Chi voterei tra Obama e McCain.

Se fossi un americano, non saprei veramente cosa votare.

Vediamo la politica estera. Anzitutto è sempre difficile capire veramente cosa i due candidati vogliano fare. E’ successo più volte nella storia che presidenti presentatisi all’elettorato come isolazionisti, come Wilson, siano poi divenuti interventisti e viceversa.Già questo la dice lunga sull’affidabilità di una politica in cui sembra che a comandare sia uno solo, mentre invece vi sono dietro di lui lobbies potentissime dal volto coperto, sconosciute al grande pubblico. “Sono il presidente degli Usa, si dice abbia detto Ronald Regan, ma ogni mattina ricevo ordini”. Le elezioni americane richiedono tonnellate di dollari, cifre infinite: nessuno può affrontarle se non ha dietro grandi poteri economici, I quali, dal canto loro, sono abili a finanziare a destra e a sinistra, giocando su più tavoli. A prima vista Obama sembrerebbe più portato ad una politica multilaterale, che tenga conto dell’Europa e delle potenze emergenti. Ma non è detto che il suo pensiero sul rapporto con la Russia sia così “moderato” come la sua posizione, ad esempio, sulla guerra in Iraq. Proprio per dimostrarsi deciso, anche in politica estera, Obama ha scelto un vice, Biden, di origini irlandesi, che ha appoggiato la guerra in Iraq e che ha grande esperienza nel campo. Inoltre i poteri che si muovono dietro ad Obama, a cominciare da Brezinskj, non sono affatto teneri con Putin, e sembrano, a tratti, dispostissimi ad una sorta di nuova guerra fredda. Quanto a McCain, la sua posizione in politica estera è più netta: ad una domanda sull’Iran, ha risposto solo “bomb, bomb, Iran”, dimostrando, a mio modo di vedere, di non essere propriamente un genio della diplomazia e della logica; sulla Russia si è schierato apertamente con la Georgia, assumendo una posizione molto forzata, eccessiva, manichea, retorica e poco realistica. Quando parla di mondo islamico e di Medio Oriente, confonde sunniti e sciiti, dimostrando di non sapere nulla, non solo dal punto di vista religioso, ma soprattutto geopolitico, nonostante cerchi di accreditarsi come il più esperto.

In un recente passato l’ignoranza della storia è la prima responsabile delle sconfitte Usa nel mondo. Si dice che l’ex ministro della Difesa, Rumsfeld, dinanzi agli storici ed esperti del Medio Oriente che gli illustravano la introcata condizione del Medio Oriente, il ministro abbia risposto: “ Voi scrivete la storia, io la faccio”. Si è visto come è andata… Quanto alle tematiche etiche che interessano molto il mondo religioso americano, evangelici da un lato e cattolici, meno, dall’altro, la situazione è veramente intricata. In passato i cattolici votavano democratico. Poi si sono avvicinati a Bush, soprattutto a causa delle tematiche legate alla bioetica. Ma è innegabile che siano rimasti delusi: molte promesse, belle idee, pochi fatti.

 Anche per questo in questi mesi Obama ha fatto di tutto per avvicinarsi ai pro life, promettendo non di cambiare posizione, rimane favorevole all’aborto, ma di impegnarsi quantomeno a ridurre il ricorso all’aborto aiutando le famiglie. Una posizione interessante: gli altri vi hanno promesso tanto, e dato poco; io prometto meno, ma cose più concrete. Anche se l’intellighenzia democratica in generale è terribilmente nichilista e relativista, gode della disgregazione sociale e familiare, considerandola una conquista di civiltà.. Il segnale sembrava andasse a buon fine, e potesse cioè spostare ai democratici molti voti cattolici ed evangelici. Poi è intervenuto un duplice fatto: Biden, scelto da Obama come vice, è cattolico, ma abortista, mentre la Palin, che Mc Cain- in verità su consiglio di Karl Rove, già stratega di Bush, perchè lui forse avrebbe preferito un uomo pro choice-, ho proposto come sua vice, è una convinta e stimabile pro life.

Ciò, però, non vuole dire molto: McCain infatti si è distinto, in passato, per aver definito ingiuriosamente gli evangelici che avevano appoggiato Bush; si è schierato a favore della ricerca con le staminali embrionali; ha votato contro un emendamento che avrebbe messo fuori legge il matrimonio omosessuale; ha espresso la sua avversione al giudice pro life Samuel Alito. Allora perchè ha scelto la Palin? Non certo per convinzione. Sembra, fondamentalmente, per motivi elettorali, su suggerimento dei suoi spin doctor: mandare all’aria tutti i tentativi di Obama di prendersi un po’ di voti pro life, ridando entusiasmo alla base repubblicana, assai fredda verso un uomo molto liberal, in passato amato proprio dai democratici, e non certo famoso per i suoi ideali religiosi (benchè il povero Dio sia tirato per la giacchetta a destra e a sinistra, in un modo che urta, specie in campagna elettorale: “Non nominare il nome di Dio invano” è, ancora, il II comandamento).

Ma la Palin quanto conterà davvero? Servirà solo a ridare un po’ di smalto al vecchio McCain? Osservatori molto seri dicono che sino alla votazione finale, la Palin, sarà utile: è una donna, è bravina, fa effetto novità… Ma poi, nel governo, Sarah non avrà quasi peso: non conta granchè, viene dall’Alaska, che non è propriamente il cuore dell’Impero, e non ha certo un potere consolidato alle spalle. E poi fare il vice può voler dire tanto, come nulla…A questo si aggiunga che il suo discorso con cui si è presentato alla Convention non era neppure suo: lo aveva scritto Matt Scully, ex speech writer di Bush, per un vice uomo (infatti poi è stato adattato alla Palin, a cui è piaciuto molto) Una considerazione finale: se in America c’è il rischio che le tematiche etiche siano utilizzate per scopi politici, questo chiaramente può avvenire anche da noi, ma molto meno: in Italia infatti tutti i media e i grandi giornali sono su posizioni più o meno abortiste, e il movimento pro life italiano non è neppure paragonabile, per estensione e forza, a quello americano. Il politico pro life italiano, quando è sincero e deciso, è uno che ama buscarle, da tutti: nessuno gli fa apertamente la corte. A meno che non sia come Pierferdinando Casini: che si limita a parlare, ogni tanto, ma tutti sanno che è innocuo… e non lo disturbano, come lui non disturba loro (anche se ciò non toglie che nell’Udc vi siano sinceri e valorosi pro life come Luca Volontè).Insomma, se fossi americano starei a casa. Siccome non lo sono (ho solo qualche zio, in America, ma di questi tempi non serve più un gran che), ci starò per forza.

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Leo Moulin, storico laico, e la rivoluzione scientifica.

Ciò che mi interessa è l’avventura umana, quella europea in particolare, che ha dato inizio alle cattedrali. Esse presuppongono uno sviluppo straordinario della tecnologia e della scienza; la prima rivoluzione tecnologica non risale al Rinascimento o al secolo dell’illuminismo, come si crede generalmente. Il medioevo ha inventato da centocinquanta a centottanta strumenti tecnologici straordinari. Senza questi la nostra odierna società non avrebbe mai potuto realizzare la cosiddetta "rivoluzione industriale del XIX secolo", anche se il termine è improprio. Il problema che si pone è di costatare questa inventiva costante del medioevo. Gli occhiali, invenzione del medioevo: penso che riescano a raddoppiare la vita intellettuale di un uomo. Immaginate la nostra società di trenta-trentacinquenni c

he chiudono la loro vita intellettuale! Questo è un piccolo esempio. Allora mi sono chiesto perché l’unica civiltà tecnologica e scientifica sia la nostra. Ho cercato di trovare le ragioni, posso garantire che ci rifletto da parecchio tempo, e l’unica spiegazione che ho trovato è la presenza del terriccio, dell’humus della cristianità. Perché? Perché Dio ha creato il mondo, un mondo diverso da Lui. Non si integra nel mondo, lo crea. L’uomo ha un destino particolare perché viene creato fuori del regno animale. Gli uomini, gli occidentali in particolare, hanno vissuto con questa idea che erano creature di Dio, fatte ad immagine e somiglianza di Dio. Inoltre Dio dice ai figli di Noè: "Vai, conquista e domina il mondo". In buona coscienza, a volte siamo stati un po’ energici nel domare il mondo, ma l’unica civiltà che ha a conquistato il mondo e che lo conquista ancora oggi, che è latrice di valori accettati in tutto il mondo è la nostra.

