anni”, una “dittatura bimillenaria” , che è evidentemente, per il Ricci, quella di Cristo (A.Ricci, “I giovani non sono piante”, Ed. SugarCo, Milano 1978). I risultati, nonostante le dotte teorie, che non disdegnano il paragone con la ribellione di Satana quale esempio di libertà (Fromm), rimangono spesso piuttosto meschini. Si parla, è vero, anche di rivoluzione marxista, di guerra del Vietnam, di lotta dura contro il sistema, di anarchia, ma spesso sono parole vuote, e molti di questi ribelli anarchici finiranno male, falliti, suicidi, o sulle poltrone del potere. Mauro Rostagno, membro di Lotta Continua, confessava: “Quando andavamo in giro a parlare non rivendicavamo mai i nostri aspetti più belli, ma soltanto quelli tradizionali e scontati: il rapporto con la classe operaia […] non le altre cose che poi si sono rivelate le più importanti…. A questi discorsi sulla droga associai quello sulla liberazione sessuale […]. Vai in giro a predicare ogni sorta di liberazione e poi, distrutto, torni a casa a picchiare tua moglie e i tuoi figli “. Del resto, Aldo Ricci scrive: “Conosco tutti o quasi gli autori del Sessantotto […] brigatisti, potereoperaisti, ma nessuno di loro – dico nessuno – tra quelli che contavano e contano, era operaio”. Sono indicativi gli slogans che compaiono sui muri delle università nel ’68 e nel suo erede, il ’78: “Il sesso è tuo, liberalo”; “Quinto: uccidi il padre e la madre” (titolo di un testo chiave dell’anarchico Jerry Rubin, accanto a “Do It”); “Inventate nuove perversioni sessuali”; “Fate saltare le menti meccaniche con l’acido santo”; “Vitamina al vostro cervello. LSD”; “L’alcool uccide, prendete l’LSD”; “Oh, Dio me! Come sto mal, aiuto ci vuol la cocaina, presto”…
Uno dei protagonisti dell’epoca, forse il padre più autorevole della beat generation, amico di Dylan e di Lennon, è Allen Ginsberg: con lui l’uso di droghe, la sfrenatezza dell’orgia e dell’incesto, diventano mito, epica e ideale a sfondo filosofico da consegnare alle generazioni. ? la vera cultura della droga, la droga consigliata, esaltata, propinata come segno di superiorità, non l’esperienza di debolezza, sfortunata, il dramma umano di tanti che sono anche vittime. Ginsberg descrive nelle sue poesie, che diverranno un testo sacro per molti sessantottini d’oltreoceano, ma anche nostrani, e nei suoi diari, con linguaggio schizofrenico, rapporti incestuosi tra parenti, episodi di pazzia, le virtù visionarie dell’oppio, del peyote, delle piante allucinogene messicane e indiane, in una sorta di lotta sacra contro “il Moloch il cui nome è la Mente”. Scrive: “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia […] trascinarsi per strade nere all’alba in cerca di droga rabbiosa”; “Vomito, sono in trance, il mio corpo è colto dalla convulsione […] sono qui nell’inferno”; “Sante le visioni, sante le allucinazioni […] santo l’abisso” (Allen Ginsberg, “Urlo e Kaddish”, Ed. Il Saggiatore, Cuneo 1997, pagg. 135, 381, 135). Recatosi dagli stregoni del Nord America prima, e da quelli dell’ Amazzonia poi, sperimenta cerimonie rituali e piante allucinogene sino ad avere una completa visione della morte, in cui essa, identificata con dio, abbraccia l’intero universo: “Una notte, nel Perù, mentre prendevo l’Ayahuasca (sostanza allucinogena il cui nome significa “liana della morte”, ndr) con gli stregoni mi trovai faccia a faccia con ciò che mi parve l’immagine della Morte venuta di nuovo ad ammonirmi che tutta questa mia meità era solo vanità e vuoto…” (“A.Ginsberg, “Jukebox all’idrogeno”, Mondadori).
