Assaggi n. 48: L’astrazione è l’attività dell’uomo (Tomas Tyn)

L’atto umano è l’atto dotato di un volontario perfetto: cioè procede dall’uomo intrinsecamente e procede dall’uomo secondo la conoscenza del fine, non una qualsiasi conoscenza, non la conoscenza sensitiva perché l’uomo ovviamente ha anche quella, ma secondo quella conoscenza del fine che è propria dell’uomo, ossia secondo la conoscenza intellettiva o astratta del fine. L’antropologia classica, a differenza di certe insipienze contemporanee, predilige l’astrazione. L’astrazione è l’attività dell’uomo: l’attività dell’uomo sta nel fatto che sappia astrarre, che sappia formulare degli universali.
Al giorno d’oggi ci siamo disaffezionati agli universali, invece la grandezza dell’uomo è la capacità di afferrare l’universale. Solo in base a questa capacità dell’universale l’uomo possiede anche la padronanza dei suoi propri atti, cioè possiede il volontario perfetto e possiede in ultima analisi anche la libertà, cioè il dominio del proprio atto e dell’effetto del proprio atto.

Servo di Dio P. Tomas Tyn O.P., Gli atti umani

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Lorenzo Dellai premia Simon Veil, autrice della legge sull’aborto in Francia.

Già in passato Lorenzo Dellai ha fatto di tutto per ottenere l’appoggio di un partito cattolico, il Centro popolare di Gubert e Conci, allo scopo di annacquare di fronte ai trentini moderati e cattolici l’alleanza con i Ds.

Il Centro di Gubert aveva ricevuto assicurazioni su politiche a favore della famiglia e per la riduzione dell’aborto in Trentino. Finite le elezioni, Dellai abbandò un politico serio e leale come Gubert, perchè non gli serviva più, e nell’arco della legislatura diede il suo tacito appoggio all’utilizzo della Ru486 da parte del primario Emilio Arisi. Ora, mentre da un lato finge di smarcarsi dal Pd con l’Unione per il Trentino, dall’altra corteggia l’Udc di Tarolli e Carli- che sino a poco fa si era autonominato suo sfidante al motto altezzoso “L’alternativa ora c’è”-, per presentarsi ancora una volta come il regista di un progetto moderato per la nostra regione. In contemporanea propone come vincitrice del premio internazionale “Alcide De Gasperi” Simone Jacob Veil, già presidente del Parlamento europeo e soprattutto colei che ha dato il nome alla legge che nel 1975 ha introdotto l’aborto legale in Francia.

Questa la motivazione: “Intelligenza e passione politica nonché dedizione serena al lavoro istituzionale sono, a parere della giuria, le caratteristiche che iscrivono Simone Veil “a pieno titolo fra le personalità che sulla scia di De Gasperi meritano di essere annoverati fra i costruttori dell’Europa”.L’Europa, insomam, si costruisce con leggi che determinano la condanna a morte di 200.000 bambini l’anno.

Veniamo brevemente all’uso della Ru486 in Trentino: nel marzo 2008 Arisi ha interrotto la sperimentazione, giustificandosi con la partenza di una specializzanda che lo aiutava nella somministrazione. Ma come ha scritto Diego Andreatta, sarebbe “interessante sapere, ma in reparto nessuno ne parla, perchè i colleghi non obiettori non seguano Arisi sulla prima linea della Ru486”: perchè c’era solo una specializzanda a distribuire la pillola, se tale pillola è veramente così efficace? ”Significativo un altro dato: anche in precedenza la gestione della Ru486 al Santa Chiara era stata affidata ad una specializzanda che lasciò l’ospedale in relazione a un’indagine giudiziaria, scattata dopo un decesso.

Mentre da tempo si chiede conto dell’esito di un’indagine interna sul caso Santa Chiara, Arisi va avanti garantendo che il problema è solo organizzativo…” (Avvenire, 27 Marzo 2008). Persino Severino Antinori, su Liberazione del 25 marzo, ha dichiarato la sua contrarietà alla pillola abortiva, troppo pericolosa per le donne (tra il resto provoca sterilità in un’alta percentuale di casi).

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Il Cristo di padre Giorgio Butterini: “chiuso, scontroso, bloccato dal suo mondo giudaico”.

Eravamo abituati a padre Butterini che dalle colonne dell’Adige, o da altre postazioni, faceva le pulci alla Chiesa, al papa, al depositum fidei, con quella finta umiltà che caratterizza i disubbedienti e coloro che si accomodano Cristo a modo loro.

 Non era facile pensare che sarebbe andato più in là. Sembrava, cioè, che più in là di così non si potesse. Invece, forse per noia, forse per apparire originale, forse perché Cristo è Cristo, ma Butterini sa di essere Butterini, oggi sull’Adige (domenica 17 agosto 2008) ci ha stupito con effetti speciali, insultando Gesù con una insistenza, una ripetitività e una banalità inimmaginabili. Di Pietro l’Aretino, personaggio un po’ anomalo, si diceva: “Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,/ scusandosi col dir: non lo conosco”. Neanche padre Butterini, di Cristo e della sua Chiesa, a leggerlo, sa molto, ma ritiene comunque opportuno smascherarlo, almeno un po’, questo ebreo insolente, razzista, xenofobo, misogino e un po’ antiquato.

Per questo, seguito a ruota da qualche prete che ha ritenuto di volerlo utilizzare per la predica domenicale, ha spiegato che Gesù è stato “convertito” dalla Cananea, da una donna straniera che lui, da ebreo superbo, inizialmente disprezzava. Leggiamo qualche passo: “Oggi leggiamo uno dei Vangeli più intriganti, perchè Gesù ci fa due volte una figura meschina, ma una donna lo ‘converte’, lo obbliga a cambiare atteggiamento e a prendere un comportamento nuovo, più cristiano: Gesù cambia da ‘leghista’ (poteva mancare l’accenno politico?, ndr), chiuso in un mondo vecchio e decadente, in cristiano aperto, coinvolto nella sofferenza dei più deboli… Mi chiedo quale potrà essere oggi la donna che converte una chiesa che si chiude in se stessa”. Dopo aver rimbrottato Gesù, dopo essersi augurato la conversione della Chiesa, non chiaramente la sua, il frate continua definendo Gesù “chiuso, scontroso, bloccato dal suo mondo giudaico”, caratterizzato da un “comportamento schizofrenico” e da  estrema “durezza”, finché però, per fortuna, anche Gesù “lascia da parte la sua presunta identità ebraica” e “diventa vero cristiano”.