Faccio un esempio; ad un dato momento i minatori tedeschi, tra il XV e il XVI secolo, vivono nel terrore degli gnomi, dei folletti, di tutti questi esseri che dovevano vivere nelle miniere e che minacciavano i minatori, e li chiamano con due nomi: Coboldi, oppure col nome tedesco Nikolaus. E quella credenza dei minatori tedeschi darà origine a due parole che noi tutti conosciamo: Nikolaus darà la parola "nichel", e Coboldo diventerà "cobalto". Ma questo è un retaggio del passato. A questo punto i teologi dicono una frase che dominerà l’intero destino dell’occidente: Dio ha visto che ciò che ha fatto era buono e lo ripete, lo ripete sei volte, quindi per voi non è una trappola, il mondo è fatto per essere conquistato da voi, e i minatori riprendono il loro lavoro. Nello stesso tempo in Tibet i Lama proibiscono ai minatori di scavare la terra perché così facendo si va a scavare nella madre e la si ferisce. Quindi nessuna possibile metallurgia se non con i minerali di superficie allo stato nativo. Non è un caso se abbiamo conquistato il mondo nel XV-XVI secolo, infatti, all’epoca avevamo a nostra disposizione centocinquanta utensili, mentre in India ne avevano due. In India ci vuole un giorno per fare una tavola e noi la facciamo in due ore.

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Un ebreo di nome Zolli

Gli attacchi a Pio XII e alla chiesa cattolica accusati di filonazismo vanno avanti da decenni. Il film Amen del regista Costa Gavras è solo uno degli innumerevoli esempi di denigrazione basata sul vuoto della calunnia ai danni di papa Pacelli. Per pubblicizzare il film il ‘creativo’ Oliviero Toscani è arrivato ad immaginare un manifesto in cui la croce uncinata nazista scaturisce dalla croce cristiana. In questo contesto di squallore quotidiano brilla una coraggiosa iniziativa editoriale. Si tratta della biografia di Israel Zoller (Judith Cabaud, Il rabbino che si arrese a Cristo, ed. San Paolo), rabbino capo della comunità ebraica di Roma ai tempi del fascismo e dell’occupazione nazista. Zoller, costretto ad italianizzare il nome, dopo essere diventato Italo Zolli sceglie ancora una volta -in questo caso di sua spontanea volontà- di mutare nome. Convertitosi al cristianesimo, Italo Zolli diventa Eugenio Zolli: alla fine della guerra, al momento del battesimo, “in omaggio e per riconoscenza a papa Pio XII [Eugenio Pacelli] per quello che aveva fatto per gli ebrei durante la guerra”, fa proprio il nome del papa. Ecco cosa scrive Zolli nell’opera Antisemitismo composta nel 1945: “L’ebraismo ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Sua Santità Pio XII per i suoi appelli, pressanti e ripetuti, formulati in suo favore. E anche se si rivelarono spesso senza effetto, possiamo dire che egli meriti sempre la nostra profonda gratitudine per le sue proteste contro le leggi razziali ed i processi iniqui. E questo debito riguarda soprattutto gli ebrei di Roma perché, essendo più vicini al Vaticano, furono oggetto di sollecitudini particolari”. Ancora: “L’opera straordinaria della Chiesa per gli ebrei di Roma è soltanto un esempio dell’immenso aiuto svolto sotto gli auspici di Pio XII e dei cattolici di tutto il mondo, con uno spirito di umanità e di carità cristiana impareggiabili. La descrizione di quest’opera in tutta la sua vastità costituirà una delle pagine più fulgide della storia umana, un vero trionfo della luce che emana da Gesù Cristo”.

Un rabbino capo di Roma che si converte al cattolicesimo alla fine della seconda guerra mondiale? Basterebbe questo solo fatto a smentire nel modo più categorico le accuse di antisemitismo reiteratamente rivolte contro Pio XII e la chiesa da lui diretta. Peccato che dell’esistenza del rabbino Zolli nessuno sappia niente. La memoria dell’insigne uomo di cultura e di pietà religiosa è infatti stata cancellata. A cominciare, lo mette giustamente in rilievo Messori nella prefazione al libro della Cabaud, da De Felice che -spesso accusato di perdersi nei dettagli e nelle minuzie-, nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo dimentica addirittura di citare il ruolo e la storia del rabbino capo della comunità romana: De Felice -scrive Messori- ignora “del tutto” il nome di Zolli “che compare solo in una nota bibliografica”. A riportare d’attualità l’incredibile storia della miracolosa conversione di Zolli è ora un’ebrea, anch’essa convertita. Judith Cabaud, madre di nove figli, è venuta a conoscenza della storia del rabbino grazie al figlio primogenito, seminarista a Roma. Da quel momento, nonostante il caso fosse tutt’altro che “politicamente corretto”, Judith ha scelto di compromettere il proprio buon nome -si fa per dire- e di riportare in vita la memoria di Zolli. Non a caso la Cabaud paragona il caso del rabbino a quello di un altro ebreo famoso, il filosofo Henri Bergson. Entrambi capiscono che “il cattolicesimo è la continuazione dell’ebraismo e che le due religioni si completano alla perfezione”. Entrambi attendono per il gran passo della conversione che il loro gesto non possa in alcun modo essere equivocato e scambiato per opportunismo. Bergson evita addirittura di ricevere il battesimo. Il perché lo spiega nel Testamento autografo: “Le mie riflessioni mi hanno portato sempre più vicino al cattolicesimo, nel quale vedo la realizzazione completa del giudaismo. Mi sarei convertito se non avessi visto prepararsi da anni (in gran parte, ahimè!, per colpa di un certo numero di ebrei interamente sprovvisti di senso morale) la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi nel mondo. Ho voluto restare tra coloro che saranno domani dei perseguitati. Ma spero che un prete cattolico vorrà, se il cardinale arcivescovo di Parigi lo autorizza, venire a dire delle preghiere sulle mie esequie”. Quanto a Zolli “non volle entrare nella chiesa in piena persecuzione contro gli ebrei, come se volesse sfuggire alla sorte che li aspettava”. Il drammatico Testamento di Bergson ci riporta all’indegna calunnia che ha circondato e circonda l’operato di Pio XII. Ecco cosa scrive Cabaud citando un testo recentemente comparso in difesa di papa Pacelli, composto dal gesuita padre Blet che ha avuto ampio accesso agli Archivi Vaticani: “Nel dicembre del 1942, papa Pio XII estende il suo messaggio di Natale ‘alle centinaia di migliaia di persone che, senza alcuna loro colpa, e talvolta per il solo fatto della loro appartenenza o della loro razza, sono state condannate alla morte o a un progressivo sterminio’. Sei mesi dopo, nel giugno del 1943, nell’allocuzione al Collegio dei Cardinali, Pio XII ricorda ancora le ingiustizie perpetrate contro gli ebrei e i cattolici diventati ostaggio del nazismo e spiega la sua prudenza: ‘Tutte le nostre parole rivolte a questo riguardo alle autorità competenti, come tutte le nostre dichiarazioni pubbliche, devono essere seriamente da Noi soppesate e misurate nell’interesse delle vittime, per non rendere contro le nostre intenzioni, più pesante e insopportabile la loro situazione”.

A cosa si riferisce il papa? All’esperienza della Chiesa olandese i cui vescovi hanno pubblicamente condannato le atrocità naziste. Chi accusa il pontefice di silenzio, scrive la Cabaud citando Anthony Rhodes, scorda volutamente il precedente dell’Olanda: “C’erano nei Paesi Bassi più ebrei battezzati cattolici che in tutto il resto d’Europa. Mentre venivano radunati e deportati in Polonia gli israeliti olandesi, gli ebrei battezzati non venivano importunati dalle forze di occupazione nazista. Nel luglio del 1942, la chiesa cattolica, insieme alla chiesa riformata d’Olanda, in un telegramma al Reichskommissar tedesco, protestò contro la deportazione degli ebrei olandesi e minacciò di renderla di pubblico dominio se non fosse cessata”. Per tutta risposata, commenta Cabaud, “i nazisti fecero sapere che se le chiese cessavano le loro proteste, essi avrebbero continuato a chiudere gli occhi a proposito degli ebrei battezzati, assimilati fino a quel momento ai cristiani. La chiesa riformata diede il suo assenso, mentre l’arcivescovo cattolico di Utrecht rifiutò e condannò apertamente e ufficialmente la persecuzione. La risposta fu immediata: tutti gli ebrei, anche quelli battezzati nella chiesa cattolica (ed Edith Stein, carmelitana, ed ora elevata agli altari, era tra di loro) furono deportati ad Auschwitz. Mentre gli ebrei battezzati nella chiesa protestante non furono toccati”. Cabaud ricorda anche le parole di Pio XII a don Pirro Scavizzi. Lo fa in modo incompleto e noi preferiamo ricorrere alla citazione integrale riportata da Mario Cervi nella prefazione a Pio XII. Il papa degli ebrei di Andrea Tornielli. Nel 1942, dunque, Scavizzi, “un cappellano italiano che percorreva l’Europa raccogliendo notizie sulle persecuzioni, viene ricevuto in udienza dal Papa e gli descrive la terribile situazione sia dei cattolici sia degli ebrei in Polonia. Il Papa si confidò con lui: ‘Dica che, più volte, avevo pensato a fulminare con scomunica il nazismo, a denunciare al mondo civile la bestialità dello sterminio degli ebrei… Ci sono giunte gravissime raccomandazioni, per diversi tramiti, perché la Santa Sede non assumesse un atteggiamento drastico. Dopo molte lacrime e molte preghiere, ho giudicato che la mia protesta non solo non avrebbe giovato a nessuno ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli ebrei e moltiplicato gli atti di crudeltà perché sono indifesi. Forse la mia protesta avrebbe procurato a me una lode nel mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più implacabile di quella che soffrono”. Lasciamo per un momento la lettura de Il rabbino che si arrese a Cristo per qualche ulteriore puntualizzazione, possibile grazie alla recente pubblicazione degli archivi dell’Oss (l’ufficio dei servizi strategici americani) studiati per più di due anni dallo storico Richard Breitman. Dall’analisi delle carte risulta in modo inconfutabile che americani ed inglesi sapevano “della politica di sterminio” applicata dal Terzo Reich fin dal 1941. Churchill e Roosevelt sapevano; eppure tacquero e non fecero nulla. L’Occidente non fece nulla quando Hitler, prima della soluzione finale, aveva previsto la deportazione degli ebrei in Madagascar. Inglesi ed americani impedirono anche il trasferimento in massa degli ebrei in America, in Inghilterra e in Palestina. Per non parlare del ruolo di rilievo avuto dal capitale ebraico nel finanziamento della campagna hitleriana per la conquista del potere. Si riferisce anche a questo Henry Bergson quando, nel Testamento, allude ad un “certo numero di ebrei interamente sprovvisti di senso morale”?

