Nel messaggio per la giornata della pace del 2007 il papa tra le altre cose ha scritto: “Così, ad esempio, è avvenuto nel conflitto che mesi fa ha avuto per teatro il Libano del Sud, dove l’obbligo di proteggere e aiutare le vittime innocenti e di non coinvolgere la popolazione civile è stato in gran parte disatteso”. In effetti non può non preoccuparci un fatto: il sempre più ampio coinvolgimento dei civili nelle guerre moderne. I civili vengono bombardati e uccisi, e poi si parla di “danni collaterali”. In realtà i danni collaterali stanno svuotando il Medio Oriente dei cristiani: prima del 1948 in Plaestina i cristiani erano il 14% , ora sono il 2%; in Libano sino a poco fa erano la maggioranza, ora sono poco più del 30%; in Iraq prima della guerra erano più di un milione, ora sono alcune centinaia di migliaia…Riporto, a proposito del Libano, quanto ha scritto Pino Morandini, consigliere regionale e vice presidente nazionale del MpV: “La recente guerra in Libano, come tutte le guerre, ha seminato nuovi odi, distruzione e morte. La cosa più terribile è stato il sovrano disprezzo del diritto internazionale e delle vittime civili, uccise senza pietà e senza logica alcuna, come hanno dichiarato il papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, Angelo Sodano, e il ministro degli esteri vaticano Giovanni Lajolo. Anche il ministro degli esteri italiano, Massimo D’Alema, ha parlato di reazione decisamente “sproporzionata”. Oggi il Libano, che stava riprendendosi dopo tante disgrazie, conta almeno 1200 morti, e centinaia di migliaia di sfollati. Amnesty Internetional, organizzazione per i diritti umani, ha appena denunciato come “la distruzione di migliaia di abitazioni e il bombardamento di numerosi ponti, strade, cisterne e depositi di carburante siano stati parte integrante della strategia militare israeliana in Libano, piuttosto che “danni collaterali”, derivanti da attacchi legittimi contro obiettivi militari”. “Le prove raccolte -ha dichiarato Kate Gilmore, vicesegretaria generale di Amnesty International -lasciano fortemente intendere che la massiccia distruzione di impianti idrici ed elettrici, così come quella di infrastrutture vitali per la fornitura di cibo e di altri aiuti umanitari, sia stata parte integrante di una strategia militare”. A ciò si aggiungano i sospetti sull’uso di bombe a grappolo e di armi chimiche, su cui si sta indagando, e che continuerebbero a determinare morti innocenti.
In effetti sono state colpite anche le città cristiane di Jounieh, Byblos e Fidar, completamente estranee al “Partito di Dio” islamico. Nella diocesi di Tiro almeno 15 chiese cattoliche sono state distrutte, benchè nessuno ne parli. Ora il dramma è al culmine. Secondo l’agenzia di stampa cattolica Asianews, “i vescovi maroniti temono che con le distruzioni aeree israeliane e il crescente fondamentalismo islamico, i cristiani abbandonino ormai in massa il Paese dei cedri”. Per questo lanciano un appello affinché qualcuno li aiuti “ad affrontare la riapertura delle scuole, la mancanza di medicine, e l’inverno che si avvicina”. In questi giorni, ha dichiarato Mons. Guy-Paul Noujem, vicario patriarcale maronita della diocesi di Sarba, “l’esodo dei cristiani è immenso. Se ne vanno perché si sentono abbandonati…Essi vogliono abbandonare il paese non a causa della paura, ma a causa del futuro”. Mons. Matar, vescovo di Beirut, ha aggiunto: “E’ necessario cominciare a ricostruire il paese, indebolito da settimane di bombardamenti feroci. Solo questo aiuterà i cittadini, cristiani e musulmani a rimanere in Libano”. Di fronte a tutto questo i cristiani italiani e del mondo intero sono chiamati a soccorrere i loro fratelli, schiacciati tra violenze israeliane e risorgente fondamentalismo islamico: lasciarli soli sarebbe colpevole indifferenza, anche perché, dopo quella irakena, quella libanese è la seconda comunità cattolica a finire nel tritacarne della guerra, senza colpa alcuna. Si prepara, per la prima volta nella storia, un medio oriente senza più alcuna presenza cristiana. Intanto possiamo fare qualcosa per aiutare i libanesi versando un contributo ad una associazione di volontari, l’Avsi, presente in Libano da molti anni. Per farlo basta fare un versamento sul conto corrente numero 522474, intestato ad Avsi Solidarietà, via M. Gioia 181, 20125 Milano; oppure indirizzando l’offerta alla Banca popolare di Milano, sul conto n. 19000, intestato ad Avsi (Abi 05584; cab 01626; Cin C; causale: per il Libano)”.
Umberto Veronesi ci vorrebbe tutti ermafroditi
Il buon Umberto Veronesi non conosce riposo, non vuole permettere che fondamentalisti, assolutisti, dogmatici di ogni genere, come ama definirli, infettino il mondo con la loro ignorante superstizione. Per questo li combatte, producendo a ritmo continuo libri-interviste, in cui cambiano i partner e gli editori, ma rimangono i concetti fondamentali di sempre: difesa dell’aborto, della fecondazione artificiale, della manipolazione genetica e della clonazione.
Se editori diversi continuano a pubblicare, benché tante volte anche le frasi e le espressioni ritornano uguali, un significato e un riscontro di vendite ci deve essere. Per cui vale la pena analizzare il fenomeno. Ebbene l’ultima fatica di Veronesi si intitola “La libertà della vita”, ed è un dialogo con un altro pontefice del libero pensiero, Giulio Giorello. Due giganti a confronto, sui grandi temi della vita, della scienza, dell’amore. La presenza di Girello garantisce una cosa: l’assenza di quegli errori marchiani, di quelle date sbagliate, di quei riferimenti storici inopportuni che solitamente impreziosiscono gli interventi di Veronesi (tipo l’Impero romano che era “in decadenza” nel VII secolo).
Ma veniamo al sodo. Per iniziare, secondo una strategia propagandistica affinata, occorrono alcune boutade, come l’affermazione secondo cui la Chiesa sarebbe sempre e comunque per il dolore, fino se possibile a contrastare le cure palliative e l’utilizzo di fermaci antidolorifici, o come la storiella dei medievali che in nome di Dio si opponevano all’invenzione degli occhiali per i miopi. Si crea così lo sfondo grottesco su cui innestare l’idea fondamentale: sappia il lettore che i due protagonisti del dialogo sono in lotta permanente contro entità spaventose, di una ignoranza e di una rozzezza senza pari.