E se anche Butterini, un giorno, trovasse la fede cattolica in Cristo e abbandonasse quella forma di protestantesimo personale che evidentemente, grazie al liberissimo e personalissimo esame delle Scritture, professa?

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La vocazione ad essere crociato

Dopo “L’albero della vita”, ho letto “L’ultimo crociato” di De Wohl. Un buon libro per parlare di vocazione.
C’è una domanda che nel libro si ripete come l’esigenza più grande: “Dov’è l’uomo che abbia ancora il puro spirito dei crociati? L’uomo che voglia compiere un’azione non perché voluta da lui, ma perché Dio la vuole?”.
La risposta si trova sulle labbra di uno scrittore, non l’autore, ma Cervantes, testimone-protagonista della battaglia di Lepanto. Questi riconosce in Giovanni d’Austria “un vero re, un magnifico, giovane re. Un crociato, forse…l’ultimo crociato”.
Il romanzo di De Whol ha tanti meriti. Quello di raccontare una storia, la battaglia di Lepanto in cui i Turchi subiscono una sconfitta sul mare che fino, ad allora, li aveva visti dominatori assoluti. Ha il valore didattico di farci entrare nelle pieghe di un frammento di storia della Chiesa e quindi dei paesi cattolici che su quell’identità si costituiscono. Mostra le debolezze e le passioni, il senso del dovere e dell’Assoluto negli uomini di coorte della Spagna di Filippo II della metà del 1500. Un romanzo che non solo racconta la storia, ma che della storia ne offre un senso. Una storia biografica di Juan, figlio bastardo di Carlo V e fratellastro del Re Filippo II. Il suo mentore e maestro don Luiz lo disciplina fino a farlo diventare non solo un soldato di prim’ordine, ma soprattutto un uomo generoso e puro, obbediente all’ideale di servire il Re, devoto alla volontà di Dio. C’è un fatto decisivo nell’educazione del ragazzo. Ancora adolescente Juan, riceve dalle mani di don Luiz un crocifisso di legno bruciato. Il prezioso legno era finito nelle mani dei Mori che, in dispregio, lo stavano bruciando. Visto il gesto sacrilego, don Luiz si getta nel fuoco, uccide i Mori e salva il crocifisso. Juan inorgoglito per il dono ricevuto e infiammato per l’eroismo del suo maestro grida: “Voglio essere come lui! Voglio essere come lui!” – ripetè – “Madre del cielo fammi diventare come lui, per favore!”
Questo episodio sarà decisivo per comprendere l’intera parabola vocazionale di Juan. Ormai uomo, in lui convivono due spinte contrapposte: quella di seguire il suo ardore nel combattere e nel perseguire la sua passione per una donna e la sua volontà di servire, sempre e comunque, l’opera del Re. Entra in un monastero per ritrovare se stesso.
Qui gli si accosta fra Calahorra. Sono queste dei dialoghi tra i due, le pagine più belle del romanzo.
“Un uomo che conosco” – disse Juan sorridendo – “una volta mi spiegò che la miglior cosa era trattare Dio come il fuoco. Non bisogna starci troppo lontano, altrimenti si gela; né troppo vicino altrimenti si rischia di bruciare”.
Calahorra fece cenno col capo. “Se lo rivedrete, ditegli che Nostro Signore ha detto: “Né i troppo caldi, né i troppo freddi, ma i tiepidi Dio ha vomitato dalla Sua bocca”. (…)
“Oh! Questo è quasi certamente destinato a divenire un detto popolare. Ma tradotto nella vita e nei costumi è un flagello. ? esattamente quello che sta accadendo intorno a noi in questi tempi. “Rispetta Dio in ogni maniera, ma senza correre rischi” si dice. “Non dire nulla e soprattutto non fare nulla che non sia politica.” “Sii neutrale.” “Che t’importa se i Turchi stanno attaccando questa o quella contrada? Non attaccano te.” “Non essere troppo freddo, manda al Principe assalito un grazioso messaggio, fors’anche delle promesse; ma non esporti al fuoco.” “Sii neutrale, con benevolenza.” (…)
Guardava fisso il fuoco. “L’abitudine” – continuò con occhio terribile – “l’abitudine è uno dei peggiori nemici dell’umanità. Talora sembra che ci stiamo abituando alla nostra eredità. Tale possesso ci sembra sicuro, quasi non potessimo perderlo all’indomani. Non ci rendiamo nemmeno conto che lo spirito ci ha abbandonati”.
“Finora la Spagna non manca di uomini coraggiosi” – disse risentito Juan.
“E’ vero e ne avrà sempre, per grazia di Dio. Ma la maggior parte di quelli che hanno lo spirito d’avventura lo combinano con lo spirito di conquista. Questi uomini vogliono che il loro coraggio serva a loro, non a Dio. Non è necessario essere cristiano per questo! Ma dov’è l’uomo che ha lo spirito dei veri crociati? L’uomo che vuole compiere una missione, perché egli vuole, ma perché Dio lo vuole? “Dio lo vuole” Non ho mai sentito questo grido in tutta la mia vita. Lasciamo che le cose vadano per la loro via e le future generazioni non capiranno nemmeno più come un grido del tal genere si sia potuto proferire. Lo tradurranno nelle loro anime mercenarie come una strana specie di ipocrisia”. (…)
“Vi saranno certamente sempre dei buoni preti che continueranno a insegnarci ciò che è giusto…” – disse Juan.
– Sì, vi saranno. Le porte degli inferi non prevarranno, lo sappiamo. Ma ciascuno di noi deve vivere come se quella promessa di Cristo dipendesse da lui e da lui solo. I preti e le monache non sono abbastanza. Cristo ha bisogno anche dei laici. (…) Laici, laici Ecco la nuova crociata. Dio lo vuole. Se Dio è come il fuoco che io ne sia bruciato. Se Dio è come acqua che io anneghi in essa. Se è come aria, che in essa io voli. Se è come terra che io scavi in essa la mia vita finchè non abbia raggiunto il centro”(pag. 251 ed Bur).
(…) “Che l’uomo si chiamasse Principe o Eccellenza o non avesse affatto un nome non aveva importanza. Come mangiasse o bevesse o vestisse, se fosse seduto su un trono o sul più basso sgabello, non aveva importanza. Anche se avesse o no trovato la felicità tra le braccia di una moglie poco contava al confronto del più grande di tutti i problemi. Poiché l’uomo apparteneva non a se stesso, ma a Dio. Per questo i cavalieri delle passate età lasciavano le loro mogli e i loro castelli per amore della croce. Per questo don Luiz si era gettato in mezzo al fuoco per salvare il crocifisso che i Mori stavano per cercando di bruciare. (…) Ormai non gli restava che domandare una cosa: “Signore, fate che io vi serva”.(pag. 253).
La grandezza del romanziere tedesco è di restituire al lettore l’idealità di vivere non per un tornaconto personale per quanto nobile sia. Vivere non per la gloria propria e neppure per degli ideali. Vivere per servire l’opera di un altro: il Re, il Papa e in loro, ultimamente Dio.
“Poiché l’uomo appartiene non a se stesso, ma a Dio”.
Il crociato è chi riconosce questa verità su se stesso, chi avverte che il senso della storia, il destino dei popoli e della Chiesa, la felicità dell’uomo è Dio. Anzi, è il Dio che si fatto carne e si è lasciato crocifiggere. E si lascerebbe anche bruciare, se non trovasse qualcuno disposto a dare la sua vita, disposto a vivere la sua vita nel fuoco!
De Whol dà spessore a quella parola – vocazione – che troppe volte nei nostri ritiri e conferenze appare sbiadita e spenta senza la radicale forza che essa contiene. Ne parliamo allo stesso modo che se dovessimo scegliere che vino bere a tavola: il rosso o il bianco.
La vocazione – così come ce la propone lo scrittore nella figura di Giovanni d’Austria – è appartenere con tutta la forza, l’ardimento, la fantasia, la devozione all’opera di un altro perché la vita, la mia vita, sia definita in ordine a un Altro. Non sono io il metro della vocazione, ma un Altro che sceglie me. “Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni”. La vita si compie nella misura in cui si appartiene. Si vive una vocazione quando si riconosce quest’appartenenza. Non si sceglie una vocazione perché semplicemente mi corrisponde o mi piace. Ma perché Dio lo vuole. Primo passo di questo modo d’intendere la vocazione è l’obbedienza. “Cristo sa se voglio servirlo con tutte le mie forze e finchè vivrò. Ma Cristo è Dio e perciò omniscente e ciò significa che sa pure che non è questa la strada in cui posso servirlo meglio. Voglio essere Suo soldato, non Suo prete. Ha bisogno pure di soldati, vero?”

