1919, Keynes e la “finta” pace

Lo studioso era convinto che il mondo avrebbe avuto un altro futuro se i vincitori del primo conflitto avessero capito che i problemi più gravi non erano territoriali o politici, bensì economici

Di Dario Antiseri (Avvenire, 2/9/2007)

? nel dicembre del 1919 che esce il libro Le conseguenze economiche della pace di John Maynard Keynes (1883-1950), opera destinata ad una immediata e immensa fortuna: il libro venne tradotto in 11 lingue e in Inghilterra se ne vendettero, in poco tempo 140.000 copie. Il saggio venne scritto a seguito della partecipazione di Keynes, quale membro della delegazione del Tesoro inglese, ai negoziati di Versailles sul Trattato di Pace tra le potenze vincitrici e la Germania.

Esso contiene un impietoso e documentatissimo atto di accusa contro la decisione dei vincitori di imporre le più pesanti riparazioni per i danni di guerra a carico degli sconfitti. Decisione e scelte che immancabilmente – secondo la “Cassandra” Keynes – avrebbero avuto come unico esito il ritorno di una Germania umiliata e impoverita e, di conseguenza, lo scatenamento di una nuova guerra: “Se punteremo deliberatamente all’impoverimento dell’Europa Centrale, la vendetta, io mi azzardo a prevedere, non potrà mancare”. Ci sarà una nuova guerra, “davanti alla quale appariranno trascurabili gli orrori della recente guerra tedesca” – scoppierà, una guerra, insomma “che distruggerà, chiunque ne sarà il vincitore, la civiltà e il progresso della nostra generazione”.

Il 13 maggio del 1919 il conte Brockdorff-Rantzau comunicò alla Conferenza di pace delle Potenze Alleate il rapporto della Commissione economica tedesca incaricata di studiare gli effetti delle condizioni di pace sulla situazione della popolazione tedesca. In questa comunicazione, Brockdorff-Rantzau, tra l’altro, diceva: “Tra brevissimo tempo la Germania non sarà in condizione di dare pane e lavoro ai suoi milioni e milioni di abitanti, cui viene impedito di guadagnarsi da vivere con la navigazione e il commercio”. E concludeva con le seguenti parole: “Chi firma questo Trattato firmerà la condanna a morte di molti milioni di uomini, donne e bambini tedeschi”. Ed ecco il commento di Keynes: “Non mi risulta che queste parole abbiano avuto risposta adeguata (…) Questo è il problema fondamentale che abbiamo di fronte, rispetto al quale le questioni delle modifiche territoriali e sull’equilibrio europeo sono insignificanti”. Ciò, per la ragione, proseguiva Keynes, che “alcune delle catastrofi della storia, ritardatrici per secoli dal progresso umano, sono scaturite dalle reazioni all’improvvisa scomparsa, per eventi naturali o per opera dell’uomo, di condizioni temporaneamente favorevoli che avevano permesso la crescita della popolazione oltre il numero sostentabile quando le condizioni favorevoli ebbero fine”.

La preoccupazione di fondo di Keynes era, insomma, che l’Europa avrebbe potuto sperare in un “ben diverso futuro”, se i vincitori “avessero capito che i problemi più gravi reclamanti la loro attenzione non erano politici o territoriali ma finanziari ed economici, e che i pericoli del futuro non stavano in frontiere e sovranità, ma in cibo, carbone e trasporti”. Ma così non fu. Clemenceau “aveva una sola illusione, la Francia; e una sola delusione, l’umanità, inclusi i francesi e non ultimi i suoi colleghi” per lui “il tedesco era in grado di capire soltanto l’intimidazione”; dunque, arrogante e miope Clemenceau , arrendevoli Wilson e Lloyd George, sostanzialmente inconsistente Vittorio Emanuele Orlando. Da qui un Trattato di pace che, se mandato ad effetto, non può che danneggiare ulteriormente l’opera rovinosa cominciata dalla Germania. Fu proprio la consapevolezza delle disastrose conseguenze economiche della pace per il destino dell’Europa e della civiltà occidentale a motivare le dimissioni di Keynes dall’incarico di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles.

Il 7 giugno del 1919 egli scriveva al Premier Lloyd George: “Anche in queste ultime, angosciose settimane ho continuato a sperare che avreste trovato un qualsiasi modo per fare del Trattato un documento giusto e realistico. Ma ora, evidentemente, è troppo tardi. La battaglia è perduta”. Keynes lascia Parigi e si ritira nel Sussex, dove scrive in un paio di mesi il suo profetico atto di accusa. Una lezione di onestà, coraggio e lungimiranza. E di umana sensibilità:” I problemi finanziari che incombevano sull’Europa non potevano essere risolti dall’avidità. Per essi la possibilità di cura stava nella magnanimità”.

Le vittime del Grande Terrore comunista.

Chiese e monasteri a Mosca ricordano le vittime del Grande Terrore staliniano Il prossimo 8 agosto, 70esimo anniversario dell’avvio della repressione dei “nemici del popolo” la Chiesa russo-ortodossa prega per le migliaia di vittime. Al poligono di Butovo, dove furono massacrati fedeli di ogni religione, arriverà una grande croce dall’arcipelago Solovki, sede dei primi GULag. Mosca (AsiaNews) –

Chiese e monasteri ortodossi in tutta Mosca pregheranno per le vittime del Grande Terrore il prossimo 8 agosto, 70mo anniversario dell’avvio delle esecuzioni di massa avvenute nel biennio 1937-1938 nel poligono di Butovo, nei pressi della capitale russa. Qui ai tempi di Stalin l’Nkvd, la polizia segreta, fucilava e seppelliva i “nemici del popolo”, in questo caso soprattutto sacerdoti, religiosi e laici, di tutte le fedi: prima di tutto ortodossi, ma anche cattolici, ebrei, musulmani e armeni. La Fondazione pubblica St. Andrew’s Flag, impegnata in progetti di educazione religiosa, ha organizzato per l’occasione il progetto “Sotto la stella della Madre di Dio”. L’iniziativa prevede di portare una grande croce lignea in processione via fiume dalle isole Solovki a Butovo, due dei tanti “Golgota russi”, con la benedizione del Patriarca di Mosca, Alessio II. L’arcipelago Solovki è stato luogo di deportazione per gli oppositori dell’ideologia comunista, e nel 1923 vi venne creato il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato noto col nome di GULag, il sistema di lager staliniani. Nelle chiese di Mosca – come riferisce l’agenzia Interfax religion – si celebreranno panikhida, un ufficio funebre, per i morti nelle fucilazioni di massa del 1937-1938. Secondo i dati parziali emersi dagli archivi della Lubjanka, a Butovo, in soli 14 mesi, sono state uccise 20.675 persone. In tutto, secondo stime ufficiose, il Grande Terrore fece oltre 700mila morti.

