I No Global come Al Capone devono pagare le tasse !

I No Global hanno occupato la palazzina Mayer di proprietà dell’Opera universitaria. Sarebbe interessante sapere a chi sono stati forniti i servizi e chi ha pagato il conto. Di seguito l’ESPOSTO che ho presentato nelle varie sedi competenti. Forse i No Global faranno la fine di Al Capone?

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Lorenzo Dellai: benefattore delle missioni?

Recentemente ho letto sui giornali locali una lettera di Lorenzo Dellai, presidente della nostra Provincia, in cui vantava gli aiuti della sua giunta, i “suoi” aiuti, alle missioni e al Terzo Mondo. Sono rimasto molto male: va bene che la nostra Provincia spende e spande a destra e sinistra, con grande generosità, come decine e decine di piccoli scandali, sempre adeguatamente silenziati, hanno dimostrato, ma anche fingersi paladini dei poveri e del Terzo Mondo, mi è sembrato troppo!

Un insulto, per quei poveri, e per quei trentini che vedono sempre di più i loro soldi utilizzati per manifestazioni e inziative che portano acqua al mulino del potere, e poco altro…. Forse ci vorrebbe un Beppe Grillo trentino, un grillo parlante, che inziasse a fare le pulci alla nostra classe politica, così abile, per la verità, se la politica di cui si parla è quella machiavellica.

Mi limito qui a riportare un brano segnalatomi da un amico e tratto da un vecchio libro di Piergiorgio Cattani, persona ben conosciuta a Trento, stimata per la sua capacità di essere di parte, ma non fazioso, con sincerità insomma. Cattani è stato cofondatore del PPI trentino, poi confluito nella Civica Margherita. Inosmma un testimone. Il suo libro è intitolato “Ho un sogno popolare. Il racconto di una esperienza politica in trentino tra il PPi e la Margherita” (Ancora).

Ne riporto un brano: In questi anni ho conosciuto Lorenzo Dellai, dal quale non si può prescindere, poichè solo lui è stato il vero motore di tutte le vicende politiche trentine di questo periodo…in verità sono venuto a contatto e ho creduto al mito Dellai…purtroppo nel corso del tempo e sotto i colpi delle reali consuetudini, per alcuni, me compreso, questo mito è crollato e le illusioni sono svanite…Oggi esiste già una storia ufficiale della Margherita (consultabile sul sito internet almeno sino al novembre 2001), in cui…vengono esaltate le grandi intuizioni del fondatore, soprattutto le meravigliose novità, mai viste prima, di metodo e di prassi: i cittadini riscopriono l’impegno, tutta la ‘comunità trentina fu coinvolta nell’elaborazione e nell’integrazione del progetto e dei contenuti programmatici’, i candidati vennero ‘selezionati nell’ambito di momenti aperti di confronto’…Qualcosa di epocale era nato, la Civica Margherita ebbe ‘l’effetto di modificare radicalmente, e probabilmente in maniera irreversibile il rapporto tra politica e cittadinanza’…Questa mitologica ricostruzione contrasta apertamente con la realtà dei fatti e soprattutto con quanto ho potuto sperimentare di persona. La falsità più evidente si coglie nella modalità della scelta delle candidature in cui non solo non si attuò qualsiasi tipo di elezione primaria, ma, quel che è peggio, esse vennero decise attraverso le solite procedure. L’obiettivo finale era quello di raccogliere il maggior numero di voti e meglio distribuiti su tutto il territorio, a prescindere dalla compattezza ideale e programmatica della squadra…Il futuro candidato o fa parte della cerchia del capo, o dispone di voti propri (come per esempio un sindaco…) o custodisce qualche ingombrante segreto, o è pronto a esibire contanti, oppure deve farsi avanti a minacce, spintoni, appoggi e quant’altro. Chi magari ha qualche competenza, ma è fuori dal gioco, non può sognarsi di avere ambizioni, chi è intelligente ma contraddice il capo, non è adatto. Chi è giovane e quindi dispone di un esiguo numero di voti, è invitato e quasi costretto a legarsi a un potente ed aspettare il proprio turno… Mi stavo accorgendo che Dellai e i suoi accoliti, vinti da una sorta di delirio di onnipotenza e di presupponenza, si infastidivano per ogni tipo di confronto democratico, sicuri come erano di poter dare lezioni di politica a tutti….Con orrore una volta ci accorgemmo di essere capitati in un’allegra brigata di dipendenti dell’Azienda Margherita: segretari particolari, assitenti del gruppo consigliare, ingegneri decorati con decine di appalti pubblici, consiglieri di amministrazione di vari Enti e portaborse vari in attesa di una qualifica o di un premio, passato alla storia come ‘premio Margherita’….

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Ritorno alla disciplina nella scuola italiana?

Riprendiamo il dibattito in corso intorno alla proposta del Ministro Fioroni di reintrodurre gli esami di riparazione nella scuola superiore, anche alla luce delle manifestazioni di protesta che gli studenti hanno inscenato in tutta Italia, a dir il vero con esiti poco lusinghieri per non dire controproducenti, data la totale disorganizzazione mostrata e la quasi assoluta mancanza di proposte alternative avanzate o di ipotesi di confronto costruttivo. Non mi voglio soffermare sul riscontro che le varie manifestazioni studentesche hanno ottenuto sui mezzi di informazione, certo non possiamo neppure mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non avere visto e sentito centinaia di ragazzi e ragazze, anche giovanissimi, scandire per ore un unico slogan, “Fioroni, Fioroni vaffa….”, e trascorrere la mattinata a bere dopo aver fatto scorta di alcolici nei supermercati. A Trento, di fronte alla residenza dell’Arcivescovo sono stato testimone di un episodio che da solo meriterebbe un’analisi di qualche educatore o almeno di un sociologo: quattro, cinque ragazzine ubriache fradice, bottiglia in mano che urlavano bestemmie all’indirizzo dell’Arcivescovo. Senza motivo, gratuitamente, abbruttite, senza comprendere la gravità del gesto e il vuoto culturale ed esistenziale in cui sono sprofondate. Dell’intervento dei no global, provocatori per antonomasia, il cui leader trentino si è distinto per aver spento un sigaro in faccia ad un ragazzo reo, a suo dire, di averlo provocato (sic!) si è già dibattuto anche sulle pagine del nostro sito. Ma se questa è una fetta importante della nostra gioventù, di quella che dovrebbe essere un domani, sempre più lontano, la classe dirigente del nostro Paese, allora il problema principale che come operatori della scuola ci dovremmo porre, a partire dal Ministro Fioroni, ruota intorno al problema dell’educazione di un popolo; la logica usata invece dal Ministro è quella di proporre una severità tout court verso gli studenti senza andare ad incidere sul ruolo educativo e formativo che la scuola italiana sembra aver smarrito da tempo. Di questo avevamo già argomentato su questo blog nell’articolo “Esami di riparazione: tra severità e indulto“, in “Scuola educazione”. A supporto di questa tesi e come ulteriore momento di dibattito e confronto, mi permetto qui di seguito di proporre la lettura di un articolo di Giovanni Cominelli apparso sul settimanale “Tempi” del 18 ottobre 2007 dal titolo: “Il ritorno alla disciplina non sarebbe così fischiato se solo la scuola fosse più severa anche con se stessa”.

