Dalla parte del torto..conservatori e progressisti…

Ci sono dei pregiudizi enormi che dall’età delle rivoluzioni ci portiamo addosso: che la morale sia noiosa, che la logica ci ingabbi, che il bene sia banale e non appagante, che “conservare” significhi immobilità e staticità infelici. Questi pregiudizi si sono cristallizzati nella comoda classificazione che divide l’umanità in “conservatori” e “progressisti”. I primi sarebbero vecchi di spirito, misoneisti, stanchi ripetitori di idee e di azioni senza splendore. I secondi, invece, creatori vitali, intraprendenti, al passo coi tempi, verso un futuro sempre migliore del presente e del passato. I primi crederebbero in valori troppo antichi, monotoni nella loro eternità, da Antigone ai pro life; i secondi sottoporrebbero tutto al vaglio della ragione, dubitando “allegramente” perfino delle tabelline o della legge di gravità. La realtà, a me, pare diversa. Mi sembra che i conservatori, se la definizione ha un senso, potrebbero difendersi: conservare può anche significare sorprendersi dell’esistente, approfondire un dato di fatto, riscoprirlo ogni volta, spolverare di continuo una realtà positiva, spesso coperta dalla polvere dell’abitudine, per riportarla alla luce, per renderla più luminosa e via via più comprensibile ed amabile. Per il conservatore la realtà è data, ma non per questo esaurita: si ammanta di luci e di ombre, di intelligenza e di mistero. A lui tocca starci, partendo da un atto di fede, verificabile nell’esperienza: che starci, appunto, sia più bello, sia più vero, più umano; che sia il compito dell’uomo, e, nello stesso tempo, la sua realizzazione e la sua felicità. Per il conservatore il dovere e il piacere non sono disgiunti, perché la realtà non è schizofrenica: divertirsi non è devertere, ma rimanere sulla strada, on the road, cogliendo meglio il piacere del sole che ci sta davanti e dei fiori che si trovano ai bordi del cammino. Per il progressista invece la realtà non basta. Occorre sempre sfuggire, viaggiare altrove, cosmopolita e non patriota, trasgressivo e non fedele. Progredire, in questo senso, è sbarazzarsi al più presto della realtà data, in nome dell’utopia. E’ far tabula rasa, anche violentemente, per ricostruire, e, ricostruendo, cambiare il progetto, ogni momento, passando avanti. “Tutto ciò che esiste- scriveva il giovane Marx- merita di essere distrutto”: perché nulla soddisfa e nulla è degno di essere come è, di avere una precisa conformazione, una identità, una essenza stabili. In religione il progressista crede nel materialismo, o nel deismo (illuminismo), poi nella dea Ragione, o nell’Ente supremo, poi di nuovo nell’ateismo marxista, e infine nel politeismo new age: crede a tutto perché non vuole credere a nulla, così come abbraccia tutte le utopie e ideologie, intercambiabili a tempi alterni. Riesce ad essere positivista e spiritista come Doyle o Lombroso; pacifista e poi interventista, socialista massimalista e poi fascista come Mussolini; fascista e poi comunista come Curzio Malaparte e il grosso degli intellettuali italiani del dopoguerra; comunista stalinista e poi liberal-radicale, come molti Ds… Riguardo all’amore il conservatore gode e soffre della grandezza misteriosa dell’incontro con l’altro: ritiene che nell’amore vi siano non solo istinti, o reazioni chimiche di simpatia, ma una disegno più grande, che spetta anche a lui realizzare, delineare, mantenere nel suo splendore, per approfondirlo. Non gli basta una vita per capire la moglie, o il figlio, il loro essere “suoi” e altro da lui, nel contempo dono e “conquista”. Si stupisce di fronte alla nascita di un figlio, come dinanzi a qualcosa di cui è protagonista ma non l’autore, di cui è beneficiario, ma non padrone. Per questo prova un naturale senso di gratitudine nei confronti della vita. Il progressista invece crede nel “libero amore”. Crede cioè che l’amore sia libero da se stesso, un libero scorrere, fluire di emozioni, soprattutto sensibili, che vengono, passano, e magari non tornano: crede che la fedeltà sia un vincolo opprimente, che assecondare sempre il proprio desiderio sia trovare la propria felicità. Soprattutto, per concludere, il progressista crede nel progresso dell’Umanità e delle masse: è quasi generoso, nel non credere o nel non lavorare per il proprio. Il conservatore confida meno in tutto questo, e nel bene promesso dalle gazzette ufficiali: dubita di se stesso, più che della realtà, e il suo progresso è prima da dentro che da fuori, prima personale che politico, prima spirituale che materiale. Analogamente il senso della vita, per lui, va ricercato, trovato e vissuto, piuttosto che inventato, ripudiato, e, di volta in volta, reiventato.

La diagnosi sbagliata

A Firenze è nato un bambino. Ma non doveva: alla sua mamma (nessuno finora ha nominato il padre) avevano detto che c’era la possibilità di una malformazione, «atresia dell’esofago», a cui si può rimediare per via chirurgica in oltre il 90% dei casi. La signora ha deciso di abortire. Ma alla ventiduesima settimana di gravidanza il feto, sano, è sopravvissuto all’aborto, e adesso è ricoverato all’ospedale Meyer di Firenze in condizioni gravissime. Pesa mezzo chilo.

La notizia è stata riportata da Repubblica. Difficile rimanere indifferenti. Ma colpisce il modo con cui è stata data: "Abortisce per una malformazione che non c’è", "purtroppo, solo dopo l’aborto si è scoperto che il figlio era sano" (corriere.it), "Abortisce, ma il figlio è sano e vivo" (Repubblica).

Il dramma, cioè, è che si sono sbagliati: il figlio era sano. L’errore è stato aver scambiato un sano per un malato. Abortire un probabile malformato, si può. Se l’aborto fosse riuscito, anche con la diagnosi sbagliata (e quindi un figlio sano) non ne avremmo mai saputo niente. E se la diagnosi fosse stata corretta, l’aborto non riuscito sarebbe stato un inconveniente, ma difficilmente sarebbe andato in prima pagina. Il caso è scoppiato perchè non è riuscito l’aborto e perchè era sbagliata la diagnosi.

Se lo lasciano scappare anche insospettabili. Per esempio Rosi Bindi, pur augurandosi un lieto fine, dichiara candidamente: "Gli errori medici esistono anche se non dovrebbero esserci, soprattutto quando c’e’ in gioco la vita dei bambini e la maternita’. Auguriamoci di riuscire a contenerli il piu’ possibile ed ad essere in grado, quando si verificano, di rimediare e supplire -ha concluso la Bindi- con grande solidarieta’ alle conseguenze". Il problema è contenere l’errore medico, insomma: la diagnosi sbagliata.

