Zapatero e il totalitarismo della dissoluzione.

C’è qualcosa di violento e di irrazionale, in quanto sta facendo il premier Zapatero, e cioè nel suo tentativo di abolire, per legge, la realtà, i termini e i concetti stessi di “padre” e di “madre” (per aprire la porta all’adozione di figli agli omosessuali e ai transessuali).

Qualcosa che ha radici lontane, rintracciabili almeno a partire dall’epoca della guerra civile spagnola. In quegli anni terribili, in Spagna, il sangue scorre a fiumi, in un conflitto che sembra ripercorrere alcune tappe della rivoluzione comunista. Se in Russia i bolscevichi avevano sistematicamente eliminato gli zaristi, gli odiati borghesi, i credenti, e in un secondo tempo anche i vecchi “amici”, e cioè i socialisti rivoluzionari, i menscevichi, gli anarchici, e i contadini delle armate verdi, analogamente in Spagna il composito mondo della sinistra regola al suo interno, con estrema ferocia, le proprie divergenze, mentre fa fronte unito nella lotta contro il nemico comune, il cattolicesimo.

Le chiese vengono distrutte, incendiate a centinaia; tra il 1931 ed il 1939 vengono uccisi 13 vescovi e oltre 6800 religiosi; le tombe vengono profanate, scoperchiate e i cadaveri delle suore vengono rovesciati nelle strade e deturpati. Si procede addirittura alla fucilazione di statue rappresentati Gesù Cristo: azione simbolica, come lo era stata l’eliminazione delle statue di Notre Dame ai tempi della rivoluzione francese, per affermare una ribellione totale nei confronti del principio di autorità, così intimamente connesso al concetto di paternità, di ordine naturale, di legge, di limite. Non c’è Dio al di sopra dell’io, perché siamo “al di là del bene e del male”, urlano i rivoluzionari, esprimendo un concetto che non dispiace al dittatore tedesco Adolf Hitler, il quale non solo non si impegna molto volentieri al fianco dei franchisti, ma addirittura finirà per affermare, in uno dei suoi discorsi a tavola, che “se non fosse stato per il pericolo che il bolscevismo prendesse il sopravvento in Europa non avrei fatto niente per oppormi alla rivoluzione in Spagna: i preti sarebbero stati sterminati.”

Anche molti intellettuali europei si richiamano volentieri agli orrori spagnoli, come in questi stralci di un manifesto contemporaneo: “A partire dal 10 maggio 1931 (in Spagna) la folla ha incendiato le chiese, i conventi, le università religiose…Cinquecento edifici distrutti all’inizio non chiuderanno questo bilancio di fuoco…Distruggere con ogni mezzo la religione, cancellare fin le vestigia di quei monumenti di tenebre…Tutto ciò che non sia violenza quando si tratta di religione, di quello spaventapasseri che è Iddio, dei parassiti della preghiera, dei professori della rassegnazione, è paragonabile al patteggiamento con quel verminaio del cristianesimo che deve essere sterminato”. Tra gli autori vi sono Andrè Breton, Paul Eluard, Aragon: personaggi che dietro una patina di comunismo materialista, nascondono una grande passione per il mondo dell’irrazionale e dell’occulto. E’ la stessa dei poeti maledetti francesi, degli scapigliati italiani, e più avanti, di parte del mondo sessantottino e della controcultura. I tre sono vicini alle idee del Dadaismo di Tzara, esaltatore della “follia aggressiva” e del disordine, nemico di ogni logica e di ogni morale. Per loro, come per i nichilisti di tutte le epoche, “c’è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere”: eliminare i punti fermi, ogni principio, ogni riferimento oggettivo, per affermare il proprio io, l’immediatezza e la spontaneità violenta, impersonale ed irrazionale di ogni istinto. Non respingono, come superficialmente si sostiene, i mali dell’autoritarismo, né le stanche “convenzioni” morali borghesi, ma l’autorità insita nelle cose, ciò che si impone per natura, come ad esempio la famiglia, o il ruolo del padre: “Ogni forma di disgusto suscettibile di diventare una negazione della famiglia è Dada; la protesta a pugno di tutto l’essere intento a un’azione distruttiva è Dada…fiducia indiscutibile in ogni dio prodotto immediato della spontaneità: Dada” (M. De Micheli, “Le avanguardie artistiche del Novecento”, Feltrinelli).

Tutti e tre, Breton, Eluard e Aragon, avevano dato vita, nel 1924, al manifesto del Surrealismo: un movimento in cui il ribellismo si coniuga strettamente all’amore per la magia, i tarocchi, le droghe e le esperienze paranormali. I motti di questa avanguardia sono in fondo quelli che gli eredi del Surrealismo, i Situazionisti, avrebbero rilanciato, consegnandoli al ’68: “I vostri desideri sono la realtà” e “L’immaginazione al potere”. A questa storia e a questi slogans occorre rifarsi, per comprendere la “violenza” irrazionale di Zapatero e delle sue leggi.

Le radici del nazismo

Il cuore del pensiero nazista fu certamente il nazionalismo, alimentato altrettanto certamente, dalla durezza eccessiva usata dai vincitori della I nei confronti della Germania sconfitta.

Il popolo tedesco era stato umiliato e calpestato in nome di presunti ideali di giustizia e di pace, sbandierati poco credibilmente dalle nazioni imperialiste per eccellenza, l’Inghilterra e gli USA. quegli inglesi Il nazionalismo tedesco si manifesta come pangermanesimo, una dottrina nata già nell’Ottocento, insieme agli altri nazionalismi, e che mirava all’unione di tutte le genti germaniche in un unico stato, grande e forte.

Il pangermanesimo si scontrava così con l’ideale imperiale, sostenuto ancora dagli Asburgo d’Austria e dalla Chiesa cattolica, retaggio di quella cultura medievale che sognava una Christianitas universale, variopinta di usanze, lingue e costumi diversi, ma unificata dall’ideale religioso: lo scontro, assai duro soprattutto durante la prima, all’interno dello stesso mondo tedescofono, era tra quanti sostenevano l’esistenza di una possibile “fratellanza in Cristo” (“non esiste più né giudeo né greco” aveva scritto San Paolo) e quanti non ritenevano possibile alcun accordo e unione se non tra fratelli di sangue.

Il giovane Hitler si era dunque nutrito degli ideali pangermanici ed anti-imperiali e sognava di unire alla Germania (Anschluss) gli Austriaci della Repubblica Austriaca e i Sudeti, popolazione di lingua tedesca, unita ingiustamente al nuovo stato cecoslovacco. Rivendicava inoltre l’espansione ad EST verso la Russia e le terre slave, come creazione di un necessario “spazio vitale” per il popolo tedesco. Il nazionalismo pangermanista finisce in realtà per coincidere col razzismo: mentre il nazionalismo sostiene la superiorità di una nazione sulle altre, per lo più per motivi culturali, storici, religiosi…il razzismo, ben più estremo, sostiene invece la superiorità biologica, naturale, di una razza, quella ariana (che avrebbe la sua massima espressione nella razza germanica, nordica), rispetto alle altre, dando vita ad una vera religione del sangue (slogan: sangue e suolo, razza e sangue). Contrapposta alla razza ariana c’è, in particolare, quella semita, cui appartengono anche gli ebrei, in quanto discendenti di Sem: da qui il termine “antisemitismo” per indicare l’avversione del nazionalsocialismo nei loro confronti. Tale avversione ha radici complesse, in quanto si nutre sia di teorie razziali, materialistiche, biologiche, che di una lunga tradizione di pensiero cui appartneva anche in un ebreo tedesco come Marx, il quale era arrivato ad affermare: “Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual’ è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo dio mondano? Il denaro…Mammona è il loro idolo, essi lo pregano non soltanto con le loro labbra, ma con tutte le forze del loro corpo e del loro animo.. La terra ai loro occhi non è se non una Borsa, ed essi sono convinti di non avere quaggiù altra destinazione che quella di divenire più ricchi dei loro vicini…” (K.Marx, La questione ebraica, editori Riuniti, 1974).

Esposti molto brevemente alcuni capisaldi ideologici, occorre chiedersi quale fu il substrato culturale che funse da con-causa per l’affermazione del nazismo? Non bastano, infatti, a giustificare un tale fenomeno, né i motivi economici e politici già illustrati, né il semplicismo di quanti cercano di gabellare il popolo tedesco come un popolo di persone interamente in preda ad un’improvvisa follia e crudeltà collettiva. La grande differenza esistente, nonostante le semplificazioni, tra nazismo e fascismo, si spiega infatti, in buona parte, con le differenze culturali tra i due popoli, italiano e tedesco. L’Italia aveva infatti una cultura fondamentalmente cattolica, di cui anche Mussolini era imbevuto, e con cui doveva, anche suo malgrado, fare i conti.

