11a GIORNATA NAZIONALE DELLA COLLETTA ALIMENTARE: Sabato 24 novembre 2007

“La carità cambia la vita” .

Sabato 24 novembre si svolgerà in tutta Italia la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus e dalla Federazione dell’Impresa Sociale Compagnia delle Opere. Sarà possibile in quell’occasione aiutare concretamente i poveri del nostro Paese che, secondo le ultime rilevazioni Istat (ottobre 2007), sono quasi il 13% della popolazione italiana. In oltre 6800 supermercati più di 100.000 volontari, tra i quali Marcello Lippi, Paolo Brosio e Giancarlo Fisichella, inviteranno le persone a donare alimenti non deperibili – preferibilmente olio, omogeneizzati ed alimenti per l’infanzia, tonno e carne in scatola, pelati e legumi in scatola – che saranno distribuiti a più di 1.360.000 indigenti attraverso gli oltre 8.100 enti convenzionati con la rete Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, ecc.). In occasione della “Colletta Alimentare” del 2006 gli italiani hanno donato più di 8422 tonnellate di cibo per un valore economico superiore a 26.200.000 euro; l’obiettivo per l’undicesima edizione è di coinvolgere sempre più persone in questo gesto di gratuità incrementando così il quantitativo di alimenti raccolti.

Anche quest’anno, per introdurre al significato della Colletta Alimentare, viene proposta una frase che sottolinea il valore educativo dell’iniziativa: Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco, non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato ad un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice. ANDREJ TARKOVSKIJ

Partecipare a un gesto di carità cristiana come la colletta, così semplice e concreto, accessibile a tutti, svela la legge della vita che è amare, dono di sé. Se uno vede che quando più ama, tanto più è se stesso e che in questo darsi non si perde, ma si guadagna, allora tutta la vita diventa desiderio di condividere il bisogno degli altri per condividere il senso della vita.

A beneficiare della “Colletta” non sono esclusivamente i poveri ma anche i donatori che, attraverso un semplice gesto di carità, condividono i bisogni primari di chi è emarginato. La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione Nazionale Alpini e la Società San Vincenzo De Paoli, e gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e del patrocinio del Segretariato Sociale della Rai. Per informazioni su quali punti vendita aderiscono all’iniziativa oppure su come dare la propria disponibilità per fare il volontario è possibile chiamare lo 02.67.100.410 oppure visitate il sito http://www.bancoalimentare.org/index.php. Si ringraziano: Intesa Sanpaolo, Fastweb, Aurora Assicurazioni, Arvedi, Gruppo FNM e Comieco ufficiostampa@bancoalimentare.it

Vedi i supermercati che aderiscono in Trentino

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La comunione in ginocchio e l’adorazione.

Il Segretario della Congregazione del culto divino, l’arcivescovo cingalese Malcom Ranjith Patabendige Don, ha appena sottolineato l’importanza della comunione in ginocchio, magari con la vecchia balaustra. Il nuovo cerimoniere del papa ha introdotto la croce sull’altare…una riforma liturgica, secondo i vaticanisti più informati, è imminente. Riporto al riguardo una riflessione personale.

Ai piedi di una bella montagna, slanciata verso il cielo, ogni uomo sente dentro di sé qualcosa, un movimento segreto, intimo, incomunicabile, che la parola non sa esprimere, ma che assomiglia molto ad un desiderio di umile adorazione. L’immensità buona e potente della montagna, risveglia nell’uomo di città, nell’uomo delle moderne metropoli piatte e monotone, confuse e rumorose, quello che Romano Amerio considerava il cuore dell’esperienza umana: "il problema dell’uomo è il problema dell’adorazione e tutto il resto è fatto per portarvi luce e sostanza". Che l’adorazione sia il problema dell’uomo, oggi, non è tanto facile capirlo. Non ci aiutano a farlo nè le infinite occupazioni, né gli svaghi senza uscita offertici dalla tecnologia, né il diluvio di parole in cui siamo sommersi.

Eppure, come scrive Radaelli, nel suo bellissimo "Ingresso alla bellezza", "l’adorazione è un atto che soddisfa perfettamente il fine ultimo dell’universo, il quale, a cominciare dal nome, esige in primo luogo l’unità: ma non solo e non tanto l’unità del proprio essere universo, ma l’unità con l’Essere da cui esso, ‘ente per partecipazione’, in tutto dipende: con Dio, con l’Ente in sé sussistente; l’adorazione è l’atto che permette di non fratturarsi da lui, pena trovarsi, statim, nulla".

Su un pensiero analogo a questo si fonda sicuramente la recente decisione di Benedetto XVI di liberalizzare l’antica messa latina, e di attuare col tempo una riforma liturgica nella riforma del 1970. Perché è innegabile che là dove l’adorazione dovrebbe trovare il suo culmine, nella sacra liturgia, nella preghiera comune della chiesa, nel sacrificio che unisce cielo e terra, purgatorio e paradiso, uomini e angeli, vi è sempre di più, oggi, qualcosa di assolutamente incongruo, dissonante. Al punto che il momento fondante della Messa, l’incontro con Gesù eucarestia, che dovrebbe rappresentare il massimo della umiliazione e divinizzazione, al tempo stesso, del fedele, avviene nella nuova liturgia nel più completo anonimato, alla fine della celebrazione, quasi in extremis, non più in ginocchio, come un tempo, ma in piedi, da pari a pari, con una frettolosità urticante, per chi, appunto, desideri adorare; non più in bocca, con quella riverenza che si conviene, ma in mano, come se la comunione fosse non un panis angelicus ma un cibo qualsiasi, che si prende da soli, che si sceglie di afferrare, e non di ricevere, così come si fa a tavola, ad ogni pasto. L’adorazione infatti implica un atto di umile sottomissione, e soprattutto un verso, una direzione: è un orare ad, cioè verso qualcuno, e quel qualcuno può e deve essere solo Dio, non il "popolo", l’assemblea, la comunità.

Pregare verso Dio, verso oriente, esige allora un atteggiamento del cuore e del corpo, che tutta la celebrazione deve contribuire a creare. La messa deve tornare ad essere dialogo tra Dio e gli uomini, tramite il Dio che si è fatto uomo e che si presenta a noi sotto le spoglie del sacerdote, non dialogo tra un presidente e la sua assemblea. E tutto, dall’arte, alle statue, all’altare, alla musica, deve tornare a servire a questo, perché "se manca il genius dell’adorazione trinitaria, subito subentra e gli si impone il genius opposto dell’ antiadorazione, ossia della dispersione, della vacuità, del laicismo irrazionale e relativizzante". Antiadorazione significa, come scriveva il cardinal Ratzinger, "liturgia degenerata in show, dove si cerca di rendere la religione interessante sulla scia di sciocchezze di moda e di massime morali seducenti, con successi momentanei nel gruppo dei fabbricanti liturgici, e di conseguenza una tendenza al ripiegamento sempre più forte in coloro che nella liturgia non cercano lo showmaster spirituale ma l’incontro col Dio vivente". Dio vivente, come nota sempre il Radaelli, che viene addirittura eliminato nelle immagini e nelle croci, con una strana furia iconoclasta: "non c’è più Volto , perché spesso il sacro volto non lo si figura più o, se lo si figura, gli si svellono i caratteri dell’individuo: sacri volti senza occhi, sante mani senza dita, croci senza Crocifissi…".

Lo notava, quasi quarant’anni fa, al principio della riforma liturgica, anche Guareschi, in una finta, amara e ironica lettera al suo don Camillo: " Lei don Camillo…aveva pur visto alla tv la suggestiva povertà dell’ambiente e la toccante semplicità dell’Altare, ridotto a una proletaria tavola. Come poteva pretendere di piazzare in mezzo a quell’umile sacro desco un arnese alto tre metri come il suo famoso crocifisso cui lei è tanto affezionato? …non si era accorto che il crocifisso situato al centro della tavola era tanto piccolo e discreto da confondersi coi due microfoni?". In effetti come si fa ad adorare l’uomo Dio, rivolgendosi ad altri, senza un altare, senza un tabernacolo e senza una croce’

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Indagato don Di Noto, prete anti-pedofili…

M eno male, ora possiamo dirci tutti più tran­quilli: don Fortunato Di Noto da sabato è iscritto nel registro degli inda­gati. La Sicilia, terra di sventure secolari e an­cestrali problemi, vede finalmente aper­to un procedimento della procura di Ca­tania contro il pericoloso prete siracusa­no che da anni stana e denuncia i pedo­fili. Chiaro il reato secondo le parole del­l’accusa: ‘pubblicazione di notizie esa­gerate’.

In pratica, come ha spiegato ai giornalisti il procuratore aggiunto di Ca­tania, Enzo Serpotta, don Di Noto aveva definito «raid vandalico» ciò che assomi­gliava di più a un semplice furto con scasso: lo ha fatto con un comunicato stampa diffuso il 6 novembre scorso, do­po che una delle sedi della sua associa­zione era stata visitata da ignoti che ave­vano divelto la porta, messo a soqqua­dro la stanza e rubato il poco denaro che era in cassa, 126 euro. Insomma, sempre per usare le parole dell’accusa, l’incauto sacerdote avrebbe «turbato l’ordine pubblico», e proprio questo non si può fare: la nostra imperturbabile società è turbata anche troppo – delitti di mafia, studentesse violentate e sgozzate, rapi­ne in villa – senza che ci si metta pure don Di Noto a diffondere il panico. Tra l’altro con un fine ben preciso: «Il suo o­biettivo era attirare solidarietà per la sua associazione», la quale – ricordiamolo – non è a delinquere, ma collabora da an­ni con le polizie postali e le magistrature di mezzo mondo (compresa quella sici­liana) per fermare gli ‘orchi’ della pedo­pornografia. Ammesso e non concesso che don Fortunato, uomo di passione, si sia lasciato un po’ trascinare e abbia tra­sfuso in quel comunicato tutta la sua a­marezza, sconcerta la sproporzione tra il fatidico ‘reato’ e la pronta reazione del pm: undici agenti della Guardia di Fi­nanza inviati con tanto di mandato di perquisizione in quattro luoghi diversi (la parrocchia di Avola, l’abitazione del sacerdote, la sede dell’associazione Me­ter di Aci Castello teatro del furto, e la sede centrale di Avola) alla ricerca di quello che viene chiamato ‘il corpo del reato’. Che cosa cercavano gli undici a­genti?

È sempre il pm Serpotta a spiega­re alla stampa: «Confermo che abbiamo proceduto sulla base di quel volantino in cui si parlava di ‘atto vandalico’, mentre in realtà si trattava di un piccolo furto». Tutto qui? Tutto qui. Undici agen­ti sulle tracce di un comunicato che, proprio perché rivolto alla stampa, era consultabile su tutti i giornali del 7 no­vembre. E che comunque è bastato chiedere alla volontaria di Meter presen­te in quel momento in sede… Di morali dalla storia se ne traggono parecchie. Prima: d’ora in poi se, tornati a casa, tro­veremo la porta divelta, le nostre cose a soqquadro e quel poco di spiccioli por­tati via, facciamo attenzione a parlare di «gesto vandalico», potremmo macchiar­ci di iperbole e finire sul registro degli indagati alla pari dei criminali. Seconda: non è vero che in Italia le forze dell’ordi­ne sono insufficienti e mancano gli a­genti, anzi, ne abbiamo così tanti che possiamo permetterci azioni massicce e tempestive anche per questioni di tale rilievo. Terza: può anche essere che don Di Noto sia «alla ricerca di attestati di solidarietà», ma non sarebbe male se o­gni tanto gliene arrivassero, visto che in questi anni ha fatto arrestare centinaia di pedofili e oscurare migliaia di siti pe­dopornografici, ha subìto minacce di morte e per questo vive sotto protezio­ne. Infine, quella solidarietà che non sempre ha avuto in passato la sta rice­vendo in queste ore, proprio grazie al­l’inchiesta che lo vede indagato: politici di destra e di sinistra, uomini di cultura, semplici cittadini, sono uniti per una volta dalla stessa incredulità. Seriamen­te ‘turbati’, è vero, dall’iperbole, e non certo da quella del prete. (Avvenire 20 novembre 2007)

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Sulla realtà della pillola Ru486: in Trentino e oltre

