Renzo Gubert sull’accusa di razzismo.

Uno dei temi ricorrenti di questa campagna elettorale è l’accusa di propensioni al razzismo rivolta allo schieramento di centro-destra e al suo candidato presidente Divina. Si tratta di una risposta del centro-sinistra e dei suoi sostenitori alla crisi di credibilità di Dellai a seguito di Grisentopoli. Ricordo un’analoga campagna contro alcune mie affermazioni fatte, qualche settimana prima delle elezioni del 2001, iniziata proprio da l’Adige, in un convegno a Borgo sul multiculturalismo.

Da sociologo che ho studiato da una vita identità e appartenenze, mi risulta difficile accettare l’impostazione adottata, che affronta il problema dell’etnocentrismo, del pregiudizio etnico, razziale, o religioso considerando questi frutto di una cultura che istiga all’odio del diverso, una cultura che sarebbe tipica della destra, sulla quale deve cadere un giudizio morale fortemente negativo. Tale impostazione non è accettabile perché non coglie le cause del pregiudizio. E se non se ne colgono le cause, pensando solo che si tratti di cattiveria degli uomini di centro-destra, non si possono neppure approntare rimedi efficaci. Qualche causa risulta evidente: la prima è la clandestinità dell’immigrazione. In casa d’altri si entra chiedendo il permesso. I clandestini entrano in casa senza chiederlo. Se chi è preposto al controllo dei flussi di persone attraverso i confini non lo fa, anzi è convinto che chiunque, se povero, ha diritto ad entrare nella nostra società ricca, si assume la responsabilità di alimentare una reazione negativa da parte dei concittadini. In casa d’altri si entra chiedendo il permesso e ci si comporta bene. Non si può dire che molti immigrati, specie clandestini, siano nel complesso apprezzati per la correttezza dei loro comportamenti.

La quota di carcerati stranieri in Italia è enormemente maggiore della quota di stranieri tra la popolazione. Ovvio che andrebbero rafforzati i controlli, i filtri; solo chi ha un posto di lavoro vero e un’abitazione, che dovrebbe essere garantita da chi richiede il lavoratore immigrato, non è portato a delinquere. Ma se una parte rilevante della classe dirigente di una società ritiene che l’aumento impressionante di delinquenza legato all’immigrazione clandestina sia tutto sommato normale e sopportabile (forse perché da tale delinquenza non è colpita), che non si possa neppure espellere i delinquenti colti in flagrante (e in attesa dei lunghi tempi dei processi sono in libertà e continuano a delinquere), le reazioni ostili da parte della popolazione di ceto basso, la più colpita, non sono certo imputabili ai politici che ascoltano le ragioni di tale popolazione, ma proprio ai ceti politici che tutto tollerano in nome dell’apertura ai “diversi”. Ma non ci sono solo clandestinità e alto tasso relativo di delinquenza; le politiche sociali, in nome della non discriminazione, non fanno generalmente differenze fra popolazione locale e immigrati, neppure se clandestini. Accade così che la popolazione locale si vede sopravanzare nelle graduatorie da immigrati giunti da poco; ai locali si controlla con l’ICEF il patrimonio; non agli immigrati, che lo hanno fuori regione o fuori Italia. La quota di risorse per le politiche sociali della casa, del diritto allo studio, della salute, della famiglia, dell’assistenza vanno in modo accentuato agli immigrati. Se questi hanno famiglia all’estero (e la famiglia può contare altre mogli e altri parenti, e chi controlla?), ricevono anche per tali familiari gli assegni familiari. Per tali familiari all’estero i redditi non si cumulano, come invece per i locali. Per essi non si possono controllare i conti in banca, come per i locali. Per essi non si possono controllare le proprietà di case e terreni, come per i locali. Difficile pensare che in questa situazione il cittadino italiano non senta un forte senso di ingiustizia e non sviluppi sentimenti di ostilità verso gli immigrati, specie se clandestini. Di chi è la responsabilità di tali reazioni? Del politico che se ne fa carico, cercando di riequilibrare più giustamente le politiche sociali o del politico che si scandalizza se si parla di priorità da dare ai cittadini? Non bisogna, inoltre, dimenticare, che ad emigrare non sono sempre i più poveri, ma spesso i più intraprendenti. Caro Direttore, non è dando giudizi moralmente e politicamente negativi di chi esprime ostilità che si risolve il problema della crescita di pregiudizio etnico o razziale, né dandoli alle parti politiche che si fanno carico dei problemi; il razzismo, il pregiudizio, vanno contrastati sempre, ma per farlo efficacemente occorre rimuoverne le cause, pur entro un atteggiamento complessivo che non dimentica il valore della comune appartenenza di ognuno, qualsiasi sia la sua etnia, la sua razza, la sua religione, all’unica, grande famiglia umana. Cordiali saluti Renzo Gubert

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Assaggi n. 51: Messori sugli USA (da “Perché credo”)

Ho sempre avvertito diffidenza, se non timore, per un Paese che crede di essere investito da Dio stesso di un ruolo messianico, che pretende che tutti vivano e pensino come lui, che ha fatto guerre e finanziato colpi di stato più di ogni altro e che pure si autodefinisce, per giunta credendoci, ed è questo il pericolo, “l’Impero del Bene”. Un Paese che, non sopportando che Cristo non sia americano, si è addirittura inventato che avrebbe avuto nel suo territorio una seconda vita, più importante della prima e si è attribuito il ruolo assegnato al popolo ebraico: è, come sai [si rivolge all’intervistatore, Andrea Tornielli], la dottrina dei Mormoni, religione autoctona degli States. Un Paese che, se non accetti di vivere come lui e di inchinarti alla sua egemonia economica, politica, culturale, ti dichiara “Stato canaglia” e ti bombarda a tappeto.