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Una nuova guerra fredda? Il primo match agli Usa o a Putin?

La guerra tra Georgia e Russia è scoppiata dopo che il presidente georgiano Saakashvili aveva fatto distruggere a sorpresa Tskhinvali, la capitale degli osseti del sud. La Russia è intervenuta 15 ore dopo, quando i morti osseti erano già duemila, la città resa inabitabile, trentamila profughi, il 90% dei quali cittadini russi.

Perchè il presidente georgiano, filo-occidentale, armato dagli americani, ha agito in questo modo? Aveva dietro qualcuno, o semplicemente pensava che gli alleati occidentali, inetressati alla posizione strategica della Georgia e ai suoi oleodotti di proprietà occidentale lo avrebbero seguito? Ancora: perchè per buona parte della stampa italiana è sempre e solo colpa di Putin, mentre i georgiani sarebbero solo vittime? In verità il governo italiano e l’Europa in generale, pur fingendo come sempre sdegno doveroso verso Putin, questa volta non hanno seguito Bush nel fare la voce grossa con la Russia, ma hanno preferito realisticamente trattare: con quale coraggio avrebbero potuto inveire contro Putin, visto chi è stato l’aggressore? Con quale coraggio invocare il diritto internazionale, da parte dei suoi avversari, dopo la guerra in Irak?

Ma le grandi domande sono queste: mettendo da parte i manicheismi, e la divisione buoni georgiani-cattivi russi, che fa semplicemente ridere, si è aperta una nuova guerra fredda? E se sì, chi ha vinto il primo scontro? Dove stanno l’Italia e l’Europa?Si stanno riposizionando, dopo gli insuccessi Usa in Irak e in Asia? Intanto sul giornale di Berlusconi è uscito questo articolo sul tentativo americano di accerchiare la Russia. Delinea gli scenari che hanno portato allo scontro, e forse quelli futuri, perciò è da leggere.