Lo scorso 31 ottobre sono stati pubblicati sulla stampa locale gli ultimi dati relativi all’utilizzo della pillola abortiva Ru486: da gennaio 2006 a ottobre 2007 sono circa 300 gli aborti farmacologici praticati all’ospedale Santa Chiara di Trento. In merito, vorremmo far presente che il prof. Emilio Arisi, primario di ginecologia al Santa Chiara, non ha mai voluto rispondere alle domande poste a suo tempo dal Movimento per la Vita, circa la pericolosità della Ru486, le sue controindicazioni e le morti avvenute con tale metodo chimico, così come riportate dalla letteratura scientifica. Rinunciamo ad avere da lui queste risposte, non essendo egli obbligato a darcele; notiamo però che quando afferma che “questo uso è descritto in miliardi di letteratura”, ci farebbe piacere sapere di quale letteratura scientifica stia parlando. In riferimento poi al fatto che la percentuale di fallimento di questo aborto farmacologico è contenuta al di sotto del 5%, ovvero casi di donne che hanno bisogno di una revisione uterina per completare l’aborto, non viene detto con quali parametri di riferimento viene stabilita tale percentuale. Ovvero, ben 5 donne su 100 (anziché 1 su 100 dell’aborto chirurgico) hanno bisogno di ben due interventi per abortire! Per quanto riguarda le prospettive di salute della donna, per cui Arisi asserisce che “possono essere solo positive”, forse è anche il caso di affermare che la procedura di questo aborto chimico richiede almeno 15 giorni, il cui esito è incerto fino alla fine, che avviene in solitudine per le donne (è in sostanza, un piccolo “parto”), che costringe la donna a controllare continuamente il flusso emorragico e quindi a vedere nella maggioranza dei casi l’embrione abortito. Noi che non siamo scienziati, siamo stufi di riportare quello che la scienza afferma (i dati sono consultabili anche sul sito www.mpv.org). Dovrebbe essere invece chi sperimenta (sulle donne) questa pillola a dimostrarne l’effettiva validità per la loro salute. Risultano infatti innegabili le pesanti controindicazioni di tale farmaco. Lo stesso assessore provinciale alla salute Remo Andreolli e lo stesso primario prof. Arisi, poco tempo fa hanno ammesso che, come da studi americani, dopo l’utilizzo del Mifepristone (il principio attivo della Ru486) vi sono state “delle morti da Clostridium sordelli, la cui relazione con l’aborto medico non è comunque certa essendo il Clostridium un germe particolarmente diffuso”, affermando dunque che “la Ru486, come tutti gli altri farmaci, presenta il rischio di fenomeni collaterali indesiderati”. Ma allora, perché si continua ad usare la pillola abortiva che è basata sul Mifepristone? Se viene così oggi riconosciuta, diversamente che in passato, come invece era stato da noi più volte ribadito, “la possibilità di complicanze anche mortali dovute al Clostridium sordelli”, perché seguitare continuamente su questa strada? Per il dato relativo ai trecento aborti, poi, ci permettiamo di far presente che sono cifre drammatiche, ma allo stesso tempo ridicole per una sperimentazione, tant’è che i pericoli, i danni e le morti (in buona sostanza, l’efficacia di tale metodo) si possono valutare solamente con numeri ben più grandi (migliaia e migliaia di donne), così come succede, ed è successo in quest’ambito, in tutta la letteratura scientifica riportata. In ogni caso il 5% di 300 fa 15! Il che significa che, pur con numeri così piccoli, non 3 (cioè l’1%), ma ben 15 donne hanno dovuto subire anche l’intervento chirurgico! Ci domandiamo anche: di quante settimane erano queste donne? La letteratura infatti dice che più va avanti la gravidanza, più aumentano le complicazioni! In una sperimentazione francese dall’1 maggio 1988 al 30 settembre 1989 condotta su 16369 donne sottoposte ad aborto chimico (e non trecento), ne sono state valutate 15709 fra gli 11 (si: undici!) e i 48 anni. Lo studio riporta un’efficacia – definita come completa espulsione ovulare senza necessità di intervento chirurgico – nel 95,3% dei casi (mentre l’efficacia dell’aborto chirurgico è del 99%). A questo punto possiamo affermare che il motivo di tanta passione, qui da noi, è chiarissimo: l’obiettivo non è offrire alle donne una scelta in più, come molti sostengono. Se così fosse, dovremmo avere opuscoli informativi seri su tutte le alternative possibili e tutt’altro tipo di campagna informativa. A noi viene il sospetto (saremo forse malfidenti) che si tratti di un modo per alleggerire le strutture sanitarie. Una volta diffusa l’abitudine all’aborto fai-da-te, si potrà modificare la legge 194, come è successo in Francia, e come forse succederà in Gran Bretagna. Del resto, perché il sistema sanitario pubblico dovrebbe impegnare risorse per aiutare le donne che non vogliono un figlio? E mai che mai, poi, ci dovremmo aspettare che lo stato impegni risorse per aiutare le donne che il figlio lo vorrebbero tenere, ma hanno bisogno di un minimo di sostegno economico e morale! Valutiamo quali possono essere i pro e i contro che la letteratura scientifica dichiara nella sua ufficialità. Contro dell’aborto chirurgico: perdita di un bambino; anestesia; possibilità di non riuscita dell’aborto completo nell’1% dei casi. Pro: velocità (qualche ora); 99% di riuscita dell’intervento. Pro della Ru486: si evita l’anestesia. Contro: perdita di un bambino; durata totale dell’aborto fino a 15 giorni (fino all’avvenuta espulsione dell’embrione); “qualche” effetto collaterale, dal momento che gli stessi promotori della Ru486 non negano alcune complicazioni. Tali sono abbondanti e prolungate emorragie, svenimenti, aumento della pressione, nausea, vomito, dolori e crampi addominali, endometriosi, infezioni, aborto incompleto (fino al 20% dei casi di assunzione della pillola, è necessario ricorrere all’aborto chirurgico). Inoltre, l’assunzione della Ru486 mette a rischio la possibilità di gravidanze future. Cosa ben più preoccupante, poi, proprio andando anche a vedere gli altri paesi oltre all’Italia, sono i casi accertati di morte delle donne che hanno assunto la pillola, come, ad esempio, più volte pubblicato dalla Food and Drug Administration, l’ente di controllo sui farmaci degli USA, in merito a morti di donne statunitensi, o dal prof. Greene, direttore di ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, in un editoriale pubblicato sulla rivista “New England Journal of Medicine” (1 Dec. 2005), una delle più prestigiose a livello mondiale, che dimostra che, a parità di età gestazionale, la mortalità della donna per aborto con Ru486 è 10 volte maggiore rispetto a quella con tecnica chirurgica. ? la stessa Danco, industria americana produttrice della pillola, a pubblicare nel suo sito, per obbligo legale, oltre 600 casi di donne che lamentano fortemente gli effetti collaterali della pillola. Come da anni si è detto, la Exelgyn, l’azienda francese che produce la Ru486, il 7 novembre ha chiesto la registrazione del prodotto in Italia. Ci auguriamo che il compito dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) non si limiti ad un burocratico passaggio di carte, ma ad un vero esame della documentazione scientifica e dei dati offerti dall’azienda. La Ru486 lascia la donna nella più completa solitudine per almeno 15 giorni, mentre il suo bambino muore e viene “partorito”; e lei stessa deve guardare e verificare che il piccolo sia davvero uscito da lei! Alcuni dei difensori della Ru486 la propongono come alternativa auspicabile al terribile dramma dell’aborto chirurgico. Tuttavia, anche l’aborto chimico farmacologico non è esente da drammi, ma anzi ne può presentare di più numerosi e, poi, se la reale preoccupazione fosse quella di evitare l’aborto chirurgico, ci si mobiliterebbe per eliminare alla radice le cause che spingono una donna a questo gesto. Anziché mettere in commercio tale pillola
, non sarebbe più umano o solidaristico aiutare le donne in difficoltà con tutti i nostri mezzi a disposizione, da quelli economici a quelli psicologici, da quelli educativi a quelli spirituali? Sandro Bordignon, presidente del Movimento per la Vita – Trento Mauro Sarra, componente del direttivo del Movimento per la Vita – Trento

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Uccisi dalle forze dell’ordine: santi subito?

E’ finita finalmente! E’ finita questa settimana di ordinaria follia che ha percorso l’Italia da Bergamo a Taranto ed i cui guru si sono ritrovati a Genova sabato 17 novembre, dopo essere passati in processione, e qualche volta glorificati, sui maggiori giornali nazionali e trasmissioni televisive tipo “Anno zero“. Il tam tam mediatico che si è succeduto a partire dalla tragica fine di Gabriele Sandri, il supporter della Lazio ucciso da un agente ad un autogrill mentre, al termine di una rissa, si stava allontanando in auto per proseguire il viaggio che lo avrebbe portato allo stadio di Milano, ha raggiunto livelli di desolazione che raramente si ricordano in questo nostro straordinario e disgraziato Paese. Così come desolanti sono stati i commenti alla manifestazione genovese che aveva come scopo principale protestare contro la Commissione Affari Costituzionali del Senato che non ha convalidato la richiesta di una commissione parlamentare sui comportamenti della polizia durante il G8 del 2001. Le reazione di una parte del mondo politico, poi, ha fatto il resto, offrendo ai cittadini un quadro dei suoi membri ancora più disarmante di quanto non fosse già precedentemente ai fatti, drammatici, che si sono susseguiti nei giorni scorsi. C’è davvero qualcosa di paranoico in questo Paese: due gruppi di giovani si incontrano, per caso, in un autogrill; il viaggio è lungo, fanno una pausa. Normale, anzi lodevole, te lo dicono anche i cartelli ai lati dell’autostrada “Stanco? Non rischiare! Fermati al prossimo autogrill.” Solo che da due automobili scendono dei ragazzi che santificano la domenica andando in pellegrinaggio al santuario della propria squadra e di questa portano al collo, talvolta anche tatuato sulla pelle, i segni distintivi: sciarpe colorate esibite come amuleti, per i quali si può dare la vita. I colori delle sciarpe, però, questa volta sono diversi: appartengono ad un’altra religione. Non c’è dialogo, non esiste ecumenismo fra supporters di squadre “nemiche”; comincia la zuffa, che, sembra, degenera in rissa vera e propria. Dall’altra parte dell’autostrada ci sono altri due ragazzi. Questi la divisa ce l’hanno sul serio. Quella domenica la santificano facendo il loro dovere, lavorando, pattugliando quel tratto di asfalto anonimo che segnerà per sempre l’esistenza di uno di loro; chissà cosa aveva intenzione di fare l’agente Spaccarotella, chissà cosa gli passa per la testa. Spara. Uccide. Un ragazzo dall’altra parte del guard rail muore. Inizia una settimana di ordinaria follia. Quasi simultaneamente in tutta Italia scoppiano tumulti, episodi di violenza che sfociano in atti di vera e propria guerriglia urbana. Addirittura a Roma si assalta un commissariato di polizia senza che nessuno intervenga a difenderlo; si scoprirà in seguito che l’ordine di non intervenire in alcun modo è stato dato dal Ministro degli Interni Giuliano Amato. Francesco Cossiga, che nella sua lunga carriera politica è stato anche Ministro dell’Interno, epoca in cui fu ribattezzato “Kossiga”, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano “Libero“: “Se (all’epoca, ndr) gli autonomi avessero assaltato una caserma, c’era il mio ordine scritto di rispondere al fuoco con il fuoco: non si sarebbero mai sognati di farlo perché noi avremmo risposto con le armi. Il fatto è – puntualizza l’ex presidente della Repubblica – che tra chi assalta le caserme della Polizia e dei Carabinieri ci sono non pochi elettori della maggioranza di centrosinistra“. Le notizie rimbalzano, le responsabilità sugli scontri vengono palleggiate fra Ministero degli Interni ed i superiori dell’agente Spaccarotella, il quale è lasciato solo proprio da chi avrebbe dovuto tutelarlo, almeno fino al termine di un regolare processo. I pochi delinquenti fermati sono già a piede libero, salutati dai loro clan come degli eroi. Siamo al far west. E’ già pronta una corda, anzi una sciarpa, per appendere il disgraziato agente.