La Chiesa conto l’imperialismo internazionale del denaro

Nel 1931, per il quarantesimo anno della Rerum novarum, usciva l’enciclica sociale di Pio XI. Realismo e attualità di un’analisi sull’infausto predominio dell’aspetto finanziario su quello produttivo
di Lorenzo Cappelletti
“Questo è anche un momento in cui c’è una grande preoccupazione globale per un neocapitalismo fatto solo di capitali senza alcun riferimento a industrie e beni agricoli”, dichiarava il 12 settembre il nostro direttore ad Avvenire, quando ancora la nube di polvere e detriti gravava su New York. La medesima preoccupazione emergeva in testa a un ampio articolo scritto per il nostro mensile in quel medesimo frangente dal professor Caloia, presidente dello Ior (30Giorni, n. 9, pp. 54-62): “C’è il problema delle operazioni finanziarie che si risolvono in impieghi di danaro solo per farne altro, senza che si dia un contributo all’economia reale. […] Il buon funzionamento dell’economia globale deve essere considerato più importante dell’eccessiva libertà di alcune centinaia di abili operatori (finanziari) internazionali”. Eugenio Scalfari nell’editoriale di Repubblica del 16 dicembre scorso (e ancora l’economia argentina non era capitolata) sembra fare suo il tema: “L’economia si è trasformata in finanza e la finanza ha globalizzato l’economia. […] Il denaro è mobilissimo, si sposta in un attimo da un Paese all’altro, da un continente all’altro con la velocità della luce”. Da sponde e in tempi diversi, dunque, vengono spunti di una identica analisi del momento che attraversa il mondo globalizzato e la sua economia.
Nessuno, ci risulta, tanto meno in ambito ecclesiastico, ha pensato o ha ritenuto opportuno citare a questo proposito l’enciclica Quadragesimo anno che nel 2001, peraltro, celebrava il suo settantesimo compleanno. Forse si dubita della legittimità dei suoi natali, che cadono in pieno ventennio. O forse il settantesimo compleanno della Quadragesimo anno (e il centodecimo della Rerum novarum) sono ritenute ricorrenze che ormai non meritano particolari celebrazioni. In effetti nuovi documenti in questo campo probabilmente genererebbero inflazione. Riguardo al primo dubbio, però, si deve distinguere quella che fu la nascita della Quadragesimo anno, scaturita dalle idee piuttosto liberali e dalla penna non servile di gesuiti tedeschi e francesi, e l’adozione che di essa fu fatta da regimi che non furono altrettanto aperti (leggi: il Portogallo di Salazar e l’Austria di Dollfuss).
Nostro scopo, in ogni caso, non è sottolineare che si è dimenticata una settantenne. Non vogliamo darle voce perché ci parli di sé, per presentarsi fin troppo arzilla e immacolata, come spesso accade nei racconti autobiografici. Ma per evidenziare, attraverso le testimonianze di chi la conosce, il realismo che a suo tempo ha dimostrato riguardo all’infausto predominio del potere economico sul potere politico e all’altrettanto infausto predominio dell’aspetto finanziario sull’aspetto produttivo. E non solo. A tutto vantaggio della comprensione del nostro presente, che spesso nell’ambito ecclesiale si nutre più di antropologie filosofiche e teologiche che di osservazione dei fatti umani.
Le tre parti dell’enciclica
Per prima cosa bisogna però ammettere che la Quadragesimo anno non fu un’enciclica qualunque. Sia gli specifici commenti ad essa dedicati sia i manuali riconoscono che, se c’è una dottrina sociale cristiana, nella sostanza questa si deve non tanto alla Rerum novarum quanto alla Quadragesimo anno. Edoardo Benvenuto, in un volume interessante, afferma che essa, “unico caso nel corso della storia del magistero pontificio in tema sociale”, costituisce la “fondazione organica di una dottrina. […] Piaccia o non piaccia, questa è la doctrina socialis Ecclesiae, non più vaticinata mediante rimproveri, moniti e auspici, come era accaduto precedentemente, ma chiaramente esposta secondo un’articolazione logica, con le sue premesse, le sue tesi e i suoi corollari” (Il lieto annunzio ai poveri, Edb, Bologna 1997, p. 124). E spiega acutamente (cfr. ibidem, pp. 103-111) che la Quadragesimo anno, proprio per poterlo liberamente innovare, intende presentarsi in perfetta continuità col magistero di Leone XIII, alla cui esaltazione dedica tutta la sua prima parte (nn. 1-40).
Temi e categorie portanti della dottrina della Quadragesimo anno sono espressi nella sua seconda parte (nn. 41-98), dove si parla di proprietà, capitale, lavoro, salario, fino a considerare la necessaria riforma delle istituzioni a partire da una valorizzazione del principio di sussidiarietà e di quello che dovrebbe essere il principio direttivo di tutta la vita economica: la giustizia sociale. Al termine di questa parte prendono posto le due pagine (nn. 91-96) rimaste famose non solo perché vergate in italiano dal Papa (“uno dei rari casi in cui un testo di enciclica proviene redazionalmente dal papa stesso”, scrive nelle sue memorie, pubblicate in Humanitas nel 1971, padre Oswald von Nell-Breuning, il principale redattore dell’enciclica) ma soprattutto perché, seppure con qualche critica, riconoscevano i vantaggi del sistema corporativo appena introdotto dal regime fascista. Come spesso avviene quando l’autorità ecclesiastica interviene direttamente in re politica o oeconomica si assiste a una eterogenesi dei fini. Quella captatio benevolentiae non servì infatti a placare l’irritazione di Mussolini che “intese l’enciclica come una critica così sfavorevole a lui da sferrare la sua ira al riguardo delle organizzazioni cattoliche”, scrive sempre Nell-Breuning.
Insieme, con la riforma delle istituzioni, l’enciclica giudica necessaria all’instaurazione di un ordine sociale più adeguato la riforma dei costumi, a cui è dedicata la terza e ultima parte (nn. 99-149). Parte che, peraltro, prende il titolo dai mutamenti intervenuti in campo socioeconomico dall’epoca di Leone XIII. Naturalmente l’analisi è in funzione della riforma dei costumi, ma ci sembra significativo che l’enciclica ritenga necessario anzitutto inquadrare i rimedi in una diagnosi non affrettata del mutato scenario socioeconomico.
Una immagine della crisi argentina
La diagnosi
Scriveva a caldo La Civiltà Cattolica (II,507) nel presentare il testo dell’enciclica appena uscita: “Merito tutto proprio del nuovo documento di Pio XI sta nella diagnosi ch’esso, con la sicurezza del clinico sperimentato, espone dell’odierno regime economico”. Quasi quarant’anni dopo, cambiati tempi e temperie, e autore del giudizio, il giudizio risultava però ribadito: “Si resta colpiti da tutto ciò che c’è di nuovo e persino di audace nell’enciclica, che appare in parecchi passi molto consapevole dei problemi del momento” (Roger Aubert, nel volume collettivo Pio XI nel trentesimo della morte, p. 245).
Ci fermeremo dunque sulla diagnosi, segnatamente sul particolare rilievo che viene dato al problema finanziario, perché paradossalmente alcuni elementi di essa risultano più attuali che le indicazioni propositive dell’enciclica. Non a caso Paolo VI quando, nell’enciclica Populorum progressio della Pasqua del 1967, volle fare esplicito riferimento alla Quadragesimo anno, non si riferì al suo impianto o alle sue soluzioni, bensì proprio alla sua diagnosi, alle “condizioni nuove della società”, su cui, diceva, “malauguratamente si è instaurato un sistema che […] conduceva alla dittatura a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dell'”imperialismo internazionale del denaro””.
La diagnostica della terza parte non contiene solo formulazioni durevoli come quella citata, ma anche distinguo importanti che devono rendere più cauti pure nel dire che la Quadragesimo anno condanna senza appello capitalismo e socialismo. Soprattutto se si sta alla lettera. Padre Nell-Breuning scriveva che “per l’esplicazione di un documento del magistero non importa né quello che il redattore dello schema ha pensato, né quello che ha pensato il titolare del magistero stesso, ma esclusivamente ciò che il tenore verbale significa secondo i principi generali d’interpretazione”.
Ebbene, se il socialismo risulta condannato più volte nell’enciclica, in essa si legge anche che, nella sua forma moderata, si direbbe che il socialismo “si pieghi e in qualche modo si avvicini a quelle verità che la tradizione cristiana ha sempre solennemente insegnate; poiché non si può negare che le sue rivendicazioni si accostino talvolta, e molto da vicino, a quelle che propongono a ragione i riformatori cristiani della società” (n. 113). Tanto che padre Chenu, in un testo molto vivo edito dalla Queriniana nel 1977, si chiede cosa mai motivasse la successiva grande “severità, dopo la constatazione di notevoli convergenze” (La dottrina sociale della Chiesa, p. 30).
Del regimen capitalisticum, a sua volta, si afferma che “non è in sé da condannarsi” (n. 101), non essendo “vizioso per natura” (ibidem) e anzi si dice che ad esso si accompagnano dei “vantaggi” (n. 103). E la stessa libera concorrenza viene definita “certamente equa e utile se contenuta entro determinati limiti” (n. 88). Si prende però atto delle degenerazioni monopolistiche, frutto paradossale ma “naturale” (natura sua) di quella libera concorrenza quando diviene infinita (n. 107), cioè, si potrebbe tradurre senza tradire Pio XI, il papa della “carità politica” (cfr. discorso alla Fuci del 18 dicembre 1927): “fuori di qualunque controllo della politica”. Tale infinita libertà di concorrenza infatti “lascia sopravvivere solo i più forti, cioè a dire, spesso, i più violenti nella lotta, quelli che si curano meno della coscienza” (n. 107).
Un aspetto di tale degenerazione è il “potere esercitato in modo quanto mai intenso da coloro che gestendo e dominando il capitale finanziario la fanno anche da padroni sul credito e sul prestito, per cui sono in qualche modo i distributori del sangue di cui vive tutta l’economia e ne hanno in mano per così dire l’anima, al punto che, se non vogliono, nessuno può neppure respirare” (n. 106). “Questo” (scrive padre Nell-Breuning a pagina 186 del suo commento all’enciclica uscito a Colonia nel 1932 e poi più volte riedito) “è il passaggio più tagliente dell’intera enciclica”. Ma si affretta subito a precisare che “non vi si deve leggere quel che non c’è scritto. Esso contrassegna una situazione che viene biasimata come uno sviluppo difettoso […], un errore del sistema che affligge l’odierna economia capitalistica e di cui viene auspicata con tutte le forze l’eliminazione” (ibidem).
Dunque il sistema capitalistico è distinto dalle sue degenerazioni. E inoltre, dicendo che il capitale finanziario è necessario come il sangue all’economia capitalistica, pure questo non viene per principio bandito. Si critica la mancata regolamentazione del suo flusso proprio perché nella sua circolazione risiede la vita o la morte delle articolazioni dell’organismo economico. Per questo non può essere lasciato in balìa dell’arbitrio di pochi.
A ben vedere non c’è molto da aggiungere, se non che oggi l’informatica ha reso più virtuale il sangue, enormemente più rapidi gli spostamenti del suo flusso e più invisibili i pochi a gestirlo. E dunque molto più urgente la terapia.
Approfondimento diagnostico
Fanno parte in qualche modo dell’analisi offerta dalla Quadragesimo anno anche gli interessanti nn. 130 e 132. Infatti, dopo aver detto, nel n. 129, con una citazione tratta dalla Rerum novarum, che si tratta di fare “ritorno alla vita e alle istituzioni cristiane”, nel numero successivo l’enciclica afferma, però, che “oggi l’andamento della vita sociale ed economica crea a un elevatissimo numero di persone gravissime difficoltà nell’attendere a quell’unica cosa necessaria che è la loro salvezza eterna”. Non si rimprovera né si auspica né si fanno progetti sulla pelle altrui, si cerca di capire. ? interessante a questo proposito che padre Chenu, delineando il quadro in cui viene a collocarsi l’enciclica, sottolinei che Pio XI risente positivamente dell’emancipazione dell’Azione cattolica da una “ecclesiologia totalitaria tanto nella sua gestione interna che nell’impegno dei cristiani nella vita economica e sociale” (cfr. La dottrina sociale, p. 21) e che comincia a vedere di buon occhio “il ritorno a una strategia che non partiva dall’alto ma da una situazione concreta secondo congiunture differenti e variabili” (ibidem). Di questa strategia si intravedono accenni nella parte finale dell’enciclica (dal n. 138 fino al termine).
Anche il numero 132 fa mostra di un identico comprensivo realismo quando afferma che gli affetti disordinati dell’anima, ovvero la sete di ricchezza e di beni materiali, sono “una triste conseguenza del peccato originale”. E in secondo luogo che tale “umana fragilità” trova “incentivi assai più numerosi” nel moderno sistema economico. D’altra parte, con un’ulteriore distinzione, non è tanto la modalità di produzione del moderno sistema economico a essere riguardata come un’occasione prossima al peccato quanto i “facili guadagni che l’anarchia del mercato apre a tutti e che allettano moltissimi allo scambio e alla vendita; e costoro, agognando unicamente di fare rapidi guadagni con la minima fatica, con una sfrenata speculazione fanno salire e abbassare i prezzi secondo il capriccio e l’avidità loro con tanta frequenza che mandano fallite tutte le sagge previsioni dei produttori”. Ecco di nuovo stabilita una gerarchia di responsabilità fra un sistema finanziario carente e la produzione, tanto più che in numeri successivi si definisce legittimo “per coloro che attendono alla produzione, accrescere nei giusti e debiti modi la loro fortuna; anzi la Chiesa insegna essere giusto che, chiunque serve alla comunità e l’arricchisce accrescendo i beni della comunità stessa, ne divenga anch’egli più ricco, secondo la sua condizione; purché tutto ciò si cerchi con il debito ossequio per la legge di Dio e senza danno dei diritti altrui, e se ne faccia uso secondo l’ordine della fede e della retta ragione” (n. 136).
Immagine della crisi del ’29
Altri due accenni danno buona prova del realismo della Quadragesimo anno. Collocati come sono verso la fine di questa lunghissima enciclica (anche in questo purtroppo precorritrice), potrebbero facilmente essere annoverati fra i convenevoli: da una parte l’affermazione, molto in anticipo sui tempi della nuova evangelizzazione, e dunque ancora in tempo, di un mondo già “ricaduto in gran parte nel paganesimo” (n. 141). Dall’altra parte la preoccupazione che questo nuovo/antico ordine delle cose sconvolga non la Chiesa come tale nella sua dimensione metastorica, ma, turbando “le leggi della natura non meno che quelle divine” (n. 144), venga a danno di tante singole anime: “La Chiesa di Cristo edificata sulla pietra incrollabile non ha nulla da temere per sé, ben sapendo che le porte dell’inferno non prevarranno mai contro di essa; sicura come è, per la prova dell’esperienza di tanti secoli, che dalle tempeste anche più violente uscirà sempre più forte e gloriosa di nuovi trionfi. Ma il suo cuore di madre non può non commuoversi ai mali innumerevoli che queste tempeste accumulerebbero sopra migliaia di uomini, e soprattutto agli enormi danni spirituali che ne sgorgherebbero e che porterebbero alla rovina tante anime redente dal sangue di Cristo” (ibidem).
Da Pio XI a Paolo VI
Ma se si risale ora all’apertura della seconda parte, in cui, con grande rispetto dell’autonomia dei campi, Pio XI si dice legittimato a trattare in campo economico solo di ciò che ha attinenza con la morale e non degli aspetti tecnici dell’economia, avendo essa suoi propri principi e leggi che devono essere investigati secondo ragione (cfr. n. 41), ci si accorge che, almeno nelle premesse, anche la parte deduttiva dell’enciclica intendeva evitare di prendere partito per l’uno o l’altro sistema. Se papa Pio avesse tenuto fede fino in fondo a quel principio e per un istante non si fosse fidato di un fiuto politico che al magistero non necessariamente compete (“oggi sono fermamente persuaso che Pio XI non ha compreso il fenomeno del fascismo, che gli mancavano le categorie sociologiche e politiche per inquadrarlo” scriveva padre Nell-Breuning nel 1971, e sottolineava il “non”) forse non avrebbe aggiunto le due pagine sulla convenienza del sistema corporativo italiano. Paolo VI, nella lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971, riprendeva quel principio e ne tirava le conseguenze. Di fronte alla diversità delle situazioni presenti, diceva: “Ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione” (n. 4). Spettano ai fedeli laici, continuava, sia l’analisi che le scelte e gli impegni per l’opera di trasformazione sociale, politica ed economica. “L’insegnamento sociale della Chiesa non interviene per autenticare una data struttura o per proporre un modello prefabbricato” (n. 42).
In tempi a noi ancora più vicini, se si fosse tenuta presente l’indicazione che viene dalla storia dello stesso insegnamento sociale della Chiesa, forse si sarebbe stati più cauti nell’esaltare gli ideali di svolte economico-politiche che a distanza brevissima si sono rivelate ideali solo per la proliferazione della malavita internazionale (l’ha detto apertis verbis il professor Caloia nell’articolo citato in apertura, a pagina 58 per l’esattezza).

“Due” parole su Garibaldi, l’eroe dei due mondi, o dei due milioni.

