Sovente di si parla di crisi di fede, ma cosa è fattivamente codesta crisi e soprattutto da cosa è originata? Gli anni Sessanta del Novecento hanno segnato importanti mutamenti per l’intero contesto socio culturale e religioso. In riferimento a quest’ultimo si celebrò il Concilio Ecumenico Vaticano II il cui scopo fu un dialogo maggiore con la cultura, senza dimenticare il primato della Rivelazione. Al Concilio si devono numerosi interventi per una comprensione maggiore della fede, tra i molti la riforma liturgica. La liturgia è l’esperienza completa della relazione tra credente e creatore. Non esiste Cristianesimo senza Celebrazione Eucaristica e orazioni liturgiche a essa affini.
RIFORMA DEL RITO ROMANO
Dalla promulgazione del Vetus Ordo Missae avvenuta nel 1570 ad opera di papa Pio V non vi sono stati sostanziali modifiche al Messale ed ai riti a esso affini, ma sul finire degli anni Cinquanta del secolo scorso si avvertì la necessità di riformare la liturgia, per una maggior comprensione del rito e inclusione dell’assemblea.
La domanda nasce da un utente, che su facebook ha posto un quesito sul rapporto tra L’ONNISCIENZA di Dio e la LIBERTÀ di agire dell’uomo, volendo a sua volta rispondere alla domanda di un suo amico: “Se Dio conosce le nostre scelte, allora che senso ha il nostro libero? Dio infatti sa già se io sceglierò di salvarmi o meno”.
Il 19 maggio papa Leone XIV prende possesso della Basilica di San Paolo fuori le Mura.
Nell’omelia il Santo Padre mette in risalto tre elementi portanti dell’esperienza di fede cristiana: la grazia, la fede e la giustizia.
GIUSTIZIA L’etimologia del termine “giustizia” deriva dal latino iustus e significa “giusto”. Secondo il modello greco romano, il concetto di giustizia è radicato nella realtà naturale, la quale garantisce coordinazione e armonia nei rapporti umani. Per i pitagorici la giustizia è l’armonia del cosmo espressa a livello simbolico dai numeri. La giustizia consta quindi nel moltiplicarsi dei numeri positivi maggiori di zero per se stessi.
Il 19 maggio papa Leone XIV prende possesso della Basilica papale di San Paolo fuori le Mura. Nell’omelia il Santo Padre mette in risalto tre elementi portanti dell’esperienza di fede cristiana: la grazia, la fede e la giustizia.
FEDE
La fede cristiana è la consapevolezza che lo sguardo di Dio si posa sull’uomo. Il Dio che Gesù ha rivelato non è il Demiurgo di Platone il quale vivifica la materia, le conferisce forma e ordine. Egli non crea dal nulla, ma rifacendosi al mondo delle idee da forma alla materia amorfa. Il mondo però è una copia imperfetta del mondo delle idee, in quanto la realtà la percepiamo con i nostri sensi. Il mondo a sua volta è eterno, perché il tempo prodotto dal demiurgo non avrà mai fine. Il demiurgo è una divinità buona e il male è il risultato dell’imperfezione della materia, di cui l’uomo è costituito. Il Dio che Gesù ha svelato non è nemmeno il Motore Immobile di Aristotele che avendo creato per emanazione il cosmo si dissocia da esso. La fede cristiana è esperienza vitale di Dio. La Ruah infatti soffia e aleggia su tutti coloro i quali hanno il cuore preposto ad accogliere i Semina Verbi.
Il 19 maggio 2025 papa Leone XIV prende possesso della Basilica papale di San Paolo fuori le Mura. Nell’omelia il Santo Padre mette in risalto tre elementi portanti dell’esperienza di fede cristiana: la grazia, la fede e la giustizia.
GRAZIA
Essa è un dono gratuito che Dio in Cristo profonde mediante lo Spirito Santo. La grazia è la partecipazione attiva alla volontà di Dio. Essa si attua però attraverso dei segni indelebili: i sacramenti. Il Battesimo primo sacramento dell’iniziazione cristiana, oltre ad eliminare il peccato originale e a includere il neofita nella comunità cristiana, inserisce nella grazia. Non è un caso che da esso si sviluppino gli ulteriori sacramenti, quali segni in toto di unione a Dio. Si pensi alla riconciliazione: essa consente all’uomo di comprendere le sue miserie dinnanzi ad un amore così grande come quello di Dio, che però viene mal corrisposto dalle sue creature. In riferimento la Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi 5 – 20 afferma:
Si ribadisce che già nel giudaismo il pensiero della dannazione era già presente. Esso ricorre in modo costante negli insegnamenti di Gesù, riportati dagli evangelisti. Matteo (25,41) in riferimento scrive:
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
A volte per una errata comprensione della dottrina della misericordia, si elude volontariamente e totalmente l’inferno. Cosa accade quindi? Anzitutto si ribadisce che l’inferno è stato creato dall’angelo decaduto e Dio ha permesso che suddetto luogo esistesse perché rispetta la libertà delle sue creature, accettando anche che esse si dannino per l’eternità. Ogni cristiano quindi, pervaso dalla serietà dell’esperienza di fede, dovrebbe essere consapevole dell’esistenza dello Sheol. L’inferno non sminuisce il valore salvifico della croce, in quanto Cristo ha annientato l’antico tentatore, pur rispettando la libertà dell’uomo, di conseguenza la possibilità di perdersi. In riferimento l’evento cristologico tiene conto di due aspetti differenti:
L’ultima assemblea del Sinodo avvenuta la scorsa settimana (n.d.r. 3 aprile 2025) presso l’Aula Paolo VI in Vaticano ha posto nuovamente dei quesiti che minacciano l’integrità della dottrina, ma anche la stabilità della Chiesa, la quale rifacendosi alla Tradizione, tramanda non la propria volontà, ma la fede nella verità.