Arriva l’autunno, gli studenti scendono in piazza. E’ così da qualche decennio, dal ’68 in avanti. Sociologi, pedagogisti, giornalisti e politici accorrono sui marciapiedi per decifrare gli slogan, individuare i trend e arruolare i manifestanti pro o contro il governo di turno. Ogni anno l’innesco della miccia è diverso. Quest’anno è il decreto di Fioroni sui debiti formativi, presentato come una tappa del ritorno alla severità e alla serietà. Gli studenti scesi per le strade sono contrari. Ma sotto il “no” si leggono in filigrana motivazioni diverse. Alcuni portano in piazza la convinzione che lo studio è un diritto non accompagnato dal dovere. La scuola è vissuta come un ambito di socializzazione, di adolescenza lunga, di parcheggio, di rinvio delle responsabilità. Sono contrari a ogni verifica personale, a ogni certificazione effettiva. Hanno assorbito la mentalità adulta diffusa nel paese: tirare a campare e portare a casa un titolo di studio, dotato del pieno valore legale e del massimo disvalore reale. Tanto, alla fine, chi ha i soldi o è furbo se la cava sempre. Il fatto strano è che si credono di sinistra. Altri invece portano in piazza, ancorché confusamente, la coscienza d’essere l’ultima ruota del carro. La scuola rivendica un ritorna alla serietà e alla severità. Ma i ragazzi sperimentano quotidianamente che molti loro insegnanti (circa il 40 per cento secondo una ricerca Iard) sono impreparati. Perché la scuola non incomincia a essere serie e severa nell’offerta educativa? Una scuola severa con se stessa tutto l’anno dispone della legittimazione per chiedere serietà ai propri alunni, anche agli esami, una scuola in cui l’insegnante bravo è premiato e quello incapace è penalizzato può chiedere molto ai propri ragazzi. Una scuola capace di accompagnare ciascun ragazzo personalmente può anche chiedergli di fermarsi un anno o di frequentare qualche corso supplementare. Una scuola in cui le discipline siano molte meno e in cui ci sia una gerarchia di importanza tra di esse può decidere quali siano i debiti insolvibili e quelli che si possono realisticamente recuperare. Una scuola capace di dire la verità a se stessa è accettata se dice la verità nuda e cruda ai ragazzi, mediante una certificazione rigorosa e senza sconti. Qui invece capiscono confusamente di essere solo i cirenei. Una scuola irreformata da decenni può chiedere una riforma della mentalità lassista e irresponsabile dei nostri figli?

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La manina massonica….

De Magistris e l’inchiesta tolta «Contro di me i poteri occulti Ora rischio pallottole e tritolo» Lo sfogo del pm: non ci sono le condizioni per fare il magistrato in Calabria

DAL NOSTRO INVIATO CATANZARO — Non è abbattuto. Non è prostrato. Ma «questa pugnalata alle spalle» Luigi de Magistris, professione pm, non se l’aspettava. Il «pugnalatore » si chiama Dolcino Favi, un avvocato generale dello Stato che da gennaio 2007 fa il procuratore generale reggente a Catanzaro. Favi ha avocato a sé l’inchiesta Why not, quella in cui sono indagati il presidente del Consiglio, Romano Prodi (abuso d’ufficio), il ministro della Giustizia Clemente Mastella (abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’Unione europea e allo Stato italiano) e una schiera di politici, affaristi, militari, magistrati, massoni.

Allora, dottor de Magistris, c’è una strategia in ciò che sta accadendo? «È evidente. C’è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’Italia. Si chiama strategia della tensione».

Come fa a dirlo? «Le intimidazioni istituzionali, le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro, e da ultimo l’avocazione di un’altra mia indagine e la fuga di notizie sull’iscrizione del ministro tra gli indagati, tutto questo è opera di una manina particolarmente raffinata». Quale manina? «Poteri occulti. Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi della magistratura, non solo calabrese, che in questa vicenda hanno svolto un ruolo fondamentale L’ultimo gol, secondo questo ragionamento, lo hanno fatto segnare al procuratore generale Favi? «Beh, è un dato di fatto che il dottor Favi, soprattutto negli ultimi mesi, sembra che abbia svolto soltanto un ruolo: una intensa attività epistolare in cui si è occupato di me, come magistrato e come persona fisica. Voleva togliermi anche l’inchiesta Toghe lucane. Finora non c’è riuscito, ma non è detto che non abbia già pensato di concludere il lavoro ».

Per quali ragioni lei teme che si voglia spingere il Paese in un clima da anni di piombo? «Perché con questa avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura fascista, forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge, i potenti non sono uguali come tutti gli altri. Questo è il messaggio. E il pericolo è che si apra la strada a un periodo buio: ognuno stia al suo posto e non si immischi, perché rischia ».

Lei rischia? «Certo. E non solo io. Anche tutti gli altri che si sono occupati di queste vicende. E tutti i cittadini». Cosa si rischia? «Dopo un’avocazione di un’inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il tritolo». Come le pallottole inviate a lei e al gip di Milano, Clementina Forleo, firmate Brigate rosse? «Ma quali Brigate rosse! Per fortuna, oggi siamo in un momento storico diverso, non c’è il terreno di coltura dell’ideologismo fanatico degli anni ’70 e c’è una grande attenzione al tema dei diritti. No, non c’è il rischio di iniziative violente da parte di improbabili sigle terroristiche vecchie e nuove. Quei proiettili inviati a me e alla collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello Stato, che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi cercano di riprodurre quel clima».

Dica la verità, lei ritiene che sia in atto un golpe giudiziario? «La parola golpe la usa lei. Certo è che è accaduta una cosa senza precedenti, della quale non so ancora ufficialmente nulla, poiché nulla mi è stato notificato. L’ho appreso dall’Ansa. No, non mi pare ci siano più le condizioni per fare il magistrato, specie in Calabria, avendo come punto di riferimento l’articolo 3 della Costituzione (principio di uguaglianza di tutti i cittadini, ndr) ».

