Iraq, guerra privatizzata (ovvero l’incubo kafkiano dei mercenari americani)

Trasformata in crociata, l’esportazione della democrazia – attività nella quale gli Stati Uniti si sono impegnati per gran parte del Ventesimo secolo senza sbandierare troppi manifesti ideologici – si è trasformata negli anni della presidenza Bush in un naufragio politico e diplomatico. Ora la “privatizzazione” della guerra in Iraq, con la tendenza sempre più ostinata dell’attuale amministrazione a cedere in outsourcing a centinaia di imprese appaltatrici anche le attività più delicate nel campo della sicurezza, rischia non solo di far esplodere la rabbia degli iracheni, ma anche di alterare la percezione dell’economia di mercato in buona parte del mondo non industrializzato.Con l’esercito dei contrattisti privati (oltre 180 mila) che ha ormai superato il numero dei soldati Usa in Iraq e con l’opinione pubblica scossa dal susseguirsi dei massacri di civili abbattuti dai mercenari al primo stop non rispettato, giornali e Congresso americano scoprono una nuova emergenza. C’è chi fa audaci parallelismi tra l’Iraq invaso dagli appaltatori e il peso avuto – duemila anni fa – dall’esercito mercenario nel declino dell’impero romano, e chi cerca capri espiatori. Erik Prince, fondatore e capo di Blackwater, è divenuto rapidamente la faccia da sbattere in prima pagina. E’ lui, miliardario ed ex Navy Seal (le “teste di cuoio” della Marina), che ha creato il “mostro”: poteva continuare a produrre ricambi per auto come faceva il padre, e invece ha preferito vendere l’azienda e creare una nuova impresa specializzata nel garantire la sicurezza di uomini e istallazioni in un ambiente ostile.Reclutati molti compagni d’arme di Prince, ex “berretti verdi” e reduci della Delta Force, Blackwater è diventata – non solo per gli iracheni, ma anche per i soldati americani impegnati nel Golfo – sinonimo di arroganza e irresponsabilità: le 850 guardie private della società dislocate in Iraq hanno fin qui sostenuto 200 scontri a fuoco e, quattro volte su cinque, sono state loro a sparare per prime. Il “grilletto facile” di quelli che gli iracheni hanno soprannominato i “gorilla biondi ” ha fatto decine di vittime civili innocenti. La totale impunibilità di questi uomini – non rispondono alle leggi irachene né ai tribunali militari Usa – li ha resi arroganti fino al punto di arrivare a minacciare e a disarmare gli stessi soldati americani che cercavano di far rispettare l’ordine anche a loro. Quando, dieci mesi fa, un mercenario di Blackwater uccise senza motivo una guardia del corpo del vicepresidente dell’Iraq, l’unica punizione fu il licenziamento.Dopo le nuove stragi di civili delle settimane scorse, il Congresso di Washington è corso ai ripari varando una nuova legge che revoca il regime di impunità di cui godono queste guardie private. Peraltro un primo, parziale, intervento in questo senso era stato già votato un anno fa, ma la norma, di fatto, non è mai stata applicata.Il problema di fondo, insomma, non è l’arroganza dei mercenari, ma il modo scriteriato e ottusamente ideologico con cui gli uomini di Bush hanno trasformato una sana abitudine dell’amministrazione americana – affidare a soggetti esterni tutti i servizi, compresi quelli di interesse pubblico, che possono essere prodotti meglio e a costi più bassi dai privati – in un incubo kafkiano. Un principio – quello della sussidiarietà – che da noi ha cominciato a suscitare interesse solo di recente e che negli Usa viene invece applicato da decenni con profitto, rischia di essere stravolto dall’incapacità di questa amministrazione di esercitare controlli adeguati sulle attività cedute in outsourcing e di capire che alcune delle funzioni pubbliche più delicate (dallo spionaggio all’interrogatorio dei prigionieri) non possono essere “privatizzate”.Il caso Blackwater dimostra l’assenza di controlli da parte dell’amministrazione statunitense massimo.gaggi@rcsnewyork.com
Corriere della Sera – NAZIONALE – sezione: Opinioni – data: 2007-10-12 num: – pag: 54autore: di MASSIMO GAGGI categoria: REDAZIONALE
VISTI DA LONTANO

Napoleone, Murat e Palmerston

Il mito del nazionalismo in Italia non è frutto della farina del nostro sacco. Abituati ad essere il centro del mondo civile e religioso, gli italiani fino a quando Napoleone non ha esportato sulle baionette la parola d’ordine dell’unità nazionale non si erano accorti di aver bisogno, per essere grandi, di inventare un risorgimento nazionale. Nazionalismo in Italia

? Fino al secolo scorso, difficile che attecchisse. Abituati ad avere pochi rivali grazie all’Impero prima e all’universalità del potere spirituale poi, per quasi due millenni al centro dello sviluppo culturale, economico e religioso, terra di santi che hanno cambiato la storia, gli italiani hanno sempre pensato alla grande, in visione mondiale. La stessa consapevolezza di una forte identità nazionale è stata da noi sempre radicatissima e, anche in questo caso, sviluppata molto prima che prendesse radici altrove: Dante e la grande letteratura italiana del Trecento insegnano. La mancanza dell’unità politica non ha mai inficiato la profonda identità collettiva fatta di lingua, di cultura, di storia, e, soprattutto, di religione. Tutto cambia all’improvviso. Nel secolo scorso passiamo dall’impianto universalistico a quello nazionale, che, nel nostro caso, è sinonimo di provinciale. l’Italia precipita quando la Francia, con Napoleone, riconquista l’impero. Papa Leone III inaugura il Sacro Romano Impero la notte di Natale dell’800 incoronando imperatore romano il re dei franchi Carlo, detto Magno. Nel 962 il primo imperatore della dinastia sassone, Ottone, stabilisce che solo principi tedeschi possano ambire alla carica di imperatore e fino al 1800 l’impero resta saldamente in mano tedesca.

Nel 1804 Napoleone mette fine al Sacro Impero Romano Germanico ed inaugura un impero di tipo nuovo, ugualmente universale (perlomeno nelle pretese), ma non più cristiano. I francesi che invadono l’Italia, la spogliano e la rapinano, pretendono di esserne i liberatori. Da cosa? Dalla tradizione cattolica che, in netta continuità con quella romana, è, al contrario, la principale artefice della gloria italiana. Un fatto per tutti: nonostante le scientifiche spoliazioni, l’Italia romano-cattolica possiede, da sola, più della metà del patrimonio artistico mondiale. Propaganda: Francia ed Inghilterra, le due potenze che nell’Ottocento si contendono il predominio mondiale, invitano gli italiani a risorgere dalla schiavitù in cui sarebbero precipitati da tanti secoli (quelli della tradizione cattolica) per attuare anche in Italia quel processo di omologazione culturale ed economica che loro conviene e che la cultura cattolica tenacemente contrasta da quando il protestantesimo ha diviso in due l’Europa. Propaganda. Al di qua e al di là della Manica i potenti di turno parlano lo stesso linguaggio, addirittura utilizzando le medesime parole. Tanto per farsi un’idea di quanto simili siano gli intenti dei grandi di allora, basti confrontare il proclama di Napoleone al momento del suo ingresso a Milano col necrologio di Cavour pronunciato da Palmerston al parlamento inglese. Nel 1796 Napoleone fa scrivere: “Noi siamo amici di tutti i popoli, ed in particolare dei discendenti dei Bruti e degli Scipioni. Ristabilire il Campidoglio, collocandovi onorevolmente le statue degli eroi che lo reser celebre: e risvegliare il Popolo Romano assopito da molti secoli di schiavitù, tale sarà il frutto delle nostre vittorie, che formeranno epoca nella posterità. Vostra sarà la gloria immortale di aver cangiato l’aspetto della più bella parte d’Europa”. Nel 1861 Palmerston afferma: “Abbiamo visto sotto la sua [di Cavour] guida e la sua autorità un popolo che sonnecchiava risvegliarsi all’improvviso vigoroso e forte. Questo popolo era in realtà addormentato, inerte, snervato dalla lussuria e dalla ricerca dei piaceri. Ora questo popolo, alla voce di un solo uomo, si risveglia da un sonno secolare, sente in se stesso la potenza e la forza del gigante, e in poco tempo ottiene quella libertà che per tanti secoli gli era stata rifiutata”. In questa propaganda ciascuno si inserisce come può, sempre però battendo sul tasto delle glorie nazionali che devono risorgere.

Basti citare il caso di Gioacchino Murat, divenuto Re di Napoli in qualità di cognato di Napoleone. Quando le sorti dell’illustre parente sono irrimediabilmente compromesse, Murat, con poco senso della misura e nessuno del ridicolo, aspirando alla corona di re d’Italia, il 30 marzo 1815 bandisce da Rimini questo proclama: “Italiani! L’ora è venuta in cui debbono compirsi gli alti destini dell’Italia; la Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Sicilia odasi un grido solo: L’indipendenza d’Italia. A qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questo primo diritto? Sgombri dal suolo italiano ogni dominazione straniera. Padroni una volta del mondo espiaste questa gloria con venti secoli d’oppressioni e di stragi. Sia oggi vostra gloria il non aver più padroni”. Propaganda. Come reagiscono gli italiani all’invasione francese fatta nel nome della gloria romana da riconquistare? Facendosi ammazzare a decine di migliaia nelle insorgenze che capillarmente e spontaneamente si diffondono su tutto il territorio nazionale. Alla propaganda napoleonica aderisce un’esigua minoranza della popolazione: i liberali che, col tempo, riprenderanno la bandiera rivoluzionaria del risorgimento nazionale.

3 ottobre 1990: un anniversario dimenticato.