Vittorio Messori con Andrea Tornielli, “Perché credo”, Piemme 2008, pagg. 160-161.

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La 194 ha trent’anni..e si vede!

Dovrebbe meravigliare l’ossequio che quasi tutti i politici riservano alla 194, Legge che quest’anno compie trent’anni e che – al di là della tragica realtà che ha reso possibile (dalla sua entrata in vigore fino al 2006, sono stati 4.740.007 i bambini non nati) – palesa lacune evidenti in ordine all’efficacia per il conseguimento della quale venne introdotta.
Senza fornire riscontro alcuno, si ripete che questa Legge, oltre a salvaguardare la salute e l’autodeterminazione della donna, avrebbe non pochi meriti, come il calo degli aborti legali e l’eliminazione di quelli clandestini. Questo è quello che ci raccontano, dalle loro comode poltrone, i nostri parlamentari e non solo loro.
Ma le cose sono diverse, assai diverse.
Una prima leggenda da sfatare è quella della scomparsa degli aborti clandestini: sono le stesse relazioni del Ministero a parlarne. La relazione ministeriale del 2005, ad esempio, li stima in 30 – 50 mila ogni anno: un numero spaventoso. Persino un quotidiano come L’Unità, che difende senza riserve la 194, stima questa cifra in oltre 33.000 casi annui. Che l’aborto clandestino esista ancora è comprovato pure dai numerosi procedimenti giudiziari: solo dal ’96 al 2003, ne sono stati avviati 307 , proprio in relazione al suddetto fenomeno, che molti danno per estinto. Ovviamente, quei 307 procedimenti sono solo la punta dell’iceberg. Urge soffermarci su questo punto, perché è proprio per contrastare la clandestinità degli aborti (e non gli aborti clandestini in quanto tali) che, trent’anni fa, se ne auspicò la legalizzazione.
Il fatto che molti ignorano, però, è che per plagiare l’opinione pubblica, negli anni Settanta, sugli aborti clandestini si diedero letteralmente i numeri: il Corriere della Sera del 10 Settembre 1976 li stimava essere da 1,5 a 3 milioni; in un numero dell’Espresso del 9 Aprile 1967, si parlava addirittura di 4 milioni! Mentre i quotidiani pubblicavano queste cifre assurde, uno studioso serio come il professor Bernardo Colombo, demografo dell’Università di Padova, in una ricerca elaborata con gli statistici Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, stimò che gli aborti clandestini, in Italia, fossero al massimo 100.000.
Questo significa che le stime degli aborti clandestini che campeggiavano sulle prime pagine dei giornali dell’epoca, erano ingigantite in modo esponenziale, talvolta persino del 4000%!
Ma torniamo ai presunti meriti della 194. Un’altra incauta affermazione è quella degli aborti legali in caduta libera. E’ vero: gli aborti legalmente procurati sono effettivamente in calo, ma solo termini assoluti. Si da il caso, infatti, che in termini percentuali gli aborti non siano affatto diminuiti.
Vediamo perché: nel 1978, anno dell’entrata in vigore della 194, nacquero 720.822 bambini e gli aborti (tutti clandestini) furono, esageriamo, 150.000. Questo significa un aborto ogni 4,8 nati. Nel 2006 i nati sono stati 554.000, gli aborti legali 133.031 e quelli clandestini, dicono le stime minime, 20.000. Quindi, nel 2006, si è verificato un aborto ogni 3,6 nascite. Il che è un evidente peggioramento rispetto al “tasso di abortività” di tre decadi or sono. Ma c’è dell’altro: non solo la 194 non ha ridotto gli aborti, ma li avrebbe persino incoraggiati. A provarlo è un’indagine ( Cavanna – Gius, “Maternità negata“, Giuffrè) che ha messo in luce come ben un terzo delle donne che ha fatto ricorso all’aborto, se non ci fosse stata la 194, avrebbe desistito da tale intento. Sulla stessa scia si colloca un’altra ricerca, dalla quale si evince che l’80% delle donne in difficoltà porterebbe a termine la gravidanza se ricevesse uno sostegno adeguato (Post Abortion Review, Elliot Institute, 2005).
La mancata efficacia non è il solo punto debole di questa Legge. Anche il testo stesso, se letto, denuncia enormi anomalie, già a partire dal nome: Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. Ora, la 194 regolamenta l’aborto rendendolo gratuito (un aborto costa ai contribuenti italiani più di 1.000 Euro), ma non destina alcuna somma di danaro alle madri in difficoltà: in cosa consisterebbe, dunque, la tutela sociale della maternità? Mistero.
La verità è che si tratta di una norma di chiara impronta abortista (in tutti i suoi 22 articoli non viene mai nominato il termine “figlio”) e di dubbia costituzionalità, specie se si considera che il padre del nascituro ne è del tutto estromesso. Non è un caso se già alla fine del 1979, dopo poco più di un anno dalla sua entrata in vigore, le eccezioni di costituzionalità sollevate furono 19, di cui la prima risalente al 5 giugno 1978 (Tribunale di Pesaro), vale a dire ad appena 2 settimane dalla promulgazione. La Corte Costituzionale però, con motivazioni mai troppo convincenti, ha sempre confermato la costituzionalità della 194, dimenticandosi due sue sentenze (n. 9 del 19/2/1965 e la n. 49 del 16/3/71) nelle quali la vita del concepito veniva descritta come bene provvisto d’una tutela avente “fondamento costituzionale”.
Ennesima menzogna è quella che la 194, norma estremamente permissiva, tutelerebbe la salute della donna. Lo si evince operando un confronto col panorama internazionale: gli stati con una giurisprudenza restrittiva in materia di aborto sono quelli con la mortalità materna inferiore, e quindi con una più alta tutela della salute della donna. Qualche esempio? In Portogallo si registrano 8 morti materne ogni 100.000 nati vivi, in Irlanda 5 e in Polonia solo 4. Nei paesi dove la legge è più permissiva le cose sono diverse: nella civile Inghilterra si verificano 13 morti materne ogni 100.000 nativi vivi, mentre negli Stati Uniti questo numero sale a 17 e in Russia arriva addirittura a 67. Sarebbe dunque tempo di chiedersi quanto effettivamente viene fatto in Italia per scoraggiare le donne ad abortire, evento che incrementa il rischio di cadere in depressione clinica del 138% (British Medical Journal, 19/1/2002), per non parlare dell’accrescimento del rischio dei suicidi, fenomeno purtroppo assai documentato.
Sempre in riferimento alla depressione, c’è da dire che è stato dimostrato come portare a termine una gravidanza non desiderata è meno pericoloso, per la donna, che interromperla (British Medical Journal, 3/12/2005).
Ma la 194, come già detto, non predispone alcuna forma di sostegno per la donna gravida, abbandonata letteralmente a se stessa, alla faccia della prevenzione che dovrebbero praticare i consultori.
A proposito di questi, la giornalista Stefania Antonetti, fingendosi incinta, ha deciso di visitarne alcuni per scoprire quanto venga osservato il quarto comma dell’articolo 2 della 194, che prescrive espressamente che nei consultori si faccia prevenzione al fine di “far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza“. Risultato: Stefania Antonetti ha scoperto che laddove il medico è più zelante, il tutto si risolve in 900 secondi, vale a dire un quarto d’ora.
Solitamente però, l’opera preventiva dei consultori si protrae cinque, dieci minuti al massimo: pra
ticamente il tempo che la donna impiega a sedersi, a farsi scrivere il certificato di aborto, a salutare e andarsene. Osserva Antonetti che “nessuna donna può contare su un aiuto […] pochi pochissimi i segnali di conforto psicologico, e molta invece la fretta” (Il Giornale, 9/1/2008).
Alla luce del fatto che quando la 194 venne approvata, gli stessi parlamentari che la votarono la definirono norma perfettibile, come provano gli interventi allora tenuti alla Camera, non si capisce cosa ci sia di scandaloso nel proporre modifiche migliorative a questa Legge che, al di là della questione morale, presenta limiti innegabili. Viene il dubbio che, una volta legalizzatolo, molti abbiano deciso di considerare l’aborto questione chiusa, mentre esso costituisce, ogni volta, una sconfitta non solo per la donna, ma per l’intera società, che si rende incapace di accogliere il più indifeso degli essere umani, il nascituro.