Siamo innegabilmente di fronte ad una sorta di nichilismo gnostico che si coniuga con l’influsso delle religioni indiane e delle connesse dottrine del New Age. Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Aldous Huxley, William Burroughs, Peter Orlovsky non sono solo i propagandisti dell’uso “conoscitivo” e “visionario” delle droghe, ma gli apostoli in America della nascente New Age, nel cui sincretismo c’è spazio per lo spiritismo, per la droga, per le tecniche yoga, mantra, zen, per lo sciamanesimo indoamericano e per i riti africani a base di sostanze allucinogene, dette anche “enteogene”. Costoro si recano in Messico, in India, nel Tibet, e iniziano a circondarsi di guru indiani, come faranno poi i Beatles, ma anche molti italiani come Rostagno (che va a studiare i riti di trance e la macunba, e a sperimenta il peyote). Il raduno di Woodstock, che fu una grande cassa di risonanza per la “pace dello spinello” è aperto proprio dal discorso di un santone indiano. Per il buddhismo, la vita è male e sofferenza, il corpo una prigione da cui ci si può liberare alla fine del ciclo delle reincarnazioni, per approdare all’agognata estinzione nirvanica (fine della volontà, del pensiero e della personalità). Per questo assumono importanza le esperienze al di là dell’essere, del pensiero, cioè arazionali, alogiche, spersonalizzanti, annullanti l’io individuale: da qui nascono le tecniche indiane respiratorie o di ripetizione autoipnotica (“mantras”), per uscire, evadere dall’essere, dall’autocoscienza, dal pensiero, per raggiungere il “vuoto mentale” dello Zen, la noluntas – assenza di ogni volontà, di ogni anelito di vita – come vertice della “liberazione”, di Arthur Schopenauer. Jack Kerouac, un altro “mistico” della droga, rimastone vittima a soli 47 anni, scrive di aver raggiunto l’illuminazione buddista e di aver capito che la vera realtà è il vuoto. Ma, accanto a questo desiderio di annullamento e di morte, si affiancano strane suggestioni sataniche, come si evince chiaramente dall’incipit del suo “Le città delle notti rosse”: “questo libro è dedicato agli Antichi, al Signore delle Abominazioni…Angelo Oscuro di tutto ciò che è escrezione e corruzione, signore della Decomposizione…a Ix Tab…patrona di coloro che si impiccano…, al Distruttore…al Signore degli Assassini. Niente è vero. Tutto è permesso”. Un esempio italiano di questo particolare connubio tra esperienze di droghe, religiosità indiana e spiritismo, è Franco Battiato, il cantautore filosofo che inizia ad emergere proprio nel ’68, e che dissemina le sue canzoni di riferimenti dotti, non sempre facilmente comprensibili. Nelle sue conversazioni col giornalista Franco Pulcini egli anzitutto riconosce la “filosofia indiana” come “punto di riferimento costante della mia vita”. Poi prosegue illustrando il suo rapporto con le droghe: “Io, personalmente, ne ho fatto uso, ma con un criterio che definirei sperimentale e conoscitivo […]. Ho fatto un’esperienza per ogni tipo di droga. La mescalina è stata la più sensazionale, con visioni eccezionali! […]. Sono droghe obiettivamente esatte […]. è un piacere assoluto […]. Il cervello ti funziona in maniera diversa…” (F. Battiato, “Tecnica mista su tappeto”, E. D. T, Torino 1992, pagg. 12, 14, 15, 69, 70).
Prosegue affermando che vi sono esercizi sul proprio corpo tramite i quali si può raggiungere uno stato simile a quello degli allucinogeni (“meditazione”), parlando di magia sessuale tantrica, di reincarnazione, di spiritismo: “E le notti in cui sogni molto, sono le notti in cui riposi meglio?” – chiede Pulcini. “Riposo abbastanza bene […] a meno che non mi trovi in qualche stanza d’albergo con qualche influenza che non mi piace”. Pulcini: “Quindi tu senti delle presenze?”. Battiato: “Sono una specie di calamita”. Pulcini: “I fantasmi e gli spiriti ti si appiccicano addosso?”. Battiato: “Quello è difficile. Ci provano ma non li faccio entrare…”. In conclusione si può dire che c’è una storia del ’68 che viene spesso occultata, nascosta a bella a posta. Lo ha ribadito un altro protagonista dell’epoca, amico di Marco Pannella e direttore della rivista “Re Nudo”, Andrea Valcarenghi: “C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. è la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…” . (da “Voglio una vita manipolata”, Ares)
L’improbabile dialogo di Benedetto XVI con i 138 saggi musulmani
Articolo di Samir Khalil Samir,sj per AsiaNews
Rappresentanti vaticani e dotti musulmani si incontreranno a Roma in marzo prossimo per mettere a punto alcune piste per il dialogo fra cristiani e musulmani. Si rischia il vuoto o la falsità se il dialogo non affronta non solo la teologia, ma i problemi concreti delle due comunità.