Fatta la premessa, lo scienziato Veronesi può sbizzarrirsi a sostenere, anzitutto, che il compito affidato dall’evoluzione all’uomo (animale senz’anima) è solo quello di fare figli: “dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il suo compito è finito, occupa spazio destinato ad altri”, per cui “bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant’anni sparissero” (p.39).
Si passa poi a Dio, che Veronesi liquida in poche righe, come una invenzione dell’uomo, di cui nella Russia comunista nessuno in fondo sentiva il bisogno. Del resto “anche gli elefanti pregano” (p.47), e la fede degli uomini nasce di fronte ai temporali, ai lampi e ai tuoni, per paura…(evidentemente permane, purtroppo, anche nell’era del parafulmine, ma solo come residuo primordiale). Ciò non toglie, riprende Veronesi, che si debba dialogare anche con i credenti: pensierino ipocrita di cui ogni buon laicista ama fregiarsi, dopo varie manifestazioni di alterigia e disprezzo. Il culmine del grottesco, in un libro che è veramente piccino in tutti i sensi, viene raggiunto nell’ultimo capitoletto, dove si parla di clonazione, terapeutica e riproduttiva. “E perché non provare a immaginare per i tempi futuri- si chiede l’illustre oncologo- piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione?” (p.83).
A questo punto Veronesi immagina il caso di una donna bella e intelligente che voglia un figlio, senza uomini, perché li odia, e ricorra quindi alla clonazione. Come e perché impedirglielo, chiede Giorello, secondo cui tutto ciò che uno desidera può automaticamente farlo (senza rispetto alcuno per l’innocente o il debole che vi è coinvolto): “A chi fa male la scelta della nostra ipotetica donna che odia l’intero genere maschile?”. E Veronesi risponde: “Non credo che di per sé la mancanza dell’eventuale padre possa costituire da sola una ragione contro quel tipo di clonazione” (p.89).
E prosegue: “ Ha senso, e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?…Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Cero per specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perchè tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?” (p.91).
Detto questo Veronesi conclude addirittura dicendo che la clonazione è in realtà il metodo migliore di riproduzione della specie umana, perché “il desiderio sessuale cesserebbe così di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e nessuno “sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner”. Nascerebbe così una società “quasi felice”, in cui ognuno vivrebbe “quell’ansia di bisessualità che è profondamente radicata in noi”, e “avremmo davanti a noi il Paradiso terrestre”. Finisce così, con questa splendida promessa l’ennesima filippica dello “scienziato” laico, che vuole per tutti, in nome della libertà e della scienza, figli in provetta, figli clonati, uomini ermafroditi, e una società senza l’amore tra uomini e donne. Poi dicono che la Chiesa è sessuofobica…
La carità, fondamento dello sviluppo. La tavola rotonda di Edus
“La carità è normalmente considerata elemosina. Ma da come ne parla il Papa si capisce che è qualcosa di più. Io credo che prima ancora di esprimere l’atto di dare qualcosa ai poveri, la carità consista in una condivisione, nella capacità di guardare l’altro negli occhi”. Lo ha detto ieri sera l’assessore alla solidarietà internazionale della Provincia, Iva Berasi, (al centro della foto) aprendo il dibattito promosso da Edus (Educazione e sviluppo) al Teatro S. Marco di Trento per invitare i relatori a confrontarsi con la frase di Benedetto XVI che dà il titolo alla Campagna Tende di quest’anno: “La carità sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta”.
Oltre all’esponente politico del governo provinciale e davanti al folto pubblico che gremiva la sala, sono intervenuti anche il direttore dell’ufficio missionario diocesano don Carlo Speccher, il direttore generale di Avsi (rete di 25 Organizzazioni non governative impegnate nel campo della cooperazione allo sviluppo con 100 progetti in 40 Paesi del mondo) Alberto Piatti, e il presidente di Edus, co-fondatrice del Network, Carlo Fedrizzi.
Berasi ha ricordato in particolare l’impegno delle moltissime associazioni trentine attive nel settore della solidarietà internazionale, che pur operando spesso in silenzio si inseriscono nel solco della grande tradizione dei missionari trentini e dell’insegnamento della Chiesa, “da cui siamo stati tutti educati a questa sensibilità”. L’assessore ha poi sottolineato come i progetti e gli interventi realizzati dai volontari e sostenuti ogni anno con 10 milioni di euro dalla Provincia (pari allo 0,25 del bilancio) per rispondere ai bisogni concreti delle popolazioni dei Paesi più svantaggiati del mondo, siano preziosi non solo per chi riceve l’aiuto, ma anche e soprattutto per chi lo porta. “E’ infatti assolutamente vero – ha concluso Berasi – che, come evidenzia il nome della vostra associazione, dall’educazione e dalla formazione delle persone deriva il vero sviluppo dei popoli”.
Don Carlo Speccher, dopo aver richiamato l’attenzione sul fatto che i missionari laici e religiosi trentini nel mondo sono ancor’oggi il punto di confluenza di importanti iniziative sostenute anche dalla Provincia nel campo della solidarietà internazionale, ha identificato la carità con il bacio dato da S. Francesco al lebbroso. “Che bisogno c’era di baciarlo? Avrebbe potuto portarlo a casa sua e curarlo. Ma proprio questa è la carità: cioè qualcosa di più della solidarietà, perché esprime l’amore di Cristo per l’uomo”. Ci sono Paesi dell’Africa dove le scuole, gli ospedali, le banche in cui iniziare a raccogliere i risparmi non sono stati costruiti dal governo ma dalla Chiesa, dai missionari che trattano ogni povero come Gesù.
Dal canto suo Alberto Piatti, dopo aver insistito sul fatto che la carità non è un modo per mettersi a posto la coscienza ma appartiene alla nostra natura umana da cui siamo istintivamente spinti a dare una mano, ha raccontato la storia di un ragazzo, Antoine, che in Rwanda gli aveva consegnato personalmente una lettera nella quale ringraziava gli amici di Avsi per averlo aiutato a diplomarsi e a diventare geometra. Dieci anni prima, poco dopo il genocidio causato in quel Paese dagli scontri tribali, un volontario di Avsi aveva trovato il piccolo Antoine arrampicato su un albero. Su quella pianta era scampato, lui solo, alla strage, ma da lassù aveva assistito impotente all’uccisione di tutti i suoi parenti e ad una tale mattanza che aveva perso ogni speranza e non voleva più mettere piede a terra.
Al volontario sono occorsi tre giorni per convincere Antoine a scendere. “C’è riuscito perché l’ha guardato negli occhi – ha spiegato Piatti – e in questo modo gli ha restituito la fiducia nella vita. La carità – ha continuato – è il vero fondamento dello sviluppo perché significa ritrovare insieme all’altro fiducia nella vita, senza la quale non si costruisce nulla. Proprio com’è accaduto a noi con Antoine. Ma perché questo avvenga è necessario trattare la persona per il mistero che è. Un mistero che non può essere definito da noi e non è frutto di nessun progetto, ma solo della disponibilità a condividere con l’altro la tensione al senso della vita.