BIBLIOGRAFIA

F. AGNOLI, Storia dell’aborto nel mondo, Fede & Cultura, 2008
P.G. LIVERANI, Aborto anno uno, fatti e misfatti della legge 194, Ares 1979
M. PALMARO, Ma questo è un uomo, San Paolo, 1996
A.M. VALLI, La verità di carta, i giornali e l’aborto , Ares 1986

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Ariel Toaff: se gli ebrei si mettono l’aureola.

Tempo fa chiedevo a un collega israeliano perché, a suo parere, Pasque di sangue avesse suscitato così aspre reazioni, spesso urlate e quasi sempre sopra le righe, soprattutto in ambiente ebraico. «Sei stato imprudente! Perché sei andato a impelagarti nella Shoah?» ha ribattuto senza esitazione, sorprendendosi della mia apparente ingenuità. «Ma in quel libro parlavo di omicidi rituali, infanticidi… Tutti avvenimenti di oltre cinque secoli fa, ancor prima che Cristoforo Colombo scoprisse l’America. Cosa c’entra la Shoah?» ho provato a rispondere, senza troppa convinzione. La sua replica è stata immediata e di una franchezza quasi brutale: «In un modo o nell’altro, la Shoah c’entra sempre. Ogni libro di storia ebraica si apre o si chiude – fa lo stesso – con un capitolo sulla Shoah, che viene usata in dosi massicce come fosse un deodorante». A sentire lui (e non solo lui) la questione era evidente: avevo agito come uno sconsiderato, e le reazioni – anche le più scortesi e violente – erano da considerarsi nient’altro che legittima difesa.