Beirut (AsiaNews) – La lezione magistrale del papa a Regensburg, tanto criticata da molto mondo musulmano (e anche occidentale), sta portando frutti positivi proprio nel dialogo con il mondo islamico. Proprio in seguito al discorso di Regensburg (12 settembre 2006), 38 saggi islamici hanno mandato una prima lettera a commento (13 ottobre 2006) e un anno dopo una seconda lettera (sottoscritta da 138 saggi, diventati intanto 216) per cercare un terreno comune di collaborazione fra cristiani e musulmani. A sua volta, il 19 novembre scorso, Benedetto XVI ha risposto alla Lettera dei 138 aprendo a una possibile collaborazione su diversi campi. Alcune settimane fa (il 12 dicembre 2007), una lettera al card. Bertone del principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal, accetta di aprire il campo alla collaborazione: fra febbraio e marzo, personalità della Curia vaticana e del mondo islamico si incontreranno a Roma per stabilire le procedure e i contenuti di tale dialogo. Ma è possibile che il tutto si concluda con un buco nell’acqua. Mi sembra infatti che le personalità musulmane in contatto con il papa, vogliano sfuggire questioni fondamentali e concrete, come i diritti dell’uomo, la reciprocità, la violenza ecc. per arroccarsi su un improbabile dialogo teologico “sull’anima e Dio”. Vediamo più da vicino i problemi emersi.
I. La Lettera dei 138: “Una parola comune tra noi e voi”
Nella Lettera dei 138 è piena di buona volontà: i dottori islamici dicono di voler guardare “a ciò che unisce” islam, cristianesimo e altre religioni. Essi hanno perfino fatto lo sforzo di esprimersi in modi “cristiani”, dicendo che il cuore della religione è “amare Dio e il prossimo”. L’Islam non si esprime così. Questa è un’espressione dell’AT, ripresa da Gesù in un senso più realistico, concreto e universale nella parabola del buon samaritano (Luca 10, 23-37). Gesù dice due cose importanti: anzitutto, egli mette il primo comandamento come “uguale” al secondo (e questo non era così chiaro nemmeno nell’AT); in secondo luogo egli precisa chi è il prossimo, non il “più vicino a me” (come espresso dai dotti islamici nella loro lettera in arabo, con la parola jâr, vicino), ma quello al quale io mi faccio “prossimo”. Il Vangelo rovescia infatti la domanda dello scriba (“chi è il mio prossimo?”) e si chiede chi si è comportato come “prossimo” del moribondo. Il prossimo è dunque ogni persona umana, anche il nemico, come era il caso del samaritano per gli ebrei. Nel Vangelo si trovano spesso parabole in cui Gesù rovescia i valori comuni: il fariseo e il pubblicano; i pagani rispetto ai giudei; il bambino rispetto all’adulto. Il pericolo più grosso della lettera dei 138 è nei suoi silenzi, su ciò che essa non tratta: non si accenna, ad esempio, ai problemi della comunità internazionale verso la comunità musulmana e ai problemi reali interni alla comunità musulmana. La Umma si trova in un momento molto delicato, in una fase di estremismo e di radicalismo diffusi in una parte significativa dei musulmani, che è una forma di esclusivismo: chi non la pensa come noi è nostro nemico. Questo è evidente ogni giorno sulla stampa musulmana, e vediamo violenze e attacchi in Iraq, Iran, Pakistan, Afghanistan, fra i musulmani sunniti e sciiti, o contro cristiani o ebrei, o semplicemente contro il musulmano che è tollerante … e ci sono! Il pericolo per l’Islam non è la violenza: questa è presente in tutto il mondo e in tutte le religioni e le ideologie. Il pericolo è di giustificare tutto questo attraverso la religione. Anche certe violenze contro le donne e i loro diritti sono giustificati con il Corano. Ad esempio, un donna musulmana non può divorziare, perché il divorzio è un diritto del marito, lei può solo chiedere il favore d’essere ripudiata da lui. Lui, in base al Corano si può anche risposare (fino a 4 mogli) e rifarsi una vita, ma la donna, che vive separata, non ha questo diritto. Lei, una giovane sposa, si lamentava con me perché “non c’è giustizia”. Queste situazioni in cui uno si appoggia al Corano o alla sharia per escludere l’altro, sono frequenti.
