Giuseppe Mazzini: uno strano tipo di credente

Secondo Giuseppe Montanelli, protagonista delle lotte risorgimentali nonché antenato di Indro, il giornalista scomparso da alcuni anni, il grande merito di Giuseppe Mazzini è stato quello di aver parlato di Dio, e quindi di spirito, ad una popolazione che, tutta cattolica, senza Dio non si sarebbe mossa di un passo.

A lui “debbonsi lodi per alcun bene che fece -sostiene-, non come fuoruscito orditore di cospirazioni impotenti e sacrificatrici, ma come letterato propugnatore di spiritualismo. Né fu piccolo servigio”. Sempre intento a scrivere a tutti, compresi papi e re, in perenne cospirazione politica, l’avvocato Giuseppe Mazzini, dall’estero, dirige le sorti e la vita di quanti, in Italia, obbedendo alle intuizioni del Maestro, mettono la propria vita e le proprie sostanze a disposizione dell’Ideale: Italia Una, Indipendente, Libera, Repubblicana.

Fondatore della Giovane Italia nel 1831 e della Giovane Europa nel 1834, Mazzini è, direttamente o indirettamente, all’origine di numerosi tentativi insurrezionali e di molti attentati -spesso riusciti- alla vita di persone che violano i patti giurati o che sono politicamente nemiche. Amato e osannato da protestanti, evangelici e anglicani, in una parola sostenuto da tutti i nemici della Chiesa cattolica, Mazzini mette Dio al centro della propria attività politica: Dio lo vuole, Dio e popolo, non si stancherà di ripetere, e scrivere, con ardore profetico. Quale Dio? Certamente il Dio che Mazzini ha in mente non è quello della tradizione cattolica; fin dal 1834, rivolgendosi Ai giovani italiani, così spiega quale sia il fine ultimo della lotta al potere temporale dei papi: “L’abolizione del potere temporale evidentemente portava seco l’emancipazione delle menti degli uomini dall’autorità spirituale”.

Massimo D’Azeglio dice di lui che “legato a società bibliche inglesi e americane” cerca “di rendere l’Italia protestante”. Ma D’Azeglio sbaglia perché il padre nobile del partito repubblicano condivide l’odio anticattolico e anticristiano della Carboneria: “La missione religiosa consiste nella sostituzione del domma del progresso a quello della caduta e della redenzione per grazia”. Ripudiata la Rivelazione, il nome di Dio serve a Mazzini per propagandare una nuova fede, la fede nel progresso: “Crediamo unica manifestazione di Dio visibile a noi la vita; e in essa cerchiamo gli indizi della legge divina. Crediamo nella coscienza, rivelazione della Vita nell’individuo e nella Tradizione, rivelazione della vita nell’Umanità”. Così scrive a Pio IX nel 1865 e così continua: “Crediamo che il Progresso, legge di Dio, deve infallibilmente compiersi per tutti. Crediamo che l’istinto del Progresso” sia “la sola rivelazione di Dio sugli uomini, rivelazione continua per tutti”.

Maestro dell’inganno, maestro nel gioco delle parole, maestro nell’usare i termini più familiari alla popolazione cattolica attribuendo loro un significato radicalmente diverso, Mazzini ha un’unica fede: che il suo modo di pensare sarà condiviso da tutti. L’esule vive in un’epoca che, perlomeno in Italia, è ancora cristiana. Un’epoca quindi che rigetta nella maniera più netta la concezione del progresso che Mazzini sostiene debba infallibilmente compiersi per tutti. Ciononostante il leader repubblicano, colui che esalta con più convinzione il ruolo del popolo, sostiene, e predica, che TUTTI indistintamente dovranno pensarla come lui. Che TUTTI indistintamente dovranno smetterla di essere cristiani. Mazzini dà per scontato che la sua idea di progresso, e cioè la fine di ogni Rivelazione, diverrà realtà. Stessa identica fede, democratica e totalitaria, professa in quel periodo la Massoneria.

Nel 1863, la Costituente della rinata (dopo la parentesi della Restaurazione) Massoneria italiana, stabilisce, all’articolo 3, che i principi massonici debbano gradualmente divenire “legge effettiva e suprema di tutti li atti della vita individuale, domestica e civile” e specifica, all’articolo 8, che fine ultimo dell’Ordine è: “raccogliere tutti gli uomini liberi in una gran famiglia, la quale possa e debba a poco a poco succedere a tutte le chiese, fondate sulla fede cieca e l’autorità teocratica, a tutti i culti superstiziosi, intolleranti e nemici tra loro, per costruire la vera e sola chiesa dell’Umanità”. “Crediamo che Dio è Dio e che l’Umanità è il suo Profeta”, scrive Mazzini. Felice Orsini, l’attentatore a Napoleone III che pagherà con la vita il proprio gesto, ha facile gioco nell’apostrofare l’antico Maestro col beffardo nomignolo di “secondo Maometto”. Bisogna proprio dirlo: quante cose si fanno e si predicano in nome dell’Umanità con la u maiuscola.

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No global contro i martiri spagnoli.

