Saddam e i “dimenticati”: il relativismo è nemico della pace

(Nella foto, Marco Pannella)

A proposito dell’impiccagione di Saddam Hussein, pur condividendo le considerazioni sottoriportate dell’amico Marco Luscia contro la pena di morte, concordo pienamente con la riflessione di Bernardo Cervellera, pubblicata dal sito AsiaNews.it che riporto di seguito e consiglio di leggere.

«Siamo ancora segnati dal dolore e dalla preghiera per l’esecuzione di Saddam Hussein. Ma non possiamo non denunciare tanta ipocrisia da parte dei molti campioni contro la pena di morte che l’ex dittatore irakeno è riuscito a radunare prima e dopo la sua impiccagione.

Perché questi “professionisti” dello scandalo per la pena di morte comminata contro un uomo che ammirava – e seguiva – Hitler , poco si dolgono di altre condanne a morte e di altre violenze? Quando mai un vescovo cinese scomparso e ucciso nei lager ha trovato tanta solidarietà? Quando indù, cristiani, musulmani imprigionati nelle carceri saudite o iraniane hanno goduto di tanto sdegno internazionale e sostegno personale e pubblico? Il piangere da un occhio solo da parte di personaggi o organizzazioni è segno non solo di una soffocante visione ideologica, ma di un profondo relativismo.

Il relativismo, è un pericolo alla pace alla stregua del terrorismo e della guerra. Questo atteggiamento così diffuso in occidente, che vuole scrollarsi di dosso qualunque certezza e qualunque quadro di valori, che innalza i tiranni e nasconde i perseguitati, che parla in modo ovattato di tutto perché non si interessa di nulla, è stato messo da papa Benedetto XVI fra i veri pericoli della pace nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della pace 2007. Finora avevamo sempre pensato che il militarismo, le guerre, i carri armati, le bombe atomiche e nucleari erano ciò che uccide la pace. E lo sono.

Tutti gli strumenti di offesa sono frutto di ideologie che vedono la soppressione dell’altro come condizione indispensabile alla vittoria delle proprie idee. Ma nel Messaggio di quest’anno il pontefice punta il dito su quelle concezioni relativistiche della persona che svuotano di ogni senso universale i diritti dell’uomo e il valore della persona umana.

Da anni all’Onu, al Parlamento europeo e in altre organizzazioni internazionali si suggerisce una visione di questo tipo per cui i diritti di un cinese o di un africano non sono uguali a quelli di un europeo, o un americano. Il risultato è sempre il disinteresse verso la sorte di milioni di persone uccise, torturate, soffocate nella loro espressione, mentre la vela dei propri interessi nazionali ed economici viaggia su mari tranquilli.

Alcuni mesi fa, in prossimità dei colloqui fra Cina ed Europa, Antti Kuosmanen, ambasciatore finlandese a Pechino, ha dichiarato candidamente che “i diritti umani” non sono “un punto dominante” del rapporto. Se si prende in considerazione che le stesse organizzazioni – Onu e Parlamento europeo – combattono una guerra per “la libertà” nella definizione del genere (maschio, femmina, lesbica, gay, ecc…), delle coppie di fatto, dell’aborto come “diritto riproduttivo”, della manipolazione degli embrioni, si comprende che questo relativismo non è altro che una grave forma di schizofrenia.

Lo abbiamo vista in atto anche con la morte di Saddam Hussein. Come un dottore sapiente e pietoso, Benedetto XVI traccia altre forme di questa malattia. Fra queste vi è un modo distorto di affrontare i problemi ecologici. Il papa nel suo Messaggio chiede a tutti di maturare verso “un’ecologia sociale”, che comprenda l’attenzione all’uomo e al destino dei popoli.

Per questo l’impegno contro l’inquinamento dei mari, per la salvaguardia di specie faunistiche in estinzione e per la ricerca di energie alternative non può dimenticare che al centro di tutto (e non come problema da eliminare) vi sono gli esseri umani. Le energie che si investono per la difesa delle balene, o per piangere il delfino bianco dello Yangtze devono essere ridistribuite per aiutare gli uomini a trovare la via di uno sviluppo sostenibile e dignitoso, che comprende la cura delle malattie e il diritto all’acqua potabile.

E se i diritti umani sono per tutti, bisogna che la libertà religiosa sia perseguita non solo (ed è giusto) per i musulmani in Europa, ma anche per i cristiani che vivono nel mondo islamico. Questo disinteresse per l’elemento “uomo” nel pacifismo ecologico e diplomatico mondiale pesca in una malattia ancora più radicale, che è un pessimismo sull’uomo e sul suo valore, sulla sua capacità di rispondere a compiti e doveri.

Per questo, invece di fare appello alla sua responsabilità, si scelgono le vie drastiche del potere, della guerra, dell’eliminazione, della schiavitù o la violenza dell’indifferenza. Il papa nel suo Messaggio suggerisce anche una medicina: per rimettere l’uomo al centro della pace, occorre rimettere Dio al centro della vita dell’uomo. Benedetto XVI suggerisce due piste fondamentali: affermare il diritto alla vita, come “un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità”; affermare la libertà religiosa perché essa “pone l’essere umano in rapporto con un Principio trascendente che lo sottrae all’arbitrio dell’uomo”. Senza queste due direzioni il relativismo e la schizofrenia ci portano solo all’eutanasia e alla dittatura, alla guerra e alla cultura di morte.»