II. La risposta del papa: 4 campi di collaborazione
Nella risposta del pontefice – inviata attraverso il card. Tarcisio Bertone, segretario di stato vaticano – Benedetto XVI esprime “profondo apprezzamento” per lo spirito positivo che ha ispirato la Lettera dei 138 e per l’appello a un impegno comune al fine di promuovere la pace nel mondo. Detto questo il papa suggerisce di cercare quanto è comune. Ma gli elementi non sono identici. Anzitutto egli fa una annotazione: cerchiamo quanto è comune “senza dimenticare le nostre differenze”. Ciò significa che per il papa vi sono differenze fra le due comunità che vanno tenute presenti, non nascoste: possiamo essere fratelli e differenti, fratelli e opposti. Questa è una regola d’oro, trattandosi di religioni e di dogmi. Nella Lettera dei 138 si suggerisce che le cose “in comune” sono la fede in un unico Dio. I dotti islamici citano proprio il Corano quando dice “Veniamo a una cosa comune fra noi”, che richiede di non mettere nulla vicino a Dio. Ma questo è proprio detto ai cristiani, che vicino a Dio, mettono Gesù Cristo. Per il papa “le cose comuni” esistono, ma esistono anche le differenze e bisogna tenerle presenti. Le “cose comuni” che il papa elenca sono 3: – la fede nell’unico Dio, creatore provvidente; – Dio, giudice universale, “che alla fine dei tempi considererà ogni persona secondo le sue azioni”[1]; – siamo chiamati “ad impegnarci totalmente con lui e ad obbedire alla sua sacra volontà”[2] . Il papa allora propone un’applicazione concreta: formare un gruppo di dialogo per cercare un terreno comune. Tale terreno va trovato a diversi livelli: a) Il primo è trovare valori che garantiscano “il rispetto reciproco, della solidarietà e della pace”. “Rispetto” qui significa anche che vi sono differenze che occorre garantire e accoglierle. Ad esempio, un musulmano può dire a un cristiano: io non sono d’accordo su quel che tu credi, che cioè Gesù ha natura umana e divina. Voi cristiani siete politeisti perché mettete affianco al Dio unico, i vostro Gesù Cristo e lo Spirito Santo, cioè altri dèi. Io dico: cerchiamo di vivere il rispetto reciproco. Tu hai pieno diritto nel dire che la concezione islamica esclude la Trinità, la divino-umanità. Ma lasciami il diritto di poter dire ad esempio che Maometto non è un inviato di Dio. Posso riconoscere che egli è una grande personalità sul piano umano, politico, un riformatore sociale e spirituale, che ha portato anche rilievi negativi, ma non è un profeta. Ho il diritto di dirlo o no? Come tu hai diritto a dire che non credi nella divinità di Cristo – e sei coerente nella tua fede –, noi anche abbiamo diritto di dire quello che pensiamo su Maometto[3]. Insomma, non esistono degli argomenti “tabù”, ma esistono solo dei modi e dei metodi tabù, perché violenti e irrispettosi. b) L’altro livello è quello della vita umana come “sacra”. Questa dimensione etica abbraccia un campo molto largo, che va dal rigetto dell’aborto fino alla fine naturale della vita umana. Ma è inserita anche la non violenza, che è una delle forme più nobili del rispetto della vita umana. E significa anche un amore a tutte le opere della cultura e del progresso umano: per l’uguaglianza fra gli uomini, per i diritti umani: un rispetto alla vita e a ciò che la fa esprimere e fiorire. Nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2006, il papa diceva: “è necessario accogliere le vere conquiste dell’illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione”. Per Benedetto XVI, “il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste”. Insieme ai musulmani, impegnarsi “contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà”. Il fondamento è “la dignità di ogni persona umana”, espressa dai diritti umani. A questo punto il papa suggerisce ai 138 quattro temi da affrontare: 1) diritti umani. Questo è il primo punto per fondare il dialogo; 2) conoscenza obbiettiva della religione dell’altro. Ossia conoscere l’altro per come l’altro si definisce. Il cristiano deve conoscere l’Islam per come il Corano e i musulmani odierni lo definiscono; il musulmano deve conoscere il cristianesimo attraverso i Vangeli e l’insegnamento della Chiesa[4] . Una conoscenza obbiettiva è fondamentale per un reale rapporto. 3) Condivisione dell’esperienza religiosa. Questo elemento non è stato messo in evidenza finora. L’esperienza religiosa è più della conoscenza. Riconosce che anche se il dogma dell’altro, non è quello mio, egli può arricchirmi dal punto di vista umano e spirituale. Alcuni giorni fa, in volo da Beirut a Parigi, ho potuto passare 3 ore a colloquiare con un giovane africano proveniente dalla Mecca, dove aveva compiuto il pellegrinaggio. È stato bellissimo e profondo. E questo ci è servito ad apprezzare, ma anche rettificare l’immagine che abbiamo l’uno dell’altro[5]. 4) Impegnarsi per educare i giovani. Se non prepariamo i giovani a vivere già oggi questo rispetto reciproco, domani ci potremmo trovare ancora in un conflitto fra noi. Fin qui la lettera del Papa: breve, ma molto densa, segno della sua profonda riflessione.