Scrive Vitaliano Mattioli in Gli ebrei e la chiesa citando il Sunday Times: “Churchill non solo bloccò il piano [di esodo verso la Palestina] ma per non irritare la popolazione araba di Palestina (‘l’immigrazione ebrea avrebbe preoccupato gli Stati arabi”), allora amministrata dalla Gran Bretagna (lo Stato d’Israele fu fondato solo nel 1948), promulgò una legge nella quale vietava agli ebrei di emigrare in Medio Oriente. Fu per questo che agli inizi del 1943 a 70.000 ebrei rumeni non fu permesso di espatriare in Palestina, destinandoli praticamente a morte sicura”. Dal 1939 la Gran Bretagna “aveva limitato a 75.000 il numero degli immigrati ebrei per i prossimi 5 anni”. Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, non ha torto quando nel 1943 scrive: “Quale sarà la soluzione del problema ebraico? Si creerà un giorno uno stato ebraico in qualche parte del mondo? E’ interessante notare che i paesi la cui opinione pubblica si agita in favore degli Ebrei, rifiutano costantemente di accoglierli. Dicono che sono i pionieri della civiltà, che sono i geni della filosofia e della creazione artistica ma quando si chiede loro di accettare questi geni, chiudono le frontiere e dicono che non sanno che farsene. E’ un caso unico nella storia questo rifiuto di accogliere in casa propria dei geni”. Per quanto riguarda Roma e l’Italia, dopo aver analizzato i documenti dell’Oss, Breitman racconta: “gli USA e l’Inghilterra seppero con qualche giorno di anticipo che l’Olocausto stava per colpire l’Italia. Se avessero informato la comunità ebraica di Roma, ne avrebbero evitato lo sterminio. Ma non lo fecero”. Ancora: alla fine del 1943 i bombardieri alleati stanziati in Puglia avrebbero potuto colpire le linee ferroviarie che portavano ai campi di concentramento polacchi. Fecero invece una diversa scelta ‘strategica’: preferirono concentrarsi sul bombardamento delle fabbriche di armi. Davvero appropriata è la domanda dello storico Emile Puolat: “Questo silenzio che il papa non avrebbe rotto, chi mai l’ha rotto? Quali sono i politici ‘democratici’ che allora protestarono? Quali sono le frontiere che si sono aperte per accogliere i perseguitati?”. La risposta oggi è nota: nessuno. E non per ignoranza. Tutti sapevano e tutti evitarono accuratamente di fare alcunché. Papa Pacelli agì: “Pinchas Lapide, ex console d’Israele in Italia, afferma: ‘Durante la guerra la Chiesa cattolica salvò più vite di ebrei di tutte le altre chiese, istituzioni religiose e organizzazioni benefiche messe insieme’. Esaminando le statistiche, Lapide mette in luce il divario considerevole tra il numero degli ebrei salvati dalla chiesa e tutte le realizzazioni della Croce Rossa Internazionale e delle democrazie occidentali. ‘La S. Sede, i nunzi e la chiesa cattolica nel suo insieme salvarono circa 400.000 ebrei da morte certa”. Anche Zolli sapeva, e bene, come stavano le cose. Ecco cosa testimonia: al momento dell’arresto degli ebrei di Roma e d’Italia “il Santo Padre mandò una lettera che doveva essere consegnata personalmente ai vescovi e con la quale disponeva di sospendere la clausura in vigore all’interno delle case religiose per metterle in condizioni di diventare un rifugio per gli ebrei. Conosco un convento dove le suore dormivano in cantina per lasciare ai rifugiati ebrei i loro letti”. Per salvare gli ebrei nessuno fece nulla. Eppure si continua a gettare la croce della colpevolezza sulle spalle di papa Pacelli. Sull’unico che fece tanto. Ci piace chiudere questo lungo articolo con una citazione dell’ex rabbino capo Zolli, ormai divenuto cristiano, risalente al 1948: “Sono convinto che dopo questa guerra, l’unico modo per resistere alle forze di distruzione e per intraprendere la ricostruzione dell’Europa sarà la diffusione del cristianesimo, cioè dell’idea di Dio e della fraternità umana come fu predicata da Cristo e non di una fraternità basata sulla razza dei superuomini; infatti, ‘non c’è più greco né giudeo, né schiavo né libero; siamo tutti uno in Cristo Gesù”.

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Cattolici, fedeli alla Chiesa, non clericali.

Non è questo il sito dove si faccia del gratuito anticlericalismo…eppure amareggia vedere quello che salta fuori dalla vicenda Grisenti: si viene a sapere, quello che già si intuiva, e cioè che la contiguità tra centro sinistra e buona parte del clero trentino che conta, affonda le sue radici in una contiguità ideologica, il catto-comunismo, ma anche in una serie di piaceri, aiuti, favori, non indifferenti… Le donazioni di Grisenti ai vari parroci, alle varie iniziative ecclesiali, non sarebbe nulla di male in sè, se non si affiancasse ad una puntuale alleanza politica spesso troppo evidente. Non è un mistero che laici impegnati in politica, che si battono per i valori non negoziabili, anche con grinta e coraggio, vengano considerati scomodi, mentre gli uomini alla Grisenti, che non hanno mai preso una posizione pubblica un poco coraggiosa, ad esempio in occasione di dibattiti sulla legge 40, sulla ru 486, sul testamento biologico ecc., siano ritenuti a tutti gli effetti degli amici, non solo umanamente, che può sempre andare, ma anche politicamente. Il discorso andrebbe allargato, a parere di chi scrive, a personalità come Dellai e Tarolli, che si dichiarano credenti, non mancano di far giungere soldi al mondo cattolico, ma mai e poi mai si sentono chiamati a testimoniare verità scomode, nei momenti opportuni, quando il dibattito incalza.

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Paolo Mieli, storico laico, di origine ebrea, su Pio XII, gli ebrei e la diplomazia pontificia.

Intervista a Paolo Mieli, storico e direttore del «Corriere della Sera» La storia renderà giustizia a Pio XII «La comunità ebraica lo stimava e gli era riconoscente. Pacelli ha pagato per il suo anticomunismo» Di Maurizio Fontana – (©L’Osservatore Romano – 9 ottobre 2008)

Qualche volta la storia può arrivare su un palcoscenico e da lì ripartire, assolutamente stravolta. Questo accadde il 20 febbraio 1963 quando, al Freie Volksbühne di Berlino, andò in scena il dramma di Rolf Hochhuth Der Stellvertreter ("Il vicario"). Da lì prese di fatto il via una "leggenda nera" che ha accompagnato la storiografia mondiale fino a oggi, alimentando una campagna di odio nei confronti di Pio XII additato addirittura come un "ignobile criminale" e tacciato di filonazismo per i suoi "silenzi" sulla Shoah. Anche all’interno del mondo cattolico.

 A cinquant’anni dalla morte di Papa Pacelli la leggenda nera del "Papa di Hitler" è ancora viva sulle pagine dei giornali.