Il popolo tedesco, invece, aveva nei suoi cromosomi, nella sua storia, nella sua cultura, il pensiero di Lutero e quello di Hegel, per citare solo due nomi molto influenti. Lutero, nativo della Sassonia, aveva contrapposto fortemente il mondo germanico a quello latino, stimolando, per opposizione alla Chiesa cattolica romana, un forte nazionalismo germanico; inoltre, col suo “Appello alla nobiltà cristiana della nazione tedesca”, aveva legato indissolubilmente potere spirituale e potere temporale, determinando la nascita di chiese di Stato, e quindi di concezioni assolutistiche del potere: Enrico VIII, proclamatosi capo della chiesa anglicana d’Inghilterra, fu il frutto di questa confusione di piani che portò alla nascita di figure dispotiche a cui si finì per riconoscere come normale, da parte della popolazione, un’infinità di diritti. L’età di Lutero è infatti quella in cui “si realizza lo Stato Assoluto…che si concepisce come comprendente in sé tutte le dimensioni dell’esistenza, anche quella religiosa” (Luigi Negri, Controstoria, San Paolo).

Non è un caso allora il fatto che “se si guarda la mappa elettorale del voto alle elezioni tedesche del 31 luglio 1932, si nota che nel Sud della Germania, prevalentemente cattolico, e nella Renania, anch’essa con alte percentuali di cattolici romani, il partito nazista in genere non superò il 19% dei voti e spesso si fermò anche prima: tanto per smitizzare il fatto che Monaco fu la culla del nazismo. ? nelle altre regioni, a grande prevalenza protestante, che Hitler sfondò: se si esclude Berlino, che bocciò drasticamente il futuro cancelliere, la Prussia e il Nord della Germania diedero allo Nsdap in molti casi la maggioranza assoluta. Il risultato fu un 37 e mezzo per cento a livello nazionale che consentì al F?hrer di forzare la situazione e salire alla Cancelleria nel gennaio successivo” (Corriere della sera, 14/1/2008).

Quanto ad Hegel, non si può dimenticare che questo mostro sacro del pensiero moderno, che fu professore a Berlino e sovvenzionato esaltatore dell’assolutismo prussiano, al punto da venir accusato di aver prostituito il pensiero al potere, nei suoi scritti più politici, aveva teorizzato una dottrina dello Stato come incarnazione di Dio, dell’Assoluto, arrivando a sostenere che “tutto ciò che l’uomo è lo deve allo Stato: solo in esso egli ha la sua essenza. Ogni valore, ogni realtà spirituale, l’uomo l’ha solo per mezzo dello Stato…Solo su questo piano, cioè nello Stato, possono esistere arte e religione”, per cui, come ovvia conseguenza, la moralità consiste nel vivere secondo le leggi del proprio Stato (scritti di Filosofia della storia, La nuova Italia, 1981). Non bisogna dimenticare che il suo pensiero in proposito, oltre che su Marx, influì anche in Italia, se è vero che un suo epigono, il filosofo Giovanni Gentile, insegnò al fascismo il concetto di “Stato etico”: “per il fascista tutto è nello Stato come la realtà vera dell’individuo, e nulla di spirituale esiste e tanto meno ha valore fuori dello Stato…lo Stato è creatore del diritto”, per cui “il fascismo è una concezione religiosa”.

Hegel, che esaltava i “popoli puramente germanici”, che soli hanno accolto la Riforma di Lutero, non fu soltanto il teorizzatore di questa visione dello Stato, bensì anche il propugnatore di un concetto di “superuomo” perfettamente concorde con la visione hitleriana. Hermann Rauschning, un nazista pentito, racconta che il dittatore amava ripetergli: “Seguo il cammino che la provvidenza mi indica con la sicurezza di un sonnambulo”. Hitler era infatti un uomo profondamente imbevuto di occultismo e di scienze esoteriche, iniziato alla setta segreta della Thule Geselschaft (vedi documenti), ed era profondamente convinto di essere l’uomo divinamente prescelto per salvare la Germania ed il mondo, dando vita a “cieli nuovi e terra nuova”. E molti, in quegli anni, ritennero che veramente fosse l’uomo inviato a risollevare le sorti disastrose della Germania, tanto che i paragoni tra lui e Gesù Cristo abbondavano nell’immaginario collettivo.

Ebbene Hegel, e dopo di lui i suoi seguaci, era solito spiegare ai suoi diligenti studentelli l’esistenza di uomini divini, “cosmico-storici” così descritti: “le nuove situazioni mondiali, le gesta che essi realizzano appaiono come loro creazioni, loro interesse e loro opera. Ma essi hanno il diritto dalla loro, perché sono i veggenti: essi sanno quale sia la verità del loro mondo e del loro tempo, quale sia il concetto, l’universale prossimo a sorgere: e altri, come si è detto, si riuniscono intorno alla loro bandiera, perché essi esprimono ciò di cui è giunta l’ora… e quel che fanno è quello che va fatto. Gli altri debbono loro obbedire, perché lo sentono…Questi individui soddisfano dapprima se medesimi: non agiscono affatto per soddisfare gli altri…ma resistere a questi individui cosmico storici è impresa vana”.

Per capire dunque perché il popolo tedesco abbia seguito il suo Fuehrer, anche nella sconfitta, sino alla fine, dobbiamo tenere conto sia di quella mentalità violenta ed ideologica sviluppatasi all’inizio del novecento ed inasprita dall’esperienza bellica, sia degli eccessi a cui i vincitori si lasciarono andare nei confronti della Germania vinta, suscitando un inevitabile sentimento patriottico che Hitler seppe coagulare intorno a sé, sia, infine, del substrato religioso e culturale su cui il nazismo potè innestarsi. Esso fu infatti figlio, anche, della mentalità protestante , della statolatria di Hegel e della sua dottrina degli uomini cosmico-storici, teorizzata a sostegno dei grandi dittatori del passato, da Cesare a Napoleone, sia infine, ma l’analisi sarebbe troppo lunga, dell’evoluzionismo darwiniano, che sbocca nel razzismo biologico, e dell’anticristianesimo di Nietzsche.

Fine prima parte.

Torino: la nuova capitale morale.

Dopo la fine del sogno rivoluzionario quarantottino, a decine di migliaia gli esuli della libertà vanno a Torino, nuova ed impensabile capitale italiana. Impensabile è la parola giusta: da sempre la classe dirigente torinese ha avuto il francese come eloquio privilegiato, esclusivo per le buone occasioni. Non è un caso che Cavour abbia fatto esercitazioni di italiano prima di affrontare i dibattiti in Parlamento.

Torino diventa la capitale morale d’Italia facendo proprie le ragioni del mondo civile contro quelle della barbarie medioevale, incarnate dalla Chiesa cattolica. Non solo: Torino diventa la nuova capitale religiosa d’Italia. Diventa, anzi, la capitale religiosa per antonomasia: Torino diventa Gerusalemme. Il paragone non sembra ardito a Roberto Sacchetti: “Torino saliva allora al colmo del suo splendore. Era stata forte e diventava grande – bella, balda di una gioia viva e seria come una sposa a cui preparano il corredo di nozze. La Mecca d’Italia diventava la Gerusalemme”.

A Torino, nuova capitale morale e religiosa d’Italia, si trasferiscono, e non può che essere così, tutti i liberal-massoni (Free-Mason, Franc-Ma?on, Libero-Muratore, liberalismo e Massoneria sono nell’Ottocento praticamente sinonimi) del resto d’Italia. I regnanti sardi offrono ai “fratelli” italiani un’accoglienza tanto calorosa da riservare loro (a tutto discapito dei locali) alcuni dei posti più prestigiosi nelle università, nei giornali, nella diplomazia, nello stesso Parlamento. Ecco come il siciliano Giuseppe La Farina, una delle più eminenti personalità massoniche emigrate a Torino, racconta l’accoglienza riservata agli esuli in una lettera alla “carissima amica” Ernesta Fumagalli Torti, spedita il 2 giugno 1848. “Arrivati appena a Torino – scrive – stavamo spogliandoci, quand’ecco il popolo preceduto da bandiere venire sotto le nostre finestre, e farci una dimostrazione veramente magnifica. Mi affacciai alla finestra, ringraziai; fui salutato con mille prove ed espressioni di affetto. La mattina seguente, dopo essere stati da’ ministri, ritorniamo a casa; e dopo un momento, chi viene a visitarci? Tutta la Camera de’ Deputati col presidente. Onore insigne, che i parlamentari non sogliono concedere né anco ai propri re”.