Rosalba Cesini, del Pdci, parla di "recenti casi di malasanità" (!!!!) e denuncia la destra che vuole, secondo lei, smantellare la legge 194. Potremmo fare un lungo elenco, purtroppo, di politici (anche dell’opposizione) e medici per i quali l’errore è nella diagnosi sbagliata. E per i quali, quindi, è normale abortire per un sospetto di malformazione, curabile.

La verità è un’altra: le diagnosi prenatali servono sempre più per selezionare i figli, e non per curarli. E la pressione sociale sulle donne in gravidanza perchè facciano tutti gli accertamenti possibili, è enorme. Difficile sottrarsi. Questa è la vera malasanità: con il paradosso che la gravidanza è considerata quasi una malattia, il cui esito deve essere un bimbo sano.

Si profila anche la violazione della legge 194: gli artt. 6 e 7 prevedono che "quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto", quando cioè il feto potrebbe sopravvivere fuori dall’utero, si può abortire solo "quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna". Pericolo di vita della donna – come ad esempio nel caso di una ipertensione altissima – non di salute – come ad esempio in una depressione . Inoltre "il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto". In questo modo la 194 evita gli aborti a gravidanze avanzate.

Se le cose stanno come riportate dai media, nel caso di Firenze non c’erano gli estremi per consentire ad un aborto, perchè la signora non era in pericolo di vita.

Assuntina Morresi – dal sito www.stranocristiano.it

I “Profeti cattolici “e i di.co

La posizione assunta rispetto alla vicenda dei Dico da alcuni sacerdoti trentini rivela una volta di più l’anomalia della nostra regione per quanto riguarda i pronunciamenti della Chiesa italiana.
Si tratta di un filone di pensiero che per comodità espositiva chiamerò “progressista”, esso appare animato, nelle proprie prese di posizione su molteplici temi, non tanto da argomenti desunti dal magistero e dalla ragione, quanto da una pervicace e rovinosa voglia di distinguersi, di mostrarsi al passo con i tempi, di paventare presunte ingerenze ecclesiastiche “nell’armonioso svolgersi della vita sociale”. Non vedono, gli esponenti di questa posizione, dove sta andando la famiglia? Perché hanno rinunciato ad affermare le ragioni del diritto naturale? Ragioni, che tra l’altro, potrebbero rappresentare una base comune per credenti e non.
Essi -mi sembra di udire le loro voci- diranno che la famiglia è già in crisi e che in Italia esistono moltissime famiglie di fatto che attendono il riconoscimento di molti diritti. Ma dimenticano, questi signori, che tante di queste unioni sono rappresentate da persone in attesa di matrimonio, da separati in attesa di divorzio, da persone che vogliono vivere liberamente il loro rapporto senza alcuna ingerenza legale. Quanti sono coloro che realmente rivendicano dei diritti perché non vogliono saperne di sposarsi? Supponiamo siano molti, ma mi chiedo: era necessario promuovere attraverso una legge una forma instabile di unione per soddisfare tali presunti diritti? Perché non si sono sanate le situazioni pregresse, estendendo i diritti a chi realmente li avesse rivendicati, per poi riaffermare, d’ora innanzi, l’opzione privilegiata da parte della legge, nei confronti della famiglia fondata sul matrimonio? In tal modo sarebbero stati garantiti i diritti, ma nel contempo sarebbe stato dato un chiaro segnale al corpo sociale.
La gran parte dei giovani interrogati sul loro futuro sognano il matrimonio, così attestano molte inchieste al riguardo. Il modello matrimoniale va difeso non per ragioni confessionali, bensì per motivi squisitamente laici. I dati mostrano come gli uomini che convivono siano quattro volte più infedeli dei mariti, mentre le donne conviventi tradiscono otto volte più delle mogli ( Gallager-Waite,2000). Inoltre una ricerca operata dalla Rutgers Universiy (Usa) ha dimostrato che su quattro bambini nati da coppie di fatto, tre soffrono per la rottura dell’unione dei loro genitori prima del sedicesimo anno di età. E ancora, il tasso di violenza domestica è molto più alto nelle coppie di fatto che tra quelle coniugate (Samek Lodovici). Queste cose, i sensibili sacerdoti trentini, le sanno?
Abbiamo letto, tra le altre amenità, che Dio non avrebbe previsto il matrimonio bensì l’unione amorosa fra uomo e donna. Un’ osservazione di questo tipo non meriterebbe risposta tanto è banale, ma una cosa la vorrei osservare comunque: San Tommaso insegna come tra le inclinazioni naturali, cioè tra le tendenze innate ad ogni soggetto, vi sia quella alla conservazione della specie. Ora, la coppia eterosessuale, costituisce il nucleo primario entro in quale tale tendenza trova il proprio idoneo habitat. Conservare la specie significa non soltanto riprodursi ma anche curare, educare, formare, imprimere una mentalità carica di speranza ed aperta alla vita attraverso la testimonianza di un amore capace di rinuncia. E’ in questo ambito che la persona cresce nelle migliori condizioni e sviluppa le migliori potenzialità. Storicamente tale ambito è andato via via strutturandosi nella forma del diritto matrimoniale. In tal modo, la fragilità dell’amore ha trovato il soccorso della legge, laddove per debolezza umana il rapporto conosceva un momento di crisi, la legge e con essa la società, supportavano, aiutavano il cammino dell’amore. L’amore di per sé non abbisogna di nulla, ma quando mai noi siamo in grado di viverlo integralmente?
Con il divorzio la forza del vincolo che tutelava, non tanto la felicità del singolo quanto il valore della coppia, conobbe un primo duro colpo, cui fece seguito la progressiva separazione della sessualità dall’amore attraverso la diffusione della contraccezione. Il principio individualistico ed il diritto alla felicità andavano affermandosi.
La forza e l’importanza di un vincolo socialmente riconosciuto,questo e non altro è il matrimonio laicamente inteso. Nessuno dubita che l’amore possa esistere anche al di fuori di esso, ma non è questo il problema. Allo stato non interessa che due persone si amino; esso è interessato al fatto che costituiscano un’unione stabile capace di rendere coesa e aperta al futuro la società. La coppia in tal senso è il nucleo stabile dal quale si dipartono dei centri concentrici di comunità sempre più estese. In questo modo viene declinandosi il tanto decantato, da sinistra a destra, principio di sussidiarietà.
Ma torniamo al problema sollevato dai sostenitori dei Dico.
Esistevano ed esistono molteplici strumenti capaci di garantire i diritti soggettivi-penso al patto notarile-. Perché non si è percorsa questa strada? Mi pare evidente che le ragioni siano puramente ideologiche. E’ triste constatare come parte dei politici cattolici pur di garantirsi ibride e innaturali alleanze di governo si arrampichino sugli specchi per difendere l’indifendibile.
E’ triste constatare come alcuni preti, animati dalla presunzione di essere dei profeti, in realtà finiscano con l’avvallare una concezione della vita e dei rapporti fortemente individualistica, tutto fuorché solidale. In essi non vedo la forza della profezia; il profeta infatti non cavalca mai l’opinione dominante. Sparare sulla Chiesa e il suo magistero non esprime alcun coraggio, piuttosto rivela un conformismo nostalgico di un presunto “spirito conciliare”, che esiste soltanto nella testa di questi “pseudo profeti”. Forse, in questo momento di confusione, la Chiesa trentina avrebbe bisogno di un chiaro pronunciamento del suo Vescovo.
Si vuole approvare una legge che introduca una forma alternativa di unione, questa è la realtà! Una unione dove i doveri saranno certamente meno dei diritti, un vincolo intrinsecamente instabile perché facilmente scioglibile.
Come insegna argutamente Bauman, il nostro è il mondo del disimpegno, dei legami instabili, un mondo precario, attento alla dimensione dell’individuo ma non delle comunità.
E’ l’ultimo stadio della società dei consumi, la quale abbisogna di singoli, non di famiglie, di persone sole e infelici per poter espandere sempre più il mercato.
A questo livello, gli epigoni della defunta cultura marxista si fanno vessilliferi della società dei piaceri e del consumo, trasformandosi in un grande partito radicale di massa.
Ma l’uomo vive soltanto della relazione, della forza della rinuncia, della dimensione comunitaria, quella dimensione che i Dico, se approvati, contribuiranno a demolire. E’ evidente che un ragazzo in attesa di matrimonio, un ragazzo che conviva, posto di fronte alla possibilità di un unione meno responsabilizzante, più aperta ad un ipotetico scioglimento, privilegerà la strada più comoda, preferendola al tradizionale impegno del matrimonio. Non centra essere cristiani, non serve appellarsi ad alcun Dio per riconoscere il valore sociale della famiglia, il valore vitale di cui essa è portatrice. Nessuno vuol giudicare chi sceglie di convivere; si tratta di persone probabilmente migliori del sottoscritto, potranno essere delle ottime persone, ma non è questo il problema. Il compito dell’ente pubblico dovrebbe essere quello di privilegiare con chiarezza la forma di unione che meglio di ogni altra tutelì il corpo sociale dal pericolo del dissolvimento. E questa forma è indubitabilmente il matrimonio.