Costruire case, ponti, scuole, strade e anche formare ingegneri può essere facile – ha aggiunto Piatti – ma questo rapporto con la persona come mistero e questa tensione a condividere il senso della vita sono la radice più vera della solidarietà internazionale e della cooperazione allo sviluppo”. Il direttore di Avsi ha narrato, per chiarire, un’altra vicenda, questa volta più nota.
“Quando gli apostoli Pietro e Paolo si incontrarono a Roma, dove schiavi e bestie erano considerati, per legge, “cose animate” di cui disporre a piacimento, i due non diedero per protesta l’assalto al Senato ma dissero “non c’è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti noi siamo uno in Cristo Gesù”.
“E’ questo amore per la persona – ha concluso Piatti –l’inizio di un vero cambiamento nel mondo. Perché come scrive il Papa: “Non c’è nessuno ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo”.
Carlo Fedrizzi ha infine invitato tutti sabato 16 dicembre alle 14.30 in piazza Lodron a Trento per partecipare all’Edus Day, iniziativa con cui l’associazione, oltre a raccogliere fondi in alcuni punti particolarmente “commerciali” della città, intende “dar ragione” di questo diverso modo di intendere e vivere la carità e la solidarietà.
Antonio Girardi
Lasciate vivere Saddam
E’ di questi giorni la notizia di come moltissime persone che hanno in odio Saddam Hussein facciano la fila per avere l’onore di poterlo giustiziare. Sì, il loro sogno è quello di essere boia per un giorno, di poter assistere eccitati dallo spirito di vendetta agli ultimi istanti della vita del tiranno, di poterlo veder penzolare come un sacco inerte, come un non-uomo e vivere di questo ricordo. Questo è il loro sogno.
Saddam, l’incarnazione del male, Saddam, l’uomo che fu assecondato per un certo periodo di tempo dall’Occidente, in quanto figura laica di despota, non assillato da fondamentalismi religiosi. Saddam che fece comodo, quando si trattò di contrastare la rivoluzione iraniana.
Poi, cadde in disgrazia e il cinismo della politica ne fece progressivamente il nemico da abbattere. Ma lui era sempre lo stesso, il tiranno sanguinario, uno dei tanti nel mondo. Erano però mutate le ragioni geopolitiche e l’uomo aveva osato troppo, troppo contro le persone sbagliate. Forse aveva persino perso il senno ed era convinto di essere intoccabile. La vicenda è complessa e l’informazione rispetto ad essa spesso faziosa, partigiana.
Nessuno nega le responsabilità di Saddam, nessuno nega che la “sua corte” ha fatto per decenni il bello e il cattivo tempo riducendo in schiavitù il popolo dell’Iraq.
Ma tutto il male fatto vale la morte del tiranno? Un paese come l’Iraq, un paese che sembra volere muovere verso la democrazia, un paese dilacerato da un sanguinaria guerra civile, da un odio folle fra etnie e confessioni religiose, può legittimamente fondare la speranza per il proprio futuro sul gesto di un’impiccagione, sulla morte di un tiranno, di un despota, ma pur sempre di un uomo?
Certo Saddam deve pagare. Platone scriveva come la più grande liberazione dal male, cioè dalla malvagità, equivalga a scontare la pena. Aggiunge poi come la giustizia faccia in un certo senso rinsavire rendendo più giusti poiché essa costituisce la medicina della malvagità. Pertanto, per il filosofo greco, la cosa peggiore che può capitare ad un uomo non è commettere ingiustizia, ma commettere ingiustizia e non venire punito, perché chi non viene punito non recupera la propria dignità.
Ora, nel nostro caso si tratta di immaginare una pena che recuperi, una pena che faccia giustizia e non vendetta, una pena che riporti le cose piano piano, nell’alveo di una giustizia vera, di una forza positiva che cominci a risanare le ferite e ad indicare un futuro.
La pena di morte elude tutto questo, essa non recupera nulla, essa aggiunge dolore a dolore, essa mi pare soltanto vendetta, perché decide della vita di un altro. La pena capitale è voglia di annientare un uomo in cui si è identificato il negativo.
Ma il male resta, anche dopo Saddam, anzi, mai come in questo momento esso rivela la propria pervicace potenza. Ogni giorno leggiamo di stragi, di bombe nei mercati, nelle piazze, nelle moschee. Eppure il tiranno non c’è più, le sue ore sono contate, i suoi più stretti collaboratori sono incarcerati.
Se gli iracheni che più hanno in odio Saddam fossero capaci di un perdono, se fossero capaci di un atto di clemenza, forse da un passato di morte potrebbe sorgere un orizzonte di speranza.
Forse chiedo troppo, perché non ho conosciuto quel regime, perché non ho avuto parenti o amici torturati o uccisi, ma nonostante tutto mi sento di sperare un esito diverso dalla scontata esecuzione del despota.
Egli è sconfitto veramente soltanto se vive e vede la forza di una nazione che rinasce, oltre gli odi, nel cammino faticoso di una convivenza tutta da costruire. Egli è sconfitto e forse redento se gli lasciamo il tempo di pentirsi, se agiamo come lui non ha mai agito, mossi dalla pietas, convinti che la forza del perdono sia l’unica capace di interrompere il circolo vizioso di offesa e vendetta. Egli è vinto se comprende che nonostante tutto noi teniamo alla sua vita, per quanto essa possa essere segnata dalla cifra dell’odio e del dominio.
La sua morte invece, ne farà un martire, un simbolo per tutti coloro- e sono tanti- che hanno ragioni per risentirsi ancor più verso le ambivalenze ed ingerenze occidentali.
La sua morte, temo, accentuerà i rancori, soffierà sul fuoco della guerra civile, inasprirà il terrorismo e l’antioccidentalismo.
Saddam aggredì il suo popolo, ma ora non può nulla; la pena di morte mi pare ammissibile solo dove questa fosse l’unica via per difendere dalla violenza la vita di altri esseri umani. Ma questo caso non è il nostro.
E seppure si decidesse per la morte si eviti di spettacolarizzare la barbarie, di diffonderne le immagini. Tutto si svolga nel silenzio, tutto sia avvolto dal pudore. Perché si tratta di un’ esecuzione a freddo, calcolata, programmata cinicamente.
E il male resterà e lo spirito di vendetta continuerà ad proliferare. come nulla fosse stato.
La Chiesa e la cultura.