L’accoglienza “regale” offerta alla generosa emigrazione italiana, permette ai Savoia di incassare un importante obiettivo politico: li rende preziosi e credibili alleati degli stati che contano. Offre garanzie ai liberali -protestanti e massoni di tutto il mondo- che sono intenzionati a fare sul serio. Che hanno davvero deciso di rompere con la tradizione cattolica del proprio stato e della nazione cui quello stato appartiene. I Savoia per amore di regno e quindi per furto -come scrive D’Azeglio nei suoi ricordi- diventano fautori dell’ideologia massonica e della religione protestante che apertamente combattono la cultura e la religione nazionali. Grazie a questa scelta strategica che rende il Piemonte docile feudo della cultura inglese, americana, tedesca, di parte del Belgio e dell’imperatore Napoleone III, i Savoia godono dell’appoggio incondizionato dell’una o l’altra di queste potenze e realizzano l’unità d’Italia sfruttando fino in fondo e con grande spregiudicatezza l’unico elemento in proprio favore: la radicale disomogeneità culturale e religiosa con il resto della penisola. L’anima massonica del regno sardo, ed in particolare del Parlamento subalpino, viene mai apertamente alla luce? No, perché l’associazione è pluriscomunicata e perché il primo articolo dello Statuto vincola i parlamentari all’ossequio della fede cattolica definita religione di Stato.

L’11 novembre 1848, però, un brillante intervento del deputato Cavallera rende palpabile la “fraternità” quasi come l’aria che si respira. Si sta discutendo di sollevare le finanze dello stato, esauste per la campagna militare, ricorrendo all’esproprio e alla vendita dei beni delle corporazioni religiose. Contrario alla proposta Cavallera fa un discorso brevissimo, allusivo, singolare e sintomatico insieme, che dopo un primo momento di sconcerto suscita la generale ilarità. Ecco le poche battute del curioso intervento. Gli ordini religiosi -osserva il deputato- sono nati in Italia dove esistono da “più di 12 secoli”. Bisogna dedurne che “necessariamente corrispondono ad un bisogno reale della società (rumori) [chiosa degli Atti del Parlamento subalpino]; e per conseguenza se si volessero abolire, altre se ne dovrebbero sostituire; infatti i moderni che vollero abolire i frati, vi sostituirono un’altra specie di frati: e cosa sono i circoli politici, se non vere fraterie? (Sorpresa e scoppio generale di risa prolungate). Perciò posto che non si sa stare senza frati, ai moderni preferisco gli antichi (Segue ilarità e mormorio di voci diverse)”.

Il Sessantotto come esplosione del nichilismo contemporaneo.

Nell’Europa libera dalla dittatura comunista il 1968 è l’anno della rivolta giovanile, del maggio francese, delle manifestazioni degli universitari della Sorbona, della Germania, della Cattolica di Milano, di Sociologia a Trento, della Normale di Pisa…

Mentre i Cecoslovacchi muoiono manifestando contro la dittatura, nella famosa “primavera di Praga”, in Europa si guarda alla Cina di Mao o alla Cuba di Castro, si coniugano Marx e Freud, si lotta contro i professori “baroni”, contro ciò che viene considerato negativamente come autorità: la famiglia, la Chiesa, e lo Stato….

Si leggono “Contro la famiglia” di Cooper, “Uccidi il padre e la madre” di Rubin, i testi della contestazione americana, di Kerouak (“Sulla strada”), di Allen Ginsberg… si ascoltano Dylan e i Beatles….nascono le prime comunità acquariane, il movimento dei verdi, la moda dei viaggi in India e in Messico, sulle tracce di religioni antiche e della sperimentazione psichedelica delle sostanze stupefacenti. Nasce il movimento della liberalizzazione delle droghe, guidato, in Italia, dal giovane Marco Pannella e da Massimo D’Alema, dirigente della gioventù comunista; sorgono le Brigate Rosse di Curcio, studente di Sociologia, a Trento, a cui si affiancherà il terrorismo nero dei Nap di Fioravanti; si diffonde il femminismo, e si forma quel brodo di coltura che avrebbe portato, negli anni ’70, all’introduzione, in molti paesi europei, del divorzio e poi dell’aborto.

Dalla contestazione del ’68 l’Europa esce trasformata: il sistema di valori su cui si era retta per secoli viene in parte stravolto e mutato. Cosa ha determinato questa rivoluzione? Le spiegazioni date dagli storici sono varie. Volontà di giustizia, di maggior equità, di una società più democratica, di costumi più liberi, di diritti sicuri, in una gioventù ardente, idealista, generosa: questa è stata a lungo la tesi più diffusa. Si aggiungeva, al più, che non sempre queste esigenze furono declinate in modo giusto, che talora sfociarono nella violenza, nel terrorismo, nella droga, quasi come in un incidente di percorso, per l’imprudenza di alcuni.

Altri hanno visto nel ’68 l’esplosione di un cancro, di un bubbone pestifero, latente nel corpo sociale, un po’ come all’inizio del Novecento: si sarebbe sfogato, non in una guerra mondiale, ma nella guerra civile, nelle centinaia di ragazzi uccisi per motivi ideologici nelle strade d’Italia, nei suicidi sempre più diffusi, nell’uso autodistruttivo, pressoché nuovo per il nostro paese, delle droghe, nella crisi della famiglia… Fra costoro c’era il più letto scrittore italiano del Novecento, Giovannino Guareschi: “L’attuale generazione di italiani – scriveva -…più che una generazione è una degenerazione”; e poco prima di morire, all’alba del 1968: ” O giovani diffidate di chi vi sorride e vi dà importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gasato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola, una scheda elettorale, un cartello, un manganello, un mitra. Protesto perché sono stato giovane e buggerato come saranno immancabilmente buggerati i giovani d’oggi…”.

Vediamo allora brevemente cosa è stato, anche, il celebre Sessantotto, in particolare quello studentesco e giovanile. Questo momento storico ha indubbiamente come precursori e maestri gruppi e personalità del rock che utilizzano per così dire, oltre ad un vero e proprio linguaggio subliminale, anche un altro tipo di linguaggio mascherato. La rivoluzione culturale del Sessantotto è tale proprio perché muta la cultura, il modo di pensare, e giunge a mutare il significato stesso delle parole, come otri svuotati e riempiti di vino nuovo. “Pace”, “libertà”, “solidarietà”, “amore” sono le parole ricorrenti, gli slogans della generazione rivoluzionaria cresciuta alla scuola di musicisti rock da una parte, e filosofi dall’altra. Le parole, quando non designano ciò che significano, sono subdole, si insinuano quasi subliminalmente e fanno carriera solo per il bel suono, per la moda, per quella patina positiva che hanno ereditato, ma di cui sono state poi spogliate: la libertà, la solidarietà, l’amore, la pace che “trionfano” in quegli anni sono l’esatto contrario di questi valori intesi in senso oggettivo, reale.

Vengono infatti ad esplicarsi, a concretizzarsi in un messaggio di profondo egoismo che è riassumibile negli slogans dominanti: “Fai ciò che vuoi” ; “Né maestro né Dio. Dio sono io”. Parafrasando Sant’Agostino si può dire che siamo di fronte all’amore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, contrapposto all’amore di Dio e del prossimo fino al disprezzo di sé. Egoismo ed individualismo, come sbocco del rifiuto di ogni morale e di ogni ordine, si affermano con prepotenza e diventano lotta contro tutto ciò che è d’intralcio all’auto-realizzazione personale, alla propria “libertà”, dicono. La stessa famiglia, che dovrebbe essere il primo luogo della realizzazione dell’amore, della solidarietà, della pace intesi in senso reale, viene condannata, accusata violentemente, come limitazione all’io ipertrofico, che vuole diventare dio.

Lo ricorda Lidia Ravera, giornalista de “L’Unità” ed autrice di un famoso libro sul Sessantotto, dal titolo eloquente, “Porci con le ali”: “Ricordo di aver preso la parola in un seminario contro la famiglia organizzato nella mia scuola…”. Rossana Rossanda, poi direttore de “Il Manifesto”, in una lezione rievocativa e celebrativa sul Sessantotto, cui partecipò da protagonista, scrive che nell’ottica di un'”energica liberazione sessuale” appare presto chiaro a lei e compagni “che un movimento comunista deve battersi per la fine della famiglia” (“Cinque lezioni sul ’68”, supplemento al n? 34 di “Rossoscuola”, Torino 1987). Valori come la fedeltà, e cioè l’amore radicato, temprato anche dalle prove della vita, vengono derisi e sputacchiati. Quello che rimane più chiaramente nel ricordo, ora “dolce” ora amaro, di sessantottini come Aldo Ricci e Mauro Rostagno a Trento, Lidia Ravera, Gillo Pontecorvo, ecc… è il comunismo di donne più che il comunismo di beni, le famose comuni nelle università occupate, l’attuazione dello scambismo delle coppie teorizzato da Wilhelm Reich. La droga ha un ruolo non piccolo nel determinare l’esplosione di questa libertà e amore intesi in senso puramente egoistico. Agisce da impulso disinibente e isolante, permette ed innesta il meccanismo della sfrenatezza e di una libertà tanto assurda da essere innaturale e distruttiva.