Chi si vanta dell’Aborto?

Ennesime sconcertanti dichiarazioni dell’ass Cogo relative alla RU 486. Posto che ella stessa dichiarò davanti a me in televisione che si sarebbe assunta l’impegno di promuovere un capillare lavoro per scongiurare il più possibile la pratica dell’aborto; con ciò, non altro facendo che ottemperare ai dettami della legge 194. Mi chiedo se tale impegno debba ravvisarsi nei proclami trionfalistici relativi alla diffusione dell’aborto chimico per mezzo della RU 486.
Quando parla di Trentino bigotto e della necessità di promuovere un approccio razionale relativamente al problema della contraccezione e implicitamente della sessualità , vengono alla mente i tristi proclami dei giacobini carichi di livore anticattolico e tanto fiduciosi nella ragione umana.
Caro assessore, la ragione cui lei si richiama attesta assai bene, solo la si voglia interrogare, cosa sia un embrione e quale rispetto meriti, per non parlare dei feti. Il fatto è che l’esaltazione dei diritti individuali e di una mentalità, tutta orientata nei confronti della qualità della vita vi rende ciechi. Vi rifiutate di guardare nel cannocchiale, come accadde al tempo di Galilei. Forse, se foste un po’ più attenti ed umili sareste assaliti da qualche dubbio. Ma per molti di voi il frutto del concepimento è materiale abortivo, di cui è titolare e sola proprietaria, la donna. Ci si risparmi inoltre il patetismo relativo al fatto che per ogni donna l’aborto è un dramma: in molti casi sarà così, ma in molti altri esso è diventato una forma di metodo anticoncezionale, visto che una percentuale non indifferente di donne abortisce più volte.
Inoltre, non è vero che nei paesi dove è più diffusa la contraccezione gli aborti siano meno numerosi, come non è esatto affermare che le donne che abortiscono sono tutte ragazze madri, abbandonate altrimenti al loro destino: in molti casi si tratta di donne della media borghesia che semplicemente non vogliono un altro figlio.
Cosa avete fatto per le ragazze madri , che tipo di dissuasione avete introdotto per ridurre i numeri dell’aborto? Volete che ve lo dica? Il più delle volte l’ente pubblico ha demonizzato i volontari del movimento per la vita, presentandoli come dei fanatici, impedendo loro di entrare nei consultori con pretesti ideologici. Spesso la cultura avversa alla vita nascente, porta a sostegno della validità della legge 194 il calo nel numero di aborti realizzatosi a partire dal 1980. Nel fare questo non si tiene conto che il tasso di fertilità delle donne Italiane è drasticamente sceso; non solo, non si tiene neppure conto degli aborti clandestini che continuano ad essere praticati, anche dopo il sesto mese di gravidanza.
Quanto alla RU. 486, il disegno della mortifera cultura radical sinistroide, punta a perfezionarne l’uso, trasformandolo in un farmaco da banco. Così è accaduto in Cina, con risultati che hanno indotto il governo comunista a ritirare la pillola dal banco delle farmacie e a somministrarla dietro stretto controllo medico. L’uso di questo abortivo oltre a produrre nella donna ulteriori sensi di colpa, visto che dovrà assistere da sola all’espulsione della nuova vita che cresceva in lei, tenderà inevitabilmente a privatizzare l’aborto, deresponsabilizzando sempre più i singoli. Per non dire dei decessi procurati, generalmente in ragione di un shock tossico, dovuto all’uso della R.U.
Risulta pertanto fuori luogo e grottesco il trionfalismo dell’assessore rispetto ad una questione così delicata. Si: la cultura che vede accostarsi, post comunisti, libertari, radicali, liberalisti spinti e più in genere materialisti assillati dal culto del benessere e del guadagno, è una cultura per la morte. Essa si nutre di principi effimeri, riassumibili tutti, nel valore assoluto del soggetto, dei suoi desideri, fuori da ogni vincolo solidaristico. E non ci inganni, di questa ideologia, il tentativo pulirsi la coscienza guardando ai lontani, ai grandi problemi della fame, della pace, dell’ecologia. Nessuno nega la necessità di porre attenzione anche verso questi problemi, ma la solidarietà va praticata innanzitutto nei confronti del vicino. Spesso, come insegnava il grande filosofo Augusto del Noce, “l’amore per il lontano maschera l’odio per il vicino.