Elementi attuali
Molti rappresentanti del Sinodo si sono concentrati sulle irregolarità affettive sempre più presenti nella società. L’avanzamento del fronte LGBT, capeggiato anche da taluni chierici, vede il costituirsi di nuove forme pastorali le quali, oltre a creare confusione, vanno in contrasto con gli insegnamenti della Sacra Scrittura. In successione si è sempre più propensi nell’inserire le donne nella guida pastorale delle comunità, apportando così dei mutamenti non poco sostanziali, si pensi al diaconato femminile, su cui nuovamente si è concentrata la questione; esso va in contrapposizione con l’insegnamento di Cristo il quale volle che il Sacramento dell’Ordine fosse accessibile al solo genere maschile.
L’immortalità dell’anima è una tematica che soprattutto dall’epoca moderna ad oggi ha destato non poche preoccupazioni e soprattutto scetticismo, in quanto molti, a causa di una mentalità esclusivamente scientista, fondano la propria esistenza sull’esclusivo dato empirico. L’antropologia naturalista infatti propone una visione del corpo immanentista, ove l’anima non esiste. Sorge spontanea l’istanza: come conciliare anima e corpo? Cosa accadrà alla fine dei tempi?
Prima di addentrarmi nella questione è doveroso anzitutto porre una riflessione sul tempo. Il tempo è un periodo donato all’uomo, mediante il quale si realizza e realizza la vocazione che Dio gli ha affidato. Il tempo è il luogo della decisione, dell’azione attiva del soggetto, che essendo docile all’azione pneumatica attua già qui e ora il Regno di Dio.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II secondo papa Benedetto XVI
Don Joseph Ratzinger durante lo svolgimento del Concilio Vaticano II (1962 – 1965) vi partecipò come perito per richiesta dell’allora Cardinale Frings, presidente dei Vescovi tedeschi e Arcivescovo di Colonia. Joseph Ratzinger definisce il Concilio come autentico segno di Dio, da interpretare sempre nella tradizione, quindi alla luce del Magistero della Chiesa. L’intento di papa Giovanni XXIII non fu una modernizzazione protestante della fede, dalla quale scaturisce il relativismo ecclesiologico, ma un rinnovamento teologico pastorale, scevro da ermeneutiche immanentiste, le quali sono ben lontane dagli insegnamenti degli Apostoli. L’intento del Concilio fu un rinnovamento nella continuità, una comprensione maggiore della figura di Cristo a iniziare dalla Parola, la quale è sempre in correlazione con la liturgia Eucaristica. In riferimento è doveroso comprendere quanto papa Benedetto XVI ha sostenuto in riferimento alla Costituzione Dogmatica Dei Verbum.
Il termine escatologia deriva dal greco “eskathos” e significa ultimo. Già nell’Antico Testamento è presente un riferimento all’escatologia. Nel Nuovo Testamento viene reinterpretata alla luce della Risurrezione, la quale è in relazione alla parusia, quindi al ritorno glorioso di Cristo ove il bene sarà definitivamente scisso dal male.
La Teologia della morte
Per comprendere l’escatologia, bisogna comprendere cosa sia la morte. La morte è un elemento che accomuna ogni essere vivente. L’epoca post contemporanea ha però eliminato il concetto di morte, non a caso proliferano sempre più le case del commiato, ove il defunto è li posto nel nascondimento; negli stessi nosocomi quando un degente spira, le pratiche mortuarie sono celeri e latenti, non per esclusive motivazioni sanitarie, ma bensì per incapacità da parte dei vivi di accettare suddetta sorte, quale elemento finale della vita di ogni uomo. Sorge l’istanza del motivo per cui non si accetti la morte. Le cause sono differenti, ma hanno un punto nodale: la famiglia. La nostra cultura concepisce spesso la famiglia non come luogo di crescita anche spirituale, ma bensì come struttura che garantisce i soli bisogni primari. Non vi è più la capacità nelle famiglie di sviluppare la fede e in correlazione ad essa di affrontare una tematica sì delicata, ma evidente come la morte. A causa dell’oblio della fede gli aspetti principali dell’esistenza inevitabilmente cedono al relativismo e al nichilismo, tali da ridurre la vita, come la stessa morte a esclusive prerogative tecnico scientifiche, ove al soggetto è delegato in relazione al libero arbitrio, la facoltà di scegliere. Ecco quindi che la vita diviene un substrato chimico(inseminazione artificiale) e la morte una esclusiva pratica tecnica(eutanasia, suicidio assistito). La morte ha sempre destato timore, attualmente lo crea ancor di più perché l’umano volontariamente ha eliminato il trascendente. In riferimento Schleiermacher reputa sia la vita, che la morte come “spiragli” attraverso i quali l’uomo intravede l’infinito. Purtroppo anche fra molti cristiani si è assunta la posizione materialista in relazione alla morte, tale da non consentire una reale preparazione, dacché per taluni non è l’incontro con il fautore dell’essere, bensì il fine del tutto.