Domenica 28 ottobre 2007 sarà ricordata, soprattutto in Italia ed in Spagna, per due avvenimenti straordinari, legati indissolubilmente tra loro e che hanno contribuito, una volta di più, a screditare il mondo della galassia no global di fronte all’opinione pubblica e alla storia. A Roma, nella chiesa di Sant’Eugenio è stata celebrata la cerimonia di beatificazione di 498 martiri spagnoli caduti per mano dei repubblicani rossi nel corso della guerra civile. Un numero record di beatificazioni avvenute in un solo giorno, proprio nel momento in cui il governo spagnolo presieduto da Zapatero sta discutendo sull’introduzione della «legge della memoria», che, se approvata, altro non porterà che ad una condanna aprioristica e senza appello del periodo franchista. Una ferita aperta, quindi, quella lasciata dalla guerra civile spagnola e che sembra non doversi mai chiudere, soprattutto per la volontà della frange più estreme della sinistra internazionale ed italiana in particolare. Proprio durante e al termine della solenne celebrazione religiosa di Roma, un gruppo di no global ha innalzato cartelli e striscioni in cui si leggeva, tra le altre cose, “Viva la brigata internacional”, “Chi ha ucciso, torturato e sfruttato non può essere beato”; altri manifestanti hanno innalzato cartelloni con impresso il celebre quadro di Picasso “Guernica”, diventato il simbolo della resistenza repubblicana contro il dilagare del franchismo in Spagna. Ma i gruppi di contestatori no global nostrani hanno qualche ragione valida per opporsi alla beatificazione dei 498 martiri spagnoli? Iniziamo una breve analisi dei fatti, ricordando doverosamente che la maggior parte delle vittime beatificate, spesso giovanissime, furono sacerdoti, suore, frati, che subirono, prima di essere uccise, torture paragonabili al supplizio di Gesù Cristo e i cui corpi furono quindi lasciati alla mercè della soldataglia comunista per giorni prima di essere cosparsi di benzina e bruciati. Non credo di poter essere smentito se affermo che nessun altra guerra civile ha raggiunto gli apici di violenza e di odio ideologico paragonabili a quelli scatenatisi durante la guerra civile che insanguinò la Spagna tra il 1936 ed il 1939. Guerra ideologica certamente, supportata con grande dispendio di mezzi e uomini dalle grandi potenze totalitarie dell’epoca, Germania, Italia ed Unione Sovietica. La peculiarità di questa guerra risiede però nella volontà esplicita da parte delle forze repubblicane di eliminare forzatamente e definitivamente ogni traccia della gloriosa e radicata presenza cattolica nel mondo spagnolo; per portare a termine questo disegno mefistofelico si utilizzarono modalità talmente raccapriccianti che ancora oggi appaiono quasi incredibili: dati ufficiali parlano di 6834 vittime tra i religiosi spagnoli, tra cui ben 13 vescovi e 283 suore. Per non parlare dell’immenso patrimonio artistico distrutto dalla ferocia anticristiana dei comunisti, dei socialisti e degli anarchici, sia spagnoli sia membri delle brigate internazionali. Furono profanate chiese, fucilate statue del Cristo, di Santi, della Vergine Maria, messi al rogo migliaia di libri e testi sacri o a carattere religioso. Per essere seviziato ed ucciso bastava portare addosso, al collo o in tasca un’immagine sacra: ci sono giunte testimonianze di crocifissioni messe in atto contro persone sospettate di vicinanza alla chiesa cattolica. Non ne erano più state eseguite dai tempi delle grandi persecuzioni dell’Impero Romano. Molti cadaveri non furono mai ritrovati.

Un odio cieco e spietato che non si può spiegare solo attraverso un’analisi politica dei fatti, in una lotta contro il “fascismo” come per tanti anni abbiamo sentito ripetere dalla maggior parte della storiografia italiana. Per decenni abbiamo assistito ad una divisione manichea della storia, dove tutti i buoni stavano da una parte, in questo caso i “rossi”, ai quali si perdonava tutto in quanto portatori della giusta causa; se poi si massacravano anche migliaia di religiosi inermi, si faceva finta di non sapere oppure si cercavano giustificazioni banali, indicandoli come fiancheggiatori, se non complici del franchismo. A distanza di tanti anni dalla fine della guerra, a 32 anni dalla morte del “Caudillo” Franco e , soprattutto, dopo l’implosione dei regimi comunisti dell’est, si sperava di poter discutere e valutare le terribili vicende della guerra civile spagnola con il distacco dello storico, obiettivamente e senza partigianeria di giudizio: evidentemente per buona parte dell’universo legato alla sinistra il tempo si è fermato. Mi spiace (quasi) che i no global romani non abbiano pensato di utilizzare meglio il loro tempo per studiare ed approfondire quelle vicende invece di preparare striscioni grondanti del sangue dei martiri spagnoli. Avrebbero forse scoperto che l’accusa periodicamente mossa ai religiosi spagnoli di essere una sorta di “quinta colonna” franchista e che proprio per questa ragione furono uccisi, anzi, “giustiziati”, è infondata alla radice: l’odio anticristiano delle milizie comuniste, socialiste, senza dimenticare il supporto degli ambienti repubblicani e massoni, iniziò già nel 1931, con l’approvazione di una Costituzione “laica”, ma forse si potrebbe già definire laicista; l’anno seguente si vietò l’esposizione di ogni simbolo religioso dalle scuole, l’insegnamento della religione in tutte le scuole di ogni ordine e grado e si promulgò una legge che introduceva il divorzio. Nel 1933 si introdusse una legge che sottoponeva il culto cattolico al controllo dell’autorità civile. Nel 1934 si cominciano a contare le prime esecuzioni di religiosi e di cattolici laici durante la rivolta delle Asturie. Un martirio vero e proprio legato alla devozione e non al credo politico come ancora sostengono i militanti dei centri sociali romani, fermi su posizioni ideologiche preconcette ormai superate dall’evolversi stessa della storia. Come ben ha ricordato Papa Ratzinger al termine dell’Angelus del 28 ottobre “I martiri uccisi in Spagna sono uomini e donne diversi per età, vocazione e condizione sociale, che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa”.

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Chiesa e massoneria: centinaia di scomuniche.

“La liberazione d’Italia -opera eminentemente massonica- fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalla iniziativa delle Comunioni massoniche d’oltralpe”.

Ad esprimersi così, nel 1988, è il gran maestro Armando Corona che prosegue: la massoneria “fu il vero ispiratore e motore” del risorgimento “perché sua era l’idea guida della liberazione dei popoli”. Dal momento che la massoneria è stata, per bocca dei suoi più autorevoli esponenti, protagonista del risorgimento e dal momento che la popolazione italiana è da circa due millenni cattolica, vediamo cosa la chiesa cattolica pensi della società che ha animato, insieme a quella italiana, le rivoluzioni degli ultimi secoli. La Massoneria moderna nasce a Londra nel 1717 e la prima delle centinaia di scomuniche emesse dalla chiesa nei suoi confronti è solo di qualche anno posteriore.

Il 28 aprile 1738, nella bolla In eminenti, ClementeXII condanna il segreto che caratterizza le associazioni dei Liberi-Muratori, il silenzio imposto “intorno alle cose che esse compiono segretamente” (se non operassero iniquamente, “non odierebbero tanto decisamente la luce”), il disaccordo con le leggi civili e canoniche. Clemente XII vuole scongiurare il pericolo che “questa razza di uomini non saccheggi la Casa come ladri, né come le volpi rovini la Vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti”. Tredici anni dopo è la volta di Benedetto XIV che, il 18 marzo del 1751, pubblica la bolla Providas Romanorum. Nulla di nuovo, si tratta semplicemente di reiterare le condanne già espresse: il papa è costretto a farlo perché “alcuni non hanno avuto difficoltà ad affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore”.