A parlarne è uno storico autorevole, di origine ebraica, che dirige il più importante quotidiano italiano, il "Corriere della Sera", in un colloquio a tre con il direttore del nostro giornale e con chi scrive. Si parla spesso del dramma di Hochhuth. In realtà perplessità sugli atteggiamenti di Papa Pacelli risalgono a molti anni prima. Quando nacque davvero il "problema Pio XII"?

Lo spartiacque è senz’altro la messa in scena del Vicario, ma alcune accuse, anche se non si configurarono come quelle di Hochhuth, furono addirittura precedenti l’inizio stesso della guerra. Il primo a parlare delle titubanze di Pio XII fu infatti Emmanuel Mounier che, nel maggio del 1939, rimproverò garbatamente un silenzio che metteva in imbarazzo migliaia di cuori: quello di Pio XII in merito all’aggressione italiana all’Albania. Della stessa natura fu il secondo indice puntato da parte di un altro intellettuale cattolico francese, François Mauriac, che nel 1951 lamentò, nella prefazione a un libro di Léon Poliakov, che gli ebrei perseguitati non avessero avuto il conforto di sentire dal Papa condanne con parole nette e chiare per la "crocifissione di innumerevoli fratelli nel Signore". Va d’altra parte ricordato che lo stesso libro – uno dei primi testi importanti sull’antisemitismo – avanzava delle giustificazioni a quei silenzi. In sostanza, scriveva l’ebreo Poliakov, il Papa era stato silente per non compromettere la sicurezza degli ebrei in modo maggiore di quanto non fosse già compromessa.

Quindi il primo intervento di uno studioso ebreo sull’argomento fu molto cauto?

Direi di più. A parte Poliakov, le prime valutazioni di esponenti delle comunità ebraiche di tutto il mondo non furono solo caute, ma addirittura calde nei confronti di Pio XII. Può essere intervenuto in questa cautela il fatto che le vere accuse al Papa comincino a venire, già durante la guerra, da parte sovietica? Certamente Pio XII fu un Papa anche – e sottolineo "anche" – anticomunista. E durante questi decenni di polemiche gli è stato spesso rimproverato di essere stato turbato da questa visione. Ricordiamo, ad esempio, due suoi famosi discorsi pronunciati prima di diventare Papa, nel corso di due viaggi in Francia (1937) e in Ungheria (1938), in cui venivano sottolineate maggiormente le persecuzioni del regime comunista piuttosto che quelle del regime nazista. A questo riguardo va però fatta una premessa: la tematizzazione della Shoah come noi oggi la recepiamo è di molti decenni successiva alla fine della seconda guerra mondiale. Io ricordo che negli anni Cinquanta e Sessanta si parlava ancora approssimativamente di deportati nei campi di concentramento. Si sapeva che agli ebrei era toccata la sorte peggiore, ma la piena consapevolezza della Shoah è qualcosa di successivo. Negli anni Trenta, pochissimi avevano l’idea di quello che poteva accadere agli ebrei. Certo, in Germania c’era stata la "notte dei cristalli". Ma è ovviamente molto più facile leggere e comprendere i fatti oggi, col senno del poi. E gli ebrei fuggiti dalla Germania non furono accolti a braccia aperte in nessuna parte del mondo, neanche negli Stati Uniti. Insomma, fu un problema complesso. Il mondo occidentale, il mondo civile, tranne alcune eccezioni, non capì, non si rese conto di quello che stava accadendo. Perciò quando noi parliamo di un Papa alla fine degli anni Trenta, possiamo comprendere che fosse più sensibile alle persecuzioni anticristiane in Unione Sovietica rispetto a quanto stava emergendo nel mondo nazista. Questo non vuol dire che fosse un nazista camuffato. Anni Trenta: la polemica spesso si sposta anche su Pio XI… Uno dei rimproveri portati al cardinale Pacelli, segretario di Stato di Pio XI, è stato quello di averne attenuato le condanne del nazionalsocialismo. Tra le tante accuse – secondo me non del tutto giustificate – che ha ricevuto Pacelli c’è stata anche quella di aver smussato, di aver attenuato i toni di quell’enciclica. In realtà, esaminando sotto il profilo storico l’attività di Papa Pacelli, ricorderei alcuni particolari.

Quando iniziò la guerra egli criticò l’apatia della Chiesa francese sotto la dominazione nazista nella Francia di Vichy; poi criticò l’antisemitismo, quello sì evidente, del monsignore slovacco Josef Tiso; diede – come ben raccontato in un libro di Renato Moro, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Il Mulino – la propria disponibilità e addirittura una mano, con decisione rischiosissima, a dei complotti contro Hitler tra il 1939 e il 1940. Continuo: quando nel giugno 1941 l’Unione Sovietica fu invasa dalla Germania, c’era una certa resistenza nel mondo occidentale a stringere accordi con chi fino a quel momento aveva combattuto la guerra dalla parte della Germania nazista.

Pio XII invece si diede molto da fare per facilitare un’alleanza fra Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica. E infine il capitolo più importante: durante l’occupazione nazista di Roma – come raccontato ad esempio in due libri, quello famoso di Enzo Forcella (La resistenza in convento, Einaudi) e l’altro appena uscito di Andrea Riccardi (L’inverno più lungo, Laterza) – la Chiesa mise a disposizione tutta se stessa: quasi ogni basilica, ogni chiesa, ogni seminario, ogni convento ospitò e diede una mano agli ebrei. Tant’è che a Roma, a fronte dei duemila ebrei deportati, diecimila riuscirono a salvarsi. Ora, non voglio dire che tutti quei diecimila li salvò la Chiesa di Pio XII, però senz’altro la Chiesa contribuì a salvarne la maggior parte. Ed è impossibile che il Papa non fosse a conoscenza di quello che facevano i suoi preti e le sue suore. Il risultato fu che per anni, anni e anni – ci sono decine di citazioni possibili – personalità importantissime del mondo ebraico hanno riconosciuto questo merito intestandolo esplicitamente a Pio XII. Di queste testimonianze si è persa ormai quasi traccia. Ne ha parlato, ad esempio, un bel libro di Andrea Tornielli (Pio XII il Papa degli ebrei, Piemme). È una letteratura molto vasta di cui vorrei fornire qualche scampolo. Nel 1944 il gran rabbino di Gerusalemme, Isaac Herzog, dichiara: "Il popolo d’Israele non dimenticherà mai ciò che Pio XII e i suoi illustri delegati, ispirati dai principi eterni della religione che stanno alla base di un’autentica civiltà, stanno facendo per i nostri sventurati fratelli e sorelle nell’ora più tragica della nostra storia. Una prova vivente della divina provvidenza in questo mondo". Nello stesso anno, il sergente maggiore Joseph Vancover scrive: "Desidero raccontarvi della Roma ebraica, del gran miracolo di aver trovato qui migliaia di ebrei. Le chiesa, i conventi, i frati e le suore e soprattutto il Pontefice sono accorsi all’aiuto e al salvataggio degli ebrei sottraendoli agli artigli dei nazisti, e dei loro collaborazionisti fascisti italiani. Grandi sforzi non scevri da pericoli sono stati fatti per nascondere e nutrire gli ebrei durante i mesi dell’occupazione tedesca. Alcuni religiosi hanno pagato con la loro vita per quest’opera di salvataggio. Tutta la Chiesa è stata mobilitata allo scopo, operando con grande fedeltà. Il Vaticano è stato il centro di ogni attività di assistenza e salvataggio nelle condizioni della realtà e del dominio nazista". Cito poi da una lettera dal fronte italiano del soldato Eliyahu Lubisky, membro del kibbutz socialista Bet Alfa. Fu pubblicata sul settimanale "Hashavua" il 4 agosto 1944: "Tutti i profughi raccontano il lodevole aiuto da parte del Vaticano. Sacerdoti hanno messo in pericolo le loro vite per nascondere e salvare gli ebrei. Lo stesso Pontefice ha partecipato all’opera di salvataggio degli ebrei".

Ancora, 15 ottobre 1944. Registriamo la relazione del Commissario straordinario delle comunità israelitiche di Roma, Silvio Ottolenghi: "Migliaia di nostri fratelli si sono salvati nei conventi, nelle chiese, negli extraterritoriali. In data 23 luglio ho avuto l’ordine di essere ricevuto da Sua Santità al quale ho portato il ringraziamento della comunità di Roma per l’assistenza eroica e affettuosa fattaci dal clero attraverso i conventi e i collegi (…) Ho riferito a Sua Santità il desiderio dei correligionari di Roma di andare in massa a ringraziarlo. Ma tale manifestazione non potrà essere fatta che alla fine della guerra per non pregiudicare tutti coloro che al nord hanno ancora bisogno di protezione".