Da quand’è che si trova sotto tiro? «Da quando ho cominciato a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da allora, è scattata la strategia delle manine massoniche. Questo di oggi è solo l’ultimo atto. Staremo a vedere quali saranno i prossimi, visto che ormai sono considerato un elemento "socialmente pericoloso"». La accusano di aver iscritto Mastella nel registro degli indagati per ritorsione, per la storia del trasferimento. «Falso. Le indagini, come tutti sanno, avevano un loro corso, che non poteva essere intralciato da attività esterne. Nemmeno da una richiesta di trasferimento, che appunto è da considerarsi un’attività esterna. La domanda da fare è un’altra».

La faccia. «Mi chiedo: chi e perché ha fatto venir fuori la notizia dell’iscrizione di Mastella? E come mai è stata fatta pubblicare una cosa non vera, e cioè che Mastella fosse indagato anche per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete? ». E che cosa si risponde? «Che è opera della stessa manina raffinata. Suggerisce qualcosa il fatto che prima ancora che le agenzie lanciassero la notizia, Mastella abbia dichiarato che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che fare?».

In questo scenario, le misure di sicurezza per lei sono state rafforzate? «Non ne so nulla. So che continuo a mettere di tasca mia la benzina a un’auto blindata che è un baraccone, tanto che non può spostarsi nemmeno fuori Catanzaro». E la riunione di giovedì scorso del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica? «Come no. Mi hanno detto che vi ha preso parte anche il procuratore aggiunto Salvatore Murone (sul quale indaga la procura di Salerno, per fatti relativi a inchieste del pm de Magistris, ndr). La cosa un po’ mi inquieta, poiché ritengo che proprio Murone sia uno dei principali responsabili del mio isolamento istituzionale, oltre che uno degli autori dell’attività di contrasto nei miei confronti all’interno dell’ufficio giudiziario». Allora è vero che quella di Catanzaro è un’altra «procura dei veleni»? «No. Non è così. Con la gran parte dei colleghi io ho un rapporto ottimo. Ma quando arrivo in Procura mi guardo lo stesso alle spalle. C’è nei miei confronti, e le vicende degli ultimi tre anni lo dimostrano, una precisa attività di contrasto, messa in atto verso ben precise indagini e svolta da parte di ben individuati soggetti».

Cosa pensa della telefonata dell’altro giorno tra i suoi indagati Prodi e Mastella che il premier ha definito «cordiale»? «Non parlo delle indagini in corso, lo sa». Dopo questa intervista, non l’accuseranno di aver avuto un «disinvolto rapporto » con la stampa? «Questo è davvero paradossale. Sono io che ho subito i danni creati dalle fughe di notizie. E poi, adesso basta. Il momento è troppo grave. E quindi ritengo di potermi svincolare dal dovere di riservatezza che mi ero imposto, mentre tutti gli altri facevano con me il tiro al bersaglio ». Pensa che debbano intervenire capo dello Stato e Csm? «Sì. Lo spero. Non so perché il presidente Napolitano non sia ancora intervenuto. Confido che lo faccia il Csm, a tutela dell’autonomia e indipendenza di tutti i magistrati. Anche di quelli che lavorano in Calabria». Carlo Vulpio 21 ottobre 2007

Chiosa: quando il procuratore Cordova, della procura di Palmi, inziò ad indagare sulla massoneria, fu promosso a Napoli…Quando vi fu lo scandalo delle intercettazioni Telecom, si scoprì che il rersponsabile di tuto era massone, ma i giornali dedicarono alla notizia poche righe…Quando scoppiò lo scandalo P2 una tonnelata e mezzo di carta e anni e anni di inchieste servirono solo a dimenticare l’accaduto….

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Comincia la carboneria.

Passato il ciclone Napoleone, a continuarne la battaglia rivoluzionaria restano i suoi eredi: militari che hanno acquisito ricchezza e potere, borghesi arricchiti con la legale spoliazione dei beni della chiesa, cadetti delle casate nobiliari, studenti romanticamente attratti dall’ideale nazionale.

I membri delle società segrete. “Chi pensava allora all’Italia, alla sua indipendenza, alla sua rigenerazione? Meno poche eccezioni, la schiuma sopraffina della canaglia, che si riuniva misteriosamente nelle vendite dei Carbonari”: in termini così poco lusinghieri Massimo D’Azeglio descrive ne I miei ricordi la società segreta protagonista dei tentativi insurrezionali dei primi decenni dell’Ottocento.

“Figliuola della Frammassoneria”, come scrive nella Storia d’Italia pubblicata nel 1851 lo storico massone Giuseppe La Farina che parla, come sottolinea, con “cognizione di causa”, la carboneria organizza i moti del 1817 a Macerata, del 1820 a Nola, Avellino, Napoli e Milano, del 1821 a Torino, del 1831 a Modena e nelle Legazioni. Gli intenti dell’Alta Vendita, vale a dire della direzione strategica della rivoluzione in quel periodo, sono chiaramente enunciati in documenti caduti in mano della polizia pontificia.

Si tratta di un interessantissimo epistolario e di uno scritto noto col nome di Istruzione permanente redatto nel 1818. Sia l’Istruzione che le lettere sono testi estremamente significativi perché, tenendoli presente, si capisce qualcosa di più del come e del perché si sia giunti alla formazione del Regno d’Italia. Quale lo scopo della carboneria? Detto in parole povere la liberazione dell’Italia dal cattolicesimo. E l’unità e l’indipendenza? Favole, miti per gente semplice e credulona.

Proprio così scrive Felice a Nubio -i nomi di battaglia dei carbonari non sono stati divulgati- l’11 giugno 1829: “l’indipendenza e l’unità d’Italia sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi, caro Nubio, noi sappiamo quello che valgono questi principii. Sono palloni vuoti”. Per capire con quali armi i rivoluzionari contassero di stroncare il cattolicesimo in Italia conviene citare per esteso i testi dei carbonari: si tratta di documenti che non è esagerato definire agghiaccianti. La calunnia, la maldicenza, l’infiltrazione nelle file del clero, la disintegrazione della famiglia, la corruzione, sono le armi spregiudicatamente scelte e consigliate per conseguire lo scopo prefisso.