Anche il funerale del povero Gabriele Sandri non è sfuggito a questo clima di isteria folle. Nel momento del dolore, un dolore straziante come la perdita di un figlio, di un fratello, la cerimonia funebre, il momento estremo in cui si accompagna un nostro caro alla sua ultima dimora, si è svolta in un clima da stadio, peggio: un’atmosfera quasi da cerimonia pagana, dove, al posto della croce sventolavano le sciarpe con i colori sociali dei clubs tenute in alto, simbolo di appartenenza al clan, alla tribù. Poi il rito di coprire con i colori delle squadre di calcio la bara, come un tempo si riservava agli eroi caduti in battaglia con l’alloro. Più che un viaggio verso il Signore sembrava un scena da opera wagneriana, una cavalcata con le Walchirie verso il Walhalla, nel paradiso degli eroi del dio Pallone. Poi i canti. Non quelli sacri, non si parla di resurrezione, non si invocano i santi: al loro posto fuori dalla chiesa l’inno della Lazio, la squadra del cuore di Gabriele. I mass media fanno il resto: come una maionese impazzita mischiano la morte del tifoso laziale ad opera di un poliziotto con la morte dell’agente Raciti a Catania e di Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso dal carabiniere Placanica nel corso degli scontri di Genova del 2001. Molti giornalisti e uomini politici, soprattutto a sinistra, hanno iniziato un lavoro di sciacallaggio mediatico che merita la nostra deplorazione: in poche ore i principali gruppi ultras coinvolti negli incidenti di piazza, vengono dipinti come covi di terroristi di estrema destra da estirpare subito con decisione. Poche ore dopo, quando si scopre che gli ultras di quasi tutte le squadre si erano dati appuntamento in vari luoghi delle principali città italiane per compiere atti di guerriglia urbana vera e propria, gruppi politicamente vicini alla sinistra e all’estrema sinistra compresi, allora il discorso cambia, come cambia l’obiettivo della maggior parte degli opinion makers nostrani. Finisce per magia la richiesta di fermezza. Si torna a mettere nel mirino la polizia. Tanto è vero che anche esponenti di spicco del mondo no global, Casarini in testa, si stracciano le vesti e incominciano a cavalcare la protesta verso le forze dell’ordine come non si ricordava dal tragico G8 di Genova. Per l’agente nessuna pietà, nessuna attenuante: il processo non è ancora incominciato, la magistratura non ha certamente terminato il proprio lavoro, ma la sentenza è già stata emessa: omicidio volontario. Portatelo dentro e gettate la chiave. Senza diritto di replica, neppure un sussulto di cristiana pietà. Questa volta i paladini alla “nessuno tocchi Caino” sono rimasti muti, forse in letargo vista la stagione. Li ricordate, al contrario, gli stessi politici e gli stessi mass mediologi quando a morire per mano di un teppista a Catania fu l’agente Raciti? Stuoli di buonisti e sociologi impegnati a cercare di capire il degrado del territorio che ha generato quell’episodio, cercando di spiegare il malessere dei giovani, la mancanza di valori degli adolescenti che avevano commesso quel barbaro assassinio al termine di una partita di pallone. Pippo Baudo che come Salomone dispensava saggezza e tutti lì ad ascoltarlo. All’epoca avevano persino paura a pronunciare la parola “assassino”. Tutti ad intervistare il padre del maggior sospettato cercando di convincerci che l’ambiente, la società degradata meridionale, i Borboni magari, erano i veri colpevoli, non il povero ragazzino che si scagliò contro Raciti. Poi il silenzio. Di tomba. Credo che un minimo di cautela, un pizzico di buon senso potrebbe aiutare a valutare meglio le cose pur senza negare la drammaticità e la complessità dei fatti. Vi è in Italia un sottobosco strisciante che ormai può agire impunemente alla luce del sole, ogni domenica prima, durante e dopo un incontro di calcio; accanto a questi vi sono poi gruppi di no global per i quali non esistono leggi, regolamenti del buon vivere civile; giovani, ma spesso non giovanissimi, tenuti prudenzialmente ai margini, ma utilizzati all’occorrenza per destabilizzare, carne da macello da sacrificare all’altare di una certa politica, legalitaria o movimentista a seconda della convenienza. Sabato 17 novembre, a Genova, queste realtà si sono ritrovate. I partecipanti sono stati meno del previsto, a dire la verità. Non è successo alcun incidente di rilievo, e non possiamo che rallegrarcene; ma insieme a queste realtà spesso al limite della legalità, hanno marciato esponenti politici che rappresentano e sostengono l’attuale maggioranza di governo. E gli slogan contro le forze dell’ordine sono stati ben udibili: “non giustizia, ma vendetta“, “chiesa e polizia, giustizia e vendetta“, “la giustizia non è nei tribunali. Vogliamo la vendetta per Carlo Giuliani“. Vendetta! Tremenda vendetta! A quando l’istituzione di un tribunale del popolo? Presidente Napolitano, Ministro Amato date un segno della vostra presenza alla maggior parte degli italiani che apparentemente invano chiedono legalità, giustizia per tutti in un clima di pacifica convivenza. Se Placanica e Spaccarotella hanno sbagliato sconteranno la loro pena, ma evitiamo di associarci a chi vuole creare attorno alle figure dei ragazzi morti un alone di eroicità metropolitana. A loro vada la nostra preghiera, ma senza dipingerli con in mano la palma del martirio e tenendoli ben lontano da ogni strumentalizzazione politica.

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I crepuscolari e la modernità.

Se il poeta è colui che porta alla luce, dall’abisso dell’interiorità, ciò che di più essenziale, di più umano vi è in noi, egli non può fare a meno di parlare di Dio. Non gli è possibile. Non sarebbe vero poeta. Sarebbe, al più, un abile verseggiatore, o un venditore di illusioni.

La poesia moderna, umanista, inizia con Petrarca: l’uomo che ama, di un amore troppo carnale, Laura, e l’alloro, la fama e l’onore mondani, alla fine torna a Dio, insoddisfatto, chè la vita gli mostra ogni istante che "quanto piace al mondo è breve sogno". Nel secolo passato, della decadenza, dell’ateismo e del sangue, i costruttori della felicità politica non sono mai poeti: al contrario, giornalisti, saggisti, polemisti…

Scrivono il Mein Kampf, editoriali della Pravda o del Popolo d’Italia, il libretto rosso, esattamente come gli illuministi producevano saggi, enciclopedie, utopie, ma poca poesia e poca arte. Amore, vita, morte, felicità, le uniche cose che contano, vengono accantonate: si discute di economia, rivoluzione, potere… L’orizzonte è sempre e solo terreno, come se Dio, il Mistero, non ci fosse; come se loro stessi fossero Dio. I veri poeti no. Per loro, se Dio non c’è, è finita: regna l’assurdo. Vivono magari nella stessa temperie culturale, prostrati dallo stesso nichilismo, dal medesimo dubbio, dei loro contemporanei, ma non si lasciano comprare da un senso religioso, quello ideologico, adulterato e fasullo, né da speranze meramente terrene. Pensiamo a Leopardi: le "magnifiche sorti e progressive" dell’illuminismo suscitano in lui un profondo disprezzo. Aspira a "interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete", all’infinito del mare… I suoi sono "desideri infiniti", cui cerca una soddisfazione mondana, ma rendendosi sempre conto che non basta. Leopardi aspira a Dio, e lo rifiuta, ma non sostituisce mai, all’Eterno, né se stesso, né il mondo. Per lui infatti "il fine dell’uomo, il suo sommo bene, la sua felicità non esistono"; eppure il cuore "cerca e cercherà sempre sommamente ed unicamente queste cose" (Zibaldone). Leopardi, come scrive Divo Barsotti, "non vive che per domandar conto di sé, per chiedere la ragione della sua vita". Alza gli occhi alla luna, e li abbassa alla terra, e poi di nuovo, di continuo. E’ imbevuto di filosofie atee, sensiste, ma non cessa mai di inquietarsi. Non si rassegna ad essere materia inerte, senza scopo. Non lo farebbe neppure se qualcuno gli spiegasse, "scientificamente", che è solo un "refuso" della natura, un evento "casuale", un animale "evoluto".

Così è il cuore: se Dio non c’è, tutto perde significato, e rimane solo "l’infinita vanità del tutto". Per questo tante volte in Leopardi "l’infelicità si fa parola di accusa come in Giobbe, ma più spesso, forse, inconsapevole e segreta preghiera": "Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?". Qualcosa di simile accade anche ai crepuscolari, all’inizio del Novecento. Le promesse e i dogmi del positivismo, l’esaltazione del futurismo, l’interventismo messianico, la religione nazionalista, il nascente contrapporsi tra rossi e neri, sono per loro, da subito, vano agitarsi di sciocchi: a nessuna di queste speranze, da poco, si aggrappano per trovare la salvezza, quella vera. I poveri e tristi crepuscolari vedono spesso molto più in là di tanti contemporanei, osservano disincantati la malattia del secolo, lo smarrirsi dell’uomo: "non so che triste affanno mi consumi/ sono malato e nei miei dì peggiori". Sono versi di Guido Gozzano, il poeta che ha bevuto il "veleno dannunziano": si è nutrito del superomismo, dei versi altisonanti, senza contenuto, puro colore e suono, usciti dalla penna e non dal cuore di D’Annunzio, e ha sognato per sé amori straordinari, "attrici e principesse".

Ma si è accorto che questo desiderio di costruirsi una vita "divina", di essere ad un tempo il popolo che attende ed il Messia che salva, di creare con le parole una splendida cornice al vuoto di significato, inaridisce il cuore e la mente: porta ad una "vita sterile, di sogno", alla delusione più cocente. Sono tristi, questi poveri crepuscolari, che ci parlano spesso di candele consunte, di conventi, di vecchie suore e di chiese buie e deserte. Riconoscono il crepuscolo, anche quello della fede, e ripetono, come Leopardi, la domanda essenziale: "Ed io che sono?". Consapevoli del vuoto, chiedono, come Sergio Corazzini: "perché tu mi dici poeta?". Non aver niente da dire, su di sé e sul mondo, di certo, di vero, di bello: questo è il loro cruccio, la consapevolezza che senza Dio ogni passo è perduto, ogni parola inutile.

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C’E’ UN LIMITE ALLA LIBERTA’ DI CIRCOLAZIONE

La libera circolazione delle persone costituisce una delle libertà fondamentali nel mercato interno europeo. Ma per i cittadini dell’Unione non è previsto un diritto di soggiorno illimitato. Se è superiore ai tre mesi, spetta solo ai lavoratori subordinati o autonomi e a chi dispone di risorse economiche sufficienti e di un’assicurazione malattia. La legge italiana di recepimento, poi, contempla limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno per motivi di ordine pubblico. Perché sindaci e prefetti che chiedono più poteri sull’ordine pubblico non la applicano?
Ci è voluto il grave delitto commesso a Roma da un cittadino romeno lo scorso 31 ottobre 2007 perché in Italia ci si interrogasse sull’efficacia della legislazione vigente che disciplina il soggiorno degli stranieri comunitari in Italia. Amministratori e forze dell’ordine si sono difesi dall’accusa di non essere in grado di garantire la sicurezza nelle città italiane sostenendo che la normativa europea impedirebbe loro di allontanare cittadini comunitari che costituiscono una minaccia per la pubblica sicurezza. I sindaci e i prefetti invocano a gran voce nuove leggi e più poteri. Regole europee inadeguate e vuoti legislativi sarebbero, dunque, tra le cause dell’insicurezza delle nostre città. Ma è davvero così ?
Il diritto alla libera circolazione
Il diritto di circolazione e soggiorno dei cittadini comunitari è regolato a livello europeo, agli Stati membri spetta la disciplina di dettaglio per l’attuazione delle normative comunitarie.Non dobbiamo dimenticare che la cittadinanza dell’Unione conferisce a ciascun cittadino il diritto primario e individuale di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri e che la libera circolazione delle persone costituisce una delle libertà fondamentali nel mercato interno. Ogni limitazione e condizione posta all’esercizio di tali diritti deve avvenire nel rispetto del trattato Ce e delle disposizioni adottate in applicazione dello stesso. La disciplina rilevante in tema di circolazione e soggiorno delle persone fisiche è contenuta in una recente direttiva (2004/38) che, raccogliendo in un unico testo la normativa europea stratificatasi nel corso degli anni, ha posto le regole per le modalità d’esercizio del diritto di libera circolazione e di soggiorno dei cittadini dell’Unione Europea e dei loro familiari e le sue restrizioni per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica. La direttiva distingue tra diritto di circolazione e soggiorno fino a tre mesi, per il cui godimento è richiesta la sola formalità del possesso di un documento d’identità o di un passaporto valido, dal diritto di soggiorno per una durata superiore a tre mesi. Il cittadino comunitario che intenda avvalersi del diritto di soggiorno superiore ai tre mesi deve soddisfare le seguenti condizioni: esercitare un’attività in qualità di lavoratore subordinato o autonomo; disporre di risorse economiche sufficienti e di un’assicurazione malattia; seguire una formazione in qualità di studente e disporre di risorse sufficienti e di una assicurazione malattia per evitare di diventare un onere per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il soggiorno; essere un familiare di un cittadino dell’Unione facente parte di una delle categorie sopra menzionate. Gli Stati possono legittimamente allontanare il cittadino dell’Unione o un suo familiare per ragioni di ordine pubblico, di sicurezza pubblica o sanità pubblica. Tuttavia, la decisione non può essere dettata da ragioni economiche, nel senso di misure protezionistiche intese a favorire i cittadini dello Stato ospite, e i provvedimenti relativi alla libertà di circolazione e di soggiorno devono basarsi esclusivamente sul comportamento personale dell’interessato che deve costituire una minaccia effettiva e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale dello Stato. Il provvedimento di rifiuto dell’ingresso o di allontanamento dal territorio deve essere motivato e notificato all’interessato. Fatta eccezione per casi urgenti, il termine ultimo per lasciare il territorio non può essere inferiore a un mese a decorrere dalla data di notifica. La direttiva prevede tutta una serie di garanzie procedurali. In particolare, l’interessato deve avere accesso ai rimedi giurisdizionali e eventualmente amministrativi previsti nello Stato membro ospitante.
La legge italiana
L’Italia ha tardivamente recepito la direttiva con il decreto n. 30, del 6 febbraio 2007 che per la gran parte riprende il testo stesso della direttiva e detta poche norme di dettaglio. Tra queste, sono degne di nota le disposizioni contenute negli articoli 20 e 21 che riguardano, rispettivamente, le limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno per motivi di ordine pubblico e l’allontanamento per cessazione delle condizioni che determinano il diritto di soggiorno. Si tratta di due fattispecie ben distinte. La prima riguarda l’allontanamento di cittadini comunitari che pongono in essere comportamenti contrari all’ordine pubblico e alla sicurezza dello Stato e la competenza a emanare tali provvedimenti viene attribuita al ministro dell’Interno (il decreto legge del 1? novembre 2007 ha esteso la competenza ai prefetti nei casi comportamenti contrari alla pubblica sicurezza). La seconda riguarda l’allontanamento dei cittadini comunitari che non soddisfano le condizioni per poter godere del diritto di soggiornare in Italia e la competenza a emanare i provvedimenti spetta ai prefetti. Oggi, sindaci e prefetti chiedono più poteri in materia di ordine pubblico, ma non spiegano perché non si avvalgono delle disposizioni già in vigore. L’Unione Europea non legittima le migrazioni di persone prive di mezzi di sussistenza, né impedisce agli Stati di predisporre misure di difesa purché, naturalmente, siano rispettose dei diritti fondamentali della persona. Il diritto comunitario non prevede un diritto di soggiorno illimitato ai cittadini dell’Unione. Il diritto di soggiorno superiore ai tre mesi spetta solo ai lavoratori subordinati o autonomi, a chi non lavoratore dispone di risorse economiche sufficienti e di un’assicurazione malattia e agli studenti che dispongano di risorse sufficienti e di una assicurazione malattia. Ma le persone che oggi si vorrebbero allontanare per motivi di pubblica sicurezza soddisfano queste condizioni ? La direttiva consente agli Stati di procedere a verifiche quando vi sia un ragionevole dubbio sulla titolarità del diritto soggiorno. Poiché il problema sembra venire da situazioni di degrado ben note a comuni e prefetture, nulla impedisce di procedere a controlli per verificare che le persone che vivono in quelle condizioni siano in Italia da più di tre mesi e se dispongono di un reddito sufficiente e di un’assicurazione medica. Ciò presuppone un costante controllo sul territorio che sopperisca al venir meno dei controlli sistematici in frontiera, ma che comunque sarebbe limitato a coloro per i quali possa sorgere un ragionevole dubbio sulla capacità di soddisfare le condizioni richieste dalla legge per beneficiare del diritto di soggiorno. Non va dimenticato che l’iscrizione anagrafica è obbligatoria per i cittadini dell’Unione che intendano soggiornare nel nostro paese per un periodo superiore ai tre mesi. Certo, l’allontanamento per mancato soddisfacimento delle condizioni richieste per beneficiare del diritto di soggiorno, a differenza dell’allontanamento per motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e salute pubblica, non può essere accompagnato da un divieto di reingresso. Tuttavia, una disposizione nazionale che sanzioni con il divieto di reingresso la persona destinataria di più provvedimenti di allontanamento emanati in un breve arco temporale sarebbe ammissibile considerando il sistematico abuso del diritto di soggiorno come un comportamento contrario all’ordine pubblico.
Maria Paola Mariani – La Voce newsletter 16 novembre 2007