III. La risposta al papa di Ghazi Ibn Talal: solo dialogo teologico
La risposta dei 138, a firma di Ghazi Ibn Talal, principe di Giordania, data dal 12 dicembre 2007. Dopo alcuni preamboli, la lettera dice che essi accettano l’idea del dialogo e che in marzo invieranno alcuni rappresentanti per precisare i dettagli dell’organizzazione e delle procedure. Ma poi (al n. 4 del testo) propongono una distinzione tra intrinseco e estrinseco, e spiegano: «Per “intrinseco” intendiamo ciò che si riferisce alle nostre anime e alle loro caratteristiche interiori, e per “estrinseco” intendiamo ciò che è riferito al mondo e quindi alla società». Essi propongono di partire dalla Lettera da loro scritta, “Una parola comune tra noi e voi”, e di concentrarsi «essenzialmente un’affermazione del Dio Unico, e del duplice comandamento di amare Lui ed il prossimo». Tutto il resto appartiene all’estrinseco, di cui fa parte anche l’impegno nella società. Onestamente, trovo che questa distinzione sia debole e perfino non islamica. Perché se “intrinseco” è l’anima ed “estrinseco” è il mondo e la società, allora significa che il Corano parla tantissimo delle cose “estrinseche” e pochissimo delle cose “intrinseche”. Il Corano parla del mondo, del commercio, della vita in società, della guerra, del matrimonio, ecc, ma parla pochissimo dell’anima e del rapporto con Dio. Ma soprattutto il Corano non fa mai questa distinzione. Anzi, il problema dell’Islam è proprio quello di non fare alcuna differenza fra questi due livelli. Come mai i 138 vogliono affrontare solo le cose “intrinseche”? Temo che abbiano paura di affrontare tutta la realtà delle due religioni. La risposta di Ghazi continua: “È su questa comune base intellettuale e spirituale, quindi, che capiamo che stiamo perseguendo, Dio volendo, un dialogo sui tre temi generali di dialogo che Sua Eminenza ha saggiamente menzionato nella sua lettera: (1) “effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana”; (2) “conoscenza obiettiva della religione dell’altro” attraverso “la condivisione dell’esperienza religiosa”; e (3) “un impegno comune alla promozione del rispetto e dell’accettazione reciproci tra i giovani” [6]. Il principe continua esortando al dialogo, citando un convegno organizzato dalla Comunità di sant’Egidio. E infine essi si distaccano da “alcune recenti dichiarazioni provenienti dal Vaticano e da consiglieri vaticani – che non possono essere sfuggite all’attenzione di Sua Eminenza –– riguardo al principio di fondo del dialogo”. Penso che le persone a cui si riferiscono siano proprio il card. Tauran (e forse p. Christian W. Troll e me stesso), che abbiamo espresso le nostre difficoltà sulla possibilità di un dialogo teologico fra cristiani e musulmani. Lo stesso principe dice di ritenere “inerentemente” impossibile “un accordo teologico completo tra cristiani e musulmani”, ma nonostante ciò egli desidera che il dialogo avvenga su questo piano, «“teologico” o “spirituale” o in qualsivoglia altro modo – per la ricerca del bene comune e per il bene del mondo intero, Dio volendo». Il principe dunque riafferma il suo impegno di collaborazione sul piano teologico e spirituale. E qui vi è un’ambiguità: l’Islam, più che il cristianesimo, mescola il teologico con il politico e perfino con il militare. E loro qui pretendono di parlare solo del teologico. Con ogni probabilità dietro il pensiero di Ghazi vi è qualche teologo. Penso a un’intervista a CNS del 31 ottobre scorso, del prof. Aref Ali Nayed riprodotta su "Islamica magazine", che ripete: “molti teologi musulmani non sono affatto interessati a un dialogo puramente etico-sociale”; il vero “dialogo deve essere teologicamente e spiritualmente fondato”. Alcuni mesi fa egli ha anche affermato che la sua concezione del dialogo “esclude tutto ciò che non è teologico e spirituale”. Ma onestamente non si può fare questa distinzione: non si possono non affrontare le conseguenze umane e sociali delle posizioni teologiche.
