Mostrami le mutande e ti dirò chi sei

Strampalate solo in apparenza, le provocazioni di Bernardo e Agnoli sulle mutande possono indignare solamente chi non si è mai posto un problema che oramai è una pubblica emergenza, come prova la sempre più diffusa sfilata di indumenti intimi.
La mutanda esibita, scrive Agnoli, è diventata un tratto distintivo, quasi un biglietto da visita. Aggiungo non senza stupore che si tratta, diversamente di quanto capitato a Bernardo, di un fenomeno trasversale, che non riguarda le sole giovani, ma anche i loro coetanei maschi, sempre più decisi a pubblicizzare colore e griffe del loro intimo.
A determinare questa tendenza, che sarebbe eufemistico definire di cattivo gusto, c’è certamente la spinta perversa di una rivoluzione sessuale cominciata quasi mezzo secolo fa’ e che non cessa – ahinoi – di mostrare i propri frutti. A mio modo di vedere, tuttavia, c’è anche dell’altro; nella sfilata delle mutande possiamo leggere la scorciatoia del conformismo, l’inquietudine puerile di “giocare” sempre e comunque, la genitalizzazione dell’amore, il tabuizzazione del desiderio al quale si antepone una tentazione tanto ammaliante quanto fine a sé stessa. Desiderio e tentazione, due parole così vicine eppure così distanti: un po’ come il bisogno e il capriccio. Ancora, le mutande – che etimologicamente parlano appunto di doveroso mutamento – sono lo specchio di una generazione così preoccupata di cambiare, di correre, di stare sempre e comunque al passo coi tempi e le mode, che fatica, dopotutto, a ricordarsi dove sta andando. O dove vuole andare.
A guardar bene, la sovraesposizione di intimo simboleggia pure l’implosione del pensiero critico: ti mostro come sono perché non posso dimostrarti chi sono. Tatuaggi e piercing rientrano anch’essi in questa patetica decorazione del corpo, tesa a nascondere – ma neanche troppo – abissali voragini valoriali.
Colmo dei colmi, chi critica questa epifania nichilista passa pure per bigotto, segno che quelle mutande, ancorchè griffate, per molti sono l’unica bussola rimasta.
Che fine ha fatto, davanti a tutto questo, la Bellezza? Che fine hanno fatto, soprattutto, l’ideale e l’immaginazione, tanto osannati proprio da coloro i quali, facendo il ’68, hanno spianato la strada all’erotizzazione della vita pubblica?
Il Piccolo Principe, nel capitolo dedicato alla volpe, presentava una frase divenuta celebre: non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi.
C’è il fondato sospetto che molti giovani e non solo, di quella pur famosa frase, si siano dimenticati da un pezzo.
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Ciao ciao Darwin.

La polemica sull’evoluzionismo materialista da un lato e il concetto di creazione, non di creazionismo letteralista, dall’altra, è destinata ad offrire sempre più occasioni di dibattito. Infatti, come la visione del credente in un Dio trascendente, determina un conseguente modo di leggere ogni realtà, analogamente l’evoluzionismo materialista, che come notava Abbagnano è una filosofia, piuttosto che una teoria scientifica, può essere utilizzato per spiegare ogni cosa, quasi fosse una metafisica alternativa.

Cercherò di spiegarmi con un esempio: il Corriere della sera del 6 settembre 2008. Procedo con ordine. A pagina 17 viene riportata la notizia di un condannato a morte, che ha concesso il suo corpo perché venga fatto a pezzi come cibo per i pesci. La mentalità del credente, di fronte ad un simile gesto, rimane turbata. Perché? Semplicemente perché il cristianesimo è la religione dell’Incarnazione di Dio, della valorizzazione del corpo come tempio di Cristo. Lungi dallo spiritualismo, il cristianesimo ha affermato che la nostra natura, tutta intera, anche quella corporale, è dentro il mistero dell’essere, ed è destinata all’eternità. Per questo il cristianesimo si dovrebbe distinguere per le opere di misericordia corporale, per la concretezza del suo calarsi nella storia ed anche per il rispetto dei defunti. Al contrario, secondo l’ideologia materialista, la materia stessa, essendo temporanea e irredenta, non chiede che di dissolversi, per divenire altro: di qui il gesto simbolico di alcuni atei, un tempo, ed ancor oggi, di farsi cremare e di gettare le ceneri al vento. L’uomo è polvere, che risorge, per gli uni, polvere aggregatasi casualmente, per gli altri.

A pagina 21 invece il Corriere parla di un uomo di 56 anni che si è gettato in mare per salvare due bambini, morendo. Per il credente il gesto eroico di Romeo Priotto è la dimostrazione dell’originalità dell’uomo: a differenza delle scimmie, delle formiche, delle mosche, egli può vincere il proprio istinto egoistico, può addirittura sconfiggere l’istinto di sopravvivenza, morendo per un valore superiore, intangibile, eterno. Come hanno fatto Socrate, Gesù Cristo, e quanti danno la vita per il prossimo, anche sconosciuto. L’amore è segno eminente della nostra natura anche spirituale e della nostra aspirazione celeste. Per gli evoluzionisti materialisti, al contrario, Romeo Priotto è un grave problema, perché esige una spiegazione che il meccanicismo ed il determinismo non possiedono. Per questo dal biologo Haldane a R. Dawkins a E.O. Wilson, ecc., tutti costoro tendono a negare ogni possibilità di altruismo, cioè di spiritualità. Devono allora invocare l’esistenza di presunti geni benefici, ancora non identificati, oppure far rientrare tutto nello schema utilitarista secondo cui, dietro ogni azione apparentemente gratuita e disinteressata, ci deve in realtà essere, per forza di cose, un interesse personale.