Sono trascorsi soltanto diciassette anni da quel 3 ottobre 1990, quando a Berlino, allo scoccare della mezzanotte, venne proclamata ufficialmente la riunificazione della Germania. Terminava un capitolo centrale della guerra fredda e si chiudeva una delle pagine più drammatiche della storia europea. Quasi un anno dopo la caduta del muro, avvenuta il 9 novembre 1989, un milione di tedeschi si è dato appuntamento davanti al Reichstag e tutta una nazione è incollata davanti alla televisione per seguire una cerimonia attesa da due generazioni, un evento storico che nessun politologo avrebbe nemmeno immaginato due anni prima. Oggi quell’evento, che ha avuto conseguenze tanto importanti dal punto di vista politico, economico, ma anche simbolico, sembra essere stato dimenticato da tutti i mezzi di informazione, almeno italiani. Quella cerimonia solenne e gioiosa non rappresentò soltanto l’inizio di una nuova era per la Germania, seppur difficile e piena anche di contraddizioni, ma svelò al mondo intero il fallimento del regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca, la DDR. La Germania Est era nata nel 1949 sui territori dei cinque L?nder orientali occupati dall’Armata Rossa nel 1945. Fin da subito gli emissari del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) iniziarono un’opera di sovietizzazione dei territori sotto il controllo russo, attuando una sistematica e capillare caccia ai possibili avversari del regime. E’ una pagina di storia che quasi mai trova posto nei libri dei nostri studenti: tra il 1945 ed il 1950 furono internate circa 122.000 persone, tra queste ben 43.000 morirono di stenti o in seguito a sevizie subite e 756 furono condannate “ufficialmente” a morte. Ma ciò che non viene mai ricordato è che i “liberatori” sovietici ed i loro seguaci locali, adoperarono a tale scopo i tristemente famosi Lager già utilizzati dai Nazionalsocialisti, tra cui Sachsenhausen, e Buchenwald, non lontano da Weimar, città simbolo del Classicismo tedesco: luogo di cultura, di vette letterarie inarrivabili grazie alle opere di Goethe e Schiller e luogo di morte tra i più terribili della storia. Palcoscenici della tragedia dei regimi totalitari del Novecento, in una danza macabra dove le vittime diventarono aguzzini.

Dopo il 1950, il partito unico alla guida della DDR, il SED, Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Partito socialista dell’unità tedesca) con zelo tipicamente teutonico, completò l’opera dei compagni russi e fece in modo di arrestate e perseguitare dalle 40.000 alle 60.000 persone. La maggior parte degli arrestati e molti di coloro che non fecero più ritorno dai quei campi di concentramento, non avevano commesso gravi crimini contro il neo costituito regime; la loro grave colpa, davanti agli occhi dei nuovi padroni, fu di appartenere ad associazioni, sindacati, gruppi politici locali, sacerdoti, insegnanti, a quella società civile che aveva davvero sperato in un cambiamento della società tedesca dopo la terribile parentesi hitleriana. Ma non avevano fatto i conti con un regime che non poteva tollerare un rappresentatività politica e sociale proveniente “dal basso”; le cosiddette “democrazie popolari” temono la partecipazione diretta del popolo vero alle questioni politiche. Non sorprende, quindi, che nel 1953 la grande rivolta contro il regime comunista tedesco orientale, guidato da Walther Ulbrich, fu organizzata dagli operai, soprattutto dei cantieri edili di Berlino Est, per protestare contro le difficili condizioni di lavoro e di vita cui erano costretti. Anche in questa occasione la repressione fu terribile: oltre un centinaio di morti e circa 14.000 arrestati. Pochissimi in Italia alzarono la loro voce per denunciare l’accaduto, parole al vento: nel 1953 si piangeva la morte di Stalin… Il vero messaggio che tutti ascoltavano, anzi, ossequiavano, era il volto ufficiale del regime, quello rappresentato dalle opere di Bertolt Brecht, autore che ha trovato, e trova, nel nostro Paese terreno fertile per la messa in scena delle sue opere naturalmente antifasciste, anticapitaliste, antioccidentali. Pochi ricordano che Brecht fu uomo del regime, sostenuto finanziariamente per rappresentare nel mondo il volto del “Sol dell’Avvenire” in versione tedesca.

Un sole che tramontò definitivamente il 13 agosto 1961, quando Berlino, anzi, quando il mondo si trovò diviso da un muro alto 3 metri e 60 centimetri. Il muro per antonomasia. Simbolo di ogni divisione e di ogni sofferenza. L’ipocrisia dei governanti di allora lo definì il “muro antifascista” oppure “anticapitalista”. Quante tragedie intorno a quel mucchio di cemento armato e filo spinato che doveva difendere i figli felici del “socialismo dal volto umano” dall’assalto feroce dei reprobi capitalisti occidentali. Talmente felici gli abitanti della DDR che per controllarli, il servizio di sicurezza interno, la famigerata STASI, acronimo di Staatssicherheit (Sicurezza di Stato), poteva contare su una rete di circa mezzo milione di informatori, naturalmente pagati dallo Stato; poco prima di implodere, la DDR guidata da Erich Honecker arrivò ad avere quasi 600.000 informatori, o quantomeno collaboratori, legati a doppio filo alla STASI, la quale fu, senza dubbio, il più importante datore di lavoro dell’allora Germania Est, il vero collante del regime, l’organo che con i suoi tentacoli riuscì a creare il consenso all’interno del Paese. Peccato che in Italia, il Paese con il più importante partito comunista del mondo, esclusi i satelliti di Mosca, sui testi scolastici non si trovava traccia delle reali condizioni della DDR e dei Paesi al di là della “Cortina di ferro”. Ancora oggi non sono molti, uso un eufemismo, i libri adottati nelle nostre scuole che ripercorrono criticamente quegli anni e le vicende di quei regimi. Si è talmente fatta opera di rimozione della memoria, che difficilmente uno studente italiano saprebbe raccontare, anche a grandi linee, le vicende legate al dopoguerra tedesco, alle tragedie causate da uno dei regimi più sanguinari ed illiberali della storia, quasi che la storia della Germania finisse nel 1945 e precipitasse poi in un limbo indefinito. Ecco allora che in mezzo a tanti uomini di cultura, giornalisti, editori, personaggi politici italiani allora compiacenti con quel regime, oggi alcuni ancora al potere, risulta davvero profetico rileggere uno scritto del 1984 di un personaggio, già allora controcorrente, che scrisse, in un mare di polemiche, che “Milioni di nostri contemporanei aspirano legittimamente a ritrovare le libertà fondamentali di cui sono privati da parte dei regimi totalitari e atei che si sono impadroniti del potere per vie rivoluzionarie e violente, proprio in nome della liberazione del popolo. Non si può ignorare questa vergogna del nostro tempo: proprio con la pretesa di portare loro la libertà, si mantengono intere nazioni in condizioni di schiavitù indegne dell’uomo”; quel signore, un tedesco della Baviera, si chiamava Joseph Ratzinger…

Sergio Romano e la questione iraniana.

Il 21 settembre si è riunito a Washington il gruppo 5 più 1 per intimare all’Iran di cessare la produzione di uranio arricchito, minacciando sanzioni e, addirittura, un intervento armato. I 5 più 1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania) producono da decenni uranio arricchito. Francia, Germania e Regno Unito, per giunta, stanno costruendo un nuovo gigantesco impianto con centinaia di migliaia di centrifughe. L’Iran ne sta allestendo uno con circa tremila centrifughe. Ciò è consentito dal Trattato contro la proliferazione nucleare, purché l’uranio arricchito sia destinato esclusivamente alla produzione di elettricità e sia controllato dalle Nazioni Unite. L’Italia non partecipa a questi negoziati, malgrado non produca uranio arricchito, non abbia un programma nucleare, e abbia interessi economici e strategici importanti come quelli di Francia, Germania e Regno Unito. Questi 3 Paesi hanno così costituito, da 4 anni, un embrione di Direttorio europeo, con declassamento dell’Italia. Achille Albonetti, Roma

Caro Albonetti, con una conferenza stampa alla Casa Bianca, negli scorsi giorni, il presidente Bush ha abbassato di un grado la temperatura dello scontro. Ma anche il ministro degli Esteri francese ha fatto dichiarazioni apocalittiche, seguite a breve distanza di tempo da parole più rassicuranti anche del presidente Sarkozy. Questi piccoli passi indietro appartengono alla diplomazia della doccia scozzese e alla liturgia delle relazioni internazionali. Nella sostanza il quadro rimane quello che lei ha descritto nella sua lettera. Forse l’aspetto più interessante e paradossale della situazione è che tutto questo accada mentre il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Mohamed El Baradei, fa sapere al mondo di avere negoziato segretamente con l’Iran, nel corso dell’estate, un accordo con cui il governo di Teheran s’impegna, in cambio di alcune concessioni, a fornire chiarimenti sugli aspetti segreti del suo programma nucleare. Sembra che i rappresentanti della Francia, della Germania, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti gli abbiano fatto visita, dopo le sue dichiarazioni, per manifestargli il disappunto dei loro governi. Se confermato, infatti, l’accordo rischierebbe d’inceppare il processo per l’applicazione all’Iran di nuove sanzioni: una prospettiva a cui gli Stati Uniti non intendono rinunciare. Ne hanno bisogno per meglio sostenere che l’Iran è l’«uomo nero» del Medio Oriente e che la presenza militare americana in Iraq è, ora più che mai, giustificata dalla minacciosa ombra iraniana che incombe sulla regione. Quanto più la spedizione irachena diventa discutibile e contestabile, tanto più Bush ha bisogno di argomenti per combattere la sua battaglia contro l’opinione pubblica e il Congresso. È meno facile, invece, comprendere la posizione della Gran Bretagna, della Germania e soprattutto della Francia. Capisco che la rappacificazione con l’America, dopo la rottura provocata dalla guerra irachena, sia per la Germania di Angela Merkel e per la Francia di Nicolas Sarkozy un obiettivo desiderabile. Capisco il timore che un Iran nucleare, anche se per il momento «civile», possa suscitare una «corsa all’atomo» in Egitto, in Turchia e in Arabia Saudita. E capirei la collaborazione con gli Stati Uniti se servisse a esercitare una influenza moderatrice sulla sua politica iraniana. Ma non capisco perché i tre Paesi europei si prestino a favorire una politica che non cessa di destabilizzare il Medio Oriente. Sono queste le ragioni, caro Albonetti, per cui non sono sicuro che l’allargamento del gruppo «5 più 1» all’Italia gioverebbe al nostro Paese. Avremmo dovuto accettare l’invito di Francia, Gran Bretagna e Germania quando i tre Paesi stavano perseguendo una linea diversa da quella di Washington. Ma oggi, se chiedessimo di entrare nel gruppo dei negoziatori occidentali, rischieremmo di privarci del diritto di avere, in materia di Iran, opinioni diverse da quelle dei quattro Paesi che hanno cercato di boicottare l’accordo negoziato da El Baradei.

