Spaghetticons. La deriva neoconservatrice della destra cattolica. La recensione di Carlo Gambescia

Come promesso in un precedente post, ecco a voi una recensione del bellissimo libro di Luigi Copertino Spaghetticons. La deriva neoconservatrice della destra cattolica. Ho pensato di proporre non una recensione inedita, ma quella – ottima – apparsa giovedì 19 giugno 2008 sull’interessante sito carlogambesciametapolitics ad opera appunto del sociologo Carlo Gambescia. Buona lettura.

Il libro della settimana: Luigi Copertino, Spaghetticons. La deriva neoconservatrice della destra cattolica italiana, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 2008, pp. 204, euro 18,00 – info@ilcerchio.it

Si fa presto a dire cattolici neoconservatori… In realtà si tratta di un movimento molto articolato. Benché, qui in Italia, attualmente, il discrimine sia rappresentato dalla posizione assunta verso il neoconservatorismo americano di “impronta” cattolica. Semplificando, quello impersonato da Michael Novak e da Russell Kirk, autore il primo dell’Etica cattolica e lo spirito del capitalismo (trad. it. Einaudi 1999), in cui si celebrano le nozze tra cattolicesimo e mercato. Mentre al secondo, Kirk, dobbiamo Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo (trad. it. Mondadori 1996), dove invece convolano a nozze Platone, il cattolicesimo medievale e i padri costituenti americani.

Ecco, in sintesi, i tre i punti critici che separano, al suo interno, la destra cattolica italiana. Le cui non folte schiere possono essere divise, a grandi linee, tra filoamericani e antiamericani.

Il primo è quello dell’identificazione, in nome dell’Occidente, fra Stati Uniti ed Europa. Sorvolando però, a detta degli antiamericani, su un dettaglio storico non secondario: quello della Riforma Protestante, profondamente anticattolica.

Il secondo è quello dello scontro di civiltà, sollevato da Huntington, e rinfocolatosi, in chiave anti-islamica, dopo l’attentato alle Torri Gemelli e negli anni della Presidenza di Bush jr. Celebrato dai filoamericani il “Nuovo Crociato”.

Il terzo è quello del capitalismo “globalizzatore”. Per i filoamericani sarebbe il vero “motore” delle libertà cristiane. Mentre per gli antiamericani solo un odioso rullo compressore. Di qui il diverso giudizio sul ruolo economico dello Stato: fonte di sprechi per i primi; sorgente di sostegno sociale per i secondi.

Il lettore si sarà accorto che non abbiamo fatto ancora nomi e cognomi. Per una ragione molto semplice: perché li fa Luigi Copertino, giornalista pubblicista e capace studioso del tradizionalismo cattolico italiano. E in un libro brillantemente prefato da Franco Cardini, il cui sarcastico titolo è tutto un programma: Spaghetticons. Le deriva neoconservatrice della destra cattolica italiana (Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 2008, pp. 204, euro 18,00).

Va ricordato che Copertino è un “osservatore partecipante”. Nel senso che non nasconde il suo tradizionalismo e neppure la diffidenza verso il “Crociato Bush”. Tuttavia il libro non ne risente più di tanto. Come nota Franco Cardini nella bella prefazione, Luigi Copertino è “andato con pazienza alla ricerca delle tracce e delle prove” lasciate da certo cattolicesimo a stelle e strisce in salsa italiana. Aiutandoci a scoprire l’alto prezzo pagato per “questi passaggi sull’auto del vincitore” le cui “poltroncine e… strapuntini… costano salati”. Il punto è sapere, conclude Cardini, “se quell’autobus, che attualmente sembra arrivato a un capolinea. Farà un’altra corsa, e imbarcherà ancora i medesimi passeggeri , se il manovratore avrà ancora bisogno dei loro consigli teologico-politici o si rivolgerà ad altri”.

Adesso però bisogna fare qualche nome. Copertino, oltre a tracciare un esauriente ritratto dei neoconservatori americani, cattolici o meno, già abbastanza studiati in Italia (e sul quale perciò sorvoliamo), dedica pagine molto interessanti al cattolicesimo conservatore italiano pro-Bush, ben incarnato da eruditissimi teologi d’assalto come Gianni Baget Bozzo, e da certo giornalismo “ateo devoto”, targato Giuliano Ferrara.

Osserva Copertino: ” Certa destra cattolica, da Alleanza Cattolica a Comunione e Liberazione, dalla Associazione Tradizione Famiglia e Proprietà al Centro Culturale Lepanto, dai cattolici padani alla Borghezio al variegato mondo del tradizionalismo legittimista che confonde federalismo transnazionale e reticolare con la presunta restaurazione dei corpi intermedi dell’antica Cristianianità, guarda agli Stati Uniti… come al nuovo impero romano che la Chiesa dovrebbe battezzare come proprio ‘braccio secolare’. Gli Stati Uniti sarebbero, in tale prospettiva, il Nuovo Cesare provvidenzialmente suscitato da Dio per il trionfo del cristianesimo nel mondo” .

Sappiamo di metterla sul complicato, ma il lettore deve sapere che Copertino ragiona in termini piuttosto alti di teologia e storia delle idee. Il che però spiega la sua tesi che dietro la scelta del cattolicesimo neoconservatore italiano di sposare la prospettiva americana vi sia “la sottovalutazione delle radici protestanti dell’ordine americano”. Un errore madornale che esporrebbe “l’infatuata destra cattolica alla sostanziale accettazione dell’antropologia negativa, della sociologia contrattualista e del decisionismo ‘imperiale’ che caratterizza l’ideologia neocon statunitense, filiazione diretta della linea Lutero-Calvino-Hobbes-Schmitt che è la linea del pessimismo cosmico-antropologico”. Una corrente “contrapposta dialetticamente a quella dell’ottimismo cosmico antropologico Kant-Rousseau-Marx-Popper della quale è erede al sinistra liberal”.

Due linee ideali, prosegue Copertino, “che nascono certamente in Europa lungo i secoli del processo di scristianizzazione del vecchio continente, ma come variabili contrapposte e complementari”, all’interno del “pensiero politico moderno dell’immanentismo ateo. Ed è in esse che “l’ordine americano sia nella declinazione conservatrice che il quella liberal ha le sue radici”.

Insomma, semplificando, il neoconservatore cattolico che sposa le ragioni, dell’unità culturale euro-americana, dello scontro di civiltà e della necessità di una crescente globalizzazione capitalistica, accetta di muoversi idealmente in un contesto di tipo non cattolico ma protestante. E soprattutto all’interno di una visione individualistica in cui è l’uomo, materialmente, a farsi mondo, relegando Dio nell’ angolo.

Si dirà che l’impostazione di Copertino risale al pensiero controrivoluzionario dei Bonald, dei de Maistre, eccetera. Dunque nulla di nuovo. Tuttavia, l’autore applicandola agli “Spaghetticons”, mostra come in certi “atei devoti” alla Giuliano Ferrara, la religione cattolica sia esclusivamente considerata strumento di controllo sociale. Secondo una visione – ecco il punto – completamente secolarizzata del sociale di origine protestante, in cui ordine sociale religioso e morale sono identificati con le istituzioni esistenti del capitalismo americano. Il che rivela – facendo un passo ulteriore rispetto alla lezione controrivoluzionaria – come dietro il “liberalismo cattolico” dell’ateo devoto del dare a Cesare quel che è di Cesare, si nasconda, in realtà, un bruciare incenso sull’ara del Cesare americano, come supremo tutore dell’ordine politico e soprattutto economico.

Venendo infine ai rapporti con l’Islam, le tesi da “colomba” di Copertino sono condivisibili sotto l’aspetto storico e culturale. Dal momento che è storicamente giusto sostenere come le affinità culturali tra cristianesimo e Islam, proprio perché di lunga data, continuino a garantire una migliore conoscenza reciproca. E di riflesso, pur tra gli alti e bassi della storia, la possibilità di un’accettabile convivenza tra i due mondi: Cristianesimo e Islam, avrebbero, insomma, le carte in regola per intendersi, come del resto sostiene uno storico del calibro di Franco Cardini.

Tuttavia, sul versante politico immediato, potrebbero aver ragione i catto-conservatori filoamericani. Dal momento che ai cattolici, come Copertino, che in verità non sono molti ( e ai quali magari si potrebbe dedicare un altro libro, più piccolo…), è finora mancata una sponda politica “forte”, sia in Italia e in Europa che nel mondo Islamico. Di qui la necessità di una scelta “prudenziale”, come sostengono i filoamericani, in favore degli Usa.

In conclusione, i cattolici alla Copertino sperano nella ragioni profonde della storia, gli “Spaghetticons” in quelle, più a breve termine della politica. E tutti insieme si appellano a Dio. Che probabilmente è in tutt’altre faccende affaccendato.

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Diritti umani al primate, ma quali diritti all’uomo?