L’uso della droga è il primo passo del sovvertimento di ogni ordine e di ogni valore, fino a fare del proprio ombelico il centro del mondo e del proprio ventre il monte Sinai da cui discendono le Tavole della Legge. “I derivati della canapa – ricorda la rivista antiproibizionista “Cannabis” – venivano rigidamente usati come sostanza sacramentale da un’estesa e colorata tribù che aveva optato unilateralmente per l’abolizione […] della proprietà privata, della famiglia mononucleare (e cioè normale, N.d.A.), dei tabù sessuali…”, fra i quali anche l’incesto. Ne sono esempi lampanti le vite personali di maestri riconosciuti del Sessantotto e portavoce della beat generation come Bob Dylan, i Beatles, Jack Kerouac , Allen Ginsberg … Scriveva John Lennon: “Volevamo liberare il mondo […]. Parlavamo di pace […]. Per sopravvivere ho sempre avuto bisogno di droga […]. La mia passione per l’LSD è durata anni senza alcun cedimento. Anche George (Harrison) era un fanatico dell’LSD […]. Per anni ho vissuto al centro di uno sfrenato festeggiamento: ero come un imperatore, con miliardi di ragazze, droga, alcool, potere a volontà […]. In fondo eravamo come dei tossici, incapaci di interrompere la nostra routine autodistruttiva […]. Ci procuravamo delle prostitute […]. Del tour di Amsterdam ci sono delle mie foto dove esco strisciando sulle ginocchia da un bordello…” (J.Lennon, “Pace, amore e musica. Scritti autobiografici”, Ed. Blues Brothers, Milano 1996, pagg. 76, 102, 132, 36). In Italia, accanto a Dylan e ai Beatles, sono anche altri i profeti del Sessantotto: nelle università si leggono, oltre a Karl Marx, Lenin e Fidel Castro, Sigmund Freud, Herbert Marcuse, Erich Fromm, Friedrich Nietzsche… Il messaggio morale è sempre quello di una liberazione dalla famiglia, dai tabù dell’incesto, dal matrimonio… intesa appunto nietzscheanamente, nell’ottica dell’io egocentrico che, dopo aver proclamato la morte di Dio, si fa superuomo per essere al di là del bene e del male.

Ma il superuomo rimane un’élite: “Ho l’impressione – scrive Aldo Ricci, oggi approdato ad altri lidi, ricordando il Sessantotto di Trento come un’eccezione per lui positiva – che la trasgressione sia sempre stata appannaggio, patrimonio […] di élites ristrette e sparute, quando non impaurite dalla repressione che su questa landa imperversa da duemila anni”, una “dittatura bimillenaria” , che è evidentemente, per il Ricci, quella di Cristo (A.Ricci, “I giovani non sono piante”, Ed. SugarCo, Milano 1978). I risultati, nonostante le dotte teorie, che non disdegnano il paragone con la ribellione di Satana quale esempio di libertà (Fromm), rimangono spesso piuttosto meschini. Si parla, è vero, anche di rivoluzione marxista, di guerra del Vietnam, di lotta dura contro il sistema, di anarchia, ma spesso sono parole vuote, e molti di questi ribelli anarchici finiranno male, falliti, suicidi, o sulle poltrone del potere. Mauro Rostagno, membro di Lotta Continua, confessava: “Quando andavamo in giro a parlare non rivendicavamo mai i nostri aspetti più belli, ma soltanto quelli tradizionali e scontati: il rapporto con la classe operaia […] non le altre cose che poi si sono rivelate le più importanti…. A questi discorsi sulla droga associai quello sulla liberazione sessuale […]. Vai in giro a predicare ogni sorta di liberazione e poi, distrutto, torni a casa a picchiare tua moglie e i tuoi figli “. Del resto, Aldo Ricci scrive: “Conosco tutti o quasi gli autori del Sessantotto […] brigatisti, potereoperaisti, ma nessuno di loro – dico nessuno – tra quelli che contavano e contano, era operaio”. Sono indicativi gli slogans che compaiono sui muri delle università nel ’68 e nel suo erede, il ’78: “Il sesso è tuo, liberalo”; “Quinto: uccidi il padre e la madre” (titolo di un testo chiave dell’anarchico Jerry Rubin, accanto a “Do It”); “Inventate nuove perversioni sessuali”; “Fate saltare le menti meccaniche con l’acido santo”; “Vitamina al vostro cervello. LSD”; “L’alcool uccide, prendete l’LSD”; “Oh, Dio me! Come sto mal, aiuto ci vuol la cocaina, presto”…

Uno dei protagonisti dell’epoca, forse il padre più autorevole della beat generation, amico di Dylan e di Lennon, è Allen Ginsberg: con lui l’uso di droghe, la sfrenatezza dell’orgia e dell’incesto, diventano mito, epica e ideale a sfondo filosofico da consegnare alle generazioni. ? la vera cultura della droga, la droga consigliata, esaltata, propinata come segno di superiorità, non l’esperienza di debolezza, sfortunata, il dramma umano di tanti che sono anche vittime. Ginsberg descrive nelle sue poesie, che diverranno un testo sacro per molti sessantottini d’oltreoceano, ma anche nostrani, e nei suoi diari, con linguaggio schizofrenico, rapporti incestuosi tra parenti, episodi di pazzia, le virtù visionarie dell’oppio, del peyote, delle piante allucinogene messicane e indiane, in una sorta di lotta sacra contro “il Moloch il cui nome è la Mente”. Scrive: “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia […] trascinarsi per strade nere all’alba in cerca di droga rabbiosa”; “Vomito, sono in trance, il mio corpo è colto dalla convulsione […] sono qui nell’inferno”; “Sante le visioni, sante le allucinazioni […] santo l’abisso” (Allen Ginsberg, “Urlo e Kaddish”, Ed. Il Saggiatore, Cuneo 1997, pagg. 135, 381, 135). Recatosi dagli stregoni del Nord America prima, e da quelli dell’ Amazzonia poi, sperimenta cerimonie rituali e piante allucinogene sino ad avere una completa visione della morte, in cui essa, identificata con dio, abbraccia l’intero universo: “Una notte, nel Perù, mentre prendevo l’Ayahuasca (sostanza allucinogena il cui nome significa “liana della morte”, ndr) con gli stregoni mi trovai faccia a faccia con ciò che mi parve l’immagine della Morte venuta di nuovo ad ammonirmi che tutta questa mia meità era solo vanità e vuoto…” (“A.Ginsberg, “Jukebox all’idrogeno”, Mondadori).