Si è fatta la solenne commemorazione per il bicentenario della nascita a Nizza il 4 luglio 1807 dell'”Eroe dei due mondi”, Giuseppe Garibaldi.
La Massoneria con grande enfasi lo sta celebrando, rivendicandolo come il “primo massone d’Italia” (contenti loro!!!), infatti il generale nel 1862 divenne il primo Gran Maestro dell’Italia unita; i politici e le più alte autorità istituzionali dello Stato ne tessono sperticati elogi, che lasciano allibiti.
Ma ormai lo si sa: su Garibaldi ci hanno raccontato, e continuano a raccontarci, un sacco di menzogne. Sarebbe ora che si cominciasse a ripristinare la verità con decisione.
Nei fatti l'”eroe dei due mondi”, fu pirata e corsaro, mercenario e negriero, artefice di saccheggi omicidi e ruberie varie, probabile complice dell’assassinio di sua moglie Anita, amministratore incapace, massone di alto grado, anticattolico e anticlericale. Solo una propaganda interessata e gigantesca ha potuto trasformarlo in eroe nazionale.
Per capire chi era e come veniva considerato ai suoi tempi Garibaldi, si può leggere, ad esempio, cosa scriveva il 13 settembre 1860 il giornale torinese Piemonte in un articolo intitolato “Il creduto prodigio di Garibaldi”:
“Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parve?ro sinora così strane che i suoi ammiratori han potuto chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo sconfigge eserciti, piglia d’assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz’armi… Altro che Veni, Vedi, Vici! Non havvi Cesare che tenga a petto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma il generale Nunziante e li altri ufficiali dell’esercito che, con infinito onore dell’armata napo?letana, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico; i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa colla sua onorevolissima lettera al nipote; li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi. Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la con?quista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell’universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani […]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquil?lamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l’Austria, caduta l’Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell’Europa, anzi dell’orbe terracqueo. E noi torinesi padroni del mondo!”.
Presento due articoli della prof.ssa Angela Pellicciari e un’intervista a V. Messori che si rivelano particolarmente utili per conoscere meglio la vita e la personalità dell'”eroe della Patria” o “dei due mondi”.
Auguri di ogni bene.
Giuseppe Biffi
Giuseppe Garibaldi
UN UOMO DAL “CUORE TENERO”
Aspetti sconosciuti della vita dell’eroe dei due mondi: amava gli animali, trasportava schiavi e odiava i preti. Che avrebbe mandato volentieri ai lavori forzati.
di Angela Pellicciari
Un tenero di cuore. Ebbene sì; Giuseppe Garibaldi era tenero di cuore. Come spesso capita a chi con gli uomini non ha troppi scrupoli – ci si ricorderà di Hitler -, il cuore del generale batte di amore paterno per gli animali. E dire che oggi quasi nessuno se ne ricorda. Come mai la sorte degli animali sta tanto a cuore all’eroe dei due mondi? Perché la loro situazione nei paesi cattolici, in primis ovviamente l’italia, è letteralmente da compiangere sottoposti come sono dai seguaci di santa romana Chiesa – che non credono di essere loro diretti discendenti – a brutalità di ogni tipo. Da sempre attento alle esigenze del mondo femminile, il cuore del generale è attratto dall’amare sorte toccata agli animali di una nobildonna inglese che, in viaggio per l’Italia, constata di persona i gravi maltrattamenti inflitti dai superstiziosi e ignoranti cattolici alle bestiole. ? così che, sull’onda dello sdegno, il generale fonda nel 1871 la Società per la Protezione degli Animali. Forse che i cattolici del secolo scorso erano davvero così spietati nei confronti delle bestie? A leggere i documenti dell’epoca non si direbbe. Sembrerebbe anzi che fossero proprio i cattolici a farsi paladini delle bestie cadute sotto il bisturi positivista di provetti scienziati umanitari. Un gruppo di scienziati stranieri aveva infatti iniziato a Firenze la pratica della vivisezione “per sorprendere i misteri della vita nei suoi recessi”. Fu proprio una campagna stampa sostenuta dal “partito cattolico” ad impedire che simili sperimentazioni continuassero in Italia. E così chi li faceva continuò il suo lavoro nella più ospitale – calvinista e puritana – Ginevra. Garibaldi, oltre che tenero di cuore, era anche fantasioso romanziere. E pure questo aspetto del poliedrico generale è rimasto praticamente sconosciuto anche perché difficilmente la sua produzione letteraria potrebbe definirsi riuscita. Interessante sì. Perché testimonia, se ce ne fosse bisogno, l’odio che uno dei padri nobili della nostra patria nutre per la Chiesa in generale, i suoi ministri in particolare, i gesuiti in modo speciale. Sì, perché se il prete è “il vero rappresentante della malizia e della vergogna, più atto assai a la corruzione e al tradimento dello schifoso e strisciante abitatore delle paludi”, il gesuita è “il sublimato dei prete”. “Quando sparirà – si chiede, affranto, Garibaldi – dalla taccia della terra questa tetra, scellerata, abominevole setta, che prostituisce, deturpa, imbestialisce l’esser umano?”. Tanto è lo schifo che il generale nutre per tutto quanto ricorda santa romana Chiesa ed i suoi rappresentanti, che per i preti arriva ad immaginare un rimedio attuato circa un secolo dopo dalla fantasia malata di un altro grande della storia: Mao Tse-Tung. La Cina degli anni Sessanta assiste esterrefatta ad uno straordinario esperimento: come gli odiati “borghesi”, nella fattispecie i boriosi intellettuali – medici, ingegneri, professori -, possano imparare dai contadini l’arte, preziosa, di vivere. La “rivoluzione culturale’ , i cui milioni di morti non si sa quando potranno essere contati, distrugge la vita culturale, e quindi economica oltre che familiare, della nazione cinese. Ebbene Garibaldi questo provvedimento lo aveva anticipato, anche se solo nelle intenzioni. Solo che, invece dei borghesi, nei campi ci voleva mandare i preti. Nelle sue intenzioni “i preti alla vanga” avrebbero realizzato una magnifica bonifica delle paludi pontine. Questo benefattore dell’Umanità (con la U rigorosamente maiuscola come i massoni – di cui Garibaldi èautorevolissimo esponente – scrivono) oltre che tenero di cuore e romanziere è pure commerciante di schiavi. E anche questo aspetto della vita del liberatore d’italia dal giogo pontificio poco si conosce. L’attività di negriero Garibaldi la esercita negli anni eroici passati a combattere per la liberazione dell’America Latina. Convinto di vivere una vita memorabile, è Garibaldi stesso a redigere un resoconto delle proprie azioni in una lunga autobiografia. Solo che, a questo riguardo, le Memorie sono leggermente reticenti e devono essere integrate con altre fonti. Garibaldi non racconta del commercio di carne umana. Si limita a specificare che il 10 gennaio del 1852, da comandante della Carmen, parte dal porto del Callao, in Perù, alla volta della Cina. La nave trasporta un carico di guano che è una qualità di letame molto pregiata. Il generale è in genere molto preciso nel racconto delle proprie gesta che descrive in dettaglio; così dei viaggio Callao-Canton-Lima sappiamo praticamente tutto: giorni di traversata, carichi trasportati, traversie. Manca solo un particolare: non viene specificato con che tipo di merce Garibaldi, dopo aver venduto a condizioni vantaggiose il guano, faccia ritorno in Perù. A questa dimenticanza provvede fortunatamente l’armatore ligure Pietro Denegri che volendo lodare il capitano della Car men, racconta all’amico di famiglia nonché biografo del generale, tale Vecchj, il dettaglio mancante: Garibaldi “m’ha sempre portati i Chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute; perché li trattava come uomini e non come bestie”. Protettore degli animali, romanziere e negriero? Garibaldi non è passato alla storia con questo clichet. Tutti lo conosciamo come impavido eroe dei due mondi, libertador, disinteressato condottiero, esule volontario, uomo puro e scevro da compromessi. Garibaldi con questa immagine è conosciuto e rispettato in tutto il mondo. Basti dire che nella centralissima piazza George Washington di New York, nuova capitale mondiale, la statua di Garibaldi è una delle due che accompagna, con minor magnificenza e con dimensioni molto più ridotte è vero, ma nondimeno con grande valore simbolico, la statua a cavallo del generale Washington, padre della patria americana. Davvero grande e onnipresente è l’odio per santa romana Chiesa. ? stato profetizzato.
Bibliografia
Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme, Casale Mon.to 2000.
Artgela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere. Liberali & massoni contro la Chiesa, Ares, Milano 1998.
Patrick Keyes O’Cleary, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, Ares, Milano 2000.
Il Timone – n. 15 Settembre/Ottobre 2001
Garibaldi rovina della Sicilia
di Angela Pellicciari
A servizio di Sua Maestà
Intervista a Vittorio Messori
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Chi fu veramente Giuseppe Garibaldi?
– AA VV, Brigantaggio legittima difesa del Sud, Ed. il Giglio, 2000. Ristampa di tutti gli articoli di Civiltà Cattolica sull’infausto 1860 e post.
– Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi, PIEMME, Casale Monferrato 2002, pp.252
– Gennaro De Crescenzo, Contro Garibaldi – Appunti per demolire il mito di un nemico del sud , Editoriale il Giglio, Napoli 2006, pp. 103
– Luciano Salera, Garibaldi, Fauché e i Predatori del Regno del Sud – La vera storia dei piroscafi Piemonte e Lombardo nella spedizione dei Mille , Controcorrente edizioni, Napoli 2006, pp. 542
– Gilberto Oneto, L’iperitaliano, Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi , il Cerchio, Rimini 2006, pp. 324
Si possono anche leggere una serie di interessanti articoli in:
http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/Personaggi/Garibaldi01.htm
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Lasciamo la parola all'”Eroe della Patria”:
Definiva lo Stato Pontificio “il più schifoso dei governi”, “il governo di satana” … E il Papa Pio IX: “metro cubo di letame”…
(cf. DE MATTEI Roberto, Pio IX, Piemme, p. 103)
“Per sollevare l’Italia da tanta apatia conviene sostituire il vero alla menzogna; l’Uomo creò dio e non dio l’Uomo”.
(Cit. in L. BRIGUGLIO; Garibaldi e il socialismo, p. 68)
“Se sorgesse una società del demonio che combattesse dispotismo e preti mi arruolerei nelle sue fila”
(GIUSEPPE GARIBALDI, Scritti e discorsi politici e militari. Ricordi e pensieri inediti , Ciampoli, Roma 1907, p. 664).
“Nel suo testamento, proclamandosi apostolo della libertà e del vero, Garibaldi chiede la cremazione del proprio cadavere e dichiara di voler rifiutare ogni conforto religioso:
“[…] trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”
(GIUSEPPE GARIBALDI, Scritti e discorsi politici e militari, cit., vol. II, p. 316).
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Lasciamo la parola ai suoi “Fratelli Massoni”:
La Gran Loggia d’Italia celebra
il Massone Garibaldi costruttore di Libertà
“Nel momento in cui si celebra il Bicentenario della Nascita di Giuseppe Garibaldi, Uomo costruttore di libertà sotto ogni latitudine, nel nostro Paese assistiamo ancora ad attacchi contro la Massoneria che si configurano come un vero e proprio attentato alla libertà e alla dignità personale”.
Lo ha detto questa mattina il Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia, Obbedienza di Piazza del Gesù Palazzo Vitelleschi, Luigi Danesin, illustrando alla stampa, presso la Sede Nazionale dell’Obbedienza in Roma, il Programma di Convegni destinato a celebrare Garibaldi uomo e massone.
All’appuntamento hanno partecipato numerosi esponenti dei vertici della Gran Loggia d’Italia,oltre al prof. Aldo A. Mola unanimamente considerato il massimo esperto della storia massonica nel nostro Paese.
In particolare è stato ricordato come Garibaldi fu massone regolarmente iniziato, insignito del massimo grado 33? del Rito Scozzese Antico ed Accettato, e come, tra l’altro, a Palermo,nel 1867, nella sua veste di Gran Maestro, fu tra i primi in Italia a favorire l’ingresso delle donne in Massoneria. Ingresso che celebra proprio nel 2007 i suoi primi 50 anni.
Garibaldi massone lo fu dall’età di 37 anni; ciò nonostante, della sua appartenenza alla Libera Muratoria i libri di storia quasi non danno cenno alcuno.
Il tutto si inserisce in quel processo di grave omissione operato dai nostri storici ufficiali, inquadrabile in un pregiudizio antimassonico mai realmente scomparso nella società italiana.
Pregiudizio che si riscontra nei recenti attacchi di parti del clero e di alcuni esponenti politici, attacchi che vengono respinti con forza dalla Gran Loggia d’Italia intenzionata a ricorrere alla Corte di Giustizia Europea di Strasburgo per far riconoscere i reali diritti civili dei Fratelli Liberi Muratori.
http://www.granloggia.it/documenti/comunicato_25_01_07_garibaldi.pdf
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EDITORIALE
Garibaldi Massone
di Gustavo Raffi
Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia
Palazzo Giustiniani
Il 13 marzo 1848, all’atto di abbandonare quell’America Latina che lo aveva visto per quindici anni protagonista delle lotte per la libertà, l’ultimo saluto di Garibaldi fu per i Fratelli della Loggia “Les Amis de la Patrie” di Montevideo. Mio caro fratello – scrisse ad Adolphe Vaillant – poiché i miei impegni m’impediscono di soddisfare il desiderio di andarmi a congedare di persona dai miei carissimi fratelli della loggia, vi prego di voler avere la bontà di presentare voi stesso al loro rispettabile consesso i miei addii, i miei auguri per la loro felicità e la mia speranza di conservarmi, in qualunque parte del mondo io mi trovi, loro devoto fratello e sempre pronto a dedicarmi al sacro rito, al quale ho l’onore di appartenere . Mai parole potevano essere più rivelatrici e profetiche; poiché l’adesione alla Massoneria fu per Garibaldi non certo un episodio casuale ed effimero ma una scelta meditata e vincolante, che egli maturò a metà della sua esistenza e mantenne in modo consapevole fino alla morte. Sfrondata di taluni orpelli esoterici e rituali, che egli mostrò di non tenere in grande considerazione, la Massoneria fu per Garibaldi, specie dopo il 1860, un luogo di aggregazione e uno strumento organizzativo del quale cercò a più riprese di avvalersi per realizzare i propri progetti politici e culturali. L’organizzazione massonica – ha scritto Mola – fu dunque pensata da Garibaldi quale rete atta a ricondurre all’unità le altrimenti disperse forze del rinnovamento italiano: all’interno, con la formazione di una dirigenza nuova, capace di guarda – re agli sconfinati orizzonti aperti dallo sviluppo delle scienze (medicina, chimica, fisica, antropologia, etc.), invece di rimpicciolirsi nelle meschine gare per il potere; verso l’esterno, con l’inserimento di quella dirigenza in un circuito intellettuale le cui colonne d’Ercole, unificata l’Italia, erano la federazione d’Europa, la formazione dei grandi sistemi etnico-linguistici (slavi, anglosassoni, latini etc.) e, infine, l”unità mondiale’ dell’umanità affratellata da un empito costruttivo. E la Massoneria a sua volta – vale la pena sottolinearlo – utilizzò Garibaldi, sia prima che dopo la sua morte, come straordinario testimonial e come veicolo di propaganda dei propri ideali. Garibaldi – come ricorda Fulvio Conti in un articolo apparso su Hiram nel 2002, in occasione del centoventesimo anniversario della morte – venne iniziato alla Massoneria nel 1844, all’età di trentasette anni, nella Loggia “L’Asil de la Vertud” di Montevideo, una Loggia irregolare; emanazione della Massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali Obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d’Inghilterra e il Grande Oriente di Francia. Sempre nel corso del 1844 egli regolarizzò tuttavia la sua posizione presso la Loggia “Les Amis de la Patrie” di Montevideo posta all’obbedienza del Grande Oriente di Parigi. Anch’egli entrò quindi in Massoneria durante l’esperienza dell’esilio, profittando dell’asilo che trovarono nelle Logge tutti quei rifugiati politici dei paesi europei governati da regimi dispotici e ostili a ogni apertura in direzione democratica e nazionalistica. Garibaldi frequentò poi le Logge massoniche di New York nel 1850 e quelle di Londra intorno al 1853-’54, dove entrò in contatto con alcuni esponenti dell’internazionalismo democratico aperti ai contributi del pensiero socialista e inclini a collocare la Massoneria su posizioni fortemente antipapiste. Soltanto nel giugno 1860, nella Palermo appena conquistata, Garibaldi venne elevato al grado di Maestro Massone e sempre a Palermo, nel 1862, il Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico ed Accettato, luogo di raccolta di Massoni italiani di fede repubblicana e radicale, gli affidò il titolo di Gran Maestro. Il Grande Oriente Italiano, ricostituito a Torino nel 1859 e inizialmente dominato da esponenti vicini a Cavour, affidò invece la carica di Gran Maestro a Costantino Nigra e conferì a Garibaldi soltanto il titolo onorifico di “primo Libero Muratore italiano”. Accettando il titolo di Gran Maestro dell’obbedienza siciliana Garibaldi scrisse: Assumo di gran cuore il supremo ufficio di capo della Massoneria Italiana costituita secondo il Rito Scozzese Riformato ed Accettato. Lo assumo perché mi viene conferito dal libero voto di uomini liberi, a cui devo la mia gratitudine non solamente per l’espressione della loro fiducia in me nello avermi elevato a così altissimo posto, quanto per l’appoggio che essi mi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle province meridionali. Codesta nomina a Gran Maestro è la più solenne interpretazione delle tendenze dell’animo mio, de’ miei voti; dello scopo cui ho mirato in tutta la mia vita. Ed io vi do sicurtà che mercé vostra e col – la cooperazione di tutti i nostri fratelli, la bandiera d’Italia, ch’è quella dell’umanità, sarà il faro da cui partirà per tutto il mondo la luce del vero progresso. Si stava preparando, in quello scorcio del 1862, la spedizione per la liberazione di Roma che sarebbe stata interrotta il 29 agosto dalle fucilate di Aspromonte. Garibaldi, accettando la carica offertagli dall’obbedienza scozzesista siciliana, dimostrò che in quella fase egli identificava la Massoneria con il programma nazionale e intendeva avvalersi di essa quale strumento organizzativo e di raccordo fra le varie correnti democratiche. Non a caso, appena giunto in Sicilia, presenziò all’iniziazione del figlio Menotti (il l luglio) e firmò egli stesso (il 3 luglio) la proposta di affiliazione dell’intero suo stato maggiore (Pietro Ripari, Giacinto Bruzzesi, Francesco Nullo, Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla e gli altri). In prospettiva, una volta completata la lotta per l’indipendenza nazionale, il progetto politico della Massoneria doveva però identificarsi con un disegno più ampio e più ambizioso, quello del riscatto e dell’emancipazione dell’intera umanità. Fu il fallimento dell’impresa dell’agosto 1862 – ha osservato Aldo Alessandro Mola – a spingere Garibaldi su posizioni di anticlericalismo intransigente. In effetti, da quel momento in poi il generale manifestò una sempre più convinta adesione alle posizioni della Massoneria, che fu la principale sostenitrice nella penisola di un laicismo inflessibile e di una guerra a oltranza contro la Chiesa cattolica. L’obiettivo politico della liberazione di Roma dal dominio pontificio ben si coniugava evidentemente con l’obiettivo di dar vita a uno Stato laico e democratico, ove il potere temporale dei papi fosse soltanto un ricordo. D’altro canto – come scrive Fulvio Conti – anche dentro il Grande Oriente d’Italia la componente democratica di provenienza garibaldina cominciava a consolidare la propria presenza e a imporre le proprie scelte politiche e ideologiche. Non stupisce perciò che la prima vera Costituente massonica italiana, quella che si tenne a Firenze nel maggio 1864 con la partecipazione di 72 delegati, riuscisse finalmente a eleggere Garibaldi, a larghissima maggioranza, come nuovo gran maestro . Come è noto, egli detenne questa carica solo per pochi mesi. Troppo vivaci erano gli scontri in atto proprio in quel periodo fra i vari gruppi della sinistra italiana perché questi potessero riconoscersi nella leadership unificante di Garibaldi, come era accaduto nel recente passato. Il futuro Gran Maestro Lodovico Frapolli vide nella nomina di Garibaldi un passo indietro rispetto al progetto di depoliticizzazione della Massoneria che tanto gli stava a cuore, un progetto che mirava a impiantare anche in Italia una Massoneria di modello anglosassone, estranea alle beghe di partito. ? già una fatalità – scrisse Frapolli a Mordini, commentando l’elezione di Garibaldi – che le circostanze ci abbiano forzati a scegliere per l’Italia, a gran maestro, un uomo politico. Inconveniente che non
può essere tollerato, se non ammettendo la funzione che Garibaldi sia la bandiera del popolo, il mito incar-nato dell’umanitarismo, mentre d’altronde, se quel nome è da tutti accettato, egli è perché ognuno presume che il generale si contenti di questo r?le eccezionale e non se ne mescoli altrimenti . In realtà Garibaldi, come si è già detto, non pensava affatto che la Massoneria dovesse estraniarsi dalle vicende politiche nazionali, almeno fino a quando Roma fosse rimasta sotto la dominazione dei papi. Così nel maggio 1867, alla vigilia della Costituente Massonica di Napoli, egli lanciò un celebre appello a tutti i “fratelli” della penisola: Come non abbiamo ancora patria perché non abbiamo Roma, così non abbiamo Massoneria perché divisi. […] Io sono di parere che l’unità massonica trarrà a sé l’unità politica d’Italia. Facciasi in massoneria quel fascio Romano che ad onta di tanti sforzi non si è potuto ancora ottenere in politica. Io reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano. Essi pongano da parte le passioni profane e con la coscienza dell’alta missione che dalla nobile istituzione massonica gli è affidata, creino l’unità morale della Nazione. Noi non abbiamo ancora l’unità morale; che la massoneria faccia questa, e quella [l’unità della nazione] sarà subito fatta. […] L’astensione è inerzia, è morte. Urge l’intendersi, e nell’unità degli intendimenti avremo l’unità di azione . La Costituente napoletana del 1867 elesse Garibaldi Gran Maestro Onorario del Grande Oriente d’Italia, obbedienza ormai conquistata dagli esponenti della sinistra di orientamento democratico. Il legame con l’istituzione liberomuratoria divenne quindi saldissimo, e altrettanto profonda fu l’identificazione con gli ideali e i valori culturali di cui essa si faceva portavoce. E non incrinarono questo rapporto neppure i dissapori manifestatisi in occasione dell’Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui egli aderì con grande entusiasmo e dal quale la Massoneria, per volere di Frapolli, rimase invece sostanzialmente estranea.
Nel 1872 Garibaldi rilanciò con estrema chiarezza quello che sarebbe divenuto il principale progetto politico dei suoi ultimi anni di vita e il testamento ideale che egli avrebbe lasciato alla sinistra italiana post-risorgimentale: l’idea cioè – rileva ancora Conti – di riunire in un fascio comune tutte le correnti della democrazia, tutte le forze impegnate nella diffusione dei valori della cultura laica, della libertà, del progresso, di un riformismo che accettava di muoversi all’interno del quadro istituzionale vigente pur non rinunciando alla prospettiva di cambiamenti più radicali in un lontano futuro . La Massoneria doveva farsi promotrice di questo progetto e fornire il collante ideologico e organizzativo di cui esso necessitava per essere coronato dal successo. Perché tutte le associazioni italiane tendenti al bene – si domandava nel 1873 – non si affratellano e non si pongono per amore d’indispensabile disciplina sotto il vessillo democratico del Patto di Roma? […] La più antica e la più veneranda delle società democratiche, la Massoneria; non darà essa l’esempio di aggregazione al fascio italiano? Le società operaie, internazionali, artigiane, etc. non portano esse nel loro emblema la fratellanza universale, quanto la Massoneria? Formate il fascio, adunque, repubblicani ringhiosi; stringetevi intorno al Patto di Roma . Nell’ultimo scorcio della vita la coincidenza fra le sue posizioni e quelle della Massoneria fu pressoché totale. Basterà ricordare il suo impegno nelle file del movimento pacifista e la battaglia, che vide ovunque i Massoni in prima fila, per promuovere la costituzione di organismi di arbitrato a livello internazionale che scongiurassero il ricorso alle guerre. Oppure le sue battaglie per il suffragio universale, per l’emancipazione femminile, per la diffusione dell’istruzione obbligatoria, laica e gratuita: tutti temi che costituivano il patrimonio comune della sinistra democratica italiana di matrice risorgimentale e che la Massoneria inserì nel proprio programma e decise di sostenere con le modalità più diverse. Quanto alla questione dell’emancipazione della donna, egli dimostrò di darne un’interpretazione molto concreta e spregiudicata anche all’interno del mondo massonico: nell’archivio storico del Grande Oriente d’Italia si conservano documenti del 1867 con i quali egli conferiva i gradi massonici anche alle donne. Un tema, allora come oggi, oggetto di accesi dibattiti e di contrastanti visioni all’interno delle varie obbedienze liberomuratorie. Ma si pensi, per avere una conferma della forte consonanza di vedute che vi fu anche sul versante del razionalismo positivistico e della militanza anticlericale, all’adesione che Garibaldi dette al movimento per diffondere in Italia l’idea e la pratica della cremazione: movimento che fu direttamente promosso dalle Logge massoniche e che ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria. E molto fece discutere in Italia, dopo la morte di Garibaldi, il mancato rispetto delle sue ultime volontà, che erano quelle appunto di vedere il suo corpo ritornare cenere. Quando Garibaldi morì la Massoneria fu tra le forze politiche e sociali italiane quella che più di altre si incaricò di conservarne la memoria e di alimentarne il mito. Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all’epoca sotto la guida di Adriano Lemmi, ebbe un ruolo notevolissimo nel favorire la riuscita dell’operazione. “Garibaldi” fu il nome di gran lunga più diffuso fra quelli dati alle Logge della penisola o alle Logge italiane d’oltremare (in America Latina, in Africa del Nord, etc.); altre denominazioni, come “Caprera”, “Luce di Caprera”, “Leone di Caprera”, erano ispirate dalla medesima volontà di rendere omaggio all’eroe nizzardo. La Massoneria promosse inoltre innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti alla memoria di Garibaldi. La più importante di queste iniziative fu l’inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia, quando quella data memorabile venne per la prima volta celebrata come festa civile della nazione italiana. Una ricorrenza che solo il patto scellerato fra fascismo e Chiesa cattolica del 1929 avrebbe cancellato dal calendario delle festività nazionali, simbolo di una patria finalmente costruita nel segno della democrazia e della laicità, alla quale sia Garibaldi che la Massoneria avevano dato un contributo determinante.
http://www.grandeoriente.it/riviste/Hiram/2007/0701.pdf
HIRAM, Rivista del Grande Oriente d’Italia, n. 1/2007
“Garibaldi fu forse il Massone italiano dell’Ottocento più noto e autorevole. La sua adesione alla Massoneria fu una scelta meditata e vincolante, che egli maturò a metà della sua esistenza e che mantenne in modo consapevole fino alla morte. Un’adesione che divenne ancor più convinta nel 1862, dopo i fatti di Aspromonte, quando gli obiettivi di costruire uno stato laico e democratico e di liberare Roma dal dominio temporale dei Papi si identificano, di fatto, con quelli della Massoneria”.
Così il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, Gustavo Raffi, traccia la figura di Garibaldi massone che sarà ricordata nel corso della Gran Loggia Pedagogia delle libertà, in programma a Rimini dal 13 al 15 aprile. (…)
(Da il Giornale del 6 aprile 2007).
“Un Massone che seppe coniugare i principi con l’azione; un grande promotore di libertà; un grande educatore; un uomo coerente mai disposto a transigere sui valori. Fu Gran Maestro e per noi Liberi Muratori è un grande onore averlo annoverato nel Grande Oriente “.
Così il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, avvocato Gustavo Raffi, delinea la figura di Garibaldi massone.