 Questo saggio parte proprio da qui, da una considerazione pessimistica e gravida di pesanti implicazioni. Un ebraismo virtuale e oleografico, fatto di vittime invertebrate e di martiri innocenti, languido e molliccio, si è sostituito all’immagine vera e reale di un popolo di gente in carne e ossa, che tra mille contraddizioni ed errori, tra eroismi e viltà, ha saputo sopravvivere lasciando traccia indelebile di sé nella storia (…) Oggi sembra che i suoi eredi, soprattutto quelli della diaspora, abbiano deciso di inventarsi un altro ebraismo, con l’aureola della santità incorporata all’origine. Un ebraismo senza macchia, ma con molta paura. Anzi, ossessionato dalla paura, e alla continua ricerca di difensori a buon mercato o di apologeti ignoranti. Dinanzi alla nuova realtà dello Stato di Israele, verso il quale più o meno consciamente si sentono in colpa per averlo lasciato a se stesso senza affrontare la scomoda e pericolosa alternativa del sionismo realizzato, gli ebrei della diaspora, gli inventori di questo ebraismo virtuale alla moda, hanno ripiegato verso un comportamento totalmente acritico e privo di stimoli. Ogni scelta politica dei governanti israeliani diviene la loro scelta, automatica ed entusiasta, e tutti i partiti politici di Israele, in maniera intercambiabile, si trasformano nel loro partito. Ma con una netta preferenza per la destra nazionalista e fondamentalista, piagnucolosa e bellicosa. (…) Ho inteso affrontare il tema controverso della Shoah, la cui memoria sempre più ingigantita, onnipresente e clamorosa ha paralizzato il dibattito nel mondo ebraico e di fatto trasformato la sua storia in mito edificante, dove i confini tra terra e cielo sono ormai irrilevanti e le scansioni cronologiche inesistenti. La realtà frammentata di un popolo vivace e creativo che, come gli altri, talvolta si è allontanato dalla norma e ha dato vita a fenomeni di estremismo, violenza e intolleranza è stata ricomposta in un affresco oleografico dove tutto è virtuale e improbabile e dove il ricordo minaccioso della Shoah trasforma inevitabilmente i protagonisti in vittime innocenti (…) Da tempo in Israele un mondo intellettuale vivace e innovatore, che non ha paura di guardarsi dentro, ha invece adottato una coscienza pluralistica e conflittuale, che mette continuamente in discussione i miti fondatori sia dell’ebraismo che dello Stato di Israele (…). Di fronte a una comunità diasporica prevedibile e francamente noiosa, tutta proiettata verso il suo lacrimevole passato, in cui la Shoah costituisce l’ultimo anello di una catena ininterrotta di tragedie e l’unica chiave per comprendere e temere il presente, Israele rimane pur sempre l’unica arena, libera e democratica, dove si combatte la battaglia per il futuro del popolo ebraico. (…) Da Israele potrà quindi partire un pressante invito alla diaspora, un sano appello a cessare finalmente di fare dell’ebraismo una mitologica selva oscura di fossili piangenti. (…)

Vogliamo aggiungere infine che in qualche caso, allora come oggi, erano i rabbini più estremisti a incitare alla violenza, a propagandarla con motivazioni pseudoreligiose o a parteciparvi in prima persona. Il 4 novembre 1995 nella centrale piazza dei Grandi di Israele a Tel Aviv, al termine di una imponente manifestazione pacifista, veniva assassinato Yitzhak Rabin, primo ministro dello Stato di Israele. L’attentatore era Yigal Amir, studente in legge all’università Bar-Ilan, l’ateneo in cui insegnavo e tuttora insegno. Benché oggi si preferisca considerarlo come l’unico responsabile del crimine, frutto delle farneticazioni di una mente esaltata e malata, la realtà è assai diversa. Per lunghi mesi infatti l’«esecuzione» di Rabin era stata preparata, prevista e giustificata apertamente dai circoli rabbinici fondamentalisti più estremi, in particolare quelli che ancora oggi forniscono il sostrato ideologico e «biblico» a supporto delle istanze nazionaliste ed espansioniste dei coloni. (…) Non vorrei che tra non molti anni gli storici «al servizio» del pensiero unico e politicamente corretto presentassero anche l’attentato a Rabin come la follia del singolo, senza altre responsabilità e implicazioni. Purtroppo ho la deprimente impressione che questi storici siano già al lavoro, alacremente e come sempre «per il bene dell’ebraismo».

(da: Ariel Toaff, Ebraismo virtuale, Rizzoli, 2008)

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Le contraddizioni di Marco Travaglio