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Nessuno può dirsi giudice

La vicenda di Saddam, il macabro rito della sua impiccagione, rivela una serie di elementi che non possono che inquietarci. La preparazione dell’esecuzione e gli ultimi istanti di vita raccontati attraverso le immagini rappresentano quanto di più lontano si possa immaginare rispetto alla pietà cristiana. Tutto ciò esprime un sentire primitivo: l’idea di una rappresentazione che funga da elemento sinistramente pedagogico, un monito, un avvertimento. Perché quelle immagini sono distillate con maestria, non sono casuali e non riflettono neppure la realtà ma soltanto una porzione di essa, quella che fa comodo ai vincitori. Quei fotogrammi ci riportano indietro di cento anni quando sulle piazze si poteva assistere alla fine del delinquente esposto al pubblico supplizio.
Niente, oggi, legittima la pena di morte, il suo allestimento, la sua calcolata e rituale esecuzione.
Questo è il disagio che ha ferito molti occidentali davanti al tiranno sull’orlo del baratro.
Saddam fu condannato a morte oramai molti anni orsono, quando si decise di identificare in lui il male, o meglio una forma del male assoluto. Come si fece dopo la morte di Hitler quando la coscienza dei vincitori si trovò costretta a fare i conti con l’immane tragedia dell’olocausto. I Sovietici furono tra i primi ad avanzare l’ipotesi che il Hitler fosse un depravato, un folle, che il suo cervello presentasse un strana inconsistenza, che fosse afflitto dalla sifilide. Nell’autopsia sul corpo carbonizzato di Hitler essi andarono a cercare la conferma delle loro ipotesi, si spinsero persino ad affermare che il leader nazista non trovò neppure la forza di spararsi, rivelando con questo la propria estrema codardia. Ma le cose non andarono così. Certo, l’ipotesi che il male fosse causato da un singolo individuo capace di attrarre a sé, grazie ad un carisma demoniaco, l’intero popolo tedesco seducendolo e trascinandolo verso il baratro, fu assai comoda.
Come ha fatto comodo fare di Saddam l’istigatore del terrorismo internazionale e il tiranno smanioso di possedere la bomba atomica. Per alcuni anni da parte di stampa e televisione si è taciuto delle molte dittature, dei molti tiranni presenti sul pianeta, dipingendo il solo Saddam come la quintessenza del male.
Questa procedura ha evitato a ciascuno noi di fare i conti con la reale natura del male, con il fatto che esso non sia mai espressione della follia, del cortocircuito di un singolo individuo, ma sia piuttosto una forza oscura, potente, capace di sedurre ogni individuo solo che le condizioni si presentino. L’idea “dell’uomo malvagio” ci deresponsabilizza, ci fa sentire buoni, saggi, equilibrati, eludendo il mistero del male, la sua presenza sempre si rinnova, mai vinta. Recentemente una strage che ha visto la soppressione di quattro persone, fra cui un bambino, ci ancora una volta messo di fronte alla possibilità che il male possa primo o poi germinare anche nella nostra vita.
Tutta l’antropologia Paolina evidenzia proprio questa divisione dentro l’uomo, questo nostro essere contemporaneamente angeli e demoni. E’ questa la misteriosa presenza del male di cui parlo, la forza del maligno, piaccia o non piaccia a certa teologia progressista.
E’ difficile per l’uomo occidentale accettare il fatto che le grandi promesse di cui furono portatori l’illuminismo e l’ottimismo razionalistico potessero naufragare sugli scogli di un ventesimo secolo che ha visto consumarsi le più atroci carneficine dell’intera storia dell’umanità.
E’ difficile per l’uomo occidentale accettare che persino la speranza riposta nella tecno-scienza si rivelasse fallace, illusoria, così come tutti i progetti volti ad educare il cittadino alla consapevolezza, all’equilibrio, ai valori dell’obbiettività e del buon senso di cui la scienza si diceva portatrice per bocca dei suoi anfitrioni.
Quello cui assistiamo è in realtà il sorgere di un mondo senza orizzonte, senza speranza, in cui le promesse di pace e di benessere tradite generano frustrazione ed inquietudine.
L’uomo non è diventato più buono o più capace d’amare, anzi, l’amore stesso è in crisi tanto è assillato dal desiderio della felicità , del piacere, della soddisfazione immediata e durevole.
L’uomo-in una parola- ha dimenticato il male in quanto realtà personale costantemente presente, ha creduto di averlo vinto una volta per sempre, nell’orgogliosa affermazione della propria autonomia dal divino. Ma dimenticando il male l’essere umano si è precluso la possibilità di conoscere il vero bene.
Così quando sulla scena della vita si affacciano le sinistre figure dei dittatori e dei pluriomicidi con essi cresce la fretta, la voglia di spiegarli per ridurli a deviazioni, a mostri, ad escrescenze impreviste. Dimenticando che ogni uomo, ogni colpevole è frutto di un ambiente, di un’epoca, di un mondo, di determinate relazioni, di soprusi, di viltà , di cinismi, di calcoli economici e politici.
Il colpevole non è mai solo, egli è con noi. Questo non per scagionare chi si macchia di orrendi delitti, ma per comprenderlo realmente.
Il cristianesimo sa, da sempre, che in ogni uomo alberga il male, che le relazioni umane sono segnate dallo stigma del male. L’uomo è ferito dal peccato ed è ferito d’amore. La ferita d’amore è il lascito di Gesù Cristo, il frutto del suo sacrificio e del suo sangue versato.
Così, quando questa consapevolezza si fa presente in noi, nel nostro cuore di peccatori germina la possibilità del perdono. Soltanto la consapevolezza della comune figliolanza nel male ci rende tolleranti, capaci di comprendere, rendendoci immuni dal pericolo della ricerca del capro espiatorio.
Il cristiano sa, che l’unico “capro espiatorio”, l’unico essere degno di donare il perdono è Gesù, perché soltanto lui è privo del peccato.
Per questo, chi non crede nel mistero della redenzione difficilmente sarà capace di un perdono che vinca la voglia di vendetta, che vinca la legge del taglione.
L’uomo non ha il diritto di chiedere una vita, di sacrificarla per restaurare un ordine leso; lo avrebbe se fosse irresponsabile, se fosse puro, senza peccato.
Ma ciascuno di noi sa bene che una forza oscura preme dentro il quotidiano di ciascuno ed essa assume molteplici forme e nomi. Questa forza si chiama interesse, volontà di affermazione, di dominio, sfruttamento dei deboli, passione erotica incontrollata, ricerca smodata del denaro e del piacere, voglia di un figlio a qualsiasi costo, aborto, sperimentazione su esseri indifesi. Essa è il cinismo della politica, il sacrificio delle guerre per ragioni di dominio sulle risorse energetiche, essa è la volontà di imporre un unico stile di vita, di affamare alcuni popoli per compiacere il proprio tenore di vita ecc…
Questo è il male, semplice, elementare, capace di trasformarsi, di farsi ideologia di un piccolo gruppo, di un popolo, forza che muove gli eserciti, nebbia che acceca le menti dei dittatori.

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Vittorio Messori venerdì sera a Trento

Venerdì 12 gennaio alle 20.30, il Teatro del Collegio Arcivescovile in via Endrici a Trento ospiterà l’incontro pubblico con Vittorio Messori organizzato da "Libertà e persona". Lo scrittore-giornalista noto soprattutto per i suoi libri scritti con e sui grandi Papi del secolo scorso e anche insieme all’attuale Pontefice, parlerà di storia e cronaca alla luce della fede e presenterà i suoi ultimi volumi.

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TE LO DO IO L’OROSCOPO

“Che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. Dal tono e dallo sguardo, secondo mia moglie sto coltivando intenzioni poco raccomandabili. Essendo innocente, cerco di indossare una faccia da innocente. “Non fare finta di niente – prosegue lei – ecco qua, Ariete, seconda decade (sono io, lo confesso): “Potrete prendere una decisione coraggiosa, addirittura un divorzio, per cercare una relazione più adatta ai vostri attuali bisogni”. E adesso che mi dici, eh?”. Raccolgo delicatamente la rivista dalla mano tesa di mia moglie. ? il supplemento settimanale V. del quotidiano R. con il fatale mega oroscopo 2007. Mi tranquillizzo subito, il gioco è fin troppo facile. Giro due pagine: “Gemelli, sei tu. “Il vostro abituale bisogno di novità a tutti i costi potrà essere soddisfatto in aprile, quando Venere passerà nel vostro segno, spingendovi a nuove eccitanti esperienze. Da vivere, si intende, nella consapevolezza dell’effimero”. E tu che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. “Leggi bene tutto, caro: “Per chi è in coppia l’estate sarà bollente””. “Ah bene, se non avrò ancora divorziato…”. Sopraggiunge la figlia ginnasiale: “Vedo che state leggendo anche voi V. Devo chiedervi una spiegazione”. Una figlia ginnasiale che ammette di non sapere qualcosa è un autentico evento, quindi spalanco le orecchie e forse anche la bocca. “Ecco qua, Pesci, sezione ragazzi. Io sono ancora una ragazza, non una vecchia come te, mamma”. Mia moglie la trapassa con lo sguardo ma per fortuna non reagisce alla provocazione: “Allora: “In virtù della loro grande fantasia, i nati nei Pesci potrebbero vivere la fase iniziale dell’amore e del sesso in modo non univoco”. La “fase iniziale” mi sta bene, ma che cosa significa “in modo non univoco”?”. Prima che cadano in mano agli altri componenti della vostra famiglie, strappate e distruggete, meglio se bruciandole e disperdendone le ceneri, le pagine dell’oroscopo 2007 dalle riviste che girano per casa. Non per qualche anacronistico pregiudizio. Soltanto per non complicarvi la vita e garantirvi un sereno anno nuovo.
(Da “Toscana Oggi”, 7 gennaio 2007).