Bicentenario Garibaldi: a Reggio Calabria l’omaggio del Grande Oriente d’Italia al Gran Maestro Garibaldi


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Lasciamo la parola alle più alte cariche della Repubblica italiana:
NAPOLITANO: L’EROE ESPRIME IDEALIT? ANCORA VIVE
Il Parlamento ha celebrato Garibaldi: il 4 di luglio, giorno della nascita, duecento anni fa, dell’eroe dei due mondi, a Roma, prima una solenne cerimonia si è tenuta al Gianicolo. Alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è stata deposta deposta una corona presso il monumento dedicato all’Eroe dei Due Mondi, proprio mentre le Frecce Tricolore dell’Aeronautica hanno sorvolato la capitale. Quindi, le celebrazioni sono proseguite al Senato: nell’Aula di Palazzo Madama, sempre alla presenza del Capo dello Stato, si è svolta la solenne cerimonia di commemorazione, introdotta dai saluti del Presidente del Senato, Franco Marini, e del Presidente della Camera, Fausto Bertinotti; hanno preso poi la parola il Sottosegretario Andrea Marcucci, Presidente del Comitato Nazionale per le Celebrazioni della nascita di Giuseppe Garibaldi e il senatore Valerio Zanone che ha svolto il discorso commemorativo. Giorgio Napolitano ha reso anche omaggio al busto di Giuseppe Garibaldi “restituito” al luogo solenne del Salone Italia di Palazzo Madama e ha detto che la sua figura di Garibaldi non è tanto “una figura del passato storico ma a una espressione di idealità ancora vive della democrazia italiana. Sono molto contento di questa cerimonia e della restituzione del busto di Garibaldi al luogo piu’ solenne del Senato”. In serata, in 3 diverse piazze della Città, il concerto delle bande centrali dell’Esercito, della Marina Militare e dei Carabinieri. Inoltre, per tutta la giornata del 4 luglio, per iniziativa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, i musei e i siti statali sono accessibili gratuitamente.
A cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero per i Beni e le attività culturali, è stato pubblicato a tutta pagina sui principali quotidiani italiani l’ordine del giorno che l’eroe dei due mondi diffuse da Calatafimi, all’indomani della vittoriosa battaglia. “Soldati della libertà Italiana! – comincia il testo datato 16 maggio 1860 – Con compagni come voi, io posso tentare ogni cosa, e ve l’ho provato ieri portandovi ad una impresa ben ardua, pel numero dei nemici, e per le loro forti posizioni. Io contavo nelle vostre fatali bajonette, e credete che non mi sono ingannato”.
MARINI: ERA UN RIVOLUZIONARIO ENTUSIASTA E DISCIPLINATO
Il presidente del Senato, Franco Marini, nell’aprire la commemorazione di Giuseppe Garibaldi, in occasione del 200/mo anniversario della nascita, ha parlato di una “straordinaria figura che ha percorso tutto il nostro Risorgimento, fino all’unita’ dell’Italia, e che proprio nel lavoro parlamentare ha concluso la sua vita, prima del definitivo ritiro nell’isola di Caprera. La personalità di Garibaldi – ha osservato Marini – è multiforme, come i suoi interessi in molteplici campi, e, soprattutto, come le sue azioni in molte regioni del mondo a sostegno dell’emancipazione e della libertà dei popoli. Forse nessun’altra figura riassume come lui le passioni, gli entusiasmi, le speranze, le idee del primo Ottocento. Garibaldi – ricorda il presidente del Senato – è stato definito, da un autorevole storico ‘un rivoluzionario disciplinato’. Mi sembra un’espressione efficace che riassume il suo movimentismo, la sua fede nell’azione, nel fare, con il suo senso radicato delle istituzioni. Lui, repubblicano, che consegna l’Italia meridionale al re Vittorio Emanuele II. Lui che pronuncia il celebre ‘Obbedisco’ frenando il suo impeto per la liberazione di Roma prima del tempo”. Secondo Marini, la figura e l’impegno dell’eroe del Risorgimento “dovrebbero essere riletti, senza pregiudizi ideologici, senza occhiali interessati a parziali verità storiche. Comprendere a fondo Garibaldi – ha sottolineato Marini – vuol dire, infatti, comprendere e amare il nostro straordinario e multiforme Paese, le nostre tante identità locali di Paese non centralista, le nostre diversità culturali, le nostre tradizioni”.
BERTINOTTI: UN EROE PER LA DIGNIT? DEGLI OPPRESSI
“L’opera di Giuseppe Garibaldi resta consegnata alla memoria nazionale da un dato di valore: l’aver vissuto l’unità d’Italia non come idea letteraria ma come condizione per l’esistenza di un popolo, per l’affermazione della sua dignità, per la costruzione delle basi materiali del suo sviluppo e del miglioramento delle sue condizioni'”. E’ quanto ha sostenuto il presidente della Camera Fausto Bertinotti nel suo intervento nell’aula del Senato per le celebrazioni del bicentenario della nascita dell’eroe risorgimentale, insieme al presidente del Senato Franco Marini e alla presenza del Capo dello Stato e di rappresentanti del governo. “La lotta per la causa nazionale – ha sottolineato Bertinotti – è stata per Garibaldi soprattutto lotta per la liberazione dall’oppressione politica e sociale. Per Garibaldi – ha aggiunto il presidente della Camera – il riscatto del popolo e dei lavoratori avrebbe dovuto essere il naturale corollario della condizione di indipendenza. Ha aderito a tutte le battaglie progressiste del suo tempo nell’ottica di un socialismo umanitario alimentato, piuttosto che dagli schemi dell’ideologia, dall’immediata consapevolezza dell’uguaglianza e della pari dignità di tutti gli esseri umani”. Secondo Bertinotti, “non è un caso che Garibaldi sia stato in prima fila nelle iniziative per la pace universale, la federazione europea, l’abolizione della pena di morte, l’antischiavismo, il libero pensiero, l’emancipazione femminile”. Dopo aver dipinto Garibaldi come “eroe degli oppressi”, Bertinotti annuncia che la Camera renderà il “dovuto riconoscimento ospitando una giornata di studio, da promuoversi d’intesa con il comitato nazionale, che potrà concludere l’anno garibaldino. Sarà l’occasione per ricordare come Garibaldi abbia arricchito l’esperienza del Risorgimento italiano di valori etici e politici di portata universale, che hanno unito gli italiani tra loro e il popolo italiano agli altri popoli oppressi del suo tempo e che lo hanno condotto a valicare più volte l’Atlantico per combattere a fianco dei popoli dell’America latina, anch’essi allora impegnati per la democrazia e l’indipendenza. Un messaggio di libertà, giustizia e solidarietà – ha concluso Bertinotti – iscritto nella coscienza nazionale grazie alla testimonianza dello stesso Garibaldi, ma anche di tutti gli italiani che dal suo esempio sono stati guidati perché ne hanno condiviso i sentimenti e le aspirazioni”.
www.garibaldi200.it