L’approvazione avvenuta ieri, ad opera del Parlamento spagnolo, che prevede l’estensione della tutela dei “diritti umani” ai grandi primati , oranghi, gorilla e scimpanzé, deve essere guardata con preoccupazione, perché rappresenta l’ennesima conferma ad una tendenza culturale pericolosa, e cioè quella dell’equiparazione tra l’uomo e l’animale. Poco importano, in questo senso, le parentele biologiche – reali o presunte – tra l’uomo e il primate: la decisione di approvare il progetto Gran Simios costituisce, comunque la si pensi su Darwin ed evoluzionismo, un regresso della civiltà, perché nega un fatto di per sè evidente: gli esseri umani sono diversi, ma soprattutto sono ontologicamente superiori al mondo animale, anche alle sue espressioni più evolute.
Oggi anche epistemologi come John Searle ci spiegano e di dimostrano, in modo del tutto “laico” – per usare un aggettivo in voga – come la ragione costituisca patrimonio esclusivo degli esseri umani (Cfr. J. Searle, La razionalità dell’azione, Raffaello Cortina), che non a caso occupano il vertice, quanto a importanza, della piramide dei viventi. Ciononostante, la tendenza ad estendere al mondo animale diritti per antonomasia riservati alle persone, sembra non conoscere battute d’arresto.
Non solo. Accade di peggio: mentre l’ombrello della tutela giuridica si amplia in favore degli animali, sono gli esseri umani ad esserne progressivamente esclusi. Pensiamo all’aborto. Le stime planetarie più caute parlano, rifacendosi a dati del 2003, di 41.6 milioni di aborti annui ( Cfr. Lancet 10/2007, 370:1338-1345): un genocidio di proporzioni tremende, superiore ad ogni altro. E l’Occidente, forte delle proprie conquiste economiche e tecnologiche, che fa? Si adopera per contrastare questa strage? Manco per sogno.
Si serve delle proprie istituzioni più autorevoli – Onu e Ue in testa – per finanziare politiche abortiste ai danni del Terzo Mondo, e nel frattempo pensa a come meglio tutelare gli animali. Capiamoci: è senza dubbio importante coltivare un rapporto armonioso col mondo animale evitando, se possibile, abusi e violenze.
E’ lo stesso Dio, nell’Antico Testamento, a vietare ad esempio l’uccisione degli animali per soffocamento e a ordinare che animali così violentemente uccisi non vengano mangiati. Gli fa eco San Tommaso quando scrive che è dovere dell’uomo e della sua ragionevolezza uccidere, quando necessario, gli animali nel modo più rapido ed indolore (Cfr. S. Th. , I-II, q. 102, aa. 6 – 8). Il problema è che oggi accade l’esatto contrario: gli esseri umani – specie coloro che dovrebbero essere più tutelati perché più giovani e innocenti – subiscono, nell’indifferenza generale, atrocità di ogni genere: dall’aborto allo sfruttamento minorile, dalla pedofilia (che qualche “illuminato” ha proposto di legalizzare) a veri e propri commerci, mentre agli animali vengono elargiti diritti dei quali nessuno, nemmeno loro, sente in bisogno. Quale logica soggiace a queste paradossali manovre? E’ un caso che a ideare severe normative a protezione degli animali sia stato, a suo tempo, il governo presieduto da Adolf Hitler?
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Citotec, Ru, e aborti clandestini sempre più diffusi.

Ancora non sappiamo cosa succederà in Italia con la famosa kill pill, la Ru 486, di cui tanto si è parlato negli anni scorsi. Sicuramente l’opera paziente e tenace di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella per stanare le mille bugie diffuse intorno a questo veleno chimico, hanno contribuito a placare le urla dei sostenitori dell’aborto veloce, indolore e a misura di donna. Qualcuno si deve essere accorto che c’è chi vigila, ed avendo le cartucce un po’ bagnate sta valutando attentamente il da farsi.

Anche nella mia città, dove la somministrazione era cominciata con Emilio Arisi, prima in sordina, poi con squillo di fanfare, ora, non si sa perché, si è fermata. Forse hanno ragione Cesare Cavoni e Dario Sacchini, autori di una dettagliatissima analisi, La vera storia della pillola abortiva RU 486 (Cantagalli), quando spiegano che “senza la stampa, la RU 486 sarebbe rimasta nei cassetti dei ricercatori. Senza la stampa i governi (specie quello americano e francese) non sarebbero mai intervenuti nella vicenda. Senza i titoli a nove colonne, che andavano annunciando una rivoluzione farmacologia senza pari in seguito all’invenzione degli anticoncezionali, i ricercatori che posero mano all’Ru 486 non avrebbero probabilmente avuto credito per proseguire nelle ricerche”. Sì perché la pillola indigesta è stata lanciata e resa digeribile a livello mentale, dalla propaganda assordante dei media, prima ancora che a livello farmacologico, rimanendo tuttavia un metodo, “neppure il più sicuro e neppure il più efficace e neppure il più scelto dalle donne e neppure il più inseguito dalle aziende e neppure il più amato dalle femministe e neppure il meno costoso”.

Ma mentre si aspetta, per capire cosa succederà, per vedere se una eventuale introduzione della Ru 486 aprirà finalmente la strada all’aborto casalingo e fai da te, per grandi e piccine, come desiderano alcune elite gnostico-nichiliste, sarebbe bene riflettere sul fatto che l’Italia è oggi un paese che, come ricorda il demografo Blangiardo, ha una abortività più bassa rispetto ai paesi dell’est, devastati dalla cultura comunista, ma più alta di Svizzera, Germania, Belgio, Olanda, Spagna e Finlandia, al punto che “siamo un paese che da trent’anni è sotto il ricambio generazionale”. Un paese che ansima, che pian piano muore di propria mano, e apre le sue porte, di una casa ormai vuota, ad un numero medio costante, se si vuole mantenere stabile il numero dei nati, di 450 mila immigrati l’anno (AAVV, “Legge 194”, Gribaudi 2008). Un numero sostenibile? Una prospettiva allettante?

Mentre aspettiamo che ci dicano qualcosa sulla RU 486, e dopo che i fatti di Genova hanno dimostrato, come ha ammesso Giovanni Monni, presidente dell’associazione ostetrici e ginecologi ospedalieri italiani, che il fenomeno degli aborti clandestini va ben oltre i 20 000 casi annui di cui parla l’Istituto superiore di sanità, sarebbe bene raccogliere l’allarme lanciato da alcuni insigni ginecologi italiani, come ad esempio Bruno Mozzanega, dell’Università di Padova, su un altro abortivo chimico, il Citotec (farmaco utilizzato solitamente come gastro-protettivo). Mozzanega è partito dall’esperienza personale maturata durante i turni di servizio come responsabile di guardia presso la Clinica ginecologica di Padova: nell’arco di un anno e mezzo si è trovato ad assistere personalmente ben nove pazienti che avevano assunto clandestinamente il Cytotec, al fine di procurarsi un aborto clandestino. “Le pazienti, scrive il medico, tutte straniere, presentavano quadri di emorragie con anemizzazione acuta e si erano pertanto rivolte all’ospedale pur avendo ricevuto tassative raccomandazioni di attendere a domicilio l’espletamento dell’aborto”, e due di esse erano “al limite stesso del pericolo di vita”. Una rapida ricerca su internet dimostra che l’utilizzo del Cytotec per abortire clandestinamente è piuttosto diffuso: vi sono siti abortisti che danno indicazione sul prezzo, e che raccontano nel dettaglio le modalità più singolari per ottenerlo, al mercato nero, dalla Cina, dalla Romania, o tramite Internet. Silvio Viale il medico radicale che ha rilanciato in Italia la Ru 486, ha scritto un articolo il cui titolo, “Cytotec: legittima difesa”, dice già tutto di cosa significhi in verità una mentalità del diritto all’aborto. “C’è un surplus di 12 mila aborti spontanei che risulta dai dati Istat e che nessuno sa bene cosa rappresentino”, conclude Mozzanega, confermandomi nell’opinione che dell'”aborto clandestino”, ora che la legge c’è, non interessa nulla a nessuno. Prima bisognava parlarne ad ogni piè sospinto, e occorreva inventare cifre astronomiche, pur di farsi sentire. Ora è meglio tacere.

In conclusione un breve pensiero che sorge spontaneo pensando alle infinite vittime dell’aborto e alla tristezza della nostra società: “Io ho quello che ho donato”, ha scritto D’Annunzio sulle pareti del Vittoriale, riprendendo un concetto ben più antico di lui. Il filosofo francese Luc Marion nota che “la vita, per sopravvivere, deve essere donata”, perché “non possiamo avere vita, dobbiamo riceverla”. Se è vero che oggi siamo sempre meno capaci di ricevere e di donare vita, allora è anche vero che, illusi di avere di più, più “diritti”, abbiamo, in verità, sempre meno. Non si ha, se non si dona.

p.s Dopo il caso di Genova (aborti clandestini a pagamento, per non perdere uno show televisivo), la notizia riportata ieri dai Corriere: aborti clandestini, (sino a che data? Come a Roma, sino anche al nono mese?) a Napoli, in cambio di sesso o di soldi, dai 500 agli 8000 euro!

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Tolan ci scrive sull’ultimo libro di don Paul Renner, a difesa della massoneria.