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VIETATO VIETARE. LA LOBBY DEL CINEMA COMANDA. Fa discutere il “per tutti” assegnato ad Apocalypto

Apocalypto, il filmone di Mel Gibson, sbarca oggi in Italia. Pare che narri gli ultimi giorni della civiltà maya, ma le paginate di anticipazioni sorvolano sulla trama, peraltro poco originale perché ricalcata su un collaudato schema del cinema d’azione hollywoodiano – massacro, cattura, fuga, inseguimento, vendetta – e si soffermano sulla violenza straripante, che un recensore riassume così: “Teste mozzate, pugnali infilati nella pancia, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto”. Si può discutere se tanta generosità di dettagli dipenda dall’esigenza dell’artista di esprimersi con il massimo realismo possibile, dalla furbizia del mercante nel piazzare un prodotto solleticando l’inesausto gusto dell’orrore del pubblico, o da una patologica pulsione sanguinaria di un Gibson che, dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera. Fuori discussione invece dovrebbe essere che per bambini e ragazzi certi film sarebbe meglio non vederli; e poiché i genitori non possono sempre controllare quale film sceglie il figlio che va con gli amici al multisala, all’esercizio della responsabilità sono chiamati tutti, Stato compreso, secondo le proprie competenze e possibilità. Difatti esiste una commissione censura, che ha peraltro classificato “per tutti” Apocalypto, diversamente da quanto deciso dai colleghi statunitensi (divieto ai minori di 17 anni), tedeschi e canadesi (18), olandesi (16) e irlandesi (15). I nostri rappresentanti dei genitori avevano chiesto, più modestamente, un divieto per i minori di 14 anni. Macché, neanche quello. Ad opporsi, spiegano, sono gli esperti di cinema e i rappresentanti di categoria. In altri termini, la lobby. Ma per quali motivi? Per difendere il diritto dei bambini italiani di godersi teste mozzate e coetanei smembrati? No, ci dev’essere qualcosa di più ghiotto e prosaico. Un caso identico scoppiò nel 2001 all’uscita di Hannibal, il film di Ridley Scott la cui scena più succulenta (letteralmente) vedeva Anthony Hopkins servire belle calde delle scaloppine di cervello di Ray Liotta sul piatto di Julienne Moore. Anche allora il film fu classificato “per tutti” mentre all’estero era stato vietato. Ed anche allora gli esercenti, in un soprassalto di responsabilità, esposero alla cassa un cartello in cui invitavano i ragazzi a non entrare in sala senza i genitori accanto. Dopo quasi sei anni siamo ancora al punto di partenza. Resta comunque da rispondere alla domanda: perché la lobby del cinema ha la manica tanto larga? Non sappiamo se sia questo l’unico motivo, ma un fatto è sicuro: un divieto, anche soltanto ai minori di 14 anni, impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idem per il mercato dell’home video. Alla faccia dei cartelli alle casse, infatti, se cercate di acquistare Hannibal su internet, lo troverete classificato “per tutti”, due parole rassicuranti per i genitori che non abbiano memoria lunga e non siano cinefili. Denaro, nient’altro che vile, banale denaro. Lo stesso denaro che manca alla commissione censura, dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro.
(“Avvenire”, 5 gennaio 2007, pag.2).
POST SCRIPTUM
Il giorno dopo, il 6 gennaio, il “Corriere della sera” a pag.39 riprende questo articolo riassumendolo così. Lo trascrivo per intero. Attenzione: la prima frase, che dice l’esatto contrario di quel che avrebbe dovuto dire, non contiene refusi. Il “non” di troppo è nell’originale.
“AVVENIRE”: TROPPE LOBBY DEL DENARO
L’ultimo film di Mel Gibson, Apocalypto, in Italia non è stato vietato per motivi di “denaro”. Lo sostiene un editoriale di “Avvenire”, firmato da Umberto Folena. Il giornale dei vescovi osserva che un divieto anche solo a 14 anni impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, “confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idel _ prosegue – per il mercato dell’home video”. Folena ricorda che “se cercate di acquistare Hannibal su internet lo troverete classificato ‘per tutti’, due parole rassicuranti per i genitori”. Il “denaro, nient’altro che vile, banale denaro”, rileva ancora il quotdiiano, manca poi alla Commissione censura che decide sui divieti, “dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro”. Critiche anche a Gibson che “dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera”.

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Apocalypto, la scoperta e la colonizazzione delle Americhe

A breve sarà nei cinema il nuovo film di Mel Gibson, l’autore di Passion, Braveheart… La vicenda raccontata nel film è quella della conquista spagnola dell’America Latina, e della fine dell’Impero maya e azteco. Per capirla è utile ripassare brevemente la storia, e accennare ad un altro celebre film sull’argomento, Mission, con Robert De Niro. Quando gli spagnoli iniziano a penetrare nel Nuovo Continente si presenta davanti a loro una terra affascinante per la varietà dei colori, delle piante, degli stupendi uccelli variopinti che nessuno, in Europa, ha mai visto. Con grande stupore vedono anche "strade, argini ben costruiti, ponti acquedotti, case, torri, santuari e fortezze biancheggianti, templi smisurati, tutti fatti di pietra", e oro, argento e monili preziosi in quantità.

Coloro che, giunti da lontano, conquisteranno queste terre meravigliose, sono pochi e male armati: Cortes, il conquistatore del Messico, ha con sé appena 600 uomini, sedici cavalli, trentadue balestre e qualche, primitivo, archibugio; Pizarro, conquistatore dell’ impero Inca, 62 cavalieri, 106 fanti e una dozzina di fucili. Ma i conquistadores non sono solo avventurieri assetati di ricchezze. Nella loro penetrazione nei territori americani vengono colpiti da spettacoli atroci: lungo le scalinate dei templi trovano arti e corpi di fanciulli e fanciulle massacrati e offerti in sacrificio alle divinità del luogo. Infatti, gli Aztechi, e, in misura minore, anche gli Incas, sono convinti che sia continuamente necessario sacrificare alle forze naturali, specie al dio Sole, per evitare che questo cessi la sua funzione e si spenga: "A insanguinare ogni giorno i gradini degli enormi templi era quest’ansia ossessionante di non lasciare finire il mondo, un’ansia che raggiungeva il suo culmine ogni cinquantadue anni, quando la minaccia della catastrofe si faceva più concreta e imminente" ( Bernal Diaz del Castillo, La conquista del Messico, Longanesi, Milano, 1980 (prefazione di Franco Marenco e Pietro Citati).

Così presso gli Aztechi "quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dei. Dopodiché i corpi venivano fatti precipitare dalle scale dalla piramide: ad attenderli, al fondo, c’erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle…"; infine gli arti venivano donati, a seconda del loro pregio, a sacerdoti e guerrieri per essere mangiati (cannibalismo; Vittorio Messori, Pensare la storia, Paoline, 1992; Luigi Lunari, Cortes, Rizzoli, Milano 2000; G.C. Vailiant, La civiltà Azteca, Einaudi, Torino, 1992: in quest’ultimo testo si descrivono altre terribili usanze, quale quella di costruire "grandi rastrelliere coperte di teschi" o quella di fare a pezzi, con mazze armate di lame di ossidiana, dei prigionieri legati a pietre circolari e offerti al dio Sole).

Sotto gli Incas la situazione è analoga: specie bambini e vergini vengono sgozzati, strangolati o espiantati, alla maniera azteca, del cuore, per allontanare carestie, epidemie ecc. Si arrivano a sacrificare fino a 20.000 persone in un solo giorno. Queste vere e proprie mattanze determinano la necessità di continue guerre per procurare i sacrificandi, così che Aztechi ed Incas assoggettano e terrorizzano le popolazioni confinanti. Proprio su queste fanno leva Cortes e Pizarro, che altrimenti mai avrebbero potuto sconfiggere eserciti immensamente superiori al loro, per numero e conoscenza del territorio.