L’incredibile realtà dei martiri.

Anche un cattolico non può fare a meno di chiedersi, in tanti momenti della sua vita, dove stia la santità della Chiesa.

Tutti coloro che la abitano peccano sette volte al giorno, più o meno gravemente. Il mondo se ne accorge e mentre da una parte si nutre di scandali, di volgarità, coi suoi giornaletti, le sue riviste, e gli spettacoli televisivi trasudanti fango e bassezze, dall’altra stigmatizza e condanna, non appena può, il cattolico “incoerente”, il prete che sbaglia, il religioso avido di denaro, oppure sorride e solidarizza con il sacerdote che si sposa, o con quelli disobbedienti, vanagloriosi, arroganti, che certo non mancano…. Per il mondo sono tutte piccole rivincite, gradite vendette contro il richiamo del cuore al bene e alla giustizia: vedete, dicono i maliziosi, la virtù non è possibile, l’ideale non esiste, anche i preti hanno rapporti carnali, anche i religiosi tradiscono i loro voti, non ci credono neppure loro…

Anche un cattolico può essere tentato di scandalizzarsi. Anzi, gli scandalizzati sono tantissimi, proprio tra i cattolici alla moda, sempre pronti a indignarsi, a ribellarsi, a prendere le distanze e a fare dei distinguo, rispetto alla Chiesa di cui sono figli e di cui invece si ritengono padri. Eppure, rimane il fatto che chiunque abbia frequentato e viva la vita della Chiesa, sperimenta la miseria e la povertà degli uomini che la compongono. Sono sì miseri, peccatori, segnati dal limite, ma anche innestati nella vite di Cristo: scorre, nel loro sangue, mescolata a vizi e impurità, una linfa divina, qualcosa di infinitamente grande e misterioso. Solo così si può spiegare la sopravvivenza, dopo duemila anni, di un fede che chiede ai suoi seguaci di andare contro gli istinti, i desideri, le brame della carne e del mondo. Che esige da coloro che si sposano una vita casta prima e dopo il matrimonio, e che chiede a molti di morire a se stessi, rinunciando totalmente ad una famiglia, ad un lavoro, e invitandoli ad una verginità piena, nei confronti di ogni lusinga meramente terrena.

Ogni vocazione è un miracolo, che da duemila anni si ripete, e sacerdoti e religiosi, “sterili” nella carne, da duemila anni partoriscono figli, spirituali, e continuano a riprodursi, sempre, in ogni circostanza, nonostante ogni difficoltà e sotto ogni regime! E’ già questo uno dei segni più evidenti della divinità di Cristo e della sua Chiesa, insieme alla presenza dei martiri. San Giovanni Bosco, san Camillo de Lellis, e tanti altri santi, sono stati, in vita, uomini straordinari, che hanno affascinato chiunque li avvicinasse, e continuano a stupire anche chi non abbia nessuna fede. In loro vi è l’epifania solenne del cristianesimo, in modo evidente, quotidiano, sfolgorante.

Ma accanto ad essi, nella storia, vi sono migliaia e migliaia di poveri uomini, che hanno scelto Cristo, e che non riescono, se non raramente, a dimostrare agli altri la bellezza e la grandezza della loro fede. Lottano ogni giorno con il proprio peccato e il proprio vizio, ma nessuno se ne accorge, perché soccombono più spesso di quanto non vincano, e perché nessuna luce potente rifulge dai loro sguardi e dalle loro azioni. Eppure talora Cristo chiede anche a costoro, quasi all’improvviso, di essere testimoni, di mostrare al mondo cosa sa fare un cristiano, il più misero, nel momento in cui viene chiamato. Penso ai tanti martiri di cui è ricca la storia della Chiesa, dalle sue origini, e soprattutto nei tempi moderni, dalla rivoluzione francese in avanti. Penso, in particolare, alla vicenda dei martiri di Orange, narrata in un bellissimo e documentatissimo testo di A. Reyne e D. Brehier, “Le martiri di Orange” (Il Cerchio).

E’ la storia di 32 religiose dai 24 ai 75 anni “consacratesi a Dio nella vita religiosa e rimaste fedeli sino al patibolo”. Siamo in età illuminista, epoca in cui il mondo non può ammettere la vita religiosa, specie quella claustrale. Per Diderot e gli altri, si tratta di fanatismo, e di superstizione. La rivoluzione francese, sulla scia dell’illuminismo, stabilisce la sua idea di libertà: “libertà è fare ciò che non nuoce ad altri”. Eppure, il 2 novembre 1789, su proposta di un vescovo, Talleyrand, i beni della Chiesa vengono posti “a disposizione della nazione”, e subito dopo i voti solenni religiosi vengono aboliti e gli ordini monastici soppressi, in nome del diritto naturale e della Costituzione. A tutti si chiede di sposarsi, offrendo soldi e onore a chi abbandoni l’abito, e un giuramento di fedeltà, alla Nazione, il nuovo idolo sanguinario, e all’ideologia dominante. L’Assemblea Nazionale arriva ad affermare che è importante “eliminare ogni residuo di fanatismo” e che “aumentando l’importo delle pensioni si ottiene il duplice scopo di conseguire il benessere di chi abbandona la vita comunitaria e di perseguire l’interesse nazionale all’estinzione della vita monastica”.

Per non giurare contro la propria coscienza, per non pronunciare neppure a filo di labbra parole impure, 32 religiose di Orange e centinaia di altri consacrati in tutto il paese, preferiscono morire, dopo aver perso ogni diritto, ed essere state indicati al pubblico ludibrio, come Cristo sulla croce. Come nel commovente romanzo di Gertrud von le Fort, “L’ultima al patibolo”, o nei “Dialoghi delle carmelitane” di Bernanos, le suore vengono condannate a morte da un tribunale speciale, che, secondo le parole di uno dei componenti, “non ha nulla a che fare con i tribunali dell’ancien regime”, perché “non ci sono formalità da osservare, c’è la coscienza del giudice e basta”. Al patibolo si recheranno tutte, senza ripensamenti, cantando il salve Regina, il te Deum, o il Veni Creator…Il boia di Orange, Paquet, un uomo che ha trovato così il suo momento di gloria, si diverte a scoprire loro il seno, e queste “con i denti afferravano i bordi delle camice per ricoprirsi”. Un documento dell’epoca ricorda che “la gioia che si vedeva dipinta sul viso di queste sante ragazze dopo la sentenza incoraggiava le altre condannate…molti prigionieri, disperati al pensiero delle loro mogli e dei loro bambini, affrontarono coraggiosamente il supremo sacrificio per il conforto loro donato dalle dolci e pietose esortazioni di queste religiose”. Come scriveva san Paolo: “Cosa ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada? Proprio come sta scritto: per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Romani, 8-35).

Morire cantando col sorriso sulla bocca e la tranquillità nel cuore…quale miracolo, in anime che forse avevano faticato, in molti momenti, a non rispondere male ad una loro consorella, a sopportare una piccola offesa, a lasciar trasparire, anche un poco, come da un velo, la soprannaturalità della loro fede!

La Rice e il “no” del Papa a un colloquio

L’ultima richiesta è arrivata in estate. Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha fatto sapere al Vaticano che aveva assolutamente bisogno di incontrare Benedetto XVI.
Stava per addentrarsi di nuovo nel ginepraio mediorientale. E non le sarebbe dispiaciuto presentarsi ai propri interlocutori con le credenziali di un colloquio col pontefice. Sperava di fissarlo agli inizi d’agosto a Castelgandolfo, residenza estiva del Pontefice appena tornato da Lorenzago, sulle Dolomiti. Ma le è stato risposto che il Papa era in vacanza. La Rice ha insistito. Senza fortuna: il protocollo vaticano è stato irremovibile. “Il Papa è in vacanza”, ha continuato ad essere la risposta ufficiale.
Da quanto si sa, la Rice è riuscita a discutere di Medio Oriente e soprattutto di Libano in una telefonata col cardinale Tarcisio Bertone. Il numero due della Santa Sede era in visita in America per la riunione annuale dei Cavalieri di Colombo a Nashville, nella prima decade di agosto. Ma l’incontro mancato fra Benedetto XVI e la titolare della diplomazia statunitense ha finito per assumere un significato che forse va perfino oltre le intenzioni vaticane. ? stato valutato infatti come una sorta di certificazione delle differenze di vedute sulle iniziative dell’amministrazione di George Bush in Medio Oriente; e di una frizione strisciante sul-l’Iraq e sui rapporti con l’Iran. La Santa Sede ritiene che gli Stati Uniti rischino di sottovalutare il problema delle garanzie delle minoranze religiose nella nuova Costituzione irachena. E lo ha fatto presente al governo di Bagdad: si è sentita rispondere che le minacce e le violenze contro i cristiani non sono maggiori di quelle subìte da altre minoranze. Si è rivolta anche agli americani: la loro replica, però, è stata che le truppe non riescono ad avere il pieno controllo del territorio; e dunque incontrano difficoltà a proteggere i non islamici. Quanto all’Iran, si sa che il Vaticano detesta i toni truculenti e antisemiti del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Ma vede come una sciagura un’altra guerra preventiva. Tuttavia, i rapporti fra Usa e Santa Sede rimangono più che buoni.
C’è uno scambio continuo di notizie e valutazioni sulle “zone calde”, sebbene le strategie rimangano differenti. I temi etici continuano ad avvicinare Chiesa cattolica e Amministrazione Bush. Il problema è che la politica estera rimane una fonte di controversie.
E la Rice non è un interlocutore fra i più graditi. Quando sono cominciati i contatti per il suo incontro mancato col Papa, è stato spiegato che anche Bush lo sollecitava. Il colloquio del 9 giugno scorso fra Benedetto XVI e il presidente americano in Vaticano era andato bene. E in quella scia poteva inserirsi il segretario di Stato. In realtà, per rendere possibile l’udienza con la Rice sul lago di Castelgandolfo, sarebbe stata necessaria una forte volontà vaticana, che in realtà non c’era. In agosto il Pontefice tende ad evitare colloqui con esponenti politici, tranne eccezioni. L’idea del Papa in vacanza è stata considerata “una buona scusa” per evitare un appuntamento ritenuto non indispensabile, e magari foriero di confusione e malintesi davanti all’opinione pubblica internazionale; e in primo luogo nel Medio Oriente.
Ufficialmente nessuno lo dice, ma sul “no” pesa probabilmente anche l’atteggiamento della Rice nel 2003, quando era consigliere per la Sicurezza nazionale di Bush. Fu lei, alla vigilia del conflitto in Iraq, a dire brutalmente che non capiva l’atteggiamento del Vaticano, contrario alla guerra; e a trattare con una freddezza al limite della scortesia l’inviato di Giovanni Paolo II, il cardinale Pio Laghi, mandato a Washington il 2 marzo del 2003 nel tentativo disperato di scongiurare l’intervento militare. ? chiaro che quello sgarbo non è stato dimenticato.(Corriere della Sera, 19 settembre 2007)