IV – Conclusione
Per riassumere, perciò, dobbiamo dire che si comincia a vedere qualche buon frutto importante per il dialogo. E bisogna ricordare che tutto è partito da Regensburg, da quella lezione magistrale che sembrava aver distrutto ogni base per il dialogo ed invece lo ha fatto risorgere. Il discorso di Regensburg era impostato sul regno della ragione come fondamento del dialogo. Il che suppone tutto il movimento delle religione di fronte all’illuminismo, ma senza impoverire la ragione. Insomma, il fondamento di tutto non è la religione, ma la ragione umana che è ciò che è comune a tutti gli esseri umani[7]. Il discorso di Regensburg parte proprio da questo problema: come trovare un fondamento comune all’umanità e alle religioni, compreso anche l’Islam? Nello stato moderno, il fondamento comune si esprime con la dichiarazione universale dei diritti umani, della libertà di religione, ecc… Anche nel dialogo fra cristiani e musulmani, occorre prendere questi come la base del dialogo, altrimenti non arriveremo a nulla. In passato molti teologi musulmani hanno rifiutato la dichiarazione universale dei diritti umani e ne hanno stilato una “islamica”, accusando quella “universale” di essere solo “occidentale”. Ma questo nega che vi possa essere universalità e quindi nega che possiamo avere principi comuni. Questo è il fondamento del conflitto fra il mondo islamico e l’occidente, o il resto del mondo. Kofi Annan, invitato una volta dall’Organizzazione dei Paesi islamici aprendo un convegno, ha detto con chiarezza: non può esistere una dichiarazione “islamica”, “africana”, “cristiana” “buddista” dei diritti dell’uomo. La dichiarazione o è universale, o non può esistere. Invece la lettera del principe al-Ghazi sembra dire che i diritti umani non importano e sono solo una questione politica. Interessa solo il dialogo teologico. Ma a cosa serve parlare del Dio unico, se non riconosco che l’uomo ha una dignità assoluta ad immagine di Dio? Che la libertà di coscienza è sacra; che il credente non ha più diritti del miscredente; che l’uomo non ha più diritti della donna; ecc..? Bisogna affermare che l’uomo è anteriore alla religione: rispettare l’uomo viene prima del rispetto della religione. É questo l’approccio cristiano. Non vorrei che alcuni teologi, trovandosi in difficoltà sull’affermazione della dignità di ogni uomo, cercano una via d’uscita nel dialogo teologico. Ma in questo modo si rischia di produrre solo falsità. Ma questo è un problema interno anche all’Islam in se stesso. Finché esso non avrà basato tutto sulla persona umana e reinterpretato la fede alla luce dei diritti umani, non sarà mai moderno. Nelle due dichiarazione islamiche sui diritti umani, si afferma spesso che l’islam ammette i diritti umani, “purché siano conformi alla legge”. A un lettore ingenuo che legga la traduzione in inglese, questo potrebbe andare anche bene. Il punto è che quanto riportato nelle traduzioni inglesi come “legge”, nelle stesure delle dichiarazioni in lingua araba sono tradotte come “conformi alla sharia”. Ciò significa che i diritti umani “islamici” rischiano di riproporre le solite ingiustizie e violenze: apostasia, blasfemia, lapidazione, ingiustizie verso le donne e i figli, ecc…[8] . Certo, il dialogo interreligioso non può essere concentrato solo sui diritti umani, ma non può nemmeno fare come se non ci fosse un grave problema proprio su questa realtà. Mi sia permesso per concludere citando un passo della lettera di san Giacomo (2, 14-26), anche se un po’ lungo. Nel nostro contesto mi pare assai importante, sia per la domanda del versetto 19, sia perché fa l’esempio di “Abraham, l’amico di Dio” (Khalil Allah, come diciamo in arabo), così rispettato dai musulmani: [14] Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? [15] Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano [16] e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? [17] Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. [18] Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede. [19] Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! [20] Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza calore? [21] Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? [22] Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta [23] e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio. [24] Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede. [25] Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via? [26] Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.
Note
[1] Che saremo giudicati sulle azioni, sui fatti, è un pensiero comune a cristiani e musulmani. Il Corano parla di «coloro che credono in Dio e nell’Ultimo Giorno e compiono il bene» (2:62 = 5:69). Ma ciò significa che c’è un’etica – che può essere anche comune. Costruire un’etica comune sarebbe una cosa molto importante. Già in passato si è avuto qualcosa di simile. Alla Conferenza Onu del Cairo sulla popolazione e lo sviluppo, nel 1994, il Vaticano ha votato con i paesi islamici. Diversi ambasciatori hanno criticato la Santa Sede perché andava con gli integralisti. In realtà su questioni di diritto alla vita, cristiani e musulmani convergono. Lo stupore viene solo dall’occidente secolarizzato, che ha creato un’etica relativista, che lascia decidere all’individuo, in modo soggettivo, ciò che è bene e ciò che è male. Questo punto esige un lavoro urgente e grande. [
2] Quando si dice questo, il musulmano si trova perfettamente a suo agio perchè l’obbedienza è la struttura di vita dell’uomo islamico, è l’abbandono alla volontà di Dio, l’islâm. E anche per il cristiano, la dedizione a Dio (e agli uomini) è un ideale grande. Ma su questo punto è necessario allargare e precisare il discorso: cosa significa siamo chiamati “a dedicarci totalmente”? Per un estremista islamico, dedicarsi a Dio potrebbe significare anche uccidere, mettere una bomba, farsi saltare in aria. Anche qui risalta una differenza fra cristiani e musulmani, su cui è necessario impegnarsi: la non-violenza è una scelta spirituale, non politica.
[3] Su questo punto noi cristiani nel mondo arabo soffriamo tanto, perchè non ci è lecito dire davvero quello che pensiamo. Spesso i musulmani ci chiedono “uno scambio di favori”: noi crediamo che Gesù è un profeta, voi dovete credere che Maometto è un profeta.