A pagina 28 dello stesso giornale, troviamo invece un’ intervista a Michael S. Gazzaniga, lo scienziato dell’università di California che ha studiato con Sperry la separazione degli emisferi cerebrali. Ebbene, questo illustrissimo esperto del cervello, afferma una differenza sostanziale tra l’uomo e gli animali: “E’ perché abbiamo un cervello capace di conoscere, apprezzare e desiderare le arti e governare i nostri atteggiamenti sociali e morali. Su un punto Darwin aveva torto, cioè noi non siamo in continuità con gli altri primati, la differenza tra noi e loro è qualitativa, non puramente quantitativa”. Siamo anche qui di fronte ad un bivio. Per gli evoluzionisti materialisti il concetto espresso da Gazzaniga non può essere accettato. Infatti contraddice la presunta infallibilità di Darwin, e lo fa proprio in un punto cardine, per un materialista: se l’uomo è diverso dagli animali in modo qualitativo e non quantitativo, è assai difficile spiegare l’evoluzione casuale della scimmia nell’uomo, dal momento che una differenza di quantità è colmabile, ma una di qualità, no, a meno che non si ammetta un intervento esterno, cioè creativo, per la nascita dell’anima razionale umana. Infatti che tutta la materia si evolva, è per il credente del tutto possibile: ciò che evolve, infatti, deve esistere, e per esistere, non potendo la materia autofondarsi, necessita di un atto creativo all’origine. Per un evoluzionista materialista, invece, tutto deve essersi fatto da sé: la vita, l’uomo, la coscienza, devono emergere automaticamente dalla stessa materia inorganica, della cui esistenza non si dà ragione, per un “colpo di fortuna” chimico.

A pagina 29 dello stesso Corriere, leggiamo infine un articolo a tutta pagina con la solita, ridicola, vignetta: un uomo e una scimmia insieme, nuca contro nuca, come facce della stessa medaglia. Si apprende, leggendo, di un’ ipotesi, per nulla dimostrata, per la quale sarebbe una sola “proteina appena diversa a far sì che l’uomo sia uomo e lo scimpanzé scimpanzé”. Non è difficile notare, anche qui, la volontà ideologica di convincerci, con grandi paginate, che l’uomo è sorto per puro caso, per mutazione, accidentale, di una sola proteina. C’è qui tutto l’evoluzionismo materialista, dogmatico e ideologico: ciò che dell’uomo non si vuole ammettere, la sua originalità, nel pensare, nell’amare…, deve essere “spiegato” con uno sbaglio, un errore di battitura, un lapsus della natura, e null’altro. Lo dicevano già i materialisti del passato, da Diderot a d’Holbac, ben prima di Darwin: l’uomo è solo materia, “nel novero dei possibili”, senza progetto e senza scopo, un puro accidente, né voluto né amato. Un numero uscito alla roulette.

ps. Michael S. Gazzaniga è docente di psicologia all’Università di Santa Barbara, dove dirige il Sage Center per gli studi sulla mente. Grande divulgatore sugli argomenti relativi alla mente e al cervello, è uno dei più famosi neuroscienziati al mondo, ed è stato il primo a creare e sviluppare centri di neuroscienze cognitive. È autore di numerosi libri, tra i quali The Social Brain, Mind Matters e The Brain and the Mind.

 

Darwin e il suo cranio.

In un passo della sua curiosa Autobiografia Charles Darwin ci offre uno spaccato sulle incredibili convinzioni della sua epoca. Racconta infatti di aver inviato una propria fotografia ad una società di psicologi seguaci della frenologia, che gli avrebbero consigliato di intraprendere la vita ecclesiastica: "la forma del mio cranio era stata argomento di pubblico dibattito, e uno degli oratori aveva dichiarato che avevo il bernoccolo sacerdotale tanto sviluppato da bastare per dieci preti". Darwin non dice nulla riguardo al modo con cui accolse l’indicazione, ma sembra, da quanto aggiunge subito dopo, che cercò, almeno inizialmente, di tenerne conto. Infatti solo poche pagine più avanti aggiunge: "E’ probabile che il mio cervello si sia sviluppato proprio nel corso delle ricerche compiute durante il viaggio: lo dimostra una osservazione di mio padre […] la prima volta che mi vide dopo il viaggio, si volse alle mie sorelle ed esclamò: «Guardate, gli è cambiata la forma della testa»".

Darwin dimostra così di credere che l’aver passato cinque anni a riflettere sull’evoluzione avrebbe in qualche modo determinato una evoluzione della sua intelligenza, tradottasi, molto concretamente, in una mutazione della forma cranica! La cosa potrebbe stupire solo chi conosca il suo pensiero attraverso i nostri ridicoli manuali della scuola dell’obbligo. Non invece chi, leggendo le sue opere originali, le ha trovate disseminate sia di affermazioni sconcertanti dal punto di vista scientifico, che di dichiarazioni apertamente classiste e razziste: ad esempio sull’inferiorità degli irlandesi, sulla necessità di limitare, come con le bestie, la riproduzione degli umani "inferiori", o sulla superiorità mentale e fisica dell’uomo sulla donna.

Ma non ci si deve in realtà meravigliare: la frenologia, a cui Darwin fa riferimento nei suoi apprezzamenti sul proprio cranio, riprende le concezioni della fisiognomica, e le ripropone nelle teorizzazioni di Joseph Gall, all’inizio dell’Ottocento. Secondo Gall esiste "una corrispondenza tra l’intelligenza dell’uomo e la sua conformazione cranica": si arriva a sostenere che la "conformazione cranica dei neri, rivelandosi eccessivamente stretta, è sinonimo di una intelligenza inferiore, paragonabile a quella delle scimmie" (Cristian Fuschetto, Fabbricare l’uomo, Armando). Di qui, da questo sfrenato ed antiscientifico materialismo, sgorga, a metà Ottocento, la craniometria di Paul Broca, che facendo coincidere la superiorità intellettuale col volume cerebrale, identifica l’uomo bianco maschio come superiore, i vecchi, le donne e le altre razze come inferiori! L’antropometria diverrà poi uno sport dei divulgatori darwinisti, da Ernst Haeckel a Cesare Lombroso, sino ai nazisti, che misuravano teste ed arti degli indigeni durante le spedizioni in Tibet, alla ricerca delle origini ariane!