"I presidenti cambiano, ma loro restano, sono le grandi menti della politica estera americana, come Andrew Marshall, che dal 1973 guida l’Ufficio scenari strategici del Pentagono. Potentissimi e invisibili. Sono sconosciuti al grande pubblico, ma ispirano le mosse dell’America sullo scacchiere internazionale, garantendo continuità tra un’Amministrazione e l’altra. Non sono infallibili e la leggerezza con cui gli Usa hanno affrontato la guerra in Irak lo dimostra. Ma la loro mano è ben visibile in molti scenari, a cominciare da quello russo. Da circa vent’anni Washington sottrae al Cremlino crescenti sfere di influenza. Con uno scopo: accerchiare la Russia, ridimensionarla politicamente e garantirsi il controllo degli snodi euroasiatici sia energetici che politici che militari. Basta prendere una cartina degli anni Ottanta per rendersi conto dell’estensione dell’impero comunista sovietico. Ingloba tutta l’Europa dell’Est, l’Asia centrale, controlla l’Afghanistan e può contare sulla compiacente neutralità dei Balcani grazie alla Jugoslavia di Tito e all’Albania, entrambe socialiste, sebbene non allineate. Nel 1989 cade il Muro di Berlino e l’Armata Rossa abbandona l’Afghanistan. Poi tutto avviene con strabiliante rapidità: appena due anni dopo, nel 1991, l’Unione Sovietica non esiste più. Liberi tutti. Libera, a ben vedere, anche la Russia, che sprofonda nella miseria e smarrisce la propria forza militare, diventando un partner docilissimo. Priva di un nemico planetario, Washington potrebbe ridurre il proprio impegno nell’area. E invece passa alla fase due, quella tracciata dai suoi strateghi. Come? Facendo entrare gli ex satelliti europei di Mosca sia nella Nato che nell’Unione europea; creando, dunque, un doppio vincolo, militare e politico. Ma la Russia è pur sempre una potenza nucleare, occorre agire gradualmente. Nel 1994 i Paesi Baltici, l’Ungheria, la Polonia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Bulgaria diventano candidati ufficiali all’adesione sia della Ue sia della Nato. Cinque anni dopo Praga, Budapest e Varsavia entrano a pieno titolo nell’Alleanza. Il test è decisivo per sondare la forza di Mosca, che strepita ma, stordita dalla crisi finanziaria, lascia fare. È il segnale atteso da Washington. Nel 2004 tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia entrano nel club militare atlantico e, parallelamente, nell’Unione europea, che nel 2007 apre anche a Bulgaria e Romania. Non tutti i criteri sono rispettati? L’adesione è prematura? Pazienza, in termini geostrategici ciò è ininfluente. L’importante è ancorarli all’Occidente. Lo stesso avviene con l’ex Jugoslavia. Le guerre in Bosnia e nel Kosovo vengono risolte con l’intervento decisivo degli americani, che possono così controllare i Balcani, tranne la Serbia ma inclusa l’Albania. Un capolavoro, ma incompleto; mancano all’appello altri Stati. Gli attentati dell’11 settembre offrono agli Usa la possibilità di puntare all’Asia centrale. Occorre combattere il terrorismo fondamentalista islamico che spaventa tutti; anche Putin che sostiene la guerra in Afghanistan contro il regime talebano e pertanto non si oppone quando Uzbekistan e Tagikistan consentono a Washington di aprire basi militari sul proprio territorio. La Casa Bianca si muove rapidamente e stringe relazioni molto strette, anche militari, con il Kazakistan e con l’Azerbaigian. In quella zona dell’ex Unione Sovietica, solo il Turkmenistan resta fedele a Mosca, mentre l’Armenia si mantiene equidistante.

E non è finita. La Moldavia, sorella della Romania, pende spontaneamente dalla parte degli Usa. Nel 2003 inizia la stagione delle rivoluzioni popolari, che oggi sappiamo ispirate dagli americani; quella rosa in Georgia costringe alla fuga Shevardnadze, che viene rimpiazzato da un giovane avvocato laureato a New York, Mikhail Saakashvili. L’anno dopo la rivoluzione arancione permette la vittoria in Ucraina del filoamericano Viktor Yushchenko. Nel 2004 la missione sembra quasi compiuta. Un’occhiata alla carta geografica e il quadro è chiaro: la Russia è di fatto accerchiata a ovest e a sud da Paesi alleati o amici degli Stati Uniti. Tutto facile, troppo facile. Può un Paese grande come la Russia e con un passato imperiale arrendersi senza reagire? Ovvio che no, tanto più che il Cremlino si scopre ricco, grazie al petrolio e al gas. Putin, fino a quel momento amico di Bush, reagisce. È offeso e al contempo terrorizzato. Offeso per lo scippo dell’Ucraina, progenitrice e sorella della Grande Russia. Terrorizzato, perché convinto che Washington stia complottando una rivoluzione colorata a Mosca per rovesciarlo. E allora parte la controffensiva. Mosca destabilizza il regime arancione a Kiev, richiama all’ordine il Kazakhstan, il Tagikistan e l’Uzbekistan, che si riavvicinano a Mosca, allentando il legame con gli Usa. Poi si occupa della pratica georgiana. Si schiera al fianco dei secessionisti osseti e abkhazi. Attende l’occasione propizia. Saakashvili gliela offre l’8 agosto con il suo improvvido blitz. Le truppe russe entrano in Georgia. È la prima, grande rivincita di Mosca. Washington è avvertita". http://blog.ilgiornale.it/foa

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Assaggi 47: Restituire ai professori l’autorità del loro ruolo

I giovani d’oggi riconoscono l’autorità solo quando risulta autentica: ai loro occhi chi esige sottomissione e obbedienza in qualità d’insegnante deve fondare e giustificare la propria autorità con competenza, personalità carismatica e integrità morale. I giovani vogliono che docenti, educatori e soprattutto genitori siano persone dotate di un forte ascendente, tuttavia devono sottostare anche a insegnanti che con la loro personalità non riescono ad affermare il proprio diritto all’autorità: in questo caso, è necessario conferire a questi ultimi una sorta d’autorità ufficiale che procuri loro rispetto e ne tuteli il ruolo. I docenti dovranno però salvaguardare questa autorità ufficiale e dunque non potranno tollerare nessuna mancanza di rispetto. Se uno studente usa il tono sbagliato l’insegnante dovrà riferire l’accaduto alla direzione della scuola: quand’ero rettore ho sempre preteso che fosse così. Ogni insegnante ha diritto al rispetto, ed è preciso dovere dell’istituzione scolastica far sì che lo ottenga. Un insegnante deve poter girare per la scuola ed entrare in qualunque classe con la consapevolezza del proprio valore e con dignità, perché è tutelato dal rispetto che gli viene conferito dall’autorità del suo ruolo.

Bernhard Bueb, Elogio della disciplina, Rizzoli 2007, p. 51

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La guerra in Ossezia: perchè? Foa e Olimpio ci spiegano.