Questo a guerra ancora in corso. Veniamo a oggi… Oggi purtroppo l’attenzione su Pio XII è talmente forte che anche un normale dibattito storiografico s’incendia. La questione scotta a tal punto che ancora c’è il poblema della famosa fotografia a Yad Vashem e della sua didascalia. Nonostante la massa di testimonianze appena accennate. Cos’è successo? r È successo che nel corso degli anni si è diffusa la leggenda nera di Pio XII. Ricordiamo i libri di John Cornwell (Hitler’s Pope, "Il Papa di Hitler") e di Daniel Goldhagen (Hitlers willige Vollstrecker, "I volenterosi carnefici di Hitler") dove queste accuse si fanno più esplicite. Si è formato un senso comune per cui Pio XII viene visto come un Pontefice addirittura complice del Führer nazista. Una cosa pazzesca! E pensare che al processo Eichmann nel 1961 fu espresso un giudizio sul Papa che vale la pena rileggere. A parlare è Gideon Hausner, procuratore generale di Stato a Gerusalemme: "A Roma il 16 ottobre 1943 fu organizzata una vasta retata nel vecchio quartiere ebraico. Il clero italiano partecipò all’opera di salvataggio, i monasteri aprirono agli ebrei le loro porte. Il Pontefice intervenne personalmente a favore degli ebrei arrestati a Roma". Solo due anni prima della rappresentazione del Vicario… Ed è proprio dal 1963 che prende piede una revisione del ruolo di Pio XII di due tipi. Uno malizioso – interno alla Chiesa stessa – che contrapponeva a Pio XII la figura di Giovanni XXIII. Fu un’operazione devastante: si è trattato Giovanni XXIII come un Papa che avrebbe avuto nel corso della seconda guerra mondiale quelle sensibilità che invece Pio XII non aveva avuto. Una tesi molto bizzarra. E tra le righe delle invettive contro Pacelli, sembra emergere che al Pontefice sia stato presentato il conto per il suo anticomunismo. In realtà Pio XII è stato un Papa in linea con la storia della Chiesa cattolica del Novecento. Se si legge quello che ha scritto o si ascoltano in registrazione i suoi discorsi ci si rende conto come espresse, ad esempio, anche critiche al liberalismo. Voglio dire che non era affatto un alfiere dell’atlantismo anticomunista. Non era cioè il cappellano dell’occidente… Assolutamente no. L’immagine di Pio XII come il cappellano della grande offensiva anticomunista nella guerra fredda è fuorviante. Anche se, naturalmente, era anticomunista. E di questo anticomunismo gli è stato presentato un conto salatissimo che ne ha deformato l’immagine attraverso rappresentazioni teatrali, pubblicazioni e film. Ma chiunque abbia un atteggiamento non pregiudiziale e provi a conoscere Pacelli attraverso i documenti, non può che rimanere stupito di questa leggenda nera che non ha alcun senso. Pio XII è stato un grande Papa, all’altezza della situazione. È come se oggi rinfacciassimo a Roosevelt di non aver detto parole più chiare nei confronti degli ebrei. Ma come si può sindacare all’interno di una guerra e in più per una personalità disarmata com’è un Papa? La speciosità di questa offensiva nei confronti di Pio XII appare davvero sospetta a qualsiasi persona in buona fede ed è una speciosità a cui è doveroso opporre resistenza. Prima o poi ci sarà pure qualcuno che rileggerà i fatti alla luce anche delle testimonianze cui accennavo prima.

Ci sono differenze fra la storiografia europea (in particolare quella italiana) e quella americana su Pio XII? Secondo me sì. Non dobbiamo dimenticare che questa avversione nei confronti di Pio XII è nata nel mondo anglosassone e protestante. Non è nata nel mondo ebraico che, invece, si è adattato nel tempo per non essere preso in contropiede da una campagna internazionale. Ovvero: se un Papa viene accusato di aver lasciato correre l’antisemitismo, ovviamente il mondo ebraico si sente impegnato a vederci chiaro. Si arriva così all’episodio della settima sala dello Yad Vashem dove è apparsa una fotografia del Papa con una didascalia che definisce "ambiguo" il suo comportamento. Oppure alla richiesta, nel 1998, da parte dell’allora ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, Aaron Lopez, di una moratoria nella beatificazione di Pio XII. Ora, in questa storia della moratoria io non entro perché non è un problema storiografico. Però c’è qualcosa di eccessivamente pervicace nei confronti di questo Papa e puzza di bruciato lontano non un miglio ma dieci metri.

È dal 1963 che sono stati accesi i riflettori su Pio XII alla ricerca delle prove della sua colpevolezza e non è venuto fuori niente. Anzi, gli studi hanno portato alla luce una documentazione molto copiosa che attesta come la sua Chiesa diede agli ebrei un aiuto fondamentale. Mi ricordo a questo proposito un gesto molto bello: nel giugno 1955 l’Orchestra Filarmonica d’Israele chiese di poter fare un concerto in onore di Pio XII in Vaticano per esprimere gratitudine a questo Papa e suonò alla presenza del Papa un tempo della settima sinfonia di Beethoven. Questo era il clima. E allorché il Papa morì, Golda Meir – ministro degli Esteri d’Israele e futuro premier – disse: "Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata in favore delle vittime. Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace". La voce del Pontefice per qualcuno non si era levata, ma loro l’avevano udita. Capito? Golda Meir aveva udito la sua voce. E William Zuckermann, direttore della rivista "Jewish Newsletter", scrisse: "Tutti gli ebrei d’America rendano omaggio ed esprimano il loro compianto perché probabilmente nessuno statista di quella generazione aveva dato agli ebrei più poderoso aiuto nell’ora della tragedia. Più di chiunque altro noi abbiamo avuto il modo di beneficiare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità del rimpianto Pontefice durante gli anni della persecuzione e del terrore". Così è stato considerato Pio XII per anni, per decenni. Erano forse tutti pazzi? No, anzi, erano coloro che avevano subito le persecuzioni di cui Pio XII è incolpato come complice. Se noi lo prendiamo come un caso storiografico, quello della leggenda nera, è pazzesco. Però io penso che, a parte qualche polemista, ogni storico degno di questo nome si batterà – anche nel caso di persone come me che non sono cattolico – per ristabilire la verità. Cosa è emerso fino a oggi dalla storiografia israeliana? C’è stata un’evoluzione nel giudizio degli storici? È ancora oggi acceso un dibattito su Pio XII? Direi che la storiografia israeliana è molto trattenuta. In realtà il caso è ancora aperto per la pervicacia di un altro mondo che non è il mondo ebraico. Secondo me vanno considerati tre aspetti.

Prima di tutto Pio XII paga il conto per il suo anticomunismo. Secondo: questo Papa conosceva bene la Germania e aveva avuto un atteggiamento filotedesco – che, attenzione, non vuol dire filonazista. Infine va detto che le critiche a Pio XII provengono sempre da mondi nei confronti dei quali le critiche potrebbero essere dieci volte tanto. Mondi che nel corso della Shoah non seppero dare una presenza neanche lontanamente vicina a quella che loro rimproverano a Pio XII di non avere avuto. Vuole farci qualche esempio? Penso a quanto è accaduto in Francia, in Polonia, ma anche negli stessi Stati Uniti. Ragioniamo: la tesi di coloro che accusano Pio XII è che tutti sapevano e che comunque si poteva sapere. Io allora vi chiedo: chi ricordiamo, durante la seconda guerra mondiale tra le personalità di questi mondi che abbiano levato la sua voce nella maniera in cui si rimprovera al Papa di non averlo fatto? Io non ne conosco. Fa riferimento anche agli antifascisti italiani? Assolutamente sì. Ma insomma: chi può essere indicato come qualcuno che ha fatto per gli ebrei qualcosa che il Papa non ha fatto? Io non ne conosco. Ci saranno casi singoli, come ci sono stati casi singoli di alti prelati della Chiesa. Almeno questo Papa tutto ciò che era nelle sue possibilità lo ha fatto. Ha consentito a diecimila ebrei che stavano a Roma – ma è successo anche in altre parti d’Italia – di salvarsi rispetto ai duemila che invece sono stati uccisi. Non capisco quale dovrebbe essere il termine di paragone. Allora credo si possa ipotizzare che queste critiche, queste invettive partano da mondi che non hanno la coscienza in ordine rispetto a questo problema. La leggenda nera è quindi un caso di cattiva coscienza? Direi di sì. Non si spiega altrimenti. La verità è che l’odio per Pio XII nacque in un contesto preciso, quello dell’inizio della guerra fredda. Ricordiamo che fu il Papa che rese possibile la vittoria della Democrazia cristiana nel 1948. Io sono convinto che le accuse nei suoi confronti siano lo spurgo di un odio nato nella seconda metà degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta. La letteratura ostile a Pio XII è successiva alla fine della guerra. In Italia, parte dopo la rottura dell’unità nazionale del 1947 e matura durante tutti gli anni Cinquanta in modo più acceso. Tutto questo deposito di odio o di forte avversione è emerso in anni successivi. Del resto, se fosse venuto alla luce immediatamente, gli ebrei che avevano avuto la vita salva per merito di questa Chiesa, non avrebbero consentito che si dicesse e si scrivesse quanto è stato detto e scritto. Essendo venuto fuori venti o trent’anni dopo, tutti i testimoni, tutti coloro che erano stati salvati – stiamo parlando di migliaia di persone – non c’erano più e il mondo nuovo dei loro figli assorbì quelle accuse. E infatti chi ha fatto e fa resistenza a queste accuse? Gli storici. Per di più si sono poi aggiunte le voci dei cattolici che hanno contrapposto a Pio XII il suo successore, Giovanni XXIII. Infatti credo che l’avvio delle cause di beatificazione dei due Papi sia stato annunciato contemporaneamente non certo per caso. Del resto quando Paolo vi andò in Terra Santa nel 1964 e parlò in termini molto caldi di Pio XII, non ci furono grandi proteste. Nessuno protestò. Ed era già partita l’operazione Vicario. Le accuse sembravano incredibili. Successivamente la valanga è venuta crescendo a mano a mano che scompariva la generazione dei testimoni diretti. Io comunque penso che a Pio XII sarà resa giustizia dagli storici. Abbiamo accennato ai cattolici. La Civiltà Cattolica" ha scritto che Pio XII non ebbe voce di profeta. Non si tratta di un giudizio un po’ anacronistico? Forse il Pontefice sarebbe dovuto andare il 16 ottobre in ghetto come era andato a San Lorenzo poche settimane prima?