Le logge in Africa

Pubblichiamo un articolo apparso su Nigrizia (con benefico d’inventario, dato l’orientamento progressista della rivista e il taglio molto divulgativo dell’articolo) su un tema poco conosciuto: le logge massoniche in Africa.
Loggia ci cova, di Fran?ois Misser
Arrivata con il colonialismo europeo, la massoneria ha un ruolo non trascurabile nell’evoluzione politica del continente. Dal Sudafrica alla Liberia, dal Gabon al Madagascar sono 90mila gli affiliati. Spesso influenti, non di rado ai vertici del potere.
Bisogna risalire al 1772 per scoprire la data di nascita della massoneria in Africa. La prima loggia fu fondata a Città del Capo, nel luogo dove ora sorge il parlamento sudafricano, che continua a ospitare il tempio originario, il Goedehoop Tempel, dove i massoni tennero le loro prime riunioni. Forte oggi di alcune decine di migliaia di adepti, la massoneria sudafricana ha annoverato nei suoi ranghi Cecil John Rhodes, uno dei costruttori della colonia, e Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori dell’impero dei diamanti De Beers.
Questa loggia, come del resto la prima loggia francofona del continente, fondata a Saint-Louis (città dell’attuale Senegal) nel 1781 dal Grande Oriente di Francia (Godf), non contava nessun africano affiliato. Il giornalista francese Claude Wauthier nel suo libro L’étrange influence des francs-ma?ons en Afrique francophone (Le Monde Diplomatique, Paris, 1997) parla di una massoneria “coloniale”. E ricorda che Jules Ferry, che concepì il progetto coloniale francese, era egli stesso un massone.
In seguito, la massoneria ha aperto le porte agli africani e ai neri delle colonie. ? il caso del deputato senegalese Blaise Diagne, che nel 1918 reclutò i fucilieri per la fanteria coloniale, o del governatore generale dell’Africa equatoriale francese, Félix Eboué, originario della Guaiana, nominato nel 1940. Di fronte al mondo coloniale, come spiega il libro di Rachid N’Diaye L’Afrique et les francs-ma?ons: une histoire d’espoir et de sang (Africa International, Paris, 1989), la massoneria non ha avuto un comportamento monolitico: l’abolizione della schiavitù in Francia (1848) deve molto all’impegno del massone alsaziano Victor Schoelcher.
A partire dal 1861, s’installò la Loggia di Lagos (Nigeria), sotto la tutela della Grande Loggia unita d’Inghiterra. E presto si affacciarono in questo paese le logge irlandesi e scozzesi. La Grande Loggia d’Irlanda attecchì anche in Ghana, dove si trova una loggia di San Patrizio, come del resto nell’ex-Rodesia del Sud (oggi Zimbabwe), in Sudafrica e nell’ex-Rodesia del Nord (oggi Zambia).
Gran maestri a Monrovia
Ma in nessuna nazione del continente la massoneria ha avuto tanto peso quanto in Liberia. In questo paese, dall’indipendenza del 1847 fino al 1980, si sono succeduti 17 presidenti massoni, di cui 5 gran maestri, affiliati all’obbedienza afro-americana Prince Hall. Simbolo di tutta questa potenza è il tempio in marmo bianco che domina la capitale Monrovia. Per tutto questo periodo, i dibattiti parlamentari erano infarciti di riferimenti massonici, i massoni sfilavano la domenica in processione con i loro cappelli a cono e i loro grembiuli, e lo stesso palazzo presidenziale mostrava simboli massonici.
Nonostante i tentativi del presidente e gran maestro Wiliam Tolbert, “americo” d’origine, come tutti i suoi predecessori, d’integrare nella massoneria i notabili delle etnie autoctone, la faccenda sfociò in un bagno di sangue. In seguito al colpo di stato di Samuel Doe, nel 1980, molti dirigenti massoni furono uccisi e il tempio saccheggiato. La fine della guerra e l’avvento alla presidenza di un altro “americo”, la signora Ellen Johnson-Sirleaf, potrebbe tradursi in un ritorno in forza della massoneria nella società liberiana.
Altrove in Africa, decenni dopo le indipendenze, si assiste sovente a una riproduzione delle stratificazioni di potere simili a quelle dell’epoca coloniale. Così, la Grande Loggia nazionale del Gabon, la Grande Loggia nazionale malgascia e quella del presidente gabonese Omar Bongo sono collegate alla Grande Loggia nazionale francese (Glnf). Mentre il Gran Rito Equatoriale gabonese (Gre), i Grandi Orienti e le Logge Unite del Camerun (Goluc), i Grandi Orienti e le Logge Associate del Congo (Golac), la Grande Eburnea (Costa d’Avorio) e il Grande Rito malgascio sono affiliati al Godf.
Talora le rivalità si esprimono in modo brutale. Nel 1996, il gran maestro del Gre, Fran?ois Owono Nguéma, ha accusato pubblicamente le logge rivali di satanismo. Nel 1997, la laicità agnostica raccomandata dal gran maestro del Godf, Jacques Lafouge, nel contesto degli incontri umanisti e fraterni malgasci (Rehfram), ha suscitato le critiche virulente della Conferenza delle potenze massoniche africane (Cpmaf). Infine, gelose del fatto che la Glnf, deista, sia la sola obbedienza francese riconosciuta dalla Grande Loggia Unita d’Inghilterra e dalla massoneria americana, le altre obbedienze francesi e le affiliate africane l’hanno rimproverata di essere in cavallo di Troia degli anglosassoni in Africa.
Fran?afrique con il grembiule
Mezzo secolo dopo le indipendenze africane, l’influenza dei massoni rimane molto forte in quel settore dell’amministrazione francese che tiene le relazioni con il continente. Due membri del Godf hanno occupato i posti di consiglieri presidenziali per gli affari africani: il socialista Guy Penne per conto di Fran?ois Mitterrand, dal 1981 al 1986; poi, a partire dal 1995, Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Nello steso periodo, i “fratelli” Christian Nucci (Godf) e Jacques Godfrain (Glnf) hanno fatto parte del ministero della cooperazione allo sviluppo.
Una situazione che ha consentito di tessere relazioni più strette con i presidenti africani affiliati a queste obbedienze. Il congolese Denis Sassou Nguesso e il gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) sono entrambi affiliati alla Glnf, a pari del ministro della sicurezza del Burkina Faso, Djibril Yipènè Bassolé, e dell’ex-ministro delle finanze del Congo-Kinshasa, André-Philippe Futa, gran ufficiale della Glnf, che pretende di aver iniziato alla massoneria molti capi di stato africani, naturalmente senza precisare quali… Al Godf sono iniziati i presidenti Idriss Déby (Ciad), Blaise Compaoré (Burkina Faso) e l’ex-presidente congolese Pascal Lissouba; e lo erano i defunti Léon Mba (presidente del Gabon) e Gnassingbé Eyadema (presidente del Togo).
Alcuni aggiungono alla lista il nome del presidente centrafricano Fran?ois Bozizé, che sarebbe stato iniziato da Sassou Nguesso. Mentre il presidente camerunese Paul Mbya appartiene alla branca dissidente della Società dei Rosa Croce: il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali.
Contrariamente a quanto è avvenuto nel continente americano, dove la massoneria, in linea generale, ha scelto il campo di chi si batteva per l’indipendenza, in Africa non si è sempre mossa con questo intento. Se i massoni neri americani figuravano nell’entourage del nazionalista Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, va però rilevato che le logge sudafricane si sono battute poco contro il regime dell’apartheid.
Una cosa è però certa: anche in Africa la massoneria ha prosperato, seducendo le élite con i suoi riti iniziatici, con le sue pratiche esoteriche e mistiche, le quali ricordavano quelle delle confraternite o delle società segrete preesistenti al colonialismo. Altre ragioni di attrazione vanno ricercate nelle prospettive di promozione sociale, che molti “fratelli” sperano di ricavarne, e nel forte senso della gerarchia.
Attraverso la massoneria, il presidente ivoriano Laurent Gbagbo ha tentato di rafforzare i suoi legami con il Partito socialista francese, in un periodo delicato della sua parabola politica, mentre si trovava isolato sulla scena regionale. D’altra parte, la natura affaristica delle relazioni tra certi dirigenti africani massoni e l’ordine al quale appartengono, suscita non pochi interrogativi. Nel 2005, il settimanale francese L’Express ha rivelato che il presidente della Repubblica del Congo ha donato 380mila euro al gran maestro della Glnf, Jean-Charles Foellner. Ancora non si è capito per quali servizi resi a Sassou Nguesso, membro della Glnf…
Logge etniche
Tuttavia, la massoneria non è stata sempre e sistematicamente legata al potere in Africa. Ad esempio, i regimi a partito unico – fossero fascisti o comunisti – consideravano la massoneria come potenzialmente sovversiva e gli rendevano la vita dura. Nel 1963, i membri del Partito democratico della Costa d’Avorio hanno subito una vera e propria caccia alle streghe; e c’è voluto l’intervento del Godf presso il defunto presidente Félix Houphou?t Boigny per consentire alla filiale ivoriana del Grande Oriente di potere operare nel paese. Nell’ex-Zaire (oggi Rd Congo), Mobutu vietò la massoneria all’indomani del suo colpo di stato del 1965 e la riabilitò solo nel 1972, su richiesta del Grande Oriente del Belgio. Inoltre, dopo le indipendenze, i regimi “progressisti” di Guinea, Mali e Benin hanno chiuso le logge.
Sul terreno squisitamente politico, sarebbe improprio limitare l’influenza dei massoni ai soli intrighi intorno ai detentori del potere. In numerose occasioni, i “fratelli della luce” si sono adoperati per placare le tensioni politiche. Così, durante la Conferenza nazionale per la democratizzazione dei primi anni ’90, la loggia del Gran Benin ha diffuso un appello utile a instaurare un clima di tolleranza. E ancora: le logge camerunesi e ivoriane hanno tentato, senza riuscirci, di riconciliare Lissouba e Nguesso nel corso della guerra civile in Congo-Brazzaville.
Le sfide di oggi sono altre. In Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Appartiene a questa corrente la Reformed Ogboni Fraternity (Rof), attiva nel delta del Niger, che si dichiara in rottura con il “feticismo” e afferma di promuovere la moralità, la disciplina e la ricerca della verità. Nata come organizzazione cristiana, è evoluta per assorbire i non-cristiani, fermo restando che l’obiettivo finale è servire la causa del popolo ogoni (Ken Saro-Wiwa, lo scrittore impiccato nel 1995 dal regime militare, era un ogoni), che si batte per vedere riconosciuti il proprio diritto alla terra e alla piena cittadinanza.
Altra sfida. Se all’inizio, fatto salvo la chiesa riformata olandese in Sudafrica, ostile alla doppia appartenenza, la maggior parte delle chiese protestanti si è mostrata indulgente verso propri membri iscritti alla massoneria, negli ultimi anni si sta verificando un irrigidimento. Uno dei sintomi è la polemica che ha diviso la Chiesa presbiteriana dell’Africa orientale, quando in Kenya, nel 2004, i partigiani di una delle sue fazioni hanno distrutto le vetrate della chiesa di sant’Andrea di Nairobi, perché, secondo loro, mostravano segni simili a quelli della massoneria. Di qui l’indignazione degli altri membri della comunità.
I cristiani non hanno il monopolio di questo genere di polemiche. In Senegal, gli intellettuali musulmani discutono – e non sempre serenamente – sulla compatibilità o meno della concomitante appartenenza all’islam e alla massoneria.
(Fonte: Nigrizia del 29 maggio 2007)

Solzenicyn, novant’anni dopo la rivoluzione comunista.