L’uomo moderno, che vive dopo l’assolutismo illuminato, Napoleone, e le dittature del Novecento, è abituato a ragionare sempre in termini di Stato: tutto per lo Stato, nello Stato e con la benedizione dello Stato… Ma per secoli non è stato così: le società nascevano dal basso, spesso dalla libera iniziativa delle persone, dei gruppi, delle associazioni, insomma dei cosiddetti corpi intermedi. Questo significava, evidentemente, una maggior vita comunitaria, un più ampio coinvolgimento della gente di fronte alla realtà, ai bisogni, alle circostanze… Così, per secoli, la Chiesa, come gerarchia e come popolo di Dio, ha affrontato le singole urgenze, le specifiche situazioni, nel modo che sembrava più opportuno, e più cristiano.
I monaci, nei primi secoli dopo la caduta di Roma, cercano di contrastare il dissolversi di un mondo che a qualcuno sembra debba finire per sempre. Nei loro orti selezionano le erbe curative e gli elisir; negli scriptoria salvano un patrimonio culturale di secoli; negli xenodochi danno vita ai primi tentativi di creare istituzioni ospedaliere e caritative. Poi ci saranno gli anni difficili dell’alto medioevo, con le incursioni musulmane, da sud, e le invasioni di popoli barbari, da nord, sino alla rinascita dell’anno Mille. Una rinascita che vede in primo piano l’opera della Chiesa, soprattutto nel campo della cultura. Basti pensare al fatto che l’atto di nascita della nostra letteratura è il “Cantico di frate sole” di San Francesco: mentre la lingua ufficiale, della cultura, dei dotti, della liturgia, rimane, giustamente, il latino, la vitalità del popolo cristiano produce i “laudari”, iniziando così a plasmare una nuova lingua, per renderla più ricca, più degna, più nobile. L’università, l’arte, le cattedrali fioriscono dovunque, con la benedizione ed il patrocinio della Chiesa, accanto ai primi studi naturalistici della scuola di Chartres o dei francescano di Oxford. L’amore per la natura di San Francesco, infatti, sollecita lo studio delle realtà naturali, ritenute impronte e segni della grandezza di Dio: apre alla pittura “francescana” di Giotto, con i primi paesaggi naturali e una prima prospettiva empirica, ed alle scienze naturali. Nel XIII secolo si segnala la figura di un grandissimo religioso, che diverrà amico dei francescani e vescovo di Oxford: Roberto Grossatesta. Studioso di lenti, di specchi, dell’arcobaleno e della luce, considerato da molti uno degli inventori degli occhiali (“fu il primo a suggerire l’uso delle lenti per ingrandire gli oggetti piccoli e avvicinare quelli lontani”), Grossatesta dà vita ad una filosofia della luce in base alla quale l’universo sarebbe nato da una esplosione di luce-energia posta in essere, all’origine del tempo e dello spazio, dal divino Creatore. Questa teoria, che gli appare plausibile naturalisticamente e corretta filosoficamente, in quanto sottolinea la atemporalità e aspazialità di Dio, è estremamente simile a quella odierna del Big bang, e viene intuita dal Grossatesta studiando la natura e leggendo la Genesi; in particolare riflettendo sulle prime parole della Bibbia: “all’inizio del tempo” e “sia fatta la luce” (fiat lux). Non è un caso che una simile ipotesi cosmogonica venga poi ripresa da Galileo Galilei, in una lettera a mons. Pietro Dini, nel 1615, con un esplicito riferimento, anche qui, al “fiat lux” della Genesi, e poi, in età moderna, con la teoria dell'”atomo primordiale”, ribattezzata poi “big bang”, dell’abate gesuita Lemaitre. Ancor oggi astrofisici famosissimi, come ad esempio John Barrow, professore di astronomia al Gresham College di Londra, la più antica cattedra scientifica del mondo, e docente di scienze matematiche a Cambrige, riconoscono nel Big bang una teoria capace di conciliare molto bene scienza e fede, conoscenze fisiche e concetto di creazione (“Newton”, ottobre 2006). A Grossatesta, considerato da alcuni studiosi inglesi come il Crombie, uno dei padri, alla lontana, del pensiero scientifico moderno, seguono grandi naturalisti, tutti religiosi, come Ruggero Bacone, Buridano, Giovanni Peckam, che fanno rivivere, come scrive il Panofsky, l’ottica e la prospettiva antiche. Poi, sempre in età medievale, si segnala la figura di Nicola di Oresme, vescovo di Lisieux, che da una parte combatte la magia, e dall’altra, nel suo “De Coelo”, afferma che “non si potrebbe provare con nessuna esperienza che il cielo si muove di movimento diurno e la terra no”, e che vi sono “diverse belle ragioni per mostrare che la terra si muove di movimento diurno ed il cielo no”. Mentre vari religiosi pongono le basi per quella che sarà la rivoluzione scientifica, l’Italia, patria per eccellenza della Chiesa e del cattolicesimo, vede un’importante fiorire di studi di medicina e di anatomia, spesso legati alle università di Bologna, Ferrara (entrambe città dello Stato pontificio) e di Padova. In queste città muovono i loro passi Guglielmo da Saliceto e Mondino de’ Liuzzi, veri padri dell’anatomia moderna, insieme al celebre Andrea Vesalius, un fiammingo venuto a studiare in Italia anche perché qui, a differenza di altrove, era possibile, grazie all’autorizzazione della Chiesa, sezionare i cadaveri per gli studi anatomici. Tra i pionieri negli studi medici si segnalano vari medici, professori nelle università pontificie di Roma o archiatri pontifici come Bartolomeo Eustachio, Realdo Colombo, Marcello Malpighi e Giorgio Baglivi.