Il 3 settembre 1821 è la volta di Pio VII con la bolla Ecclesiam a Jesu Christo. Il papa torna sull’argomento perché i “Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste”. Pio VII ammonisce di non prestare “alcun credito alle parole” dei carbonari, perché “costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci”. Il pontefice ricorda che i carbonari sono all’origine dei tentativi rivoluzionari di quegli anni, e ribadisce che “nel sovvertire questa Sede Apostolica sono animati da un odio particolare”.

Pio VIII rinnova il monito nel 1829 e, sempre riferendosi alla Carboneria, afferma: “Tra tutte queste sette segrete Noi abbiamo risoluto di segnalarne alla vostra attenzione una speciale formata di recente: il cui scopo è di corrompere la gioventù educata nei ginnasii e nei licei”. Non lasciatevi “sedurre da nessuna apparenza, né ingannare da veruna arte maliziosa”, raccomanda il papa. I pronunciamenti della Chiesa contro la Massoneria si rinnovano nel tempo fino ad arrivare al più recente del 26 novembre del 1983. In questa data la Congregazione per la dottrina della fede emette un provvedimento solenne firmato dal Prefetto, card. Ratzinger, in cui si sostiene: “Rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche […] e perciò l’iscrizione ad esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa comunione”. Cosa dire di più? Una piccola citazione può mostrare l’attualità dell’argomento. La voce Massoneria di una delle più diffuse enciclopedie mondiali su dischetto (The 1995 Grolier Multimedia Encyclopedia) dopo aver ricordato che in passato l’Istituzione è stata aspramente combattuta dalla Chiesa specifica: “A papal ban on Roman Catholic membership in Masonic lodges was rescinded in 1983” (il divieto per i cattolici di far parte di logge massoniche è stato cancellato nel 1983). L’esatto contrario di quello che la chiesa ha solennemente ribadito. Niente di nuovo sotto il sole.

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Comincia la carboneria.

Passato il ciclone Napoleone, a continuarne la battaglia rivoluzionaria restano i suoi eredi: militari che hanno acquisito ricchezza e potere, borghesi arricchiti con la legale spoliazione dei beni della chiesa, cadetti delle casate nobiliari, studenti romanticamente attratti dall’ideale nazionale.

I membri delle società segrete. “Chi pensava allora all’Italia, alla sua indipendenza, alla sua rigenerazione? Meno poche eccezioni, la schiuma sopraffina della canaglia, che si riuniva misteriosamente nelle vendite dei Carbonari”: in termini così poco lusinghieri Massimo D’Azeglio descrive ne I miei ricordi la società segreta protagonista dei tentativi insurrezionali dei primi decenni dell’Ottocento.

“Figliuola della Frammassoneria”, come scrive nella Storia d’Italia pubblicata nel 1851 lo storico massone Giuseppe La Farina che parla, come sottolinea, con “cognizione di causa”, la carboneria organizza i moti del 1817 a Macerata, del 1820 a Nola, Avellino, Napoli e Milano, del 1821 a Torino, del 1831 a Modena e nelle Legazioni. Gli intenti dell’Alta Vendita, vale a dire della direzione strategica della rivoluzione in quel periodo, sono chiaramente enunciati in documenti caduti in mano della polizia pontificia.

Si tratta di un interessantissimo epistolario e di uno scritto noto col nome di Istruzione permanente redatto nel 1818. Sia l’Istruzione che le lettere sono testi estremamente significativi perché, tenendoli presente, si capisce qualcosa di più del come e del perché si sia giunti alla formazione del Regno d’Italia. Quale lo scopo della carboneria? Detto in parole povere la liberazione dell’Italia dal cattolicesimo. E l’unità e l’indipendenza? Favole, miti per gente semplice e credulona.

Proprio così scrive Felice a Nubio -i nomi di battaglia dei carbonari non sono stati divulgati- l’11 giugno 1829: “l’indipendenza e l’unità d’Italia sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi, caro Nubio, noi sappiamo quello che valgono questi principii. Sono palloni vuoti”. Per capire con quali armi i rivoluzionari contassero di stroncare il cattolicesimo in Italia conviene citare per esteso i testi dei carbonari: si tratta di documenti che non è esagerato definire agghiaccianti. La calunnia, la maldicenza, l’infiltrazione nelle file del clero, la disintegrazione della famiglia, la corruzione, sono le armi spregiudicatamente scelte e consigliate per conseguire lo scopo prefisso.

Veniamo ai testi. “Il nostro scopo finale – sostiene l’Istruzione – è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana”; l’Alta Vendita si prefigge una “rigenerazione universale”, inconciliabile con la sopravvivenza del cristianesimo. Vindice scrive a Nubio: “Noi abbiamo intrapresa la fabbrica della corruzione alla grande; della corruzione del popolo per mezzo del clero e del clero per mezzo nostro. Questa corruzione dee condurci al seppellimento della Chiesa cattolica”. L’Istruzione prevede che, dove non si arrivi con la corruzione, si debba supplire con la calunnia: “Schiacciate il nemico, quando è potente, a forza di maldicenze e di calunnie”; una parola ben inventata, “una parola può, qualche volta, uccidere un uomo. Come l’Inghilterra e la Francia, così l’Italia non mancherà mai di penne che sappiano dire bugie utili per la buona causa. Con un giornale in mano, il popolo non avrà bisogno di altre prove”. Ancora: “Dovete sembrare semplici come colombe, ma sarete prudenti come i serpenti. I vostri genitori, i vostri figli, le vostre stesse mogli devono sempre ignorare il segreto che portate in seno, e, se per meglio ingannare l’occhio inquisitore, decideste di andare spesso a confessarvi, siete a ragione autorizzati a conservare il più rigoroso segreto su queste cose”.

Le istruzioni continuano: “dovete presentarvi con tutte le apparenze dell’uomo serio e morale. Una volta che la vostra buona reputazione sia stabilita nei collegi, nei ginnasi, nelle università e nei seminari, una volta che abbiate catturato la confidenza di professori e studenti, fate in modo che a cercare la vostra compagnia siano soprattutto quanti sono arruolati nella milizia clericale. Si tratta di stabilire il regno degli eletti sul trono della prostituta di Babilonia: che il clero marci sotto la vostra bandiera mai dubitando di seguire quella delle chiavi apostoliche”. Da sempre le élites rivoluzionarie, considerando sé stesse migliori del volgo, hanno creduto loro dovere insegnare al popolo cosa pensare. Da sempre lo hanno fatto poco a poco perché la popolazione non si ritraesse inorridita. Da sempre si è trattato di insinuarsi pian piano con abile propaganda per poi venire all’improvviso -e simultaneamente- allo scoperto. Vanno tanto diversamente le cose ai giorni nostri? Solo fino a qualche anno fa sarebbero state pensabili ostentazioni della diversità sessuale, uteri in affitto, sperimentazione sugli embrioni, clonazioni realizzate ed annunciate e via discorrendo?