A ben vedere l’ottica materialista non offre alternative: se l’anima non esiste, se la libertà, l’intelligenza, la parola, evidentemente immateriali, non sono altro che materia casualmente evolutasi, come afferma Darwin, allora ciò che ci distingue dalle scimmie, e tra noi, non è altro che il volume cranico. Non è altro che un cervello voluminosamente più o meno ampio. Così purtroppo viene tutt’oggi insegnato ai nostri ragazzi, dal momento che i manuali di scienze ad uso scolastico mostrano, nella ridicola serie di disegnetti dalla scimmia all’uomo, solo teste sempre più grosse (e meno pelose), salvo poi affermare che "la documentazione fossile è alquanto lacunosa", e che "non si sa con sicurezza quali spinte evolutive hanno favorito l’ingrandimento dell’encefalo" (Audesirk- Byers, Biologia, vol.I, Einaudi, 2003). La stazione eretta e la locomozione bipede, la pelle glabra e il cervello più grande, propri dell’uomo, e non della scimmia, donde derivano, si chiede lo stesso testo? "La risposta è che nessuno lo sa": però, forse, ha ragione Wheeler, quando "suggerisce che i nostri antenati avrebbero sviluppato la stazione eretta perché questa consente di ridurre al minimo la superficie di esposizione al sole cocente della savana". Wheeler, capace di tanta fantascienza, ipotizza poi che "fu solo in seguito allo sviluppo della stazione eretta e della pelle glabra che la capacità di disperdere calore raggiunse livelli tali da consentire l’aumento della massa cerebrale"! Molto più logico, e scientifico, il premio Nobel per la medicina (Neurofisiologia), Sir John Eccles: "mi vedo obbligato ad attribuire l’unicità della psiche, o anima, ad una creazione spirituale soprannaturale. In termini teologici: ogni anima è una nuova creazione divina".

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“Pregate per i cristiani dell’India”

La superiora delle Missionarie della Carità, l’ordine di Madre Teresa, è in visita nella regione indiana dove si è scatenato un attacco senza precedenti contro i cristiani e le loro istituzioni.

Sr Nirmala chiede al governo di garantire la libertà religiosa, e chiede ai cristiani del mondo di elevare una preghiera insistente a Dio che può tutto e sa trarre il bene anche dal male.

Bhubaneshwar (AsiaNews) – “Pregate per i cristiani dell’India, pregate per il nostro popolo…perché comprendiamo che Dio è più grande di tutto e possiamo vincere il male col bene”: è il messaggio che sr Nirmala Joshi, superiora delle Missionarie della Carità affida ad AsiaNews, mentre è in visita in Orissa, dove da oltre un mese gruppi radicali indù hanno scatenato un pogrom contro i cristiani. I Missionari e le Missionarie della Carità, l’ordine di Madre Teresa, sono stati colpiti dalla valanga di violenze; orfanotrofi e lebbrosari dove essi accoglievano gli abbandonati sono stati distrutti. La brutalità degli attacchi ha colpito anche donne e bambini: 2 donne sono state violentate e vi sono decine di migliaia di feriti, oltre a 60 uccisi. “La violenza contro donne e bambini è spaventosa. Non avrebbe dovuto succedere, soprattutto in India, dove la donna è molto rispettata. Tutto ciò è orribile. I bambini sono terrorizzati. Questi piccoli sono il nostro futuro: cosa ne abbiamo fatto? Le nostre donne stanno soffrendo profondamente… Dolore, angoscia, tristezza, paura li avvolge da ogni lato. La loro agonia è così profonda, la vastità di morti, distruzioni sono una tragedia che spezza il cuore”. I fanatici indù giustificano il progrom dicendo che vogliono bloccare le conversioni al cristianesimo di tribali e dalit, secondo loro ottenute con l’inganno e con promesse di denaro. Per questo distruggono luoghi di incontro e di preghiera, centri sociali e strutture cristiane. Sr Nirmala è preoccupata per queste violazioni alla libertà religiosa: “La libertà religiosa – dice – è un diritto umano fondamentale, garantito dalla Costituzione indiana. Il governo centrale e quello dell’Orissa deve garantita la libertà religiosa anche per la nostra gente a Kandhamal e in tutta la nazione, perché le persone possano praticare con libertà la loro fede. Tutti hanno diritto a professare, praticare e diffondere la loro religione. Per questo, i luoghi di preghiera distrutti devono essere ricostruiti e questo è un dovere del governo. Ma va garantita anche la pace; la gente deve poter ritornare alle loro case. Fino ad ora vi essi rimangono lontani dai loro villaggi perché si sentono insicuri. Il governo deve garantire loro la sicurezza necessaria”.

Nelle loro razzie i fanatici indù costringono molti cristiani ad abiurare alla fede e ritornare all’induismo. “Questo va condannato – dice sr Nirmala – è contro la nostra costituzione e il nostro diritto”. La superiora delle Missionarie della Carità, succeduta a Madre Teresa alla guida dell’istituto, aveva già visitato l’Orissa e il distretto di Kandhamal – l’epicentro delle violenze – nel dicembre 2007 in occasione di un altro attacco contro i cristiani. Anche allora sono state uccise 3 persone e bruciate 13 chiese. “La differenza fra allora ed adesso – dice la suora – è nel grado di violenza, che questa volta è enorme. Adesso [gli estremisti] attaccano persone, religiose, sacerdoti… Questa violenza anti-cristiana è su larga scala: la nostra gente annega nella rovina e dalla distruzione”. Attraverso AsiaNews, sr Nirmala lancia un appello: “Pregate per il nostro popolo e abbiate fiducia in Dio che ha cura degli uomini. Dio vede tutto, conosce tutto e può fare tutto: per coloro che hanno fiducia in Lui, Egli può trarre il bene anche dal male. Madre Teresa ci ha sempre ricordato queste parole: Non temere, Io sono con te… Perdonate e vincete il male con il bene. Dio vi benedica! Dio benedica l’India!”.

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La magnadora: da quanti anni?

Lorenzo Dellai ha subito preso le distanze da Silvano Grisenti: non ne sapeva nulla di quanto faceva il suo braccio destro da anni. Eppure la storia della magnadora non è di oggi…ricordiamolo, perchè la memoria è spesso troppo corta, con un articolo di due anni fa.

"In due parole: i risultati delle elezioni sono stati, in Trentino, molto deludenti per la Margherita, malgrado la fitta rete di amministrazioni comunali capeggiate da sindaci di quel partito. Al che, qualche pezzo grosso margheritino avrebbe indirizzato ad alcuni di costoro questa colorita espressione: "Attenzione, che la magnadora l’è alta"; ovvero, nella traduzione dell’Adige che racconta la storia nel numero del 15 aprile: "Attenzione che la mangiatoia è alta, come dire: attenzione, sindaci, visto che non avete portato i consensi attesi…, ora i contributi li riceverete con più difficoltà". Sono parole grosse, e la fonte della rivelazione (l’on. Boato, dei Verdi, che parla – è il minimo – di "frasi vetero-democristiane") è autorevole, ma per un paio di giorni non succede niente. Poi arriva la conferma di Renzo Anderle, sindaco di Pergine e presidente del Consorzio dei Comuni: "C’è stata la telefonata di qualche assessore che si esprimeva in termini poco formali e che ha amareggiato molto". Quella magnadora, nota, "evoca discorsi clientelari".