Il lettore Tolan ci manda queste considerazioni: Da un qualche anno a Trento è attiva una piccola casa editrice, Il margine, che pubblica una decina di libri all’anno. Tra i suoi autori, oltre al recentemente scomparso Walter Micheli (una delle figure più sane della politica trentina degli ultimi decenni), troviamo alcuni nomi tra i più in vista di quella fascia di intellettuali locali che tanto vanno di moda, caratterizzati da prosa agile e una mai sopita urgenza di criticare il Papa e il Magistero: Paolo Ghezzi, Marcello Farina, Paul Renner, gli ultimi due dell’elenco, preti. Merita riportare alcune righe del libro appena pubblicato da don Renner.

Riguardano i suoi rapporti con la Massoneria. Mi permetto di offrire di seguito alle riflessioni di Renner quelle del Vescovo di San Marino e Montefeltro sul medesimo argomento.

"I massoni sono un’ organizzazione (o una serie di organizzazioni) di persone votate al progresso culturale e spirituale, che si impegnano nella filantropia e per questo si riuniscono in circoli ristretti e discreti, in cui si viene accolti solo su presentazione di un membro e dopo lo svolgimento di un adeguato apprendistato. A seguito dello stesso si diviene compagni o fratelli, e quindi, passato un certo tempo ed acquisite certe conoscenze, anche maestri, fino a poter arrivare ad un grado elevato (il 33°) di rango. I massoni si richiamano a Hiram, costruttore del Tempio di Gerusalemme, come a loro ideale fondatore. (…) I liberi muratori (come amano altrimenti definirsi) sono deisti e venerano il Grande Architetto dell’universo. A differenze di quanto molti pensano, per essere massone (almeno nella maggior parte delle obbedienze) occorre credere in Dio, o almeno avere una certa qual convinzione che esista un Essere supremo, un’Intelligenza creatrice della storia. Qualcuno critica la massioneria in quanto associazione segreta: in realtà ve ne sono molte altre e pure i soci di Comunione e Librerazione o dell’Opus Dei non vengono dati in pasto all’opinione pubblica (cosa c’entra? Micca sono segreti i loro nomi…micca si riuniscono di nascosto, senza che nessuno sappia dove…, ndr). Certo, nei secoli in cui la Chiesa esercitava il potere temporale, i massoni si misero in aperto conflitto con la stessa, rivendicando quei diritti umani che già la Rivoluzione francese vagheggiava. In epoche in cui i Papi bollavano la democrazia come un pernicioso errore era evidente che i massoni andassero in cumulo scomunicati. Oggi il diritto canonico è più prudente e prevede tale drastica misura solo per quanto “appartengono a società segrete che cospirano contro la Chiesa” (…) La religione, dicevo, è importante anche per i massoni, quando non diventa appartenenza acritica ad una istituzione ecclesiale che limita la ricerca personale e la possibilità di dubitare (..)” da Paul Renner, Frontiere / Grenzen : vita freelance di un prete felice. Trento: Il Margine, 2008, p. 199 – 205

"La massoneria è un nemico della Chiesa; nasce con questa inimicizia e persegue la realizzazione di questa inimicizia con la distruzione della Chiesa e della civiltà cristiana e con la sostituzione a essa di una cultura e di una società sostanzialmente ateistica, anche quando fa riferimento all’architetto dell’universo. È, infatti, fuori discussione che si tratta di un riferimento a un valore pensato e concepito all’interno di una mentalità razionalistica e illuministica. Ho discusso molte volte, su questa vicenda del rapporto fra Chiesa e modernità. Il tuo libro mi conferma nella tesi fondamentale che non è la Chiesa a essere antimoderna, ma che è la modernità a essere antiecclesiale. La modernità è antiecclesiale, e il punto di attacco massimo all’ecclesialità è proprio rappresentato dalla massoneria che, in quanto elemento segretamente connotato e dinamicamente lanciato alla creazione di una civiltà alternativa a quella che nasce dalla fede, rappresenta, a mio modo di vedere, l’elemento radicale della modernità.

Nella massoneria la modernità esprime il massimo di chiarezza e d’identità e, secondo me, raccoglie anche il massimo di impatto culturale e sociale. (…) Una seconda osservazione mi è venuta leggendo questo testo: la massoneria ha trovato la sua forza certamente nella segretezza, nella capacità di individuare e assimilare a sé leadership di uomini incondizionatamente obbedienti alle sue direttive, nonché nell’abilità che ha avuto di influire su strati sempre più larghi della cultura e dei vertici della vita civile e istituzionale. Cioè, la massoneria ha rappresentato strategicamente un punto di attacco, non soltanto ai princìpi, ma anche alla mentalità di coloro che astrattamente avrebbero dovuto ergersi a baluardo di questi princìpi tradizionali e che, invece, sono diventati totalmente funzionali al fenomeno erosivo della tradizione e rivoluzionario nei confronti di essa. E anche questa è una intuizione che sostiene il magistero dei papi sulla massoneria: i papi sono concordi nell’indicare, anche con diverse angolature, che la massoneria sta conquistando, lentamente ma inesorabilmente, anche coloro che avrebbero dovuto difendere tutta la ricchezza, la verità e la bellezza della posizione tradizionale”. Dall’introduzione di Mons. Luigi Negri al libro di Angela Pelliciari I papi e la massoneria. Milano : Ares, 2007.

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Da donna occidentale alle donne occidentali

Il ’68 e il femminismo, ideologie figlie della rivoluzione, hanno seriamente minato l’ossatura della nostra società, confondendone i ruoli: non più padri, non più madri, non più educatori.
Il risultato di tutto ciò è scritto nelle cifre: il dilagare della pornografia e l’aumento della prostituzione hanno raggiunto budget economici impressionanti, con un fatturato di 2 miliardi di euro all’anno; migliaia di aborti, l’annullamento della famiglia, la mancanza totale di validi punti di riferimento e l’inesorabile scristianizzazione del nostro continente. E ancora, pensiamo all’aumento delle violenze sessuali e degli stupri, derivati dalla percezione che si ha sul valore della donna, oppure pensiamo al messaggio mediatico che spesso induce le ragazzine all’anoressia e talvolta alla morte nel vano tentativo di inseguire dei modelli vacui e irraggiungibili.
Oggi, grazie a questa ubriacatura di materialismo, il parametro di valutazione è diventato il consumo, e anche la donna si è voluta adeguare a tale legge; rincorrendo la moda e l’apparire.
Questa dittatura ideologica ha portato alla parificazione mentale, in una società di massa falsamente libera, in cui la donna finisce per correre dietro al pseudo-apprezzamento esteriore. Ma questo parametro è diseducativo in quanto la donna in Occidente si è livellata, si è abbassata a copiare l’uomo e mercificata, spogliandosi della sua dignità.
? veramente necessario allora, interrogarci su quale sia il ruolo della donna, che non deve porsi come oggetto di dominio e di possesso maschile.
Il femminismo non è una soluzione perché, rincorrendo una sterile uguaglianza, ha condotto alla “mascolinizzazione” della donna, che ha tentato di appropriarsi di caratteristiche maschili, deformando la sua naturale originalità.
Chiediamoci cosa intendiamo per libertà: la libertà non il poter tornare alle 3 di notte, non è nemmeno la legalizzazione dell’aborto. Noi occidentali che modello stiamo proponendo? Cosa hanno portato il femminismo e l’emancipazione? Cosa significa emancipare la donna? Cos’è l’identità occidentale? A cosa crediamo? Qual è il nostro modello di donna?
Parliamo di solidarietà, di emancipazione, di parità, ma non abbiamo più cultura, siamo schiavi dell’alto tasso delle droghe, degli aborti, dei divorzi.
Come mai il movimento femminista parla di conquiste sociali ma non si concentra sulla prima vera conquista delle donne, che è quella di veder rispettata la nostra dignità? Non occorre dunque ricercare parità innaturali con l’uomo, ma esaltare le nostre differenze e la nostra femminilità.
La vera rivoluzione in questo senso è stata allora il Cristianesimo. Cristo, di fronte ai suoi contemporanei, si è reso il promotore della vera dignità delle donne. Infatti le parole e le opere di Gesù esprimono sempre il rispetto totale nei loro confronti e questo esprime una novità senza precedenti che si affaccia nella storia. Quando, per esempio, nel discorso della montagna Gesù afferma che “chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” non si rivolge soltanto all’uomo. Scrive infatti Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem che “queste parole riguardano indirettamente anche la donna. Cristo faceva tutto il possibile perché, nell’ambito dei costumi e dei rapporti sociali di quel tempo, le donne ritrovassero nel suo insegnamento e nel suo agire la propria soggettività e dignità. Questa dignità dipende direttamente dalla stessa donna, quale soggetto per sé responsabile, ed è nello stesso tempo compito dell’uomo”.
Questa riflessione mi sembra più che mai attuale oggi, in un clima universale che porta alla schiavitù fisica e mentale, seppur con enormi differenze, sia in Islam sia in Occidente.
Le donne che nel Vangelo hanno a che fare con Cristo riscoprono se stesse, si sentono amate, era come se Gesù dicesse loro: “Non venir meno alla tua umanità, sii donna fino in fondo!”; in questo senso possiamo dire che il Cristianesimo ha portato alla vera liberazione delle donne.
Sono infatti numerose le testimonianze e i carismi femminili che possiamo riscontrare, a partire dalla figura di Maria che viene significativamente chiamata “donna” dall’apostolo Paolo. La Madonna infatti, grazie al suo fiat e al dono sincero di sé, è l’archètipo di tutto il genere umano, rappresenta l’umanità intera; il culto mariano è proprio la massima esaltazione della donna.
Abbiamo poi delle sante martiri, come Santa Caterina da Siena o Santa Teresa D’Avila che, a proposito della valorizzazione delle donne afferma che “le anime che non curano il loro spirito sono come un corpo paralizzato o rattrappito che, pur avendo mani e piedi, non li può muovere”.
Vi è la dignità di molte madri di famiglia che, grazie al loro coraggio, hanno avuto un’incidenza significativa sulla società.
Oggi bisogna ripartire da qui, dalla radice: siamo sazi e vuoti a livello di spiritualità, siamo assuefatti. Il laicismo, il relativismo e il nichilismo hanno portato all’annullamento dei valori e dello spirito. Anche le ideologie hanno spogliato la donna della sua essenza; pensiamo ad esempio al comunismo che concepiva la donna come una compagna nella lotta.
La scristianizzazione riporta alla schiavitù: più togli Cristo e più la donna torna indietro nei secoli. Togli Cristo e la donna è schiava: se la civiltà islamica copre le sue donne, la nostra le spoglia!
Sono notizie di questa settimana che un dentista è stato denunciato perché lavorava in cambio di prestazioni sessuali, o che un uomo relegava in casa la sua fidanzata perché voleva, cito le sue parole, “che lei adempisse il suo ruolo di donna di casa”!
Credo fortemente, senza essere fraintesa, non essendo femminista, che sia in Islam che in Occidente la donna è in tutti i casi diventata oggetto; il problema cruciale è proprio l’aver eclissato la donna ad oggetto, con la differenza enorme che qui abbiamo la possibilità per farci valere.
Bisogna allora che si riparta dal concetto di dignità universale e che stia a noi donne rivalutare quelle nostre peculiarità che hanno consegnato alla storia tante illustri principesse, scrittrici e sante. Il coraggio, che ci appartiene, la sensibilità e l’intelligenza dovranno – a mio avviso – essere nostre prime credenziali.
La donna deve rivedere i propri parametri, farsi considerare intellettivamente. Per esempio la donna può fare politica ma si deve differenziare dall’uomo, avendo un ruolo definito perché ognuno – uomo e donna – porta nella società un arricchimento grazie a specificità diverse che si compensano. Una donna che ricopre il suo ruolo in politica come in qualsiasi altro campo, resta donna rivelando così tutta la sua ricchezza.
Allora, è solo riavvicinandoci al cattolicesimo, che rappresenta le radici dell’Occidente, che potremo essere in grado di indicare una contro proposta culturalmente valida per affrontare il problema delle donne in Islam.