MA QUELLA NON ? UNA FAMIGLIA

Riportiamo dal Trentino di oggi, la lettera di Antonio a Beccara

Non è la fede che mi porta a formulare un giudizio negativo sui cosiddetti Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), ma una naturale ripugnanza a considerare ‘famiglia” anche quella che non rientra nel quadro costituzionale. Non è un’istanza religiosa quella che mi impedisce di considerare famiglia una convivenza fra omosessuali. Piuttosto è una riflessione di carattere culturale che mi spinge a tutelare e difendere anzitutto la famiglia tradizionale. La controprova di ciò è che, se la mia fosse una scelta religiosa, rifiuterei anche le Unioni civili, ciò che non mi passa nemmeno per l’antica mera del cervello (anche se soffrirei moltissimo se i miei figli non si sposassero in chiesa). Non ho dubbi che alcune garanzie e diritti debbano essere riconosciute anche alle unioni di fatto, soprattutto a quelle omosessuali. Capisco meno le ragioni di chi, pur potendolo fare, rifiuta il matrimonio ma in pari tempo pretende le garanzie che possono giocare a suo favore. Mi riconosco, come già per il caso Welby, nella linea, se si può chiamare così, del Cardinal Martini, che desidera una Chiesa conoscitrice della realtà umana, vicina alle situazioni familiari del nostro tempo, che a tutti dia una mano ed offra, accanto al messaggio di Cristo morto e risorto, parole umane di rispetto e comprensione. Una Chiesa che ami tutte le persone dell‘amore che il Padre comune ha per tutti i suoi figli, compresi, sia ben chiaro, i fratelli e sorelle omosessuali. Ma, per assicurare tutele e garanzie ai conviventi (perpetue comprese), non era forse sufficiente apportare le necessarie modifiche al Codice civile? A mio parere, la risposta non può che essere affermativa. L’errore consiste nell’aver voluto (malgrado, forse, la buona fede di chi ha materialmente predisposto il testo della legge) creare una sottospecie di famiglia accanto a quella tradizionale. Si è finito così per indicare alle giovani generazioni un model lo familiare di serie B, poco stabile e poco impegnativo, in alternativa a quella famiglia che abbiamo conosciuto finora (è il cosiddetto effetto educativo o di trascinamento che la normativa esercita nel tessuto sociale). Non penso che un ‘eventuale approvazione dei Dico possa provocare una crisi della fami glia.’ quella, purtroppo, c’è già e non da ieri, e molte ne sono le cause. Ma da questo Governo (anch‘io a suo tempo ho votato per Prodi) mi sarei aspettato una politica, questa sì, urgente e prioritaria, a sostegno della famiglia. I salari bassi, gli affitti degli appartamenti alle stelle, i costi delle abitazioni che i giovani non si possono nemmeno sognare, servizi alla famiglia carenti o troppo onerosi — gli asili nido a Trento costano più di 400 euro al mese, questi sì erano problemi urgenti, non i cosiddetti Dico.

Antonio a Beccara

Guardo lontano e vedo vicino

“Guardo lontano, vedo vicino”. E’ questa la frase che campeggia su di un lenzuolo bianco sulla facciata del liceo Galilei di Trento. Si tratta di uno slogan, o forse di qualcosa di più importante che invita alla riflessione. Le parole hanno la forza di dar luogo a fecondi percorsi di pensiero e a inaspettate intuizioni. Ecco quello che mi è capitato di pensare. La frase, mi pare innanzitutto l’emblema sintetico dei giorni della cogestione, giorni in cui gli studenti allargano lo sguardo oltre lo spazio delle materie curricolari. Non so con quale spirito sia stata formulata; certo, essa sventola il suo messaggio e accoglie chiunque in questi giorni superi i cancelli del Galilei.
Probabilmente essa dovrebbe esprimere qualcosa di “progressista”, di antitradizionale, una rottura con il quotidiano svolgersi delle lezioni.
Ma le cose non stanno così, quella poche parole mi sembra rivelino, un connotato totalmente diverso. In quel “guardare lontano”, non vuole esprimersi una fuga dal presente, piuttosto si cela una saggezza: l’idea che il disagio di questo nostro mondo, la sua confusione, risieda nella cura ossessionata del presente, dell’utile, del risultato immediato, del piacevole.
Perché guardare lontano non è soltanto lo scrutare l’orizzonte infinito con la sua promessa di libertà, di cui nulla sappiamo. Il futuro ci sfugge e qualora riveli qualcosa, lo fa, spesso, travestito degli scomodi panni dell’ottimismo utopico o del pessimismo più tetro.
Scrutare la lontananza credo sia soprattutto guardare alla lezione della storia, recuperando le radici buone, le forme stabili di un passato in cui l’uomo ha sperimentato e scoperto “alcune leggi” che ha chiamato vere, perché capaci di umanizzare i nostri rapporti sempre così complessi, in bilico tra l’amore e il tradimento. Si tratta di “verità” esistenziali che spesso si sono affermate attraverso faticosi e dolorosi percorsi. Questo, i giovani sembrano almeno inconsciamente percepirlo. Le statistiche, i sondaggi, rivelano in loro un sentire assai più “tradizionale” rispetto al disincanto di molti adulti.
I giovani hanno voglia di stabilità, di chiarezza, di valori non assoluti, ma ben fondati, ragionevoli.
Essi credono nell’amore, lo vogliono per sempre e sognano il matrimonio.
Hanno voglia di comunità, di tradizione, in una parola: di senso.
Per converso, il mondo degli adulti e della politica, sembrano invece del tutto avvinti nelle spire dell’oggi, storditi da una miopia concentrata sul presente. Tutto questo ha vari nomi: moda, individualismo, pragmatismo, opportunismo elettoralistico, rispetto di equilibri tra alleanze impossibili. Il potere infatti, spesso, unisce i diversi, nella comune ricerca dell’utile.
La politica è il luogo, oggi, dove il guardare lontano sembra smarrirsi in una rincorsa nei confronti dell’ economia, del consumo, di un individualismo che insegue subitanei successi.
La vicenda dei Dico esprime, tra le altre cose, tutto questo; mi sembra il frutto di un compromesso incapace di guardare alla realtà e perciò di progettare il futuro.
Con la scusa di rispondere ad un’emergenza inesistente, si propone, di fatto, un soggetto alternativo alla famiglia.
Si potevano percorrere strade diverse, gli eventuali diritti lesi potevano essere garantiti attraverso soluzioni che non portassero un attacco così subdolo ad una “verità” così evidente e semplice: lo straordinario ruolo sociale, affettivo, solidale della famiglia.
Ma la logica di chi guarda troppo vicino e perciò non vede, ha coinvolto anche alcuni settori del mondo cattolico, settori che peraltro, già da un po’ di tempo hanno rinunciato alla ricerca di ciò che è stabile, di ciò che è “vero”, perché buono e desiderabile.
Essi guardano la punta delle loro scarpe e perciò non vanno da nessuna parte.
Le parole con cui ho iniziato questo brano potrebbero pertanto suonare come un monito: non posso comprendere il presente ed orientarlo sapientemente verso il domani se non mi pongo nel solco della tradizione; una tradizione che scaturisce dal “cuore delle cose”, dalla razionalità che la vita ben osservata, senza pregiudizi, rivela.
Oggi, la vicenda dei Dico mostra la povertà di un mondo adulto del tutto incapace di sperare, di proporre modelli forti alle nuove generazioni, scommettendo sul loro entusiasmo, sulla loro passione, sul loro desiderio di vero, di buono, di giusto.
Perciò si sceglie il basso profilo di promuovere unioni che nascono intrinsecamente deboli.
Uno dei grandi insegnanti di Simone Weil, Emile Charter, un professore di filosofia geniale e assolutamente anticonformista, beffardo e insofferente verso ogni autorità ebbe un giorno a dire: “L’amore non è naturale e nemmeno il desiderio lo è…è l’istituzione che salva il sentimento.”
Egli guardava lontano, guardava alla fragilità dell’essere e così salvava l’oggi in vista del domani.