 Quel "qualche assessore" non viene ancora chiamato per nome, ma è facile ipotizzare che si tratti di Silvano Grisenti, data la sua doppia veste di assessore ai Lavori pubblici e agli Enti locali. Confermata la notizia, partono i commenti. Carlo Andreotti: "In Trentino c’è un regime…, un clima di ricatto… se Dellai non interverrà, le minoranze saranno costrette a chiedere l’istituzione di una commissione d’inchiesta". Sergio Divina, parlando di "assessore picciotto": "E’ un avvertimento dal sapore decisamente mafioso". E più pragmaticamente Mauro Bondi: per evitare certi rischi, sarebbe bene "separare la delega agli enti locali da quella per i lavori pubblici", "oggi entrambi in mano all’assessore Grisenti" – nota il cronista, ufficializzando quello che ormai tutti avevano capito. E il presidente della Giunta? Dellai spera evidentemente che dopo la prima notizia la faccenda si sgonfi subito e, imprudentemente, smentisce tutto: "Non sono a conoscenza di questi comportamenti e anzi li escludo categoricamente e mi sembra una ricostruzione piuttosto fantasiosa". Dando così modo a Boato, quando la storia arriverà a campeggiare sulla prima pagina dell’Adige, di fargli notare la sua improntitudine: "Perché Dellai ha negato tutto? Se non era a conoscenza delle telefonate avrebbe dovuto dire ‘Non ne so nulla ma approfondirò’". Sia pure in ritardo, finalmente Dellai approfondisce, parlando con Anderle che gli conferma la veridicità della "magnadora alta" di Grisenti.

E a quel punto rilascia una dichiarazione imbarazzata ma soprattutto priva di senso: "L’assessore ha utilizzato, ritenendo di farlo (?), in un contesto confidenziale, espressioni poco opportune ma nulla di più… Il sindaco (Anderle, n.d.r.) ha negato che ci siano elementi in quelle telefonate che possano avere una qualche rilevanza per la magistratura, cosa che era ovvia per me, e quindi penso che si sia montato un caso che non esiste. Penso che al massimo si può giudicare l’opportunità di alcune espressioni colorite ed equivoche privatamente usate dopo il voto dall’assessore con alcuni sindaci appartenenti allo stesso partito, quindi nell’ambito di un rapporto personale". Quest’ultimo argomento è ripreso dallo stesso Grisenti, che neppure si sente in dovere di scusarsi, sia pur tardivamente: "Le frasi rientravano in un normale rapporto fra esponenti politici dello stesso partito… Non c’era nessun tono intimidatorio". Ma siamo matti? Vediamo anzitutto il significato di quella frase. Certo, non è minacciosa, ma è peggio: il guaio (i pochi voti procurati al partito) ormai è fatto, non ha senso ricattare, minacciare. Quella che Grisenti annuncia è una vendetta già decisa. O si trattava di una battuta scherzosa, alla Berlusconi? E vediamo il contesto. Grisenti chiacchierava coi sindaci della crisi della Juventus, amico fra amici? Discuteva di beghe interne del comune partito? O era un rappresentante delle istituzioni, un assessore provinciale, che parlava con dei sindaci, altre figure istituzionali? E la famosa svolta etica di Dellai a cosa si riduce, se tutto quanto è privo di rilevanza penale non merita di essere discusso? Allora basta la magistratura! "E’ troppo facile – commenta Boato – fare le prediche sull’etica nella politica in astratto e poi quando ci si trova di fronte al primo fatto concreto di malcostume politico fare finta che non sia successo niente". Quanto a Grisenti, "è la stessa persona che poche settimane fa… invitava alla formazione politica e culturale… Forse c’è bisogno di qualche presupposto per essere maestri di formazione culturale e politica".(Questo Trentino, 8 maggio 2006)

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Andrea Marcenaro su De Benedetti e la Svizzera.

Carlo De Benedetti annuncia che il prossimo anno diventerà cittadino svizzero. In un’intervista al settimanale elvetico Die Weltwoche l’imprenditore spiega così la sua decisione: “Con il passare degli anni, ho deciso che un giorno volevo diventare svizzero. Ho fatto domanda per diventare cittadino elvetico”. D’altro canto, ricorda l’imprenditore, “da undici anni abito a St. Moritz e ho una patente svizzera. Mi hanno detto che conta l’anno e mezzo che ho trascorso in Svizzera durante la guerra. Così diventerò cittadino svizzero nel 2009”. Buona scelta, singolare. Uno, in genere, con il passare degli anni decide di voler diventare saggio, un altro di voler diventare buono, o magari di credere in Dio. E’ la prima volta che sentiamo di uno il quale cova, anno dopo anno, la segreta speranza di diventare svizzero. Solo, perché aspettare fino al 2009, quando, in due giorni al massimo, il suo professor Galimberti sarebbe in grado di ricopiargli un passaporto preciso all’originale? (Andrea’s version, il Foglio)

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Rispondo a Bernardo sulle mutande.

Se fossi un commerciante mi butterei senza esitazione a vendere mutande. Mi guardo intorno e vedo che è una delle merci più in voga: le mutande sono esibite, da uomini e donne, giovani e vecchie, come fossero un elemento distintivo, qualcosa da ostentare, più di ogni altra. Persino delle vecchie, grinzose e spiacevoli, sfoggiano mutande che fuoriescono, composte di filini intrecciati secondo modalità sempre più fantasiose.