Brutto colpo per i sostenitori di Marco Travaglio: il loro idolo, da mercoledì, è un pregiudicato, proprio come il suo amico Michele Santoro e tantissimi altri.
Classe 1964, laurea in storia contemporanea e una gavetta fatta all’ombra dell’ultimo Montanelli, Travaglio è da qualche anno il beniamino di quanti, per hobby o per noia, odiano Berlusconi e la sua coalizione. Il tratto distintivo di questo popolarissimo giornalista, lo si sarà notato, sono le numerosissime contraddizioni che però, stranamente, i suoi estimatori non vedono. Rinfreschiamoci la memoria.
Travaglio sostiene che le televisioni siano sotto un dominio praticamente dittatoriale di Berlusconi che imbavaglierebbe chiunque gli fosse scomodo, ciononostante deve buona parte della sua ben retribuita fama ( già nel 2005 intascava quasi 285.000 Euro annui) ad una comparsa televisiva -la prima di una interminabile serie che continua tutt’ora i giovedì sera – ovvero quella del 14 Marzo 2001 ad una trasmissione di Daniele Luttazzi nella quale al nostro fu concesso di parlare, o meglio di sparlare di Berlusconi per minuti e minuti. Ovviamente senza contraddittorio.
Eh già, perché Travaglio non ama repliche o, peggio ancora, domande. Qualche mese fa sono andato ad ascoltarlo ad un incontro a Trento e anche in quella occasione, a parte il pubblico che applaudiva commosso al punto che pareva di essere ad un Angelus del Pontefice, non ho potuto fare a meno di osservare la totale assenza di interventi che non fossero patetiche sviolinate. Il meccanismo è ormai collaudato: Travaglio parla o scrive e molti lo osannano, senza andare poi a verificare se quanto da lui affermato corrisponda a verità. Cosa che invece ha fatto il giudice che, per la prima volta, ha condannato Travaglio a 8 mesi di carcere, subito cancellati dall’indulto di mastelliana memoria contro il quale il giornalista ha speso parole di fuoco: altra contraddizione.
E non è finita. Travaglio, dicevamo, conosce a memoria i numerosissimi processi contro Berlusconi, passati e presenti, e non manca di sottolineare le prescrizioni che avrebbero salvato il Cavaliere da condanna certa. Non solo: l’erede di Montanelli, come incautamente lo chiama qualcuno, ama avanzare ipotesi inquietanti circa presunti legami tra Berlusconi e la mafia.
Peccato che tutti gli elementi che, negli anni, i magistrati hanno avuto in mano al riguardo li abbiano sempre portati all’archiviazione: quei processi non si sono risolti per prescrizione o grazie alle cosiddette leggi ad personam; quei processi non sono mai cominciati.
Antonio Ingroia, magistrato che non ha certo la fama del garantista e che fonti ufficiose descrivono intimo amico di Travaglio, ha affermato che, piuttosto che complice, Silvio Berlusconi è da considerarsi “vittima” del sistema mafioso. Capito? Vittima. Il nostro, però, queste cose si guarda bene dallo scriverle. Non per nulla uno che di lotta alla mafia se ne intende, il procuratore di Palermo Pietro Grasso, alludendo agli articoli di Travaglio, ha parlato di “disinformazione scientificamente organizzata“.
A proposito di legami poco edificanti, vale la pena ricordare che Travaglio, non più tardi di qualche mese addietro, ebbe a sostenere – in televisione ovviamente! – che il presidente del Senato Schifani avrebbe avuto “amici mafiosi“, dimenticandosi di sottolineare che in realtà ad essere incriminati per mafia non furono stretti conoscenti della seconda carica dello Stato, bensì personaggi ai quali quest’ultimo era stato legato decenni or sono e per pochissimi mesi.
Dopo quelle pepate dichiarazioni, però, si scoprì che ad aver avuto a che fare con un personaggio, dice una sentenza, “estremamente compromesso col sistema criminale“, fu proprio Travaglio il quale, nel 2003, con questo galantuomo ci trascorse le vacanze.
Piccolo particolare: il personaggio in questione è Pippo Ciuro, maresciallo dei carabinieri che indagò su Dell’Utri e sui Finanziamenti Finivest. Sarà una coincidenza? Andiamo avanti.
Il “Saint Just della mutua”, com’è stato apostrofato da Fedele Confalonieri, passa dunque per un “esperto” di legge e giustizia. In realtà, così esperto di giustizia Travaglio non è visto e considerato che in un suo libro ha scritto che Roberto Castelli, esponente di spicco della Lega Nord, è stato condannato mentre, fino a prova contraria, Castelli risulta essere incensurato.
Sempre ad Annozero, dove recita la parte dell’oracolo, Travaglio si è fatto spiegare da Flavio Tosi, sindaco di Verona dalla parlata non certo accademica, la differenza (che ignorava) tra finanziamento illecito e corruzione: che figuraccia.
Gabriele Mastellarini, un collaboratore del settimanale l’Espresso, al quale collabora anche il beniamino degli nemici di Berlusconi , ha osato ricordare questa incredibile gaffe con Tosi sul suo blog ed è stato licenziato in tronco: ma non era Travaglio la firma scomoda e ribelle? Non era, come ama definirsi, un “liberal-montanelliano”?
Se è sufficiente ricordare i suoi errori per essere licenziati, evidentemente qualcosa non quadra.
Altra chicca sono i suoi libri: decine di possenti tomi con citate centinaia tra sentenze e verbali, eppure mai, in quegli imponenti capolavori, compare un’associazione che col potere politico ed economico ha molto a che fare: la massoneria.
Certo, si parla spesso della P2. Ma chi glielo spiega a Travaglio che quella Loggia non esiste più da decenni mentre, ad oggi, in Italia vi sono almeno due potentissime loggie massoniche di cui si sa poco o nulla?
Un’ultima contraddizione di Travaglio è l’odio che costui riserva agli elettori di Berlusconi, dei quali parla come se fossero un gregge di idioti. Sbaglio o Travaglio ha collaborato al Giornale, sì proprio il Giornale del gran cattivone di Berlusconi, dall’88 al ’92? Lui che grazie ai soldini di Berlusconi ha campato, forse, dovrebbe avere un po’ più di rispetto verso chi, il Cavaliere, ha avuto solo la “colpa” di votarlo alle urne, no?
Certamente un po’ di rispetto dovrà averlo verso i pregiudicati, visto che da qualche giorno è lui stesso parte della categoria.
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Governo dell’autonomia e deriva verso un’antropologia debole

Qualche anno fa, forse due o tre, un quotidiano locale – aveva deciso di pubblicare un mio intervento, nel quale argomentavo alcune mie convinzioni di fondo. In sintesi ciò che andavo sostenendo era quanto segue.

Di fronte agli attacchi più o meno sistematici all’autonomia dell’istituzione provinciale mi sembrava perlomeno ridicolo replicare, da parte dei suoi principali protagonisti politici e istituzionale – richiamandosi a prerogative storico culturali francamente prive di consistenza.

Gli è infatti che – se si ha un minimo di onestà intellettuale per riconoscerlo – il governo dell’autonomia da almeno un ventennio ha reiterato un modello assistenzialista della politica, talmente pervasivo da non escludere alcun ambito della vita pubblica, dalla scuola all’economia, dal welfare alla cultura.

Ciò aveva spinto l’ex parlamentare trentino Azzolini a parlare pubblicamente di "sovietizzazione" del Trentino E’ nei fatti che il presidio di tale orientamento annichilente della vitalità di ogni comunità (gli esempi li mostra la storia, nel nostro Paese ma anche all’estero) è stato "garantito" da tutti i governi che si sono succeduti: un ordine di pensiero in qualche modo "bipartisan".