Mentre nel campo scientifico compare sulla scena Niccolò Copernico, ultimogenito di quattro fratelli, due dei quali ecclesiastici come lui, e protetto dello zio vescovo Lucas Watzelrode e degli amici Tiedemann Giese, vescovo di Culm, e Niccolò Sch?nberg, arcivescovo di Capua, la Chiesa inizia a rifiorire, dopo la Riforma protestante, con una esplosione di carità, che vuole contrapporsi alla dottrina luterana della “sola fides”. Per questo nel mondo cattolico nascono a ritmo continuo, in tutto il Cinquecento, ospedali, scuole, case per le prostitute, orfanatrofi e quant’altro… Si pensi agli ospedali camilliani, di san Camillo De Lellis, ai Fatebenefratelli, di Giovanni di Dio, e ai numerosi ordini dediti alla scuola e all’infanzia (barnabiti, scolopi ecc.). Straordinario sarà il sistema scolastico dei Gesuiti, da cui usciranno personalità come Cartesio, Corneille, Moliére, Voltaire, Joyce, ma anche grandi esploratori e benefattori come padre Eusebio Chini, Tommaso Ricci (fondatore della moderna sinologia) e Martino Martini. Benché dimenticati dal mondo, e spesso dai gesuiti stessi, si tratta di personaggi che hanno veramente fatto la storia. Il primo è un illustre scienziato che rifiuta la cattedra di scienze ed arti offertagli dai duchi di Baviera, e che viene considerato uno dei padri fondatori dell’Arizona, per avervi portato, oltre alla difesa degli indigeni dalle prepotenze europee, la fede, l’arte del coltivare, dell’allevare il bestiame, la distillazione dei liquori, la medicina, la cartografia e alcuni strumenti scientifici…Agli altri due, invece, si devono i primi veri rapporti tra Europa e Cina: dialogano con quel grande popolo, portando conoscenze scientifiche sconosciute (dall’orologio automatico all’atlante, dalla matematica alla geometria occidentali) e guadagnandosi il favore e la venerazione delle autorità locali. A Martino Martini si deve ad esempio il Novus Atlas Sinensis, cioè il primo grande atlante della Cina che gli europei poterono consultare. E mentre i Gesuiti coprono l’Europa con i loro collegi, un sacerdote spagnolo, san Giuseppe Calasanzio, fonda nel 1600 le “scuole pie”, dando così vita a quella che è considerata la “prima scuola popolare dei tempi moderni” (Geymonat), in cui i figli dei ricchi e dei poveri siedono allo stesso banco, e imparano discipline scientifiche e tecnico-professionali. Sulla scia del Calasanzio, nel Seicento inoltrato, si pone san Giovan Battista de la Salle, creatore delle “scuole cristiane”, anch’egli considerato dai pedagogisti moderni uno dei “fondatori della scuola popolare”. L’amore per i poveri e per il popolo in genere porta i “fratelli” di Giovan Battista a dedicare tutta la vita, gratuitamente, all’insegnamento dei fanciulli indigenti ed abbandonati, sino al martirio, durante la rivoluzione francese, dopo che nel 1792 la Costituente, dopo averne tessute le lodi, provvede a sopprimere l’ordine del de la Salle, perché dichiara “sciolte tutte le associazioni religiose, anche quelle che dedicandosi all’insegnamento del popolo, hanno meritato la riconoscenza della patria”! Dopo il Calasanzio e il de la Salle, tanti altri educatori ed educatrici, tra Settecento e Ottocento, quando lo Stato non si occupa ancora della scuola (quando lo farà, provvederà, come prima cosa, a sopprimere ed incamerare le scuole cristiane), cercheranno di formare ed istruire i giovani, specie quelli poveri ed abbandonati delle grandi città. Bisogna ricordare almeno i nomi di santa Teresa Verzeri, straordinaria educatrice di fanciulle, e di don Ludovico Pavoni, un nobile bresciano promotore, all’inizio dell’Ottocento, delle scuole degli “Artigianelli”, “ove almeno gli orfani ed abbandonati potessero aver ricovero e crescere educati con sicurezza nella Religione e nella arti onorate”. A lui si deve la Tipografia “Tirocinium Typographicum”, che può essere considerata la prima scuola grafica d’Italia. All’incirca negli stessi anni, un altro sacerdote, in quel di Torino, si trova ad affrontare le emergenze della nuova società industrializzata: urbanizzazione, sfruttamento minorile, povertà… Risponde dando vita all’ordine del Salesiani, a laboratori e scuole professionali di ogni genere (sartorie, legatorie, falegnamerie….). Oltre a tutto ciò, nell’era del liberismo materialista, lotta per esigere dai padroni regolari contratti di lavoro per i suoi ragazzi, e garanzie sul riposo festivo, le ferie annuali, le malattie, ed il tempo necessario per imparare a leggere e scrivere…
Il padre, l’assente inaccettabile.
Nella società di oggi il padre è sempre più un assente, “un assente inaccettabile”. E’ questa la convinzione di Claudio Risè, celebre psicoanalista, docente di scienze e politiche sociali e collaboratore del Corriere della sera, che sarà a Trento il 15 dicembre, alle ore 20.30, presso l’aula magna dell’Oratorio del Duomo, in via Madruzzo 45, invitato da Libertà e persona (www.libertaepersona.org), in collaborazione col Movimento per la vita. Per Risè siamo ormai in una “società senza padri”, che è venuta via via formandosi soprattutto in questo secolo, in concomitanza con il rifiuto, più o meno ampio, del concetto di autorità, di guida, di paternità appunto. In effetti negli anni Sessanta e Settanta abbondano i libri o gli articoli sulla “morte della famiglia”, sulla fine della società patriarcale, sulla necessità di sopprimere ogni forma di gerarchia. “Né maestro né Dio. Dio sono io”, “Quinto: uccidi tuo padre”, “famiglia è prigione”, sono alcuni degli slogans di moda, negli anni della contestazione del 1968: ora siamo rimasti a fare i conti con la realizzazione di questi auspici, con le famiglie sempre più disgregate e il continuo aumento di patologie nei giovani e negli adolescenti. Chi insegna lo sa bene, quanto siano cambiati i tempi, e non in meglio; quanto aumentino di continuo problematiche quali l’anoressia o il consumo di sostanze psicotrope per “sentirsi più in forma”. Nei giovani, infatti, si vede spesso proprio questa assenza, inaccettabile, della famiglia, e, molto spesso, proprio del padre: c’è una inquietudine enorme, una solitudine, una incertezza, in molti di loro, che può provenire solamente da un ambiente familiare che non sa più offrire calore umano, certezze, protezione e sicurezza. Mancano i padri, nel senso che mancano i maestri: vuoi perché non hanno tempo, vuoi perché non sanno più cosa insegnare, vuoi perché molti padri si sono adeguati all’idea di non esserci più, e preferiscono fare gli amiconi, i complici, i compagni di gioco, e solo quello, dei loro figli. Si mettono sullo stesso piano, hanno paura perfino di sussurrare un concetto, un ordine, un vero consiglio. Abdicano così al