 " Sinceramente, quella parte di sangue ebraico che corre nelle mie vene mi fa preferire un Papa che aiuta i miei correligionari a sopravvivere, piuttosto di uno che compie un gesto dimostrativo. Un Papa che va in un quartiere bombardato è un Papa che piange sulle vittime, compie un gesto di calore e affetto per la città, mentre controversa poteva essere la sua presenza nel ghetto. Certo, col senno di poi si può dire di tutto, anche – come è stato scritto – che sarebbe stato giusto che si fosse buttato sulle rotaie per impedire ai treni di partire. Io penso però che si tratti di giudizi espressi alla leggera. E poi, sinceramente, su questi argomenti, rimproverare un altro di non aver fatto ciò che nessuno dei tuoi ha fatto, è un po’ azzardato. A me infatti non risulta che esponenti della Resistenza romana siano andati al ghetto o si siano buttati sulle rotaie. Sono discorsi veramente poco sereni. Sulla polemica all’interno del cattolicesimo il rabbino David Dalin è aivato ascrivere che Pio XII è il bastone più grosso di cui i cattolici progressisti possono disporre per usarlo come arma contro i tradizionalisti… L’aspetto più sconveniente, ma a me evidente (anche se lo giudico dal di fuori), è che questa battaglia nel mondo cattolico che contrappone le figure di Giovanni XXIII e di Pio XII non è molto coraggiosa, perché nessuno la fa a volto scoperto. Non c’è un libro o un articolo di un rappresentante autorevole del mondo cattolico che dica chiaramente Giovanni XXIII sì e Pio XII no. È una battaglia condotta tra le righe, fatta di sottigliezze. Il discorso per me è semplice: o si è davvero convinti che Pio XII sia stato un Papa complice del nazismo, oppure se le cose stanno nei termini discussi in questa intervista, allora certa gente dovrebbe rendersi conto che questi argomenti contribuiscono solo alla persistenza della leggenda nera su questo Papa. Si noti bene: io credo che questa leggenda nera abbia i tempi contati. Pio XII non sarà un Papa segnato da una damnatio memoriae. rr Perché dice questo? Proprio dal punto di vista storico le evidenze a favore sono tali e tante, e la mancanza di evidenze contro è così ampia che questa offensiva contro Pio XII è destinata a esaurirsi. Un’ultima domanda sull’atteggiamento di Pio XII. Come si possono ricostruire i caratteri del suo silenzio operoso nei confronti della Shoah? Io ho pensato molto spesso a Pio XII provando a immaginare che tipo di personalità fosse. È stato paragonato a Benedetto xv, il Papa della prima guerra mondiale.

Ma la seconda guerra mondiale è stata molto diversa. Sicuramente Pacelli è stato una persona tormentata, che ha avuto dei dubbi. Lui stesso si soffermò nel 1941 sul proprio "silenzio". Si è trovato in un crocevia terribile che ha messo in discussione alcuni suoi convincimenti. Poi ha avuto un periodo successivo alla guerra molto lungo, fino al 1958, in cui ha continuato a essere un Papa forte, presente, importante, decisivo per la ricostruzione dell’Italia nel dopoguerra. Forse è stato il Papa più importante del Novecento. Fu sicuramente tormentato da dubbi. Sulla questione del silenzio, come ho detto, si è interrogato. Ma proprio questo mi dà l’idea di una sua grandezza. Tra l’altro mi ha molto colpito un fatto. Una volta finita la guerra, se Pio XII avesse avuto la coscienza sporca, si sarebbe vantato dell’opera di salvezza degli ebrei. Lui invece non l’ha mai fatto. Non ha mai detto una parola. Poteva farlo. Poteva farlo scrivere, farlo dire. Non lo ha fatto. Questa è per me la prova di quale fosse lo spessore della sua personalità. Non era un Papa che sentiva il bisogno di difendersi. Per quanto riguarda il giudizio su Pio XII, devo dire che mi è rimasto nel cuore quanto scrisse nel 1964 Robert Kempner, un magistrato ebreo di origini tedesche, numero due della pubblica accusa al processo di Norimberga: "Qualsiasi presa di posizione propagandistica della Chiesa contro il governo di Hitler sarebbe stata non solamente un suicidio premeditato, ma avrebbe accelerato l’assassinio di un numero ben maggiore di ebrei e sacerdoti". Concludo: per vent’anni i giudizi su Pio XII sono stati unanimemente condivisi. Secondo me, allora, nell’offensiva contro di lui i conti non tornano. E chiunque si accinge a studiarlo con onestà intellettuale deve partire proprio da questo. Dai conti che non tornano.

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La crisi economica e la Speranza

La mia totale incompetenza in materia economica mi impedisce di pronunciarmi sulle sorti della crisi planetaria in corso. Gli stessi esperti, mi pare di capire, non fanno che soffermarsi su due aspetti: l’inevitabilità di quanto sta accadendo, che sarebbe parte di una ciclicità congenita al sistema capitalista, e l’importanza di non perdere la testa, atteggiamento che contribuirebbe a peggiorar le cose.
D’altra parte sembra che la crisi che si sta profilando, dati gli incerti sentieri intrapresi dall’economia mondiale oramai da qualche decennio, fosse ampiamente prevedibile: Giulio Tremonti aveva scritto di questo – inascoltato – più di dieci anni or sono.
Ad ogni modo, ora che il momentaccio è arrivato serve a poco stabilire chi ne fu il primo profeta, mentre sarebbe di gran lunga più utile, in mezzo a tanto caos, ascoltare parole di speranza.
Kierkegaard diceva che la Speranza, oltre ad essere un attaccabrighe che ha sempre la ragione dalla sua parte, è un seccatore indiscreto di cui non ci si può liberare. Viene il dubbio che dietro al panico dilagante di questi giorni, vi sia proprio il fallimento di una strategia dalle premesse suicide, e cioè il tentativo di sbarazzarsi di quell’indispensabile seccatore di cui parlava Kierkegaard.
Come? Idolatrando il presente, rischiando tutto ora, anelando a tutto subito. La borsa, teatro della crisi economia mondiale, cos’è se non il tempio del rischio e dunque della scarsa fiducia al futuro? Uno scrittore francese provvisto di ironico acume diceva che si è derubati in borsa come si è uccisi in guerra: da gente che non si conosce.
Ora, più che gente sconosciuta – assicurano i più luminari tra gli economisti – il colpevole dell’odierna babele è il panico, che altro non è che Speranza sconosciuta. Oppure dimenticata.
L’ombra del ’29 vive di questo, e potrà essere respinta, più che da manovre politiche indovinate, dal ritorno della fiducia in quella buia finestra che è il futuro. Ovvio che se l’attuale caos ha avuto una lenta gestazione, altrettanto accadrà per il periodo – si spera florido – che verrà dopo. Nel frattempo meglio cautelarsi e ridurre gli sprechi di cui tutti parlano e di cui ben pochi, almeno finora, si son decisi a contrastare in prima persona.
E chissà che, oltre a smascherare speculatori furfanti, questo momento non si presti anche da una rinnovata valorizzazione del semplice, e dunque ad un ritorno della defunta Speranza.
Accadesse questo, non sarebbe poi del tutto drammatica e dolorosa, questa crisi.
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Mostrami le mutande e ti dirò chi sei