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Di Bernardo, un concittadino, un massone, un “Illuminato”

Angeli e demoni, il primo libro di Dan Brown, parla di una associazione, gli Illuminati, che avrebbe come scopo quello di distruggere la Chiesa. Trattasi del solito polpettone di Brown, dove qualche frammento di verità si mescola a tante idiozie astruse e cervellotiche. Per fare il film, dall’America sono venuti sino a Trento, e qui la cosa si fa curiosa. Perchè? A consultare chi? Perchè alla nostra università di Trento insegna Giuliano Di Bernardo, ex Gran Maestro della massoneria italiana del G.O.I, negli anni delle indagini sulla massoneria di Agostino Cordova (per togliergliele fu promosso da Palmi, oscuro paesello della Calabria, a Napoli!), ed ex membro della loggia Zamboni De Rolandis, la loggia bolognese cui appartiene Fabio Roversi Monaco, per tantissimi anni Magnifico Rettore a Bologna…

A Trento Di Bernardo non è molto famoso, se non per qualche sparata, come quando sentenziò che sino a 500 anni fa la Chiesa non riconosceva l’anima alle donne (che cultura per un professore universitario!). Dopo essere stato il più alto grado della massoneria italiana, Di Bernardo ne è uscito ed ha fondato, con Vittorio Mathieu, Severino Antinori, Carlo Freccero ed altri, l’Accademia degli Illuminati, di cui si dice facciano parte, in America, le famiglie dei Rockefeller, dei Rothschild, degli Onassis e dei Clinton ( Panorama, 1/6/2006). In passato hanno avuto rapporti con l’Accademia uomini molto vicini a D’Alema, come Claudio Velardi e Antonio Napoli, oltre che banchieri, principi ecc… Ma ognuno dei potenti interrogati nicchia: sì, ne abbiamo fatto parte, ma poi ne siamo usciti…. “L’esoterismo, afferma Di Bernardo, è alla base della nostra ricerca e la luce può essere identificata sia con la ragione sia con la divinità”. Un tempo gli Illuminati nacquero per combattere i gesuiti (nel 1776, grazie ad Adam Weishaupt, accerrimo nemico della fede cristiana,ndr) ma oggi, secondo Di Bernardo, occorre solo dar vita ad una “religione più genuina”: genuina d’accordo, ma perchè anche esoterica, elitaria, segreta? Sappiamo che Weishaupt si dedicava all’alchimia, alle scienze occulte, all’evocazione di spiriti, ed odiava i gesuiti, che in quegli anni furono scacciati dai sovrani d’Europa, per influsso di alcuni I ministri massoni. Poi, dopo la dispersione e la ricostruzione dell’ordine, non pochi di loro finirono tra le braccia della setta che li aveva umiliati e distrutti.

Anche oggi non mancano alti ecclesiastici nell’Accademia di Di Bernardo. Qualcuno dice addirittura che sociologia a Trento sia nata da un patto tra gesuiti e massoneria locale. Di Bernardo, intervistato da Pinotti, non conferma, ma vanta la sua amicizia con padre Rosa, il gesuita che “circolava” allora in quel di Trento e che proveniva dal centro san Fedele di Milano (quello di Martini); con lui Di Bernardo aveva instaurato “un rapporto di profonda amicizia”… e non sappiamo altro.. Sulla setta degli Illuminati di Baviera, cui Di Bernardo si richiama, esistono testi molto interessanti, come quello dell’abate Barruel, ex massone e quindi addentro alle cose segrete e ai riti esoterici del mondo massonico, oppure l’opera di Mario Arturo Iannaccone. Idealmente vicini al mondo degli Illuminati furono Filippo Buonarroti, fondatore di alcune società segrete che avevano come scopo finale l’instaurazione del comunismo, gli Adelfi, fondati nel 1799 da Luigi Angeloni e l’anarchico Bakunin.

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Irrigata senza posa dall’eterno. La Cristianità secondo Gustave Thibon

Gobineau si definiva un anarchico conservatore, formula che ripresi volentieri a mio riguardo apportando questa precisazione: anarchico quanto alle mode, alle convenzioni, ai pregiudizi e ai riflessi imposti alle folle dai capricci del grande animale di Platone (il mondo, dirà il Vangelo); conservatore in rapporto alle vere tradizioni che hanno la loro sorgente al di là dei tempi e della morte.
Cos’è la cristianità? Non solamente l’insieme dei popoli dove predomina il cristianesimo, come la definisce il dizionario, ma un tessuto sociale dove la religione penetra fino alle ultime pieghe della vita temporale (costumi, usanze, giochi e mestieri…), una civilizzazione in cui il temporale è irrigato senza posa dall’eterno.
Nominalmente, un paese come la Francia resta ancora una cristianità perché il numero dei battezzati in essa predomina; vitalmente, la cristianità vi muore di consunzione.
[…è nel Medioevo] che esplode il paradosso dell’incarnazione del divino nel sociale. Paradosso che, a prima vista, sembra mascherare una contraddizione interna.
Da una parte, il cristianesimo ci reca la rivelazione di un Dio, autore dell’universo in cui ha lasciato il riflesso e le vestigia della sua potenza e della sua bontà, ma infinitamente distante da questo universo per la sua trascendenza e la sua perfezione assoluta (“Dio non è né più grande né più felice per aver creato l’universo” diceva Bossuet), di un Dio inaccessibile non solamente ai nostri sensi, ma anche alla nostra intelligenza, e che non si conosce che rinunciando a comprenderlo, vale a dire eliminando progressivamente tutto ciò che si credeva di sapere su di lui… ? questa la via negativa dei teologi, la notte dei mistici, senza fine evocata nel corso delle epoche dai più alti testimoni dell’insondabile. Un Dio che ha Lui stesso proclamato il suo regno non essere di quaggiù, e il cui appello si rivolge al centro più segreto dell’anima, ai figli della luce strappati per mezzo della grazia alle tenebre del mondo.
D’altro canto, nella cristianità, questo Dio il cui eccesso di luce fa la notte nel nostro sguardo si abbassa a portare questa stessa luce nei nostri occhi e nelle nostre mani. Egli si inserisce nelle patrie e nelle culture: l’infinito si localizza, l’eterno sposa i ritmi del tempo…
E, nuova apparente contraddizione, sono stati quasi sempre i santi, questi testimoni solitari del Dio sconosciuto, coloro che hanno vegliato più scrupolosamente sulle fondamenta temporali dell’eterno. Tali i fondatori di ordini religiosi – san Benedetto su tutti – scrutatori del cielo e prodigiosi realizzatori sulla terra.
Paradosso che risale al Vangelo: il Cristo, il cui regno non è di questo mondo e che ha rifiutato, all’ora della tentazione nel deserto, gli imperi della terra (Tu non servirai che Dio solo…), ci ingiunge anche – cosa che sembra contraddire la risposta a Pilato – di domandare a suo Padre, che fa una cosa sola con Lui, che il suo regno venga, che la sua volontà sia fatta in cielo come in terra…
Il regno di Dio sulla terra… ? nel Medio-Evo che questa osmosi del divino e dell’umano ha trovato la sua espressione più alta. Dopo il Rinascimento (a eccezione del Romanticismo che se ne faceva un’immagine abbastanza convenzionale), non si è cessato di considerare questi mille anni di storia come un’epoca di tenebre e di barbarie. Mi tornano alla memoria i versi di Leconte de Lisle che ci facevano recitare alla scuola primaria:

“Hideux siècles de foi, de lèpre et de famine
Que le reflet sanglant des b?chers illumine (…)
Dans chacune de vos exécrables minutes
? siècles d’égorgeurs, de l?ches et de brutes
Honte de ce vieux monde et de l’humanité,
Maudits, soyez maudits, et pour l’éternité!”

[“Orridi secoli di fede, di lebbra e di carestia / che il riflesso sanguigno dei roghi illumina (…) / Per ciascuno dei vostri esecrabili minuti / Oh secoli di scannatori, di vigliacchi e di bruti / Vergogna di questo vecchio mondo e dell’umanità, / Maledetti, siate maledetti, e per l’eternità!”.]

La corrente sembra invertirsi e oggi assistiamo, almeno presso gli storici più obbiettivi, alla riabilitazione della cristianità medievale. Persino una Simone Weil, le cui reticenze circa la Chiesa istituzionale non hanno bisogno di essere richiamate, riconosceva che la società umana aveva raggiunto il suo apice nel XII secolo e non aveva fatto in seguito che degradarsi.
[…? possibile descrivere] questa età dell’oro della cristianità in termini segnati da una radiosa nostalgia: il sacro penetrante il profano fino alle radici; l’uomo inserito in una comunità dove tutto gli parlava della sua origine divina e della sua destinazione eterna; il soldato trasfigurato in cavaliere e in crociato; il principe unto del Signore e reggitore della spada di Dio; la forza al servizio della luce; in poche parole, una città degli uomini in cui germina l’abbozzo della città di Dio.
Prevedo la reazione di un buon numero dei nostri contemporanei di fronte a questo masso gettato nello stagno delle convenzioni e delle ideologie del mondo moderno. Essi sottolineeranno gli aspetti negativi della cristianità: fanatismo, intolleranza, superstizioni, collusione tra il potere politico e l’autorità spirituale, resistenza alle innovazioni liberatrici – e tutto ciò sfociante nell’asservimento dell’individuo e nell’immobilità della società, in nome di Dio.
Per quanto eccessive siano queste accuse, nessuno saprebbe negare le zone d’ombra della cristianità senza malafede. Ma la questione vera si pone in questi termini: può esistere un cristianesimo senza cristianità, vale a dire un insieme di strutture sociali, di regole e di pratiche che assicurano la trasmissione e vegliano sullo schiudersi della semenza divina? E questa lega di umano e di divino può essere esente da imperfezioni e da impurità?
La risposta è negativa per le due ragioni seguenti. Primariamente in virtù della dipendenza del superiore nei confronti dell’inferiore, che è l’amara legge di quaggiù. La vita è per essenza più nobile della materia inanimata, ma non saprebbe esistere senza la materia; il pensiero è per essenza più nobile della vita, ma esso non esiste, salvo che negli angeli, senza essere legato ad un corpo; la grazia appartiene a un ordine irriducibilmente superiore alla natura, ma ha bisogno di questa natura che essa trascende senza abolirla. ? ciò che un umorista esprime in modo eccellente: “La rosa ha bisogno del terriccio, ma il terriccio non ha bisogno della rosa”. Ed è ciò che dimenticano gli idealisti di ogni tendenza, che pretendono di liberare l’uomo e di ricostruire la società senza tenere conto di questa subordinazione esistenziale della causa alla condizione: solo i fiori artificiali possono fare e meno del terriccio, perché non hanno linfa né radici…
In secondo luogo perché Dio, “creando l’uomo il meno possibile”, secondo l’ammirabile formula di Blanc de Saint-Bonnet, l’ha affidato nello stesso tempo alla tutela dei suoi simili. C’è infatti qualcosa al mondo di più indigente, di più disarmato del bambino al momento della nascita e durante gli anni che seguono, senza parlare della massa innumerevole di coloro che non accedono mai alla vera maturità dello spirito? ? grazie all’educazione ricevuta dallo comunità, e in parte grazie alle costrizioni che la comunità gli impone, che lo z?on politikon di Aristotele accede alla dimensione dell’universale. E la vera libertà – quella che sfida tutte le pesantezze sociologiche e che consiste nell’obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (parere Deo libertas est, diceva il vecchio Seneca) – è ancora per il tramite del sociale che fiorisce nell’uomo. Dante, cacciato da Firenze, scriveva a un amico che si impietosiva per il suo esilio: Le alte verità, nella loro suprema dolcezza, sono visibili sotto tutti i cieli. Niente di più vero, ma è in quella Firenze che Dante aveva attinto il tesoro interiore di cultura e di religione che l’accompagnava nel suo esilio. Simone Weil arrivava a dire “che un popolo senza passato è inadatto al soprannaturale”, giacché se Dio è la fonte, la società è il canale.
La stessa Simone Weil distingueva due tipi di società, o piuttosto due aspetti del fenomeno sociale. Da una parte la società come mezzo trasmettitore e diffusore di quei valori eterni (il Vero, il Bello e il Bene) di cui Dio è il centro, laddove la tradizione e i costumi sono dei metaxu (degli intermediari) tra l’uomo e la sua destinazione; dall’altra la società chiusa su se stessa, di cui il grande animale di Platone ci offre l’immagine. La questione sta tutta nel valutare la parte rispettiva di ciascuno di questi elementi all’interno della tale o talaltra forma di società.
Ora, essendo il Bene assoluto irrealizzabile nella vita sociale e politica, da quale parte sta il male minore e da quale altra parte il peggio? La cristianità, anche nelle sue forme più alte, non è mai sfuggita a questa pesantezza del sociale che è il prezzo dell’incarnazione, ma essa ha pure, per mezzo delle sue istituzioni, dei suoi riti, del suo spirito comunitario, addomesticato in parte il grande animale e trasformato i suoi riflessi in strumenti della grazia, cosicché la via stretta tracciata sulla terra rimaneva un ampio viale che conduceva alla nazione senza confini. Un mondo chiuso, diranno gli spiriti moderni. In un certo senso sì, ma alla maniera di un nido che è chiuso dalla parte del suolo al fine di prevenire le cadute e aperto dalla parte del cielo, adatto a favorire la crescita delle ali.
Infine – argomento definitivo – da cosa è stata rimpiazzata la cristianità ovunque essa è crollata? Gli idoli che si sono succeduti al vero Dio hanno condotto l’umanità verso un maggior grado di luce, di pace e di libertà? Nella cristianità, la pesantezza sociale giocava in parte al servizio della grazia. Questa pesantezza non è invece ai nostri giorni più schiacciante che mai? Non abbiamo forse visto, dopo la fine del Medio-Evo, l’amore delle patrie irrigidirsi in nazionalismi gretti e aggressivi, lo spirito comunitario virare in lotta di classe, il liberalismo nelle idee e nei costumi sfociare nelle peggiori schiavitù, l’oblio del passato rendere sterile l’avvenire, in breve l’avvento di un mondo dove la peggiore forma di vita sociale soffoca la libera respirazione delle anime? ? ancora necessario ricordare la proliferazione delle sette che fioriscono sulle rovine della cristianità e sostituiscono un fanatismo infantile allo spirito d’infanzia del Vangelo? O i regimi totalitari dei paesi dell’Est [la stesura di questo testo risale al 1986, ndr] dove sono portati alla loro espressione suprema tutti gli abusi che a torto o a ragione si è potuto rinfacciare alla Chiesa: opaco dogmatismo, violazione delle coscienze nel nome di un’ortodossia imposta per mezzo dell’esercito e della polizia, caccia agli eretici (i dissidenti!), inquisizione, impiego della scomunica, ecc. – e tutto ciò senza la minima via d’uscita verso un mondo trascendente dove tutto sarà in ultima istanza giudicato e definitivamente ricollocato al suo posto. […]
Tale è il frutto delle ideologie disincarnate che si sono sostituite all’esperienza millenaria degli uomini. Il pesce marcisce a partire dalla testa, dicono gli orientali; l’utopia promette in sogno la ricostruzione del paradiso terrestre e, applicata alle realtà concrete, si traduce al risveglio in uno straripamento dell’inferno sulla terra: il gulag in Oriente e, in Occidente, un altro gulag, molle, indolore, intessuto di sazietà, di noia, di distrazioni senza finalità, ma altresì completamente estraneo ai valori che fondano una civilizzazione autentica.
Aristotele, questo principe senza uguali dell’intelligenza, denuncia i misfatti delle ideologie dissociate dalle realtà empiriche con queste semplici parole: “? assurdo non fidarsi che del pensiero”. E tra i moderni citiamo solamente Rivarol: “Ovunque vi sia una mescolanza di barbarie e di religione, è la religione che finisce per avere la meglio; laddove vi è una mescolanza di barbarie e di filosofia, è la barbarie che prevale (allusione da una parte all’opera del cristianesimo dopo il crollo della civilizzazione greco-romana, e dall’altra agli orrori della Rivoluzione francese scaturita dall’idealismo di Rousseau)”. E Valéry: “Niente conduce più sicuramente alla barbarie che l’attaccamento allo spirito puro”. E potrebbe darsi che la forma più malefica di peccato contro lo Spirito sia di ricondurre tutto allo spirito…
[…è lecito fare appello] all’edificazione di una nuova cristianità. Non il ricalco servile della cristianità di un tempo, ma l’imitazione creatrice, adattata alle esigenze del secolo, del medesimo modello eterno. Questo è il senso della vera tradizione, immutabile nelle sua fonte e mobile nel suo corso, che consiste, dice ancora Valéry, “non nel rifare le cose che altri hanno fatto, ma nel ritrovare lo spirito che ha fatto queste cose e che ne farebbe tutt’altre in altri tempi”. Solo per mezzo della tradizione l’uomo potrà sfuggire all’individualismo che separa e al collettivismo che confonde […].
Tutto ciò postula la presenza fecondatrice di una nuova aristocrazia, originante non dal sangue né dal potere, e nemmeno dalla cultura nel senso intellettuale della parola, ma dall’élite di tutti gli ambienti sociali.
La parabola della semente e del terreno riassume splendidamente […questo] messaggio […]. La semente è la parola divina, e il terreno è l’uomo e la società che la ricevono. Non si semina su terreni incolti; una solidarietà misteriosa ha sempre unito, presso i grandi apostoli del Vangelo, il gesto alato del seminatore che sparge la semente e il gesto più umile e più pesante, ma ugualmente necessario, del coltivatore che opera l’aratura del campo.