loro ruolo, al compito di essere guide, dolci e giuste nello stesso tempo; abdicano al compito gravoso di sostenere la crescita dei figli se necessario con la severità, e preferiscono diventare i dispensatori di beni materiali e di comodità superflue. Eppure ognuno di noi ha bisogno di un padre, un padre buono, ma anche un padre che sappia richiamarci, che sappia essere un riferimento concreto, un riferimento amato, di cui si possono apprezzare, magari in un secondo momento, anche i rimproveri. Anche le mogli, non solo i figli, hanno bisogno accanto a sé di mariti affidabili: quante volte l’arrivo di un figlio è oggi un dramma, in una famiglia, solo perché l’uomo non ha il coraggio di prendersi le sue responsabilità, di essere un vero padre e un vero marito? Invece che affascinarsi per l’avventura di padre, che li aspetta, molti si lasciano prendere dalla paura, dall’incertezza, forse dall’egoismo: non vogliono giocarsi, non vogliono abbandonare le loro piccole abitudini, i loro momenti liberi, la loro routine ben avviata, auto condannandosi così alla sterilità affettiva. Eppure ci sono anche tanti padri, oggi, che soffrono per il motivo contrario: per il fatto di non poter essere quello che sono, o quello che aspirano ad essere. Nella sola Unione Europea su un totale di 28000 maschi che si tolgono la vita ogni anno, ben 2000 sono padri separati che hanno contratto depressioni gravi e reattive a causa della lontananza dai figli. Una vera mattanza. Figli senza padri, e padri senza figli. Non è un bel panorama, e non migliorerà certo finché non si tornerà a riflettere sull’essenzialità della famiglia. Tornare a riflettere su questa verità di natura significa anche opporsi alle nuove prospettive faustiane: se fino a poco fa ogni figlio nasceva, bene o male, con un padre, salvo poi poterlo perdere lungo la strada, oggi sono sempre di più i figli che nascono già programmati, senza uno dei due genitori. Non mi riferisco solo ai casi eclatanti delle mamme nonne, o ai venditori di seme o di ovuli, che spargono in giro figli geneticamente loro, che non conosceranno mai, ma anche ad una moda sempre più diffusa: quella di programmare dei figli, con la fecondazione artificiale, pur essendo nella condizione di single. In Norvegia e in tutto il nord Europa vi sono associazioni che lucrano vendendo ai singles appositi kit per produrre bambini. Negli Usa vi sono siti internet, mannotincluded o womennotincluded, in cui si danno le indicazioni per avere dei bambini da soli, senza un marito, o una moglie, con l’ausilio della tecnica e degli euro. E non sono solo strampalerie nordiche o americanate di Hollywood: anche da noi si diffonde sempre di più questa usanza, come testimoniano le decine e decine di lettere sull’argomento, presenti sui siti italiani di fecondazione artificiale, tipo Madre Provetta. E non fanno certo bene, a nessuno, in queste condizioni, i telefilm alla Banfi, in cui l’idea di famiglia viene sostanzialmente ritenuta antiquata, o quantomeno sostituibile: la famiglia, in natura, è una sola, uno solo il padre e una sola la madre di cui abbiamo bisogno. Una madre che sia madre e un padre che faccia il padre. Checchè ne dica anche un “profeta” dei tempi nuovi come Umberto Veronesi, che nel suo ultimo “La libertà della vita” (Raffaello Cortina editore), non teme di consigliare come soluzione ottimale per l’umanità la clonazione riproduttiva. Dopo aver detto che una donna bella ed intelligente potrebbe benissimo voler un figlio senza un uomo, perché odia il genere maschile, e che in fondo non ci sarebbe motivo per opporsi, conclude: “Ha senso- chiede retoricamente Veronesi- e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?…Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Cero per specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perchè tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?” (p.91).
Campagna Tende: la vera carità, per l’educazione e lo sviluppo
“Nei Paesi più poveri del mondo, i bisogni delle persone non sono solo materiali, assistenziali e sanitari, ma riguardano anche la speranza di un futuro, di poter contare su una famiglia, una scuola, una formazione professionale e un lavoro. Bisogni che toccano in particolare i bambini e i ragazzi ai quali occorre andare incontro con progetti mirati per favorire l’autosviluppo. Questo spirito di condivisione si inserisce pienamente nella tradizione della gente trentina”.
Con queste parole il presidente del Consiglio provinciale, Dario Pallaoro, ha introdotto a Palazzo Trentini la presentazione della “Campagna Tende 2006-2007” promossa da Edus, associazione trentina impegnata da anni nel campo della solidarietà internazionale, per offrire, accanto a servizi sanitari, soprattutto opportunità educative, formative e di lavoro ai giovani nelle zone più svantaggiate e martoriate del pianeta.
Come ha spiegato Maurizio Pangrazzi, intervenuto in rappresentanza di Edus insieme a Cristina Erzegovesi, la Campagna Tende, intitolata “La carità non sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta” (frase mutuata dall’enciclica Desu acritas est di Benedetto XVI), coinvolgerà i volontari di Edus in una raccolta di fondi a Trento e nelle valli della provincia, a sostegno di cinque progetti:
1. il primo riguarda l’approvvigionamento idrico per lo sviluppo dell’agricoltura in una zona cruciale per la pace nel Libano;
2. il secondo finanzierà una scuola con 1000 bambini a Betlemme;
3. il terzo darà supporto alle attività educative rivolte ai bambini e ai loro genitori (250 famiglie) in una delle periferie più degradate di Lima in Perù;
4. il quarto servirà alla formazione di giovani per realizzare una filiera agroalimentare nel Kossovo;
5. il quinto permetterà di potenziare il reparto pediatrico dell’ospedale di Kitgum in Uganda dove l’Aids miete moltissime vittime.
Tre gli appuntamenti della Campagna Tende in Trentino:
– l’incontro-dibattito pubblico previsto il 13 dicembre al teatro S. Marco di Trento cui interverranno il segretario generale della fondazione Avsi Alberto Piatti, l’assessore provinciale alla solidarietà internazionale Iva Berasi, il direttore dell’ufficio missionario diocesana don Carlo Speccher, l’imprenditore Andrea Cappelletti e il presidente di Edus Carlo Fedrizzi;
– la raccolta di fondi per i progetti avverrà invece in vari punti della città e in altri centri della provincia il 16 dicembre in occasione dell’Edus Day;
– infine a Tesero è in programma una mostra fotografica che documenta l’opera di recupero educativo e sociale degli ex bambini-soldati realizzata da padre Berton, missionario in Sierra Leone.
Gli stregoni della notizia: il terrorismo dopo l’Iraq.