Non devono infatti ingannare gli indicatori di vitalità e qualità della vita che di tanto in tanto vengono sbandierati dalle leadership politiche del momento: lo stesso atlante della competitività delle province e delle regioni (http://www.unioncamere.it/Atlante/) è al riguardo sufficientemente esplicito da non lasciare scampo a semplificazioni o assunti sul profilo del Trentino. Ciò che è vero è che potremmo essere effettivamente un paradigma a cui riferirsi e invece generiamo popolazioni antropologicamente deboli.

Che l’assiologia di riferimento delle formazioni politiche che hanno responsabilità di governo e, ancor più, le implicazioni sulla politica ordinaria, siano fortemente correlate non credo sia soggetto a dubbio.

Se le generazioni degli attuali trentenni, quarantenni, cinquantenni hanno avuto e hanno come ideale del proprio percorso umano anzitutto l’impiego nell’ente pubblico o nel sistema delle casse rurali, significa che il gene stesso dell’imprenditività è stato alterato.

E qui non si tratta di proporre un’inutile retorica sull’imprenditorialità che non c’è: occorre altresì prendere atto di una deriva ormai consolidata di appiattimento delle forze vitali della società locale sugli stereotipi di un edonismo che ha annichilito ogni capacità di reazione.

Ebbene: cosa c’è di nuovo in Trentino da vent’anni a questa parte? La stessa Università – che ha ingigantito la sua presenza sul territorio – quali reali ricadute ha avuto sui giovani, sulle imprese, sulle comunità?

Per non parlare dell’ingombrante immobilismo delle varie mostruosità istituzionali: le varie agenzie e società a partecipazione pubblica che occupano settori inverosimilmente ampi, dal turismo all’informatica, dalla cooperazione alla ricerca, dalla cultura all’agricoltura.

L’esito di questo modello, che procede anzitutto da una cultura e un’antropologia deboli, è un malessere sociale che reclama – quando ne mantiene la forza di farlo, risollevandosi da una situazione anestetica o di vero e proprio disempowerment – un’aria nuova, che dia impulso alla voglia di fare e costruire, smantellando un sistema che fa dell’autoreferenzialità il suo verbo, indulgendo tra l’altro nello specchiarsi nel (presunto) complesso di superiorità del Trentino.

Ben venga quindi la revoca delle prerogative dell’autonomia provinciale: forse, dovendo rimboccarsi le maniche, anche il Trentino comincerà a riconoscere che oltre Borghetto, c’è "un mondo intorno". Un’ultima notazione. Grave è la responsabilità della classe politica che sin qui ha avuto in mano il pallino.

Non è tanto l’eclatanza della tangentopoli provinciale di questa stagione a disarmare: è piuttosto l’endemica mediocrità della classe politica, che ha esibito l’intero spettro di un’incapacità di trainare una terra verso un modello di sviluppo sfidante e affascinante. Fanno veramente sorridere, anzi piangere, le schermaglie tra le fazioni che si stanno affrontando per la tornata elettorale del prossimo 26 ottobre: come se il problema fosse il rischio nazifascista da una parte, e la "magnadora" dall’altra.

Ma non scherziamo! Qui c’è di mezzo il futuro di generazioni che potrebbero essere considerate come risorse anziché come potenziali sudditi da controllare. Ma forse è proprio quello che cerca il potere.

Maurizio Pangrazzi – mauriziopangrazzi@yahoo.it

 

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Perchè tanto scandalo per le classi separate?

Non riesco a capire le proteste indignate della sinistra contro l’emendamento della Lega che regolamenta l’accesso degli stranieri nelle scuole. In altri Paesi è una pratica normale e dettata dal buon senso. Alla radio ho sentito Fassino dire che istituendo classe separate si discriminano gli immigrati. A me sembra invece che sia vero il contrario: che senso ha mandare allo sbaraglio un bambino in una classe in cui non capisce una parola? Si sentirà subito diverso, verrà deriso dai compagni. Se invece per un anno segue un corso di italiano, quando verrà introdotto nei corsi regolari potrà facilmente integrarsi. E la qualità complessiva dell’insegnamento migliorerà.
Questo è un altro punto dolente: quando ci sono tanti bambini stranieri il livello dei corsi si abbassa drasticamente. Lo so per esperienza personale: non lontano da casa mia alle elementari la percentuale di bimbi stranieri è superiore al 50%, i programmi non vengano rispettati perché gli insegnanti devono procedere molto lentamente, adeguano il ritmo a quello degli ultimi. Risultato: i genitori italiani tendono a togliere i propri figli dalla scuola pubblica e a metterli nella scuola privata. Perché un italiano deve essere privato di fatto del diritto di frequentare una scuola statale? Questa è un’ingiustizia. Il razzismo si diffonde anche così.(Marcello Foa)