Franco Cardini contro Ken Follett.

“Non credevo in Dio vent’anni fa così come non credo oggi. Ciò che è effettivamente cambiato è la mia consapevolezza di tutto il male che può essere fatto in nome della religione… La Peste (del 1347-52) rivelò a tutti la verità: il clero era completamente impotente…

La scoperta dell’infezione batterica ha permesso di salvare la pelle a milioni di persone dimostrando che i pregiudizi antiscientifici della religione non avevano alcun fondamento”. Non varrebbe la pena di perder tempo e inchiostro citando questo bouquet di sciocchezze, di banalità, di errori e di bugie: se esso non fosse uscito ohimè – salvo auspicabili ma improbabili smentite – dalla bocca di uno dei più arcinoti, arciletti e idolatrati scrittori del nostro tempo; e se un intervistatore di “Panorama” di questa settimana non l’avesse religiosamente raccolto e trascritto, senza un commento che non sia ammirato e lusinghiero. Come oro colato. E di oro, perdinci, non si tratta davvero.

L’effigie di Ken Follett, il celebre autore di thrilling e di spy-stories tra i più venduti al mondo, occupa trionfale la copertina del noto settimanale, dove si annunzia esultanti: “Scienza e religione: le colpe della Chiesa” e dove si presenta il suo nuovo libro, Mondo senza fine, come “un atto di accusa contro il clero”.Il libro non è ancora nelle librerie, ma è già un best seller annunziato: e diverrà tale, per forza di cose, dal momento che la potente macchina mediatica del suo editore è già in moto e le foto dell’autore campeggiano in tutte le grandi librerie. Uno sforzo notevole, che avrà una ricaduta sicura. Ma a tutto c’è un limite. Nulla da dire sul Follett autore di thriller di successo, come La cruna dell’ago.

Ma quand’egli si cimenta con i temi storici, specie quelli legati al Medioevo, bisogna dire che i risultati sul piano appunto storico sono deludenti: il suo gettonatissimo I pilastri della terra è, sotto il profilo della ricostruzione di quello che egli presenta come “il Medioevo”, un ridicolo polpetto ne nel quale navigano (ed è il lato migliore) reminiscenze di Victor Hugo condite in una salsa che sta fra Disneyland e Carolina Invernizio. Non ho ancora letto Mondo senza fine, e non posso quindi giudicarlo: ma, stando alle dichiarazioni del suo autore, c’è davvero di che indignarsi.L’intervistatore ha l’aria di aver scoperto qualcosa di nuovo e d’originale, “un Medioevo molto lontano dalla rappresentazione stereotipata di epoca immobile e priva d’innovazione”. Scappa da ridere, ma scappa anche la pazienza. Da decenni la medievistica mondiale ci va al contrario ripetendo – da Bloch a Le Goff a Tabacco a mille altri – che, al contrario, il cosiddetto Medioevo (un’età convenzionalmente definibile, e comunque lunghissima, perfino oltre un millennio secondo alcuni) fu caratterizzata da una profonda sperimentazione in tutti i campi, dalla tecnologia alla politologia.

Perfino un mistico come Bernardo di Clairvaux era un innamorato delle macchine, dei mulini e delle gualchiere che lavoravano nei monasteri cistercensi. Follett è liberissimo di essere ateo e anticlericale: ma, se decide di parlare del Medioevo, non è affatto libero d’ignorare tutto dell’autentica passione per la ricerca e l’innovazione che investe personaggi come Gerberto d’Aurillac, Ruggero Bacone e tanti altri: chierici, sacerdoti, religiosi e mistici, non qualche isolato sognatore alchimista o ereticheggiante. Ma la Chiesa inventata dal Follett nel suo ultimo romanzo, a sentir lui, è una cosca di profittatori, di ladri, di sfruttatori e di violentatori. Viene la peste a metà Trecento, e non fa nulla né per combatterla, né per alleviare le pene della gente. Secondo il Follet, le università, gli ospedali, le enormi opere di misericordia sono nulla. Secondo lui, le responsabilità del fatto che la meccanica delle infezioni batteriche non fosse nota prima dell’Ottocento è da ascriversi ai “pregiudizi antiscientifici della religione”. Non gli passa nemmeno per la testa che le tesi relative al contagio do vuto alla “corruzione dell’aria” o allo “squilibrio degli umori fisici” fossero in realtà, appunto, la scienza del tempo, quella praticata da tutta una società: e dalla Chiesa stessa, appunto, nella misura in cui Chiesa e società del tempo coincidevano.Rinvio gli interessati a conoscere qualcosa di più a proposito della Peste Nera al mio recente libro Le cento novelle contro la morte (edizioni Salerno), dove il periodo esaminato dal Follett è considerato sotto il profilo della medievistica più recente. In particolare, non è affatto così pacifico che l’epidemia si portò con sé i due terzi della popolazione europea: in realtà le vittime del contagio si dislocarono “a chiazze di leopardo”, secondo una geografia difficile da comprendere. In molti casi, i morti furono ben superiori alla stima data dallo scrittore gallese; in altri, viceversa, addirittura il contagio non passò.

Noto al riguardo il caso della città di Milano, che venne misteriosamente e miracolosamente risparmiata. Quanto al conflitto fra scienza e Chiesa, ripeto, esso non ci fu affatto. I medici del tempo erano assolutamente inquadrati all’interno di un sapere coerente e coeso, nel quale teologia e fisiologia profondamente convivevano. Le critiche espresse dal romanziere non hanno quindi alcuna credibilità e discendono chiaramente o dalla sua ignoranza dei dati di fatto, o dal suo pervicace anti-cattolicesimo, o da un’antipatica miscela di entrambe le cose.Questa “tirata” anticristiana e, soprattutto, anticattolica, finisce appunto per colpire tutte le religioni e il fatto religioso in sé. Dalla religione e dall’homo religiosus nascono tutti i mali del mondo, allora come oggi. La sete di guadagno, le distruzioni indiscriminate dell’ambiente nel nome del profitto, l’illimitata volontà di potenza delle élites economiche e finanziarie e dei loro complici executives non hanno alcuna responsabilità. Tutto è colpa di Dio e di chi ci crede. (Avvenire, sabato 15 settembre)

Una guerra sciagurata che continua a seminare morte.

In Iraq la popolazione continua a soffrire di Elisabetta Mancini Roma, 10 settembre 2007 www.terrasanta.net “In Iraq niente è cambiato. Al contrario, le condizioni di vita della popolazione, in particolare dei bambini e delle donne, sono peggiorate”.

A lanciare l’ennesimo allarme sulla situazione del Paese è Silvio Tessari, responsabile della Caritas Italiana per l’area Medio Oriente e Nord Africa. Tessari spiega che, tra gennaio e giugno di quest’anno, i ricoveri dei bambini causati dalla malnutrizione sono quasi raddoppiati. I casi sono passati dai 609 registrati a gennaio, a 959 osservati a giugno, con un picco di 1.032 nel mese di maggio. Il dato è della Caritas Iraq che sta continuando ad operare sul territorio iracheno tra difficoltà notevoli a causa della mancanza di fondi per acquistare i viveri e per provvedere al trasporto dei generi alimentari in sicurezza. Il Paese sembra dunque lontano dal ritorno alla normalità e, come sottolinea la Caritas locale nel più recente rapporto, negli ultimi mesi non è avvenuto nessun cambiamento, al contrario “continuano le violenze, gli attentati, i bombardamenti ed è aumentata la povertà”.

La malnutrizione e il clima di insicurezza non sono i soli elementi a destabilizzare ulteriormente l’area. Negli ultimi giorni oltre 2 mila persone sono state colpite dall’epidemia di colera che ha provocato 5 morti e oltre 500 ricoverati a Suleimaniya e Kirkuk, nel nord dell’Iraq. Secondo l’Unicef i casi accertati di colera sono 47, un numero che si prevede aumenterà. All’origine dell’epidemia ci sono le carenze di acqua potabile e di trattamento degli scarichi fognari: solo il 30 per cento della popolazione di Suleimaniya ha forniture d’acqua adeguate, disponibili al massimo per due ore al giorno in gran parte della città, mentre solo il 50 per cento delle scorte idriche cittadine sono sottoposte a clorazione.