Molti giovani, invece di pensare a come divertirsi, gironzolano per le strade portando a spasso i loro indumenti intimi. La mutanda è diventata un segno distintivo, un argomento di discussione, un modo per segnalare una identità; a volte, forse, un tentativo di catturare sguardi, attenzioni, che mancano in famiglia, e nella vita di tutti i giorni. Avviene quello che succede dal 1968 almeno, cioè da quando la moda è divenuta più che mai un modo per costruirsi una identità, almeno esteriore. La prima minigonna è la prima esplosione dell’ egocentrismo e della solitudine, due cose che vanno a braccetto. Uomini che perdono il senso, l’idea di cosa sono, il significato del tempo e del rapporto col prossimo, cercano nel vestiario, nell’apparenza, uno sfogo alla loro frustrazione e solitudine interiore. Il variare delle mode non è altro, spesso, che il grafico dell’instabilità psicologica delle generazioni. Metto, smetto, cambio abito… forse un giorno diventerò qualcosa…troverò qualcuno… Così si tenta di segnalare una esistenza, un proprio io, che altrimenti non emerge: magari si ricerca attentamente di apparire trascurati, si finge di non aver alcun interesse per quell’esteriorità che invece è ciò che rimane da mostrare ad un mondo senz’anima, che altro non capisce. E’ paradossale: persino i no global hanno le loro boutique, dove comprano indumenti che appaiono stracci, ma che sono, talora, più costosi degli altri. Del resto cosa vuole il mondo? Cosa vogliono la televisione, le riviste patinate, da una donna? L’esaltazione della mutanda, dell’intimo sbattuto dovunque, è l’esito estremo della rivoluzione sessuale: del sesso elevato a elemento di identificazione. Prima il sesso se ne stava nascosto, al suo posto: mediano, come la sua posizione nel corpo, quasi a dire che sopra di esso vi è la testa, lo spirito, e che sotto ci sono i piedi, la terra. Quasi a simboleggiare che il sesso ha un significato se usato secondo la sua natura ed il suo fine. Sono quarant’anni, invece, che il sesso viene “liberato”, che si sposta pian piano dal centro sino al cervello, e alla fine ha preso il sopravvento: siamo tutti diventati, in fondo, una semplice parte, la nostra parte genitale. Di lì passano la moda, il divertimento, i nuovi medicinali, persino la possibilità di re-inventarsi una vita, emigrando dalla condizione di esseri naturalmente eterosessuali (cioè complementari), alla condizione di omosessuali o di transessuali (e cioè sterili). La “felicità” dovrebbe essere somma: il basso ha preso il posto dell’alto, il corpo ha guadagnato il dominio sullo spirito, gli istinti animali hanno rovesciato l’autorità tirannica della testa… La rivoluzione è compiuta! Robespierre non lo capiva, quando ghigliottinava Dio, e la testa dei reazionari, che il suo nemico era la ragione.

E Nietzsche non immaginava che “al di la del bene e del male” non c’è il superuomo, ma l’uomo in mutande. Ora siamo qui, in mutande, appunto: ci hanno spogliato di tutto, del destino eterno, dell’anima, dell’amore vero, del rapporto con gli altri, e rimane il sesso, isolato, fine a se stesso, egoistico, sterile.

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“Scusa, c’hai il sedere nudo”. Grande sondaggio tra i lettori di Libertà e Persona

La dinamica (realmente occorsami) è la seguente. In un’aula universitaria qualsiasi, sto seguendo distrattamente una lezione piuttosto insignificante quando noto che la ragazza seduta di fronte a me sfoggia 20 o 30 centimetri di schiena/sedere scoperti. Tra il serio e il faceto, trascorro una decina di minuti a meditare tra me e me sul da farsi (attuo insomma il famoso consilium ben noto in teologia morale). Infine raccolgo tutto il mio liberum arbitrium e passo all’azione: picchio delicatamente sulle spalle dell’invereconda donzella, la quale si volta un po’ sorpresa verso di me, e coram populo (l’aula è infatti stipata) esclamo con nonchalance:

“Scusa, c’hai il sedere nudo”.

La fanciulla, che sotto sotto si rivela timida, non proferisce verbo, esplodendo però in un’espressione di penoso imbarazzo. Immediatamente adegua il suo contegno ai canoni della decenza. Sorrisi sotto i baffi dei maschietti presenti, i quali da par loro avevano evidentemente notato la copiosa esposizione di epidermide. Intima soddisfazione del sottoscritto.

Il sondaggio, di dichiarata ispirazione gnocchi-palmariana, consiste nel seguente quesito: ho fatto bene o male?

Le risposte possibili sono:

A) Hai fatto malissimo. Sei uno spregevole sessuofobo, misogino, moralista, bigotto e fondamentalista.
B) Hai fatto male. Hai dimostrato, in particolare, insensibilità e rozzezza mettendo in difficoltà davanti a tutti una fanciulla senza dubbio inconsapevole del proprio deretano scoperto.
C) Oggigiorno le ragazze effettivamente esagerano in disinvoltura, ma forse si tratta di fisiologiche evoluzioni del costume. Non saprei rispondere.
D) Hai fatto bene. In attesa di un novello Savonarola, queste piccole azioni di sabotaggio possono contribuire a restaurare la pudicizia perduta.
E) Hai fatto benissimo, ma non dovevi chiedere “scusa” e dovevi usare un tono di voce più alto.

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Una splendida testimonianza nel dolore.

Un amico ci invia questa bella recensione dei Monologhi di Mario Coretti, un noto avvocato di Trento, un amico di famiglia, morto l’anno scorso dopo una lunga e sfiancante malattia portata con eroismo e cristiana rassegnazione. E’ una storia da non dimenticare.

Mario Coretti è un nome quasi sconosciuto ai nostri lettori ed è un nome oramai scritto nel Libro della Vita: Mario è morto infatti il 23 giugno 2007. Era un brillante avvocato del foro trentino, laureato a pieni voti con lode all’università di Siena, sposato, padre di tre figli. Uomo di grande cultura, padroneggiava il latino ed il greco con anacronistica disinvoltura e da sempre viveva radicato in una Fede tradizionale, che aveva ricevuto da una famiglia speciale. Il padre, profugo della Dalmazia, era laureato in medicina e giurisprudenza, aveva conseguito una serie di specializzazioni, ma faceva per scelta il medico condotto in un piccolo paese del Trentino. Mario era l’ultimo di sei fratelli variamente genialoidi. Una vita felice la sua, pienamente realizzata diremmo oggi. Una famiglia invidiabile, una sposa con la quale esisteva uno di quei rapporti oggi desueti, fatto di autentico amore, raffinata ironia, aristocratica signorilità: il tutto in un contesto però di vita ordinaria, densa di rapporti sociali e di amicizie schiette, semplici, autentiche. Poi un giorno qualcosa ruppe drammaticamente il filo di questa storia dai tratti edificanti. Un malessere accompagnato da problemi di equilibrio, da emicranie scambiate all’inizio, come è naturale, per normali cefalee o disturbi della cervicale. Invece no. Quella bestia di disturbo, che aveva incrinato lo scorrere ordinato di una vita serena, aveva un nome galattico e malvagio: astrocitoma, un tumore cerebrale dagli esiti spesso letali. Mario si sottopose ad una cura radiante che lo ridusse, perfettamente lucido di mente e coscienza, in  carrozzina, quasi impossibilitato a parlare, impedito nei movimenti, con disturbi all’udito, lo sdoppiamento delle immagini e con speranze di vita ridottissime: non si disperò. Offrì il proprio dolore a Gesù, pregandolo solo di farlo sopravvivere finchè i suoi tre ragazzi non fossero diventati appena un po’ più grandi. In questa accettazione del dolore, entrò in un rapporto intimo e dolcissimo con il Signore, che raggiunse in taluni casi una specie di misticismo, per nulla estatico, ma sorprendentemente lucido, fatto di dialoghi interiori profondissimi e di una costante preghiera. Il Signore lo ricompensò di questa oblazione virile e serena, donandogli la forza, una forza ciclopica,  di sorridere della sua malattia.