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Iraq, guerra privatizzata (ovvero l’incubo kafkiano dei mercenari americani)

Trasformata in crociata, l’esportazione della democrazia – attività nella quale gli Stati Uniti si sono impegnati per gran parte del Ventesimo secolo senza sbandierare troppi manifesti ideologici – si è trasformata negli anni della presidenza Bush in un naufragio politico e diplomatico. Ora la “privatizzazione” della guerra in Iraq, con la tendenza sempre più ostinata dell’attuale amministrazione a cedere in outsourcing a centinaia di imprese appaltatrici anche le attività più delicate nel campo della sicurezza, rischia non solo di far esplodere la rabbia degli iracheni, ma anche di alterare la percezione dell’economia di mercato in buona parte del mondo non industrializzato.Con l’esercito dei contrattisti privati (oltre 180 mila) che ha ormai superato il numero dei soldati Usa in Iraq e con l’opinione pubblica scossa dal susseguirsi dei massacri di civili abbattuti dai mercenari al primo stop non rispettato, giornali e Congresso americano scoprono una nuova emergenza. C’è chi fa audaci parallelismi tra l’Iraq invaso dagli appaltatori e il peso avuto – duemila anni fa – dall’esercito mercenario nel declino dell’impero romano, e chi cerca capri espiatori. Erik Prince, fondatore e capo di Blackwater, è divenuto rapidamente la faccia da sbattere in prima pagina. E’ lui, miliardario ed ex Navy Seal (le “teste di cuoio” della Marina), che ha creato il “mostro”: poteva continuare a produrre ricambi per auto come faceva il padre, e invece ha preferito vendere l’azienda e creare una nuova impresa specializzata nel garantire la sicurezza di uomini e istallazioni in un ambiente ostile.Reclutati molti compagni d’arme di Prince, ex “berretti verdi” e reduci della Delta Force, Blackwater è diventata – non solo per gli iracheni, ma anche per i soldati americani impegnati nel Golfo – sinonimo di arroganza e irresponsabilità: le 850 guardie private della società dislocate in Iraq hanno fin qui sostenuto 200 scontri a fuoco e, quattro volte su cinque, sono state loro a sparare per prime. Il “grilletto facile” di quelli che gli iracheni hanno soprannominato i “gorilla biondi ” ha fatto decine di vittime civili innocenti. La totale impunibilità di questi uomini – non rispondono alle leggi irachene né ai tribunali militari Usa – li ha resi arroganti fino al punto di arrivare a minacciare e a disarmare gli stessi soldati americani che cercavano di far rispettare l’ordine anche a loro. Quando, dieci mesi fa, un mercenario di Blackwater uccise senza motivo una guardia del corpo del vicepresidente dell’Iraq, l’unica punizione fu il licenziamento.Dopo le nuove stragi di civili delle settimane scorse, il Congresso di Washington è corso ai ripari varando una nuova legge che revoca il regime di impunità di cui godono queste guardie private. Peraltro un primo, parziale, intervento in questo senso era stato già votato un anno fa, ma la norma, di fatto, non è mai stata applicata.Il problema di fondo, insomma, non è l’arroganza dei mercenari, ma il modo scriteriato e ottusamente ideologico con cui gli uomini di Bush hanno trasformato una sana abitudine dell’amministrazione americana – affidare a soggetti esterni tutti i servizi, compresi quelli di interesse pubblico, che possono essere prodotti meglio e a costi più bassi dai privati – in un incubo kafkiano. Un principio – quello della sussidiarietà – che da noi ha cominciato a suscitare interesse solo di recente e che negli Usa viene invece applicato da decenni con profitto, rischia di essere stravolto dall’incapacità di questa amministrazione di esercitare controlli adeguati sulle attività cedute in outsourcing e di capire che alcune delle funzioni pubbliche più delicate (dallo spionaggio all’interrogatorio dei prigionieri) non possono essere “privatizzate”.Il caso Blackwater dimostra l’assenza di controlli da parte dell’amministrazione statunitense massimo.gaggi@rcsnewyork.com
Corriere della Sera – NAZIONALE – sezione: Opinioni – data: 2007-10-12 num: – pag: 54autore: di MASSIMO GAGGI categoria: REDAZIONALE
VISTI DA LONTANO

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Napoleone, Murat e Palmerston

Il mito del nazionalismo in Italia non è frutto della farina del nostro sacco. Abituati ad essere il centro del mondo civile e religioso, gli italiani fino a quando Napoleone non ha esportato sulle baionette la parola d’ordine dell’unità nazionale non si erano accorti di aver bisogno, per essere grandi, di inventare un risorgimento nazionale. Nazionalismo in Italia

? Fino al secolo scorso, difficile che attecchisse. Abituati ad avere pochi rivali grazie all’Impero prima e all’universalità del potere spirituale poi, per quasi due millenni al centro dello sviluppo culturale, economico e religioso, terra di santi che hanno cambiato la storia, gli italiani hanno sempre pensato alla grande, in visione mondiale. La stessa consapevolezza di una forte identità nazionale è stata da noi sempre radicatissima e, anche in questo caso, sviluppata molto prima che prendesse radici altrove: Dante e la grande letteratura italiana del Trecento insegnano. La mancanza dell’unità politica non ha mai inficiato la profonda identità collettiva fatta di lingua, di cultura, di storia, e, soprattutto, di religione. Tutto cambia all’improvviso. Nel secolo scorso passiamo dall’impianto universalistico a quello nazionale, che, nel nostro caso, è sinonimo di provinciale. l’Italia precipita quando la Francia, con Napoleone, riconquista l’impero. Papa Leone III inaugura il Sacro Romano Impero la notte di Natale dell’800 incoronando imperatore romano il re dei franchi Carlo, detto Magno. Nel 962 il primo imperatore della dinastia sassone, Ottone, stabilisce che solo principi tedeschi possano ambire alla carica di imperatore e fino al 1800 l’impero resta saldamente in mano tedesca.