L’Occidente sconta l’effetto Kosovo e la questione Nato: Nel febbraio 2008 Pristina si stacca dalla Serbia con la benedizione dell’Occidente. E il quadro cambia. Putin protesta veementemente per «l’amputazione della Serbia»; l’Occidente, però, lo snobba e lui rilancia annunciando la reciprocità. Se il mondo si arroga il diritto di strappare il Kosovo, Mosca si riserva di fare lo stesso con l’Ossezia del Sud e con l’altra repubblica ribelle georgiana, l’Abkhazia. Altri due mesi e al vertice di Bucarest, la Nato, pur evitando di avviare la procedura d’adesione, annuncia che in futuro la Georgia e l’Ucraina, l’altro grande Stato uscito dall’orbita russa, potranno diventare membri dell’Alleanza atlantica. Un’eventualità inaccettabile per il Cremlino, che infatti riaccende le tensioni nel Caucaso. Chi ha provocato l’esclation dell’altra notte? Verosimilmente il presidente georgiano Saakashvili, nel tentativo di anticipare le mosse di Mosca e approfittando della distrazione del mondo nel giorno dell’apertura dei Giochi Olimpici. Ma ha fatto male i conti, a quanto pare. Militarmente la Russia è superiore e ora Saakashvili rischia di perdere non solo il controllo dell’Ossezia del Sud, ma anche quello del suo Paese. E se cadesse Tbilisi, l’Occidente vedrebbe svanire uno snodo cruciale nello scacchiere euroasiastico, a favore, ovviamente, di Mosca. Valeva la pena di rischiare? Perché Washington non ha imbrigliato il suo vulcanico alleato?

È una guerra, vera. Forse finirà in poche ore lasciando tutto come prima oppure inciderà profondamente negli equilibri euroasiatici. Impossibile fare previsioni quando si parla di Caucaso, ma la crisi è seria e non può lasciare indifferente l’Occidente, perché ad affrontarsi sono gli eserciti di una potenza ritrovata, la Russia, e di un Paese legato a doppio filo con Washington, la Georgia. E perché a provocarla sono stati indirettamente gli Stati Uniti e l’Unione europea. La questione dell’Ossezia del Sud non è certo recente. Risale addirittura al 1991. Quando l’Urss si spaccò i territori osseti vennero divisi in due, il nord restò alla Russia, il sud venne inglobato nella Georgia. Una terra piccolissima, grande due volte il Lussemburgo, e abitata da 70mila persone, quasi tutte russe, che rifiutarono di piegarsi all’autorità di Tbilisi. E imbracciarono i fucili. Il Cremlino intervenne e nel 1992 impose un cessate il fuoco, senza però soluzione diplomatica: da allora l’Ossezia è di fatto autonoma in una Georgia che rifiuta di concedere la secessione. Lo status quo dura fino al 2004, quando i georgiani eleggono presidente Mikhail Saakshvili, l’uomo di Washington. Per il Cremlino è un’umiliazione; perché la Georgia è una Repubblica ex sovietica e rappresenta uno snodo strategico cruciale.

Putin non si rassegna e inizia a fare pressioni. Blocca i commerci tra i due Paesi, apre e chiude i rifornimenti di gas e petrolio, ma soprattutto gioca la carta dell’Ossezia del Sud, che, improvvisamente si risveglia e nel 2006 proclama l’indipendenza, che la comunità internazionale non riconosce. Per due anni la tensione resta alta, ma sotto controllo. Poi nel febbraio 2008 il Kosovo si stacca dalla Serbia con la benedizione dell’Occidente. E il quadro cambia. Putin protesta veementemente per «l’amputazione della Serbia»; l’Occidente, però, lo snobba e lui rilancia annunciando la reciprocità. Se il mondo si arroga il diritto di strappare il Kosovo, Mosca si riserva di fare lo stesso con l’Ossezia del Sud e con l’altra repubblica ribelle georgiana, l’Abkhazia. Altri due mesi e al vertice di Bucarest, la Nato, pur evitando di avviare la procedura d’adesione, annuncia che in futuro la Georgia e l’Ucraina, l’altro grande Stato uscito dall’orbita russa, potranno diventare membri dell’Alleanza atlantica. Un’eventualità inaccettabile per il Cremlino, che infatti a luglio riaccende la tensione nell’Ossezia del Sud. I caccia militari russi violano lo spazio aereo georgiano, mentre Mosca e Tbilisi si accusano reciprocamente di intensificare le operazioni di guerra. Il segnale è forte.

Il vulcanico Saakshvili teme che Mosca stia per attuare la minaccia ventilata in febbraio. Cerca sostegno a Washington, ma la Casa Bianca è indebolita dalla corsa presidenziale. E allora aspetta il momento propizio, il giorno di apertura delle Olimpiadi, mentre Putin, ora primo ministro, e gli altri grandi del pianeta sono a Pechino per la cerimonia di inaugurazione. Gioca d’anticipo confidando nella distrazione del mondo e speculando sull’inesperienza e l’apparente mitezza del nuovo presidente Medvedev. E giovedì notte mette i soldati georgiani nelle condizioni di lanciare l’attacco in Ossezia del Sud. E ora tutti sono in imbarazzo. L’America è costretta a difendere l’integrità territoriale della Georgia, che però qualche mese fa ha negato alla Serbia, e vede il suo alleato Saakshvili perdere credibilità e influenza. Mosca deve decidere se avventurarsi in una nuova guerra in un territorio impervio come il Caucaso, con il pericolo di infiammare tutta l’area, o se trattare con Tbilisi, col rischio di apparire arrendevole. Intanto rimbombano le cannonate, alle porte di un’Europa ancora una volta sorpresa dagli eventi. Marcello Foa, sul suo blog e su Il Giornale di oggi 9 luglio.

 

Dalle armi agli affari,
i giochi dietro la rivolta

Cosacchi, americani, israeliani: gli interessi stranieri in Ossezia e gli schieramenti

di Guido Olimpio

Georgiani e osseti non combattono da soli. La Georgia, per preparare i suoi 32 mila uomini, ha cercato aiuto dall’Occidente all’Ucraina optando per una svolta filo-Nato e intervenendo in Iraq. Washington non poteva dimenticare che Tbilisi ha inviato 2 mila militari a Bagdad: una partecipazione che potrebbe risentire della crisi. La Georgia ha ordinato il rientro della metà del contingente «per fronteggiare l’aggressione russa».