Siamo innegabilmente di fronte ad una sorta di nichilismo gnostico che si coniuga con l’influsso delle religioni indiane e delle connesse dottrine del New Age. Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Aldous Huxley, William Burroughs, Peter Orlovsky non sono solo i propagandisti dell’uso “conoscitivo” e “visionario” delle droghe, ma gli apostoli in America della nascente New Age, nel cui sincretismo c’è spazio per lo spiritismo, per la droga, per le tecniche yoga, mantra, zen, per lo sciamanesimo indoamericano e per i riti africani a base di sostanze allucinogene, dette anche “enteogene”. Costoro si recano in Messico, in India, nel Tibet, e iniziano a circondarsi di guru indiani, come faranno poi i Beatles, ma anche molti italiani come Rostagno (che va a studiare i riti di trance e la macunba, e a sperimenta il peyote). Il raduno di Woodstock, che fu una grande cassa di risonanza per la “pace dello spinello” è aperto proprio dal discorso di un santone indiano. Per il buddhismo, la vita è male e sofferenza, il corpo una prigione da cui ci si può liberare alla fine del ciclo delle reincarnazioni, per approdare all’agognata estinzione nirvanica (fine della volontà, del pensiero e della personalità). Per questo assumono importanza le esperienze al di là dell’essere, del pensiero, cioè arazionali, alogiche, spersonalizzanti, annullanti l’io individuale: da qui nascono le tecniche indiane respiratorie o di ripetizione autoipnotica (“mantras”), per uscire, evadere dall’essere, dall’autocoscienza, dal pensiero, per raggiungere il “vuoto mentale” dello Zen, la noluntas – assenza di ogni volontà, di ogni anelito di vita – come vertice della “liberazione”, di Arthur Schopenauer. Jack Kerouac, un altro “mistico” della droga, rimastone vittima a soli 47 anni, scrive di aver raggiunto l’illuminazione buddista e di aver capito che la vera realtà è il vuoto. Ma, accanto a questo desiderio di annullamento e di morte, si affiancano strane suggestioni sataniche, come si evince chiaramente dall’incipit del suo “Le città delle notti rosse”: “questo libro è dedicato agli Antichi, al Signore delle Abominazioni…Angelo Oscuro di tutto ciò che è escrezione e corruzione, signore della Decomposizione…a Ix Tab…patrona di coloro che si impiccano…, al Distruttore…al Signore degli Assassini. Niente è vero. Tutto è permesso”. Un esempio italiano di questo particolare connubio tra esperienze di droghe, religiosità indiana e spiritismo, è Franco Battiato, il cantautore filosofo che inizia ad emergere proprio nel ’68, e che dissemina le sue canzoni di riferimenti dotti, non sempre facilmente comprensibili. Nelle sue conversazioni col giornalista Franco Pulcini egli anzitutto riconosce la “filosofia indiana” come “punto di riferimento costante della mia vita”. Poi prosegue illustrando il suo rapporto con le droghe: “Io, personalmente, ne ho fatto uso, ma con un criterio che definirei sperimentale e conoscitivo […]. Ho fatto un’esperienza per ogni tipo di droga. La mescalina è stata la più sensazionale, con visioni eccezionali! […]. Sono droghe obiettivamente esatte […]. è un piacere assoluto […]. Il cervello ti funziona in maniera diversa…” (F. Battiato, “Tecnica mista su tappeto”, E. D. T, Torino 1992, pagg. 12, 14, 15, 69, 70).

Prosegue affermando che vi sono esercizi sul proprio corpo tramite i quali si può raggiungere uno stato simile a quello degli allucinogeni (“meditazione”), parlando di magia sessuale tantrica, di reincarnazione, di spiritismo: “E le notti in cui sogni molto, sono le notti in cui riposi meglio?” – chiede Pulcini. “Riposo abbastanza bene […] a meno che non mi trovi in qualche stanza d’albergo con qualche influenza che non mi piace”. Pulcini: “Quindi tu senti delle presenze?”. Battiato: “Sono una specie di calamita”. Pulcini: “I fantasmi e gli spiriti ti si appiccicano addosso?”. Battiato: “Quello è difficile. Ci provano ma non li faccio entrare…”. In conclusione si può dire che c’è una storia del ’68 che viene spesso occultata, nascosta a bella a posta. Lo ha ribadito un altro protagonista dell’epoca, amico di Marco Pannella e direttore della rivista “Re Nudo”, Andrea Valcarenghi: “C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. è la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…” . (da “Voglio una vita manipolata”, Ares)

La rivoluzione romana del 1848.

Ci è stato insegnato che nel 1849 la popolazione romana oppressa dal millenario giogo pontificio risorge a nuova gloria sotto la guida di un triumvirato (Mazzini, Saffi, Armellini) che le ridona la libertà. Quello che è certo è che gli uomini che hanno liberato la città eterna erano tutti, o quasi, rigorosamente stranieri. Il fatto è strano.

Come si fa a ritenere che il genovese Mazzini, il nizzardo Garibaldi, il genovese ministro della guerra Avezzana, il friulano Dall’Ongaro direttore del giornale ufficiale “Monitore Romano”, il napoletano Saliceti redattore della Costituzione (l’elenco è lungo) e tutti i rivoluzionari che da ogni dove calano a Roma, possano occuparsi delle città eterna con più lungimiranza del papa e dei romani? Questo paradosso si spiega tenendo presente che Roma rappresentava (e per molti ancora oggi rappresenta) non una città con la sua concreta realtà ma una Idea, un ideale universale. Mazzini lo dice a chiare lettere: a chi dice “Roma è dei Romani”, bisogna rispondere: “No; Roma non è dei Romani: Roma è dell’Italia: Roma è nostra perché noi siamo suoi. Roma è del Dovere, della Missione, dell’Avvenire”.

E quelli che non sono d’accordo? quelli che sono e vogliono restare cattolici, cioè quasi tutti? “I Romani che non lo intendono non sono degni del nome”. Nello scritto redatto Per la proclamazione della Repubblica Romana Mazzini proclama: “Roma, la Santa, l’Eterna Roma, ha parlato”. Cosa ha detto Roma per bocca di Mazzini, suo profeta? Che è ora che il potere non spetti più ai papi ma appartenga per intero ai migliori: “Noi vogliamo porre a capo del nostro edifizio sociale i migliori per senno e per core, il Genio e la Virtù”. Va da sé che Mazzini ritiene sé stesso il migliore dei migliori. E infatti: “Mazzini era tutto, regolava tutto. Egli era in trono; papa, re, negoziatore, legislatore, cospiratore supremo, e tutto e tutti ai suoi ordini obbedivano”, racconta lo storico romano contemporaneo Paolo Mencacci. I rivoluzionari dell’Ottocento sono assolutamente certi, proprio come i loro successori del XX secolo, di avere ragione. Scrivendo nel lontano 1832 Mazzini esprime bene questa convinzione: “LE RIVOLUZIONI, generalmente parlando, NON SI DIFENDONO CHE ASSALENDO […] se non è guerra d’eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi, che la natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e vilmente!”. Dalle parole ai fatti. Pio IX, da Gaeta dove è fuggito, descrive la situazione romana in termini drammatici. I rivoluzionari, ricorda, sbandierano ai quattro venti di volere la libertà per tutti ed in particolare per la chiesa.

Ebbene, commenta, questi sono i fatti: è impedita al pontefice ogni tipo di comunicazione vuoi col clero, vuoi con i vescovi, vuoi con i fedeli di Roma; la città si riempie di uomini (apostati, eretici, comunisti e socialisti, come si definiscono) provenienti da tutto il mondo pieni di odio nei confronti della Chiesa; i liberali si impossessano di tutti i beni, redditi e possedimenti ecclesiastici; le chiese sono spogliate dei loro ornamenti; gli edifici religiosi dedicati ad altri usi; le monache maltrattate; i religiosi assaliti, imprigionati ed uccisi; i pastori separati dal proprio gregge ed incarcerati. Questa la libertà che viene realizzata. Le società segrete, prosegue Pio IX, non si limitano a perseguitare la Chiesa, mettono in pericolo l’ordine e la prosperità della società civile: l’erario pubblico è dissipato e ridotto a nulla; il commercio interrotto e quasi inesistente; i privati derubati dei loro beni da coloro che si definiscono guide della popolazione; la libertà e la stessa vita di tutti i sudditi fedeli messa in pericolo. Il papa mette in guardia i cattolici: il vero fine delle società segrete (che non esitano ad utilizzare a questo scopo lo stesso nome di Cristo) è la totale distruzione della Chiesa cattolica. I rivoluzionari accorsi a Roma da ogni dove, duramente condannati dal papa, godono dell’appoggio della popolazione? A leggere quanto scrive Luigi Carlo Farini, personaggio di primo piano del mondo liberale e futuro presidente del Consiglio, sembrerebbe proprio di no.

Ne Lo stato romano dall’anno 1814 al 1850 Farini scrive: “Fra gli inni di libertà, e gli augurii di fratellanza erano violati i domicilii, violate le proprietà; qual cittadino nella persona, qual era nella roba offeso, e le requisizioni dei metalli preziosi divenivano esca a ladronecci, e pretesto a rapinerie”. La situazione nel contado è diversa, più favorevole ai repubblicani? A giudicare dalle Memorie di Garibaldi sembra proprio di no. Scappando da Roma dopo l’intervento delle truppe francesi che riportano Pio IX in città, il generale così descrive l’accoglienza della popolazione: “mossomi da Tivoli verso tramontana per gettarmi tra popolazioni energiche e suscitarne il patriottismo, non solo non mi fu possibile riunire un sol uomo, ma ogni notte[…] disertavano coloro che mi avean seguito da Roma”. Cosa fanno, poi, i rivoluzionari che disertano? “I gruppi di disertori si scioglievan sfrenati per la campagne e commettevano violenze d’ogni specie”. Bisogna dirlo: la libertà che trionfa nella Roma del 1849 è la libertà di quanti non vogliono più che la Rivelazione -e la chiesa che la interpreta- mettano freni o limiti alla volontà di potenza di quanti si ritengono “illuminati”.

Stato federale o stato centralizzato?