Veniamo ai testi. “Il nostro scopo finale – sostiene l’Istruzione – è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana”; l’Alta Vendita si prefigge una “rigenerazione universale”, inconciliabile con la sopravvivenza del cristianesimo. Vindice scrive a Nubio: “Noi abbiamo intrapresa la fabbrica della corruzione alla grande; della corruzione del popolo per mezzo del clero e del clero per mezzo nostro. Questa corruzione dee condurci al seppellimento della Chiesa cattolica”. L’Istruzione prevede che, dove non si arrivi con la corruzione, si debba supplire con la calunnia: “Schiacciate il nemico, quando è potente, a forza di maldicenze e di calunnie”; una parola ben inventata, “una parola può, qualche volta, uccidere un uomo. Come l’Inghilterra e la Francia, così l’Italia non mancherà mai di penne che sappiano dire bugie utili per la buona causa. Con un giornale in mano, il popolo non avrà bisogno di altre prove”. Ancora: “Dovete sembrare semplici come colombe, ma sarete prudenti come i serpenti. I vostri genitori, i vostri figli, le vostre stesse mogli devono sempre ignorare il segreto che portate in seno, e, se per meglio ingannare l’occhio inquisitore, decideste di andare spesso a confessarvi, siete a ragione autorizzati a conservare il più rigoroso segreto su queste cose”.

Le istruzioni continuano: “dovete presentarvi con tutte le apparenze dell’uomo serio e morale. Una volta che la vostra buona reputazione sia stabilita nei collegi, nei ginnasi, nelle università e nei seminari, una volta che abbiate catturato la confidenza di professori e studenti, fate in modo che a cercare la vostra compagnia siano soprattutto quanti sono arruolati nella milizia clericale. Si tratta di stabilire il regno degli eletti sul trono della prostituta di Babilonia: che il clero marci sotto la vostra bandiera mai dubitando di seguire quella delle chiavi apostoliche”. Da sempre le élites rivoluzionarie, considerando sé stesse migliori del volgo, hanno creduto loro dovere insegnare al popolo cosa pensare. Da sempre lo hanno fatto poco a poco perché la popolazione non si ritraesse inorridita. Da sempre si è trattato di insinuarsi pian piano con abile propaganda per poi venire all’improvviso -e simultaneamente- allo scoperto. Vanno tanto diversamente le cose ai giorni nostri? Solo fino a qualche anno fa sarebbero state pensabili ostentazioni della diversità sessuale, uteri in affitto, sperimentazione sugli embrioni, clonazioni realizzate ed annunciate e via discorrendo?

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Finanziaria 2008: attacco alle Forze Armate.

Stiamo ancora discutendo sulla Legge finanziaria del 2007, con tutti i pasticci e le nefandezze che ha provocato e continua a provocare, che giunge all’orizzonte quella del 2008, carica di speranze e di attese. Vedremo quali e quante tasse andremo a pagare nel prossimo anno, ma felici, supportati dalla parola del Ministro Padoa Schioppa secondo il quale, ricorderete, “pagare le tasse è bellissimo”. Non ce ne siamo mai accorti, ma sarà certamente per colpa nostra e chiediamo immediatamente scusa. Non entro nel merito specifico della nuova finanziaria, non sono un tecnico, ma vorrei soffermarmi su un articolo, il numero 82, nemmeno fra i più importanti in un’ottica prettamente economica, ma certamente significativo, da un punto di vista simbolico ed ideale, del clima che anima l’attuale coalizione di governo. L’articolo in questione cita testualmente: La Legge Finanziaria 2008 (A.S. n. 1817) nell’ambito delle iniziative tendenti a razionalizzare gli Enti Pubblici dello Stato, prevede che all’U.N.U.C.I. venga tolto lo status di Ente Pubblico riconosciuto con la Legge n. 311/2004. La sigla “U.N.U.C.I.”, per la gran parte degli italiani sconosciuta, è l’acronimo di Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia, la quale, come cita l’articolo 3 del suo statuto, è apolitica ed accoglie gli ufficiali in congedo dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dei Corpi Armati dello Stato, della Croce Rossa Italiana e del Sovrano Militare Ordine di Malta, di qualsiasi grado e in qualsiasi posizione, nonché i cappellani militari appartenenti al ruolo ausiliario ed a quello della riserva. E’, quindi, l’associazione che raggruppa tutti gli ufficiali di ogni arma e reparto che hanno servito il Paese, in guerra ed in pace. Un’associazione che lega idealmente chi ha dedicato una parte o tutta la vita al servizio dello Stato e alla difesa del Paese. Un’associazione ben viva e vitale che non si è chiusa a riccio in un bunker di revanscismo e nostalgie del passato: gli iscritti si occupano di volontariato, di fornire supporto legale agli ex appartenenti alle varie forze armate italiane, organizzano attività di aggiornamento continuo in accordo con il Ministero della Difesa. Tutto questo però non basta a sottolineare il valore di associazioni come quella in questione; il maggior merito che deve essere riconosciuto è quello di difesa e divulgazione della nostra memoria storica, della nostra identità di popolo, della salvaguardia della nostra storia nazionale, troppo spesso dimenticata o travisata, in una parola la nostra tradizione. Proprio su questo punto, ritengo, vale la pena riflettere: la finanziaria attuale e quella passata sono palesemente condizionate dalla sinistra estrema, quella sinistra che basa le proprie azioni su presupposti ideologici, classisti: dopo aver penalizzato lo scorso anno artigiani, commercianti, l’esercito della partita IVA, questa volta tenta di completare l’opera smantellando anche un’associazione d’arma composta da cittadini per i quali la parola Patria ha ancora un significato profondo, senza cadere nel nazionalismo e nella retorica. Quello che emerge negli ambienti delle Forze Armate è la sensazione di essere stati abbandonati dal Governo e la certezza che questo Stato sia ostaggio di una parte politica radicale che denigra e svilisce tutto ciò in cui decine di migliaia di persone credono e che questa Nazione hanno comunque giurato di difendere, anche a costo della vita. La spesa per la Difesa è ai minimi storici e addirittura si qualificano le associazioni degli ex ufficiali come enti inutili. Intristisce, inoltre, vedere come anche certa stampa abbia supportato supinamente la proposta del Governo di abolire lo status di Ente pubblico all’U.N.U.C.I., gettando fango senza verificare i dati riportati; è il caso de “Il Sole-24Ore” del primo ottobre 2007, dove è apparso un articolo sulla Finanziaria 2008 nel quale, tra l’altro, si affermava che “alla governance dell’UNUCI concorrono 44 persone e che negli ultimi anni ha registrato anche meno di 100 iscritti”. Il giornale di Confindustria si mostra quindi virtuoso contro i deboli, giustifica il taglio ai contributi all’Ente in oggetto, si tratta di circa 100.000 Euro all’anno, e non verifica, supponendo che a nessuno interessi, tali cifre, le quali in realtà sono ben diverse e ben più significative: l’U.N.U.C.I nazionale conta venti collaboratori volontari e quattro impiegati con una struttura di oltre 43.000 soci, ufficiali di tutte le Forze armate, e che negli ultimi quattro anni ha registrato 6.077 nuovi iscritti. Un mondo di persone che, come ricordavo sopra, opera ancora al servizio del Paese, donando migliaia di ore di lavoro oscuro, manuale e culturale, al servizio della comunità. E’ palese la discriminazione in atto verso una parte di cittadini italiani che non scenderanno mai in piazza per protestare e non devasteranno città per affermare le loro ragioni calpestate e difendere le idee e gli ideali che li hanno accompagnati e guidati per tutta la vita. Ormai è evidente come ci sia una parte della nostra società profondamente anti-italiana, che calpesta i valori in cui si identifica la maggior parte del nostro popolo, facendo della storia e delle persone che l’hanno fatta e ancora oggi la stanno facendo, un uso strumentale tentando di eliminare “legalmente” le ultime sacche di resistenza della memoria. Naturalmente non faremo passare tutta questa operazione sotto silenzio, non possiamo alzare bandiera bianca senza provare a resistere e a reagire e per questo occorre il supporto di tutti, anche di coloro non hanno servito il Paese in armi, ma che hanno potuto vivere e vivono in libertà e prosperità anche grazie agli uomini in uniforme: un primo passo importante è sensibilizzare le alte cariche dello Stato sottoscrivendo una petizione all’indirizzo: http://www.firmiamo.it/unuci.