Cattolci adulti

Cattolici adulti o protestanti repressi?
Il bel pezzo è dell’amico Andrea Zambelli.
Da qualche anno a questa parte all’orizzonte del mondo cattolico italiano sta emergendo con caratteri sempre più definiti, e con una presenza mediatica e di potere più ampia della sua effettiva consistenza, una nuova categoria di credente: il cattolico adulto.
Cifra del cattolico adulto consiste nel propugnare la più totale separazione della religione dal mondo civile dimostrando di aver imparato più di altri la lezione kantiana secondo la quale il credente dovrebbe mostrarsi tale solo nel privato della propria camera. Il cattolico adulto insomma ha la smania di mettersi in mostra cercando di essere più realista del Re (e quindi più laicista dei laicisti veri, più intollerante verso i simboli religiosi di quanto lo possa essere un musulmano di stretta osservanza, più maligno nei confronti della Chiesa come Istituzione di quanto lo possa essere un autentico anticlericale, e infine, nascondendosi dietro all’idiota e individualistico principio secondo il quale io non divorzierò mai, io non abortirò mai, però non posso impedirlo agli altri di farlo, più aperto nei confronti del mondo di quanto lo possa essere un libertino incallito)
Detto in altri termini il cattolico adulto è colui che separa il proprio esser cristiano dal proprio essere cattolico, quasiché all’occasione si possa salvaguardare l’uno sacrificando l’altro. Confesso che per il mio esser credente un’affermazione simile non evoca alcun significato: in me la dimensione dell’esser cristiano e quella dell’esser cattolico coincidono: io mi riconosco incondizionatamente figlio della Chiesa Cattolica e Apostolica in quanto, pur essendo il primo tra i peccatori, credo nella resurrezione di quel Cristo che l’ha fondata e la guida (mi pare che questa sia ancora la posizione del Magistero). Non potrei infatti credere in Cristo senza credere nella Chiesa di conseguenza non poterei mai distinguere il mio esser cristiano dal mio esser cattolico. E’ chiaro che chi riesce a distinguere in se stesso la propria cristianità dalla propria cattolicità è perché ha già deciso di disfarsi della seconda.
Ecco il vero nodo! Per certa parte del mondo cattolico progressista affermare la propria figliolanza e obbedienza nei confronti della Chiesa costituisce un atto “conservatore e oltranzista” di conseguenza, per poter dire di credere in Cristo senza correre il rischio di essere considerati degli integralisti oppure di essere minorati nella dignità di uomini, occorre guadagnarsi sulla pubblica piazza la medaglia di oppositore a priori della Chiesa (e gli oppositori di questo tipo sono solitamente i più feroci); occorre, in sintesi, non credere nella Chiesa, o crederci fino a un certo punto che è lo stesso.
Il quadro che ne vien fuori porta a considerare questi oppositori interni come persone particolarmente coraggiose nell’esercizio della propria libertà e del proprio spirito critico; coloro invece che si trovano d’accordo con il Magistero e lo dichiarano pubblicamente sono considerati dei “cattolici bambini” e superstiziosi. Questa immagine non corrisponde affatto alla realtà. Ma se le cose dovessero stare così allora chi mi ha preceduto nella maggiore età sentirà senz’altro il dovere di chiarire una buona volta al “bambino” che scrive quale insegnamento del Magistero dovrebbe ricusare per poter finalmente entrare nell’età “adulta”; di più, vorrei sapere a quale verità cristiana dover rinunciare per poter non essere più considerato un integralista, ma un cattolico al passo coi tempi.
Nel mondo cattolico, questa è la questione centrale, c’è un fiume carsico che occorre fare emergere alla vista: è quello di un protestantesimo criptato, volutamente sottaciuto, ma non meno insidioso. Tutte le varie espressioni della “riforma” (luteranesimo, calvinismo, zwinglismo, anglicanesimo) si trovano, infatti, unite nell’insistente richiamo all’aggettivo sola (sola fides, sola gratia, sola Scriptura, solus Christus) allo scopo di marcare il proprio antagonismo nei confronti del cattolicesimo che afferma invece i binomi di fede e opere, grazia e collaborazione dell’uomo, Scrittura e tradizione, ma soprattutto Cristo e Chiesa. Tanto che nel vasto panorama delle confessioni protestanti non esiste una “chiesa”, ma vige il principio del sacerdozio universale.
In ambito religioso la cifra suprema del protestantesimo (anticipatore in questo senso dell’illuminismo) consiste nell’eliminare la Chiesa come comunità e come Autorità a favore di un rapporto individuale del singolo credente col sacro; in tale contesto il credente è legittimato a non ascoltare nessuno, a non rendere conto a nessuno (almeno a questo mondo). Tale affermazione di assoluta autonomia religiosa non può non avere conseguenze di natura più strettamente politica: la principale, avendo eliminato la religione come comunità e come autorità, sta proprio nel chiuderla nella sfera della singola intimità favorendo la sacralizzazione del potere civile. E infatti un potere che non debba più fare i conti con la voce vigilante di una Maestra di Verità qual è la Chiesa quali difficoltà può più incontrare sulla strada della propria assolutizzazione? Chi può minacciarne la sete di onnipotenza che lo conduce a legiferare, in ultimo, sulla vita e sulla morte delle persone nel vago nome della maggioranza?
E’ in questo orizzonte che a mio avviso va inserito il fenomeno dei cosiddetti “cattolici adulti” (che a mio avviso sono più che altro dei “protestanti mascherati” e forse pure repressi) i quali probabilmente vorrebbero costringere il mondo cattolico in quanto tale all’interno del perimetro della “sola” senza però avere il coraggio di dire apertamente che in questo disegno la Chiesa non troverebbe spazio.
Il punto da chiarire bene è proprio questo: ciò che mi distingue da questi amici non è il fatto di escludere che anche gli uomini di Chiesa in quanto uomini possano sbagliare, non è il fatto di poter avere dei fondati dubbi su alcune scelte contingenti operate dalla gerarchia ecclesiastica; quanto il fatto di contestare la Chiesa in quanto tale, come Istituzione, come Maestra di Verità. A questo punto troverei più semplice e trasparente che i nostri amici che ci hanno superato nell’età adulta della fede facessero un passo ulteriore e dicessero di essere solo cristiani e non più cattolici.
Anche il mondo cattolico trentino non sfugge a questa cornice (anzi, ne rappresenta uno dei luoghi di eccellenza) e al fondo dei rapporti con l’altra metà del cielo dei credenti (che umilmente cerca di prestare ascolto alla voce del Magistero, pur riconoscendo la propria miseria) riposa un prepotente pregiudizio. Quest’ultimo consiste nel credere che il variegato mondo cattolico trentino si esaurisca nella sua sola declinazione progressista e che dunque ogni altra sensibilità non sia che una sua variabile impazzita; oppure un semplice “sommovimento” animato dall’incapacità critica di alcuni fanatici clericali. Questo è un segno di paura, di debolezza culturale ed è, inoltre, un ottimo modo per escludere in partenza le vie del dialogo (e questo francamente mi pare poco progressista).
A mio avviso invece anche il cattolicesimo progressista, che seguo con interesse e rispetto, avrebbe molto da guadagnare e poco da perdere a dialogare su posizioni di pari dignità con sensibilità diverse. Non so se i tempi siano già maturi, tuttavia trovo sia doveroso da parte di tutti impegnarsi in un dialogo, magari anche spigoloso e acceso, ma onesto che lasci finalmente da parte i reciproci pregiudizi e si confronti sulle questioni vere e fondamentali: a cominciare dal chiedersi che cos’è la Chiesa? Cosa essa insegna? Quale validità il cattolico deve dare alle indicazioni del Magistero? Può sembrare assurdo dover tornare a discutere di questioni che abbiamo dato sempre per scontate fin dall’età del catechismo, e per certi versi lo è davvero, ma questa è la realtà con la quale ci troviamo a fare i conti ed averne consapevolezza rappresenta il primo autentico passo per uscire da uno stallo destinato altrimenti a fossilizzarsi.
Andrea Zambelli