GUSTAVE THIBON
30 aprile 1986

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Del come una libreria laica sia in realtà una libreria anti-cattolica. Un giro alla Libreria Ubik di corso 3 Novembre a Trento

Lo confesso: a volte, benché sempre più di rado col progredire dell’età e dell’assennatezza, cedo alla tentazione di fare una capatina in quell’alienante e impersonale supermercato del libro che è la Libreria Ubik (ex Rizzoli) di corso 3 Novembre a Trento. L’ho fatto anche recentemente, traendo dalla breve visita tra gli affollati quanto anodini scaffali un insegnamento che non reputo del tutto inutile condividere con i lettori di questo sito.
La nostra è una società sempre più clericalizzata, dove i preti dettano legge e in cui è negato alla cultura laica uno spazio di espressione libero da “ingerenze” e “censure”. Questo l’ossessionante leit-motiv che dalle cattedre universitarie alla rubrica di letterine dell’Adige viene da qualche tempo ripetuto.
Parrebbe trattarsi di un problema di scottante attualità. Perché non dare un’occhiata, allora, a puro scopo di verifica, proprio nel settore Attualità della nostra Libreria Ubik? Che le cose stiano davvero nei termini predetti, un mero elenco dei volumi offerti alla sete di sapere del pubblico potrà confermarlo o smentirlo.
Ignoriamo dunque copertine e titoli a sfondo sessuale campeggianti in vetrina, scendiamo le scale, viriamo a sinistra e concentriamoci sul settore preso in esame.
Et voilà un elenco significativo dei volumi messi in evidenza dai responsabili della Libreria Ubik nel settore Attualità, addì 10 o 12 giugno 2008 circa:
Richard Dawkins, L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, Mondadori;
Sam Harris, Lettera a una nazione cristiana (con prefazione di Richard Dawkins), Nuovi Mondi (dal retro di copertina: “Ateismo è una parola che non dovrebbe esistere. Nessuno ha bisogno di qualificarsi come non-astrologo o non-alchimista“);
Christopher Hitchens, Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, Einaudi (dello stesso autore è presente anche l’indispensabile Consigli a un giovane ribelle, sempre Einaudi);
Tony Braschi, Il libro nero del Vaticano, Edizioni Libreria Croce;
Jacopo Fo – Sergio Tomat – Laura Malucelli, Il libro nero del cristianesimo. Duemila anni di crimini in nome di Dio, Nuovi Mondi;
(immancabile) Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi;
Michel Onfray, Trattato di Ateologia, Fazi (del grande ateologo Onfray è presente nella sezione Filosofia praticamente l’opera omnia);
Telmo Pievani, Creazione senza Dio, Einaudi;
Hemant Metha, Ho venduto l’anima su E-Bay. La religione agli occhi di un ateo, Baldini Castoldi Dalai.
Ohibò! Nessuna traccia è dato ravvisare, almeno tra i libri posti in evidenza, dell’arrembante offensiva culturale clerico-fascista lamentata ad ogni piè sospinto da intellettuali, politici e giornalisti del Bel Paese. Già, poiché l’unico titolo lontanamente riconducibile a una prospettiva cattolica (dico lontanamente) è nientepopodimenoché Enzo Bianchi, La differenza cristiana, Einaudi. Si direbbe piuttosto che, se offensiva esiste, questa sia condotta in direzione esattamente contraria.
Ma diamo velocemente una scorsa ai libri riposti negli scaffali. Tra essi, nessuna traccia dei soliti, onnipresenti autoracci cattointegralisti e fanatistoidi. Invece, in tema religioso, ecco che abbiamo:
Ferruccio Pinotti, Opus Dei segreta. Frusta, cilicio e alta finanza: per la prima volta parlano i testimoni, Rizzoli;
Carlo Falconi, Il pentagono vaticano, Kaos Edizioni;
Francesco Remotti, Contro natura. Una lettera al Papa, Laterza;
Carlo Augusto Viano, Laici in ginocchio, Laterza.
Questi laici non si direbbero davvero “in ginocchio”, come recita il titolo di Viano citato. Anzi, sembrerebbero padroni incontrastati della più grande e frequentata libreria di Trento. Ma sorge un ultimo dubbio: che i cristianacci fondamentalisti e retrivi si celino nel settore Religione?
Proseguiamo lungo il corridoio e rendiamoci conto della situazione.
Fatti pochi passi, la situazione è che il settore Religione è stato inopinatamente collocato accanto al settore Esoterismo. Forse i commessi della Ubik pensano che le due materie abbiano qualcosa in comune. E in effetti, frugando nel settore Religione, pare proprio così: vi si trova infatti, quasi esclusivamente, materiale su Cabala, Talmud, testi gnostici, vangeli apocrifi. Inevitabile la presenza del cosiddetto Vangelo di Giuda nell’edizione della massonica National Geographic Society. Non fanno difetto, certamente, testi di interesse più propriamente religioso (su tutti l’interessante L’eros nell’ebraismo), ma facendosi largo tra l’Inchiesta su Gesù di Augias e Pesce e titoli come Gesù Profeta Rivoluzionario o Gesù non l’ha mai detto non è dato constatare una particolare ricchezza di materiale serio. Non sono assenti, nemmeno qui, vari libri di Enzo Bianchi (un titolo per dare l’idea: Dio, dove sei?, Rizzoli), qualche librone di Hans K?ng, alcuni indispensabili testi della Kaos Edizioni e uno del fantateologo Vito Mancuso, personaggio peraltro molto amato dalle signore-bene. Libri cattolici? Le Ipotesi su Gesù di Messori (meno male), l’autobiografia del Card. Biffi, qualche volumetto di Socci e della principessa Borghese. Almeno per quantità, nulla di preoccupante.
Se a qualcuno è negato uno spazio di espressione, alla Ubik (e non solo) non è certo al mondo laico.