Strampalate solo in apparenza, le provocazioni di Bernardo e Agnoli sulle mutande possono indignare solamente chi non si è mai posto un problema che oramai è una pubblica emergenza, come prova la sempre più diffusa sfilata di indumenti intimi.
La mutanda esibita, scrive Agnoli, è diventata un tratto distintivo, quasi un biglietto da visita. Aggiungo non senza stupore che si tratta, diversamente di quanto capitato a Bernardo, di un fenomeno trasversale, che non riguarda le sole giovani, ma anche i loro coetanei maschi, sempre più decisi a pubblicizzare colore e griffe del loro intimo.
A determinare questa tendenza, che sarebbe eufemistico definire di cattivo gusto, c’è certamente la spinta perversa di una rivoluzione sessuale cominciata quasi mezzo secolo fa’ e che non cessa – ahinoi – di mostrare i propri frutti. A mio modo di vedere, tuttavia, c’è anche dell’altro; nella sfilata delle mutande possiamo leggere la scorciatoia del conformismo, l’inquietudine puerile di “giocare” sempre e comunque, la genitalizzazione dell’amore, il tabuizzazione del desiderio al quale si antepone una tentazione tanto ammaliante quanto fine a sé stessa. Desiderio e tentazione, due parole così vicine eppure così distanti: un po’ come il bisogno e il capriccio. Ancora, le mutande – che etimologicamente parlano appunto di doveroso mutamento – sono lo specchio di una generazione così preoccupata di cambiare, di correre, di stare sempre e comunque al passo coi tempi e le mode, che fatica, dopotutto, a ricordarsi dove sta andando. O dove vuole andare.
A guardar bene, la sovraesposizione di intimo simboleggia pure l’implosione del pensiero critico: ti mostro come sono perché non posso dimostrarti chi sono. Tatuaggi e piercing rientrano anch’essi in questa patetica decorazione del corpo, tesa a nascondere – ma neanche troppo – abissali voragini valoriali.
Colmo dei colmi, chi critica questa epifania nichilista passa pure per bigotto, segno che quelle mutande, ancorchè griffate, per molti sono l’unica bussola rimasta.
Che fine ha fatto, davanti a tutto questo, la Bellezza? Che fine hanno fatto, soprattutto, l’ideale e l’immaginazione, tanto osannati proprio da coloro i quali, facendo il ’68, hanno spianato la strada all’erotizzazione della vita pubblica?
Il Piccolo Principe, nel capitolo dedicato alla volpe, presentava una frase divenuta celebre: non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi.
C’è il fondato sospetto che molti giovani e non solo, di quella pur famosa frase, si siano dimenticati da un pezzo.
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Ciao ciao Darwin.

La polemica sull’evoluzionismo materialista da un lato e il concetto di creazione, non di creazionismo letteralista, dall’altra, è destinata ad offrire sempre più occasioni di dibattito. Infatti, come la visione del credente in un Dio trascendente, determina un conseguente modo di leggere ogni realtà, analogamente l’evoluzionismo materialista, che come notava Abbagnano è una filosofia, piuttosto che una teoria scientifica, può essere utilizzato per spiegare ogni cosa, quasi fosse una metafisica alternativa.

Cercherò di spiegarmi con un esempio: il Corriere della sera del 6 settembre 2008. Procedo con ordine. A pagina 17 viene riportata la notizia di un condannato a morte, che ha concesso il suo corpo perché venga fatto a pezzi come cibo per i pesci. La mentalità del credente, di fronte ad un simile gesto, rimane turbata. Perché? Semplicemente perché il cristianesimo è la religione dell’Incarnazione di Dio, della valorizzazione del corpo come tempio di Cristo. Lungi dallo spiritualismo, il cristianesimo ha affermato che la nostra natura, tutta intera, anche quella corporale, è dentro il mistero dell’essere, ed è destinata all’eternità. Per questo il cristianesimo si dovrebbe distinguere per le opere di misericordia corporale, per la concretezza del suo calarsi nella storia ed anche per il rispetto dei defunti. Al contrario, secondo l’ideologia materialista, la materia stessa, essendo temporanea e irredenta, non chiede che di dissolversi, per divenire altro: di qui il gesto simbolico di alcuni atei, un tempo, ed ancor oggi, di farsi cremare e di gettare le ceneri al vento. L’uomo è polvere, che risorge, per gli uni, polvere aggregatasi casualmente, per gli altri.

A pagina 21 invece il Corriere parla di un uomo di 56 anni che si è gettato in mare per salvare due bambini, morendo. Per il credente il gesto eroico di Romeo Priotto è la dimostrazione dell’originalità dell’uomo: a differenza delle scimmie, delle formiche, delle mosche, egli può vincere il proprio istinto egoistico, può addirittura sconfiggere l’istinto di sopravvivenza, morendo per un valore superiore, intangibile, eterno. Come hanno fatto Socrate, Gesù Cristo, e quanti danno la vita per il prossimo, anche sconosciuto. L’amore è segno eminente della nostra natura anche spirituale e della nostra aspirazione celeste. Per gli evoluzionisti materialisti, al contrario, Romeo Priotto è un grave problema, perché esige una spiegazione che il meccanicismo ed il determinismo non possiedono. Per questo dal biologo Haldane a R. Dawkins a E.O. Wilson, ecc., tutti costoro tendono a negare ogni possibilità di altruismo, cioè di spiritualità. Devono allora invocare l’esistenza di presunti geni benefici, ancora non identificati, oppure far rientrare tutto nello schema utilitarista secondo cui, dietro ogni azione apparentemente gratuita e disinteressata, ci deve in realtà essere, per forza di cose, un interesse personale.

A pagina 28 dello stesso giornale, troviamo invece un’ intervista a Michael S. Gazzaniga, lo scienziato dell’università di California che ha studiato con Sperry la separazione degli emisferi cerebrali. Ebbene, questo illustrissimo esperto del cervello, afferma una differenza sostanziale tra l’uomo e gli animali: “E’ perché abbiamo un cervello capace di conoscere, apprezzare e desiderare le arti e governare i nostri atteggiamenti sociali e morali. Su un punto Darwin aveva torto, cioè noi non siamo in continuità con gli altri primati, la differenza tra noi e loro è qualitativa, non puramente quantitativa”. Siamo anche qui di fronte ad un bivio. Per gli evoluzionisti materialisti il concetto espresso da Gazzaniga non può essere accettato. Infatti contraddice la presunta infallibilità di Darwin, e lo fa proprio in un punto cardine, per un materialista: se l’uomo è diverso dagli animali in modo qualitativo e non quantitativo, è assai difficile spiegare l’evoluzione casuale della scimmia nell’uomo, dal momento che una differenza di quantità è colmabile, ma una di qualità, no, a meno che non si ammetta un intervento esterno, cioè creativo, per la nascita dell’anima razionale umana. Infatti che tutta la materia si evolva, è per il credente del tutto possibile: ciò che evolve, infatti, deve esistere, e per esistere, non potendo la materia autofondarsi, necessita di un atto creativo all’origine. Per un evoluzionista materialista, invece, tutto deve essersi fatto da sé: la vita, l’uomo, la coscienza, devono emergere automaticamente dalla stessa materia inorganica, della cui esistenza non si dà ragione, per un “colpo di fortuna” chimico.

A pagina 29 dello stesso Corriere, leggiamo infine un articolo a tutta pagina con la solita, ridicola, vignetta: un uomo e una scimmia insieme, nuca contro nuca, come facce della stessa medaglia. Si apprende, leggendo, di un’ ipotesi, per nulla dimostrata, per la quale sarebbe una sola “proteina appena diversa a far sì che l’uomo sia uomo e lo scimpanzé scimpanzé”. Non è difficile notare, anche qui, la volontà ideologica di convincerci, con grandi paginate, che l’uomo è sorto per puro caso, per mutazione, accidentale, di una sola proteina. C’è qui tutto l’evoluzionismo materialista, dogmatico e ideologico: ciò che dell’uomo non si vuole ammettere, la sua originalità, nel pensare, nell’amare…, deve essere “spiegato” con uno sbaglio, un errore di battitura, un lapsus della natura, e null’altro. Lo dicevano già i materialisti del passato, da Diderot a d’Holbac, ben prima di Darwin: l’uomo è solo materia, “nel novero dei possibili”, senza progetto e senza scopo, un puro accidente, né voluto né amato. Un numero uscito alla roulette.

ps. Michael S. Gazzaniga è docente di psicologia all’Università di Santa Barbara, dove dirige il Sage Center per gli studi sulla mente. Grande divulgatore sugli argomenti relativi alla mente e al cervello, è uno dei più famosi neuroscienziati al mondo, ed è stato il primo a creare e sviluppare centri di neuroscienze cognitive. È autore di numerosi libri, tra i quali The Social Brain, Mind Matters e The Brain and the Mind.

 

Darwin e il suo cranio.