L’epidemia, per ora, ha colpito soprattutto gli adulti, tuttavia la combinazione di caldo torrido con temperature fino a oltre i 50 gradi, la penuria e la contaminazione delle scorte idriche e le condizioni igieniche precarie in città e nei campi sfollati, crea seri rischi per la popolazione infantile. Una situazione difficilissima da controllare anche considerando che continua la fuga degli iracheni dalle proprie case per sfuggire alle violenze e alla fame. Sono ormai quattro milioni le persone costrette alla fuga. Secondo gli ultimi dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), il numero dei profughi interni e all’estero continua a salire, con un ritmo di 60 mila individui al mese. Le stime della Mezzaluna rossa irachena, invece, indicano che le cosiddette Internally Displaced Persons oscillano tra le 80 mila e le 100 mila al mese. I profughi interni sono costretti a vivere in strada, in condizioni disumane ed è pericoloso per gli operatori sanitari avvicinarsi a questi campi di sfollati improvvisati. Intanto, a rendere ancora più grave la situazione, è arrivato l’annuncio da parte dello Stato islamico iracheno, una coalizione composta da terroristi sunniti, della creazione di nuovi battaglioni che avranno il compito di intensificare gli attacchi suicidi, contro obiettivi britannici e americani, durante il mese sacro di Ramadan.

Orwell spiato…

LONDRA – L’eroe del suo « 1984 », Winston Smith, si scontrava con la Polizia del pensiero al servizio del Grande Fratello. Ma George Orwell forse non sapeva di essere stato seguito e scrutato fin nell’anima non da uno ma da due Big Brother potenti come Scotland Yard e l’MI5. La realtà che come sempre supera l’immaginazione è emersa dall’apertura dell’archivio del servizio segreto britannico.Nel 2005 era già stato rivelato che Scotland Yard aveva tenuto d’occhio lo scrittore per dodici anni, a partire dal 1936, considerandolo un pericoloso comunista.

Ora interviene l’MI5 che ha deciso di declassificare il dossier su Eric Arthur Blair, in arte George Orwell. E si scopre che il Secret service aveva espresso un giudizio del tutto diverso e favorevole sull’uomo che controllava.La polizia aveva cominciato ad occuparsi di Blair Orwell nel 1936, in occasione del suo viaggio nella regione mineraria di Wigan nel Nord dell’Inghilterra per documentare le condizioni di vita della classe operaia. Il Grande Fratello allora aveva un nome: sergente Ewing della Special branch di Scotland Yard, la sezione politica. Il funzionario nel suo rapporto annotava che l’intellettuale aveva mostrato «visioni comuniste avanzate ».La pratica fu passata all’MI5.

E l’agente W. Ogilvie annotò nella cartella di aver telefonato ai colleghi della polizia per chiedere perché avessero descritto Orwell in quel modo. Un ispettore gli rispose che «il sergente Ewing considerava il soggetto un comunista non ortodosso ». Commento dell’uomo dei servizi segreti Ogilvie: «Ho capito che il bravo sergente si era trovato in difficoltà nel catalogare la linea piuttosto individualista di Mr Orwell… Trovo evidente, dai suoi scritti recenti, che Orwell non appoggia il partito comunista così come il partito comunista non appoggia lui». Un occhio benevolo dunque, quello dell’MI5 nei confronti di George Orwell, figlio di un funzionario imperiale scozzese in India, lui stesso entrato nella Indian imperial police in Birmania negli anni Venti, ma presto deluso e sconvolto dal colonialismo tanto da aver dato le dimissioni nel 1927 ed essersi trasferito a Parigi, senza un soldo in tasca.

Segnalandosi prima come simpatizzante anarchico, poi come socialista. Ma i documenti in uscita oggi dai National archives rivelano che, pur senza accusarlo di attività comuniste e sediziose, l’MI5 aveva seguito il giovane talento che avrebbe dato pagine indimenticabili alla letteratura britannica, fin dal 1929, quando era ancora lo sconosciuto e insoddisfatto Eric Arthur Blair, in cerca di una carriera da giornalista e saggista.E a ben guardare i Grandi Fratelli nella vita di Orwell sarebbero stati tre. Nel 1936 il giovane scrittore si arruolò nella crociata internazionalista contro le truppe di Francisco Franco e si battè in Spagna nelle file del Partido obrero de unificacion marxista. Fu proprio quella affiliazione a un gruppo sospettato di revisionismo a meritargli anche l’attenzione della Nkvd, la polizia segreta sovietica che gli dedicò un fascicolo.L’esperienza in Spagna lo trasformò in un avversario spirituale del totalitarismo e dello stalinismo in particolare. La Fattoria degli Animali, pubblicato nel 1945, era una parodia sotto forma di fiaba del regime imposto all’Urss da Stalin, con gli animali che si ribellano a un padrone feroce ma cadono vittime di una dittatura guidata da alcuni di loro al grido «tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri».

Ma con la Seconda Guerra Mondiale la Russia di Stalin divenne un alleato prezioso nella lotta contro la Germania nazista; così la polizia continuò a pedinare lo scrittore. Tanto più che Orwell era stato assunto dal servizio indiano della Bbc e per il suo passato anti-colonialista creava qualche sospetto. Così l’occhiuto sergente di Scotland Yard trovò il modo di arricchire il profilo osservando che «Mr Orwell veste come un bohémien sia in ufficio che nel tempo libero». E informò come suo dovere l’MI5.Il servizio segreto intervenne ancora in difesa di Orwell, concedendogli anche il visto per lavorare come corrispondente di guerra per l’Observer al quartier generale alleato: «Il Security service ha una documentazione su quest’uomo ma non ha obiezioni alla sua nomina » fu la risposta.Forse Orwell non si sarebbe sorpreso nell’apprendere che due Grandi Fratelli avevano scrutato nella sua anima a Londra. La sua reputazione di eroe senza macchia della sinistra britannica aveva subito un colpo negli anni Novanta, quando dagli archivi era emerso che nel 1948, due anni prima di morire, aveva passato al Foreign Office una lista di 86 personaggi di fede stalinista. E qualcuno aveva sospettato che in realtà lo scrittore fosse stato un informatore dell’MI5.Guido Santevecchi

Monignor Tawl al Meeting di Rimini intervistato da Robi Ronza sulla Terrasanta.

Venerdì, 25 agosto 2006, ore 11.15 Relatore: Mons. Fouad Twal, Patriarca Coadiutore di Gerusalemme dei Latini. Moderatore: Robi Ronza, giornalista e scrittore

Moderatore: Buongiorno, benvenuti all’incontro "Voce da Gerusalemme" , e quale voce! Una voce molto importante e significativa: quella di Mons. Fouad Twal, Patriarca Coadiutore di Gerusalemme dei Latini, cioè della Chiesa che ha il nostro stesso rito. Mons. Twal è una figura significativa, importante, della presenza cristiana nel mondo arabo. È nato in una tribù beduina, giordana, che è sempre rimasta cristiana. Lui ama ricordare che, ad un certo punto, perse il contatto con Roma. Ma quando, a metà dell’Ottocento, lo riscopersero perché un francescano li raggiunse, ripresero immediatamente i rapporti: e sono beduini, cioè arabi della stirpe più antica, cattolici di rito latino. Mi ricordo che quando Mons. Twal venne nominato vescovo a Tunisi, sorprese i tunisini perché, insomma, lui era molto più arabo di qualunque tunisino, essendo i tunisini un po’ berberi, di origine. È figura eminente della chiesa cristiana nel mondo arabo. Da poco è stato nominato Patriarca Coadiutore di Gerusalemme dei Latini. Il Patriarcato: il titolo di Gerusalemme dei Latini è punto di riferimento di una Chiesa che, come è tipico dei latini, è multietnica; è una Chiesa in maggior parte arabo-palestinese, dove ci sono comunità, parrocchie di ebrei cristiani che hanno ripreso la tradizione antichissima della ecclesia ex-sinagoga. E ci sono anche cristiani stranieri, sul territorio di Israele e Palestina. In genere, la presenza dei cristiani nel mondo del vicino Oriente, nel mondo arabo, è importante perché i cristiani sono, per loro natura, un elemento di tramite, in particolare i latini. Mons. Twal ha diretto anche la traduzione del "Senso religioso" in lingua araba che, come sapete, è stata presentata qua. Ne ha scritto l’introduzione che io ho qui, tradotta in Italiano. Questo testo introduttivo mi ha immediatamente colpito perché è un discorso di cultura araba: è un modo di parlare, di esprimersi in cui veramente si vede cosa vuol dire la capacità di intermediazione culturale di una figura come Mons. Twal. Io ho molto apprezzato questa introduzione, e spero che leggere un testo così interessi anche noi occidentali. Ha curato questa traduzione del "Senso Religioso" in lingua araba che penso sarà un evento importante della cultura araba del nostro tempo: di questo i primi sintomi ci sono già stati in questi giorni perché i curatori, anche musulmani, di questa traduzione ci hanno detto cose molto importanti per quanto riguarda l’Islam. Credo che questa opera potrà essere di grande aiuto per una riqualificazione della relazione fra Islam e Cristianesimo, senza pretese di concordanze che non ci sono, ma con qualche cosa che dà piuttosto un forte contributo alla chiarificazione delle nostre rispettive posizioni perché, come tutti noi sappiamo, la base del dialogo non sono necessariamente delle convinzioni comuni, la base del dialogo è la comune condizione umana, la risposta che noi diamo alle grandi domande esistenziali. Sono convinto che questa traduzione del "Senso Religioso" in lingua araba sia importante e che avrà un’importanza cruciale: attraverso essa, questa grande nazione araba che è una nazione vicina – perché noi non siamo vicini agli inglesi, non confiniamo con l’Inghilterra, per esempio – ma, attraverso la frontiera marittima della Sicilia, confiniamo con il mondo arabo, siamo vicini di casa degli arabi e abbiamo avuto relazioni molto intense. Oggigiorno diciamo parole arabe, parlando in italiano, da "cotone" a "magazzino" a "tariffa", ma basta citarne due, "algebra" e "chimica" – per dire quanto è stata densa la nostra relazione che si deve riattivare, riqualificare. Credo che quest’opera darà un grosso contributo: un grosso contributo lo danno le Chiese arabo-cristiane, la Chiesa latina in modo particolarissimo. Detto questo, credo di aver parlato sin troppo e lascio la parola al Patriarca Coadiutore avvisando che, mentre lui parlerà, scorreranno delle immagini che lui ci ha chiesto di proiettare. Si aprono con il crocifisso di Giotto che è qui a Rimini nella Cattedrale, si concludono con Cristo Risorto di Pier della Francesca, il famosissimo affresco che c’è a San Sepolcro, nelle valli aretine: fra questo alfa e questo omega c’è una sequenza di immagini di Gerusalemme. Si vede la moschea di Omar e il muro occidentale, detto "muro del pianto", si vede il Santo Sepolcro, si vede come Gerusalemme sia questo crocevia che non è un problema ma una grande risorsa dell’umanità. Prego, Monsignor Twal.