Entrambi spiegano agli indigeni di adorare un Dio che non richiede sacrifici umani e crudeltà e ottengono così il sostegno di intere tribù. D’altra parte sia Montezuma, imperatore degli Aztechi, che Atahualpa, imperatore degli Incas, considerato il figlio del Sole e proprietario di tutta la terra, reagiscono in modo altalenante ed ambiguo di fronte agli spagnoli: a momenti decisi a difendersi, appaiono invece, per lo più, sconfortati e rassegnati. Infatti, per rimanere a Montezuma, di cui abbiamo maggiori notizie, egli è convinto, secondo una tradizione antica, che il 1519, proprio l’anno in cui Cortes ha toccato la terra ferma americana, sia l’anno "della Canna", quello stabilito da secoli per il ritorno del dio Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, l’unico dio che non vuole sacrifici umani, "dalla carnagione chiara, i lunghi capelli e lunga la barba": ora Cortes si presenta proprio così, con la carnagione chiara, così diversa da quella degli indigeni, e fieramente contrario ai sacrifici umani. Non può che essere un dio, e Montezuma, atterrito, non sa come affrontarlo e si lascia addirittura catturare senza opporre resistenza! La conquista del Nuovo Mondo da parte degli spagnoli non fu dunque quella descritta dalla storiografia illuminista prima (si pensi ai "generosi Incassi" del Parini) e da quella anglosassone poi: non fu lo scontro tra i cattivi Europei, da una parte, e "selvaggi buoni", ma anche civilizzati, dall’altra. Questo è tanto vero che nei territori sotto la Spagna le popolazioni che avevano accolto benevolmente i conquistadores per liberarsi dall’oppressione azteca e incas, si amalgamarono piuttosto bene con i nuovi venuti. La Chiesa, tramite i suoi missionari, sollecitò il matrimonio misto e una pacifica convivenza, sforzandosi di limitare eventuali prevaricazioni e prepotenze, sempre presenti nell’agire umano.

La apparizione delle Vergine "morenita", una Madonna di colore, identica alle donne indie fin nell’abbigliamento, nel 1531, contribuì enormemente ad unire i due popoli (Guadalupe è il santuario più frequentato al mondo). Ancora oggi questo si può vedere nella composizione etnica degli stati dell’America Latina che furono sotto la Spagna dei "re cattolicissimi", Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia: infatti in Messico, in Bolivia, in Perù eccetera, "quasi il 90% della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati", laddove negli Stati Uniti, dove giunsero gli inglesi anglicani e puritani, la popolazione del luogo, i cosiddetti pellerossa, sono stati quasi tutti sterminati. Certo, come appare anche nel film "Mission", vi furono, tra i colonizzatori, di quelli che approfittarono degli indigeni per farli schiavi, ma questo contro il volere della corona di Spagna e della Chiesa. Nei territori dominati dai Portoghesi, invece, e in specie nel Brasile, la schiavitù era non solo praticata da alcuni, ma anche permessa per legge. Mentre i missionari gesuiti realizzano la cosiddetta "Repubblica del Guaranì", vero modello di società cristiana e di armonizzazione pacifica tra due diverse culture, l’Europa è percorsa dalla dirompente vitalità del pensiero illuminista. I filosofi inglesi e, soprattutto, francesi, diffondono nel vecchio continente ideali nuovi e una critica piuttosto aspra nei confronti della Chiesa. Se è vero, infatti, che tolleranza e libertà religiosa divengono i capisaldi di questa nuova cultura, è altrettanto vero che, nella pratica, teoria e prassi, principi ed applicazioni, spesso, non si corrispondono: lo stesso Voltaire, acceso sostenitore della libertà di pensiero, ma in segreto partner economico di trafficanti di schiavi, afferma senza esitazione la necessità di combattere in ogni modo la Chiesa (il celebre motto "schiacciate l’infame").

Il pensiero cristiano viene infatti denigrato e ripudiato sotto molti aspetti: l’illuminista Diderot, ad esempio, contrappone alla morale cristiana il modello del buon selvaggio tahitiano, che pratica, senza alcun falso scrupolo, l’incesto, l’adulterio, l’accoppiamento libero e casuale. Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono le riflessioni di Morelly, Dom Deschamps e Restif de la Bretonne, che, "in omaggio alla dottrina settecentesca che considerava il tabù dell’incesto alla stregua di un pregiudizio religioso", arrivò ad avere rapporti con le sue stesse figlie. In campo economico poi, il pensiero illuminista francese era tributario del liberismo inglese, il quale rintracciava nella riforma anglicana e nella separazione dell’Inghilterra dalla Roma cattolica ad opera di Enrico VIII, l’origine del suo processo di modernizzazione economica. Così ai filosofi illuministi e ai "despoti illuminati" del Settecento (Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia; Caterina II di Russia…) sembrava che, da una parte, fosse necessario assoggettare la Chiesa al potere politico (dottrina del giurisdizionalismo); dall’altra che occorresse sopprimere il più possibile gli ordini religiosi, per incamerarne i beni al fine di arricchire il potere statale e di rifornire di terre e di capitali la ricca borghesia imprenditrice. Succedeva insomma quello che era avvenuto in Inghilterra ai tempi di Enrico VIII e di Elisabetta, con l’esproprio massiccio dei terreni della Chiesa, affidati di solito ai più poveri, e quindi poco produttivi, e con la loro privatizzazione. E’ facile capire che, in questo clima, il potente ordine dei Gesuiti non fosse visto di buon occhio nelle corti europee, che, come dice il cardinale protagonista del film, apparivano a quell’epoca giungle insidiose e terribili. Infatti, oltre che proprietari di scuole e di beni appetibili per i vari Stati, i gesuiti si ergevano a difesa degli interessi degli indigeni nei paesi dell’America Latina sottomessa agli europei.

In Portogallo, il primo ministro, il marchese di Pombal, sostenne una vera e propria campagna di denigrazione contro la Compagnia di Gesù, cercando addirittura di instillare nel pontefice Clemente XIV il sospetto di poter essere avvelenato da un sicario gesuita. Tra le altre cose, "fece persino coniare delle monete con l’effige di un gesuita che si definiva re del Portogallo con il nome di Nicola I". Così, quando nella notte del 3 settembre 1758 il sovrano portoghese rimase leggermente ferito nel corso di un attentato da parte di ignoti, Pombal colse l’occasione per far sopprimere l’Ordine dei Gesuiti, da lui accusati di essere i mandanti. Ne sequestrò poi i beni, ne condannò alcuni a morte ed espulse gli altri dal paese. Similmente avvenne in Francia dove si giunse allo scioglimento dell’Ordine nel 1762. In Spagna invece l’espulsione dei 5000 gesuiti "durò lo spazio di un mattino": molti si imbarcarono su zattere di fortuna per raggiungere Roma ma morirono per mare. La persecuzione si estese ad altri paesi europei, finché papa Clemente XIV, coartato dai potenti dell’epoca, soppresse egli stesso la Compagnia fondata da S. Ignazio, nell’agosto del 1773. Ovunque, naturalmente, le terre e i beni dell’Ordine furono incamerati dagli Stati, che li rivendettero alla ricca borghesia, mentre le scuole gestite dai gesuiti divennero tra le prime scuole statali dell’età contemporanea. Se ora facciamo un passo indietro di pochi anni, al 1750, cioè all’epoca in cui è ambientato il film, possiamo comprendere il dramma interiore del cardinale gesuita protagonista: da una parte la sua volontà di salvare le missioni guaranì, dall’altra la paura che un gesto simile avrebbe provocato le ire del marchese di Pombal nei confronti della Chiesa in generale e del suo Ordine in particolare. Ma, come si è visto, il suo cedimento non valse a nulla, perché l’Ordine fu ugualmente travolto e gli indigeni finirono come, nelle corti, si era deciso ( C.Lugon, La rèpublique des Guaranis, Foi Vivante, Paris, 1949; Guido Sommavilla, La compagnia di Gesù, Rizzoli, Milano 1985).