Di Mara Quadri
Il 2007 è il novantesimo anniversario del 1917, anno fatale con le sue due rivoluzioni – di Febbraio e di Ottobre -, e per quanto di fronte ai problemi globali di oggi quello del comunismo sembri un capitolo morto e sepolto, in realtà troppe cose essenziali rimangono ancora da capire nel tragico complesso di circostanze che hanno fatto nascere il primo totalitarismo mondiale.
Aleksandr Solzenicyn, “grande vecchio” della cultura russa, ha appena ridato alle stampe (mezzo milione di copie) un libretto di novanta pagine, Riflessioni sulla rivoluzione di Febbraio, in cui analizza dati e fatti della cosiddetta “seconda rivoluzione” russa (successiva a quella del 1905 e precedente a quella di Ottobre), un momento storico brevissimo ma denso di eventi capitali, come la caduta del vecchio regime che ha spalancato le porte al colpo di mano bolscevico dell’Ottobre. In realtà questo lungo articolo era già stato scritto e pubblicato molti anni fa, nel 1980-83, quando lo scrittore aveva appena concluso il Terzo nodo (quello, appunto, sui mesi di febbraio-marzo 1917) della Ruota rossa, la grande epopea sulla rivoluzione russa. Perché abbia scritto un simile articolo, e perché lo abbia ripubblicato proprio ora, lo dice lui stesso nell’introduzione (datata febbraio 2007): “In quel periodo, sovrastato com’ero da un materiale documentario smisurato, sentivo l’esigenza organica di esprimere in forma concentrata le conclusioni tratte da quella massa di eventi storici amari. Resi ancora più amari dal fatto che oggi, a un quarto di secolo di distanza, queste conclusioni possono essere applicate in parte alla nostra attuale, inquietante mancanza di solidi principi”. Il lungo articolo è dunque direttamente collegato al romanzo, e ha lo scopo di tirare le fila del poderoso lavoro di raccolta e di analisi del romanzo, per l’esigenza che lui definisce “organica” di capirne il senso unitario. Inoltre lo scrittore, ormai prossimo alla novantina, ha deciso di riproporre l’articolo nella speran za di richiamare i suoi compatrioti a una seria riflessione sul passato e sull’oggi.
Dalla sintesi dei fatti Solzenicyn ha tratto le risposte a una serie di interrogativi essenziali sulle cause dei fatti del febbraio 1917, sul ruolo che questi hanno avuto nel preparare l’Ottobre, sui loro autori. E più in generale ha cercato di rispondere alla domanda se sia stata o no una rivoluzione.
L’aspetto più interessante della sua ricostruzione rimane comunque la posizione “interrogante” di fronte alla storia. Con il suo stile più vicino all’invettiva che alla trattazione accademica, con l’abbondanza di giudizi e valutazioni morali, Solzenicyn sembra molto lontano dai moderni canoni di critica storica oggettiva. Tuttavia in questo breve trattato ha voluto affermare esplicitamente e, mi sembra, in modo convincente che non solo è lecito ma è necessario cercare insistentemente nei fatti il significato, perché, come ha detto anche altre volte, “i fatti da soli non bastano a capire”. I fatti da soli possono essere ordinati in inutili sequenze senza contenuto e senza valore. “La mente umana ricerca sempre le cause di ogni evento. E non è onesto sottrarsi al dovere di nominarle, così come si è capaci”. Questa responsabilità morale dell’uomo davanti alla memoria storica è un tema che gli sta molto a cuore, su cui è tornato in diverse occasioni in modo esplicito e implicito; è il motivo ispiratore dello stesso Arcipelago Gulag.
Lo scrittore cerca anche di cogliere, in ogni nodo della storia, il ruolo centrale dell’uomo, della sua responsabilità personale senza la quale l’io umano finirebbe emarginato nel gioco dei “grandi sistemi”; Solzenicyn constata nei fatti che anche i più grandi movimenti storici hanno sempre degli attori individuali. Questo metodo passa attraverso la conoscenza dei fatti, e non c’è dubbio che Solzenicyn li prenda seriamente in esame, anzi ne ha raccolto una messe enorme, fino ai dettagli più minuti, fino alla miniatura, per ricostruire il più esattamente po ssibile il concatenarsi degli eventi e l’ambiente. Si è servito sempre delle fonti originali – testimonianze, memorie, lettere, diari -, e non solo dei personaggi di prima grandezza, ma anche di molti uomini comuni; ha utilizzato anche giornali, dispacci militari e governativi eccetera. Il fatto che tenda a formulare giudizi di valore non vuol dire che pieghi i fatti alla propria interpretazione, i dati reali restano il fondamento incontrovertibile ma non gli basta farne la descrizione esterna, quel che gli preme è rintracciare i legami complessi fra le azioni, soprattutto quelli di causa-effetto, e gli preme distinguere nella molteplicità delle cause quelle essenziali da quelle contingenti: “Quando parliamo di cause dobbiamo, sia bene inteso, considerare le circostanze remote, di natura profonda, prolungate nel tempo, che hanno reso il colpo di Stato realizzabile in linea di principio, e non le scosse che lo hanno provocato immediatamente. Le scosse possono distruggere solo un sistema instabile. Ma perché, appunto, era instabile il sistema?”
CAUSE IMMEDIATE.
A partire da questa domanda essenziale Solzenicyn passa in rassegna i fatti avvenuti nel breve giro di alcuni giorni, tra il 23 febbraio e il 10 marzo 1917 – lo scoppio dei disordini nella capitale il 23 febbraio, la ricostituzione del soviet di Pietrogrado e la nascita del governo provvisorio il 28 febbraio, l’abdicazione dello zar il 3 marzo -, cercando di individuare dove stava la debolezza radicale del sistema monarchico, e di verificare se le risposte tradizionali reggono alla prova dei fatti. La causa di questa instabilità era la guerra mondiale? Era lo sfruttamento economico? Era l’attività sovversiva dei gruppi rivoluzionari?
Secondo Solzenicyn non è così, tutti questi elementi hanno avuto un ruolo importante nello scuotere il regime, ma non sono stati che l’epifenomeno di una causa maggiore. Così, ponendosi via via domande sempre più specifiche, incomincia a discernere nel flusso degli eventi una logica profonda che va oltre la cieca casualità, ma anche oltre la “macchinazione segreta”, e che deriva invece dalla somma delle singole scelte umane, anche lontane nel tempo.
Per mettere meglio in risalto il ruolo giocato in ogni momento dalla libertà umana, che può indirizzare la storia in un senso piuttosto che in un altro, Solzenicyn ricorre a un espediente insolito: alterna continuamente ai fatti reali i “se”, costruendo ipotesi alternative alle scelte storiche effettive. Non è per il gusto peregrino di esercitare la fantasia: “L’esame delle varianti storiche certe volte ci può aiutare a cogliere meglio il senso dell’accaduto”, ossia mette meglio in risalto che nessuna scelta, nessun accadimento del febbraio 1917 (e in genere di ogni momento storico) è stato di per sé fatale, predeterminato, necessario, e che c’è sempre stata, ad ogni stadio, la possibilità di agire altrimenti.
Lo illustra molto bene il caso di Nicola II, l’eroe negativo di tutta questa vicenda: Solzenicyn mette a confronto le sue scelte effettive con le alternative reali che ogni volta aveva sottomano; ad esempio, Nicola abbandona inconsultamente il fronte per riunirsi alla famiglia, e i generali lasciati a se stessi finiscono, il 1? marzo, per essere gli unici a chiedere la sua abdicazione; se invece lo zar fosse stato presente, i generali non avrebbero mai osato tanto. Oppure, se avesse procurato di tenere sotto controllo le ferrovie e il telegrafo, avrebbe troncato i collegamenti fra gli sparuti gruppi eversivi delle due capitali, impedendo loro di coordinare le proprie azioni in un momento molto critico in cui i disordini stavano per afflosciarsi. E ancora, se avesse fatto arrestare gli attivisti più pericolosi, approfittando del fatto che i disordini avvenivano di giorno mentre la notte tutti rientravano a casa propria, avrebbe decapitato il movimento rivoluzionario proprio nel momento in cui stava incominciando a organizzarsi. Questi e molti altri “se” danno tutta la portata della personale responsabilità dell’imperatore nel far sì che dei disordini confusi e localizzati diventassero una rivoluzione irreversibile. Tutte le scelte sbagliate e le omissioni di Nicola rientrano nelle cosiddette cause immediate.
Per quanto riguarda le cause immediate, in sintesi enuclea due centri fondamentali dell’azione: monarchia e blocco progressista. La monarchia è crollata per l’indecisione e l’irresponsabilità dello zar, e per l’assoluta mancanza di sostegno da parte delle varie componenti dell’establishment imperiale; il blocco progressista ha vinto non per la propria forza ma per la debolezza del vecchio ordine; in realtà non ha portato alcun beneficio e valore democratico perché “le sue idee erano banali e i suoi leader delle nullità”.
All’interno di questi due centri principali ci sono poi tanti altri elementi particolari di grande interesse, come ad esempio il fatto che Nicola II era “un cristiano sul trono”, ma un cristiano che, avendo perso la cognizione autentica della fede, aveva aggravato, invece che sciogliere, i nodi del suo governo – per una mal intesa concezione dell’unzione divina, un mal inteso attaccamento alla famiglia, un mal inteso senso di sacrificio. Sulla coscienza del sovrano, infatti, pesava ancora il senso di colpo seguito alla “domenica di sangue” del 1905 (quando i soldati spararono sulla folla inerme avendo lui lasciato ad altri l’onere di decidere) e per questo riteneva giusto non fare resistenza ai violenti, cosa che lo indusse a deporre inopinatamente il fardello del potere, gettando il paese nel caos e provocando, invece della pacificazione sperata, una catena infinita di violenze (“La dinastia si è suicidata per non provocare spargimenti di sangue o, Dio ci scampi, una guerra civile”). Ma se veramente il potere gli era stato affidato da Dio, commenta Solzenicyn, non poteva rinunciarvi di propria volontà: “Uno zar debole ci ha traditi. Ha tradito noi tutti con tutto ciò che ne è seguito”.
Ma le responsabilità di Nicola s ono anche più ampie: ad esempio quella di essersi circondato di ministri e generali assolutamente incapaci, che nel momento del bisogno non hanno saputo dargli consigli sensati: “Come è stato possibile, con una cecità così sorprendentemente granitica, scegliere dal mazzo per tutte le cariche ministeriali e militari soltanto i peggiori, soltanto i più infidi?”. E in pochi giorni tutta questa schiera di nullità era passata “dalla precedente prosopopea fossilizzata a una febbrile incertezza”. Accanto alle responsabilità dell’imperatore ci sono quindi anche quelle di tutto l’establishment, e Solzenicyn elenca chi, pur essendovi tenuto per posizione, convinzioni e giuramento, non ha sostenuto la monarchia: il governo, la Duma, i generali, le organizzazioni monarchiche, l’intera amministrazione statale, i membri della corte e l’aristocrazia, la Chiesa.
INDEGNIT? DELL’OPPOSIZIONE.
Tuttavia in questo debutto della tragedia il ruolo negativo non spetta solo ai perdenti, Solzenicyn mette in rilievo anche l’assoluta inconsistenza, impreparazione e indegnità morale del blocco progressista, dai liberali ai gruppi rivoluzionari, con i rispettivi organi politici: la Duma, il governo provvisorio e il soviet dei deputati del popolo. Basta considerare alcune azioni del governo provvisorio per convincersi di quanto sia esatto il giudizio impietoso di Solzenicyn: in un Paese che era sbandato e preda dei disordini il governo sciolse tutte le amministrazioni locali, sciolse anche la polizia, e liberò la massa dei criminali comuni con un’amnistia generale. Demagogia irresponsabile che precipitò il paese nel caos (“Le sue idee erano banali e i suoi leader delle nullità”).
Solzenicyn elenca uno per uno i dodici membri del governo provvisorio, descrivendone in pochi tratti le gravissime carenze (definisce Kerenskij un arlecchino ), e salvandone solo uno, Andrej Šingarev, che non a caso verrà ucciso nel 1918. Anche da questa parte della barricata non troviamo altro che un apporto negati vo: “Il ruolo storico degli uomini politici del Febbraio si ridusse unicamente a non lasciare che la monarchia si difendesse, a impedire che combattesse direttamente contro la rivoluzione”. La pura negatività accomuna il governo provvisorio e il soviet dei deputati del popolo, il quale per Solzenicyn si è reso colpevole di un’abdicazione non meno grave di quella imperiale: “L’abdicazione del soviet in favore del bolscevismo. Nella notte fra l’1 e il 2 marzo Pietrogrado perse la Russia stessa, per settant’anni e passa”. Abbiamo così la Duma esautorata dal governo provvisorio, questo emarginato dal soviet, e il soviet supino davanti ai bolscevichi: questo l'”esito confuso e squallido del secolare “Movimento di liberazione” iniziato coi decabristi”, che tante vittime aveva prodotto, e che aveva corrotto l’intera Russia!”.
LA VITTORIA DEL CAMPO.
Cosa è successo dunque nel febbraio 1917, per far sì che non ci fossero vincitori? Cosa aveva reso la Russia così instabile? Il lavoro di ricostruzione analitica di quei giorni cerca la risposta a questo interrogativo fondamentale.
L’interpretazione storica più accreditata descrive la rivoluzione di Febbraio come un’improvvisa esplosione popolare in parte spontanea e in parte manovrata dai gruppi rivoluzionari, provocata dalla penuria alimentare nella capitale e dalla cattiva conduzione della guerra al fronte, e sfociata in una radicale svolta democratica. Su questo punto cruciale Solzenicyn non ha dubbi: non ci troviamo di fronte a una rivoluzione nel senso classico (di quelle fomentate e dirette dai gruppi rivoluzionari, secondo i cliché storiografici), bensì a una “rivoluzione a decorso lento”, costruita nel tempo da una mentalità e una cultura radicali: “La rivoluzione è il caos con un perno invisibile. Può vincere anche senza essere diretta da nessuno”. Questo spiega come mai le azioni spontanee e disordinate compiute da soggetti diversi in luoghi diversi abbiano cooperato a ottenere un unico risultato, la caduta dell a monarchia, tanto da creare l’impressione che seguissero un piano preordinato: avevano tutte un “perno invisibile” – la forza reale che si è esplicata in quei giorni fatali, la vera causa sostanziale che stava a monte di tutte le cause immediate, delle varie “scosse”. Questa causa non materiale ma spirituale, Solzenicyn la chiama “vittoria del Campo”: “Non è stato dal punto di vista materiale che ha ceduto il trono, – ben prima aveva ceduto lo spirito, il suo e quello del governo… La rivoluzione di Febbraio fu perduta dal potere ancor prima dell’inizio della rivoluzione stessa”. Il “Campo” di cui l’autore parla è – come per il campo magnetico – la sfera d’azione di una forza, in questo caso l’ideologia liberal-radicale che era andata penetrando nel tessuto civile per decenni, contagiando non solo i progressisti ma anche gli ambienti aristocratici. La “generale sudditanza della classe colta dal possente Campo liberal-radicale” per anni si era diffusa senza incontrare ostacoli, aveva contagiato “le cerchie dell’amministrazione statale, gli ambienti militari, e persino il clero, l’episcopato (la Chiesa tutta, nel suo complesso, era ormai impotente di fronte al Campo)”. Anche il governo, abbandonatosi a una rassegnata impotenza, “negli ultimi mesi ormai non credeva più in se stesso né in alcuna delle proprie azioni”.
Di fronte allo sconquasso morale del vecchio regime e del blocco progressista, possiamo dire che nei giorni di febbraio-marzo l’unica vincitrice fu questa ideologia demolitrice dell’intelligencija.
L’ultimo passo con cui Solzenicyn conclude la sua analisi è quello di risalire ancora più indietro, dal Campo alla “causa delle cause” da cui lo stesso Campo dipendeva: “Ricordo molto bene che negli anni Venti molti vecchi di campagna affermavano con sicurezza: “I disordini ci sono stati mandati perché il popolo ha dimenticato Dio”. Penso che questa spiegazione popolare estemporanea sia più profonda di qualsiasi conclusione cui siamo pervenuti alla fine del X X secolo grazie alle più raffinate indagini scientifiche. Direi di più. Se accettiamo questa spiegazione non dobbiamo più sorprenderci che la portata della rivoluzione russa (e delle sue conseguenze) sia stata ben più che solo russa, e abbia fatto da catalizzatore dell’intera storia mondiale nel XX secolo”.