Twal: "La ragione è esigenza di infinito e culmina nel sospiro e nel presentimento che questo infinito si manifesti": cari ambasciatori, cari amici, ringrazio gli organizzatori di questo evento che mi hanno dato e offerto la possibilità di fare sentire una voce dalla Terra Santa, facendo rivivere l’esperienza di fede delle prime comunità cristiane. Infatti, come dice don Julian Carròn in un suo messaggio del 24 Aprile 2006, "Se la tradizione non rivive in un’esperienza presente, attuale, tutta la ricchezza del passato diventa lettera morta, non serve al cuore dell’uomo che è esigenza di vivere qui e ora con una ragione e con uno scopo adeguati". Ringrazio pure alcuni amici che sono venuti da lontano per partecipare al Meeting ed essere presenti con noi stamattina. Dopo essere stato per 13 anni Arcivescovo di Tunisi, ho ritrovato con affetto la mia diocesi di origine: il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Volentieri, vi affido le mie impressioni sulla situazione attuale, senza la pretesa di essere esaustivo e neppure di avere la chiave di una soluzione all’attuale conflitto che si sta consumando nel Sud del Libano. Inoltre, sono ben consapevole che gli ultimi eventi o avvenimenti non hanno fatto che confermare o aggravare la situazione descritta in questo mio testo. Volentieri aderiamo all’appello del Santo Padre, lanciato il 23 luglio, durante la preghiera dell’Angelus, in cui ha sottolineato i tre capisaldi per una pace stabile e duratura: "Il diritto dei libanesi all’integrità e sovranità del loro Paese, il diritto degli israeliani a vivere in pace nel loro Stato e il diritto dei palestinesi ad avere una patria libera e sovrana". Il Santo Padre ha affidato questi obiettivi alla politica, invitando tutti i credenti a dare il loro contributo con la penitenza e la preghiera, per dire che anche noi siamo coinvolti. Certe novità sono evidenti e sono sotto gli occhi di tutti e possono impressionare: il muro della separazione, i check-points, l’aumento della disoccupazione in territorio palestinese (spintasi fino al livello del 60%), stanchezza e paura generale, sfiducia reciproca, decisioni politiche unilaterali, blocco di qualsiasi forma di aiuto ai palestinesi per il fatto che, seguendo le raccomandazioni dell’Occidente, hanno eletto democraticamente un Governo che ora non piace a nessuno (neanche a me). L’impressione generale che si può avere, tornando dopo molto tempo a Gerusalemme, è che la situazione stia continuamente peggiorando. Povera Gerusalemme: Madre di tutti i popoli, il Signore ama le sue porte, più di tutte le dimore di Giacobbe. Povera città di Dio in cui l’uno e l’altro sono nati. Pare che il Signore non la sostenga più (cfr. Salmo 87) Eppure è là, in quella terra, in quella Città, che sono i nostri "registri anagrafici", là sono registrati anche i vostri nomi e quelli di tutti i popoli. Gerusalemme, Chiesa Madre di tutte le altre chiese. Gerusalemme dove l’infinito germoglia. La lunga e tormentata storia di questa terra, inizia quando Dio indica ad Abramo la sua nuova patria: "Esci e va …. dove ti mostrerò", a Betel Abramo costruì la sua tenda e un altare, e invocò il nome del Signore (cfr. Gn 12,1-7). Poi giunge la "pienezza dei tempi" e Dio mandò Suo Figlio, nato da Donna, nato sotto la legge… perché ricevessimo l’adozione a figli" (Gal 4,4-5). E qui inizia il mistero dell’Incarnazione, con tutto quello che ne consegue… fino alla Risurrezione e al mandato dell’evangelizzazione… cominciando da Gerusalemme" (Lc 24,47b). Peccato! La politica manipolata, gli interessi di parte e la drammatica situazione attuale, non ci aiutano a cogliere la santità di quella Città e nemmeno il disegno di Dio, che ha legato quella terra a delle promesse che si estendono a tutti i popoli. Peccato! "Non abbiamo più il presentimento che quell’Infinito si manifesti". Anzi, ci pare che il duro destino della Città Santa, martoriata, si possa estendere a tutto il Medio Oriente, e persino all’intera storia umana. Dio, che ha scelto questa terra, assume sempre i cammini più inattesi, deboli e di apparente stoltezza (cfr. Cor 1,27). "Questo è il nuovo modo di vincere di Dio: alla violenza non oppone una violenza più forte… ma il suo amore sino alla fine" (Santo Padre, 24 Luglio 2006). Lo ha fatto con la scelta delle persone, ma anche della terra "più umile" ed anche più esposta ad invasioni, guerre e deportazioni. È lo stile di Dio, che dà significato alla nostra speranza. Tutti i popoli mediorientali e mediterranei… fino ai Crociati e all’Impero ottomano, hanno invaso e/o occupato questa Terra: Gerusalemme è stata oggetto di distruzione per oltre venti volte, ma risorge sempre… Come è risorto, da quella terra, il Figlio dell’uomo. È quindi sempre possibile scoprire a Gerusalemme il germoglio di quell’infinito, che si deve manifestare per il bene dei popoli. È certo compito "ragionevole" favorire con efficacia quanto necessario, perché il bene promesso diventi un’esperienza concreta. In questo momento, la pace è necessità più palese e vitale, senza di essa, infatti, niente è possibile. Finché questa regione resta straziata, divisa dall’odio, dai muri e dalla discriminazione, niente di buono si può costruire. Dobbiamo tutti lavorare per creare dei ponti, per togliere l’odio dai cuori, mostrando che è possibile vivere insieme nella pace, nella giustizia e nella sicurezza. È necessario che ciascuno, che sia palestinese, israeliano o simpatizzante dell’una o dell’altra parte, abbia l’onestà di riconoscere i limiti del suo punto di vista, e di aprirsi ai problemi della parte avversa. Questo significa entrare in dialogo, senza essere schiavi di un qualsiasi partito, con posizioni predeterminate e molto riduttive. Bisogna credere che la pace è possibile, ma bisogna costruirla insieme, evitando in modo assoluto provvedimenti unilaterali. In questo scenario, anche la comunità cristiana, il cui stato d’animo è quello comune a tutta la popolazione, si interroga sul proprio compito, pur affaticata da un certo scoraggiamento e non vedendo bene quale possa essere il proprio avvenire. Solo una situazione di pace e di sicurezza potrà restituire speranza a questi cristiani che soffrono e che si sentono, talvolta, isolati e abbandonati. Molti sono i cristiani che lasciano la Terra Santa, nella speranza di assicurare un avvenire migliore ai loro figli. Questo fenomeno non è però legato ai fatti recenti e non riguarda unicamente la Terra Santa, ma tutti i Paesi del Medio Oriente. I cristiani non sono i soli a lasciare il Paese. Anche i musulmani e gli ebrei lo fanno per le stesse ragioni. Ma poiché la comunità cristiana è piccola, queste partenze sono più sentite. In Terra Santa, questa emorragia della comunità cristiana è particolarmente grave. Senza questa comunità, la Terra Santa perderebbe un elemento essenziale della sua identità. Perciò, occorre fare uno sforzo urgente, sul piano locale ed internazionale, per aiutare i cristiani a rimanere sul posto, in attesa di poter migliorare la propria situazione. È certo che la stabilità della comunità cristiana dipende essenzialmente dalla stabilità di tutta la regione. Bisogna riconoscere con gratitudine che le Chiese Sorelle e tanti amici, in ogni parte del mondo, hanno fatto uno sforzo immenso per aiutare i cristiani a rimanere. Molte sono state le iniziative assunte; a titolo di esempio: i numerosi progetti di abitazione, intrapresi dalle diverse Chiese, per assicurare un alloggio alle giovani coppie, l’adozione a distanza degli studenti delle nostre scuole e dei seminaristi del Patriarcato, l’aiuto offerto
per il mantenimento delle scuole, ecc. Ma bisogna dire che il problema sorpassa le possibilità delle Chiese. La pace e la fiducia nel futuro sono la vera soluzione per frenare il fenomeno migratorio. Come sapete, la diocesi di Gerusalemme si estende su parecchi territori (Giordania, Palestina, Israele e Cipro). Evidentemente, ciascuno di questi Paesi ha un suo proprio contesto. Ma c’è una condizione generale che tocca l’insieme dei popoli in questi Paesi ed è l’instabilità. L’instabilità è l’unica cosa stabile, dal punto di vista politico, economico, sociale, culturale ed altro. Il nostro ruolo in Terra Santa, in questa realtà, è innanzitutto provare a vedere un poco più chiaro, dentro una situazione che è qualificata come "complessa" e che lo è veramente. Cerchiamo, poi, di pronunciare una parola di speranza, partendo dalla nostra fede e dal nostro amore per quella Città. Siamo coscienti che è difficile parlare, come pure è difficile chiedere ai nostri amici, a tutti quanti sono implicati a diverso titolo, dai giornalisti ai capi di Stato, di adottare posizioni chiare e ben definite. Vi è infatti per tutti il rischio di andare incontro ad un suicidio politico. È quindi opportuno parlare poco, amare di più ed aiutare maggiormente. Parlare nel quadro del possibile: una mezza parola prudente può portare più frutti di un discorso infiammato. Nello stesso tempo, non possiamo indugiare in un silenzio colpevole, tacendo le ingiustizie e quanto di disumano continua ad accadere. Un autentico discernimento è esigenza della ragione e capacità sapiente di operare anche scelte scomode e coraggiose. C’è un conflitto, o per meglio dire, ci sono molti conflitti tra arabi ed israeliani, con implicazioni religiose che