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Ma Baldo cosa fa ?

Ma Baldo cosa fa? Nessuno che lo sa. Il Baldo Donatello, che tutti abbiamo visto essere stato pesantemente provocato dal ragazzino cui ha cercato di spegnere un sigaro sul viso, pare avere affermato che tanto lui ha un sacco di avvocati pronti a difenderlo (ben otto, manco fosse Berlusconi!). La singolare affermazione mi ha indotto a porre pubblicamente un interrogativo che, peraltro, già da tempo coltivavo tra me e me: ma il prode Baldo, giovanile assai d’aspetto, ma non più giovanissimo d’età, di che vive? Forse, tra un’occupazione e l’altra, ancora studia? Forse invece lavora? E, soprattutto, chi gli paga i suoi otto avvocati? C’è forse qualcuno in grado di soddisfare questa mia curiosità? Se sì, ringrazio anticipatamente.

Rodolfo Borga

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Infanzia e giovinezza di Antonio Rosmini.

La vita di Rosmini, più che di eventi, potremmo dire che è cosparsa di pensieri tradotti in parole: oltre tredici volumi di contatti epistolari, decine di trattati di filosofia, teologia, morale, ascetica, spiritualità, psicologia, politica, diritto … A

i primi del 1600, lo stemma della famiglia Rosmini porta ai lati la scritta latina “Lucent in tenebris” – “ [Le stelle] brillano nelle tenebre”. E nella parte inferiore dello stemma vi erano tre versi in latino del poeta Ovidio che declamavano “Mentre ogni animale guarda prono la terra / [Dio] diede all’uomo un volto sublime e gli ordinò / di guardare il cielo e alzare lo sguardo alle stelle”(1). Lo stemma manifesta e rivela l’identità e la progettualità della famiglia nobiliare. Con le parole di Ovidio, i Rosmini affermano la grandezza di Dio, dell’uomo e dell’universo. Questo orientamento di fede sarà una costante nella famiglia Rosmini. Antonio Rosmini leggerà in chiave provvidenzialistica anche i suoi stessi natali. Scriverà nel suo Diario personale: “Col farmi Iddio la grazia di venire alla luce la vigilia della festività di Maria Vergine Annunziata, mostrò di volermela dare per mia madre e protettrice, quale sempre la sperimentai, benché io le sia stato un cliente e figliuolo ingratissimo […]. Ancor più la bontà di Dio, qui prior me dilexit, mi beneficò col fare che il giorno 25 del medesimo mese di marzo, festa di MARIA V. ANNUNZIATA DALL’ANGELO, rinascessi nel salutare lavacro del santo battesimo”. Rosmini nasce a Rovereto il 24 marzo 1997 e viene battezzato il giorno dopo nella chiesa di S. Marco dall’arciprete Giuseppe de’ Baroni. Nel XVIII e XIX secolo la chiesa di S. Marco è legata a due papi. Nel febbraio del 1782, Pio VI parte da Roma diretto a Vienna per convincere – senza esito – l’imperatore a non usurpare i diritti della chiesa.

Nel suo viaggio di ritorno, entra a Rovereto il 10 di maggio e il giorno dopo si reca a piedi alla chiesa di S. Marco. Il 26 settembre 1823, in quella stessa chiesa di S. Marco, Rosmini leggerà il Panegirico alla santa e gloriosa memoria di Pio VII, dove Rosmini esalta in particolar modo il papato e la sua opera di guida spirituale e culturale del mondo intero, a difesa dei più deboli e dei diritti della chiesa. A Rovereto, la scuola primaria era stata fondata nel 1774 dall’imperatrice Maria Teresa. A sette anni, nel 1804, dietro insistenza del direttore della scuola, don Giovanni Marchetti, i genitori di Antonio Rosmini decidono di iscriverlo. Saputolo, il piccolo Antonio, corre alla biblioteca dello zio Ambrogio, carica il servo di diversi ‘libroni’ per portarli a scuola. Alla domanda di cosa servissero volumi così grossi, il bambino rispondeva: “Voglio imparare la sapienza”. Il suo tutore, tuttavia, don Francesco Guareschi, lo tratterrà per due anni nella prima classe di ‘grammatica’, al fine di rinforzarlo nei primi elementi della logica. La ripetizione di qualche materia non doveva essere troppo raro a quei tempi, se la stessa cosa era capitata ad Alessandro Manzoni! Altre lamentele sull’apprendimento della grammatica giungeranno nel 1808, quando Antonio sta affrontando la scuola di Latino; il tempo dello studio, viene speso da Rosmini nella biblioteca dello zio Ambrogio dove inizia a leggere anche la Summa di S. Tommaso d’Aquino; è in questa biblioteca, messa a sua disposizione dallo zio Ambrogio, dove avrà inizio la sua enciclopedica cultura.