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Democrazia e Politica

In qual modo si giustifica un titolo a caratteri cubitali che sottolinea come un sindaco abbia chiesto ad una ditta di fungere da sponsor per una squadra di calcio?
Evidentemente il timore che in Trentino possa prevalere il centrodestra sta inducendo qualche giornalista a sparare nel mucchio con l’intento di mostrare che tutti hanno beneficiato di favori. Ma con ciò si confondono le carte e si getta un’ombra su persone che nulla hanno a che vedere con corruzione e quant’altro. Si chiamano in causa i sacerdoti, i teologi, i sindaci, nel tentativo di spostare l’attenzione.
Qualche giorno fa si cavalcò l’onda del pericolo fascista accusando Divina di avere in una delle liste un esponente dell’estrema destra. Chissà che domani non si rintracci -analizzando il dna di qualche candidato- una lontana parentela repubblichina, magari un bisnonno federale che possa rappresentare un pericolo per la democrazia.
Ma se esiste un pericolo per la democrazia esso consiste nel fatto che un sistema di potere si è consolidato negli anni. Si tratta di un potere dai molti volti: economico, imprenditoriale, religioso, culturale, associazionistico, cooperativistico…
Questo potere si dirama nelle associazioni, nei circoli, nelle fondazioni, negli istituti di cultura, nei festival e in tutto l’indotto che essi generano.
E’ la norma: la politica vive di clientele perfettamente legali, di piccoli e grandi favori che legano e stabiliscono sottili e tacite riconoscenze.
E’ così, piaccia o meno; ma il problema per la democrazia è un altro, esso sorge quando il sistema diventa onnicomprensivo, inamovibile, capace di trasformarsi senza mai mutare.
E’ nelle pieghe di questa solidità proteiforme che può annidarsi il germe della corruzione e del malaffare.
Persino il singolo più virtuoso qualora entri in contatto con questo potere finirà per tacere, per adeguarsi, per assecondarlo anche in buona fede, perché in fondo il potere è il valore cui tutto deve sottomettersi.
Ma l’anima della democrazia, risiede nell’alternanza, nel fatto che al potere si succedano uomini di schieramenti diversi per un tempo limitato.
Non è questione di destra o di sinistra; gli onesti stanno da una parte e dall’altra, come da una parte e dall’altra stanno i pacifici e gli aggressivi, i tolleranti e gli intolleranti.
Allora, vista la realtà attuale cosa buona sarebbe- per la democrazia- il potere cambiasse di mano.
Il nostro illibato ed intelligente governatore questo lo sa e sa pure che il vento sta cambiando, come altrettanto bene è consapevole che una vittoria del centro destra non consegnerebbe il Trentino nelle mani dei barbari. Certo egli gioca le sue carte, esercita la propria influenza e la propria forza, quando serve soffia sul fuoco di problemi inesistenti; anche questo fa parte della filosofia tipica dei comizi e di una propaganda utile per la piazza.
Certo, forse neppure lui si sarebbe aspettato l’innocente sostegno che la stampa ora sembra fornirgli cercando di delegittimare il centrodestra con argomenti di assoluta inconsistenza.Eppure ho sempre stimato e apprezzato l’equilibrio di Giovanetti.Non è che la redazione si sia presa qualche licenza? Cosa non si farebbe per salvare la democrazia!
Evidentemente lo zelo di taluni giornalisti è talmente irretito dal sistema e dal potere, che da anni governa la nostra provincia, da assumere iniziative autonome anche se non sollecitate.
Si dirà:-“Ma il giornale Adige ha duramente stigmatizzato la vicenda Collini!-“. Sì,lo ammetto,un mese orsono si avventò,forse con foga eccessiva, su persone e fatti. Ma in termini elettoralistici un mese è un tempo lunghissimo. Di fatto,oggi, assistiamo ad un cambio di rotta e al disperato e goffo tentativo di trasformare notizie insignificanti- richiesta di una sponsorizzazione per un squadra di calcio- in fatti di cronaca da usare come una clava nei confronti di persone e partiti non graditi.
Ma il problema, lo ripeto, è garantire sin da subito la possibilità di una logica di alternanza, unico antidoto capace di garantire un clima in cui la libertà dei Trentini- tutti- possa tornare ad esercitarsi.

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Incontro pubblico con Morandini, Viola e Borga.

Libertà e persona organizza per il 17 ottobre ore 20.30, presso i Salesiani di Trento (entrata con parcheggio da via Brigata Acqui), un incontro sul futuro del Trentino, della famiglia, della società, del welfare… con i candidati Rodolfo Borga, Pino Morandini e Walter Viola. Grazie se farete girare la notizia.

Volantino

Si avvicinano le elezioni provinciali e Libertà e Persona non si sottrae all’esigenza di esprimere una posizione precisa, a partire dall’identità che ci caratterizza, rispetto al dibattito in atto tra le forze politiche e nell’opinione pubblica per il voto del 26 ottobre.

Il nostro giudizio sul governo provinciale uscente

Sono ormai diciotto anni, tra quelli trascorsi come sindaco e quelli passati alla presidenza della Provincia, che Lorenzo Dellai governa ininterrottamente Trento e il Trentino, secondo uno stile caratterizzato da un progressivo accentramento del potere e da una moltiplicazione degli strumenti di controllo dei vari ambiti della società, dall’economia alla cultura, dall’istruzione all’assistenza sanitaria e sociale. Un tale sistema, per propria natura, finisce per creare clientele, favoritismi e ingiustizie: è il sistema della cosiddetta “magnadora”, per cui, come ben sanno i sindaci dei Comuni trentini, chi è allineato ha maggiore faclità di accesso alle risorse provinciali di chi non lo è. Anche senza voler entrare nel merito, per rispetto nei confronti delle indagini della magistratura e delle esigenze di difesa delle persone che vi sono coinvolte, non si può non registrare lo scandalo delle tangenti legate agli appalti pubblici che ha interessato personaggi molto vicini allo stesso presidente della Provincia uscente. Prevale, però, qui la necessità di esprimere un giudizio politico sulle giunte di centro sinistra guidate da Dellai, giudizio che non può che essere negativo, dal nostro punto di vista di cattolici impegnati nell’ambito culturale, per la scarsa considerazione e, anzi, in alcuni casi, la negazione, riservata a valori a noi profondamente cari. L’elenco è lungo:

• la scarsa tutela della maternità e della vita: come dimenticare la dissennata apertura alla Ru 486, definita da autorevoli scienziati, un “pesticida umano” per la donna e il bambino, oppure la chiusura di alcuni punti nascita distribuiti sul territorio;