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GLOBAL WARMING, LA GRANDE BUGIA

I più accaniti tra gli ambientalisti non perdono occasione per ricordarci che dobbiamo ravvederci, e al più presto. Altrimenti – ci viene detto – tra pochi anni, al massimo tra qualche decennio, la Terra vivrà una vera e propria apocalisse: l’inarrestabile aumento delle temperature porterà, in tempi rapidissimi, ad un innalzamento del livello dei mari che costerà la vita ad un gran numero di esseri umani; alla Conferenza sul clima tenutasi a Bali qualche mese fa, si è addirittura stimato che da qui al 2070 sarebbero 150 milioni le persone minacciate dall’innalzamento dei mari. Tutto questo a causa della nostra sciagurata condotta di vita: è colpa delle nostre automobili e del nostro inquinamento, denunciano gli amanti dell’ecologia, se il clima terrestre sta cambiando, e in peggio. Per la convinzione con la quale queste tesi vengono portate avanti, e per come vengono puntualmente sposate da giornali e televisioni, verrebbe davvero voglia di crederci. E molti, difatti, ci credono. Peccato che quella del riscaldamento globale di matrice antropica, provocato cioè dall’uomo, sia una bufala grande come una casa. Se questo fosse vero, sarebbero di questi anni le temperature record. Invece, se si da una sbirciatina a quello che dicono i dati, si scopre che la realtà è un’altra. La temperatura più alta mai rilevata in gradi Celsius, stando alle rilevazioni dal 1880 al 2005, risale addirittura agli anni ‘20: precisamente al 13 settembre 1922, quando, ad Al’azizyah, in Libia, la colonnina di mercurio segnò 58 gradi (Cfr. Battaglia – Ricci, Verdi fuori rossi dentro, Free Foundation 2007). Anche la temperatura dell’intero pianeta non ha toccato gli apici di recente. Come ha dovuto ammettere persino James Hansen, direttore dell’Istituto Goddard della NASA, nonchè una delle fonti preferite di Al Gore, i dati della temperatura globale indicano che il decennio più caldo da qui a centinaia di anni, sono stati gli anni ‘30 e non gli anni ’90. E, piaccia o meno alla propaganda ambientalista, l’anno più caldo per la Terra è stato il lontano 1934. Stiamo parlando di anni nei quali circolavano molto meno di un millesimo delle automobili che circolano ora, anni nei quali non esistevano un centesimo delle industrie di oggi, eppure la temperatura era più alta: com’è possibile, se davvero il riscaldamento è causato dell’uomo? I teorici del global warming, devono fare i conti anche con un’altra rilevazione al quanto problematica per chi asserisce che siano le emissioni antropiche a riscaldare il pianeta: tra il 1940 e il 1975, durante cioè il periodo del boom economico che seguì la seconda Guerra Mondiale, la Terra si è raffreddata. Nessuno può negare che, in quei trentacinque anni, l’esplosione demografica e industriale abbia prodotto inquinamento a dismisura, eppure il pianeta anziché riscaldarsi si raffreddava. Altro dato che smentisce la vulgata catastrofista è l’aumento, sulla Terra, della copertura verde: dall’82 al ’99, dicono le rilevazioni satellitari, il verde planetario è cresciuto del 6%! Purtroppo, a smentire l’idea che la terra si stia surriscaldando, ci sono anche delle vittime: nel maggio 2007, a Buenos Aires (dove non nevicava dal 1918), sono morte di freddo 34 persone.
Sarebbe bello sapere cos’ha da dire al riguardo il simpatico Al Gore che da sei anni a questa parte, con la storiella del riscaldamento globale, ha intascato la bellezza di 80 milioni di euro. Una somma di denaro sufficiente a farci dubitare dell’assoluta genuinità delle sue prese di posizione che, come vedremo tra breve, di scientifico hanno ben poco. Beninteso: Al Gore fa benissimo a ricordare al pubblico delle proprie conferenze che il pianeta va rispettato, ci mancherebbe. I proclami dell’ex rivale di Bush sono però meno condivisibili laddove essi, come si vede tra l’altro nel suo film An Inconvenient Truth, tirano in ballo un’unanimità della comunità scientifica sui cambiamenti climatici che è ben lungi dall’essere raggiunta. Ma Al Gore non è certo uno sprovveduto, e sa benissimo di poter contare sul consenso dell’Ipcc, acronimo che sta per Intergovernmental Panel on Climate Change. Trattasi di un organo consultivo dell’Onu istituito nel 1988 appositamente per studiare i mutamenti climatici. Il punto è proprio questo: l’Ipcc, contrariamente a ciò che molti credono, non è un comitato scientifico, non vi si accede cioè per aver firmato studi e pubblicazioni di qualità. Chi avesse tempo e voglia di sfogliarsi i curricula dei membri dell’Ipcc scoprirebbe, con non poca sorpresa, che molti non sono nemmeno scienziati. E comunque, tra gli stessi scienziati che collaborano con l’Ipcc, tutto c’è fuorché accordo unanime, specie per quanto concerne le cause e le conseguenze del riscaldamento globale. Il professor John R. Christy, per esempio, direttore dell’Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama e membro dell’Ipcc sostiene, testualmente, che “il pianeta non si sta riscaldando”. Sempre Christy lamenta: “In un recente reportage della Cnn sul “pianeta in pericolo” non si fa altro che parlare dello scioglimento dei ghiacci artici. Non si dice nulla, però, di quelli dell’Antartico, dove il mese scorso è stato raggiunto il massimo storico di congelamento dei mari” (Il Giornale 4/11/2007). Lo scioglimento dei ghiacci, lo ricordiamo, viene interpretato da Al Gore e dagli ambientalisti come diretta conseguenza delle emissioni antropiche di CO2. Il professor Syun-ichi Akasofu, direttore dell’International arctic research center con sede in Alaska, il maggior centro di ricerche artiche del mondo, però non la pensa affatto così, e afferma che quello scioglimento dei ghiacci è un fenomeno che sarebbe incauto ascrivere alle attività umane; sembra dargli ragione una ricerca recentemente pubblicata su Geophysical Journal International, nella quale si è scoperto che lo scioglimento dei ghiacci, in realtà, avviene a un ritmo tre volte inferiore a quello pronosticato dai catastrofismi (Cfr. Panorama 1/11/2007). Di atteggiamento estremamente cauto rispetto al fenomeno dello scioglimento delle calotte polari, che i più credono causato dalle attività umane, è sempre stato anche il professor Antonino Zichichi, presidente della World federation of scientists. Ma torniamo all’Ipcc e ricordiamo che, oltre lo scioglimento dei ghiacci, questo comitato addebita all’attività umana anche il manifestarsi di precipitazioni e uragani, che sarebbero in aumento. Non la pensano così due eminenti figure come Richard Lindzen, professore di Scienze Atmosferiche al MIT di Boston e Christopher Landsea del National oceanic and atmospheric administration, uno dei massimi esperti mondiali di uragani tropicali. Costoro, proprio per il loro aperto dissenso dalle conclusioni riportate nei rapporti dell’Ipcc, hanno preferito dimettersi. Landsea, quando lasciò l’Ipcc, il 17 gennaio 2005, parlò persino di manipolazioni di dati scientifici da lui elaborati. Anche il noto climatologo australiano John Zillman si è dimesso dall’Ipcc denunciandone una deriva ideologica. Secondo Yves Lenoir, ricercatore presso l’Ecole nazionale supérieure des mines de Paris nonché militante in un’associazione ecologista francese, l’Ipcc altro non è che una “tecnocrazia nel senso cl
assico del termine
”, impegnata solo a inventare “un discorso che le da ragione” e a imbastire “progetti scientifici a lungo termine destinati innanzitutto a ottenere finanziamenti” (Cfr. Cascioli – Gaspari, Le bugie degli ambientalisti, Piemme 2004). Anche noti due geologi italiani, Franco Ortolani dell’Università Federico II e Uberto Crescenti, ex presidente della Società Italiana di Geologia, hanno apertamente denunciato l’inconsistenza scientifica dei rapporti dell’Ipcc. Di queste nette prese di posizione degli studiosi del clima, che molto dicono sull’attendibilità scientifica del global warming, nessuno parla. Gore, nel suo film, arriva addirittura ad affermare che le pubblicazioni in materia di cambiamenti climatici denunciano all’unanimità come le attività umane ne siano la cagione. Incuriosito da questa sottolineatura, il dottor Klaus-Martin Schlte ha deciso di andare a controllare. Sapete cos’ha scoperto? Negli ultimi tre anni, dei 539 trattati sul cambiamento climatico, appena il 7% appoggia esplicitamente la teoria del riscaldamento globale di origine antropica. Da buon politico, anche in questo caso Al Gore l’ha sparata grossa; del resto, per comprendere quanto sia credibile l’ex vicepresidente degli States, è sufficiente riportare quanto ha scritto su di lui Mario Giordano: “Usa Today, il più famoso quotidiano d’america,va a verificare e scopre che pure Al Gore non fa abbastanza per l’ambiente. Le sue due megaville, per esempio, una di 10 mila metri quadrati, 20 stanze e 8 bagni a Nashville e una di 1500 metri quadrati ad Arlington sono tutt’altro che ecofriendly: consumano più energia di una centrale. E sulle sue proprietà c’è addirittura una miniera di Zinco, la Pasminco Zinc, che gli versa 20 mila dollari di royalties l’anno per poter scaricare indisturbata grandi quantità di sostanze tossiche nei fiumi […] Un gruppo del Tennesse gli ha persino assegnato l’Oscar all’ipocrisia 2007. E’ la verità. O, meglio, come direbbe lui, una scomoda verità” (M. Giordano, Senti chi parla, Mondadori 2006).
Fortunatamente, anche molti organi di stampa europei stanno cominciando a muoversi per sbugiardare la bufala del riscaldamento globale: in Germania, sia il popolare Bild, sia il Frankfurter Allgemeine Zeitung, da tempo dubitano delle tesi di Al Gore, e così il Telegraaf in Olanda e il De Morgen in Belgio. In Italia, come al solito, le notizie filtrano a fatica, anche se qualche voce fuori dal coro inizia coraggiosamente ad alzarsi; non tutte le bugie, ahinoi, hanno le gambe corte. La responsabilità di questo, occorre dirlo, è in buona parte da ascrivere alle stesse riviste scientifiche:sia il dottor Benny Peiser, docente presso la facoltà scientifica dell’Università John Moores di Liverpool, sia Dennis Bray, un climatologo tedesco, quando hanno tentato di pubblicare studi nei quali veniva dimostrato come è solo una sparuta minoranza della comunità scientifica quella che crede al global warming descritto da Gore, si sono visti sbattere la porta in faccia. Roy Spencer dell’Università dell’Alabama, un’autorità nel campo delle misurazioni satellitari del clima, è giunto a denunciare apertamente Science, bibbia della scienza mondiale, che, a detta sua, da tempo pubblicherebbe esclusivamente studi favorevoli alla teoria del riscaldamento globale di matrice antropica, ignorando tutti gli altri (Cfr. T. Bethell, Le balle di newton, Rubettino 2007). Ma perché mai fior di scienziati e riviste scientifiche, si starebbero facendo promotori di una teoria, quella del riscaldamento globale, alla fin fine minoritaria e dalle dubbie basi scientifiche? Chi e cosa ci guadagna da queste menzogne? Una risposta sembra arrivarci da Fred Singer, celebre fisico dell’atmosfera nonché scienziato “ribelle” dell’IPCC: “Il fatto è che la questione ambientale è diventata remunerativa […] L’amministrazione americana spende ogni anno due miliardi di dollari per le questioni climatiche […] Ci sono agenzie, associazioni che vivono di questa emergenza. E molti giovani scienziati americani e stranieri hanno paura di esporsi perché finirebbero per perdere i fondi del governo” (Il Giornale 19/06/08). Un colossale giro d’affari che vive della paura della gente e che non ha basi scientifiche, ecco cos’è in sostanza il riscaldamento globale. Viene da chiedersi se non vi siano, oltre a quelli meramente economici, anche altri interessi, nella diffusione di questo catastrofismo ambientalista.
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La politica estera dell’Italia e degli Usa.