Nacquero allora una serie di lettere che con estrema difficoltà inviava per mail agli amici e nelle quali narrava della sua malattia o commentava a vario titolo ciò che gli accadeva di ascoltare in televisione o gli passava per la mente nelle lunghe meditazioni, disteso sul divano di casa. Raccolte in un volume, dal titolo «Monologhi», lo propongo qui alla vostra attenzione. E’ una collana di piccole, deliziose perle, da gustare una alla volta senza fretta di giungere in fondo. Di sé, ridotto irrimediabilmente in carrozzina, scriveva: «Anch’io sono un ciclantropo! Saremmo personaggi quasi mitologici se non fosse che siamo prosaicamente reali. Mostri, in senso etimologico, per metà uomini e per metà biciclette. Ciclantropi, per lo più, non ci si nasce, lo si diventa poi per i più svariati motivi. Io, per esempio, in seguito ad un astrocitoma (che io nobilito chiamandolo, dentro di me, aristocitoma). Ma, per mia ormai pluriennale esperienza di frequentatore di varie Corti dei Miracoli, i casi più numerosi sono dovuti a ictus e a guida troppo disinvolta. Per tacer dei casi meno frequenti. Posso dire di quel ciclantropo padovano divenuto tale per aver seguito la via più corta fra la grondaia di casa sua  ed il vialetto del proprio giardino. Pensa tu…». Nelle sue riflessioni, Coretti penetrava con chirurgica e spietata autoanalisi nei meandri più profondi del suo animo, ironizzando sulla voglia di protagonismo che assale coloro, cui rimane come unica risorsa dell’Io la propria terribile malattia: «Il ciclantropo tende ad essere geloso, ossessivo e possessivo e ha enorme smania di protagonismo: tutte le attenzioni debbono essere per lui, bisogna compatirlo per le sue malattie (che sono moltissime e quando ne parla bisogna fingere, e anche bene, un interesse che proprio non può esserci), lodarlo per le sue eroiche virtù, insomma riconoscere e riverire il suo prestigio di ciclantropo. I suoi famigliari, per debolezza o per amore, o forse per quella debolezza che deriva dall’amore, lo assecondano e, per farlo stare un po’ meglio, accettano un vero e proprio purgatorio. Naturalmente non è il caso mio, io sono un raro esemplare di ciclantropo virtuoso. Ma allora, come faccio a sapere tante cose? Oddio…». L’accettazione di questa condizione lasciava senza fiato, per il modo in cui veniva commentata: «Mi chiedo con assoluta serietà se il Padreterno non mi abbia fatto un grande favore a lasciarmi senza la capacità di parlare, salva la possibilità di esprimermi brevemente e con fatica.

Penso ai miei figli. Già hanno un padre tutto il giorno e tutti i giorni a casa, bigotto e cromosomicamente dedito a disapprovare quasi tutto, figurarsi poi se fosse anche ciarliero… Roba da spararsi!». Parlando di tutto lo scibile umano, Mario ci inviava ogni due tre giorni qualche riflessione che spaziava dalla geometrie non euclidee, alla critica dell’evoluzionismo, dalla politica alla filosofia, dalla teologia al costume: venti, trenta righe (scrivere per lui era faticosissimo) battute al computer, con un occhio bendato per evitare lo sdoppiamento di immagine. Del suo essere bigotto, ad esempio, come diceva anche qui con sarcastico orgoglio, ne faceva una bandiera, come di un certo dileggio per tutto ciò che è retorica di democrazia. Commentando i risultati elettorali e il sistema partitocratrico scriveva: «Insomma, scherzosamente ma non troppo, è forse meglio un asettico, democraticissimo ed economico sorteggio. Il pensiero  non può non andare a Caligola, che fece senatore un cavallo. Mi  ricordo che, da bambino, ero scandalizzato. Poi ho conosciuto dei senatori…». Ma le riflessioni più significative e commoventi sono quelle di carattere spirituale. «Quando ero ancora piccolo la Chiesa cattolica mi ha fatto un enorme regalo, per mezzo di quel suo umile servo che era il parroco del paesino di campagna dove abitavo, morto ormai da anni annorum, quel don Ettore al quale vada la mia preghiera e la mia devota e tardiva gratitudine. […] Grazie ancora, don Ettore. Insomma, dicevo, la Chiesa ha insegnato al piccolo Mario, che bisogna fare, e anche come fare, l’esame di coscienza». L’esame di coscienza diviene quasi un leitmotiv, un richiamo continuo. La fede nell’incontro imminente col suo Re, come chiama Gesù, diviene per lui, ridotto alla battaglia finale, lo scudo. Lo scrive in un’immagine che pare quasi una visione aperta sul giudizio finale: «Ci sono la luce e le tenebre; molti credono che bastino le buone intenzioni, che si possa dialogare, trovare dei compromessi coi cacciatori e vanno incontro alla vita in un loro crepuscolo da miopi, senza sapere che è proprio in quel crepuscolo che cacciano meglio le mani adunche. Io  lo so, so cosa si rischia, e mi tengo vicino vicino allo scudo, dove si sta più al sicuro». Quello scudo lo ha protetto e nella battaglia gli ha consegnato la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, consegnerà a tutti coloro che attendono con amore la Sua manifestazione nell’ultimo giorno: «Presto o tardi verrà il momento che comparirò davanti al mio Creatore, al mio Re. So che mi chiederà un imbarazzante rendiconto», confessa. Pregando il Signore di annoverarlo tra le sue pecore e non coi capri, Mario, un metro e novanta di uomo col cuore piccolo di un bambino, si abbandonava alla fede nel suo Signore e Re, che lo avrebbe salvato, invitandolo a stare alla sua destra: «E io ci andrò, piangendo dalla gioia. Finalmente arrivato, finalmente a casa, con una porta da chiudere fra me e la notte. Fra me e la morte».(Domenico Savino)