L’annuncio è un modo per esercitare pressioni sugli Stati Uniti peraltro già coinvolti nella regione. Alla fine di luglio 600 soldati georgiani e 1000 marines hanno partecipato alle esercitazioni congiunte Immediate Response. Un test per integrare l’addestramento offerto dagli istruttori Usa. Ai georgiani – dicono gli analisti – «mancano sergenti e capitani», una lacuna che il Pentagono vuole colmare. Con un ritorno economico. Unendo cooperazione e affari, gli americani possono piazzare i loro prodotti. E così, gradualmente, il famoso Kalashnikov sarà rimpiazzato dagli M16 statunitensi, le rustiche jeep saranno sostituite dalle gigantesche Humvees. Un mercato discreto dove si sono inseriti anche gli israeliani. Alcune società di Gerusalemme hanno fornito a Tbilisi materiale per la guerra elettronica, consiglieri e supporto tecnico. In aprile i russi hanno abbattuto un paio di velivoli senza pilota georgiani: erano di produzione israeliana. Un contratto per la fornitura di tank e blindati sarebbe stato invece congelato dopo le proteste del Cremlino. Mezzi necessari per rimpiazzare i vecchi carri armati T-55 (circa 200) e T 72 (160), non tutti operativi. Uno schieramento completato da poche dozzine di mezzi corazzati (44), 109 pezzi d’artiglieria, 8 aerei da combattimento ed una trentina di elicotteri.

Nel 2006 i georgiani hanno acquistato diverse centinaia di fucili di precisione – negli Usa e in Ucraina – impiegati in una letale «guerra di cecchini». Sul fronte opposto i separatisti osseti sono poco più di una milizia (6-8 mila elementi) con pochi carri T55. Ma alle loro spalle c’è Mosca che ha lanciato sul terreno le sue colonne corazzate e ha una schiacciante superiorità aerea. Molte unità ribelli sarebbero guidate da ufficiali «volontari» russi e centinaia di altri starebbero per arrivare. Nel Caucaso nel Nord è infatti scattata la mobilitazione dei cosacchi: diversi bus carichi di uomini sono partiti per la regione separatista. In allerta anche la vicina Abkhazia, avversaria di Tbilisi, che dispone di 60 tank, moderni missili anti-carro, 116 blindati, 80 pezzi d’artiglieria e 10 mila soldati. Per gli esperti di strategia, Mosca tenterà di mantenere aperto un corridoio per salvare la «capitale» separatista Tskhinvali. I georgiani, invece, punteranno a schiacciare i ribelli prima che i russi mobilitino forze sufficienti.

Corriere della sera 9 agosto 2008

 

 

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Un giurista scrive al Sussidiario sul caso Englaro.

Caro Direttore, dinnanzi ad alcune diversità di vedute se intervenire o meno per legge per porre rimedio ai nefasti esiti della sentenza della Cassazione (e della Corte d’Appello di Milano che ne dà attuazione) sul caso Englaro, formulo alcune brevi osservazioni. Il codice deontologico dei medici sicuramente dà risposta negativa ai comportamenti tenuti sia nel caso Welby, dove il medico si è fatto strumento di attuazione della volontà del paziente di porre fine alla sua esistenza, sia nel caso Englaro dove il padre-tutore chiede che un medico stacchi il sondino di sostentamento della figlia. In entrambe le vicende, tuttavia, la giurisprudenza – di merito, nel caso Welby, e di legittimità nel caso Englaro – hanno consentito tali situazioni. Per via giurisprudenziale sono stati a riguardo introdotti due istituti giuridici che sintetizzo così: l’esimente dell’adempimento del dovere di attuare un c.d. diritto di autodeterminazione del paziente, che esclude la punibilità nel reato di omicidio del consenziente (caso Welby); il testamento biologico presunto, che, in caso di irreversibilità dello stato vegetativo del paziente, legittima il tutore a porre in essere l’interruzione dell’alimentazione artificiale (caso Englaro). Che fare dinnanzi a questo progressivo scivolamento della libertà di rifiuto di intervento sul proprio corpo, trasformato dalla giurisprudenza in “diritto di autodeterminazione”, attuabile da terzi (caso Welby), e, in caso di irreversibilità dello stato vegetativo del paziente, addirittura desumibile da testimonianze e presunzioni (caso Englaro)? Certamente la via maestra è il ravvedimento dei giudici di legittimità, che tornando sui propri passi, ripristinino l’interpretazione corretta della libertà di consenso all’intervento, che è prerogativa personalissima, non delegabile a terzi, non esercitabile se non dal suo titolare nell’imminenza dell’intervento medico.

E a questo esito sono chiamati a prodigarsi tutti quelli che hanno a cuore che il nostro ordinamento continui a porre al centro la libertà e l’integrità della persona con la sua soggettività giuridica, non trasformandola in un oggetto disponibile, come se fosse una cosa. Nel breve periodo, tuttavia, la Cassazione verrà chiamata non già a rivedere le sue posizioni – essendo in questo senso necessario un altro drammatico caso che arrivi, di grado in grado, fino ai giudici supremi – ma a verificare che la Corte d’Appello di Milano abbia applicato correttamente i pur inaccettabili principi descritti (irreversibilità della condizione vegetativa del paziente, ricostruzione per presunzioni della sua volontà). ? questo il senso del ricorso della Procura avverso il decreto di autorizzazione del distacco del sondino da parte dei giudici d’Appello. E dalle notizie che giungono sembra che sia soprattutto il tema dell’irreversibilità dello stato vegetativo ad essere sub iudice. Quale che sia la decisione della Cassazione su questo punto, rimarrà comunque intatta l’impostazione giurisprudenziale data alla vicenda che – ripeto – è riassumibile nell’aver i giudici di legittimità introdotto per sentenza la figura del testamento biologico presunto, che nel caso Englaro opera come esimente del reato di omicidio (del consenziente?) e che probabilmente troverà proseliti in altri giudizi di merito.