Gaza secondo Sergio Romano.

Caro Bocchetta, quando Hamas, nelle elezioni palestinesi del gennaio 2006, sconfisse Fatah e conquistò 74 seggi sui 132 di cui si compone il Consiglio legislativo, gli osservatori internazionali dovettero constatare che il voto non era il risultato di frodi e manipolazioni. Ma i membri del “quartetto” (Onu, Russia, Stati Uniti e Unione Europea) sospesero i loro aiuti all’Autorità palestinese e dichiararono che avrebbero ricominciato a elargirli soltanto se Hamas avesse riconosciuto lo Stato d’Israele e rinunciato all’uso della violenza. Da allora l’Ue ha continuato ad assicurare una certa assistenza, ma soltanto per le popolazioni attraverso uno speciale “meccanismo” chiamato “Temporary International Mechanism”. Questa decisione ha avuto l’effetto di ridurre di due terzi il bilancio dell’Autorità, ha trasformato 160.000 pubblici dipendenti (fra cui molti membri dei servizi di sicurezza) in altrettanti precari, e ha reso estremamente difficile la gestione di scuole e ospedali. Israele, dal canto suo, ha smesso di trasferire all’Autorità il gettito dei dazi doganali sulle importazioni palestinesi. Alcuni Paesi musulmani (tra gli altri l’Iran e l’Arabia Saudita) hanno cercato di fornire un’assistenza finanziaria, ma il denaro è stato spesso bloccato perché “potrebbe alimentare i circuiti del terrorismo”. Queste sanzioni hanno avuto conseguenze devastanti per il livello di vita delle popolazioni. Secondo un portavoce dell’Oxfam (l’Oxford Committee for Famine and Relief, creato nel 1942), più di un milione di palestinesi vive oggi con 50 centesimi di dollaro al giorno. Esiste poi un fattore demografico descritto da uno studioso tedesco dell’Università di Brema, Gunnar Heinsohn, in un articolo apparso nel Financial Times del 14 giugno. Grazie al tasso di accrescimento della popolazione araba, Gaza è passata dai 240.000 abitanti del 1950 a un milione e mezzo. Mentre nel 2005 i ragazzi israeliani al di sotto dei 15 anni erano 640.000, i ragazzi arabi nella stessa fascia d’età erano un milione e centomila. Con un confronto molto suggestivo Heinsohn osserva che la popolazione degli Stati Uniti, se il tasso di accrescimento demografico fosse stato simile a quello di Gaza, conterebbe oggi 945 milioni di abitanti e 120 milioni di giovani nella fascia d’età ? fra 15 e i 29 anni ? in cui gli spiriti bellicosi si manifestano con maggiore frequenza. Riuscirebbe a controllarli? A queste considerazioni economiche e demografiche occorre aggiungere un fattore politico. Hamas e Fatah, (l’organizzazione creata da Arafat e guidata ora dal presidente palestinese Mahmud Abbas, noto anche con il nome di Abu Mazen) sono da sempre partiti nemici. Il boicottaggio decretato dal Quartetto e da Israele ha incoraggiato Abbas a impegnare con Hamas un braccio di ferro. Sperava che gli islamisti, messi alle strette, gli avrebbero ceduto il controllo delle forze di sicurezza e non comprese che stava divenendo in tal modo, agli occhi di molti palestinesi, complice di Israele e dei suoi alleati in Occidente. Un Paese alla fame, soldati e poliziotti armati ma privi di qualsiasi sicurezza economica e una folla di giovani senza futuro, pronti ad abbracciare le armi della disperazione: ecco, caro Bocchetta, gli ingredienti della guerra civile palestinese. Non dovrebbero esserne sorpresi i governi che, con le loro miopi sanzioni economiche, hanno soffiato sul fuoco. Corriere della sera, 17/6/2007

Joachim Haspinger: un cappuccino contro Napoleone.

Bene hanno fatto Irene Bertoglio e Giovanni Lissandrini a richiamare l’attenzione, proprio dalle pagine di questo sito, intorno alla necessità di recuperare, finchè siamo ancora in tempo, la nostra memoria storica, le nostre tradizioni, in una parola, la nostra cultura: qual comune sentire che ci lega indissolubilmente a chi ci ha preceduto e che può darci ancora forza, fiducia e indicazioni per il futuro. Il problema italiano, ma più in generale, occidentale, è che della storia, delle radici autentiche dei popoli europei, abbiamo una visione ed una conoscenza ormai filtrate da oltre due secoli di ingerenze massonico-illuministe e, a partire specialmente dal secondo dopoguerra, da decenni di storiografia di ispirazione marxista-progressista. In tale contesto, le vicende storiche cessano di essere analizzate obiettivamente, circostanziate nel loro tempo, ma vengono sezionate in un’ottica ideologica che porta ad estrapolare le vicende dal loro reale contesto e tende a dividere i protagonisti in buoni e cattivi, secondo schemi preconcetti e artificiosi, senza possibilità di redenzione per questi ultimi. I testi scolastici sono inzuppati di luoghi comuni sull’Inquisizione, la scoperta dell’America, Galileo, tanto per ricordare i casi più noti in cui l’intellighentia illuminista-progressista ha martellato, e martella, generazioni di studenti.

Altri fatti o personaggi, non in linea con il pensiero dominante sono addirittura ignorati. Dopo aver presentato la figura di Marco d’Aviano (vedi: "Marco d’Aviano – Il medico spirituale dell’Europa”. In: Storia. Ndr.), prendo in considerazione un altro religioso oggi quasi del tutto dimenticato, una figura di frate senza ombra di dubbio poco, o nulla, allineata ai canoni dell’ortodossia massmediatica odierna: padre Joachim Haspinger. Padre Joachim, collaboratore e compagno d’arme di Andreas Hofer, fu uno dei leader indiscussi della resistenza tirolese contro le truppe napoleoniche; gli eventi che lo vedono protagonista, sono intrecciate indirettamente a quelle di migliaia di persone, uomini e donne di ogni parte d’Italia e d’Europa, e che per la storiografia “di massa” quasi non sono mai esistite, così come il “movimento” che lì unì in un’epica lotta impari: parlo delle insorgenze, naturalmente, che nei testi scolastici sono spesso appena accennate, bollate talvolta come eventi di resistenza armata isolata, marginale, attuata da sparuti gruppi di contadini ignoranti, guidati, anzi soggiogati da preti fanatici che si opponevano al progresso, all’uguaglianza sociale e alla libertà portate dalle baionette delle armate napoleoniche e dai loro alleati. Joachim Haspinger nasce in Val Pusteria il 27 ottobre 1776, viene battezzato con il nome di Johann Simon; figlio di contadini, ha comunque la possibilità di frequentare il ginnasio a Bolzano. Spirito battagliero, profondamente legato alla propria terra ed ai valori che questa incarna, tra cui una profondissima religiosità, già a 19 anni lo incontriamo arruolato una compagnia di Schützen, dove si fa notare per il suo coraggio, tanto da meritarsi una medaglia al valore. Dal 1799 al 1802 studia filosofia presso l’università di Innsbruck e nello stesso anno entra nell’Ordine dei Cappuccini: il 1 settembre 1805 diventa per il mondo padre Joachim.

Predicatore ispirato, ben presto viene chiamato in vari angoli della sua terra a predicare il Vangelo; le sue prediche, narrano le cronache del tempo, sanno toccare le corde della sensibilità e dell’anima della sua gente. Sarà questa un’esperienza fondamentale per le future prove che egli dovrà sostenere pochi anni dopo. Sono anni terribili in Europa: il millenario Sacro Romano Impero è stato sciolto, liquefatto; a seguito della battaglia di Austerliz, la “Provincia del Tirolo”, comprendente il territorio fra l’Inn e le Alpi, l’attuale Alto Adige e il Trentino, viene assegnata in base al trattato di Pressburg (26 novembre 1805), l’attuale Bratislava, al Re Massimiliano di Baviera, alleato di Napoleone. La Baviera era allora retta politicamente dalla cosiddetta “Setta degli Illuminati”, i cui membri erano, in larga maggioranza, animati da forte spirito anticattolico. I primi atti politici compiuti dal governo degli Illuminati bavaresi provocarono la scintilla per la rivolta. Con un decreto del 1806 si stabilì che la Chiesa venisse sottoposta al controllo statale, i Vescovi non potevano più nominare nuovi sacerdoti e sarebbe spettato al governo anche la nomina dei nuovi parroci. Nel 1809, il marchese di Montgelas, ministro del re di Baviera, con un atto di imperio e senza motivo apparente, se non seguendo coerentemente il suo pensiero giacobino, soppresse di colpo tutte le cerimonie del culto cattolico: proibì processioni, matrimoni e funerali religiosi, e addirittura il suono delle campane. Il cattolicissimo popolo tirolese inoltrò al re di Baviera le proprie rimostranze, affinché fosse ritirato il "decreto empio e liberticida", come venne definito. La richiesta fu respinta e la reazione, quasi immediata, fu la rivolta di un popolo, l’insurrezione in massa. Secondo molti storiografi, soprattutto di matrice progressista, le cause principali della rivolta tirolese sono da attribuirsi all’introduzione della leva obbligatoria e all’aumento delle tasse imposto dai nuovi governanti: certamente questi fatti contribuirono non poco a far accrescere il malcontento specialmente delle classi contadine e piccolo borghesi, ma quasi mai si prende in considerazione l’aspetto religioso, l’anima spirituale e culturale di questo popolo che prese le armi per difendere la sua cultura, il suo modo di vivere, di educare i figli e di morire, in un’assonanza immediata che ci porta con il pensiero alle analoghe vicende della Vandea.

Il 1809 fu un anno terribile per l’Europa e per i cattolici in particolare: Papa Pio VII, dopo aver lanciato contro Napoleone la scomunica, venne arrestato dai francesi e, da Roma, tradotto in esilio. Il Tirolo nel frattempo si infiamma: all’appello di Andreas Hofer accorrono migliaia di volontari, di lingua tedesca, ma anche italiana, trentini che Hofer definì i “dilettissimi Tirolesi Italiani “. Furono numerosissimi anche i sacerdoti a prendere le armi e a rispondere al richiamo della “Heimat”: fu soprattutto una battaglia religiosa, tutti, infatti, si rendevano conto che le disposizioni emanate, se fossero state applicate, avrebbero annientato un popolo intero, lo avrebbero sradicato completamente ed ineluttabilmente dal suo passato, gli avrebbero sottratto quell’humus fertile di storia e storie, di patrimonio religioso e culturale condiviso, che solo cementa l’anima di una Nazione. Inoltre, su precisa disposizione di Hofer, dopo ogni scontro, ogni vittoria, si doveva celebrare una Messa o una processione in onore del Sacro Cuore di Gesù. Padre Haspinger, novello Marco d’Aviano, guidò in prima persona le truppe contadine in diversi scontri, sempre brandendo il crocifisso, tenendolo sempre in alto in modo che tutti i combattenti, amici, ma anche nemici, potessero vederlo. Certo questo suo modo di porsi può risultare indigesto a qualche sacerdote moderno, e a molti cattolici “adulti”, fautori del dialogo sempre e comunque, a qualunque costo, anche scendendo troppo spesso a compromessi intorno ai fondamenti della nostra fede. Padre Haspinger e i sacerdoti tirolesi fecero quadrato intorno al Papa, intorno ai valori naturalmente cristiani dei loro conterranei. Addirittura, padre Haspinger, oltre che cappellano militare, divenne comandante di una compagnia di Schützen, partecipò direttamente a vari scontri e a lui fu riconosciuto il merito principale della vittoria delle truppe popolari tirolesi contro i franco-bavaresi al Berg Isel, presso Innsbruck, il 13 agosto 1809. La strenua difesa dei trentino-tirolesi fu definitivamente stroncata nel 1810.