aggravano la situazione. La Chiesa è presente in entrambe le parti in conflitto. In ambedue i fronti, è coinvolta con i suoi fedeli che sono anche cittadini. Per questo, non tutti i cristiani condividono la medesima sensibilità, nei riguardi del conflitto, e nei riguardi dei fedeli arabi, che costituiscono la maggioranza della Chiesa locale. I nostri fedeli appartengono infatti a diversi Stati, con culture e lingue diverse. Vivono tutti comunque all’interno di minoranze, in società che non hanno i loro stessi riferimenti religiosi, e questo rende la nostra missione ancora più difficile. Come responsabili del Patriarcato Latino, siamo coscienti che non siamo soli su questo terreno. Ci sono 13 Chiese cristiane a Gerusalemme, di cui cinque ortodosse e due protestanti. Non abbiamo certo la pretesa di parlare a nome di tutte. La nostra Chiesa è chiamata a lavorare con gli altri, piuttosto che a "cavalcare" da sola, cosa che del resto non si può fare, visto il piccolo numero dei suoi appartenenti. Resta in relazione con le altre confessioni cristiane, sforzandosi di essere se stessa, fedele alla sua missione ed alla sua vocazione. Sappiamo, infine che la Chiesa non è facilmente accettata, sia da parte israeliana sia dai musulmani. Ci sono sei Chiese cattoliche differenti. Da una quindicina d’anni, un organismo ecclesiale le riunisce tutte: l’Assemblea degli Ordinari Cattolici della Terra Santa. Tale organismo ha preso delle iniziative comuni molto importanti, tra cui la celebrazione del Sinodo delle Chiese Cattoliche di Terra Santa, che ha prodotto un Piano Pastorale comune per tutte le Chiese. Con le Chiese ortodosse e protestanti, stiamo svolgendo un lungo cammino di avvicinamento, fondato sul dialogo e la collaborazione. Quanto alla relazione con la comunità musulmana, bisogna dire che non è certo questione "di ieri", poiché viviamo insieme da tredici secoli. Durante tutto questo periodo storico, una condivisione ed un dialogo di vita ci hanno riunito a tutti i livelli: culturali, sociali, politici, economici… Bisogna anche dire che in Terra Santa queste relazioni sono buone, perché cristiani e musulmani hanno sofferto insieme, piuttosto che gli uni a causa degli altri. Questo li ha avvicinati molto, più che in altre regioni del Medio Oriente. Evidentemente, non mancano difficoltà nelle relazioni, ma non è corretto esagerarne il peso. Le difficoltà provengono piuttosto dalla confusione generale nella quale viviamo. Le strutture di una vera società (tribunali, polizia…) non sono, infatti, ancora istituite nei Territori palestinesi. La convivenza interreligiosa non è impossibile, ma richiede una condizione preliminare, quella di una pace giusta e vera. Nell’attesa, non bisogna restare con le braccia incrociate, ma cercare di moltiplicare le occasioni di convivenza, con incontri personali o di gruppo. L’esperienza conferma che tali incontri sono un "luogo" dove tutti i pregiudizi cadono, poco a poco, e dove è possibile una migliore comprensione dell’altro. Non vogliamo semplicemente usare parole di denuncia: la situazione si è talmente aggravata da rendere inutili questi discorsi. Tante sono state le denunce, tantissime sono state le condanne e le chiare Risoluzioni internazionali, con scarsi esiti. Siamo ormai saturi di questi discorsi. Vogliamo piuttosto annunciare, nonostante un’atmosfera di ipertensione, che la Città Santa ha la sua santità, è madre di tutti i fedeli, è madre di tutti i figli di Abramo e merita più rispetto, più calma e più pace. Vogliamo annunciare che ci vogliono gesti coraggiosi da parte dei dirigenti politici, per poter realizzare una pace giusta e duratura per tutti. Non si può governare sotto la spinta della paura o della sfiducia, imponendosi con la forza delle armi o del terrorismo. Paura anche dell’alto tasso delle nascite, tra la popolazione palestinese di religione musulmana, avvertito come continua minaccia. Gerusalemme, come canta il salmo 86, è davvero la città Santa per eccellenza, dimora dell’unico Dio e, per questo, particolarmente sacra alle tre religioni monoteistiche: ebraismo, cristianesimo ed islamismo. "Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto radunare i tuoi figli, ma non mi avete ascoltato" (cfr. Mt 23,37). Sovente è definita come la Città delle divisioni e delle contraddizioni. Se questo è vero, lo è però anche l’opposto. Sono, infatti, proprio queste contraddizioni, il segno di una strana unità tra i popoli. Solamente là, vanno tutti i fedeli delle religioni monoteiste per pregare. Solamente là, si vedono tutti i cristiani cantare le lodi del Signore e in tutte le lingue. Solamente là, tutte le voci si alzano e proclamano che la tomba del Nazareno è vuota: grande "segno" della Sua Risurrezione, riassunto di tutto ciò che i discepoli hanno visto e raccontato. Nessuno si oppone a questa verità. A Gerusalemme, negli spazi ristretti del Santo Sepolcro, veniamo a conoscenza di tutti i riti. Ed è per questo, che affluiscono tutti i popoli della terra, e sempre e solo per una finalità religiosa: anche in questo, scopro un segno di unità. Gerusalemme città della sorpresa. Bisogna dire che la situazione in Terra Santa è principalmente un "nodo politico". È la complessità di questa politica, che sta decidendo della vita e dell’avvenire di tutto un popolo e di tutto un Paese, se non di tutta la regione mediorientale. Come potrebbe la Chiesa restare silenziosa ed al margine di tutto ciò che capita? Evidentemente, la Chiesa non ha un ruolo "politico" diretto, ma è una voce per la giustizia, la pace, la verità, la riconciliazione ed il perdono. Questa povera voce non è sempre molto compresa ed è spesso giudicata secondo le logiche di schieramento, che vorrebbero la Chiesa o da un lato o dall’altro, a seconda delle mire politiche di ciascuno. Il cristiano però non è mai contro
le persone. Crediamo in un Dio di amore e di perdono. Siamo chiamati a scoprire la nostra identità cristiana e personale, attraverso la storia travagliata di Gerusalemme, attraverso i tormenti dei nostri fedeli, per un salto di qualità nella fede ed un rinnovamento delle nostre comunità. Una fede di sola appartenenza sociale ed etnica è insufficiente, non può rispondere alle sfide che quotidianamente si presentano. La Chiesa ha ed avrà sempre il suo posto in Terra Santa. Certo, non ha da offrire soluzioni già fatte, ma almeno possiede una libertà di parola, che non è subordinata a nessun regime politico. Ci troviamo in una posizione delicata, soprattutto per la situazione di conflitto e di grande complessità. Sentiamo il bisogno di ricevere dallo Spirito il dono del discernimento, e confidiamo nelle vostre preghiere per essere più Vescovo per tutti e meno politico. Bisogna credere sempre che la Terra Santa è la terra delle sorprese, tra cui la più grande è quella offerta da Gesù la mattina di Pasqua. Lasciarsi andare al pessimismo potrebbe generare una mentalità fatalistica, che non è al suo posto in Terra Santa. Dopo tutto, Gerusalemme resta la terra della "speranza contro ogni speranza", secondo l’espressione dell’apostolo Paolo (Rm 4, 18), perché in quel luogo l’umanità è stata raggiunta dalla potenza dell’Onnipotente, là è accaduto il fatto che ha cambiato il corso della storia ed ha svelato i veri destini dell’umanità. "La totalità, la trascendenza assoluta di Dio a Gerusalemme si sono riversate nella nostra storia, nella povertà di Gesù, nella vicenda di Gesù, nel frammento di storia che è Gesù. Questo pezzo di storia è il Tutto della storia; Dio si è autocomunicato a noi nella vicenda di Gesù. Questa vicenda è una vicenda storica parziale ed è insieme la totalità della storia umana" (Luigi Serenthà). I cristiani sono sempre stati in questi Paesi, ci sono ancora e ci saranno sempre, malgrado tutte le difficoltà della storia. Abbiamo conosciuto nel passato dei momenti più difficili e, tuttavia, siamo ancora là. Questa è la nostra vocazione. Il nostro avvenire è tra le mani di Dio, ma ciò non vuole dire che bisogna chiudere gli occhi sui problemi reali, che incontrano i cristiani e tutti i popoli della regione. Da qui la responsabilità della comunità internazionale, che dovrebbe operare con il più grande impegno per risolvere i problemi di cui soffrono questi Paesi. Mi sembra che, in questo momento, tutto ciò non stia ancora avvenendo. Sono cosciente della dimensione mondiale di Gerusalemme. L’interesse del mondo è rivolto alla situazione attuale della Città e della Terra Santa. Purtroppo, quanto al conflitto con Israele, prevale oggi un’informazione "pilotata", non obiettiva e tendenzialmente "partigiana". Ogni azione violenta di un kamikaze, ogni missile che è lanciato da Hezbollah suscita una spontanea reazione di condanna e diventa un pasto ghiotto per l’informazione. Spesso, però, si dimentica che cosa precede e segue quel gesto disperato e sempre condannabile. Si deve ugualmente deprecare, anche attraverso l’informazione, ciò che l’ha provocato e così pure la sproporzione delle ritorsioni, attuate magari con l’uso di una forza ugualmente brutale, anche se in apparenza più civile e meno scandalizzante (carri armati, ruspe, bulldozer e l’intervento dell’aviazione militare). Anche il conflitto tra Hezbollah ed Israele, che ha causato gravi distruzioni nel Sud del Libano, con migliaia di vittime, fa parte di una