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Gli esordi di Prodi all’Iri e le importanti amicizie.

Dopo la crisi del 1929, che getta nel panico i risparmiatori del Nuovo Mondo e quelli della vecchia Europa, vi sono ovunque banche e aziende che chiudono e disoccupati che vagano.
La soluzione al dramma economico, pressochè dappertutto, è costituita dall’intervento degli Stati in economia: negli Stati Uniti viene adottato il New Deal, in Germania, di fronte a 6 milioni di disoccupati, Hitler investe soldi pubblici nell’industria bellica, nelle autostrade e nella ricostruzione.
Anche in Italia la situazione è difficile, con 1.300.000 disoccupati, l’industria e l’agricoltura in crisi.
Il regime fascista cerca di porvi rimedio istituendo l’IMI nel novembre 1931 e l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel gennaio 1933. All’Istituto, inizialmente, vengono affidate le seguenti funzioni: “il finanziamento a lungo termine di aziende industriali; l’assistenza finanziaria a banche in situazioni di immobilizzo e la gestione di valori mobiliari attribuiti allo Stato a seguito di salvataggi e risanamenti bancari”(Mario Cataldo, Storia dell’industria italiana, Newton, 1996).
Col tempo l’IRI, passato da ente provvisorio ad ente permanente, si trova ad avere partecipazioni nei settori più disparati: dalla telefonia alle armi, dalla chimica all’agricoltura, dal tessile alla meccanica: “alla vigilia della II guerra mondiale l’IRI si troverà a detenere oltre il 44% del capitale azionario allora esistente in Italia” (op.cit.).
L’Italia ha così un settore pubblico inferiore soltanto all’URSS, cioè al paese in cui la rivoluzione comunista del 1917 aveva portato lo Stato ad essere proprietario non solo della libertà dei suoi sudditi, ma anche di tutti i “mezzi di produzione”, dalle industrie alle banche alla terra.
Il nostro diventa uno “Stato banchiere ed imprenditore” in cui, secondo una definizione dei maligni, si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite.
Nel dopoguerra lo Stato italiano decide di non smantellare il patrimonio industriale pubblico e l’IRI rimane il colosso dell’era fascista. L’enciclopedia Motta nel 1961 afferma che all’epoca l’IRI ” comprende 119 aziende nel settore delle industrie siderurgiche (tra cui Dalmine, Ilva, Terni), metallurgiche, cementizie e meccaniche (Alfa Romeo, Filotecnica, Motomeccanica, San Giorgio); 21 nelle industrie navali (Ansaldo, Cantieri Riuniti dell’Adriatico…); 18 società di navigazione (Adriatica, Italia, Lloyd Triestino, Tirrenia); 9 nelle industrie chimiche, 5 in quelle di costruzione e 8 nei trasporti; 32 società elettriche (tutto il gruppo Sip e Società Meridionale Elettrica); 18 società telefoniche; 25 società immobiliari, 5 agricole e 8 industrie varie. Controlla pure 26 enti bancari (tra cui la Banca Commerciale, il Banco di Roma e il Credito Italiano, le cosiddette Bin, banche di interesse nazionale ndr.) e 8 società finanziarie italiane; partecipa inoltre a 19 società estere. Anche dall’IRI dipendono alcune industrie turistiche, alimentari e della pesca. Di alcune società le azioni possedute dall’IRI costituiscono la totalità, di altre la maggioranza, di altre infine una minoranza ma che talvolta rappresenta la più valida partecipazione finanziaria”. All’IRI appartengono anche Alitalia e Rai. Nel 1990 l’IRI conta 419.559 dipendenti.
Si tratta insomma di un impero economico straordinario, colossale, che nel 1994, ultimo anno di gestione Prodi, pur dopo parecchie privatizzazioni-svendite, è ancora il principale datore di lavoro del sistema Italia. A tale data infatti l’IRI può contare su 292.689 dipendenti, contro i 268.956 dell’IFI degli Agnelli, e i 27.363 di Fininvest ( poi Mediaset), di proprietà di Silvio Berlusconi. Quanto al fatturato si parla di 73.155 miliardi di lire per l’IRI, contro i 10.360 della Fininvest.
Ma chi ha creato e controllato, in circa 70 anni di storia, questo immenso patrimonio umano ed economico? E come ha fatto a sciogliersi come neve al sole in pochi anni, dal 1992 al 2000?
Il fondatore e il primo padrone dell’IRI è Alberto Beneduce un casertano, massone, seguace del socialismo interventista di Bissolati, nel 1914-15, poi parlamentare ed infine vicino a Mussolini, pur non aderendo mai con decisione al fascismo. La sua carriera, per la quale ha meritato il titolo di “padrone dell’economia italiana”, è brillantissima e tutta dietro le quinte: in epoca fascista è soprattutto fondatore e presidente dell’IRI, ma anche presidente del Consorzio Navale, presidente delle Ferrovie Meridionali Bastogi, presidente della Meridionale di elettricità, presidente del Consorzio di Credito per le opere pubbliche, dell’Istituto per il credito navale…e tutto alla faccia del divieto fascista di accumulo delle cariche. Nel suo libro I giorni dell’IRI. Storie e misfatti da Beneduce a Prodi (Mondadori, 2000) Massimo Pini scrive: “Alberto de Stefani ricorda che Beneduce possedeva una dote singolare, la misteriosità, che gli consentiva di essere presente in tutti i passaggi obbligati dell’alta finanza e di avviarla verso i suoi meditati fini”.
Beneduce muore nel 1944 a Roma: era stato il vero duce dell’economia italiana, in un’epoca in cui un ex giornalista divenuto dittatore, Benito Mussolini, pur dominando politicamente il paese, non era riuscito, come dimostrerà la guerra, a controllare settori importantissimi della vita italiana, dall’economia, all’esercito, alla grande industria privata. La figlia di Beneduce, Idea Socialista, diviene intanto la moglie di un siciliano che diverrà potentissimo: Enrico Cuccia. Come a dire che i regimi passano, ma le dinastie familiari restano.
Questo è ancora più vero negli anni della Repubblica: mentre i governi durano anche meno di un anno e si alternano di continuo, solo alcuni uomini rimangono saldamente e con continuità al controllo di realtà politicamente ed economicamente significative. Tra questi, oltre agli Agnelli, ci sono appunto alcuni presidenti dell’IRI (Prodi durerà in carica dal 1982 al 1989, durante ben otto governi diversi) ed Enrico Cuccia, l’erede di Beneduce. Come il suocero è avvolto da un grande mistero: mentre è in vita quasi nessun giornale ne parla; non rilascia interviste, non compare in televisione, cammina ogni mattina presto, a testa bassa, verso il suo ufficio di via Filodrammatici, oggi piazzetta Cuccia, in cui, nei momenti difficili, si decidono le sorti dei grandi gruppi industriali privati, della Pirelli, della Fiat, dell’Olivetti… Ma quando muore, quasi solo ora si potesse dirlo, tutti i giornali spiegano che è deceduto “il signore della finanza italiana”, “il grande vecchio della finanza italiana” e cose simili (Quotidiano.net 23/6/2000; la Repubblica 24/6/2000). Eppure anche la morte è all’insegna della segretezza: i funerali sono in forma rigidamente privata (vi partecipano solo Fazio, Romiti, Geronzi, Maranghi e Cingano, tutti banchieri, e un solo politico, La Malfa figlio).
La creatura di Cuccia, Mediobanca, di cui sarà per lunghissimi anni dirigente e, alla morte, presidente onorario, è il forziere dell’industria italiana: è nata nel 1946 come ente specializzato per i finanziamenti a medio e lungo termine, per iniziativa delle già citate banche d’interesse nazionale dell’IRI, le cosiddette Bin (la Commerciale italiana – Comit; il Credito italiano- Credit; il Banco di Roma) e di una piccola quota di capitale privato. Cuccia viene subito nominato direttore generale: può infatti contare sulla parentela acquisita con Beneduce e sull’amicizia con importantissimi personaggi del Partito d’Azione, e poi del Partito Repubblicano, Ugo La Malfa e Adolfo Tino, presidente di Mediobanca sino alla morte. Amicizie importantissime per i legami che hanno con gli Agnelli, gli Usa e la massoneria internazionale.