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Il razzismo e le sue rappresentazioni

Davanti ai recenti pestaggi che hanno avuto come vittime alcuni immigrati, se sarà confermata la dinamica dei fatti, l’indignazione è d’obbligo. E non solo l’indignazione: chi ha commesso quei crimini paghi, possibilmente senza sconti.
La quasi totalità degli italiani, su questa condanna, non ha la minima esitazione. Un atteggiamento diverso, invece, è quello che gli italiani hanno nei confronti degli immigrati clandestini, giudicati spesso facili alla delinquenza. Non tutti, però, la pensano così. Pare infatti che tra i cittadini di estrazione culturale più elevata vi sia scetticismo circa questa diffusa convinzione. Secondo costoro ci sarebbe, per quanto concerne l’immigrazione clandestina, un’informazione fuorviante e volta ad accrescere le ansie degli italiani; in altre parole, l’idea che il fenomeno criminale interessi maggiormente gli immigrati irregolari sarebbe un artefatto culturale delle televisioni e dei giornali, soprattutto quelli vicini all’attuale Governo o comunque alla destra. E’ proprio così? E’ il tubo catodico, magari manovrato da Umberto Bossi e compagnia, che ci fa credere che siano gli immigrati clandestini a delinquere di più?
Per rispondere a simili interrogativi, non c’è altra strada se non quella di consultare fonti ufficiali.
Ebbene, i dati del Ministero dell’Interno consentono una distinzione abbastanza netta tra i reati commessi dagli italiani, quelli commessi dagli stranieri regolari e dagli stranieri irregolari, i clandestini. Operata questa tripartizione, lo scenario che emerge è il seguente: il tasso di criminalità – chiamiamolo così – degli stranieri regolari è 3,4 volte quello degli italiani, quello degli stranieri irregolari, mediamente, è addirittura 28, 3 volte quello degli italiani. Se si considera che gli stranieri presenti nel nostro Paese sono, statisticamente parlando, 15 volte meno numerosi degli italiani, questo già impressionante quadro assume tonalità ancora più drammatiche.
I dati Istat presentati alla Camera dei deputati lo scorso 28 Maggio vanno nella stessa direzione e ci dicono che il 94% degli immigrati denunciati sono clandestini. Scorrendo le pagine di quel rapporto Istat, con dati aggiornati al 2006, si può inoltre vedere come i clandestini siano i responsabili del 60% dello sfruttamento della prostituzione, del 40% dei furti in casa, del 30% di stupri e omicidi e del 25% dei casi di rapine e lesioni. I numeri, come si dice, parlano chiaro.
Ma allora come mai si diffonde, specie tra coloro che leggono correntemente i quotidiani e che quindi hanno una certa istruzione, la credenza che il fenomeno della delinquenza degli immigrati, che talvolta spinge alcuni cittadini ad assumere atteggiamenti di intolleranza, sia una bufala leghista? La realtà è che ogni qual volta si verificano disordini che, purtroppo, vedono vittime degli immigrati, la prima risposta è sempre quella del razzismo. Luca Ricolfi, sociologo di dichiarate simpatie democratiche, ricorda che quando si è in presenza di episodi di violenza le cui vittime sono stranieri “possono servire giorni di inchiesta” mentre “per etichettare il fatto come manifestazione di intolleranza basta una telefonata al sociologo di turno“.
Esemplare, a questo riguardo, è quanto accaduto lo scorso 28 Maggio quando, nella periferia romana, un paio di locali gestiti da bengalesi sono stati presi d’assalto. La Repubblica parlava di “razzisti in azione“, L’Unità di “nazifascisti scatenati“, il manifesto di “pestaggio razzista” e Liberazione di “pestaggio nazi“.
Ebbene, come ricorderete, la causa di quel gesto vandalico non furono-come suggerito da molta stampa, -dei giovani estremisti di destra, bensì un uomo di 48 anni col pallino di Che Guevara, di cui ha persino un vistoso tatuaggio.
Diffidiamo, dunque, delle semplificazioni dei giornali e di quanti parlano, a vanvera, di razzismo.
Un’altra leggenda metropolitana è quella che l’Italia, soprattutto ora che al Governo c’è una coalizione di centro destra, abbia assunto provvedimenti eccezionalmente duri per regolamentare i flussi migratori.
In Francia, se si viene sorpresi senza documenti, si può essere condannati a pene detentive fino ad un anno, al termine delle quali scatta immediatamente l’espulsione. Le cose non sono molto diverse in Germania, dove da decenni esiste un reato di immigrazione illegale e dove chi calpesta la Legge per gli stranieri (Auslg) rischia di farsi fino a tre anni di galera. Più tenera, almeno in apparenza, sembra essere la Gran Bretagna, dove se uno straniero viene scoperto senza permesso, viene portato presso i Detention and Removal Centres, dove può appellarsi contro l’espulsione, in attesa di giudizio. A questo si deve però aggiungere che il governo britannico, pur di incoraggiare il rimpatrio degli stranieri, pare stia valutando di destinare a ciascuno la somma di ben 3000 sterline.
Insomma, l’idea che l’Italia sia la patria del razzismo europeo, come sembrava trasparire anche ieri ad Anno Zero, è un emerita sciocchezza, fondata – questa sì – su pregiudizi incoraggiati da ambienti culturali di sinistra dove al popolo italiano, disprezzato come ignorante e artefice dei trionfi elettorali di Berlusconi, si preferiscono gli immigrati. Niente di nuovo: l’esotismo ideologico, come lo chiama Marcello Veneziani, è una delle nuove ideologie, e consiste appunto nel dileggiare il prossimo preferendo destinare le proprie simpatie a terzi, meglio se lontani per storia o cultura.
Con questo, si badi, non intendo affatto dire che il razzismo, in Italia, non esista. Purtroppo esiste, eccome; solo che non sempre si manifesta secondo le forme e i modi cui siamo abituati a pensarlo. Mentre più di qualcuno, per fini non certo filantropici, seguita a dipingere il razzismo più grande di quello che è, appositamente per screditare agli occhi del Paese una determinata area politica.
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Il ritorno del cardinal Giuseppe Siri.