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Israeliani e palestinesi: il tortuoso sentiero della memoria.

di Anna Foa Quando nel 1988 Benny Morris, il capofila della nuova storiografia israeliana, pubblicò in inglese il suo libro sul problema dei profughi palestinesi — apparso in ebraico solo nel 1991 e in italiano, sia pur in una nuova edizione completamente rivista, con il titolo di Esilio, solo nel 1995 da Rizzoli — il dibattito sulle sue tesi fu subito accesissimo. Morris sosteneva infatti, sulla base di approfondite ricerche negli archivi israeliani da poco resi accessibili — non altrettanto poteva dirsi di quelli palestinesi, per quell’epoca inesistenti, o di quelli degli Stati arabi, chiusi agli studiosi israeliani — che una grossa parte dei profughi palestinesi che lasciarono Israele durante la guerra del 1948 lo fecero perché espulsi con la forza dall’esercito di Israele.

La sua versione, che non coincideva con la vulgata palestinese secondo cui questa espulsione sarebbe stata il risultato di una volontà prederminata del governo di Israele, smontava però anche radicalmente la versione israeliana, secondo cui i palestinesi se ne erano andati spontaneamente o spinti dai loro stessi dirigenti. Lo stupore con cui le tesi di Morris furono accolte in Israele, la durezza delle polemiche suscitate dal suo libro, ci fanno pensare che si trattasse di una conoscenza storica nuova, che si affacciava per la prima volta. Eppure, non era così. Che l’esilio dei palestinesi fosse stato in molta parte tutt’altro che spontaneo era cosa di cui la generazione del 1948, che di quei fatti era stata protagonista, era stata ben consapevole.

E anche più tardi, quando la memoria si era offuscata e la consapevolezza diluita, la rimozione era stata solo parziale. Il dibattito sul 1948 A ricordarcelo viene ora un libriccino di grande interesse, "Brutti ricordi. Il dibattito in Israele sulle espulsioni di palestinesi nel 1948-1949" con saggi di Ephraim Kleiman e Anita Shapira, appena pubblicato dalle edizioni Una città, con una prefazione di Pierre Vidal-Naquet, ultimo scritto del grande studioso, datato due settimane prima della sua morte, nel 2006, e scritto con una viva partecipazione alla questione palestinese e ai percorsi della società israeliana.

Storico da sempre affascinato dalla storia della memoria, Vidal-Naquet ha ritrovato in questo libro un discorso che non tocca tanto i fatti quanto il loro immaginario. Ed effettivamente di questo si tratta: del come, del quanto e del perché Israele ha ricordato. È un volumetto composito, che parte da un testo — e che dobbiamo, se vogliamo leggerlo, cercare nelle edizioni Einaudi — che non è presente nel libro: un lungo racconto pubblicato nel 1949 da un importante narratore israeliano, Samekh Yizhar, "La storia di Khirbet Khiza" — ma il titolo italiano, del 2005, è "La rabbia del vento" — considerato un classico della letteratura, entrato dal 1964 a far parte dei programmi scolastici di letteratura ebraica nelle scuole. In "Brutti ricordi", lungo saggio di una dei maggiori studiosi israeliani del sionismo, Anita Shapira analizza nel tempo, attraverso la fortuna di questo testo, le vicissitudini della memoria del 1948 in Israele. Al suo saggio è accostata una riflessione-testimonianza, scritta nel 1980 da Ephraim Kleinman, un importante economista che da giovane partecipò ad operazioni analoghe a quella descritta da Yizhar in maniera romanzata (Khirbet Khiza, infatti, non esiste, e lo stesso autore è incerto se presentarlo come un caso isolato oppure un simbolo): l’espulsione degli abitanti di un villaggio palestinese e la distruzione delle loro case, e al tempo stesso le diverse reazioni dei soldati, che vanno dall’indifferenza, se non dal sadismo, al dubbio e alla rivolta interiore.

Ma come mai, se un testo forte e duro come quello di Yizhar non solo aveva suscitato polemiche e dibattiti, ma era addirittura entrato fra i testi scolastici, gli israeliani possono essersi stupiti delle conclusioni, basate su fonti documentarie e non su un racconto, ma sostanzialmente concordanti, di Morris e della storiografia cosiddetta post-sionista? Come mai, pur avendo letto il libro a scuola, gli studenti di Anita Shapira restano attoniti rileggendolo nelle aule universitarie? Che percorso ha avuto questa memoria? Il saggio di Shapira ci conduce per mano, attraverso le varie fasi della ricezione di questo piccolo testo, nel fondamentale percorso lungo il quale la società israeliana ha dimenticato il suo peccato d’origine, ha rimosso l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi. Non di tutti quelli che se ne sono andati, certo, ma di molti di essi. Molti fuggirono per la paura della guerra, una guerra scatenata e voluta dai paesi arabi, ricordiamolo. Altri, come ad Haifa, lasciarono le loro case perché lo vollero i loro capi. Ma altri ancora andarono in esilio perché furono espulsi dall’esercito di Israele, sia nel corso delle operazioni militari che successivamente.

Le loro terre e le loro case furono occupate dai nuovi immigranti, dai profughi ebrei della Shoah, da quelli dei paesi arabi. La memoria di questi fatti fu ondivaga. In una prima fase, quando la conoscenza di quello che era successo era ancora viva nella generazione della guerra del 1948, il dibattito si riferì non ai fatti, ma alla loro necessità storica. Era il discorso del "noi o loro", accompagnato però da intense riflessioni sul cinismo delle giovani generazioni, sulla perdita dei valori dei soldati nel corso della guerra. Più tardi, nel 1978, in una seconda fase del dibattito, che accompagnò l’uscita televisiva di un film tratto dal libro di Yizhar, il dibattito si spostò sull’opportunità politica di raccontare questa storia. Nel frattempo, anche la memoria dei fatti era svanita, o perlomeno si era diluita, nelle nuove generazioni che crescevano, che non avevano partecipato a quegli eventi, con gli ebrei dei paesi arabi che avevano a loro volta conosciuto un’analoga espulsione, con il problema dei territori occupati nel 1967. Reimparare a ricordare Fu così che la società israeliana, ci racconta Shapira, ha potuto ricordare e dimenticare, ricordare e dimenticare di nuovo, e ancora di seguito: "L’espulsione non è mai stata un segreto. Ci sono stati momenti in cui se ne dibatteva più apertamente, ed altri in cui emergeva una posizione più compiacente e farisaica. Preferiamo non ricordare, così come scartiamo quei controversi frammenti di realtà che ci opprimono o scuotono la nostra auto-immagine. Khirbet Khiza è rimasto come ‘un ricordo sgradevole’ persistente". Per questo, anche se generazioni di studenti hanno letto in classe le parole con cui Yizhar racconta l’espulsione del 1948, ci si può ancora stupire leggendone in un libro di storia. Che Khirbet Khiza sia stato adottato nelle scuole è certamente un grande esempio di apertura. Ma i tortuosi percorsi della memoria offuscano con i veli della rimozione e dell’oblio anche i momenti di coraggio e di sincerità. Ed ogni volta, sembra dirci questo libro, bisogna reimparare a ricordare.

Da "L’Osservatore Romano" di domenica 11 novembre 2007

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La rivoluzione francese: dialogo tra mons. Negri e Angela Pellicciari

Pellicciari – La rivoluzione Francese è uno degli eventi più importanti del secondo millennio. A mio giudizio, dopo la Riforma luterana, che è l’evento più carico di conseguenze, ce n’è un altro, che si chiama la Rivoluzione francese. Questa rivoluzione, che è salutata come l’evento della modernità, l’evento della speranza, della possibilità di raggiungere la felicità da parte dell’uomo. Questo evento, dopo il quale la storia umana si incammina compiutamente verso la sua modernità, che poi porterà al comunismo, da una parte, e al nazismo, dall’altra. Comunque di questo evento si parla sempre come un evento fondativo, pertanto come un evento di grande positività. La storia, come gli ascoltatori di Radio Maria sanno, mostra spesso fatti diversi da quelli che vengono raccontati. Parliamo oggi della Rivoluzione Francese con sua eccellenza monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro.

Buon giorno Don Negri. Buon giorno! Allora devo dirvi che io sono molto affezionata a don Negri perché ha firmato la prefazione di due miei libri, compreso l’ultimo, che ho commentato l’altra volta: “I papi e la Massoneria”. Don Negri, che cosa è stata la Rivoluzione Francese?

Don Negri – Mah, innanzitutto voglio ringraziare dell’opportunità che mi è data di dire alcune cose che ritengo vere, non in favore di una o di un’altra parte, ma vere, perché noi abbiamo sempre lavorato perché la storia ricuperasse i suoi lineamenti fondamentali, al di là di tutte le incrostazioni o le mistificazioni. In secondo luogo sono lieto di darti questo aiuto perché è una grande amicizia la nostra, e abbiamo imparato l’uno dall’altro credo molto. Io certamente ho imparato molto da te, dalla tua precisione nella ricerca, dal tuo coraggio nell’affermare tesi confermate dalla storia…

Pellicciari – Arrossisco a distanza! Don Negri – Beh, io credo che si possa partire da quello che hai già accennato tu, Angela. La rivoluzione Francese è un dogma, nel senso deteriore della parola, cioè non si può mettere in discussione. È un avvenimento epocale, che ha segnato l’inizio di un’epoca nuova, una rottura radicale col passato. Tutto il passato è negativo! È coniato un termine specifico, anche se questo – come cercherò di dimostrare – ha ben poca corrispondenza con la realtà effettiva delle cose. L’Ancien Régime, l’antico regime, la somma di tutte le ingiustizie sociali, di tutte le superstizioni, di tutte le ignoranze, di tutte le violenze che si potessero pensare. Così, dei rivoluzionari della Prima Repubblica, nel 1793, scriveranno: “I nostri figli e i nostri nipoti dovranno ringraziarci di averli liberati da questa orrenda vergogna”. Quindi è un avvenimento che è tutto positivo, mentre il passato è tutto negativo. Quando nel 1989, allo scadere del secondo secolo dalla Rivoluzione, anche in Francia si avviarono delle revisioni storiche tese forse a mettere in evidenza degli aspetti che erano stati sottovalutati o addirittura eliminati, e uscirono una serie di volumi. Tu Angela ti ricorderai senz’altro che era uscito quell’ottimo volume collettivo, coordinato da François Fouret, che è il massimo studioso.