A questo punto si tratta di decidere se aspettare una prossima e lontana Cassazione che cambi orientamento, oppure considerare l’intervento del legislatore, se non addirittura quello della Corte costituzionale che potrebbe comunque essere investita nel corso di un altro procedimento della questione di legittimità costituzionale di norme del codice civile – come quelle sulla rappresentanza e sulla tutela degli incapaci – ove interpretate in contrasto con il diritto alla vita. Come potrebbe intervenire, dunque, il legislatore? Non certamente con una normativa sul testamento biologico, espressione paradossale e ambigua, come se d’un tratto si potesse disporre per testamento di un bene giuridicamente indisponibile, il bios, la vita appunto. Un intervento legislativo secco e lineare (con normativa ad hoc oppure inserito in un provvedimento più ampio sull’alleanza medico-paziente o sulla tutela della vita umana in sofferenza) dovrebbe riaffermare i tre principi disattesi dai giudici di Cassazione, e cioè che: 1) il consenso informato riguarda solo le persone consapevoli e coscienti, in grado di esprimerlo ed esercitarlo personalmente; 2) tutto ciò che dovesse essere stato espresso in precedenza non è vincolante per il medico e non può in alcun modo riguardare il rifiuto di terapie, di trattamenti salvavita, di alimentazione e idratazione anche artificiali; 3) nessuno può farsi esecutore della volontà del paziente di interrompere un trattamento vitale. Così dando stabilità normativa all’unica ipotesi tollerata dalla Costituzione italiana e cioè che il rifiuto di un intervento sul proprio corpo sia esercitato personalmente e in piena autonomia rispetto all’attivazione e alla persistenza temporale. A questo punto anche i magistrati più spregiudicati e creativi non potranno che tornare ad applicare il principio che sulla vita umana i giudici non decidono. (Alberto Gambino, Professore ordinario di Diritto privato all’Università Europea di Roma)

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Il destino incerto della sinistra italiana

Gli scettici rimangano pure con le loro perplessità, ma nessuno può negare l’operosità dell’attuale governo, capace, in pochi mesi, di tener fede a molti impegni contratti col proprio elettorato: l’abolizione dell’Ici, la detassazione degli straordinari e la pulizia di Napoli sono solo alcuni tra i molti traguardi tagliati. Risultati un po’ migliori – spero lo si riconosca – di quelli conseguiti dal sempre agonizzante governo Prodi, autore di un risanamento fantasma, di cui proprio nessuno sembra essersi accorto.
Ma torniamo a noi. Mentre il governo Berlusconi procede nel proprio percorso di riforme, Veltroni che fa? Il leader del partito democratico sembra spaesato, senza bussole e riferimenti, per giunta attorniato da colleghi, da Parisi a D’Alema, pronti a fargli la pelle al primo incidente di percorso.
A ben vedere, però, non è tanto Veltroni il punto, quanto la crisi d’identità, vera patologia dell’attuale sinistra italiana, incapace com’è di darsi un progetto, una missione anche piccola, una ragion d’essere. L’idea di creare un governo-ombra, in realtà nasconde un vuoto di idee senza precedenti. E in attesa di una resurrezione, eventuale quanto incerta, della sinistra massimalista, ora esiliata dal Parlamento, la sinistra vagabonda, sospinta ora dal carisma tiepido di Veltroni, ora dal populismo giacobino di Di Pietro.
E’ una sinistra che sopravvive, questa. Una sinistra che in parte ancora patisce la cocente delusione del governo Prodi, e che stenta a ripartire. Il Partito Democratico, nato come la Terra Promessa tanto sospirata, si sta rivelando per quello che è: un contenitore, anche carino, ma vuoto; l’attempata parodia di quello che fu Forza Italia. Con la differenza che Forza Italia, benché raccolga ex socialisti, vecchi democristiani e liberali, a suo tempo fu qualcosa di realmente innovativo, rivoluzionario quasi.
Al contrario, fatichiamo a riconoscere, nel Partito Democratico, un corpo ideologico che non sia dichiaratamente ambiguo. La stessa pretesa di far convivere laici e cattolici, davanti alle sfide della bioetica, non regge.
Come può sperare, Veltroni, di guidare un partito dagli elementi così eterogenei senza naufragare?
Tanto più se si considera, come dicevamo all’inizio, che Berlusconi ora fa sul serio, sapendo di avere la maggioranza degli italiani con lui, per la sinistra si mette davvero male. Se le sparate della premiata ditta Santoro-Travaglio rimangono l’unico vero antidolorifico davanti alla crescita di consensi di Berlusconi, sta finendo un’epoca.
E non esagera chi prevede, per i prossimi anni, un tramonto inesorabile di questa sinistra. Da parte sua, Di Pietro non ha carisma e numeri per cambiare lo stato di cose presente.
L’unica via d’uscita a questo stallo sarebbe decapitare, politicamente parlando, l’attuale dirigenza del Partito Democratico, ancorché non anzianissima, e sperare in un miracolo, in nuove menti e nuove idee. Nel frattempo, personalità serie come Bersani, Letta e Fioroni potrebbero traghettare la sinistra verso una nuova stagione, questa volta per davvero. Ma l’operazione di rinnovamento, se la sinistra ha a cuore il proprio destino, deve iniziare. Da subito.
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La libertà secondo Sol?enicyn.

Aleksandr Sol?enicyn non è stato solo un romanziere, un cronista, un amante della verità storica del suo paese. E’ stato anche un pensatore originale, critico verso il comunismo, ma anche verso il capitalismo occidentale, ed un filosofo.

Ecco un discorso tenuto dallo scrittore e dissidente russo trent’anni fa, il 1 giugno 1976, presso la Stanford University (California): «L’idea della libertà è difettosamente concepita se non diamo valore alle mete vitali della nostra esistenza terrena. Credo che gratificarci in modo illimitato con beni materiali non possa rappresentare l’obiettivo della nostra vita; dobbiamo lasciare questo mondo purificati, migliori di quanto siamo a causa del retaggio dei nostri istinti. Dovremmo orientare il corso della vita lungo il cammino dell’arricchimento e del perfezionamento dello spirito. Solo il sommarsi di questi passi spirituali può essere definito progresso spirituale dell’umanità. Partendo da questi presupposti, la libertà esterna non è la meta finale dei popoli e delle società, ma solo un mezzo che favorisce l’autentico sviluppo. Non è altro che la possibilità di vivere un’esistenza umana e non animale, la cornice entro la quale l’uomo può svolgere meglio la propria missione terrena. Ma per arrivare a questo, la libertà non è l’unica condizione necessaria. Non meno che della libertà esterna, l’uomo ha bisogno di uno spazio in cui potersi concentrare intellettualmente e moralmente e dove il suo spirito possa svilupparsi. Purtroppo, l’attuale forma civilizzata di libertà ci concede un tale spazio solo a costo di un grande impegno. E’ deplorevole che, rispetto a epoche anteriori, negli ultimi decenni l’idea di libertà sia stata così tanto demolita e svuotata. Il concetto si è quasi esclusivamente ridotto a libertà dalle pressioni esterne e dalla costrizione statale.