I “falsi” del professor Quaglioni.

Simonino, quanti “falsi”
Padre Frumenzio Ghetta confuta le tesi riprese anche da Quaglioni e Bossi Fedrigotti sul frate predicatore
Il ruolo e la figura di fra Bernardino da Feltre: per gli storici fomentò l?odio verso gli Ebrei. Ma si tratta di letture smentite dai documenti
“I documenti e gli atti processuali sulla vicenda del Simonino non menzionano mai fra Bernardino, così come non parlano mai di frati francescani”
Di PIERANGELO GIOVANETTI
Un falso storico. L?accusa al francescano Fra Bernardino Tomitano da Feltre di aver istigato all?odio antigiudaico con le sue predicazioni nel duomo di Trento durante la Quaresima del 1475, preparando così il terreno alla caccia agli ebrei dopo la morte del Simonino, è falsa e non ha alcun fondamento storico e documentario. A sostenerlo è padre Frumenzio Ghetta, storico e archivista, Sigillo d?Oro della Città di Trento nel 2000, alla cui paziente ricerca d?archivio si deve, fra l?altro, il ritrovamento dell?Aquila di San Venceslao, simbolo della Provincia di Trento.
Per cinque secoli, da quando Mariano da Firenze verso il 1510 narrò nel Fasciculus Chronicarum le gesta di fra Bernardino coinvolgendolo nei fatti di Trento del 1475, tutti gli storici successivi, da Menestrina (“Gli ebrei a Trento”, 1903) al Wadding (“Annales minorum”) al più recente Quaglioni (“Processi contro gli ebrei di Trento”, 1990) hanno ripreso l?accusa, sostenendo che il frate di Feltre, predicatore in quella Quaresima che precedette il ritrovamento del corpo del piccolo Simone e la falsa incriminazione per omicidio rituale, ebbe un ruolo fondamentale nell?aizzare la comunità trentina all?odio antigiudaico. Nel recente testo curato dal professor Diego Quaglioni, già preside di Giurisprudenza, Anna Esposito riporta anche un resoconto del 1493 delle prediche bresciane di fra Bernardino. In esse il podestà di Trento de Salis (indicato però col nome de Santis), che si occupò della vicenda del Simonino avviando la caccia agli ebrei, viene ricordato sottolineando l?aiuto offertogli dal frate durante le prime fasi del processo.
Anna Esposito riporta il passo, tratto dalla vita di Bernardino scritta dal Guslino, che attinse al diario di viaggio del segretario del Tomitano, Francesco Canali da Feltre: “Messer Giovanni de Santis, che fu podestà in Trento, quando fu occiso da Hebrei il Beato Simon da Trento, per il qual caso havea havuto molt?aiuto dal Padre Bernardino, ch?ivi predicava”. L?accusa è stata ripresa anche di recente sul Corriere della Sera, in un articolo di Isabella Bossi Fedrigotti che fa riferimento alla storiografia precedente.
“Non esiste alcun documento che provi un coinvolgimento di fra Bernardino nel caso del Simonino e nella caccia agli ebrei del 1475”, afferma padre Ghetta, che alla vicenda storica ha dedicato anni di studi approfonditi. “Le prediche di fra Bernardino sono pubblicate e da esse non si evince alcun riferimento antiebraico. Fra Bernardino, inoltre lasciò Trento il lunedì della Settimana santa, dopo aver predicato in duomo alla comunità trentina, mentre la vicenda del Simonino si è svolta tutta nell?ambito della comunità tedesca di S.Pietro. Inoltre fra Bernardino non conosceva di persona nemmeno il vescovo von Hinderbach e non era presente a Trento durante le prime fasi dell?inchiesta”.
Padre Ghetta con le sue ricerche, che portarono già allo scritto “Fra Bernardino Tomitano da Feltre e gli Ebrei di Trento nel 1475” pubblicato nel 1986 dalla rivista “Civis”, ha accertato che “tutti i documenti trentini sulla vicenda del piccolo Simone non dicono nulla di Bernardino da Feltre: non vi compare neppure il nome”.
Le accuse di antigiudaismo che per secoli hanno circondato la figura di fra Bernardino erano basate anche sul fatto che a lui si attribuiva l?erezione dei Monti di Pietà, compreso quello di Trento, che avevano costituito una concreta alternativa agli usurai, attività che nel Medioevo cristiano era affidata agli ebrei. “Fra Bernardino non fondò il Monte di Pietà di Trento”, spiega padre Ghetta, “perché l?istituzione di questo risale al 1523 e non al 1475, come per secoli si è creduto fino agli studi di Giovanni Ciccolini. Fra Bernardino ottenne dal papa l?autorizzazione a istituire i Monte di pietà, con un tasso di interesse del 5%, che ne consentiva così la sopravvivenza economica. Ma il primo Monte di Pietà fondato da fra Bernardino fu quello di Mantova che risale al 1484, e la motivazione era quella di sostituire agli usurai un banco di solidarietà, secondo uno spirito mutualistico”.
Per padre Ghetta, la narrazione di fra Mariano da Firenze, su cui si basa poi tutta la storiografia successiva, “non ha fondamento”. “L?opera Fasciculus Chronicarum, in cinque libri narra la storia dell?Ordine francescano dalle origini fino al 1500”, spiega padre Ghetta. “Tali testi, ora irreperibili, furono alla base degli scritti del Wadding, che perpetuò così l?errore senza un approfondimento documentario. A fra Mariano, infatti, dopo aver letto la storia del Simonino scritta dal Tiberino, non parve vero di poter attribuire al suo confratello Bernardino una parte da protagonista in quella vicenda. Insomma, era un panegirico, non una ricerca storica la sua, basata su documenti. Teniamo presente, infatti, che per secoli il Simonino fu oggetto di culto. I documenti e gli atti processuali sulla vicenda del Simonino, infatti, non menzionano mai fra Bernanrdino, così come non parlano mai di frati francescani”.
Quanto ai documenti “bresciani” che riporterebbero di un ruolo diretto di fra Bernardino a fianco del Podestà di Trento nel caso del Simonino, padre Ghetta è lapidario. “Sono stato a Brescia a vedere i documenti. I documenti a cui fa riferimento Anna Esposito e il professor Quaglioni risalgono al 1650, cioè due secoli dopo i fatti narrati. Quindi si può dubitare fortemente dell?autenticità di quanto scritto. Anche perché nel frattempo si era diffusa la convinzione dell?omicidio rituale, e quindi diventava un punto di merito il fatto di aver contribuito a scoprire i “colpevoli””.
Sulla base delle ricerche svolte, quindi, padre Ghetta contesta anche l?ultimo lavoro svolto per conto dell?Itc, cioè la compilazione del Cd “Simonino 1475, Trento e gli Ebrei” a cura del professor Diego Quaglioni. Nel Cd, infatti si parla ancora di padre Bernardino come di “feroce oppositore degli ebrei”. “Quando le prediche pubblicate dicono esattamente il contrario, e invitano a non trattare male gli ebrei”, commenta sconsolato padre Ghetta. “E quando non esista un solo documento dell?epoca che provi la presenza a Trento di fra Bernardino dopo il ritrovamento del corpo del piccolo Simone, e un qualunque ruolo avuto dal frate nell?inchiesta e nel processo”.