Del giro di amici, e che amici, fa parte anche Tonino Maccanico, nipote di Adolfo Tino e membro anch’egli del partito repubblicano. Maccanico è un personaggio singolare anch’egli: senza bisogno di presentarsi alle elezioni, di fare manifesti o proclami, fa il segretario generale al Quirinale, assistente di La Malfa al Bilancio e in altri incarichi, segretario del Presidente della Repubblica e solo poi il senatore del PRI prima e della Margherita prodiana poi. Panorama lo definisce “uno di quei personaggi che si perpetua per vie misteriose ed elitarie dentro la pubblica amministrazione, e che vive a strettissimo contatto con la politica”.
Ebbene nel 1987-8, mentre Prodi è a capo dell’IRI, Maccanico viene chiamato temporaneamente a sostituire Cuccia al vertice di Mediobanca e pilota la privatizzazione dell’Istituto svincolandolo dal controllo dell’IRI e delle banche pubbliche. Racconta lui stesso: ” Quando il primo patto andò in scadenza, nel 1987, le tre bin non lo volevano rinnovare. Allora fui nominato io alla presidenza perché trovassi una soluzione. Chiamando a raccolta forze economiche nuove, come Giancarlo Cerruti, Carlo De Benedetti, Alberto Pecci e Pietro Ferrero, rinnovai la compagine azionaria e stipulai un nuovo patto di sindacato: da una parte le tre bin con il 25%, dall’altra con un uguale pacchetto del 25% i privati…L’obiettivo era sempre di garantire, con la presenza dei privati, l’autonomia di Mediobanca dalle bin”. (intervista a Panorama 29/3/03).
Maccanico, dunque, mentre Prodi gestisce l’IRI, prende dentro De Benedetti, il padrone di la Repubblica e de l’Espresso:: tutti e tre, Maccanico, De Benedetti e Prodi rimarranno insieme anche in politica, e riorganizzano oggi la rivincita contro Berlusconi. Che parte, appunto, dalla difesa, tramite i giornali la Repubblica e l’Espresso, delle privatizzazioni fatte da Prodi, e in particolare proprio di quelle a favore di De Benedetti (caso SME)!
Ma torniamo a Maccanico. Secondo un giornalista di “Avvenire”, “Maccanico è anche un talent scout. Nel 1982 è stato lui a scoprire e presentare nel salotto buono della finanza italo-lazardiana il politico del futuro, democristiano ma laico quanto l’oligarchia lo vorrebbe: De Mita Ciriaco. L’avellinese, invitato per l’esame in casa De Benedetti (presenti Agnelli, Scalfari…) convince, nonostante l’accento. E viene cooptato. A patto s’intende, che lui coopti Maccanico nel prossimo governo, che lui presiederà e di cui Eugenio Scalfari s’incaricherà di cantare le lodi al di là di ogni verosimiglianza. Infine nel 1989 ecco Maccanico alle costole del Presidente del Consiglio De Mita, nei panni di ministro delle Riforme Istituzionali”. Poi, vista la mala parata dei repubblicani, Maccanico esce dal partito repubblicano e trova posto, in un collegio blindato, nella Margherita prodiana; nel governo Prodi diventa ministro delle Poste. Ciriaco De Mita: segretario della DC per quasi sette anni, dal 1982 al 1988, “un record straordinario per un partito che faceva ruotare gli incarichi direttivi come la biancheria” (Bruno Vespa), è rappresentante dell’ala sinistra del partito.
Se ricordiamo che De Mita è colui che sceglie Prodi, sempre nel 1982, il cerchio si chiude: il cerchio delle amicizie, in politica e negli affari, che continuano a girare!
Ma prima di cambiare argomento vale la pena di spendere qualche ulteriore parolina su De Benedetti: il finanziere torinese è editore, insieme al principe Caracciolo, di la Repubblica dell’Espresso, di Limes, Micromega, di 15 quotidiani locali, un bisettimanale, due mensili, due trimestrali, tre emittenti radio nazionali, Dee Jay TV ecc.ecc.(www.quotidianiespresso.it). La sua carriera è descritta così dall’economista Giano Accame: “Troppi i regali di Stato su cui ha costruito la fortuna industriale: dalla legge del suo socio Bruno Visentini, ministro delle Finanze, che rese obbligatori i registratori per cassa per i commercianti (l’Olivetti, guarda caso, li stava producendo), ai discutibili acquisti delle poste, che gli hanno svuotato i magazzini dei telex, invendibili perchè superati dai fax, agli esuberi di personale scaricati a spese di enti pubblici”(Lo Stato 20/1/’98). Mentre Vittorio Feltri scrive: “Ex Fiat. Ex Olivetti. EX Omnitel. Ex tutto”, a significare le tormentate vicende di un finanziere che continua a cambiare, senza riuscire a far decollare nulla, ma che pure rimane un potentissimo personaggio grazie al suo potere mediatico. De Benedetti è uno di quei grandi mai toccati dalle indagini di Tangentopoli: mentre la DC e il PSI vengono decapitati a partire dal 1992, mentre deputati e senatori finiscono nelle patrie galere, lui, Agnelli e Prodi, rimangono incredibilmente illesi. La Repubblica, in quegli anni, urla alla corruzione dei politici e degli industriali italiani, e massacra chiunque, a qualunque titolo abbia alimentato il mercato delle tangenti. Oggi fa lo stesso con Berlusconi. Eppure il suo editore, De Benedetti, “a Roma fu costretto a riconoscere di aver fatto larghissimo uso di strumenti di corruzione”; consegnò poi “a Di Pietro un memoriale in cui sosteneva di essere stato costretto a pagare, tra il 1987 e il 1991, per ottenere lavori alle Poste e più in generale per non fare uscire la Olivetti dal mercato internazionale dei computer. I suoi giornali ne uscirono con una intervista di Giampaolo Pansa all’ingegnere: ‘ Perché non hai mai detto niente, Carlo? Lo sai che siamo molto incazzati con te?’ Pansa glielo disse con la bocca a cuore, tanto che Prima Comunicazione, giornale specializzato in media, la interpretò così: ‘Carlo, sono incazzato. Sono talmente incazzato che…baciami’…De Benedetti, per fortuna, incontrò magistrati garantisti, sia a Milano che a Roma…(però) fu arrestato e tenuto a Regina Coeli per sole dodici ore, poiché ottenne immediatamente gli arresti domiciliari…Poco dopo confessò per iscritto di aver dato ai funzionari delle Poste dieci miliardi. Nel ’94 il giudice Cordova (di Roma) acquisì documenti che provavano a suo giudizio la vendita di telex malfunzionanti a prezzi più alti di quelli di mercato. Per la logica degli accoppiamenti tra pubblico ministero e Gip, che ogni tanto variano, cambiò il giudice per le indagini preliminari che seguiva il caso. Trascorsero quattro anni e il nuovo Gip che aveva ereditato l’inchiesta si accorse, nel ’98, di non essere competente. La pratica passò al Tribunale dei ministri, dove la fine del secolo la trovò sonnecchiante, in attesa dell’ormai certa prescrizione”(Bruno Vespa, Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, pp.187-189, Mondadori, 2000).
E’ sempre Vespa, nell’opera citata, a ricordarci che Bettino Craxi, in un colloquio con Di Pietro “ricordò di aver vietato a Balzamo di accettare un contributo elettorale della Olivetti (di De Benedetti) in cambio di affari con l’IRI” (p.175), e che Severino Citaristi, segretario amministrativo della DC dal 1986 al 1993, pluricondannato per Tangentopoli, ebbe a confidargli: ” Mi sono mosso soltanto per tre persone. Andai a trovare De Benedetti nei suoi uffici romani a piazza di Spagna, Sama nella sede della Montedison all’Ara Coeli, Gardini al Grand Hotel. Sama mi consegnò i contributi: una volta tre miliardi, una volta uno. De Benedetti e Gradini ce li accreditarono su conti esteri: il primo poco più di un miliardo, il secondo due” (p.178). Per queste affermazioni, riportate in un’opera che ha venduto oltre 150.000 copie, Vespa non è mai stato processato né smentito. Potremmo continuare l’antologia di prodezze dell’ingegnere ancora molto a lungo, ma ci accontentiamo di chiudere con due brevi citazioni. La prima è di Gianni De Michelis, sul Corriere della Sera del 6/5/2003: “Per capire la posizione di De Benedetti nei nostri (dei socialisti, ndr) confronti le racconto questo aneddoto. C’erano da rinnovare i vertici di Eni e Iri e un giorno l’Ingegnere mi prese da parte e mi disse: ‘Vi serve un bravo presidente dell’Iri? Io sono disponibile…'”. L’altra dell’ex ministro democristiano Cirino Pomicino: “E’ il marzo 1991. Carlo De Benedetti viene a trovarmi al ministero del Bilancio. Mi espone un progetto che sta elaborando con diversi amici, industriali e giornalisti, per affidarlo poi ad alcuni uomini politici. A bruciapelo mi chiede: ‘vuoi essere mio ministro?'”. (Geronimo, Strettamente riservato, Mondadori 2000).