Nel 1804 Napoleone mette fine al Sacro Impero Romano Germanico ed inaugura un impero di tipo nuovo, ugualmente universale (perlomeno nelle pretese), ma non più cristiano. I francesi che invadono l’Italia, la spogliano e la rapinano, pretendono di esserne i liberatori. Da cosa? Dalla tradizione cattolica che, in netta continuità con quella romana, è, al contrario, la principale artefice della gloria italiana. Un fatto per tutti: nonostante le scientifiche spoliazioni, l’Italia romano-cattolica possiede, da sola, più della metà del patrimonio artistico mondiale. Propaganda: Francia ed Inghilterra, le due potenze che nell’Ottocento si contendono il predominio mondiale, invitano gli italiani a risorgere dalla schiavitù in cui sarebbero precipitati da tanti secoli (quelli della tradizione cattolica) per attuare anche in Italia quel processo di omologazione culturale ed economica che loro conviene e che la cultura cattolica tenacemente contrasta da quando il protestantesimo ha diviso in due l’Europa. Propaganda. Al di qua e al di là della Manica i potenti di turno parlano lo stesso linguaggio, addirittura utilizzando le medesime parole. Tanto per farsi un’idea di quanto simili siano gli intenti dei grandi di allora, basti confrontare il proclama di Napoleone al momento del suo ingresso a Milano col necrologio di Cavour pronunciato da Palmerston al parlamento inglese. Nel 1796 Napoleone fa scrivere: “Noi siamo amici di tutti i popoli, ed in particolare dei discendenti dei Bruti e degli Scipioni. Ristabilire il Campidoglio, collocandovi onorevolmente le statue degli eroi che lo reser celebre: e risvegliare il Popolo Romano assopito da molti secoli di schiavitù, tale sarà il frutto delle nostre vittorie, che formeranno epoca nella posterità. Vostra sarà la gloria immortale di aver cangiato l’aspetto della più bella parte d’Europa”. Nel 1861 Palmerston afferma: “Abbiamo visto sotto la sua [di Cavour] guida e la sua autorità un popolo che sonnecchiava risvegliarsi all’improvviso vigoroso e forte. Questo popolo era in realtà addormentato, inerte, snervato dalla lussuria e dalla ricerca dei piaceri. Ora questo popolo, alla voce di un solo uomo, si risveglia da un sonno secolare, sente in se stesso la potenza e la forza del gigante, e in poco tempo ottiene quella libertà che per tanti secoli gli era stata rifiutata”. In questa propaganda ciascuno si inserisce come può, sempre però battendo sul tasto delle glorie nazionali che devono risorgere.

Basti citare il caso di Gioacchino Murat, divenuto Re di Napoli in qualità di cognato di Napoleone. Quando le sorti dell’illustre parente sono irrimediabilmente compromesse, Murat, con poco senso della misura e nessuno del ridicolo, aspirando alla corona di re d’Italia, il 30 marzo 1815 bandisce da Rimini questo proclama: “Italiani! L’ora è venuta in cui debbono compirsi gli alti destini dell’Italia; la Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Sicilia odasi un grido solo: L’indipendenza d’Italia. A qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questo primo diritto? Sgombri dal suolo italiano ogni dominazione straniera. Padroni una volta del mondo espiaste questa gloria con venti secoli d’oppressioni e di stragi. Sia oggi vostra gloria il non aver più padroni”. Propaganda. Come reagiscono gli italiani all’invasione francese fatta nel nome della gloria romana da riconquistare? Facendosi ammazzare a decine di migliaia nelle insorgenze che capillarmente e spontaneamente si diffondono su tutto il territorio nazionale. Alla propaganda napoleonica aderisce un’esigua minoranza della popolazione: i liberali che, col tempo, riprenderanno la bandiera rivoluzionaria del risorgimento nazionale.

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3 ottobre 1990: un anniversario dimenticato.

Sono trascorsi soltanto diciassette anni da quel 3 ottobre 1990, quando a Berlino, allo scoccare della mezzanotte, venne proclamata ufficialmente la riunificazione della Germania. Terminava un capitolo centrale della guerra fredda e si chiudeva una delle pagine più drammatiche della storia europea. Quasi un anno dopo la caduta del muro, avvenuta il 9 novembre 1989, un milione di tedeschi si è dato appuntamento davanti al Reichstag e tutta una nazione è incollata davanti alla televisione per seguire una cerimonia attesa da due generazioni, un evento storico che nessun politologo avrebbe nemmeno immaginato due anni prima. Oggi quell’evento, che ha avuto conseguenze tanto importanti dal punto di vista politico, economico, ma anche simbolico, sembra essere stato dimenticato da tutti i mezzi di informazione, almeno italiani. Quella cerimonia solenne e gioiosa non rappresentò soltanto l’inizio di una nuova era per la Germania, seppur difficile e piena anche di contraddizioni, ma svelò al mondo intero il fallimento del regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca, la DDR. La Germania Est era nata nel 1949 sui territori dei cinque L?nder orientali occupati dall’Armata Rossa nel 1945. Fin da subito gli emissari del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) iniziarono un’opera di sovietizzazione dei territori sotto il controllo russo, attuando una sistematica e capillare caccia ai possibili avversari del regime. E’ una pagina di storia che quasi mai trova posto nei libri dei nostri studenti: tra il 1945 ed il 1950 furono internate circa 122.000 persone, tra queste ben 43.000 morirono di stenti o in seguito a sevizie subite e 756 furono condannate “ufficialmente” a morte. Ma ciò che non viene mai ricordato è che i “liberatori” sovietici ed i loro seguaci locali, adoperarono a tale scopo i tristemente famosi Lager già utilizzati dai Nazionalsocialisti, tra cui Sachsenhausen, e Buchenwald, non lontano da Weimar, città simbolo del Classicismo tedesco: luogo di cultura, di vette letterarie inarrivabili grazie alle opere di Goethe e Schiller e luogo di morte tra i più terribili della storia. Palcoscenici della tragedia dei regimi totalitari del Novecento, in una danza macabra dove le vittime diventarono aguzzini.