Una cosa va chiarita: essere contro la guerra del Golfo, e ricordare le malefatte dei governi americani nella storia, non significa essere contro un popolo, come parlare male del fascismo non significa essere anti-italiani. Significa, al contrario, schierarsi con un popolo che in maggioranza è sempre stato, nell’ultimo secolo, tendenzialmente isolazionista, e non interventista, e che perde in guerre inutili e menzognere i suoi giovani (il 40% ispanici, il 20% neri, e il resto cittadini provenienti per lo più dagli strati sociali più bassi). Bisognerebbe ricordare che Wilson fu eletto anche perchè si era schierato per il non intervento nella I guerra mondiale. Poi cambiò idea, e si servì della propaganda, cioè del Comitee on public information di George Creel, abilissimo giornalista, per spiegare agli americani che i tedeschi tagliavano le mani ai bambini, crocifiggevano i nemici e ne facevano saponette. Fu un modo molto abile per creare una forte germanofobia, funzionale all’entrata in guerra. La stessa cosa è successa con la guerra del Golfo. Anche Bush si presentò come isolazionista, nel solco della tradizione repubblicana, e ha cambiato posizione strada facendo, manipolando l’informazione al fine di spostare l’opinione pubblica. Ci racconta tutto un famoso giornalista di destra, Marcello Foa, caporeddatore degli Esteri de Il Giornale della famiglia Berlusconi, oltre che cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo, nel suo straordinario “Gli stregoni della notizia”, Guerini e associati (presentato anche al Meeting di Rimini di quest’anno). Foa, da esperto giornalista qual è, ci racconta tutte le strategie mediatiche con cui un governo è riuscito a creare la psicosi Saddam, a raccontare le menzogne sulle armi chimiche, sulle armi di distruzione di massa, sul mitico antrace (comparso e scomparso all’improvviso, quando non serviva più). La sua analisi si sofferma sul ruolo dei cosidetti spin doctor, cioè i divulgatori di notizie false e manipolate ai servizi del governo. Si tratta di storie avvincenti, quasi incredibili, che però Foa documenta con grande precisione, spiegandoci come si falsifica una notizia, come si inganna un giornalista, come si rovescia il significato di un documento, o come si procurano pseudo informazioni attraverso Comitati vari. Il fatto sensazionale è che il governo Bush è riuscito nel suo intento con tale abilità da sconfiggere tutte le più importanti istituzioni americane: occorre infatti ricordare che sia la Cia, che la Dia, cioè la Defense Intelligence Agency (i servizi segreti del Pentagono), che il Dipartimento di Stato, erano contro la guerra in Iraq (come pure l’Aiea, agenzia internazionale dell’enrgia atomica). Erano contrari anche personaggi di spicco come l’ex segretario di stato Paul O’Neil, l’ex “zar” dell’antiterrorismo della Casa Bianca, Richard Clarke, l’ambasciatore britannico a Londra sir Christopher Mayer( insieme ad un folto gruppo di ambasciatori americani e inglesi in Iraq, che definirono Bush “il grande arruolatore di Al Quaeda”), il generale americano Tommy Franks e moltissimi altri personaggi di spicco. Foa elenca le modalità con cui gli spin doctor di Bush sono riusciti a guidare, per un po’ di tempo (ora non più), le coscienze degli americani, ingannadoli con questa strategia:
1)”Citare dati veri in un contesto falso”; 2)Menzionare una dichiarazione ignorando quella successiva che la smentisce”; 3)Inondare i media di testimonianze di disertori”; 4)Cancellare dalla memoria pubblica ogni rapporto che negava il quadro voluto”; 5)Presentare come certe prove che la stessa Cia riteneva dubbiose”; 5)Presentare ipotesi estreme come se fossero sul punto di accadere”; 6)Cambiare il significato ad alcune testimonianze”; 7) “Dimostrare l’indimostrabile, il legame tra Al Quaeda e l’Raq”… E per ognuna di queste affermazioni Foa riporta esempi concreti, dati e fonti inconfutabili: un libro assolutamente da non perdere.
Concludo citando un articolo del Corriere della sera del 25 settembre 2006, che si intitola “Gli 007 americani: ‘Più terrorismo dopo la guerra in Iraq'”, e che dimostra ancora una volta l’assunto inziale: il popolo americano è stato portato in una guerra che non voleva, e da cui ora cerca di uscire, nel modo migliore, dopo aver ammesso, col ministro Gates, il fallimento in atto.
“Il giudizio di sedici agenzie di spionaggio americane è impietoso. La guerra in Iraq ha accresciuto la sfida del terrorismo diventando la prima fonte di reclutamento, ha dato nuove motivazioni agli estremisti e creato una nuova generazione di jihadisti in grado di riprodursi così rapidamente da rendere inefficace la risposta occidentale. Il movimento qaedista si è poi frantumato in realtà minori capaci di autocrearsi, Internet con oltre cinquemila siti integralisti ha sostituito per certi aspetti i campi d’addestramento e i centri di indottrinamento. Nel rapporto riservato di 30 pagine – il “National Intelligence Estimate” – si afferma che sicuramente la guerra ha “peggiorato” la posizione Usa nella lotta al terrore: l’invasione non avvicina la vittoria.
Le conclusioni dell’inchiesta – commissionata dal National Intelligence Council (Nic) – sono ancora più pesanti se si tiene conto che il dossier è il primo studio approfondito da parte degli 007 dopo la caduta di Bagdad ed ha richiesto due anni di lavoro. L’intelligence segnala che il conflitto iracheno si è trasformato in una palestra dove i mujaheddin non solo elaborano nuove tecniche ma le esportano con conseguenze disastrose. E’ il caso dell’Afghanistan dove i talebani si sono riorganizzati lanciando attacchi simili a quelli che avvengono in Iraq. Quindi autobomba, azioni suicide, esplosivi sofisticati. In perfetta sintonia con i loro colleghi europei, gli 007 americani mettono in guardia sul ritorno dei “volontari” che si sono battuti in Iraq nei Paesi d’origine (Medio Oriente, Nord Africa, Europa). La migrazione dei terroristi e la possibile saldatura con gli estremisti presenti in queste regioni – si afferma nel rapporto – può portare alla nascita di formazioni. Si “autocreano”, si autofinanziano (droga, traffici), agiscono senza contatti diretti con la vecchia guardia oppure stabiliscono il legame in un secondo momento. C’è una evidente dispersione del fenomeno terroristico, con Al Qaeda sempre di più nel ruolo di ispiratrice piuttosto che di organizzatrice. Anche se Washington può giustamente vantare di aver assestato dei colpi al nemico, la minaccia continua ad essere forte. “Se il corrente trend dovesse continuare – ha dichiarato in aprile il generale Michael Hayden, oggi capo della Cia – i pericoli per gli Usa saranno diversi e potremmo assistere a un loro aumento”.