Nel 1812, la classe di Antonio deve svolgere il tema in classe: “Lettera ad un amico per incoraggiarlo agli studi”. I maestri loderanno la composizione di Rosmini esortandolo: “Bravo, andando di questo passo farete grande onore a voi e alla vostra famiglia, e farete parlare di voi il mondo”. Più tardi, Rosmini parlerà della tristezza provata nell’ascoltare tale lode, in quanto, dietro quelle parole, percepiva che il fine dello studio veniva posto sotto la luce dell’amor proprio, del prestigio della famiglia e focalizzato nella vanagloria del mondo. Nei suoi scritti pedagogici, Rosmini insegnerà a non solleticare col prudore della lode l’amor proprio degli scolari, e a evitare di coltivarne la vanità. Il tema scritto, in ogni caso, gli procurerà l’amicizia di don Pietro Orsi, sacerdote colto e santo, del quale Rosmini riferirà che “Egli intendeva la mia posizione, e m’era ciò che mi bisognava al mondo”. A sedici anni, nel 1813, leggendo i classici pagani e cristiani come Platone, Lattanzio, Agostino…, conclude nel suo Diario: iddio mi aperse gli occhi su molte cose e conobbi che non eravi altra sapienza che in Dio”.

Nello stesso anno partecipa alla fondazione dell’Accademia degli Amici Lettori, intitolata al roveretano Valentino Vannetti. Rosmini viene scelto come primo presidente e segretario, e adotta il nome anagrammatico di ‘Simonino Ironta’. Durante l’estate vi è un primo segnale della particolare vocazione che Antonio vorrà seguire. Come ogni anno, nella casa di famiglia Rosmini in Folgaria, durante l’estate viene chiamato un maestro di ballo, un certo Angelico Festo, ma dopo poche lezioni Antonio comunica ai genitori che i proventi utilizzati per tale iniziativa sono soldi persi in quanto “Non è necessario che un prete sappia ballare”, i genitori restano sconcertati, ma non comprenderanno le reali intenzioni del figlio sino all’anno seguente. È questo il tempo in cui scrive i dialoghi sull’Amore, sull’Amicizia e sulla Carità, tutte esposte in lettera maiuscola per sottolinearne la loro intrinseca nobiltà. Nel 1814 scrive il Giorno di solitudine, un dialogo nel quale le protagoniste sono tre nobili donne: Filosofia, Amicizia e Religione. Rosmini inizia anche a registrare i primi interrogativi; è del 28 agosto la domanda: “È da vedere se le idee di cose spirituali le possiamo trarre da noi stessi … pensaci e rifletti”. Sono riflessioni che preparano la strada al Nuovo saggio sull’origine delle idee e all’opera pubblicata postuma, la Teosofia. Viene posto anche il fondamento della fedeltà alla tradizione cattolica e alla chiesa, rimanendo sempre radicato nella ortodossia della fede. Sempre in questo periodo scrive: “Questi pensieri sono scritti da un giovanetto che non ha ancora studiato filosofia, il quale ha scritto quel più bello e per lui nuovo che ha trovato dettargli sua ragione. Si vuol però qui avvertire di essere sempre soggetto alla Chiesa, che è quanto dire a verità, e sempre pronto a rivocare quello che per ignoranza avesse scritto e fosse da lei non approvato”. Questa disponibilità a ‘rivocare’ sarà più volte messa a dura prova, non per propria (di Rosmini) ignoranza, ma per quella altrui. Negli ultimi mesi dell’anno esprime chiaramente la propria intenzione di accogliere la vocazione sacerdotale.

Il 22 settembre 1814 scrive all’amico Bartolomeo Menotti: “Io ho fermato di farmi prete, e di porre tutto quello che ho a comprarmi un tesoro, cui né la ruggine né la tignola scema o guasta, né i ladri dissotterrano”. I genitori non sono dello stesso parere e invitano don Antonio Cesari, a dissuadere il loro figliuolo da simile percorso. Il Cesari, residente a Verona, amico di famiglia e membro dell’Accademia degli Agiati, il quale durante l’estate era ospite di casa Rosmini, dopo un lungo colloquio con il giovane Antonio, dissuade i genitori da qualsiasi interferenza e li esorta: “lasciatelo andare, quella è la sua strada”. Per gli studi superiori era necessario andare a Trento o a Verona. I nobili di Rovereto preferiscono ingaggiare don Pietro Orsi e affidare a lui l’insegnamento della filosofia e delle altre materie scolastiche. Con lui Rosmini inizia a studiare i filosofi, in particolare degli ultimi secoli (Bacone, Locke, Condillac …). Tenta anche la composizione di alcuni sonetti declamati nella Accademia degli Agiati, ma senza fortuna; il Cesari li definirà “un guazzabuglio”. Lasciata la poesia, Rosmini si dedica allora alla filosofia e alla matematica, definendoli “studi deliziosi”, ma tra le due la filosofia verrà considerata il “sommo studio”. Nel 1816 scrive un’operetta che inizia a delineare la fisionomia culturale del giovane Rosmini, intitolandola Sulla utilità e necessità di coltivare la ragione. Sui 18 anni di età coglie l’intuizione dell’essere (dalla quale partirà per delineare il “suo” sistema filosofico, il suo “sistema della verità”), ed è lui stesso a descriverlo, parecchi anni dopo, nel 1854, al suo confratello Franceso Paoli. Il 20 novembre 1816, Antonio Rosmini parte per Padova, per adempiere agli Studi di teologia, al termine dei quali, a Chioggia, il sabato santo del 1821 viene ordinato verrà ordinato sacerdote dal vescovo di Venezia. (1) “Pronaque cum spectent animalia singola terram / Os homini sublime dedit coelumque videre / Iussit, et erectus ad sidera tollere vultus”. OVIDIO, Metamorfosi, lib. I, I. padre Mario Pangallo

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Antonio Rosmini: gli antenati. I puntata.

Il nome di Antonio Rosmini porta con sé il profondo legame con la città di Rovereto. Nei primi anni di sacerdozio Rosmini usava concludere le lettere con la firma “Antonio Rosmini, prete roveretano”. Questo affetto per la sua città natale ha sempre trovato un amorevole riscontro nei suoi concittadini, i quali nel 1887 erigeranno nell’attuale piazza Rosmini di Rovereto la poderosa statua, che verrà poi spostata in corso Rosmini, dinnanzi alla casa natale del sacerdote roveretano.