Dopo il 1950, il partito unico alla guida della DDR, il SED, Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Partito socialista dell’unità tedesca) con zelo tipicamente teutonico, completò l’opera dei compagni russi e fece in modo di arrestate e perseguitare dalle 40.000 alle 60.000 persone. La maggior parte degli arrestati e molti di coloro che non fecero più ritorno dai quei campi di concentramento, non avevano commesso gravi crimini contro il neo costituito regime; la loro grave colpa, davanti agli occhi dei nuovi padroni, fu di appartenere ad associazioni, sindacati, gruppi politici locali, sacerdoti, insegnanti, a quella società civile che aveva davvero sperato in un cambiamento della società tedesca dopo la terribile parentesi hitleriana. Ma non avevano fatto i conti con un regime che non poteva tollerare un rappresentatività politica e sociale proveniente “dal basso”; le cosiddette “democrazie popolari” temono la partecipazione diretta del popolo vero alle questioni politiche. Non sorprende, quindi, che nel 1953 la grande rivolta contro il regime comunista tedesco orientale, guidato da Walther Ulbrich, fu organizzata dagli operai, soprattutto dei cantieri edili di Berlino Est, per protestare contro le difficili condizioni di lavoro e di vita cui erano costretti. Anche in questa occasione la repressione fu terribile: oltre un centinaio di morti e circa 14.000 arrestati. Pochissimi in Italia alzarono la loro voce per denunciare l’accaduto, parole al vento: nel 1953 si piangeva la morte di Stalin… Il vero messaggio che tutti ascoltavano, anzi, ossequiavano, era il volto ufficiale del regime, quello rappresentato dalle opere di Bertolt Brecht, autore che ha trovato, e trova, nel nostro Paese terreno fertile per la messa in scena delle sue opere naturalmente antifasciste, anticapitaliste, antioccidentali. Pochi ricordano che Brecht fu uomo del regime, sostenuto finanziariamente per rappresentare nel mondo il volto del “Sol dell’Avvenire” in versione tedesca.

Un sole che tramontò definitivamente il 13 agosto 1961, quando Berlino, anzi, quando il mondo si trovò diviso da un muro alto 3 metri e 60 centimetri. Il muro per antonomasia. Simbolo di ogni divisione e di ogni sofferenza. L’ipocrisia dei governanti di allora lo definì il “muro antifascista” oppure “anticapitalista”. Quante tragedie intorno a quel mucchio di cemento armato e filo spinato che doveva difendere i figli felici del “socialismo dal volto umano” dall’assalto feroce dei reprobi capitalisti occidentali. Talmente felici gli abitanti della DDR che per controllarli, il servizio di sicurezza interno, la famigerata STASI, acronimo di Staatssicherheit (Sicurezza di Stato), poteva contare su una rete di circa mezzo milione di informatori, naturalmente pagati dallo Stato; poco prima di implodere, la DDR guidata da Erich Honecker arrivò ad avere quasi 600.000 informatori, o quantomeno collaboratori, legati a doppio filo alla STASI, la quale fu, senza dubbio, il più importante datore di lavoro dell’allora Germania Est, il vero collante del regime, l’organo che con i suoi tentacoli riuscì a creare il consenso all’interno del Paese. Peccato che in Italia, il Paese con il più importante partito comunista del mondo, esclusi i satelliti di Mosca, sui testi scolastici non si trovava traccia delle reali condizioni della DDR e dei Paesi al di là della “Cortina di ferro”. Ancora oggi non sono molti, uso un eufemismo, i libri adottati nelle nostre scuole che ripercorrono criticamente quegli anni e le vicende di quei regimi. Si è talmente fatta opera di rimozione della memoria, che difficilmente uno studente italiano saprebbe raccontare, anche a grandi linee, le vicende legate al dopoguerra tedesco, alle tragedie causate da uno dei regimi più sanguinari ed illiberali della storia, quasi che la storia della Germania finisse nel 1945 e precipitasse poi in un limbo indefinito. Ecco allora che in mezzo a tanti uomini di cultura, giornalisti, editori, personaggi politici italiani allora compiacenti con quel regime, oggi alcuni ancora al potere, risulta davvero profetico rileggere uno scritto del 1984 di un personaggio, già allora controcorrente, che scrisse, in un mare di polemiche, che “Milioni di nostri contemporanei aspirano legittimamente a ritrovare le libertà fondamentali di cui sono privati da parte dei regimi totalitari e atei che si sono impadroniti del potere per vie rivoluzionarie e violente, proprio in nome della liberazione del popolo. Non si può ignorare questa vergogna del nostro tempo: proprio con la pretesa di portare loro la libertà, si mantengono intere nazioni in condizioni di schiavitù indegne dell’uomo”; quel signore, un tedesco della Baviera, si chiamava Joseph Ratzinger…

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Sergio Romano e la questione iraniana.

Il 21 settembre si è riunito a Washington il gruppo 5 più 1 per intimare all’Iran di cessare la produzione di uranio arricchito, minacciando sanzioni e, addirittura, un intervento armato. I 5 più 1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania) producono da decenni uranio arricchito. Francia, Germania e Regno Unito, per giunta, stanno costruendo un nuovo gigantesco impianto con centinaia di migliaia di centrifughe. L’Iran ne sta allestendo uno con circa tremila centrifughe. Ciò è consentito dal Trattato contro la proliferazione nucleare, purché l’uranio arricchito sia destinato esclusivamente alla produzione di elettricità e sia controllato dalle Nazioni Unite. L’Italia non partecipa a questi negoziati, malgrado non produca uranio arricchito, non abbia un programma nucleare, e abbia interessi economici e strategici importanti come quelli di Francia, Germania e Regno Unito. Questi 3 Paesi hanno così costituito, da 4 anni, un embrione di Direttorio europeo, con declassamento dell’Italia. Achille Albonetti, Roma