Stato federale o stato centralizzato? Un dibattito che ha appassionato per più di un secolo la nostra storiografia nazionale, potrebbe avere un contributo decisivo dall’analisi delle discussioni del parlamento subalpino relative alla soppressione delle Dame del Sacro Cuore di Gesù.

Andiamo con ordine. La lotta contro gli ordini religiosi cominciata coi gesuiti segue il suo corso naturale. Se i gesuiti sono appestati e quindi contagiosi, è inevitabile che si ammalino di peste anche quanti vengono a contatto con loro. Nelle intenzioni degli illuminati liberali il piano è coerente: con la scusa del contagio tutti gli ordini religiosi della chiesa cattolica (pur definita dallo Statuto unica religione di stato) possono venire aboliti uno dopo l’altro come in un domino inarrestabile. In questo contesto un rilievo tutto particolare -anche per l’importanza della discussione che occupa il parlamento per tre mesi di fila- assume il caso delle Dame del Sacro Cuore di Gesù, definite “gesuitesse”.

Si tratta di una ventina di suore che a Chambéry reggono una scuola prestigiosa, accusate di “affiliazione gesuitica”. Per farsi un’idea della serietà delle imputazioni addotte contro le suore basti citare un brano dell’intervento del loro principale accusatore, l’avvocato Cesare Dalmazzi. “E’ noto -afferma Dalmazzi- che queste Dame, giustamente chiamate gesuitesse, sono dirette dallo stesso principio [dei gesuiti] che ne sono totalmente dipendenti, e che per loro mezzi s’infondono nel cuore delle alunne sentimenti politici e pratiche religiose che non vanno d’accordo con quelli che debbono dominare in un generoso sistema di educazione. La tolleranza loro non è cosa che debba essere approvata dalla Camera. Se si lascia la male sequenza gesuitica in un luogo dello Stato, essa si spanderà presto come la gramigna nel rimanente del paese”. Nel 1848 un capo d’accusa come questo equivale alla sicura emissione di una condanna a morte. E infatti i parlamentari votano per la soppressione dell’ordine incriminato. Se non che le suore di Chambéry hanno dalla loro tutta la popolazione -liberali compresi- e i deputati savoiardi difendono in parlamento la presenza delle suore a casa loro con argomenti che paiono incontrovertibili. Come si può sostenere di volere la libertà mentre la si nega ad “una ventina di suore”? Afferma Jacquemoud. Vogliamo forse la libertà solo per noi stessi e per le nostre idee senza rispettare quelle degli altri? Si domanda Costa de Beauregard.

E soprattutto, continua, “Perché rifiutare alla Savoia la capacità di apprezzare quello che le conviene?”; “i savoiardi sono convinti di avere abbastanza discernimento per decidere cosa convenga loro”, osserva Jacquemoud. Esasperati dalla sordità della maggioranza alle ragioni della regione che rappresentano, i deputati savoiardi invocano una consultazione popolare. La proposta sembra ineccepibile ma non viene nemmeno presa in considerazione. Perché? perché, come ricorda il Ministro della pubblica istruzione Carlo Boncompagni, “dalle informazioni che ci mandano le autorità preposte all’insegnamento in Savoia consta che veramente queste corporazioni hanno per sé l’opinione pubblica; abbiamo su questo informazioni di persone di diverse opinioni”. Con quali motivazioni la maggioranza piemontese può ignorare le sacrosante proteste (suffragate fra l’altro da petizioni sottoscritte da moltissime persone, comprese tutte quelle che contano) di un’intera regione che difende un bene primario come l’istruzione? I deputati sostengono che si tratta di una questione di principio, tale quindi da non poter transigere al riguardo. La questione di principio -che la popolazione della Savoia non capisce ma che è perfettamente chiara all’1% della popolazione di fede liberale- è che i gesuiti, e quindi le Dame, debbono essere soppressi perché altrimenti non è possibile che si sviluppino i “principi liberali”. Qualche anno dopo sarà sempre la stessa motivazione ad imporre la costituzione di uno stato centralizzato. Lasciati a sé stessi gli italiani non avrebbero capito la pericolosità degli ordini religiosi della chiesa cattolica. Lasciati a sé stessi e alle proprie superstizioni gli italiani avrebbero continuato ad essere cattolici. Si trattava di convincere la popolazione a cambiare cultura, tradizioni e religione. L’immane compito che la classe liberale si attribuiva non poteva essere conseguito senza la ferrea imposizione di uno stato rigidamente centralizzato.

Analogie della storia.

Un anno è finito, ne inizia un altro. Quello trascorso è stato l’anno in cui si è parlato a iosa dei preti omosessuali e pedofili, realtà purtroppo vera, ma enormemente amplificata dai media e da chi ne ha tratto guadagno, economico e ideologico.

George Mosse, nella sua “Sessualità e nazismo”, dopo aver ricordato che molti leaders delle SA che portarono al potere Hitler erano omosessuali e talora pedofili, racconta come il regime, dopo una certa data, condannò l’omosessualità. E aggiunge: “Una volta franato il potere delle SA (con la notte dei lunghi coltelli, ndr), fu la volta della Chiesa cattolica a essere rimessa in riga con le accuse di omosessualità rivolte a preti e a monaci. Tra il 1934 e il 1937 la Germania celebrò processi pubblici contro sacerdoti e monaci accusati di reati contro il pudore, benché alla fine solo 64 dei 25mila ecclesiastici tedeschi inquisiti poterono essere dichiarati colpevoli, sia pure da tribunali prevenuti”.

Il 2007 è stato anche l’anno della guerra asimmetrica contro la Chiesa, che non paga l’Ici e che costa assai al cittadino contribuente, come ha sostenuto il quotidiano “Repubblica”, nota agenzia umanitaria che costruisce ospedali, scuole e esercita la beneficenza, da oltre duemila anni. E’ stato l’anno della richiesta di abolire il Concordato con tutte le sue concessioni alla Chiesa, senza però restituire nulla di quello che le fu tolto, da Montecitorio alle Opere Pie, soppresse nei decenni dai governi post-unitari per pagarsi il nostro “imperialismo straccione”.

Viene utile al proposito un aneddoto riportato dallo storico Micheal Burleigh nel suo “In Nome di Dio” (Rizzoli): “Durante la prima guerra mondiale Benedetto XV aveva speso tutta la sua fortuna e di conseguenza gli introiti ordinari della Santa Sede per rimpatriare i prigionieri di guerra o per assicurare i soccorsi ai rifugiati: nel 1922 il tesoro del Vaticano equivaleva in valuta moderna a qualche centinaia di migliaia di euro. Non potendo offrire in pegno le opere di Bernini, Michelangelo o Raffaello, il suo successore svuotò ancor più le casse della Chiesa con le generose donazioni alla popolazione tedesca rovinata dall’inflazione durante la repubblica di Weimar o con gli aiuti alle popolazioni affamate in Unione Sovietica”, dove Lenin avevano appena iniziato le persecuzioni e gli espropri ai danni di cattolici e ortodossi.

Questo è stato anche l’anno in cui si è a lungo discusso sulla sorte dei bambini prematuri, e dei bambini malati, proponendo la via più economica, in tutti i sensi, cioè la sospensione delle cure, o l’eliminazione diretta. “L’eliminazione- scrive M. D’Antonio, nel suo “La rivolta dei figli dello Stato”, relativo all’eugenetica negli Usa ai primi del Novecento- fu praticata nel concreto dai medici eugenisti i quali, tra l’altro, esercitarono forti pressioni sui genitori di neonati con difetti alla nascita, perché negassero loro le cure mediche salvavita. Questo tipo di omicidio compassionevole fu il principale soggetto di un lungometraggio del 1917, The black Stork, che sosteneva che Dio considerava l’eutanasia un atto d’amore…”.

E’ stato anche l’anno di Welby e dei filmati di Silvio Viale, nelle scuole, a favore dell’eutanasia compassionevole. Nicholas Startgardt, nel suo “La guerra dei bambini”, racconta come per promuovere l’ “uccisione misericordiosa” il gerarca nazista Goebbels cercò di preparare l’opinione pubblica facendo “girare un film sul suicidio assistito di una donna che stava morendo lentamente e dolorosamente di sclerosi multipla…Discutendo il dilemma psicologicamente avvincente del diritto della donna di scegliere la propria morte e del dottore di aiutarla, molti riflettevano sulla opportunità o meno di una legge che autorizzasse l’eutanasia”. Ad opporsi solo vescovi come von Galen e Konrad…Intanto i nazisti uccidevano di nascosto i bambini più o meno disabili.