L’origine dei Rosmini, tuttavia, non risiede in Rovereto. Un illustre antenato del filosofo, Nicolò Ferdinando (1707-1753) Rosmini, in collaborazione con Jacopo Tartarotti ( fratello del più noto Girolamo ), intraprese una meticolosa ricerca sulla propria famiglia esposta in un voluminoso manoscritto che riceverà il titolo di Prove dell’albero della Famiglia Rosmini e altre notizie intorno la medesima. Il manoscritto non vuole essere solo una attenta indagine storica, ma vuole veicolare un esimio valore morale. Nella premessa spiega i “due motivi che mi hanno indotto a raccogliere queste notizie intorno la nostra Famiglia: il primo egli è perché servino di impulso a chi le leggerà di non degenerare dalle animose, nobili, e virtuose qualità de’ suoi antenati, ma più tosto con azioni eroiche, ed illustri procuri di aumentare le prerogative della Famiglia”; il secondo, aggiunge, è perché l’ignoranza della propria storia familiare porta sovente con sé litigi e contese per motivi di eredità e proprietà. Segue poi una valutazione sulla nobiltà che non può essere considerata parte della eredità, ma solo conquista personale di ogni membro della famiglia, poiché, continua, “la nobiltà è una qualità accidentale, gloria di chi con belle operazioni la ha ottenuta, e meritata, non di chi casualmente la ha ereditata”.

 La conclusione di questa premessa viene iniziata da una esortazione spirituale: “Procuri adunque ogn’uno ben impiegarsi santamente verso Iddio per salute dell’anima sua, poi virtuosamente per giovare al suo prossimo, e nello stesso tempo abbia a cuore di conservare e aumentare il preggio della famiglia […]”. Sottolinea l’importanza del legame con il proprio passato, ponendo nella firma la presenza di ben tre successive paternità: “Nicolò Ferdinando figlio di Ambrogio figlio di Nicolò figlio di Francesco figlio di Antonio”. Ma lo studio di Nicolò Ferdinando percorre una attenta indagine storica anche a ritroso nei secoli. Questo consente di scoprire che il capostipite della famiglia Rosmini portava il nome di Aresmino ed era originario di Piazzo, piccolo paesino dipendente dalla pieve di S. Pellegrino, nella provincia di Bergamo. Francesco Paoli, il primo biografo di Antonio Rosmini, nella sua Antonio Rosmini e la sua Prosapia, afferma che “Aresmino, figlio di Pietro degli Aliprandi, detti volgarmente Oprandi, è il capostipite di tutte le famiglie Rosmini, e nacque a Piazzo, in una delle piccole ville della pieve di S. Pellegrino”. Con Aresmino ci troviamo a cavallo del XIV e XV secolo. Il ricercatore di cui si serve Jacopo Tartarotti è il sacerdote di S. Pellegrino, don Gio-Batta Angelici, il quale verso la conclusione della sua ricerca, invia un documento dove afferma: “L’altro giorno trovai verso la fine del secolo 1200 un quondam Oprando de S. Pellegrino descritto in una pergamena della nostra cattedrale …”. Aresmino si porta a Rovereto. Qui lo rintracciamo con il nome di Rasmino, e viene individuato come il capostipite di tutte le famiglie Rosmini.

La sua morte si colloca tra il 1464-1469. Dei suoi quattro figli (Gusmero, Giovanni Picenino, Pamfilo, Carlo), Giovanni Picenino è il capostipite delle famiglie Rosmini di Volano, mentre il primogenito Gusmero, è il capostipite delle famiglie Rosmini di Rovereto, mettendo al mondo tre figli (Gusmero, Rosmino, Pietro), e due figlie, (Giovanna e Marietta). E’ singolare notare che il figlio di Rosmino, Zaccaria, abbracciato lo stato ecclesiastico, diviene rettore della chiesa di S. Marco in Rovereto, carica che verrà affidata anche ad Antonio Rosmini per un anno ricevendo il 21 giugno 1834 il decreto di elezione e il 5 0ttobre 1834 la presa di possesso. Il fratello di Zaccaria, Cristoforo, dal 1555 al 1564 riceverà più volte l’incarico di provveditore della città di Rovereto. L’impegno civile e militare rendono noti i Rosmini, accrescendo la stima nei loro confronti. I Rosmini si evidenziarono sia per la loro convinta fede religiosa, come anche per il loro impegno civile e militare, tanto che Massimiliano II, il 28 ottobre 1574, concede ai fratelli Francesco, Pietro, Giorgio e Pamfilo Rosmini il diploma imperiale di nobiltà. I discendenti di Pamfilo, cento anni dopo, il 29 maggio 1672, riceveranno da Leopoldo II un nuovo, solenne e più esteso decreto di riconoscimento dei meriti e nobiltà acquisiti. Anche il nostro filosofo, Antonio Rosmini e il fratello Giuseppe, il 13 marzo 1830 verranno immatricolati “fra i nobili della provincia di Trento”. Nel 1714 nasce Gianantonio Rosmini, fratello di Nicolò Ferdinando, il cronista. Gianantonio studia per due anni nel collegio “San Luigi” tenuto dai padri gesuiti a Bologna; frequenta con profitto le facoltà di Filosofia e Giurisprudenza. Terminati gli studi, sposa Margherita dei Conti Bossi-Fedrigotti di Rovereto. Dalla loro unione nascono due figli, Ambrogio e Pier Modesto e due figlie, Teresa e Cecilia che rimasero in famiglia nubili. Con Gianantonio si aggiunge al cognome Rosmini quello di Serbati, in seguito all’acquisizione di un Fidecommesso istituito nel 1619 da Benedetto Serbati di Rovereto, che imponeva all’erede di conservare intatti i beni ereditati e in caso di estinzione del ramo maschile dovesse passare al più vecchio dei discendenti per via di donne della casa Serbati.

Il Fidecommesso era stato ereditato da Gerolamo Tartarotti, eminente storico critico di Rovereto e, alla sua morte, nel 1761, passa a Gianantonio, per via della madre Cecilia Orefici-Serbati. Il secondogenito di Gianantonio, Pier Modesto Rosmini, sposerà Giovanna dei Conti Formenti di Biacesa, presso Riva del Garda, dalla quale nasceranno Gioseffa Margherita nel 1794, Antonio nel 1797, e Giuseppe nel 1798. Data l’instabilità di Giuseppe, il padre deciderà di lasciare quattro sesti dell’eredità ad Antonio, e un sesto rispettivamente alla sorella G. Margherita e al fratello Giuseppe. Giuseppe si sposerà, ma non avrà progenie. Con Antonio, sacerdote, filosofo e fondatore dell’Istituto della Carità, si estinguerà la casata dei Rosmini-Serbati. Testi di consultazione: PAOLI F., Antonio Rosmini e la sua Prosopia (= Prosapia), Rovereto 1880; TODISCO S., I Rosmini e gli altri, Udine 1996; VALLE A., Gli antenati, la famiglia, la casa, la città, Brescia 1997. padre Mario Pangallo

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Il razzista abortista e determinista Watson.