E si faceva, in questa serie di studi, qualche rilievo su tutta la mentalità comune, la mentalità non soltanto dei professori universitari, insorse come un solo uomo a dire a questo gruppo di studiosi che della Rivoluzione Francese non si può parlare se non bene. Un po’ come di Garibaldi per noi in Italia. Allora io vorrei questa mattina innanzitutto fare due osservazioni preliminari, o meglio, di ingresso nella questione. E poi correre, scorrere i grandi eventi, cioè la cronologia, fermandomi sull’uno o sull’altro in modo di spiegarli, per poi, nella seconda parte, che credo sarà la volta prossima, vedere i nemici o il nemico vero della rivoluzione, che è stata la Chiesa. E quindi passare in rassegna gli eventi terribili che hanno caratterizzato la vita della Chiesa in Francia dal 1790 al 1801, 1802, che hanno fatto parlare di un genocidio. E poi l’altro grande episodio inquietante, terribile, che lancia ancora un’ombra sulla storia dell’Europa moderna, che è stato, quello si, il genocidio della Vandea. Il genocidio di quella< regione della Francia che non accettò l’ateismo di stato e per questo fu addirittura fatta scomparire di fatto dalla carta geografica. La prima osservazione è: come stava la Francia prima della Rivoluzione Francese? Era davvero il regno della superstizione, dell’ignoranza, della violenza, delle ingiustizie sociali? Io credo che si possa dire – lo dice uno dei più grandi storici della Rivoluzione Francese, l’autore Pierre Gavotte nel suo “La Rivoluzione Francese”, che è diventato un classico ed è un punto di riferimento di grande oggettività – la Francia stava come stavano un po’ tutti i paesi europei in quella seconda metà del XVIII secolo. una realtà che aveva luci ed ombre. Una realtà che iniziato il cammino della industrializzazione che, come in tutti gli altri paesi, creava dei problemi nuovi. C’era una realtà che voleva entrare nella gestione del potere da cui fino ad allora era stata, non dico, emarginata, ma non in modo corrispondente alle sue esigenze. È uno stato – dicono gli storici, quello che non sono al soldo di nessuno – sostanzialmente solido, abbastanza articolato. Certamente non è uno stato centralista e burocratico come sarà quello che nasce dalla Rivoluzione Francese, tramite la mediazione del soldato Napoleone Bonaparte. Il vertice del potere risiede nel Re. Il Re esercita questa funzione, direi non tanto immediatamente da un punto di vista che noi chiameremmo oggi politico, ma, mi si passi il termine, da un punto di vista di investitura religiosa. È il punto di riferimento ultimo di questa realtà socio-politica perché quello che mette in gioco, come fondamento della sua autorità è certamente la trasmissione corretta del potere attraverso la linea ereditaria, ma è veramente una missione. Il Re di Francia è incoronato con una solenne celebrazione liturgica nella cattedrale di Rennes. Tra l’altro, si dice, dai tempi di Carlo Magno, l’unzione dei re è un’unzione che viene fatta con un crisma che è molto vicino, se non proprio lo stesso, del crisma che viene usato per la ordinazione dei vescovi. Quindi è un punto di riferimento direi quasi parentale e, tutto sommato, al di là della facilissima disinformazione, credo che la linea dei re francesi fino all’ultimo, Luigi XVI, sia stata sostanzialmente una monarchia, tutto sommato, discreta, con alcuni punti molto positivi. In questa Francia prerivoluzionaria c’è la presenza di una grande proprietà fondiaria, la grande nobiltà, la nobiltà di sangue, che però si è andata indebolendo perché, soprattutto da Luigi XIV, che è quello che ha cercato di dare al regno una struttura più moderna, la nobiltà di sangue è stata in qualche modo controbilanciata dalla nobiltà di toga. Cos’è la nobiltà di toga? Sono i grandi funzionari, che avendo terminato il servizio dello Stato come intendenti delle finanze, come prefetti, come giudici di pace o giudici amministrativi, vengono premiati dalla Corona con una nobiltà che non è una nobiltà di sangue, ma è una nobiltà di toga. Quindi è l’inizio della burocratizzazione dello Stato che tende a controbilanciare il potere della Corona, il potere della nobiltà di sangue con questa nuova realtà. Sotto esiste una borghesia media e alta che dà incremento all’aspetto dell’economia, del commercio e dei traffici e incomincia il cammino verso l’industrializzazione, almeno in alcune zone. Oltre a questo bisogna tenere presente che nella Francia prerivoluzionaria esistono molte zone che sono sottratte all’influsso della Corona, almeno all’influsso economico, che sono esentate dalle tasse. Sono esentate dalle tasse le confraternite, le leghe fra le città, alcune confraternite di professioni. E quindi sostanzialmente è una realtà variegata. Variegata dal punto di vista sociale e dal punto di vista economico, dove sostanzialmente il potere del Re è molto più debole di quanto pensiamo, soprattutto egli ha bisogno di finanza, per esempio per i suoi impegni di carattere militare, eccetera, deve chiedere che gli Stati Generali – che sono la suprema espressione, certamente consultiva, ma la suprema espressione – della vita, della realtà sociale francese, gli consentano le esazioni che sono necessarie per corrispondere ai bisogni. Si può dire che certo verso gli anni 1780 incomincia, riprende, alla fine del regno di Luigi XV e l’inizio del regno di Luigi XVI, una tensione fra le strutture di mediazione: le coorti, le assemblee regionali, le assemblee provinciali, i parlamenti, il più grande di questi era il parlamento di Parigi, che aveva un insieme di poteri che contestavano apertamente e operativamente l’azione Re, comincia questa lotta, questa resistenza sorda di queste strutture, al potere del Re, che impedisce che venga sanata la questione economica, che è una questione di grande importanza. I ministri più intelligenti, che avrebbero potuto risolvere la questione, vengono, per gelosie o proprio per l’opposizione di queste realtà parlamentari, allontanate, l’una dopo l’altra, in modo che la situazione economica, alla fine del 1788 appare così grave che il Re pensa, sollecitato da alcuni consiglieri – tutto sommato pessimi consiglieri che, anziché cercar di risolvere la questione con tutti gli strumenti che aveva a disposizione – di convocare gli Stati Generali della Francia esattamente per il marzo, anzi, per il Maggio 1789.

Nel mese marzo del 1789 ci sarebbero state le elezioni dei delegati agli Stati Generali. L’inizio dei lavori fu fissato per il 5 maggio 1789. Si sarebbe potuto pensare che sarebbe stato, tutto sommato, un passaggio di riforma di alcuni settori, di alcuni aspetti, di alcuni problemi. Una società sostanzialmente sana, come quella francese aveva avuto nella sua storia momenti in cui aveva dovuto assumere delle decisioni di carattere strutturale, organizzativo, economico – per esempio di rapporto con la Chiesa cattolica – ma tutto questo era avvenuto nel senso di una evoluzione. La riforma è un fenomeno evolutivo. Invece la rivoluzione è un fenomeno distruttivo. Allora gli Stati Generali danno inizio alla Rivoluzione Francese. Perché non una riforma, semplicemente una riforma, ma quello che poi sarebbe stato la Rivoluzione Francese, cioè la distruzione del passato e la creazione di una situazione culturale, sociale e politica completamente nuova? Allora qui dobbiamo cercare di capire – ed è la seconda osservazione introduttiva – chi ha fatto la Rivoluzione francese? Che cosa è stato, che cosa ha determinato la Rivoluzione Francese? La rivoluzione, come tutti i grandi avvenimenti storici – dice Pierre Gaxotte – non avviene nelle cose e negli avvenimenti, avviene negli spiriti, cioè nelle coscienze., cioè nella cultura. E quindi noi dobbiamo fare un passo sotto, sotto questa prima descrizione che è vera, che è reale, ma non è esauriente, non ci spiega che cosa era in ballo nella Francia prerivoluzionaria, cioè esigenze di riforma di carattere economico e socio-politico; quella che era in atto era una mentalità di tipo rivoluzionario. Si era determinata una mentalità favorevole, sommamente favorevole a un cambiamento radicale anche violento, anche sanguinoso. Ed è il maturarsi, il venire a maturità di quello che è stato chiamato lo “spirito illuministico”, cioè lo spirito che ha una visione della realtà centrata in modo esauriente sull’uomo, sull’uomo individuo, sull’uomo senza dimensione religiosa, sull’uomo che ha come grandi risorse della vita l’intelligenza e la volontà, e quindi che deve realizzare il vero e il bene sulla terra, con le sue sole possibilità. E l’illuminismo aveva preparato l’idea – questa è l’idea trainante della Rivoluzione – che bisognava creare una società finalmente razionale, finalmente giusta, che sarebbe stato il luogo della felicità per i sudditi. Quando la dichiarazione solenne dei principi immortali della Rivoluzione e che sono anche i diritti fondamentali dell’uomo, che vengono votati a stragrande maggioranza il 26 agosto del 1789, si vede che sostanzialmente sono i diritti di tutta la tradizione cattolica, laica, ebraica, quella greco-romana che, con gli stoici aveva fondamentalmente formulato – anche se con maggiore precisione – che gli uomini sono uguali, che esiste la libertà, che esiste la solidarietà. Non sono quindi una novità

! La novità – come ricordava il grande filosofo francese Jacques Maritaine commentando i principi dell’89 – sta in una piccola frase che viene usata. “Da questa condizione, se si useranno questi diritti e si promuoveranno, ci sarà la conservazione dello Stato e la felicità dei sudditi. Il che vuol dire che c’è sulla terra un punto che dà la felicità ai sudditi, che dà la felicità agli uomini, e non è più una realtà religiosa, non è più una realtà spirituale, è la struttura dello stato che viene creato in modo scientifico, razionale e che sarà il luogo della felicità. Questo fatto comincia a far assumere alla parola Stato una inquietante importanza, che non aveva avuto nei secoli precedenti. La Rivoluzione è dunque il frutto dell’Illuminismo! È il frutto dell’illuminismo perché – si potrebbe dir così – è il primo grande progetto illuministico di creare una società senza Dio, una società senza riferimenti religiosi, una società senza eventi religiosi, senza dimensioni etiche fondate religiosamente, senza una struttura sociale che a tutti i livelli ricordi la religione. Bisogna – e questo è un principio che viene formulato molto nella pubblicistica prerivoluzionaria – bisogna separare la Chiesa dallo Stato. Ho detto pubblicistica rivoluzionaria, che cosa vuol dire? Vuol dire che questa mentalià rivoluzionaria, questa mentalità che bisogna rompere col passato per costruire il nuovo (per questo e necessario distruggere il passato per costruire il nuovo), perché il passato è così imponente. È così imponente culturalmente, è così imponente artisticamente, è così imponente moralmente, è così imponente come realtà di istituzione, che non si può pensare di fare il nuovo se non radendo al suolo il passato Allora, in questa volontà sono stati determinanti le avanguardie (si potrebbe dire i nuovi “evangelizzatori”. Nota del trascrittore). Noi pensiamo per questa mitologia della Rivoluzione Francese che questa rivoluzione sia stata fatta del popolo, sia stata fatta dalle folle. Albert Matieu, che è uno dei più intelligenti storici della rivoluzione Francese, di scuola marxista, quindi non della mia parrocchia, scrive che: «Le folle sono state assenti dalla Rivoluzione Francese. Sono state soltanto, qua e là, strumentalmente usate da chi aveva degli obbiettivi da perseguire. Invece questa avanguardia molto ampia è quella dei borghesi, degli illuminati, di quelli che leggono, che si radunano nei club a discutere. Nei 20 anni prima della rivoluzione Francese una pioggia di piccoli opuscoli, di giornali, di settimanali investe la media borghesia francese. Tutti quelli che sanno leggere – che non sono molti – che sanno discutere… e quindi dentro qui passa quella velenosa ideologia antipassato, antitradizione che pone nella rivoluzione da farsi al più presto il vero obbiettivo che coagula tutti gli sforzi dell’intelligenza e tutta la forza politica. Si può dire che il soggetto che guida la Rivoluzione Francese non è chiaro, è alternativo. Lo vedremo dopo. È alternante. C’è un soggetto legalitario, c’è un soggetto radicale, c’è un soggetto borghese, che è quello che alla fine la spunta, perché nel 1799 viene creata quella realtà, quella avventura napoleonica che è la fine, almeno della grande rivoluzione. Ed è – come dire? – l’inserimento di tutto quello che è stato la Rivoluzione Francese in una linea che si potrebbe dire sostanzialmente borghese reazionaria. Il soggetto quindi è mutevole, e lo vedremo nel corso degli avvenimenti. Ma il soggetto ideologico è molto chiaro. Il soggetto ideologico è la mentalità illuminista che tenta l’avventura politica. Ecco, questa mi sembra una definizione adeguata.