I Pastori non si lasciano guidare dal gregge, ma lo difendono dai lupi

Di fronte alla massiccia campagna Prodico (Prodi+Dico) scatenata in questi giorni dai grandi mass media italiani (e locali) contro la Chiesa che con il Cardinale Ruini ha preannunciato una nota destinata ad impegnare i politici cattolici a difendere la famiglia naturale bocciando il disegno di legge approvato dal governo per riconoscere le cosiddette "coppie di fatto", suggerisco a tutti di leggere ogni giorno Il Foglio e Avvenire. E proprio dal "Foglio" del 17 febbraio propongo di seguito questo arguto e gustoso articolo di Camillo Langone.

"I vescovi facciano i pastori e non i politici”, dicono, e per una volta hanno ragione. Parlando a vanvera può capitare di centrare casualmente il bersaglio. Sul quotidiano della Margherita, Europa, Alberto Monticone, Angelo Bertani e Aldo Maria Valli cercano di insegnare il mestiere ai vescovi e indicano, senza volerlo, la strada da seguire. Che i vescovi facciano i pastori, giustissimo, e pazienza se i tre volevano dire tutt’altro.

Nessuno di loro sembra provenire dalle regioni in cui la pastorizia ha radici più salde: Abruzzo, Lucania, Sardegna… Nessuno mostra di sapere che ancora oggi, nonostante il divieto assoluto di caccia, i pastori appena vedono un lupo sparano. Sull’appennino lucano, inerpicandosi da Tursi verso il Pollino, non è difficile vedere pelli di lupi appese alle porte degli stazzi. Ai pastori non gliene frega niente del Wwf, dei Verdi e della legge 968, vedono un lupo e gli sparano, lo scuoiano e lasciano la carcassa ai cani e ai corvi. Solo a quel punto gli chiedono se aveva fame e quali erano le sue intenzioni. Uomini rudi per i quali la salvezza delle pecore viene prima, molto prima, del rispetto delle buone maniere.

Perciò i cattodemocratici che vogliono una gerarchia molliccia devono dire esattamente il contrario: “I vescovi facciano i politici e non i pastori”. Secondo Monticone, un mangiaostie a tradimento che scrive papa minuscolo e Costituzione maiuscola, la Chiesa non deve compiere “atti di rilevanza politica”. Deve essere quindi irrilevante. E proseguire la “costruttiva tradizione dell’episcopato italiano degli ultimi anni”, quelli durante i quali molti pastori si distrassero e i lupi scesero a valle: divorzio, aborto, nuove chiese progettate da architetti anticristiani, declino della domenica…

Bertani dice che Ruini sta cercando di resuscitare il passato e non il Vangelo, può darsi, intanto lui sta cercando di strappare dal Nuovo Testamento la Lettera ai Romani.

Valli intervista alcuni parroci allo sbando secondo i quali il vero problema è la mancanza di lavoro. Il Vaticano invece di prendersela coi matrimonietti dovrebbe costruire fabbriche al sud, sembra di capire. Un prete dice che i suoi parrocchiani non credono più nell’indissolubilità del matrimonio e nell’obbligo di andare a messa però ha trovato una ricetta: l’ascolto. Insomma il gregge si sta sparpagliando in ogni direzione e lui si è messo a registrare i belati.

Su Repubblica c’è l’arcivescovo di Pisa, monsignor Plotti, che teme la nota vincolante sui matrimonietti e invoca collegialità. Come se i pastori del Pollino, quando il branco di lupi esce dal bosco, chiedessero la convocazione della conferenza allevatori lucani per decidere se imbracciare le doppiette. Ma quando mai.

I vescovi devono appunto tornare a fare i pastori, senza lasciarsi guidare dal gregge e meno che meno dai mangiaostie a tradimento che non sono veri cristiani ma veri roussoiani (non riconoscono il peccato originale, pensano che i lupi siano buoni o forse vittime di una società ingiusta che li ha resi carnivori)."