In un passo della sua curiosa Autobiografia Charles Darwin ci offre uno spaccato sulle incredibili convinzioni della sua epoca. Racconta infatti di aver inviato una propria fotografia ad una società di psicologi seguaci della frenologia, che gli avrebbero consigliato di intraprendere la vita ecclesiastica: "la forma del mio cranio era stata argomento di pubblico dibattito, e uno degli oratori aveva dichiarato che avevo il bernoccolo sacerdotale tanto sviluppato da bastare per dieci preti". Darwin non dice nulla riguardo al modo con cui accolse l’indicazione, ma sembra, da quanto aggiunge subito dopo, che cercò, almeno inizialmente, di tenerne conto. Infatti solo poche pagine più avanti aggiunge: "E’ probabile che il mio cervello si sia sviluppato proprio nel corso delle ricerche compiute durante il viaggio: lo dimostra una osservazione di mio padre […] la prima volta che mi vide dopo il viaggio, si volse alle mie sorelle ed esclamò: «Guardate, gli è cambiata la forma della testa»".

Darwin dimostra così di credere che l’aver passato cinque anni a riflettere sull’evoluzione avrebbe in qualche modo determinato una evoluzione della sua intelligenza, tradottasi, molto concretamente, in una mutazione della forma cranica! La cosa potrebbe stupire solo chi conosca il suo pensiero attraverso i nostri ridicoli manuali della scuola dell’obbligo. Non invece chi, leggendo le sue opere originali, le ha trovate disseminate sia di affermazioni sconcertanti dal punto di vista scientifico, che di dichiarazioni apertamente classiste e razziste: ad esempio sull’inferiorità degli irlandesi, sulla necessità di limitare, come con le bestie, la riproduzione degli umani "inferiori", o sulla superiorità mentale e fisica dell’uomo sulla donna.

Ma non ci si deve in realtà meravigliare: la frenologia, a cui Darwin fa riferimento nei suoi apprezzamenti sul proprio cranio, riprende le concezioni della fisiognomica, e le ripropone nelle teorizzazioni di Joseph Gall, all’inizio dell’Ottocento. Secondo Gall esiste "una corrispondenza tra l’intelligenza dell’uomo e la sua conformazione cranica": si arriva a sostenere che la "conformazione cranica dei neri, rivelandosi eccessivamente stretta, è sinonimo di una intelligenza inferiore, paragonabile a quella delle scimmie" (Cristian Fuschetto, Fabbricare l’uomo, Armando). Di qui, da questo sfrenato ed antiscientifico materialismo, sgorga, a metà Ottocento, la craniometria di Paul Broca, che facendo coincidere la superiorità intellettuale col volume cerebrale, identifica l’uomo bianco maschio come superiore, i vecchi, le donne e le altre razze come inferiori! L’antropometria diverrà poi uno sport dei divulgatori darwinisti, da Ernst Haeckel a Cesare Lombroso, sino ai nazisti, che misuravano teste ed arti degli indigeni durante le spedizioni in Tibet, alla ricerca delle origini ariane!

A ben vedere l’ottica materialista non offre alternative: se l’anima non esiste, se la libertà, l’intelligenza, la parola, evidentemente immateriali, non sono altro che materia casualmente evolutasi, come afferma Darwin, allora ciò che ci distingue dalle scimmie, e tra noi, non è altro che il volume cranico. Non è altro che un cervello voluminosamente più o meno ampio. Così purtroppo viene tutt’oggi insegnato ai nostri ragazzi, dal momento che i manuali di scienze ad uso scolastico mostrano, nella ridicola serie di disegnetti dalla scimmia all’uomo, solo teste sempre più grosse (e meno pelose), salvo poi affermare che "la documentazione fossile è alquanto lacunosa", e che "non si sa con sicurezza quali spinte evolutive hanno favorito l’ingrandimento dell’encefalo" (Audesirk- Byers, Biologia, vol.I, Einaudi, 2003). La stazione eretta e la locomozione bipede, la pelle glabra e il cervello più grande, propri dell’uomo, e non della scimmia, donde derivano, si chiede lo stesso testo? "La risposta è che nessuno lo sa": però, forse, ha ragione Wheeler, quando "suggerisce che i nostri antenati avrebbero sviluppato la stazione eretta perché questa consente di ridurre al minimo la superficie di esposizione al sole cocente della savana". Wheeler, capace di tanta fantascienza, ipotizza poi che "fu solo in seguito allo sviluppo della stazione eretta e della pelle glabra che la capacità di disperdere calore raggiunse livelli tali da consentire l’aumento della massa cerebrale"! Molto più logico, e scientifico, il premio Nobel per la medicina (Neurofisiologia), Sir John Eccles: "mi vedo obbligato ad attribuire l’unicità della psiche, o anima, ad una creazione spirituale soprannaturale. In termini teologici: ogni anima è una nuova creazione divina".

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“Pregate per i cristiani dell’India”

La superiora delle Missionarie della Carità, l’ordine di Madre Teresa, è in visita nella regione indiana dove si è scatenato un attacco senza precedenti contro i cristiani e le loro istituzioni.

Sr Nirmala chiede al governo di garantire la libertà religiosa, e chiede ai cristiani del mondo di elevare una preghiera insistente a Dio che può tutto e sa trarre il bene anche dal male.

Bhubaneshwar (AsiaNews) – “Pregate per i cristiani dell’India, pregate per il nostro popolo…perché comprendiamo che Dio è più grande di tutto e possiamo vincere il male col bene”: è il messaggio che sr Nirmala Joshi, superiora delle Missionarie della Carità affida ad AsiaNews, mentre è in visita in Orissa, dove da oltre un mese gruppi radicali indù hanno scatenato un pogrom contro i cristiani. I Missionari e le Missionarie della Carità, l’ordine di Madre Teresa, sono stati colpiti dalla valanga di violenze; orfanotrofi e lebbrosari dove essi accoglievano gli abbandonati sono stati distrutti. La brutalità degli attacchi ha colpito anche donne e bambini: 2 donne sono state violentate e vi sono decine di migliaia di feriti, oltre a 60 uccisi. “La violenza contro donne e bambini è spaventosa. Non avrebbe dovuto succedere, soprattutto in India, dove la donna è molto rispettata. Tutto ciò è orribile. I bambini sono terrorizzati. Questi piccoli sono il nostro futuro: cosa ne abbiamo fatto? Le nostre donne stanno soffrendo profondamente… Dolore, angoscia, tristezza, paura li avvolge da ogni lato. La loro agonia è così profonda, la vastità di morti, distruzioni sono una tragedia che spezza il cuore”. I fanatici indù giustificano il progrom dicendo che vogliono bloccare le conversioni al cristianesimo di tribali e dalit, secondo loro ottenute con l’inganno e con promesse di denaro. Per questo distruggono luoghi di incontro e di preghiera, centri sociali e strutture cristiane. Sr Nirmala è preoccupata per queste violazioni alla libertà religiosa: “La libertà religiosa – dice – è un diritto umano fondamentale, garantito dalla Costituzione indiana. Il governo centrale e quello dell’Orissa deve garantita la libertà religiosa anche per la nostra gente a Kandhamal e in tutta la nazione, perché le persone possano praticare con libertà la loro fede. Tutti hanno diritto a professare, praticare e diffondere la loro religione. Per questo, i luoghi di preghiera distrutti devono essere ricostruiti e questo è un dovere del governo. Ma va garantita anche la pace; la gente deve poter ritornare alle loro case. Fino ad ora vi essi rimangono lontani dai loro villaggi perché si sentono insicuri. Il governo deve garantire loro la sicurezza necessaria”.

Nelle loro razzie i fanatici indù costringono molti cristiani ad abiurare alla fede e ritornare all’induismo. “Questo va condannato – dice sr Nirmala – è contro la nostra costituzione e il nostro diritto”. La superiora delle Missionarie della Carità, succeduta a Madre Teresa alla guida dell’istituto, aveva già visitato l’Orissa e il distretto di Kandhamal – l’epicentro delle violenze – nel dicembre 2007 in occasione di un altro attacco contro i cristiani. Anche allora sono state uccise 3 persone e bruciate 13 chiese. “La differenza fra allora ed adesso – dice la suora – è nel grado di violenza, che questa volta è enorme. Adesso [gli estremisti] attaccano persone, religiose, sacerdoti… Questa violenza anti-cristiana è su larga scala: la nostra gente annega nella rovina e dalla distruzione”. Attraverso AsiaNews, sr Nirmala lancia un appello: “Pregate per il nostro popolo e abbiate fiducia in Dio che ha cura degli uomini. Dio vede tutto, conosce tutto e può fare tutto: per coloro che hanno fiducia in Lui, Egli può trarre il bene anche dal male. Madre Teresa ci ha sempre ricordato queste parole: Non temere, Io sono con te… Perdonate e vincete il male con il bene. Dio vi benedica! Dio benedica l’India!”.

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