Caro Albonetti, con una conferenza stampa alla Casa Bianca, negli scorsi giorni, il presidente Bush ha abbassato di un grado la temperatura dello scontro. Ma anche il ministro degli Esteri francese ha fatto dichiarazioni apocalittiche, seguite a breve distanza di tempo da parole più rassicuranti anche del presidente Sarkozy. Questi piccoli passi indietro appartengono alla diplomazia della doccia scozzese e alla liturgia delle relazioni internazionali. Nella sostanza il quadro rimane quello che lei ha descritto nella sua lettera. Forse l’aspetto più interessante e paradossale della situazione è che tutto questo accada mentre il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Mohamed El Baradei, fa sapere al mondo di avere negoziato segretamente con l’Iran, nel corso dell’estate, un accordo con cui il governo di Teheran s’impegna, in cambio di alcune concessioni, a fornire chiarimenti sugli aspetti segreti del suo programma nucleare. Sembra che i rappresentanti della Francia, della Germania, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti gli abbiano fatto visita, dopo le sue dichiarazioni, per manifestargli il disappunto dei loro governi. Se confermato, infatti, l’accordo rischierebbe d’inceppare il processo per l’applicazione all’Iran di nuove sanzioni: una prospettiva a cui gli Stati Uniti non intendono rinunciare. Ne hanno bisogno per meglio sostenere che l’Iran è l’«uomo nero» del Medio Oriente e che la presenza militare americana in Iraq è, ora più che mai, giustificata dalla minacciosa ombra iraniana che incombe sulla regione. Quanto più la spedizione irachena diventa discutibile e contestabile, tanto più Bush ha bisogno di argomenti per combattere la sua battaglia contro l’opinione pubblica e il Congresso. È meno facile, invece, comprendere la posizione della Gran Bretagna, della Germania e soprattutto della Francia. Capisco che la rappacificazione con l’America, dopo la rottura provocata dalla guerra irachena, sia per la Germania di Angela Merkel e per la Francia di Nicolas Sarkozy un obiettivo desiderabile. Capisco il timore che un Iran nucleare, anche se per il momento «civile», possa suscitare una «corsa all’atomo» in Egitto, in Turchia e in Arabia Saudita. E capirei la collaborazione con gli Stati Uniti se servisse a esercitare una influenza moderatrice sulla sua politica iraniana. Ma non capisco perché i tre Paesi europei si prestino a favorire una politica che non cessa di destabilizzare il Medio Oriente. Sono queste le ragioni, caro Albonetti, per cui non sono sicuro che l’allargamento del gruppo «5 più 1» all’Italia gioverebbe al nostro Paese. Avremmo dovuto accettare l’invito di Francia, Gran Bretagna e Germania quando i tre Paesi stavano perseguendo una linea diversa da quella di Washington. Ma oggi, se chiedessimo di entrare nel gruppo dei negoziatori occidentali, rischieremmo di privarci del diritto di avere, in materia di Iran, opinioni diverse da quelle dei quattro Paesi che hanno cercato di boicottare l’accordo negoziato da El Baradei.

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L’incredibile realtà dei martiri.

Anche un cattolico non può fare a meno di chiedersi, in tanti momenti della sua vita, dove stia la santità della Chiesa.

Tutti coloro che la abitano peccano sette volte al giorno, più o meno gravemente. Il mondo se ne accorge e mentre da una parte si nutre di scandali, di volgarità, coi suoi giornaletti, le sue riviste, e gli spettacoli televisivi trasudanti fango e bassezze, dall’altra stigmatizza e condanna, non appena può, il cattolico “incoerente”, il prete che sbaglia, il religioso avido di denaro, oppure sorride e solidarizza con il sacerdote che si sposa, o con quelli disobbedienti, vanagloriosi, arroganti, che certo non mancano…. Per il mondo sono tutte piccole rivincite, gradite vendette contro il richiamo del cuore al bene e alla giustizia: vedete, dicono i maliziosi, la virtù non è possibile, l’ideale non esiste, anche i preti hanno rapporti carnali, anche i religiosi tradiscono i loro voti, non ci credono neppure loro…

Anche un cattolico può essere tentato di scandalizzarsi. Anzi, gli scandalizzati sono tantissimi, proprio tra i cattolici alla moda, sempre pronti a indignarsi, a ribellarsi, a prendere le distanze e a fare dei distinguo, rispetto alla Chiesa di cui sono figli e di cui invece si ritengono padri. Eppure, rimane il fatto che chiunque abbia frequentato e viva la vita della Chiesa, sperimenta la miseria e la povertà degli uomini che la compongono. Sono sì miseri, peccatori, segnati dal limite, ma anche innestati nella vite di Cristo: scorre, nel loro sangue, mescolata a vizi e impurità, una linfa divina, qualcosa di infinitamente grande e misterioso. Solo così si può spiegare la sopravvivenza, dopo duemila anni, di un fede che chiede ai suoi seguaci di andare contro gli istinti, i desideri, le brame della carne e del mondo. Che esige da coloro che si sposano una vita casta prima e dopo il matrimonio, e che chiede a molti di morire a se stessi, rinunciando totalmente ad una famiglia, ad un lavoro, e invitandoli ad una verginità piena, nei confronti di ogni lusinga meramente terrena.

Ogni vocazione è un miracolo, che da duemila anni si ripete, e sacerdoti e religiosi, “sterili” nella carne, da duemila anni partoriscono figli, spirituali, e continuano a riprodursi, sempre, in ogni circostanza, nonostante ogni difficoltà e sotto ogni regime! E’ già questo uno dei segni più evidenti della divinità di Cristo e della sua Chiesa, insieme alla presenza dei martiri. San Giovanni Bosco, san Camillo de Lellis, e tanti altri santi, sono stati, in vita, uomini straordinari, che hanno affascinato chiunque li avvicinasse, e continuano a stupire anche chi non abbia nessuna fede. In loro vi è l’epifania solenne del cristianesimo, in modo evidente, quotidiano, sfolgorante.

Ma accanto ad essi, nella storia, vi sono migliaia e migliaia di poveri uomini, che hanno scelto Cristo, e che non riescono, se non raramente, a dimostrare agli altri la bellezza e la grandezza della loro fede. Lottano ogni giorno con il proprio peccato e il proprio vizio, ma nessuno se ne accorge, perché soccombono più spesso di quanto non vincano, e perché nessuna luce potente rifulge dai loro sguardi e dalle loro azioni. Eppure talora Cristo chiede anche a costoro, quasi all’improvviso, di essere testimoni, di mostrare al mondo cosa sa fare un cristiano, il più misero, nel momento in cui viene chiamato. Penso ai tanti martiri di cui è ricca la storia della Chiesa, dalle sue origini, e soprattutto nei tempi moderni, dalla rivoluzione francese in avanti. Penso, in particolare, alla vicenda dei martiri di Orange, narrata in un bellissimo e documentatissimo testo di A. Reyne e D. Brehier, “Le martiri di Orange” (Il Cerchio).

E’ la storia di 32 religiose dai 24 ai 75 anni “consacratesi a Dio nella vita religiosa e rimaste fedeli sino al patibolo”. Siamo in età illuminista, epoca in cui il mondo non può ammettere la vita religiosa, specie quella claustrale. Per Diderot e gli altri, si tratta di fanatismo, e di superstizione. La rivoluzione francese, sulla scia dell’illuminismo, stabilisce la sua idea di libertà: “libertà è fare ciò che non nuoce ad altri”. Eppure, il 2 novembre 1789, su proposta di un vescovo, Talleyrand, i beni della Chiesa vengono posti “a disposizione della nazione”, e subito dopo i voti solenni religiosi vengono aboliti e gli ordini monastici soppressi, in nome del diritto naturale e della Costituzione. A tutti si chiede di sposarsi, offrendo soldi e onore a chi abbandoni l’abito, e un giuramento di fedeltà, alla Nazione, il nuovo idolo sanguinario, e all’ideologia dominante. L’Assemblea Nazionale arriva ad affermare che è importante “eliminare ogni residuo di fanatismo” e che “aumentando l’importo delle pensioni si ottiene il duplice scopo di conseguire il benessere di chi abbandona la vita comunitaria e di perseguire l’interesse nazionale all’estinzione della vita monastica”.