È la mentalità illuministica, è la mentalità del razionalismo, del volontarismo assoluto, è la volontà della negazione del soprannaturale a tutti i livelli: il soprannaturale diventa una cosa superstiziosa. Religione uguale a superstizione è quello che hanno profuso a piene mani i membri della Enciclopedie. È in qualche modo il manifesto paraculturale, perché è anche un insieme di luoghi comuni, addirittura di falsità, e che da questa equipe di spiriti illuminati si canalizza nella vita del popolo francese, almeno dell’alto popolo francese. C’è un brano di Furet, che mi piace leggere, perché mi sembra molto chiaro: «L’eredità dell’illuminismo si riconosce facilmente. Non si tratta di idee prese da questa o da quell’opera, ma piuttosto dalla continuazione di quello slancio che percorre l’illuminismo. Il sogno di formare uomini nuovi, liberi da ogni pregiudizio, resi perfetti per il loro tempo: i pedagoghi illuminati e rivoluzionari, credevano con la stessa fede nelle capacità quasi illimitate dell’educazione e nell’energia trasformatrice della Rivoluzione». E poco più oltre: «Nel chiarire il peso di quella che abbiamo chiamato l’opinione pubblica». Ecco chi ha fatto la Rivoluzione francese: l’opinione pubblica! L’opinione pubblica di piccole minoranze che hanno avuto la possibilità di influire in modo determinante sulla vita stessa di un popolo che sostanzialmente è rimasto a guardare. Ecco l’insegnamento da trarre per i nostri giorni. Se i cattolici stanno a guardare di fronte alla “dittatura del relativismo” odierna o ai tanti negativi aspetti di quella che chiamiamo “cultura dominante”, che non è certamente secondo i valori umani e cristiani, non potremo lamentarci poi delle tristi conseguenze! Nota del trascrittore). La Rivoluzione è certamente erede dell’opera di Voltaire e di Russeau, ma è erede anche di quello che a volte viene chiamato “basso illuminismo”, quella massa di libelli, di pamphlet scandalistici sulle amanti di Luigi XVI o sulle depravazioni del clero dove il cattivo gusto rivaleggia con la violenza verbale e che nell’ultimo quarto del secolo inondano il mercato librario clandestino minando le fondamenta stesse del regime. La “buona novella” repubblicana è spesso diffusa attraverso i canali tradizionali della cultura orale. I mutamenti politici rivoluzionari fanno risvegliare un panico antico, paure collettive, brusii e fantasmi. Vorrei leggervi anche un brano di Voltaire, che è stato certamente il “padre nobile” della Rivoluzione Francese, quando scriveva come si dovessero trattare quelli che non la pensavano come loro, cioè quelli che non erano della linea di quelli che avrebbero vinto. Quindi come deve essere impostata la polemica ideologica. Ma poi la polemica ideologica diventa lo scontro politico. Prima li si “ammazza” sulle pagine dei giornali e poi li si ammazza fisicamente, come è accaduto per migliaia e migliaia di persone. Ma forse la storia, anche recentissima, ci dimostra che questo è un light motif, una forza ritornante. Sentiamo. Sentite cosa scrive Voltaire su come devono essere trattati i nemici: «Dobbiamo screditarli assolutamente. Dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come perone viziose, dobbiamo presentare le loro azioni sotto luce odiosa. Se ci mancano i fatti dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi. Deferiamoli al Governo come nemici della religione e dell’autorità, incitiamo i magistrati a punirli. E raccomando, in segreto colpite e nascondete la mano! Alla minima critica, alla minima replica, anche alla più moderata, anche alla più cortese si gridi alla calunnia, all’ingiuria, alla satira atroce, alla personalità infame. Si trattino gli avversari da birbanti, da sodomiti, da ingrati, da serpenti, da vipere, da pupazzi di melma, da furfanti o evasi dalle prigioni, da ipocriti, da pazzi, da talpe della polizia». Quindi è una ideologia che non può non assumere – e questa è la logica interna di ogni ideologia – non può non assumere il carattere della violenza. La violenza da esercitarsi nei confronti di un passato che deve essere totalmente demolito perché possa essere costruito su basi nuove realizzando un progetto nuovo di vita e di società. Ecco… La rivoluzione Francese è il primo tentativo di creare una società senza Dio, dove la ragione dell’essere della società è l’uomo, nelle sue capacità, nelle leggi che regolano i rapporti e nelle strutture che regolano a loro volta in modo scientifico questi rapporti. Per questo il passato è la cosa più vergognosa che esista e deve essere distrutto. Angela, sono andato troppo avanti? Ecco, avendo delineato nei due momenti come stava la Francia prima della Rivoluzione e che cosa è stata la Rivoluzione e quale è stato il soggetto ideologico che l’ha guidata, e attraverso la formazione di quei quadri militanti che poi l’hanno realizzata fisicamente, soprattutto a Parigi, perché la Rivoluzione è sostanzialmente un fatto parigino che si diffonde in modo abbastanza difforme dal resto della Francia. Adesso cerchiamo di vedere il quadro cronologico. Nel fare il quadro cronologico indicherò già anche i momenti fondamentali e gli eventi fondamentali, per riservare poi alla prossima volta la valutazione e l’approfondimento delle due questioni che ho già accennato e cioè che la Chiesa è stata la vera nemica della Rivoluzione. Chi è stato il vero nemico della Rivoluzione? Il popolo! La Vandea segna il massimo di distanza fra la volontà rivoluzionaria e il popolo. Dunque il 5 maggio c’è la seduta inaugurale degli Stati Generali. La nobiltà è rappresentata da 270 rappresentanti, il clero da 291, il Terzo Stato da 578, di cui almeno 200 avvocati, 100 commercianti, finanzieri, proprietari terrieri e una trentina di uomini di scienza, tra cui molti medici. Nasce subito la questione se gli Stati Generali devono votare per ordine – in questo caso il blocco nobiltà-clero avrebbe avuto sempre la maggioranza – o per test, cioè individualmente.

Il Re – primo cedimento, 27 giugno – invita il clero e la nobiltà ad unirsi al Terzo Stato. Il 9 luglio, senza alcun permesso regale, gli Stati Generali diventano l’Assemblea nazionale costituente, cioè affermano di avere come obbiettivo, come progetto, la formazione di una nuova costituzione, una prima costituzione, mancando fino ad allora una costituzione nel senso moderno della parola. Il 14 luglio si mette il Re sotto scacco attraverso la presa della Bastiglia. Si dice che ci sono centinaia di prigionieri politici e una guarnigione ferratissima, mentre c’è solo una decina di prigionieri, di cui nessun politico e 4 o 5 gendarmi con il capitano che li comanda, a cui viene promessa salva la vita, ma che poi viene invece decapitato. La sua testa su una picca fa il giro di Parigi. Il 4 agosto viene abolito il regime feudale, il regime delle grandi proprietà terriere, che esercitano anche un diritto di carattere amministrativo e socio-politico sui lavoratori. Il 26 agosto c’è la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, di cui ho già detto. L’aspetto inquietantemente moderno è che “è lo Stato che assicura la felicità”. Il 5 ottobre il Re e la famiglia vengono costretti a passare da Versailles a Parigi. Nel novembre avviene la confisca di tutti i beni ecclesiastici. L’enorme possesso fondiario e immobiliare della Chiesa viene alienato per il bene dello Stato. L’arcivescovo di Parigi arriverà all’Assemblea Costituente e dirà: «Questi soldi e queste ricchezze ci sono serviti per secoli per mantenere l’enorme numero di poveri prodotti da questa vostra società. Nel giro di qualche anno di questi soldi non ci sarà più traccia, li dividerete tra di voi, e i poveri saranno ancora più poveri». La profezia ebbe una attuazione straordinaria, perché tutta quella enorme massa attraverso gli assegnati, cioè attraverso degli assegni che dovevano far fronte con la consistenza di questi possessi, venne poi sostanzialmente comprata a basso costo o svenduta dalla nascente borghesia agraria e industriale. Nel luglio del 1790 avviene un fatto di gravità inaudita: “la costituzione civile del clero”, e di questo parleremo quando parleremo del confronto o dello scontro Chiesa-Francia. La Costituzione civile del clero rende la Chiesa di Francia semplicemente un’espressione della struttura dello Stato. Vengono riformulate le diocesi e fatte identificare con i dipartimenti, vengono totalmente cambiate le immagini delle parrocchie, che vengono create a livello numerico: ogni 10 mila una parrocchia. Ma soprattutto viene introdotto il principio della elezione a tutte le cariche, vescovi compresi. Ma il Re non accetterà la costituzione civile del clero, che è stata poi anche esplicitamente condannata da Pio VI. Su questo si aprirà la grande divisione fra quella minuscola chiesa che accetta la Costituzione civile, e che giura la fedeltà allo Stato e la grande massa di vescovi e di preti che rifiuteranno e che verranno giudicati “refrattari”. Ma su questo ci soffermeremo bene la prossima volta. Fra il 1790 e il 91 comincia una seconda fase. La prima che, come abbiamo detto, risale al 1789 – 1790, fino alla costituzione civile del clero si può dire che è una fase sostanzialmente semilegalitaria, moderata, anche se ci sono già dei fatti inquietanti come la costituzione civile del clero. Ma dal 1792 fino al 1794 c’è la fase radicale che è in mano alle avanguardie decisamente anticristiane e antistatali, cioè rivoluzionarie. Fra il 1790 e il 91 la Costituente vara una serie di provvedimenti che riformano tutta la struttura amministrativa della Francia. Tra l’altro in modo centralista. Tutta la Francia viene divisa in 83 dipartimenti che dipendono direttamente dal potere centrale. Il 14 giugno, sempre del 90, vengono sciolte tutte le corporazioni e vietati gli scioperi. Il 20 e 21 giugno il Re tenta una fuga, ma viene fermato a Varennes e portato a Parigi. Il 3 settembre del 1791 viene approvatala nuova costituzione, e già si vede il taglio inesorabile col passato. Anche se è un taglio sostanzialmente ancora abbastanza moderato. Il Re non è più il re della Francia, ma è il re dei francesi, rappresentante della nazione, da cui emana la sovranità. Quindi la sovranità è della nazione e non fluisce più per diritto divino ed egli presta un giuramento di fedeltà alla nazione. Esercita un potere esecutivo nominando i ministri, che sono responsabili solo di fronte a lui, ed ha diritto di veto sulle leggi approvate dal parlamento, ma solo una volta. Se la legge poi torna ed è approvata il re non può far più nulla. il potere legislativo è affidato a una sola camera: il monocameralismo. L’assemblea legislativa è di 754 membri eletti su base cansitaria. È quindi il reddito che fa cittadini di prima categoria, elettori attivi, come si dice. Elettori passivi sono quelli che non avendo un determinato censo non possono votare, e sono un discreto numero di milioni. Il potere giudiziario è affidato a magistrati eletti dal popolo, quindi è la fine – come vedremo – di qualsiasi autonomia dell’ordine giudiziario. Il 1° ottobre si riunisce l’Assemblea legislativa, che è il Parlamento previsto dalla Costituzione, che è già stato eletto secondo la base censitaria. Il 20 aprile del 92 avviene una cosa che è gravemente in contrasto con le intenzioni dell’assemblea costituente e l’esplicita volontà del Re. Il Re aveva chiesto alla Francia di non fare nessuna guerra a nazioni straniere se non in funzione di difesa. Invece la Francia dichiara guerra all’Austria. Comincia così una di quelle guerre di esportazione della rivoluzione che sono state poi il triste primato dell’esperienza bonapartista. Comincia, nella seconda metà del 1792 una fase che è ancora più radicale di quella che abbiamo descritto fino adesso, ed è una fase estremista. Nell’estate si mobilita il popolo a Parigi. Si organizzano i Sanculotti, cioè il popolo basso, il popolo minuto, il popolo che è proprio massa di manovra. Viene quindi mobilitato e si converge in massa per difendere la rivoluzione minacciata. Quindi questa massa di popolo che viene utilizzato in funzione della creazione di panico e di spavento diventa un elemento formidabile in mano a chi li guida. E chi li guida sono i Montagnardi, cioè i più radicali dei rivoluzionari. Il 10 agosto questa folla di Sanculotti invade la residenza parigina del Re e lo fa prigioniero. L’Assemblea legislativa lo sospende dalle sue funzioni, e il Comune di Parigi, che era una realtà fortemente autonoma dalla corona già prima della rivoluzione, si incarica di custodirlo come detenuto. Vengono indette nuove elezioni a suffragio universale, quindi si comincia a votare ogni mese anche li. Nel settembre del 92 si insedia un nuovo parlamento di cui non sono addirittura precisate le funzioni, quindi una cosa assolutamente illegale. Si va a votare per una cosa che non si sa a che cosa deve servire e si chiama la Convenzione Nazionale. Incominciano i massacri di quelli che vengono chiamati i controrivoluzionari, cioè di quelli che, per qualsiasi motivo, da quello religioso a quello ideale, a quello economico sono dichiarati o sono addirittura sospettati di essere controrivoluzionari. Nella sola Parigi vengono trucidate 1400 persone senza alcuna possibilità di difesa. Nella realtà che aveva definito, due anni prima, l’intangibilità dei diritti fondamentali della persona, fra i quali il diritto a una difesa, di una difesa congrua, adeguata alle accuse che gli vengono rivolte. Sono bastati due anni e si massacra la gente senza neanche dargli la possibilit&
agrave; di capire di che cosa è accusata per dargli la possibilità di difesa. Il 21 settembre viene abolita la monarchia e proclamata la repubblica. Tutte le successive repubbliche francesi – rendiamoci conto anche di questo, che la Rivoluzione Francese è un fatto epocale per tutte – tutte le repubbliche francesi, anche quelle dichiaratamente di destra, come ai tempi del generale De Grulle, vengono numerate dalla Prima Repubblica. Ci sarà una seconda, una terza, e così via, ma la vita politica della Francia, al di là delle variazioni è guidata dal riferimento normativo a questa Prima Repubblica. Dal 19 dicembre del 92 al 20 gennaio del 93 si tiene il processo a Luigi XVI. Come tutte le grandi tragedie dell’età moderna è un processo che pencola fra la tragedia e la farsa. A tutt’oggi gli storici non hanno ancora stabilito, non solo il potere effettivo della Convenzione di giudicare il Re, ma neanche se siano stati rispettate le regole che prevedevano la difesa adeguata. Ma soprattutto pare che non ci fossero neanche i numeri, che alla fine, nella votazione sia prevalso come al solito l’inciucio per il fatto che non c’erano i numeri reali per questa condanna. Da questo punto di vista il Re è accusato di tante cose, di avere avuto collusioni con i nobili che erano all’estero, di aver, di aver sperato che l’Austria intervenisse in sua difesa. Ma l’espressione più radicale fu quella che usò Robespierre presentandosi alla sbarra della Convenzione durante il processo disse: “Il Re deve morire, non perché ha fatto questo o quello, ma perché è il Re». Cioè, il primo, il più puntuale nemico della Rivoluzione è il Re, che è la garanzia dell’Antico Regime. La garanzia che l’antico regime si fondava sulla sulla religione. La scomparsa del Re, la decapitazione del Re significa che nasce il mondo in cui l’autorità non viene più da Dio, neanche mascheratamene, ma viene dalla nazione.