La Casa Bianca ha reagito alla diffusione del dossier da parte del New York Times sostenendo che le informazioni pubblicate sono “incomplete” e che “l’odio dei terroristi” si è formato da decenni. Dunque per i funzionari non c’è il rapporto di causa (Iraq) effetto (più terrore). Una constatazione vera solo in parte: certamente il qaedismo ha origini lontane (primo attacco nel 1993), ma non vi è dubbio che la guerra irachena è diventata un formidabile carburante. Alcuni commentatori, pur senza contestare le conclusioni, hanno ricordato che in qualche occasione i rapporti del Nic si sono rivelati inesatti. Ma le analisi Usa trovano peraltro riscontri con le informazioni raccolte sul campo da apparati di sicurezza non americani. Su più fronti si sono affermate nuove situazioni eversive, con fazioni minori impegnate a fare il salto di qualità terroristico cucendosi addosso l’etichetta Al Qaeda. Il modello è quello di Al Zarqawi: crei una organizzazione, ti richiami ad Osama, usi al meglio l’arma della propaganda (Internet, video) e annunci di far parte di un disegno più ampio. Spesso sono le esperienze comuni in Iraq a fare da cemento e sono i metodi impiegati dai ribelli a Bagdad a fare scuola. Le reclute affluiscono sul fronte iracheno – “centrale” tanto per Bush che per Bin Laden – quindi vengono ridistribuite tra le milizie locali o rimandate indietro in attesa di ordini….”
Coppie di fatto e Pacs: un libro per capire.
Il tema dei Pacs, anche dopo le recenti elezioni, non sembra scaduto. Anzi torna alla ribalta, e sembra capace di infiammare gli animi e il dibattito politico, al pari di altre grandi questioni. Per questo Umberto Folena, giornalista di lungo corso, ha deciso di raccogliere in un’ unica opera una messe abbondante di informazioni, di cronaca e giuridiche, orientando in modo semplice ed efficace chi voglia conoscere i termini del problema, e il panorama legislativo internazionale. Folena inizia il suo “I pacs della discordia” (Ancora, pp.111, 10 euro) col caso più eclatante, la Spagna di Zapatero, patria del divorzio veloce (appena tre mesi, senza preavviso da parte di un coniuge) e del matrimonio omosessuale, con possibilità di adozione di bambini. Il paese di Fernand Savater, Mario Vargas Llosa, e di tanti intellettuali entusiasti del nuovo corso zapatero, non è in realtà il primo ad equiparare l’unione di due persone dello stesso sesso alla famiglia tradizionale, ma è sicuramente quello che, per la sua lunga tradizione cattolica, stupisce ed influenza maggiormente il dibattito in Italia. Già nel 1986 il regista spagnolo Pedro Almodòvar nel suo “La legge del desiderio”, aveva immaginato una “famiglia” con un “transessuale ex donna, suo fratello e una bimba ereditata da una relazione precedente”. Sulla stessa lunghezza d’onda, e in perfetto accordo con la visione dei legislatori di Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Inghilterra e Canada, si colloca lo spagnolo Mario Vargas Llosa, il quale sostiene che la presunta necessità, per ogni bambino, di avere un padre ed una madre, sarebbe una “affermazione dogmatica e senza il minimo fondamento psicologico”. In Italia, in verità, il dibattito non è ancora così avanti: per ora si mette l’accento sul problema delle unioni di fatto in genere, ma sottolineando in particolare il problema dei diritti giuridici della coppia di fatto eterosessuale, o di quella omosessuale, senza però parlare, per quest’ultima, di diritto all’adozione. Riguardo all’Italia Folena si chiede quante siano veramente, al di là delle cifre propagandistiche, le coppie di fatto, e quali siano i diritti che ancora non sono loro riconosciuti. Tra i cosiddetti “diritti non garantiti” per una coppia di fatto vi è quello alla pensione di reversibilità. Perché? Folena si appella ad una sentenza della Corte Costituzionale, per la quale “diversamente dal rapporto coniugale, la convivenza more uxorio è fondata esclusivamente sulla affectio quotidiana, liberamente e in ogni istante revocabile, di ciascuna delle parti e si caratterizza per l’inesistenza di quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali, che nascono dal matrimonio”. Come a dire che per la Corte italiana chi non si assume determinate responsabilità, con un matrimonio vero e proprio, non può godere dei diritti connessi, senza che questo comporti una discriminazione nei confronti di chi è coniugato. Prima di concludere con una analisi precisa di alcune proposte di legge sui Pacs e sulle varie posizioni esistenti in Italia, l’autore ci dà alcune cifre indicative, relativamente alla Francia, dove i Pacs sono stati introdotti nel 1999. Da allora a tutto il 2005 ne sono stati contratti 204.924 -tra cui molti pacs “bianchi”, cioè stipulati per puro calcolo, anche da persone tutt’altro che vicine tra loro-, a fronte di 280 mila matrimoni annui. Di questi ne sono stati sciolti, sino al 2004, 17.793. Cosa accadrà da noi? Il tentativo in atto è quello di introdurre pian piano l’idea che la famiglia eterosessuale, stabile, in cui i coniugi si assumono una responsabilità certa tra loro e nei confronti del figlio, sia solo una forma come un’altra di famiglia: l’effetto sarà l’ulteriore indebolimento dell’istituto familiare, e una società sempre più disgregata, liquida, priva di legami e di responsabilità. Poi, col tempo, avremo anche noi omosessuali che comprano un ovulo in una banca del seme, affittano un utero, si fanno un bambino, e poi lo “allevano” (salvo magari separarsi, dopo tre mesi, secondo le regole del Pacs).
Niente cannabis per il figlio del ministro
Livia Turco, come madre, è portata a sconsigliare a suo figlio l’uso di droghe, anche leggere; come ministro decide di raddoppiare la quantità detenibile di cannabis per uso personale.
Ma l’uso di droga, comunque si voglia girare la frittata, e indipendentemente dai costumi dei propri elettori, è un tentativo di fuga dalla realtà. Per quale altra ragione altrimenti la Turco dovrebbe salvaguardare il figlio dai “mali” di questa società?
Eppure che la droga sia un male è diventato impossibile dirselo. Il “vietato vietare” nasconde dunque un più letale “vietato giudicare”. Non si può più dire pubblicamente che cosa è bene e che cosa è male, avere un’idea della libertà diversa da quella della pura assenza di vincoli, che poi significa soltanto che ci ritroviamo tutti più soli.
La posizione della Turco è l’emblema di una schizofrenia diffusa: quella tra opinione privata e giudizio pubblico, che copre l’incapacità a dar credito a ciò che si rende evidente nella propria esperienza.
La prima e comune responsabilità che abbiamo di fronte a ciò che accade è allora quella “per il retto uso della ragione”, come ha detto di recente Benedetto XVI, a partire non da preconcetti, ma dall’esperienza che tutti facciamo di ciò che è più vero, più giusto, più buono.
È di questo che bisognerebbe tornare a parlare, pure tra i politici. Perchè giudicare è l’inizio della liberazione. Anche dalla droga.