Per non giurare contro la propria coscienza, per non pronunciare neppure a filo di labbra parole impure, 32 religiose di Orange e centinaia di altri consacrati in tutto il paese, preferiscono morire, dopo aver perso ogni diritto, ed essere state indicati al pubblico ludibrio, come Cristo sulla croce. Come nel commovente romanzo di Gertrud von le Fort, “L’ultima al patibolo”, o nei “Dialoghi delle carmelitane” di Bernanos, le suore vengono condannate a morte da un tribunale speciale, che, secondo le parole di uno dei componenti, “non ha nulla a che fare con i tribunali dell’ancien regime”, perché “non ci sono formalità da osservare, c’è la coscienza del giudice e basta”. Al patibolo si recheranno tutte, senza ripensamenti, cantando il salve Regina, il te Deum, o il Veni Creator…Il boia di Orange, Paquet, un uomo che ha trovato così il suo momento di gloria, si diverte a scoprire loro il seno, e queste “con i denti afferravano i bordi delle camice per ricoprirsi”. Un documento dell’epoca ricorda che “la gioia che si vedeva dipinta sul viso di queste sante ragazze dopo la sentenza incoraggiava le altre condannate…molti prigionieri, disperati al pensiero delle loro mogli e dei loro bambini, affrontarono coraggiosamente il supremo sacrificio per il conforto loro donato dalle dolci e pietose esortazioni di queste religiose”. Come scriveva san Paolo: “Cosa ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada? Proprio come sta scritto: per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Romani, 8-35).

Morire cantando col sorriso sulla bocca e la tranquillità nel cuore…quale miracolo, in anime che forse avevano faticato, in molti momenti, a non rispondere male ad una loro consorella, a sopportare una piccola offesa, a lasciar trasparire, anche un poco, come da un velo, la soprannaturalità della loro fede!

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La Rice e il “no” del Papa a un colloquio

L’ultima richiesta è arrivata in estate. Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha fatto sapere al Vaticano che aveva assolutamente bisogno di incontrare Benedetto XVI.
Stava per addentrarsi di nuovo nel ginepraio mediorientale. E non le sarebbe dispiaciuto presentarsi ai propri interlocutori con le credenziali di un colloquio col pontefice. Sperava di fissarlo agli inizi d’agosto a Castelgandolfo, residenza estiva del Pontefice appena tornato da Lorenzago, sulle Dolomiti. Ma le è stato risposto che il Papa era in vacanza. La Rice ha insistito. Senza fortuna: il protocollo vaticano è stato irremovibile. “Il Papa è in vacanza”, ha continuato ad essere la risposta ufficiale.
Da quanto si sa, la Rice è riuscita a discutere di Medio Oriente e soprattutto di Libano in una telefonata col cardinale Tarcisio Bertone. Il numero due della Santa Sede era in visita in America per la riunione annuale dei Cavalieri di Colombo a Nashville, nella prima decade di agosto. Ma l’incontro mancato fra Benedetto XVI e la titolare della diplomazia statunitense ha finito per assumere un significato che forse va perfino oltre le intenzioni vaticane. ? stato valutato infatti come una sorta di certificazione delle differenze di vedute sulle iniziative dell’amministrazione di George Bush in Medio Oriente; e di una frizione strisciante sul-l’Iraq e sui rapporti con l’Iran. La Santa Sede ritiene che gli Stati Uniti rischino di sottovalutare il problema delle garanzie delle minoranze religiose nella nuova Costituzione irachena. E lo ha fatto presente al governo di Bagdad: si è sentita rispondere che le minacce e le violenze contro i cristiani non sono maggiori di quelle subìte da altre minoranze. Si è rivolta anche agli americani: la loro replica, però, è stata che le truppe non riescono ad avere il pieno controllo del territorio; e dunque incontrano difficoltà a proteggere i non islamici. Quanto all’Iran, si sa che il Vaticano detesta i toni truculenti e antisemiti del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Ma vede come una sciagura un’altra guerra preventiva. Tuttavia, i rapporti fra Usa e Santa Sede rimangono più che buoni.
C’è uno scambio continuo di notizie e valutazioni sulle “zone calde”, sebbene le strategie rimangano differenti. I temi etici continuano ad avvicinare Chiesa cattolica e Amministrazione Bush. Il problema è che la politica estera rimane una fonte di controversie.
E la Rice non è un interlocutore fra i più graditi. Quando sono cominciati i contatti per il suo incontro mancato col Papa, è stato spiegato che anche Bush lo sollecitava. Il colloquio del 9 giugno scorso fra Benedetto XVI e il presidente americano in Vaticano era andato bene. E in quella scia poteva inserirsi il segretario di Stato. In realtà, per rendere possibile l’udienza con la Rice sul lago di Castelgandolfo, sarebbe stata necessaria una forte volontà vaticana, che in realtà non c’era. In agosto il Pontefice tende ad evitare colloqui con esponenti politici, tranne eccezioni. L’idea del Papa in vacanza è stata considerata “una buona scusa” per evitare un appuntamento ritenuto non indispensabile, e magari foriero di confusione e malintesi davanti all’opinione pubblica internazionale; e in primo luogo nel Medio Oriente.
Ufficialmente nessuno lo dice, ma sul “no” pesa probabilmente anche l’atteggiamento della Rice nel 2003, quando era consigliere per la Sicurezza nazionale di Bush. Fu lei, alla vigilia del conflitto in Iraq, a dire brutalmente che non capiva l’atteggiamento del Vaticano, contrario alla guerra; e a trattare con una freddezza al limite della scortesia l’inviato di Giovanni Paolo II, il cardinale Pio Laghi, mandato a Washington il 2 marzo del 2003 nel tentativo disperato di scongiurare l’intervento militare. ? chiaro che quello sgarbo non è stato dimenticato.(Corriere della Sera, 19 settembre 2007)

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