(A questo proposito, ricordando il riferimento ai valori cristiani, che erano parte di quella società, non solo per gli umili, ma anche per i potenti, mi ha colpito che proprio oggi, 14 novembre, nella prima lettura della liturgia, dal Libro della Sapienza, al capitolo 6, ci vengono queste parole: «1] Ascoltate, o re, e cercate di comprendere; imparate, governanti di tutta la terra. [2] Porgete l’orecchio, voi che dominate le moltitudini e siete orgogliosi per il gran numero dei vostri popoli. [3] La vostra sovranità proviene dal Signore; la vostra potenza dall’Altissimo, il quale esaminerà le vostre opere e scruterà i vostri propositi; [4] poiché, pur essendo ministri del suo regno, non avete governato rettamente, né avete osservato la legge né vi siete comportati secondo il volere di Dio. [5] Con terrore e rapidamente egli si ergerà contro di voi poiché un giudizio severo si compie contro coloro che stanno in alto. [6] L’inferiore è meritevole di pietà, ma i potenti saranno saminati con rigore. [7] Il Signore di tutti non si ritira davanti a nessuno, non ha soggezione della randezza, perché egli ha creato il piccolo e il grande e si cura ugualmente di tutti. [8] Ma sui potenti sovrasta un’indagine rigorosa. [9] Pertanto a voi, o sovrani, sono dirette le mie parole, perché impariate la sapienza e non abbiate a cadere». Certo, peccavano anche allora, ma forse sapevano distinguere il bene dal male. Ora l’io di tanti potenti e non si è ingrandito fino a farsi dio. Nota del trascrittore). Il Re si avvia alla decapitazione con un senso enorme del suo onore e del rispetto che deve a sé stesso, alla sua funzione, alla sua famiglia e al popolo francese. Tutto sommato, nonostante l’antipatia che ci è stata instillata da tutta la mentalità laicista e anticattolica nei confronti di questo povero Luigi XVI, credo che sia vissuto, tutto sommato, abbastanza bene come re, ma sia morto come un autentico servitore della Chiesa e della patria. Nel marzo del 1793 c’è l’insurrezione vandeana e dia altre regioni contro il governo rivoluzionario. Durerà fino al 1795, e questa sarà l’altra questione che affronteremo. Il 6 aprile incomincia il vero e proprio regime terribile. Si istituisce un comitato di salute pubblica che cavalca la Convenzione e assume tutti i poteri della stessa, e il 2 giugno la Convenzione viene costretta dai sanculotti a liquidare /(ad ammazzare) i girondini, che erano l’ultimo baluardo moderato, e tutto il potere passa ai montagnardi. È il terrore. Quello che viene chiamato il Terrore. Vuol dire che il 17 settembre viene votata la legge dei sospetti in base alla quale saranno arrestati e in parte ghigliottinati senza processo tutti i sospetti. In questo tempo viene anche enucleato il nuovo calendario repubblicano che fissa i tempi, non dalla nascita di Gesù Cristo, ma dalla Prima Repubblica. Nei primi sei mesi del 1794 c’è una intensificazione del terrore, manca qualsiasi stato di diritto, manca qualsiasi difesa nei confronti di una repressione che dilaga senza un minimo di difesa. Investe i preti refrattari, investe le famiglie cattoliche, i grandi proprietari terrieri; investe la borghesia industriale nel tentativo di far posto a queste nuove classi che poi, tutto sommato, saranno vittime di questo terrore. Il 10 giugno comincia quello che viene definito il grande terrore. Ma, quando si tira troppo la corda – dicevano i nostri vecchi – si spezza. Nella seconda metà del 1794 c’è una reazione moderata. Robespierre che è stato l’autore del grande terrore è messo sotto accusa e il giorno dopo, il 27 luglio (9 Termidoro), viene messo sotto accusa, e il 28 (il 10 termidoro), viene ghigliottinato. Sostanzialmente nella seconda metà del 1795 incomincia quella reazione moderata che va sotto il nome di Direttorio. Quindi la creazione di una struttura sostanzialmente più moderata. Vengono chiusi tutti i club rivoluzionari e ci si avvia a una situazione dove le preoccupazioni rivoluzionarie fondamentali non vengono meno ma vengono affrontate e realizzate con meno violenza, con meno volontà repressiva, anche se continua – e questo vale la pena di notarlo (anche se fino al 1798, l’anno prima del colpo di stato bonapartista, che scioglie il Direttorio e lo sostituisce con una struttura verticistica di consoli di cui egli è il primo console) – fino al 1798 continua la persecuzione alla Chiesa. Una persecuzione terribile che ha riempito gli annali della Chiesa francese di autentici martiri, molti dei quali sono stati beatificati sotto il pontificato di Pio XI, di Pio XII e di Giovanni Paolo II. In 10 anni – dice Pierre Gaxotte, in 10 anni la Rivoluzione aveva sconvolto ogni calcolo e deluso ogni speranza. Si era suicidata! Si potrebbe usare qui l’espressione molto icastica del grande filosofo cattolico Del noce: “suicidio della Rivoluzione”. La Rivoluzione Francese si è suicidata., socuvolto ogni calcolo e delusa ogni speranza. La gente si era aspettata un governo ordinato e stabile dalle finanze sane, delle leggi sagge, la pace con le altre nazioni e la tranquillità in patria. Sarebbe stato ottenuto questo – dico io – attraverso quella che ho chiamato una riforma di una struttura che era fondamentalmente sana e quindi disponibile a questa riforma. Aveva avuto invece l’anarchia, la guerra, il comunismo, il terrore, la carestia e due o tre bancarotte che avevano rovinato tutta la nazione. La dittatura napoleonica conciliò il bisogno di autorità con l’ideologia democratica. Fu un espediente ideato dai teorici che non avevano ormai più via di scampo. Gli ideologi dell’89 volevano rigenerare l’umanità e ricostruire il mondo. per sfuggire ai Borboni gli ideologi dell’89 furono ridotti ad affidare il potere a un soldato (oggi si direbbe a un fascista). Così la Rivoluzione Francese paradossalmente, ma drammaticamente, finisce con il fenomeno più grave di fascismo che la storia moderna ricordi, prima del nazismo. Mi pare che così posso aver concluso per oggi. (Si potrebbero commentare queste parole, con un’espressione usata da Vittorio Messori, e cioè che fu raggiunta “l’eterogenesi dei fini”, cioè il contrario di quanto si voleva. Ma in questo fatto si può drammaticamente constatare la verità della parole di Cristo – che non era un supponente, ma il massimo dell’umiltà – quando dice: «Senza di me non potete fare nulla». Una società senza Dio non costruisce il ”paradiso in terra”, visto che non crede a quello del Cielo, ma l’inferno del terrore e della massima ingiustizia. Nota del trascrittore). Pellicciari – Allora, prima di passare alle domande desidero ringraziare moltissimo Monsignor Negri per questa esposizione del dramma che è stato la Rivoluzione Francese. Siccome noi siamo abituati ad osannare la Rivoluzione Francese, e lo facciamo in buona fede, perché non conosciamo i fatti, perché siamo stati in qualche modo ingannati, ma ingannati bene! Se voi pensate che il 14 luglio (giorno della presa della Bastiglia), è il giorno della repubblica francese. Messori racconta come nella Bastiglia ci fossero 7 prigionieri, di cui 4 falsari, due matti e un maniaco sessuale. Di queste sette persone, fatte passare per prigionieri politici, questo evento costituisce la gloria della Rivoluzione Francese che tutti gli anni viene celebrato! Questo semplice fatto ci fa capire quanto la storia – in un certo senso – sia un mistero. Com’è possibile che a tutt’oggi la Francia veda in questo evento la fondazione della sua esistenza? Come è possibile? Allora, vista questa distanza abissale che separa i fatti da come questi ci vengono raccontati, io volevo riferirmi a Gaxotte e Furet citati prima da don Negri per ricordare un
libro scritto da Monsignor Negri qualche anno fa, edizione San Paolo, che si chiama “Controstoria”, che è un piccolo libro, ma è importantissimo per leggere i fatti, per avere degli strumenti di difesa dalle menzogne che ci vengono raccontate. Poi nel 1989, in occasione del secondo centenario della Rivoluzione Francese, che ha fortissimamente voluto François Mitterand, presidente della Repubblica Francese – socialista, morto però misteriosamente con i funerali religiosi. Ha avuto prima di morire uno scambio di corrispondenza con Giovanni Paolo II. Questo uomo politico influente che muore con i conforti religiosi e che era però un convinto paladino della Rivoluzione Francese, ha organizzato in occasione del bicentenario un evento epocale. E allora, in questa occasione, Jean Dumont aveva scritto due anni prima un opuscolo divulgativo e semplice, ma molto documentato, con alcune immagini eloquenti, che si chiama “I falsi miti della Rivoluzione Francese”. Ve lo consiglio, è della EFFEDIEFFE. C’è un testo poi che è – dal mio punto di vista – bellissimo. Non so se è ancora trovabile nelle librerie. Questo libro è di Augustin Cochin, e si intitola “Meccanica della Rivoluzione”. Questo autore è morto durante la prima Guerra Mondiale, ma era un sociologo, uno storico dalla percezione cristallina. Don Negri ci ha parlato di questi club, di queste società del libero pensiero in cui gli illuminati, i massoni, si riunivano. Per fare che cosa? Per progettare la realtà. E Cochin vede come la dinamica della Rivoluzione, cioè un pensiero che è svincolato da qualsiasi necessità di essere aderente alla realtà. Io mi metto in un laboratorio ideale assieme ad altri che la pensano come me e sono convinto che posso cambiare il mondo e di progettare un “avvenire di felicità”, come diceva Don Negri. Questi, nei club, formano una società di libero pensiero in cui loro sono autoreferenti. Cioè, il loro pensiero non è costretto – come tutti i buoni pensieri – ad aderire alla realtà e a cercare di spiegarla e di capirla, il loro pensiero è autosufficiente. Loro dettano legge! C’è questo paradosso della modernità che qualche scienziato, pensatore o filosofo illuminato possa cambiare la realtà e trovare delle soluzioni che poi inevitabilmente finiranno in quello che Don Negri ha descritto benissimo, il dramma dell’uccisione senza fine di poveri esseri umani. Oltre a questo libro di Cochin vi consiglio anche il mio “I papi e la massoneria”. Sappiamo che sotto il pontificato di Pio VI e Pio VII vi erano abbondanti riferimenti a questo pensiero rivoluzionario che si gestisce nelle logge. Rimaniamo in attesa ora delle vostre domande. Ascoltatrice – Pronto! Sono Rosarie Pot e chiamo dalla Svizzera. Ringraziandola per quanto ha detto – e che vorrei arrivasse anche nelle scuole – desidero sapere se le disuguaglianze sociali e la povertà di gran parte della popolazione abbiano finito col dare una spinta alla formazione di queste idee rivoluzionarie. Don Negri – Credo che questi aspetti abbiano pesato meno di quello che possiamo pensare. Io credo che il movimento che ha fatto la Rivoluzione sia sceso dall’alto verso il basso: dalle centrali ideologiche verso il popolo. Penso che più ancora che il superamento delle disuguaglianze sociali fosse proprio il tentativo di alcune realtà nuove di entrare di più nella gestione del potere. Però l’elemento dirompente è stata proprio l’ideologia. Ma anche la Rivoluzione Russa sostanzialmente ha gli stessi meccanismi. Non so se tu, Angela, sei d’accordo? Pellicciari – Si, d’accordo. Volevo solo dire alla signora che, tanto l’ideologia è importante, che se si va a vedere in pratica quale benessere hanno portato i rivoluzionari alla popolazione, basta guardare alla legge che smantella i sindacati, che erano a difesa degli operai e che, dal Medioevo, si facevano rispettare. Queste associazioni – anche quelle della carità cristiana – in nome dell’uguaglianza, sono smantellate, e l’individuo è solo di fronte allo Stato. Inoltre la Rivoluzione Francese, coi sottili pensieri nati nei club – come diceva Don negri – portano allo sfacelo economico, per cui, per risanare le finanze statali, si arriva alla tassazione delle porte e delle finestre. Quindi i poveri muoiono di freddo perché devono togliere le porte e le finestre…! Anche le guerre contro stati come l’Austria nascono dal bisogno di trovare risorse. E questo è chiaramente detto nell’Assemblea. Dopo la Rivoluzione i lavoratori francesi sono impoveriti enormemente! Ascoltatore – Buon giorno. Sono Saverio e chiamo da Bari. Dopo l’ascolto la mia considerazione è questa: sicuramente la Rivoluzione è stata causa di innumerevoli guai, però io chiedo: ma la Chiesa cattolica – soprattutto la gerarchia – ha qualche responsabilità anche per quanto riguarda l’assenza di critica al potere assoluto. Don Negri – A questa domanda risponderò con più particolari la prossima volta quando avremo a tema “La Chiesa e la Rivoluzione Francese”. Guardi, la radicazione della Chiesa nel popolo francese e quindi il fatto che il popolo francese non avesse quasi nessuna obiezione alla presenza della Chiesa, che non aveva la guida delle istituzioni, ma aveva quella di formare il popolo. I vescovi non erano gli intendenti di finanza! La Chiesa francese, al 93%, vescovi e sacerdoti rifiutarono la Costituzione civile del clero e rifiutarono di fare il giuramento di fedeltà alla repubblica. Per questo furono dichiarati “Chiesa refrattaria”. I 7, 8 vescovi e le poche centinaia di preti che firmarono divennero la “Chiesa giurata”. Il popolo non andò quasi mai a messa dai preti giurati. Andava dai preti refrattari che alle volte celebravano nei boschi, nelle case private, eccetera, tanto il popolo riteneva la Chiesa -al di là dei fatti di meschinità e povertà, che sono in tutte le parti sociali – credibile. Ma la Chiesa non era nemmeno ritenuta responsabile del disagio di partenza. Non è poi che le ingiustizie precedenti la Rivoluzione fossero tali da gridare vendetta al cospetto di Dio, come poi purtroppo avvenne in seguito. Era una società che doveva certamente evolversi dando spazio ad alcune esigenze fondamentali dei singoli e delle realtà sociali. Ma non dobbiamo pensare all’Ancien Régime come se fosse stato un immenso campo di concentramento per cui la gente dovesse essere liberata. Pellicciari – Quando si parla – a proposito dell’Ancien Régime – come di un impero assoluto, bisogna dire che era l’esatto contrario. Il Re, infatti, non ha potere assoluto. Il Re deve tenere conto dell’esistenza di Dio e dei comandamenti divini. È molto limitato il potere del re. Quando l’Assemblea Costituente francese usurperà il posto di Dio, allora si che il potere diventerà, non solo assoluto, ma totalitario! E questo è un gioco di parole che i rivoluzionari sanno usare benissimo. Quando io definisco un regime, uno stato, potere assoluto, nel senso che il re fa tutto quello che gli pare, io non sto dicendo la verità. Il Re deve rispettare la legge che Dio ha dato, deve rispettare quello che Benedetto XVI ripete ad ogni pie sospinto – e anche don Negri – che si chiama diritto naturale. Il Re non è libero dal diritto naturale. I Governanti nuovi si, quelli che si definiscono “Liberi”, nel senso che sono scissi dal diritto naturale, e possono decidere quello che in coscienza ritengono buono. Prossima trasmissione lunedì 19 novembre 2007, ore 10.20.Trascrizione di Claudio Forti