[4] in questa conoscenza obbiettiva reciproca, il pericolo maggiore lo corrono i musulmani. Essendo l’islam venuto dopo del cristianesimo, e essendoci nel Corano riferimenti a Gesù, a Maria, e ai cristiani, molto spesso i musulmani non fanno la fatica di conoscere il cristianesimo per come i cristiani si comprendono, ma si accontentano di quello che dice il Corano. I cristiani, invece, per scoprire l’Islam hanno solo la possibilità di conoscerlo leggendo il Corano.
[5] Questo significa che possiamo condividere la religiosità senza rinunciare ai nostri principi. Si può anche pensare di pregare insieme. Tante volte in passato si è fatta la critica a Ratzinger che era negativo sugli incontri di Assisi, dove dal 1986, personalità religiose si sono incontrati a pregare. La polemica che è scaturita tante volte era se persone di diverse religioni potevano pregare insieme. La posizione dell’allora card. Ratzinger era che bisognava evitare tutto ciò che poteva suggerire confusione o sincretismo. Ma pregare insieme, come l’ha fatto il papa a Istanbul nella moschea, è il massimo del rispetto e del dialogo.
[6] Va notato che essi non si sono accorti che i punti citati dal papa sono 4 e non 3: la condivisione dell’esperienza religiosa, nel testo del papa, è un 3° punto.
[7] Su questo fatto, la teologia islamica del X secolo aveva le idee molto chiare e rispettava un fondamento comune a tutti gli uomini. Poi il mondo islamico si è rinchiuso sempre di più, perfino contro i musulmani razionalisti (come Averroé).
[8] Vale la pena domandarsi anche quanto peso ha avuto la Lettera dei 138 nel mondo islamico. Nel campo degli esperti vi è stata una crescita dell’assenso: da 138 firmatari si è passati a 216. Ma nella popolazione non è passato nulla. Io ho visto solo pochi articoli in lingua araba, su giornali arabi e islamici. Nessuno di essi faceva un’analisi del contenuto della lettera dei 138. Alcuni davano solo la notizia bruta, altri raccontava solo che cristiani e musulmani volevano incontrarsi sulla fede del Dio unico. Non si può dire quindi che questa lettera abbia mosso il mondo islamico.
Vescovo anglicano: “la scelta multiculturale ha promosso l’estremismo islamico”
Londra (AsiaNews/Agenzie) – La promozione della società multiculturale e multireligiosa, voluta dai governi inglesi, in nome della laicità, ha finito con l’alimentare l’estremismo islamico, dando vita, in Gran Bretagna, a vere “aree vietate” per coloro che non sono musulmani. La denuncia viene dall’arcivescovo anglicano di Rochester, Michael Nazir-Ali, che è nato in Pakistan.
In un articolo pubblicato sul Sunday Telegraph, il vescovo sostiene che negli ultimi 50 anni, da un lato l’arrivo di un gran numero di immigrati, dall’altro la perdita di fede degli inglesi nei confronti dei valori cristiani e la convinzione dei politici che il modello multiculturale avrebbe facilitato l’integrazione dei nuovi arrivati, hanno finito col creare “aree separate”. “Accanto a questi sviluppi, c’è stata una rinascita mondiale dell’ideologia dell’estremismo islamico. Uno dei risultati è stato il rifiuto dei giovani verso la nazione nella quale stavano crescendo ed anche la trasformazione delle comunità separate in aree di non-ingresso, nelle quali l’adesione a questa ideologia è divenuta un requisito di accettazione”.
Inoltre, “ci sono già pressioni per riportare aspetti della sharia nella legge civile inglese. E’ già così per le banche conformi alla legge islamica”. “Per i cristiani è già meno possibile, in Gran Bretagna, vivere pubblicamente la propria fede”. “L’esistenza di cappelle e cappellani in luoghi come ospedali, prigioni ed altre istituzioni, come quelle scolastiche, sono in crisi sia per i tagli finanziari, sia perché le autorità vogliono strutture ‘multireligiose’, senza riguardo per le caratteristiche cristiane della nazione riguardo a leggi, valori, costumi e cultura”.
Un segno come la stella dei magi: la tonaca dei preti.
Chi fa pubblicità conosce, di solito, i gusti della gente. Deve appioppare il prodotto, e vede di colpire giusto. In tempi di dichiarazione dei redditi la Chiesa italiana ricorre a questi bravi pubblicisti per ottenere l’otto per mille. In sé nulla di male: per secoli la Chiesa ha offerto le sue terre, i suoi ospedali, le sue scuole, al popolo, spesso con generosità e disinteresse. Poi gli Stati moderni si sono formati anche alle sue spalle, con espropri continui, da Enrico VIII ai sovrani illuminati, a Napoleone, al Risorgimento italiano.