Il 2007 è stato anche l’anno dei pacs e dei dico, matrimoni da realizzarsi o sciogliere anche tramite cartolina….Nella Russia comunista nel 1917 venne concesso il divorzio e venne abolito il matrimonio religioso, nel 1920 fu introdotto l’aborto… “Il codice del 19 novembre 1926 conferma queste disposizioni e si spinge ancor più in lontano, giacché pone su un piano di uguaglianza il matrimonio registrato allo Zags e l’unione di fatto, il concubinaggio. Per divorziare è sufficiente una semplice richiesta unilaterale, per lettera: è il divorzio ‘cartolina’…”. Gli effetti? “L’instabilità matrimoniale e il rifiuto massicci dei figli… Gli aborti si moltiplicano, la natalità cala in modo pauroso, gli abbandoni dei neonati sono frequenti. Gli orfanotrofi sommersi, diventano dei veri mortori. Aumentano gli infanticidi e gli uxoricidi” (“Storia delle donne”, Laterza).

Il 2007, infine, è stato l’anno della celebrazione di Garibaldi, che ad alcuni piace per la camicia rossa, ad altri per il suo odio viscerale per la Chiesa. In occasione del concilio Vaticano I, scriveva ai suoi amici: “Qui nella contaminata vecchia capitale del mondo, si disputerà sulla verginità di Maria che partorì un bel maschio sono ora 18 secoli (e ciò importa veramente molto alle affamate popolazioni); sull’eucarestia, cioè sul modo di inghiottire il reggitore dei mondi, e depositarlo poi, in un Closet qualunque. Sacrilegio che prova l’imbecillità degli uomini che non regalano d’un pugno di fango il nero, che sì sfacciatamente si beffa di loro. Finalmente sull’infallibilità di quel metro cubo di letame che si chiama Pio IX…”. Anche qui un’analogia: ieri come oggi, per parlare male del prossimo, che ci si chiami Garibaldi o Luttazzi, sempre e solo al letame, certuni, ricorrono.

La vita in Russia fra Lenin e Stalin.

"È precisamente ora, e solo ora, quando nelle regioni in preda alla carestia la gente mangia carne umana, e centinaia se non migliaia di corpi giacciono sulle strade, che possiamo – e quindi dobbiamo – portare avanti la confisca dei valori posseduti dalla Chiesa con la più selvaggia e spietata energia, non fermandoci davanti ad alcuna resistenza".

Già da queste poche righe, inviate da Lenin a Molotov, il 19 marzo del 1921, in una nota segreta dell’Ufficio politico, si può ravvisare la cifra di un regime che sin dalla sua fase iniziale, nel momento della costruzione del nuovo Stato rivoluzionario, evidenziava quei caratteri che si sarebbero poi rivelati i tratti distintivi della storia sovietica: dalla cruenta realtà della costruzione dello Stato socialista al "ruolo della personalità della storia"; dalla recrudescenza del terrore durante la guerra civile alla politica antireligiosa; dal perdurante conflitto tra il regime sovietico e il mondo delle campagne fino all’uso politico delle carestie per mettere a tacere le rivolte contadine contro il "partito revolver", così veniva chiamato il Pcus nelle campagne. Su tutti questi temi si concentra l’ultimo libro di Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945 (Bologna, il Mulino, 2007, pagine 652, euro 30) dal quale è tratta la citazione iniziale. Una narrazione storica di largo respiro con una documentazione archivistica e bibliografica amplissima – di estremo interesse, peraltro, il saggio bibliografico a conclusione del volume – che non si esaurisce soltanto nella descrizione del terrore rosso, delle purghe staliniane o dell’abominio dell’universo concentrazionario sovietico ma che riesce ad intrecciare i dati economici con le risoluzioni politiche, i quozienti statistici con la memorialistica, le peculiarità geografico-territoriali con la dimensione culturale, senza nulla togliere al racconto cronologico che costituisce l’architrave di tutta la narrazione.

Il punto di partenza del volume di Graziosi è costituito dalla constatazione che l’impero russo, nel 1913, seppur calato in un contesto socioeconomico ancora arretrato e contradditorio, era un "paese vivissimo in pieno boom economico e culturale e in rapida evoluzione". L’autore non condivide, pertanto, la tesi di coloro che hanno visto una Russia immobile, fatalmente autocratica, condannata a una rivoluzione già preannunciata dal 1905 e "destinata a passare dallo zarismo al bolscevismo". Al contrario, la rivoluzione d’ottobre rappresentò, al tempo stesso, una "sorpresa" per tutti i dirigenti rivoluzionari, compreso Lenin, e "un colpo di mano" conseguito con "il tacito appoggio" di una parte importante del paese. L’avvento del comunismo, definito dall’autore come una "nuova parareligione laica", si basò, però, su un equivoco di fondo incarnato da "due bolscevismi": quello dei contadini-soldati e quello "vero" della piccola ma risoluta "élite politica che si fregiava di questo nome". E proprio al centro dell’analisi di tutto il volume si colloca questo rapporto tra il nuovo Stato rivoluzionario e i contadini, tra la nuova élite politica, che si sarebbe contraddistinta per il "talento e l’aggressività nella costruzione statuale", e i vecchi sudditi che, all’indomani dei decreti leninisti sulla pace e sulla terra, avevano guardato con favore la nascita del nuovo Stato.

Tra il 1918 e il 1933 – con una breve pausa durante gli anni della Nep – si scatenò, invece, un conflitto violentissimo all’interno del quale la carestia, come afferma Graziosi, deve essere "considerata parte integrante della guerra tra Stato e contadini". Lenin invitò ad "impiegare metodi barbari", a reprimere "senza pietà" impiccando in modo visibile "centinaia di kulak", alla "deportazione di proprietari terrieri e anche di interi villaggi", a fucilazioni "percentuali" per punire i "covi" delle rivolte e al bombardamento aereo di interi villaggi che "si dedicavano al libero commercio". Tra il 1920 e il 1921 "le rivolte e le repressioni furono brutali". Se in pieno inverno i contadini siberiani gettavano acqua sui comunisti "per trasformali in statue di ghiaccio che servissero da monito ai loro compagni", ad agosto l’Armata Rossa del Generale Tuchacevskij utilizzò i gas asfissianti contro i "banditi rifugiati nei boschi".

Visti in questa prospettiva, sostiene Graziosi, gli anni Trenta cessano di essere "straordinari" e straordinario diventa semmai l’ammorbidimento dei cinque anni della Nuova Politica Economica che in questa ricostruzione, dunque, rappresenta solamente una parentesi del conflitto tra i contadini e il regime sovietico. Nel gennaio del 1929, quando ormai la crisi e la carestia erano alle porte e la durezza e la determinazione diventavano le uniche risorse per proseguire nella costruzione dello Stato socialista, Georgij Pjatakov, in quel momento vicepresidente della Banca di Stato, arrivò ad "esaltare la barbarie come una virtù". Fame, violenza e coercizione si accompagnarono alla "promozione di centinaia di migliaia di nuovi quadri" di estrazione popolare e ad un ampio processo di distruzione di interi gruppi sociali e nazionali. Il culmine fu raggiunto, asserisce l’autore, "con lo sterminio per fame di milioni di persone in Kazakstan, Ucraina e Caucaso settentrionale tra il 1931 e il 1933". Nella primavera del 1932 "nella guarnigione di Kiev circolavano voci sulla vendita di carne umana nei mercati cittadini" mentre a giugno un rapporto spiegava che in Ucraina i suicidi dei contadini per non morire di fame si alternavano a frequenti casi di cannibalismo. In questo clima, a Mosca fu presa la "decisione di usare la carestia per risolvere la crisi impartendo una lezione ai contadini che rifiutavano la nuova servitù". Nel Caucaso settentrionale, ad esempio, come evidenzia Graziosi, il "commissario di ferro" Lazar’ Kaganovic, "si servì di multe in natura per privare i contadini anche di carne e patate", causando, in questo modo, una serie di "carestie artificiali localizzate". La crisi del 1931-1933, oltre alle vittime della fame, provocò un disastro demografico con un altissimo numero di aborti e divorzi. I dati riportati da Graziosi sono a dir poco eloquenti: nel 1934 a Mosca si potevano contare tre aborti per ogni nascita e 48 divorzi ogni 100 matrimoni. La questione contadina – a cui si legava inscindibilmente la questione nazionale – e la politica antireligiosa erano strettamente correlate. Già Lenin, prima di Stalin, aveva deciso "di usare la carestia per attaccare chiese e religioni". Nel 1921 la maggior parte dei monasteri era stata chiusa e "molti corpi dei santi furono dissacrati in azioni accompagnate da arresti e fucilazioni".