La libertà è ormai intesa come concetto meramente giuridico. Libertà, dunque, è la “libertà” di sporcare con rifiuti commerciali le cassette della posta, gli occhi, le orecchie, i cervelli degli uomini e le trasmissioni televisive, al punto che è impossibile vederne una dall’inizio alla fine senza interruzioni. “Libertà” di sputare pubblicità e propaganda sugli occhi e sulle orecchie dei pedoni e degli automobilisti. “Libertà” degli editori di riviste e dei produttori di cinema di portare sulla strada sbagliata le nuove generazioni, con immagini provocanti ed equivoche. “Libertà” dei giovani fra i quattordici ed i diciotto anni, che stanno crescendo, di abbandonarsi all’ozio e ai piaceri fatui, invece di imboccare la via del vero impegno e della crescita morale. “Libertà” delle persone giovani e sane di dedicarsi a nessun lavoro e di vivere alle spalle della società. “Libertà” degli scioperanti di usurpare diritti e di privare il resto dei cittadini di una vita normale, del lavoro, dei mezzi di trasporto e persino dell’acqua e degli alimenti. “Libertà” di presentare in tribunale testimoni di comodo anche quando l’avvocato sa che il proprio assistito è colpevole.

 “Libertà” di interpretare in modo così estremistico le regole assicurative da trasformare in usura persino l’azione di un samaritano. “Libertà” di volgari scrittorelli d’occasione, irresponsabilmente portati a trattare in modo superficiale i problemi, formando così l’opinione pubblica in modo frettoloso. “Libertà” del fabbricante di pettegolezzi, che riesce ad impedire al giornalista, per calcolo egoistico, di avere pietà del suo prossimo e della sua patria. “Libertà” di divulgare i segreti militari e di sicurezza del proprio paese al fine di perseguire fini politici personali. “Libertà” dell’uomo d’affari nelle transazioni commerciali, insensibile al numero di esseri umani che potrebbero essere pregiudicati dalle stesse e al danno che potrebbe arrecare alla patria. “Libertà” del politico di parlare irriflessivamente di ciò che piace ai lettori di oggi, senza curarsi della loro sicurezza e del loro benessere futuri. “Libertà” dei criminali che sfuggono alla pena, il che significa che la pietà nei loro confronti si trasforma in una sentenza di morte nei riguardi della società. “Libertà” di restare indifferenti dinnanzi ad una libertà lontana, straniera, che sia stata calpestata. “Libertà” di non difendere neppure la propria libertà: “che siano gli altri a rischiare la pelle!”. Tutte queste libertà, spesso giuridicamente inattaccabili, sono tuttavia moralmente false. Gli esempi fatti permettono di osservare che la somma di tutti i diritti alla libertà è ancora molto lontana dalla libertà dell’uomo e della società. Quest’ultima potenzialmente si realizza solo in altre forme. Tutte quelle menzionate sono forme subordinate di libertà, nient’affatto elevate, precarie e intrise di decadenza. In fondo, la libertà è libertà interiore, quella che Dio ha dato all’uomo: libertà di decidere delle nostre azioni e omissioni, e di esserne moralmente responsabili. Ha capito veramente che cosa è la libertà, non colui che corre dietro ai suoi diritti legali e di essi si serve per ottenere vantaggi economici, ma chi ha una coscienza morale dalla quale si sente obbligato anche quando la legge sta dalla sua parte. La libertà non ce l’ha chi difende vittoriosamente un caso legale sicuro, ma chi è integro al punto da non curarsi dei suoi diritti e, rinunciando a questo, da non temere di mostrare i propri errori.

Tutto ciò si designava con una parola molto antica e oggi dimenticata: onore. Non mi sembra uno sproposito asserire che nel XX secolo, in alcuni paesi ben conosciuti del mondo occidentale, la parola libertà si sia distaccata dalle sue forme originali ed elevate. Oggigiorno non esiste in nessuna nazione del mondo questa forma elevata di libertà, propria degli uomini spirituali, i quali non svicolano fra le sinuosità serpentine delle leggi, ma si auto-limitano liberamente e con la piena coscienza della loro responsabilità… Nella situazione attuale è assai facile dare libero corso alla retorica contro i foschi abissi del totalitarismo e cantare le lodi delle splendenti fortezze della libertà occidentale. Invece, è molto più difficile, ma anche più produttivo, sottoporre noi stessi ad un acuto esame. Nel mondo, il numero dei sistemi socialmente liberi diventa sempre più esiguo e, soltanto negli ultimi tempi, grandi continenti che hanno raggiunto la libertà, si vedono trascinati ai margini della tirannia. La colpa di tutto ciò non è solo dei totalitarismi, che impediscono alla libertà di svilupparsi, ma anche, con tutta evidenza, degli stessi sistemi libertari, che hanno perduto, nell’intimo, parte del loro vigore e della loro stabilità. I vostri e i miei giudizi riguardo a fatti e avvenimenti si basano su esperienze di vita diverse. Questo è il motivo per cui possono divergere profondamente tra loro. Ma proprio la differenza dei punti di vista potrebbe aiutarci a conoscere il tema nelle sue più ampie dimensioni. Vorrei vantarmi di essere riuscito ad attrarre la vostra attenzione su certi aspetti della libertà che pur non appartenendo alle conversazioni di moda, non per questo cessano di avere importanza ed influenza».

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