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Cambia l’esame di maturità. Ma la qualità della scuola dipende dagli insegnanti

E’ un silenzio assordante quello con cui il mondo della scuola – gli studenti, gli insegnanti, i dirigenti, i genitori – sembra aver accolto la riforma dell’esame di maturità, introdotta con una legge che ha ottenuto il voto favorevole dalla Camera (275 sì e 220 no) e la cui entrata in vigore è in parte prevista già nel 2007.

I cambiamenti

Tra le novità previste dal provvedimento, c’è il ritorno della commissione mista d’esame, composta da non più di sei membri, per metà professori interni e per metà esterni.

I docenti esterni non potranno appartenere allo stesso distretto scolastico dell’istituto, per garantire un esame più rigoroso. I commissari potranno invece gestire al massimo solo due commissioni. Torna anche lo scrutinio di accesso agli esami: sarà necessario aver superato tutti i debiti accumulati negli anni per poter sostenere la maturità. Lo sbarramento all’accesso, comunque, non entrerà in vigore quest’anno, come spiegano le disposizioni transitorie e finali del testo. I maturandi del 2007 non rientreranno neanche nella nuova distribuzione dei punti: 25 di credito scolastico (ora sono 20), 45 per le prove scritte, 30 per l’orale, 5 di bonus, la lode per chi ottiene il 100.

Saranno ammessi solo «gli alunni delle scuole parificate nelle quali continuano a funzionare corsi di studio fino al loro completamento». Scatta così, dunque, il giro di vite contro i cosiddetti “diplomifici”, che ogni anno raccolgono candidati da tutta Italia. 

Con la nuova maturità, poi, negli istituti tecnici, professionali e in quelli d’arte, la seconda prova diventa a carattere laboratoriale e può svilupparsi su più giorni. Rimane comunque confermata la scansione delle tre prove scritte più l’orale. Oltre ai contenuti dell’ultimo anno, saranno valutate anche le basi di cultura generale. È previsto poi il raccordo con l’università per l’avvio di appositi percorsi di orientamento. Una novità, quest’ultima, che sarà inserita nei due decreti delegati che scaturiranno dall’esame. L’altro riguarda le borse di studio per i meritevoli.

Dove sta il problema

Si tratta dell’ennesimo terremoto, scatenato dall’alto, sulla già fin troppo scossa e politicamente maltrattata scuola italiana (e trentina), con una specie di “ritorno al passato” voluto dal Ministro Fioroni in nome della necessità di rendere più seria, severa e selettiva la produttività dell’istruzione superiore.

Il centrosinistra pensa così di rimediare ad uno dei devastanti effetti prodotti dai suoi stessi “padri” sessantottini (o sessantottardi), fra i quali il “6 politico” e una maturità ridotta ad un passaggio puramente formale e simbolico, essendo la promozione garantita, o quasi, per tutti.

Questa nuova riforma rappresenta inoltre il vano tentativo di reagire all’insignificanza, dal punto di vista del mercato del lavoro, del valore legale del titolo di studio.

La verità è che non è inasprendo l’esame finale che si può meglio certificare la qualità della preparazione degli studenti. Assisteremo alla crescita esponenziale delle bocciature e ad un’inversamente proporzionale calo delle promozioni, con l’unica conseguenza di ritardare di uno o più anni l’occupazione dei giovani, oppure l’eventuale prosecuzione dei loro studi, perché non è affatto detto che essere promossi o risultare respinti alla maturità dimostri effettivamente la “maturità” dei ragazzi.

Studenti nel mirino. Ma chi valuta la proefssionalità dei docenti?

Il problema sta piuttosto nei criteri utilizzati per la selezione conclusiva degli studenti. Criteri che in larga misura sono affidati alla discrezionalità e sensibilità soggettiva dei docenti, dei commissari e dei dirigenti scolastici e non a parametri oggettivi, rispondenti sia a requisiti interni sia alle richieste esterne – delle famiglie, dell’università, delle imprese – al sistema dell’istruzione e della formazione.

A pagare sulla loro pelle il prezzo salato di questo nuovo esame saranno quindi i ragazzi e le famiglie, mentre non si prevede alcun sistema di selezione, reclutamento e valutazione della professionalità dei singoli insegnanti.

Gli alunni continueranno a ritrovarsi di fronte alcuni docenti di ottimo livello e altri di basso profilo e tuttavia soggetti all’identico trattamento.

Dove ai secondi è lasciata piena libertà di danneggiare sia i ragazzi sia l’immagine della scuola nonostante l’operazione di facciata attuata con la riforma della maturità. Senonché proprio dall’affidabilità e capacità degli insegnanti dipende la qualità e la produttività della scuola. Se il vero cambiamento, la riforma della scuola non parte da lì, modificare in senso più o meno permissivo l’esame di maturità non avrà alcun rilievo.

C’è allora davvero da chiedersi dove sia finita la “tigre”, cioè la parte più agguerrita del movimento studentesco che organizzava durissime manifestazioni di protesta contro il ministro Moratti e la sua riforma “classista” per contestare la privatizzazione della scuola.