• il rifiuto opposto dalla maggioranza di centro sinistra, compresa la Margherita oggi Upt di Dellai, alla proposta di promuovere iniziative per la conoscenza della nostra identità e delle sue radici religiose anche per favorire il dialogo con le culture diverse;

• la battaglia portata avanti dagli alleati di sinistra di Dellai contro la scuola cattolica: come dimenticare la riduzione del punteggio per gli insegnanti delle scuole non statali o che, fra i candidati che sostengono Dellai c’è quel Vincenzo Bommassar che è stato il principale promotore del fallito referendum ideologicamente contrario alla scuola paritaria con funzione pubblica;

• sempre nel campo dell’istruzione Dellai, accentrando nelle sue mani competenze forse non proprio meritate, ha ritenuto opportuno non solo non accogliere la reintroduzione di un voto in condotta che abbia qualche reale efficacia, come da proposta del ministro Gelmini, ma ha addirittura depotenziato le riforme del ministro Fioroni, di centro sinistra, trasformando i già inefficaci “debiti formativi” nelle incomprensibili e ridicole “carenze formative”, senza riconoscere l’urgenza educativa di cui invece tutti dovrebbero essere consapevoli;

• la mancanza di attenzione per la libera impresa, in campo economico come in quello sociale, così negletta e trascurata;

• preoccupante è pure la presenza, nello schieramento del “Magnifico”, dei Leali, la cui posizione in campo etico è sovrapponibile a quella di Di Pietro e dei radicali di Marco Pannella.

Oltre a ciò è da respingere come inaccettabile la strategia adottata da Dellai per demonizzare l’avversario: il longevo presidente ritiene che si possa condurre una campagna elettorale, da una parte, riducendo tutta l’opposizione alla sola Lega Nord, dall’altra demonizzando Sergio Divina, come fosse un orco orribile che trasformerà il Trentino in una “landa deserta” di molti poveri e pochi ricchi. Senonchè, la Lombardia e Veneto, dove il centro destra, la Lega Nord compresa, è già da alcuni anni al governo della Regione, non sembra proprio che abbiano subito devastazioni, come se fossero sottoposte ai barbari. Anzi.

Perché intendiamo sostenere con il voto il centro destra

Occorre, piuttosto, prendere atto che uno solo è oggi lo schieramento realisticamente in grado, per candidati e programmi che propone, di offrire un’alternativa credibile alla guida dalla Provincia: si tratta dell’alleanza fra Popolo della Libertà, Lega Nord ed altre otto liste aderenti al centro destra che sostiene la candidatura alla presidenza della Provincia di Divina. Se l’Upt altro non è che un “contenitore” territoriale vuoto, inventato da Dellai al solo scopo di rispondere alla scarsa attrattiva attualmente esercitata dal PD sull’elettorato ex democristiano-margheritino refrattario a dissolversi nel perdente partito di Veltroni, l’aggregazione di supporto a Divina dispone invece di contenuti programmatici robusti e di esponenti politici collaudati, formatisi nel corso di dieci anni di opposizione al centro sinistra. E ancora, mentre Dellai si propone di governare anche nei prossimi cinque anni la Provincia avvalendosi dell’alleanza con il PD trentino, i cui leader sono gli stessi che hanno sempre alimentato la conflittualità interna al centro sinistra nel corso dell’ultima legislatura, al contrario quella raccolta attorno a Divina è una coalizione unita grazie alla condivisione dei valori più cari alla tradizione della nostra comunità. Valori che sono sostanzialmente riconducibili al principio di sussidiarietà. L’alleanza di centro destra si propone infatti di rendere attori protagonisti del nostro sistema i soggetti primari della comunità trentina: la persona, la famiglia, le associazioni, l’iniziativa privata in campo sociale ed economico, i territori, realtà vitali che precedono sia storicamente sia sul piano del diritto l’ente pubblico e al cui servizio vanno quindi poste le politiche provinciali. Attuare il principio di sussidiarietà significa oggi riaprire spazi di libertà nei quali possa tornare ad esprimersi concretamente la responsabilità dei corpi sociali intermedi. A che altro serve infatti l’autonomia della Provincia, se non a riconoscere e valorizzare le risorse umane, le reti di solidarietà, le comunità locali, le competenze e le capacità professionali presenti a tutti i livelli nella nostra convivenza? La vittoria della coalizione di centro destra è la condizione perché le politiche provinciali ripartano da queste risorse: dalla difesa della vita, della dignità della persona e della famiglia fondata sul matrimonio, dalla creatività delle tante realtà umane del terzo settore, delle associazioni, delle iniziative imprenditoriali e territoriali di cui il Trentino è fortunatamente ancora ricco. Scommettere sulla libertà e l’intrapresa responsabile delle persone, delle famiglie e delle loro organizzazioni renderà possibile quella svolta che la stragrande dei trentini auspica per promuovere un deciso miglioramento dei servizi sociali, delle prestazioni del nostro sistema sanitario, della qualità educativa della scuola, mettendo anche in atto interventi capaci di assicurare una casa alle famiglie e un lavoro ai giovani, infrastrutture di collegamento più funzionali, il rilancio della formazione professionale, della ricerca e dell’innovazione per favorire un forte incremento delle attività produttive nei vari settori della nostra economia, a partire dall’agricoltura di montagna, dalle piccole imprese dell’artigianato, del turismo del commercio e dei servizi del terziario avanzato. Con le elezioni del 26 ottobre i trentini hanno l’opportunità di innescare questo processo virtuoso: occorre quindi cogliere l’occasione e contribuire con il voto ad un cambiamento di cui mai quanto oggi la comunità ha bisogno. Libertà e Persona

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