Riflessioni su “Manuale d’amore 2”

Si è scatenata nei giorni scorsi sulla stampa trentina, e siamo certi ne sentiremo parlare anche nel prossimo futuro, una campagna contro la proposta del sindaco di Mezzolomabardo, Rodolfo Borga, di impedire la proiezione del film “Manuale d’amore 2”. Nel seguito dell’articolo ospitiamo la lettera del sindaco in cui spiega le ragioni di tale presa di posizione. Un’azione a mio parere legittima, non fosse altro per il fatto che lo stabile del Teatro “San Pietro” è di proprietà parrocchiale e il regolamento che ne disciplina l’utilizzo prevede che non possano essere trasmessi film in contrasto con la morale cattolica.

Non voglio entrare nel dettaglio della questione che, ripeto, sarà ben spiegata dal sindaco Borga: mi preme, invece, fare una breve riflessione sulle reazioni dei mass media e di certo mondo cattolico. Appurato il fatto che il film andrà regolarmente in scena, non si può non constatare come, ancora una volta, intorno ad alcune tematiche, si scateni una sorta di inquisizione al contrario in nome del sessantottino “vietato vietare”, di una presunta tolleranza acritica e amorale contro chiunque tenti di esprimere la propria opinione in materia di omosessualità, matrimonio, morale, etica, in maniera contraria alla vulgata corrente. Papa Ratzinger ha ben espresso il momento storico-culturale che stiamo vivendo, definendolo “dittatura del relativismo”, in cui si assiste quotidianamente a tronfi e retorici, se non ideologici, richiami al dialogo, panacea sterile contro ogni vero tentativo di distinzione caso per caso, di dare giudizi (orrore!) anche di carattere morale ed etico su argomenti fondamentali per la vita sociale di una comunità. Il discorso è troppo complesso per non essere ripreso in futuro, anche a partire da due passaggi nodali: l’emergenza educativa che attanaglia il nostro Paese e che riguarda ormai anche le piccole comunità di provincia, e l’assordante silenzio di una parte del clero e del mondo cattolico in generale, per il quale si possono anche mettere in discussione le verità dogmatiche della Fede, naturalmente con un atteggiamento “adulto”, ma non si può prendere posizione netta su argomenti quali quelli trattati, ad esempio, nel film del regista Veronesi. Paradossalmente, nel nome della tutela della “diversità”, vengono calpestate le prese di posizione di chi esprime opinioni davvero diverse e non si è ancora lasciato sedurre dagli imbonitori di quelle che Vittorio Messori definisce le “parole mantra” quali pace, dialogo, solidarietà, giustizia, secondo la logica del conformismo buonista in auge anche nel nostro Paese, soprattutto nei mezzi di informazione di massa.

Mezzolombardo, 4 febbraio 2007.

E’ proprio vero che quando ci si innamora – in buona, ma non di rado in malafede – di un’idea (nella fattispecie l’idea è quella del Sindaco censore), nulla possono né la logica, né la semplice realtà dei fatti. L’idea, che tanto piace (o serve), diventa realtà, anche quando la medesima con la realtà stride. Ciò premesso, il sottoscritto “censore” chiede rispettosamente la facoltà di poter esporre le circostanze di fatto, così da lasciare ai lettori la possibilità di giudicare serenamente (e cioè senza condizionamenti di sorta) quanto accaduto. Il cinema-teatro di Mezzolombardo, di proprietà della Parrocchia, è gestito dal Comune sulla base di una convenzione, che trova puntuale riscontro in un regolamento, debitamente approvato nell’anno 2000 dal Consiglio comunale, che ne disciplina l’utilizzo. A tale regolamento tutti, ma proprio tutti, in primo luogo il Comune, debbono attenersi (e ci mancherebbe altro!). Esso impone al Comune di non consentire la rappresentazione di spettacoli di qualsiasi genere, il cui contenuto contrasti con la morale cattolica.

Al fine di garantire il rispetto di tale obbligo, è prevista l’istituzione di una commissione di sei membri (tre indicati dalla Parrocchia, due dalle associazioni culturali del paese e solo uno dal Comune), incaricata di esprimere un parere preventivo su tutti gli spettacoli in programma. Di fatto è tale commissione a decidere se uno spettacolo rispetta o meno l’obbligo sopra richiamato, ed a tale decisione il Comune si è sempre attenuto. Nella fattispecie in esame per un disguido, non imputabile ad alcuno, la commissione non è stata convocata e i film programmati non sono pertanto passati al vaglio della medesima. Venuto a conoscenza dell’accaduto, ho semplicemente richiesto al Coordinamento Teatrale, con il quale collaboriamo positivamente da quasi sette anni, se fosse ancora possibile convocare “a posteriori” la commissione, così da consentire il rispetto del Regolamento comunale vigente. Reso edotto del fatto che ormai i contratti erano già stati sottoscritti e che, conseguentemente, non era comunque in ogni caso più possibile alcuna eventuale diversa valutazione, abbiamo deciso di proiettare tutti i film in programma. Nessuna censura, quindi, e nessun tentativo d’impedire la proiezione di un film, ma molto semplicemente la volontà di appurare la possibilità di applicare anche in questa occasione, così è stato fatto da sette anni a questa parte, il Regolamento comunale. Questa la realtà dei fatti. Se poi mi si chiede, così come è stato fatto, quale voto avrei espresso qualora la commissione fosse stata convocata, non ho alcun problema ad affermare che il voto del Comune sarebbe stato contrario; e ciò anche alla luce del giudizio negativo (letteralmente “inaccettabile/superficiale”) espresso dall’Associazione Cattolica Esercenti Cinema.

Ciò non significa però censura, ma semplice (meglio doverosa) applicazione del Regolamento comunale; qualora poi il voto della Commissione fosse stato di segno opposto (così come accaduto qualche anno fa per “Magdalene”), il film sarebbe stato comunque proiettato a norma di Regolamento. E se, ancora, mi si chiede, così come è stato fatto, la mia opinione su “matrimonio” tra omosessuali e fecondazione assistita, non ho alcun problema a ribadire che, fermi i diritti individuali, che vanno comunque garantiti, vi sono limiti che la presunta onnipotenza dell’uomo non può varcare e che tra famiglia naturale ed unione omosessuale vi è una differenza abissale. Nel concludere una breve considerazione sulla presunta censura. Io non ho fatto altro che applicare un Regolamento vigente. Altra cosa è la censura, praticata, in modo ferreo e puntuale, da quelle lobby, potenti e ben introdotte, che su determinati temi non tollerano opinioni difformi in nome di una democrazia, che a tutti vorrebbero fosse garantita, eccetto però a chi la pensa in modo non conforme al loro. Distinti saluti.

Rodolfo Borga

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