Per tutto il decennio degli anni Venti la situazione si aggravò ulteriormente e nei primi quattro mesi del 1930 più di 5.000 religiosi furono arrestati mentre le organizzazioni ecclesiali furono ridotte alla clandestinità con il progressivo "inselvatichimento" di pratiche e credenze che dettero spunto alla nascita di numerose sette e forme di devozione spontanea. "Nell’eparchia di Kiev – scrive Graziosi – su 1.710 chiese funzionanti nel 1917 ne restavano aperte nel 1939 solo due, tutti i monasteri erano stati chiusi ed erano attivi solo tre popi rispetto ai 1.435 di vent’anni prima". La Chiesa ortodossa era sull’orlo di un abisso e, paradossalmente, fu solo l’intervento tedesco in Urss e lo scoppio della seconda guerra mondiale a salvarla. In questo clima, mentre veniva combattuta la grande guerra contadina, da un lato si diffuse il culto della violenza tra i dirigenti di partito e, dall’altro lato venne costruito il "discorso ufficiale" sul nuovo Stato rivoluzionario, vale a dire la "rappresentazione mitologica ricalcata sull’ideologia originaria". L’artefice principale, il cantore del regime, fu Maksim Gor’Kij che, dopo le iniziali ritrosie, sposò a pieno la causa stalinista. Quella sovietica è "una storia tragica", scrive Graziosi, che iniziando con una guerra civile, tocca il genocidio con le carestie del 1931-33, passa attraverso la seconda guerra mondiale per poi trasformarsi in un’ansiosa ricerca di tranquillità e terminare, infine, con un segretario del Partito comunista che, paradossalmente, "annuncia in televisione, in una notte di Natale, il pacifico scioglimento di uno Stato già così potente e violento". (©L’Osservatore Romano – 21 dicembre 2007)

In nome della libertà, morte ai Gesuiti

Con la proclamazione dello Statuto albertino il 4 marzo 1848 comincia, in Piemonte, il regno dell’uguaglianza, del diritto e della libertà.

Fatto sta che mentre il primo articolo dello Statuto definisce la “Chiesa cattolica apostolica e romana la sola religione di stato”, il parlamento subalpino scatena una guerra senza frontiere contro la Compagnia di Gesù. Come se i gesuiti non fossero cattolici, apostolici e romani. Per capire questa vistosa incongruenza bisogna tenere presente che la guerra scatenata dal mondo protestante e massonico contro la chiesa cattolica ha nei gesuiti l’avversario principale e più temibile. Per combattere l’eccellenza dei gesuiti (nati proprio per contrastare la riforma protestante) la calunnia è sempre sembrata l’arma più appropriata. Nel 1614 vengono stampati a Cracovia i Monita privata Societatis Jesus: supposte istruzioni segrete, radicalmente false, che i gesuiti avrebbero seguito per conquistare non il mondo a Cristo, ma il potere alla Compagnia. Da allora per i gesuiti (salvo curiosamente negli ultimi decenni) non c’è mai stata tregua.

Interessante da questo punto di vista la lettera che il generale dell’ordine, padre Giovanni Roothaan, invia il 25 agosto del 1850 all’imperatore Francesco Giuseppe per spiegargli l’origine dell’odio che circonda la Compagnia. Secondo padre Roothaan la macchinazione parte da quella che definisce una “empia setta”: “per riuscire nei suoi disegni disastrosi, l’empia setta, alla quale è stato dato di prevalere un istante, si è sforzata soprattutto di combattere e di distruggere i sentimenti religiosi nei paesi cattolici, e a questo fine essa ha attaccato in primo luogo gli ordini religiosi, nella cui esistenza essa individuava un ostacolo alle sue mire. Ma tra tutti gli ordini religiosi quello che più eccitava il suo furore, quello di cui essa si sforzò con ogni mezzo di rendere financo il nome odioso a tutti i popoli e a tutte le classi della società, è notoriamente la Compagnia di Gesù”. I liberali italiani si inseriscono in questo filone collaudato che si accanisce contro i gesuiti per colpire la chiesa. Le istruzioni di Mazzini al riguardo sono precise. Bisogna sfruttare al massimo la potenza delle parole: “Vi sono parole generatrici che contengono tutto- scrive l’avvocato genovese-, e che devono ripetersi al popolo: libertà, diritti dell’uomo, progresso, eguaglianza, fratellanza; ecco quello che il popolo comprenderà, soprattutto quando vi si contrapporranno le parole di dispotismo, di privilegi, di tirannia, di schiavitù”.

Chi è più dispotico, chi più tiranno dei gesuiti? “La potenza clericale -continua- è personificata nei Gesuiti; l’odioso di questo nome è una potenza pei socialisti”. E così, mentre l’esercito combatte una guerra rovinosa contro l’Austria, il parlamento subalpino passa il tempo ad accumulare “prove” contro i figli di S. Ignazio. Definiti i gesuiti “lue”, “peste”, “vespe”, “setta fatale”, deputati e senatori sanzionano la soppressione della Compagnia, espropriano tutti i beni dell’ordine e costringono i padri al domicilio coatto non perché rei di qualche colpa ma perché membri di un ordine religioso considerato pericoloso per la libertà. Perseguitati, cacciati dalle proprie case, espropriati di tutto, i gesuiti non possono nemmeno difendersi dalle calunnie lanciate dalla stampa ufficiale perché i giornali governativi non pubblicano le smentite. Ecco cosa scrive il 25 gennaio 1848 a Carlo Alberto il provinciale dei gesuiti piemontesi padre Francesco Pellico: “Era sapientemente dichiarato da V.[ostra] M.[aestà] nella nuova legge sulla stampa che dovesse rimaner inviolato l’onore delle persone e dei ministri della Chiesa.

Ma pare che nell’avvilire e calunniare i Gesuiti non si tema di trasgredire la legge”. I padri sono “esposti per la sola qualità di Gesuiti al pubblico odio o alla diffidenza e al dispregio. Intanto però i giornali ed i libelli che ci fanno la guerra, approvati in ciò dalla censura, hanno diritto di rifiutare le nostre smentite; né tuttavia abbiam noi un altro organo imparziale da stamparle con uguale pubblicità, se pure non ci venga concesso di farlo per via della gazzetta del Governo”. I Savoia e i liberali violano uno dopo l’altro tutti i principali articoli dello Statuto, compreso l’articolo 28 che tutela la libertà di stampa: “La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi”.

Assaggi n. 17: Il movimento pacifista del Medioevo

“In vari sinodi tenuti in diverse parti della Francia centrale e meridionale verso la fine del X secolo, l’idea di una “pace di Dio” fu ratificata ufficialmente non solo dal clero, ma anche dalle autorità secolari. I decreti di pace dei vari sinodi differivano nei dettagli, ma in generale tutti condannavano, a pena di scomunica, qualsiasi atto di guerra o di vendetta contro il clero, i pellegrini, i mercanti, gli ebrei, le donne ed i contadini, così come contro la proprietà ecclesiastica e agricola. Inoltre, ricorrevano generalmente allo strumento del giuramento per assicurarne l’osservanza; alla gente veniva cioè chiesto di giurare collettivamente di voler mantenere la pace. Nel 1038, ad esempio, al Concilio di Bourges fu decretato che ogni cristiano adulto dell’arcidiocesi avrebbe dovuto prestare il giuramento ed entrare a far parte di una milizia speciale con il compito di difendere la pace. Il movimento pacifista, che si diffuse per gran parte dell’Europa occidentale, gunse ad includere, oltre alla protezione di coloro che non combattevano, il divieto di guerra in certi giorni. Redatta dall’Abate Odilo da Cluny (994-1049), la Tregua di Dio sospendeva la guerra, dapprima dal mezzogiorno del sabato fino alla mattina del lunedì e, più tardi, dal venerdì sera fino al lunedì mattina così come durante la Quaresima, l’Avvento ed in occasione delle feste di alcuni santi.
Gli sforzi di Cluny, e della Chiesa in generale, a favore dell’esonero di alcune classi di persone dal servizio militare e da attacchi alla persona o alla proprietà, e per limitare i combattimenti a certi periodi, poté avere successo solo parzialmente in un’epoca di violenza ed anarchia come i secoli X e XI. L’importanza futura del movimento per la pace, specialmente per il futuro della tradizione giuridica occidentale, fu peraltro enorme, giacché l’esperienza del giuramento collettivo da parte di gruppi nel nome della pace giocò un ruolo fondamentale nella fondazione delle città alla fine dell’XI secolo ed anche, in seguito, nella formazione di corporazioni all’interno delle città e nella promulgazione di legislazione da parte di duchi, sovrani e imperatori attraverso la cosiddetta pace ducale o reale e attraverso la “pace in terra” (pax terrae, Landfriede)” (da Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale).

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