situazione globale dell’intera area, sempre connessa con le irrisolte tragedie di Palestina ed Iraq. Israele vincerà. Come sempre ha vinto tutte le battaglie militari. Finora però non ha mai conquistato né la pace né la sicurezza. La debolezza dello Stato di Israele consiste nel confidare principalmente nell’apparato militare, trascurando gli altri mezzi che regolano la convivenza e i rapporti tra le nazioni: la legalità internazionale. È quindi tempo di pensare ad un altro stile per raggiungere questi traguardi, rispettando l’esistenza dello Stato palestinese e applicando le risoluzioni internazionali. Chi semina occupazione militare, raccoglie sempre una resistenza, anche selvaggia. La situazione libanese è davanti a noi, con tutta la sua drammaticità. Che fare, dunque, per fare di Gerusalemme "ragione ed esigenza di infinito" che culmina nel sospiro? Dio ha guidato il Suo progetto di salvezza su Gerusalemme e da Gerusalemme, cantata dai Salmi e descritta dai profeti come la Città sul monte, a cui affluiranno tutti i popoli della terra. Riconosciamo, valutando queste situazioni, di essere tutti un po’ partigiani e spesso testardamente divisi nei giudizi. Il futuro dell’umanità è nel riconoscimento della libertà, così come Dio l’ha voluta per le singole persone e per tutti i popoli. A noi spetta di operare in questo senso, ma anche e soprattutto di pregare per quella pace tanto agognata, attesa e che sembra tanto lontana. Badiamo che la nostra preghiera non sia difettosa, cioè "di parte". La preghiera di intercessione, come quella pronunciata sul Golgota, non esclude nessuno, neppure quelli che "non sanno, oppure sanno molto bene, quello che fanno". Conclusione. Sono arrivato a Gerusalemme nello scorso mese di novembre. Devo cominciare ad imparare molto. In Terra Santa, c’è sempre qualche cosa da imparare. Si deve cominciare a vedere, ascoltare, incontrare, ma soprattutto occorre molto amore, senza limiti e barriere. "Non dimenticheremo Gerusalemme, Città della pace, al di sopra di ogni gioia" (Sal 137, 1-6). La situazione non è disperata. Vi prego di intercedere per chi vive in Terra Santa. "Intercedere – dice il Cardinale Carlo Maria Martini – è un atteggiamento molto serio, grave e coinvolgente; è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione" (Verso Gerusalemme, pag.139). È vero che le difficoltà e le sfide sono immense, ma lo sono pure le attese. Ci sono tanti amici di ogni credo, innamorati di Gerusalemme, che ci sostengono con le loro preghiere, la loro amicizia e il loro aiuto materiale, così non c’è più spazio per la paura. Tra questi amici ci siete certamente anche voi qui presenti, che avete condiviso questa mia riflessione. Vi ringrazio per il vostro ascolto paziente, perché certamente non mancherete di sostenere il cammino di quella Chiesa che vi è Madre. Con molta speranza e gioia, guardo all’avvenire, perché ho "il presentimento che l’infinito, un giorno, a Gerusalemme, si manifesterà". Moderatore: Grazie. Adesso io farò a vostro nome un paio di domande ancora a Mons. Twal. Vorrei ricordare un punto che ha citato il Patriarca Coadiutore all’inizio di questa sua meditazione, la dichiarazione del Santo Padre del 23 luglio scorso, all’Angelus, dei tre diritti: il diritto dei libanesi all’integrità e sovranità del loro Paese, il diritto degli israeliani a vivere in pace nel loro Stato e il diritto dei palestinesi ad avere una patria libera e sovrana. Questi sono i tre diritti attorno ai quali ruota la questione del vicino Oriente e la sua soluzione. Non si può sacrificare nessuno. Questi tre diritti devono essere composti tra di loro, noi condividiamo pienamente questa posizione. La condividiamo come cristiani e la condividiamo come italiani, perché il riequilibrio del nostro Paese, dello sviluppo del nostro Paese, dipende in modo radicale dalla pace nel vicino Or
iente. Avremo sempre un nord più sviluppato e un sud meno sviluppato, fino a quando non si riaprirà il levante, e il levante ha delle risorse enormi. Se possiamo avere un sogno oggi, quando verranno finalmente composte fra di loro in concordia le grandi capacità culturali, le grandi capacità di intrapresa, le grandi capacità di intermediazione culturali degli ebrei israeliani, dei libanesi e dei palestinesi, si formerà nel vicino Oriente un motore di sviluppo gigantesco, inimmaginabile nelle sue potenzialità. È veramente un peccato, è veramente uno spreco che non si riesca ad arrivare alla concordia fra questo tre straordinari popoli. Ne hanno bisogno loro, ne abbiamo bisogno noi: oggi sono state presenti, ad ascoltare Mons. Twal, numerose autorità civili, religiose, diplomatiche, cristiane e musulmane. Non le cito tutte quante. Faccio solo l’eccezione per il Presidente della Sicilia, l’onorevole Cuffaro, perché la Sicilia è il nostro punto di tramite con il mondo arabo. La Sicilia è una regione che ha un capoluogo di provincia dal nome arabo, Caltanisetta, e molte altre città dal nome arabo: Marsala, Alcamo, Caltagirone. Su due terzi del territorio, la toponomastica è quasi tutta araba. La Sicilia è il grande ponte potenziale della nostra relazione con il mondo arabo. La Sicilia diventerà la Lombardia del Mediterraneo, quando il Medio Oriente sarà in pace, quindi siamo anche per questo partigiani della pace nel levante. Abbiamo invitato questa voce autorevole da Gerusalemme, perché Gerusalemme è la chiave della pace nel levante. Un errore dell’itinerario di pace di Oslo, che in anglo-italiano venne chiamato roadmap, ma io preferisco dire itinerario, è quello d’aver considerato la questione di Gerusalemme una questione regionale, che vuol dire locale. La questione di Gerusalemme non è una questione locale, la questione di Gerusalemme è la chiave di volta di tutto il problema del vicino Oriente. Non si può che partire da Gerusalemme per fare la pace nel vicino Oriente e nel levante. Non si arriva a Gerusalemme, si parte da Gerusalemme. Quindi è molto importante quello che accade a Gerusalemme, siamo lieti di quello che il Patriarca Coadiutore ci ha detto, rispettiamo il suo ruolo molto delicato, quindi lo stile che ha scelto di dare al suo intervento di oggi. Quindi, non gli farò domande politiche ma, di nuovo, domande che riguardano il suo ruolo pastorale. Una prima domanda, Mons. Twal. Quali sono le conseguenze di questa complessità sulla vita pastorale della sua Diocesi Patriarcale? Fouad Twal: Grazie. Ci sono due elementi che rendono difficile la nostra vita pastorale e la nostra libertà di movimento: il Patriarcato comprende la Giordania, la Palestina ed Israele. Sono già tre frontiere che uno deve passare per arrivare al Patriarcato. Il secondo punto sono un centinaio di check-point tra i villaggi palestinesi nel Patriarcato Latino di Gerusalemme, che ci impediscono di fare il ritiro spirituale insieme. Non possiamo prendere un appuntamento con i nostri preti di Ramallah, di Jenin, che non possono uscire o che tardano. È inutile aspettare che arrivino in tempo: chiamiamo alla mattina e arrivano nel pomeriggio. Noi speriamo che questa pace tanto desiderata arrivi, in modo che si possa organizzare la nostra vita pastorale. Non possiamo trasferire un prete da una parrocchia ad un’altra, a causa di queste divisioni, di questi check-point, di queste carte di soggiorno che tanti non hanno o, se le hanno, sono sempre da rinnovare. Chiediamo alle autorità di prendere in considerazione questa situazione per il bene di tutti, per la pace di tutti. Moderatore: Adesso le faccio una domanda a cavallo tra il pastorale e il politico, poi lei mi dirà se vuole rispondere o no. Nel vicino Oriente c’è già una presenza di presidi delle Nazioni Unite, e in Libano ci sono da decenni: non sembra una presenza molto efficace. Hanno assistito al passaggio di numerosi eserciti, senza potere e volere fare nulla. Adesso si parla di inviare nella regione delle truppe di pacificazione della Nazioni Unite. L’Italia dovrebbe dare un contributo consistente a queste truppe. Lei, come valuta questa iniziativa della comunità internazionale? Fouad Twal: Non è troppo "spirituale", questa domanda, ma vediamo… Moderatore: Siccome il suo Patriarcato, a causa di questa presenza, vedrà aumentare di molto il numero dei cristiani… Fouad Twal: La ringrazio. A proposito delle missioni delle Nazioni Unite, c’è in Italia una discussione all’interno dei partiti che serve al consumo locale: non dobbiamo prenderla troppo seriamente. Poi c’è una dimensione europea, che ci auguriamo si realizzi per due motivi. Il primo motivo è che abbiamo bisogno, nel sud del Libano, della presenza di queste truppe internazionali. Nel Medio Oriente, per la questione palestinese, l’Europa non ha giocato un ruolo se non finanziario, di aiuto: le soluzioni politiche erano nelle mani del Governo di Israele, Gran Bretagna e America. Siamo contenti che l’Europa abbia adesso un ruolo definitivo e chiaro da giocare nel Medio Oriente. Anzi, mi auguro che queste truppe internazionali vengano nel sud del Libano, vengano anche a Gaza, per dare più sicurezza ad ambedue le parti e fare assaggiare questa pace che aspettiamo e che non arriva. Che vengano nel sud del Libano, che vengano a Gaza e in Palestina, per la gioia di tutti, se è possibile. Grazie. Moderatore: Grazie e arrivederci

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