Il recente convegno organizzato a Genova in suo ricordo, alla presenza del cardinal Angelo Bagnasco, la pubblicazione di alcune sue omelie da parte di un’ editrice cattolica emergente, e in rapida espansione, “Fede & Cultura”, segnano, insieme ad alcune nomine papali strategiche di alcuni suoi discepoli, il ritorno del cardinal Giuseppe Siri e del suo magistero nella vita della Chiesa. Il tempo, dunque, è stato ancora una volta galantuomo: i nuovi teologi francesi, tedeschi, olandesi, osteggiati a lungo, apparentemente senza successo, dal cardinale di Genova, dopo aver imperversato nel post concilio, beandosi della loro “originalità” e “indipendenza”, cadono pian piano nell’oblio, e le loro novità si rivelano sempre più figlie del loro tempo, effimeri tributi allo spirito di un’epoca, incapaci di resistere alla prova della storia.

Chi veniva esaltato, acclamato come voce profetica, che predice e anticipa il futuro, è oggi sempre più dimenticato; chi era considerato un residuo del passato, da dimenticare per sempre, viene oggi pian piano riscoperto. Questo perché Siri fu fedele al motto di cui ogni ministro di Dio, dovrebbe fregiarsi, per evitare di cadere nella vanagloria, nell’orgoglio, nella presunzione: Non nobis Domine, sed Nomini Tuo da gloriam. Questa certezza, che tutto ciò che facciamo dobbiamo giudicarlo come Lui lo avrebbe giudicato, permise a Siri di costruire la sua vita sulla roccia, per affrontare il successo, con equilibrio, quando innegabilmente ci fu, e l’ostracismo, l’incomprensione, l’odio, quando necessario.

Da giovane sacerdote Siri è ben cosciente di quanto il fascismo sia incompatibile con la fede, per la sua concezione hegeliana della storia, per il suo nazionalismo e per il suo “panstatismo”. A 38 anni diviene il più giovane vescovo italiano e durante l’occupazione tedesca è costretto a vivere clandestinamente, sull’appennino ligure, ricercato dai tedeschi. Nell’aprile del 1945 è tra coloro che convincono i tedeschi ad abbandonare Genova senza distruggerla, senza inutili rappresaglie e spargimenti di sangue. Proprio questo suo ruolo, la sua fama di antifascista, le sue grandi opere di carità, gli ottengono una notevole stima e influenza, presso gli ambienti più diversi. Ma la caduta del fascismo non pone certo fine alla storia della lotta tra bene e male, come l’ ideologia vorrebbe far credere. C’è, in agguato, il fascino del comunismo, e Siri si trova a vivere in una città particolarmente influenzabile: reagisce mantenendo ferma la barra dell’anticomunismo, cercando la collaborazione degli imprenditori, attentissimo ad essere, nel contempo, il difensore del suo popolo. Ai suoi sacerdoti chiede povertà, vieta loro, se non in casi particolari, l’uso dell’automobile, e di ogni ostentazione di ricchezza. Vuole sacerdoti che siano poveri, capaci di sacrificio, vicini alla gente, ma anche distinti: i suoi “cappellani del lavoro” non si confondono, né quanto a veste, né ad atteggiamenti, ai preti operai, ma nello stesso tempo partecipano delle ristrettezze e delle urgenze anche materiali del proletariato e degli operai della città. Vive, lui stesso, in povertà, ed accoglie persone in cerca di lavoro, le aiuta, paga bollette a questo e a quello, come un vero padre affettuoso e premuroso.

Amatissimo da Pio XII, che lo vorrebbe a Roma, come Segretario di Stato, fa di tutto per rimanere nella sua Genova. A Roma però va spesso, per il Concilio, perchè chiamato a consulto dai papi, cui non di rado, con umiltà, esprime il proprio parere, trovandosi non di rado in disaccordo, come Paolo con Pietro, con Giovanni XXIII, ad esempio sulle persecuzioni a padre Pio, che non comprende, o con Paolo VI, sulle sue aperture politiche, al centro sinistra, e dottrinali. Il periodo sicuramente più travagliato della sua vita è però quello del Concilio e del post Concilio. Siri è uno dei tanti principi della Chiesa che accolgono con forte contrarietà l’indizione del Concilio: il momento non gli appare opportuno, ed anche l’ottimismo di Giovanni XXIII sui segni dei tempi lo trova perplesso. “Ho capito poco del discorso del papa- scriverà alludendo all’ apertura del concilio-, in quel poco ho subito avuto modo di fare un grande atto di obbedienza mentale”. Siri è inoltre indignato per lo spirito di non pochi padri conciliari, per la verbosità dei documenti, in cui gli sembra che alcune proposizioni possano risultare “incerte”, ambigue; per le “pillole democratiche” ingerite dai padri che vogliono limitare l’autorità papale a vantaggio dell’assemblea; per l’avversione di alcuni alla Tradizione; per tante idee sull’ecumenismo che gli sembrano confinare con l’indifferentismo ed il sincretismo, e per la nuova concezione della “libertà religiosa”, sostituita alla più tradizionale “tolleranza religiosa”.

Scrive: “Se la Chiesa non fosse divina, questo Concilio l’avrebbe seppellita”. Soprattutto Siri segue con particolare apprensione le innovazioni liturgiche, critica aspramente l’operato di Bugnini e Lercaro, lamenta l’accento posto maggiormente sull’idea di Cena, piuttosto che sul Sacrificio, l’eliminazione della centralità del Tabernacolo, la protestantizzazione dei preti e delle cerimonie, la comunione sulla mano (un Dio che non viene ricevuto, accolto, ma “preso”)… Abbandonata la presidenza della Cei, Siri concluderà la sua vita cercando di fare della propria diocesi un argine, un luogo di resistenza a quelle innovazioni da lui ritenute ingiuste o inopportune, ma agendo sempre, come mi racconta un vecchio collaboratore di Renovatio, Piero Vassallo, cercando di coniugare “l’intransigentissima verità con la tollerantissima carità”.

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