Ora che il governo mette nel mirino proprio loro, gli studenti, nessuno fiata, non si organizzano assemblee di istituto né volantinaggi né scioperi. Nulla di nulla. Tutto bene madama la marchesa. Che il motivo sia la mancanza del solito ordine di scuderia?

Gian Burrasca

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Targhe alterne: grazie al centro destra abbiamo vinto la battaglia.

Riporto un breve resoconto dei fatti per aiutare il lettore-cittadino a comprendere la vicenda delle targhe alterne e la posizione dei nostri politici comunali. Circa 3 settimane fa avevo scritto un articolo, manifestando tutta la mia contrarietà per un provvedimento tanto ingiusto quanto inutile in quanto il blocco della circolazione oltre a creare innumerevoli problemi alla cittadinanza, non serviva a far diminuire le cosiddette PM 10. Di seguito un breve resoconto cronologico:

1. Ormai da alcuni anni, nella stagione invernale, la Giunta ci propone l’utilizzo delle targhe alterne come unica soluzione all’inquinamento da polveri sottili.

2. L’anno scorso è stato presentato dal Gruppo di Forza Italia, (ed approvato dal Consiglio comunale) un ordine del giorno per abbassare a 2 persone il limite del car-pooling.

3. Quest’anno puntualmente la Giunta Pacher e l’assessore Pompermaier introducono il provvedimento sulle targhe alterne con car-pooling a 3 e non tengono in nessun conto l’ordine del giorno approvato che invece vincolava il Consiglio.

4. La settimana scorsa i Gruppi consiliari di minoranza, promuovono una conferenza stampa, nella quale ribadiscono la loro contrarietà all’utilizzo delle targhe alterne. Inoltre minacciano l’uso dell’ostruzionismo al bilancio se la Giunta non provvederà al ritiro del provvedimento.

5. A questo punto il 15 gennaio, il sindaco promuove un incontro con i gruppi di minoranza per cercare di risolvere la questione.

6. Lunedì 18 dicembre l’assessore Pompermaier rilascia un intervista al Trentino (clicca qui per accedere) a dir poco sconcertante: “Le targhe alterne: non erano indispensabili” e poi “E’stata una rinuncia facile. Eravamo gli unici ad averle”.

7. Lascio a voi il giudizio.

Un grazie quindi ai seguenti consiglieri comunali (sotto elencati) che in forza del loro intervento hanno fatto fare marcia indietro alla Giunta e ci hanno liberati da un provvedimento vessatorio.

Gruppo Consiliare Forza Italia: Giorgio Manuali, Ettore Zampiccoli, Nicola Giuliano, Luigi Merler, Marco Sembenotti.

Gruppo Alleanza Nazionale: Antonio Coradello, Emilio Giuliana.

Gruppo Lega Nord: Filippin Giuseppe, Tomasi Marco, Bridi Vittorio.

Gruppo Udc-Patt Paolo Monti, Flavio Maria Tarolli.

 

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Il papa ha parlato ancora del Libano

Nel messaggio per la giornata della pace del 2007 il papa tra le altre cose ha scritto: “Così, ad esempio, è avvenuto nel conflitto che mesi fa ha avuto per teatro il Libano del Sud, dove l’obbligo di proteggere e aiutare le vittime innocenti e di non coinvolgere la popolazione civile è stato in gran parte disatteso”. In effetti non può non preoccuparci un fatto: il sempre più ampio coinvolgimento dei civili nelle guerre moderne. I civili vengono bombardati e uccisi, e poi si parla di “danni collaterali”. In realtà i danni collaterali stanno svuotando il Medio Oriente dei cristiani: prima del 1948 in Plaestina i cristiani erano il 14% , ora sono il 2%; in Libano sino a poco fa erano la maggioranza, ora sono poco più del 30%; in Iraq prima della guerra erano più di un milione, ora sono alcune centinaia di migliaia…Riporto, a proposito del Libano, quanto ha scritto Pino Morandini, consigliere regionale e vice presidente nazionale del MpV: “La recente guerra in Libano, come tutte le guerre, ha seminato nuovi odi, distruzione e morte. La cosa più terribile è stato il sovrano disprezzo del diritto internazionale e delle vittime civili, uccise senza pietà e senza logica alcuna, come hanno dichiarato il papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, Angelo Sodano, e il ministro degli esteri vaticano Giovanni Lajolo. Anche il ministro degli esteri italiano, Massimo D’Alema, ha parlato di reazione decisamente “sproporzionata”. Oggi il Libano, che stava riprendendosi dopo tante disgrazie, conta almeno 1200 morti, e centinaia di migliaia di sfollati. Amnesty Internetional, organizzazione per i diritti umani, ha appena denunciato come “la distruzione di migliaia di abitazioni e il bombardamento di numerosi ponti, strade, cisterne e depositi di carburante siano stati parte integrante della strategia militare israeliana in Libano, piuttosto che “danni collaterali”, derivanti da attacchi legittimi contro obiettivi militari”. “Le prove raccolte -ha dichiarato Kate Gilmore, vicesegretaria generale di Amnesty International -lasciano fortemente intendere che la massiccia distruzione di impianti idrici ed elettrici, così come quella di infrastrutture vitali per la fornitura di cibo e di altri aiuti umanitari, sia stata parte integrante di una strategia militare”. A ciò si aggiungano i sospetti sull’uso di bombe a grappolo e di armi chimiche, su cui si sta indagando, e che continuerebbero a determinare morti innocenti.
In effetti sono state colpite anche le città cristiane di Jounieh, Byblos e Fidar, completamente estranee al “Partito di Dio” islamico. Nella diocesi di Tiro almeno 15 chiese cattoliche sono state distrutte, benchè nessuno ne parli. Ora il dramma è al culmine. Secondo l’agenzia di stampa cattolica Asianews, “i vescovi maroniti temono che con le distruzioni aeree israeliane e il crescente fondamentalismo islamico, i cristiani abbandonino ormai in massa il Paese dei cedri”. Per questo lanciano un appello affinché qualcuno li aiuti “ad affrontare la riapertura delle scuole, la mancanza di medicine, e l’inverno che si avvicina”. In questi giorni, ha dichiarato Mons. Guy-Paul Noujem, vicario patriarcale maronita della diocesi di Sarba, “l’esodo dei cristiani è immenso. Se ne vanno perché si sentono abbandonati…Essi vogliono abbandonare il paese non a causa della paura, ma a causa del futuro”. Mons. Matar, vescovo di Beirut, ha aggiunto: “E’ necessario cominciare a ricostruire il paese, indebolito da settimane di bombardamenti feroci. Solo questo aiuterà i cittadini, cristiani e musulmani a rimanere in Libano”. Di fronte a tutto questo i cristiani italiani e del mondo intero sono chiamati a soccorrere i loro fratelli, schiacciati tra violenze israeliane e risorgente fondamentalismo islamico: lasciarli soli sarebbe colpevole indifferenza, anche perché, dopo quella irakena, quella libanese è la seconda comunità cattolica a finire nel tritacarne della guerra, senza colpa alcuna. Si prepara, per la prima volta nella storia, un medio oriente senza più alcuna presenza cristiana. Intanto possiamo fare qualcosa per aiutare i libanesi versando un contributo ad una associazione di volontari, l’Avsi, presente in Libano da molti anni. Per farlo basta fare un versamento sul conto corrente numero 522474, intestato ad Avsi Solidarietà, via M. Gioia 181, 20125 Milano; oppure indirizzando l’offerta alla Banca popolare di Milano, sul conto n. 19000, intestato ad Avsi (Abi 05584; cab 01626; Cin C; causale: per il Libano)”.

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