Oggi quindi le casse non sono più così fornite: mancano anche quei grandi peccatori che esistevano una volta, capaci di grandi peccati, grandi pentimenti e anche grandi donazioni. Poiché siamo nell’epoca degli ignavi, "a Dio spiacenti e a nemici sui", scarseggiano anche i tipi un po’ speciali. In tempi di crisi, infatti, comparivano i Francesco d’Assisi, gli Ignazio di Loyola, i Giovanni Bosco. Portavano con loro una ventata di grandezza e di santa follia cristiana: la povertà evangelica, lo spirito missionario, l’allegrezza del servizio al prossimo. Comparivano di tanto in tanto, a rompere la monotonia, anche personaggi bizzarri, come il celebre frate ferrarese Girolamo Savonarola.
Di costui si possono ancora leggere le invettive, le profezie, i quaresimali incalzanti, magari un po’ eccessivi. Però Savonarola non era uno qualunque: aveva previsto la discesa di Carlo VIII in Italia (1494), un grande castigo per la Chiesa (la Riforma protestante?), un grande risveglio (la Controriforma?), e forse, anche il sacco di Roma del 1527. Personalità schietta, rude, focosa, era il più amato nella città del fiorino e dei banchieri, abituata ai carnevali del Magnifico e alla mondanità del nuova mentalità umanista: a lui, che era un pugno nei denti allo spirito dei tempi, vennero affidate le ambasciate più importanti proprio presso Carlo VIII, re dei francesi, per salvare la città dai saccheggi. Odiato dai mediocri, era amato dai fanciulli e perfino dagli intellettuali e dagli artisti: divennero suoi devoti Pico della Mirandola, Angelo Poliziano, Sandro Botticelli, Andrea della Robbia, i pittori Lorenzo di Credi e Baccio della Porta, umanisti come Zanobi Acciaioli e Giorgio Antonio Vespucci. Lo ammiravano persino Ficino e Michelangelo.
Oggi, dicevamo, questi personaggi non ci sono più, e le tonache compaiono solo nelle pubblicità dell’otto per mille, perché chi le progetta sa bene che la gente, anche chi non crede, amerebbe vedere i sacerdoti con la loro divisa, nobilmente nera, sobriamente elegante, slanciata. Amerebbe magari fermarli per strada, anche solo per chiedergli il perché. Forse è un po’ di romanticismo, o forse, dietro questa emozione popolare, si nascondono ricordi del passato, immagini di curati di campagna, figure metastoriche alla Don Camillo. La gente, per fare quella firmetta, vuole vedere preti di cui si vede e si capisce cosa sono, che portano un vestito che esprima, nel suo colore, penitenza e rigore, ma anche orgoglio e umile militanza. "E’ per non essere diversi, per non distinguerci dagli altri", dicono i difensori della nuova moda borghese. "Siete dei borghesi, esattamente come noi", pensano, invece, i borghesi.
Perché un prete con cui vedere le partite, discutere di solidarietà e terzo mondo, in realtà, non serve a nessuno. Per quello ci sono già i giornali, gli intellettuali e, certo meglio, gli amici. Noi, persone di tutti i giorni, vogliamo preti che siano "diversi" da noi, che si sentano ministri di Dio, che ci parlino delle cose alte, a cui raramente abbiamo tempo di pensare. Vogliamo richiami dalla nostra orizzontalità terrestre alla verticalità dello spirito, al mistero dei sacramenti, al concetto di peccato e di perdono, di Giustizia e di Misericordia. E invece dietro quelle vesti abbandonate, rispolverate solo nelle pubblicità o nelle occasioni, c’è, spesso, tutto lo spirito di secolarizzazione che ha caratterizzato gli ultimi quarant’anni: il timore di mostrarsi, il rispetto umano, la vergogna di appartenere alla Chiesa militante, o solo la paura di sentirsi fuori posto. C’è, talora, l’idea di una Fede che non è più verità dirompente, salvifica, sempre nuova, ma che deve vestirsi via via dei vestiti della modernità, per mimetizzarsi con essa, per stare al passo coi tempi, anche se questi, come diceva già Papini, sanno di morchia e di benzina, di bestemmia e di scetticismo.
Svestito l’abito si sono svestite, in buona parte, tante altre nobili usanze "materiali": le pissidi finemente lavorate, le processioni con i canti e con i fiori, i turiboli coll’incenso, le adorazioni eucaristiche, la comunione in ginocchio, con la dovuta riverenza (è o non è Dio?)… Tutti segni evidenti, concreti, fisici di una Fede che riconosce un Dio eterno che si è fatto uomo e che si è fatto carne, non sociologia, non utopia, non solidarismo, e neppure prediche.