Andreas Hofer, catturato, fu portato in catene a Mantova e fucilato per ordine dello stesso Napoleone il 20 febbraio 1810. Un aspetto che varrebbe la pena approfondire, riguarda i cittadini mantovani, i quali raccolsero in pochi giorni 5000 scudi per la liberazione di Hofer: lo riconobbero come eroe delle lotte di liberazione antifrancesi e questo sfata alcuni luoghi comuni, ben orchestrati politicamente, sul fatto che la rivolta tirolese fu essenzialmente fenomeno locale e circoscritto alle popolazioni tedescofone dell’odierno Tirolo con risvolti nazionalistici pangermanici. Ma torniamo a padre Haspinger: dopo un’avventurosa fuga attraverso l’Italia settentrionale e la Svizzera, riuscì a raggiungere Vienna, dove fu ricevuto dall’Imperatore Francesco I il 2 e il 4 novembre 1810. Rimase due mesi nel Convento dei Cappuccini a Vienna. Nel 1812 gli fu ancora commissionata una missione segreta per valutare l’ipotesi di organizzare una nuova insurrezione in Tirolo, ma non ne sortì nulla. Quindi continuò la sua opera di religioso, di curatore d’anime fino al 1836 in varie zone della Bassa Austria poi fino al 1854 in altre diocesi austriache. In quell’anno l’Imperatore Francesco Giuseppe gli assegna un appartamento d’onore nel Castello di Mirabell a Salisburgo, dove morirà il 12 gennaio 1858 assistito dall’Arcivescovo della città. Il 16 marzo la salma di padre Haspinger fu traslata nella Hofkirche di Innsbruck e deposta accanto a quelle di Andreas Hofer e Josef Speckbacher. Certamente la figura di padre Haspinger va legata al momento in cui la storia lo pone al centro della scena in questo angolo di mondo; irruente, focoso, sovente impetuoso nelle sue prediche e oltremodo energico nel suo operare, ma non poteva essere diversamente in quell’epoca di violenza, materiale ed ideologica. La sua lotta deve essere vista come il tentativo dal basso, dal popolo, quello vero, fatto di persone, di comunità, non di soli “cittadini”, di difendere lo scorrere “naturale” della vita, fuori dagli schemi ideologici intellettualistici che con la forza delle armi i giacobini francesi, con i loro complici in tutta Europa, volevano imporre. E quando passiamo per qualche paese del Trentino o del Tirolo, magari la domenica, e sentiamo il suono cosi familiare delle campane a distesa, in un paesaggio unico al mondo, pensiamo a padre Haspinger e alla sua lotta per difendere, oltre alla sua patria, quel suono da chi, come il marchese di Montgelas e gli “Illuminati”, lo avrebbe voluto cancellare per sempre dalle nostre orecchie e dalla nostra anima.

Bertone su Pio XII.

? Che Pio XII sia stato “indulgente con il nazismo” e “insensibile” di fronte alla Shoah è una “leggenda nera” di “totale inconsistenza”: l’ha affermato ieri il cardinale Tarcisio Bertone, che ha indicato nella disputa sulla questione palestinese e nella propaganda sovietica i terreni di coltura di quella “leggenda”, sorta sul finire degli anni ’40 del secolo scorso. Il segretario di Stato vaticano ha definito “grande”, “fruttuoso” ed “eroico” il pontificato di papa Pacelli. Ha sostenuto che è “anacronistico” e “fuori luogo” accusarlo di essere restato in “silenzio” di fronte alla persecuzione degli ebrei, della quale ha “parlato più volte scegliendo un profilo prudente” e contro la quale soprattutto ha “agito” promuovendo una “enorme opera di carità” a protezione dei perseguitati, cercando anche di arruolare ebrei romani nelle forze di sicurezza del Vaticano nel tentativo di salvarli dalla furia nazista.
Il cardinale ha parlato nella Sala della Protomoteca in Campidoglio intervenendo con Bruno Vespa, Andrea Riccardi e Francesco Margotta Broglio alla presentazione del volume di Andrea Tornelli, Pio XII. Eugenio Pacelli un uomo sul trono di Pietro (Mondatori, 661 pagine, 24 euro). Il cardinale ha definito “corposa e documentata” la biografia realizzata da Tornelli, che “attingendo a molti inediti ci restituisce la grandezza e la completezza della figura di Pio XII”.
La “leggenda nera” ? ha sostenuto il cardinale ? pretende di “ridurre il pontificato pacelliano ai presunti silenzi”, oscurando lo “straordinario magistero” che lo caratterizza e che fa di papa Pacelli un “precursore del Vaticano II”. Seguendo e lodando l’impostazione del volume di Tornelli, Bertone ha ricordato come Pio XII abbia “aperto” ad innovazioni in molti campi della vita della Chiesa, con una prima riforma della Settimana Santa, autorizzando l’uso del “metodo storico-critico” nello studio della Scrittura, prendendo in considerazione “pur con cautela” la teoria evoluzionistica, dando “più spazio alle donne rispetto agli uomini” nella proclamazione di santi e beati.
Sulla genesi della leggenda antipacelliana, il segretario di Stato vaticano ha detto che essa trova le prime formulazioni tra il 1946 e il 1949, in voci polemiche provenienti dal mondo ebraico e da quello sovietico. Le polemiche a matrice ebraica e medio- orientale prendono corpo in particolare a seguito di un discorso di Pio XII al delegati del Supremo comitato arabo per la Palestina, che fu ? ha detto Bertone ? “un appello a favore dei palestinesi in quel momento”. Per gli attacchi provenienti dal mondo sovietico ha citato un discorso fortemente antipacelliano tenuto il 27 agosto del 1949 da “un metropolita russo ortodosso molto legato a Stalin”.
E’ da tali frangenti ? secondo Bertone ? che “inizia a prendere corpo una incomprensibile accusa al papa per non essere intervenuto come avrebbe dovuto a favore degli ebrei”, mentre fino ad allora erano state “abbondanti” le espressioni ebraiche “di gratitudine e di stima” per l’operato di Pio XII durante la guerra.
In aggiunta a quanto già si conosceva, per il segretario di Stato vaticano sono significativi ? tra gli apporti conoscitivi del lavoro di Tornelli ? “alcuni giudizi netti di monsignor Pacelli sul nascente movimento nazionalsocialista” e soprattutto ? negli anni del pontificato ? la documentazione del “grande e grave dramma interiore vissuto dal pontefice durante il periodo della guerra circa l’atteggiamento da tenere di fronte alla persecuzione nazista”.
“I papi ? ha detto Bertone ? non parlano pensando a precostituirsi un’immagine favorevole per i posteri”. Il cardinale ha paragonato la “prudenza” delle denuncie di Pio XII a quella che in seguito caratterizzerà gli accenni di Paolo VI alle persecuzioni dei regimi comunisti. Una prudenza dettata dalla necessità di evitare “l’aggravamento della persecuzione”.
Quanto agli archivi vaticani ancora non consultabili, il cardinale è parso invitare degli sponsor a farsi avanti, assicurando che da parte della Santa Sede vi è la più ampia disponibilità a mettere a disposizione la “sterminata documentazione” che riguarda la “carità” esercitata in tempo di guerra: “Magari fosse possibile, con l’aiuto di qualche benemerita fondazione, catalogare in tempi brevi queste carte!”. Come esempio “positivo” di “disponibilità a comprendere” la figura e l’opera di Pio XII Bertone ha citato il “recente cambio di atteggiamento” della Fondazione israeliana Yad Vashem, che si è detta interessata a “riconsiderare storicamente” la propria valutazione di quel pontificato, che una “didascalia” del Museo della Shoah fino a oggi presenta “da un punto di vista polemico”.(Corriere della sera, 6/6/2007)

Arcipelago gulag: la memoria perduta.

Il 27 maggio del 1994 è da annoverare come una data che segna un’epoca, ma che troppo velocemente è caduta nell’oblio, specialmente in Italia: Aleksandr Solzenicyn, premio Nobel della letteratura, torna in Russia venti anni dopo essere stato espulso dall’allora Unione Sovietica. Sono trascorsi soltanto pochi anni, ma sembra un secolo: l’implosione dell’URSS, la disgregazione dell’Impero sovietico, che sembrava inossidabile, però, invece di portare in Italia ad un’analisi critica degli errori e degli orrori del comunismo, sono avvenimenti oggi quasi del tutto cancellati dalla nostra memoria storica nazionale. Discutendone anche a scuola con dei giovani, ragazzi che affronteranno tra breve l’esame di Stato, si avverte che poco o nulla sanno di quell’epoca, quasi non v’è traccia nei loro libri di scuola di che cosa sia stata davvero l’Unione Sovietica ed il comunismo. E come potrebbero in un Paese come il nostro in cui le maggiori case editrici, scolastiche e non, sono in mano all’intellighentia di sinistra?

Mi viene in aiuto, a tal proposito, il lavoro di Eugenio Corti, “Il fumo nel tempio”, del 1991, nel quale con disincantato realismo egli descriveva le vicende legate alla divulgazione dell’opera di Solzenicyn, in particolare, ma che abbracciava con sapiente maestria tutte le questioni che trattavano il tema “comunismo”. Ci ricorda Corti come “Solzenicyn sia stato trattato con tolleranza dalla cultura laico-marxista egemone in Italia, fino a quando questa lo riteneva contrario al solo Stalin, e non al marxismo in sé stesso. Le sue opere vennero allora pubblicate da Mondadori, cioè dal principale editore italiano, ed essendo in sé molto valide, ebbero larga diffusione. Quando però si scoprì che Solzenicyn dimostra in modo inequivocabile che non solo lo stalinismo, ma ogni comunismo porta al gulag, e sostiene che oggi il principale dovere di ogni uomo è di adoperarsi a “vivere fuori della menzogna”, l’atteggiamento della cultura egemone verso di lui si è capovolto. Così mentre il primo volume del suo Arcipelago gulag ha avuto in Italia una grande tiratura (si parla di 500.000 copie), il secondo è uscito quasi alla chetichella, e il terzo volume oggi, dopo anni, mentre è ormai diffuso da un pezzo nel resto del mondo, in Italia seguita a non venire pubblicato. Ragion per cui la successiva opera di Solzenicyn “Dialogo con il futuro” ha finito con l’essere da lui affidata alla minuscola Casa di Matriona, una cooperativa editrice di gente coraggiosa e cristiana, molto bersagliata dalla cultura egemone”.

Oggi la situazione sembra leggermente cambiata, ma è innegabile che persista una vera e propria censura sulle idee e sulle notizie, che viene praticata in modo sistematico dalla cultura dominante filomarxista, che detiene direttamente il controllo, o si è infiltrata in modo determinante in quasi tutti i mass media; la reazione scomposta, talvolta violenta alle opere di Gianpaolo Pansa è solo la punta dell’iceberg. Per tornare a Solzenicyn, è innegabile che è stato lui a mostrare al mondo la menzogna ideologica del marxismo. E’ stato lui a stabilire incontestabilmente che gli enormi crimini del regime comunista non potevano essere ridotti a “culto della personalità”, agli eccessi di un tiranno folle come è stato dipinto Stalin post-mortem. In “Arcipelago Gulag”, Solzenicyn ha pagato tributo alla memoria dei milioni di cittadini, russi e non, che vi hanno trovato la morte. Ricordiamo anche i tanti italiani, comunisti, che hanno pagato con la vita il minimo tentativo di dissenso, o semplicemente perché Togliatti, “il Migliore”, aveva sospetti che fossero poco ortodossi nella fede rossa. “Arcipelago Gulag” è un ammonimento continuo, è la rappresentazione reale, documentata, concreta, sconvolgente dell’inferno dei gulag sovietici. L’inferno del comunismo sovietico con tutti i suoi infimi e disumani gironi di milioni di anime dannate. Sofferenze di decine di milioni di persone che non si possono misurare e che abbiamo il dovere di non far cadere nell’oblio, così come l’orrore dei parenti delle vittime del Gulag, quotidianamente costretti a convivere con il pericolo delle denunce forzate, del terrore continuo d’essere a loro volta arrestati, ingoiati per sempre nel vortice degli innumerevoli campi di quell’Arcipelago mostruoso. Ma è bene ribadire ulteriormente che l’eliminazione, prima sociale, poi morale e infine fisica degli avversari politici non è una degenerazione del comunismo sovietico sotto Stalin, come ancora oggi si sente ripetere dai guru della nostra sinistra, megafoni di un Paese che ha addirittura tre partiti comunisti, oggi al governo: il terrorismo come sistema, le esecuzioni di massa, i campi di lavoro forzato e di sterminio sono parte integrante dell’ideologia marxista. Già prima della Rivoluzione, Lenin aveva scritto di mirare, nelle dispute, non alla confutazione dell’avversario, ma alla sua eliminazione.

E Lenin aveva fatto tesoro del pensiero di Marx, di quello storicismo ateo che al posto di Dio, del Dio misericordioso dei cristiani, aveva sostituito la statolatria, il progresso storico, al punto da arrivare a sostenere che “la storia ci guiderà verso la giustizia senza l’aiuto di Dio” e le terribili conseguenze di un tale storicismo non sono altro che la riduzione in schiavitù dell’uomo sull’uomo. Alcune, crude cifre della “giustizia senza l’aiuto di Dio” dei gulag sovietici: secondo la maggior parte degli storici e degli studiosi della macchina repressiva dell’URSS, la cifra delle vittime dei gulag sovietici si aggirerebbe da un minimo di 35 ad un massimo di 45 milioni. E questo riguarda soltanto i campi entro i confini delle repubbliche sovietiche, perché il costo umano del comunismo nei paesi dell’Europa dell’Est, occupati dall’Armata Rossa e divenuti poi satelliti di Mosca, continua ad essere ancora oggi aggiornato attraverso nuove documentazioni e testimonianze, a fatica, in quanto sono ancora viventi, in alcuni casi ancora al potere, quegli stessi protagonisti che gli effetti della inumana ideologia supportarono o che, addirittura, servirono con dedizione. E’ davvero quasi incredibile pensare che fu solo nel 1986, ieri, storicamente parlando, che Gorbaciov, cominciò finalmente a smantellare i campi sparsi per i 12 fusi orari dell’Unione Sovietica. Gli studenti, i nostri giovani, hanno il diritto di conoscere anche questa pagina tragica di quel secolo disperato e folle, che fu il novecento dei totalitarismi e noi, indiretti testimoni di quei fatti, abbiamo il dovere morale, ancor prima che storico, di spiegare loro la verità dei fatti.

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