Per i grandi giornali la politica estera italiana è semplicemente filo-atlantica, filo americana. La realtà è molto più complessa e Berlusconi lo sa bene: non siamo più nell’epoca del bipolarismo, quando per essere liberi occorreva schierarsi con gli Usa, in funzione anti-sovietica perchè non c’erano altre opportunità. Tra il 1989 e il 1991 il comunismo è caduto ovunque, e gli Usa hanno cercato di approfittarne: dal bipolarismo, si credeva, si passerà all’unipolarismo. Una sola superpotenza: gli Usa. Si parlava del futuro “secolo americano”. Lo facevano Clinton e Bush, sr, indistintamente.

Erano gli anni in cui i sovietologi americani, tra cui la Rice, assicuravano che la Russia non si sarebbe mai ripresa. Certamente fu anche per questo, per consolidare la propria egemonia, che gli Usa attaccarono l’Iraq, zona strategica geopoliticamente, che confina con tantissimi stati, tra cui l’alleato turco, ma anche il nemico iraniano. E’ iniziata in quegli anni la corsa degli Usa verso oriente, speculare alla progressiva caduta dei sistemi comunisti. Si credeva che i vuoti di potere fossero facilmente occupabili, che il controllo dell’energia e del petrolio, fosse di per sé una garanzia di potere e di successo globale. Ma non è stato così: la Russia è rinata, contro ogni previsione, “grazie” all’operato dittatoriale, ma efficacissimo, di Putin. Costui è diventato così la bestia nera di molti occidentali, i quali si scandalizzano per l’eliminazione di alcuni avversari politici, dimenticando che nella storia della Russia dell’ultimo secolo, zarismo e comunismo compresi, Putin è stato l’uomo politicamente più efficace e “misericordioso” (pochissime le morti da lui decretate, rispetto ad alcune migliaia di oppositori, eliminati dagli zar, e ai milioni di morti di Lenin e Stalin). La Russia ha cercato pian piano di arginare la propria crisi interna, anzitutto investendo, anche economicamente, sul rilancio della famiglia ed anche limitando fortemente il ricorso all’aborto, che minava la forza demografica del paese. Inoltre è tornata in possesso delle sue materie prime, del gas e del petrolio, che durante l’epoca di Eltsin erano stati venduti ad alcuni oligarchi, personaggi che dal nulla si erano ritrovati, grazie all’amicizia giusta, con in mano proprietà immense, del popolo russo.

Nel frattempo, dopo la I guerra del Golfo, interrotta da Bush senior senza toccare Saddam (forse perchè Bush senior aveva capito che controllare il paese era impossibile?), c’è stata la I I guerra, che si è rivelata assai più difficile del previsto, quanto a morti (già più di 4000 solo tra gli americani, senza contare feriti e suicidi) e ad esiti economici, politici, energetici. Sì, perché nel frattempo l’Iran, tradizionale avversario sciita dell’Iraq a guida sunnita, eleggeva un presidente fanatico e folle, che però non sarebbe forse mai arrivato a quel posto se la guerra in Irak non avesse in buon parte resuscitato revanscismi islamisti. Negli stessi anni della II guerra, parallelamente alla ripresa della Russia, gli Usa concludevano nel 2006 un accordo con la Bulgaria, per costruirvi una base militare per 2500 uomini. Progettavano inoltre basi nella città romena di Costanza, sul mar Nero, il raddoppiamento della base militare di Vicenza, e, infine, una base anti missilistica in Polonia e una stazione radar nella ex repubblica Ceca. Difficile non vedere, in questi movimenti, il desiderio di mostrare all’orso russo risorto la propria forza, e la possibilità di contare su paesi ex satelliti dell’Urss. Ma nonostante tali manifestazioni di apparente potenza, gli Usa si trovano oggi a mal partito: hanno perso gran parte della loro tradizionale influenza in America Latina, che hanno trascurato a vantaggio del Medio Oriente, credendo forse di poter contare su un protettorato sicuro e permanente; sono ingolfati in Iraq e in Afganistan, paese anche quest’ultimo assai strategico, sia perchè confinante con l’Iran sia perchè subito al di sotto della temutissima Russia; hanno una forte crisi interna, politica ed economica; devono affrontare il problema dell’Iran, che è divenuto una potenza regionale, anche perchè non più limitato dal vicino Iraq. A tutto ciò si aggiunga che il sognato unipolarismo-unilateralismo, deve fare i conti con il sorgere di nuove potenze che rendono il mondo sempre più multipolare: oltre alla già citata Russia, la Cina, disposta anche ad allearsi con i russi in funzione anti americana, e l’India, che ha spesso mandato alcuni segnali di insofferenza verso certe politiche Usa. In tutto questo scenario l’Europa non ha una posizione definita, perchè troppo debole. Cosa fa allora Berlusconi: si sbraccia con Bush, e, contemporaneamente, con Putin, provando la politica della pacca sulle spalle. Promette e sorride agli Usa, ma nello stesso tempo dichiara, col ministro Frattini, che una nuova guerra all’Iran sarebbe un disastro.

La stessa politica del 2001 insomma, quando Berlusconi non entrò in guerra al fianco di Bush, ma solo a guerra “conclusa” mandò degli uomini, col compito, però, di mantenere l’ordine pubblico. Della serie: un po’ sì, troppo no. E’ questa forse la politica più “realista” che si possa fare, dovuta anche alla posizione geografica del nostro paese, affacciato sul Mediterraneo, e alla vicinanza col Vaticano, che si è sempre opposto alle guerre nel Golfo e che lavora per una pace giusta in Medio Oriente. L’efficacia e l’ “ambiguità” voluta di una tale posizione è dimostrata dal fatto che in Italia Bush e Putin vengono in pellegrinaggio assai spesso, cosa che in passato era assolutamente inconcepibile. E che la Russia, sia sotto Prodi che sotto Berlusconi, continua a stringere partnership economiche con l’Italia. Il nostro paese rimane pur sempre un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, e attende che sia più chiaro chi governa il mondo, e chi governerà, dopo le prossime elezioni, gli Usa. Quanto al nuovo assetto del mondo, si può sperare che il multipolarismo prossimo venturo eviti nuove guerre e generi nuovi equilibri, ma potrebbe anche, nella corsa a chi vince, a chi anticipa gli altri, succedere il contrario. Speriamo proprio di no.

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