Elementare Watson! Perchè elementare? I giornali di oggi riportano tutti, stupiti, la notizia che il celebre scienziato ateo Watson è un razzista: bella scoperta! Lo è esattamente come tutti i suoi predecessori che hanno ridotto l’uomo al suo dna, negando la libertà e l’anima umana, e che, di conseguenza, hanno appoggiato l’eugenetica, l’aborto, la selezione embrionale ecc.Watson è solo un dei tanti esponenti del neopositivismo odierno, solo che è più coerente e dice tuto quello che pensa, anche sui neri (non solo sugli handicappati e sui bambini non pefetti da eliminare). E’ razzista come lo furono, a tratti, Darwin, suo cugino Galton, il suo discepolo T.Huxley (lo dice anche Dawkins nel suo ultimo libro) e tutti gli eugenisti anglosassoni e tedeschi alla fine dell’ottocento e per metà del Novecento.

Corriere della Sera – NAZIONALE – sezione: Cronache – data: 2007-10-18 num: – pag: 29 autore: Guido Santevecchi categoria: REDAZIONALE

Nuova provocazione del padre del Dna. «Senza fondamento e offensiva» Watson: «Neri meno intelligenti dei bianchi» Frase choc del Nobel. La Montalcini: indignata DAL NOSTRO CORRISPONDENTE LONDRA – Può un monumento vivente della scienza, un Premio Nobel paragonato a Darwin e Copernico per la scoperta della struttura del Dna, dire impunemente che i popoli di pella nera sono meno intelligenti dei bianchi? Può attribuire questa teoria ai dati della genetica? È quello che si sta chiedendo la Commissione per i diritti umani di Londra dopo che il professor James Watson, 79 anni, americano, ha deciso di aprire la sua mente a un giornale britannico. «Sono pessimista sulle prospettive dell’Africa – ha detto lo scienziato – perché tutte le politiche sociali dell’Occidente sono basate sul fatto che la loro intelligenza sia uguale alla nostra, mentre tutti i test svolti dicono il contrario». E ancora: «La gente che deve trattare con dipendenti neri sa che (il fatto che abbiamo pari intelligenza, ndr) non è vero». Non c’è speranza che la frase sia sfuggita inconsapevolmente al dottor Watson o sia stata riportata fuori contesto nel colloquio con il Sunday Times. Perché il premio Nobel del 1962 ha appena scritto nel suo ultimo libro di memorie Avoid boring people (Evitate le persone noiose): «Non c’è alcun motivo di credere che le capacità intellettuali di popoli geograficamente separati nella loro evoluzione si siano evolute in modo identico. Il nostro desiderio di considerare una uguale forza della ragione come eredità comune a tutta l’umanità non basta per fare in modo che sia così». L’esternazione ha suscitato reazioni politiche e scientifiche sdegnate. Per Keith Valz, presidente della Commissione Interni di Westminster, è «triste vedere uno scienziato di questo livello dire cose così prive di fondamento e offensive». Non c’è da credere che Watson si faccia impressionare, perché già in passato aveva invitato «gli accademici a lasciare la correttezza politica ai politici di mestiere». Anche i suoi colleghi però sono amareggiati. «Sono veramente indignata – commenta Rita Levi Montalcini -. Macché genetica, a influenzare l’intelligenza è l’ambiente. Il fatto che una persona sia nera non conta niente, il cervello è uguale se non migliore del nostro». La premio Nobel italiana conclude: «È stato lui a dire questo? Io speravo fosse stato uno Storace». Di sicuro quest’ultima battuta non dispiacerebbe a James Watson. Da quando 45 anni fa ricevette il Nobel per lo studio sul Dna, definito il più grande passo in avanti della scienza genetica nel ventesimo secolo, il professore ha corteggiato la controversia. Ha cominciato litigando con i colleghi di Cambridge con cui aveva condiviso la scoperta e il premio. Ha fatto infuriare i movimenti femministi dicendo che la dottoressa Rosalind Franklin, che non ottenne il Nobel nonostante i suoi appunti fossero stati cruciali, aveva il difetto di essere brutta e quando gli fu chiesto di spiegare il significato del pronunciamento rispose: «L’aspetto fisico è importante ». Dieci anni fa ha suggerito che le donne in attesa di figli con geni omosessuali dovrebbero avere il diritto di abortire». E, accusato di essere degno degli scienziati dell’eugenetica nazista replicò: «Era un ragionamento ipotetico. Dicevo solo che, se si potessero individuare i geni dell’omosessualità prima della nascita, molte donne sceglierebbero l’aborto. Perché la maggior parte delle madri vogliono anche diventare nonne. Non è senso comune?». Poi si è detto a favore dello screening genetico sostenendo che la «stupidità» un giorno sarà curabile ed evitabile. Nel 2000 Watson si era già occupato di geni e colore della pelle. Suggerendo un collegamento tra forte libido sessuale e neri. Allora gli scienziati americani insorsero, dicendo che il vecchio collega «sfruttava i successi passati per promuovere opinioni senza alcuna base». Invece ci furono accademici britannici che difesero il diritto a discutere in termini politicamente scorretti e Susan Greenfield, direttrice della Royal Institution, affermò: «La scienza dev’essere libera da preoccupazioni su genere e razza, niente dovrebbe fermarla sulla via della ricerca della verità». Forse però non è questo che vuole James Watson. Forse cerca solo davvero evitare di «essere noioso», come ammonisce il suo libro pubblicato dalla Oxford University Press. A costo di rovinarsi la reputazione. D’altra parte, con le sue conferenze e il suo nome, ha raccolto 100 milioni di dollari in donazioni per il laboratorio di Long Island negli Usa. Di sé dice: «In realtà non ho mai avuto una mente eccezionale». E conclude: «Mi piacerebbe se dal mio libro fosse tratto un film divertente». Chi vedrebbe nel suo ruolo? «Sacha Baron Cohen», l’attore più politically uncorrect del momento. Fosse possibile un test genetico per l’orientamento sessuale, per le madri dei gay sarebbe giustificabile l’aborto Nel futuro potrebbe diventare realtà la manipolazione dei geni in modo da far nascere solo ragazze belle

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