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Genitori troppo deboli, nelle famiglie dilagano i “figli padroni”

L’allarme per un fenomeno in crescita lanciato dal rapporto sui giovani di Eurispes-Telefono Azzurro : cresce l’aggressività contro tutti. E il bullismo scopre l’on-line. In discoteca la moda dello “shottino” superalcolico. Sessualità: romanticismo addio
Roma – Nelle case italiane spadroneggiano i figli, anzi, i “figli-padroni”. Sono bambini ed adolescenti che hanno genitori timorosi che eccedono in permissivismo e ne approfittano. Il fenomeno dilagante si chiama “pedofobia”. Bambini e giovani sono così fuori controllo, diventano aggressivi, con gli amici, i professori e gli stessi genitori. ? la principale novità nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza del Rapporto annuale. Un mondo dove sia i piccoli sia i giovani si confermano amanti delle tecnologie; oltre a guardare la tv e usare il telefonino (a cui non rinuncerebbero mai) sono anche utenti di Youtube e dell’mp3. Vivono spesso con stress ed ansia non solo gli abusi ma anche le notizie su incidenti d’auto, terremoti, guerre. In generale, sanno di poter contare sulla mamma e il papà. Sulla prepotenza dei figli fra le mura domestiche, l’analisi dei ricercatori è un atto d’accusa verso i genitori: troppo impegnati, rientrano a casa stanchi, eccedono nell’essere accomodanti fino a rasentare l’indifferenza.
Genitori troppo permissivi A fronte di un figlio-padrone c’è un genitore permissivo, incapace di stabilire regole e di farle rispettare, spaventato dalle reazioni aggressive dei figli. Sono genitori impotenti del bambino che non vuole mangiare, dormire, abbandonare un videogame. “? un vero e proprio capovolgimento dei ruoli, contraddistinto dal timore dei genitori di subire attacchi verbali o fisici da parte dei figli. Anziché rimproverare i figli e correggerne i comportamenti, un crescente numero di adulti preferisce soddisfare le loro richieste con la convinzione che in fondo si tratta di piccoli capricci cui non conviene opporsi”. In tema di abusi, il rapporto riferisce i dati del servizio Emergenza Infanzia 114 di Telefono Azzurro (gennaio 2006-agosto 2007): i maltrattamenti sessuali corrispondono al 4,2% delle chiamate, quelli fisici al 5,1%, quelli psicologici al 7,6%. La violenza domestica, con il 9%, è una delle principali cause di richiesta di aiuto. Altri dati del rapporto. Il 4% dei bambini è obeso e il 24% è in soprappeso. Circa un quarto della giornata di un bambino è dedicata al tempo libero. Per i bambini e gli adolescenti gli amici restano un punto di riferimento importante tanto da vedersi anche tutti i giorni nel 63,6% dei casi. I bambini italiani sono frequentatori di feste di compleanno: 11 l’anno contro la media europea di 7.
Il bullismo ora è on-line Il bullismo sposa la rete. ? la nuova forma di prevaricazione e di prepotenza fra i più giovani basata sull’uso di Internet o del telefonino. La deriva del cyber-bullying – come la definisce il rapporto sull’ infanzia e l’adolescenza di Eurispes-Telefono Azzurro – prende forma nell’invio di sms ed e-mail oppure nella creazione di nuovi siti o anche nella diffusione di foto o di filmati compromettenti sulla rete. Il tutto, rigorosamente coperto dall’anonimato, per minacciare o calunniare la vittima malcapitata. Proprio la caratteristica impersonale e la forza mediatica di messaggi scritti, di foto o di filmati rende particolarmente gravose le conseguenze di questi episodi per la vittima. A livello mondiale si stimano che circa 200 milioni di bambini e giovani sono abusati dai loro compagni. Secondo alcuni studi, l’85% degli episodi di bullismo si svolge in presenza di osservatori che però intervengono solo nell’11% dei casi.
In disco lo “shottino” superalcolico Si chiama “shottino” (lo “sparo”) ed è la tendenza che sta dilagando fra i giovani. Si tratta di un superalcolico puro, assunto per stordirsi immediatamente. Si beve prima di entrare nelle discoteche ed arrivare così già ubriachi, dopo un giro nei bar, sulla pista da ballo. L’assunzione di questo mix di alcolici, specie nelle lunghe serate in discoteca, è pericoloso perchè dà energia ed euforia. In Italia, si sta inoltre diffondendo la consuetudine (proveniente dalla Spagna), chiamata “botellon”; ossia ritrovarsi in piazza con una bottiglia di vino o di altri alcolici e formare un gruppo che condivide, oltre alle bevute, anche giochi, musica improvvisata e chiacchiere. Gli appuntamenti si diffondono con il passaparola, spesso su Internet.
La sbornia del weekend E’ un fenomeno rilevante: la quota di chi si ubriaca fra i giovani 11-24 anni che va in discoteca raggiunge il 9,2% contro l’1,9% di chi non ci va. Il rapporto ricorda che nel nostro paese, il 12% (contro la media Ue del 27%) dei ragazzi 15-24 anni beve alcolici regolarmente. I giovani italiani bevono meno ma cominciano prima: in media a 12,2 anni contro i 14,6 della Ue. Le conseguenze di un eccesso di bere si ritrovano sulla strada. Sono 2.500 i giovani che ogni anno perdono la vita per incidenti stradali causati dall’alcol.
Sesso: addio romanticismo Più sesso occasionale e meno romanticismo. ? così che gli adolescenti vivono la sessualità secondo il rapporto Eurispes-Telefono Azzurro presentato oggi a Roma in cui fra l’altro si sottolinea che le relazioni sessuali si intrecciano e si svolgono, a volte in modo esclusivo, anche via sms in una sorta di immaginario erotico virtuale. Nel 2002, il 17,4% non aveva mai avuto un rapporto occasionale, nel 2007 questa percentuale è scesa al 7,7%. Un ragazzo su tre tuttavia non risponde alle domande. Inoltre, se nel 2002 il 54% dei ragazzi non aveva mai fatto sesso occasionale a rischio, nel 2005 si è passati al 47,7%. Anche se il 40,1% del campione riferisce poi di non aver mai avuto un rapporto occasionale senza protezione ma non va trascurata il 13,4% a cui è capitato qualche volta di non farne uso e il 2,7% che non lo utilizza abitualmente; l’1,8% invece non prende mai precauzioni. Gli adolescenti si mostrano poco sognatori rispetto all’ amore. A fronte del 49,1% che vede la sessualità come l’ espressione dell’amore , il 14,8% lo considera un’esigenza naturale e l’11,3% un’attrazione fra due persone. In generale, il 32,7% dei giovani ha un approccio pragmatico con il sesso. Sono le ragazze, più dei ragazzi, ad essere ancorate alla visione romantica del sesso: il 63,2% contro il 22,6% dei maschi.
Il costo dei figli? Più alto al Nord Una coppia con un figlio spende in media 2.887 euro al mese. Se nasce un altro bambino la spesa aumenta di circa 207 euro arrivando a 3.094 euro. Rispetto a nord e sud del paese esistono differenze sostanziali. Una famiglia con un figlio sostiene una spesa media mensile pari a 3.211,14 euro al nord, a 3.00,56 al centro, a 2.206,02 al sud. La differenza è quindi di oltre mille euro. In generale i settori maggiormente sensibili agli aumenti sono quello alimentare (65,47 euro), l’abbigliamento e le calzature (43,64), i trasporti (30,31), l’istruzione e il tempo libero (circa 20). Decresce invece la spesa per l’abitazione (-22,96). La situazione cambia se il nucleo familiare arriva ad avere tre o più figli. In questo caso, l’aumento complessivo di spesa familiare media mensile, rispetto ad una coppia senza figli, è pari a 311,33 euro ed è fortemente influenzato dalla spesa alimentare.
L’esercito dei lavoratori-minorenni In Italia ci sono 400 mila lavoratori minorenni, stimano Eurispes e Telefono Azzurro, un fenomeno che coinvolge sia italiani sia stranieri e che interessa l’interno territorio nazionale. Il lavoro minorile (nel mondo si stimano 218 milioni piccoli lavoratori) si ritrova in contesti di disagio e di povertà; a volte è considerato un’alternativa alla strada. I minori sono spesso inseriti in contesti di imprenditoria familiare dove non esistono condizioni di povertà. Si registra poi quella che il rapporto definisce una “fascia grigia”, ossia bambini coinvolti in attività lavorative, non veri e propri sfruttamenti, che permettono la compresenza di scuola e lavoro. Infine, non mancano situazioni di vera e propria tratta e sfruttamento gestito da realtà criminose italiane e straniere tale da configurarsi come una nuova forma di schiavitù.
Il Giornale – articolo di Redazione – giovedì 15 novembre 2007,

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