Donne marocchine contro Dico e poligamia….

ROMA, martedì, 8 maggio 2007 (ZENIT.org).- I DICO potrebbero legalizzare la poligamia, sostiene Saoud Sbai, Presidente della Confederazione delle Comunità marocchine italiane, sottolineando che “l’istituto familiare, fondamento di ogni società, va non solo difeso ma rafforzato.
Così ha detto a ZENIT la Sbai, da più di 25 anni in Italia, dove dirige la rivista “Al Maghrebiya” – mensile in lingua araba dedicato ai maghrebini e agli arabi che vivono nel nostro Paese , nello spiegare i motivi della partecipazione al “Family Day”.
“La Comunità delle Donne Marocchine in Italia ha deciso di prender parte alla manifestazione di sabato 12 maggio ha annunciato con un’idea ben chiara che non va fraintesa: nessuna dimostrazione contro gli omosessuali…noi vogliamo dire no a modelli di convivenza come quella poligamica che un domani non lontano potrebbero trovare riconoscimento in un nuovo Dico”.
“Se si riconoscono davanti alla legge, famiglie differenti da quella tradizionale costituita da un uomo, una donna e dai loro figli, come si potrà dire no a convivenze ‘alternative’ che vanno anche al di là della coppia?”, si è chiesta.
“Il nostro più grande timore è questo – ha sostenuto la Sbai – quello di vedere riconosciute ‘famiglie’ in cui uomo e donna non hanno gli stessi diritti, in cui l’uomo diventi padrone delle ‘sue’ mogli con tutto ciò che ne consegue”.
“Inoltre – ha continuato – siamo dell’idea che l’istituto familiare, fondamento di ogni società, vada non solo difeso ma rafforzato, tramite politiche governative adeguate; l’intervento delle istituzioni e l’opera del legislatore devono sempre avere la famiglia come centro della loro azione”.
“Le politiche economiche e sociali (e dunque tutto ciò che significa l’accesso al mondo del lavoro, alla possibilità di una casa, e alle strutture preposte all’educazione e alla crescita dei figli) devono essere pensate in maniera tale che l’idea di creare una famiglia e di portarla avanti non faccia più paura soprattutto ai giovani”, ha commentato.
“In questo senso – ha concluso la Sbai – è utile e anzi necessario portare in piazza le ragioni di chi chiede ‘più famiglia’. La Comunità delle Donne Marocchine in Italia sente questo bisogno, come già in precedenza ha sentito di aderire ad altre manifestazioni come quella contro l’eutanasia e la pena di morte”.

Vanessa

Vanessa era una delle tante ragazze che popolano le nostre metropoli: capelli a caschetto biondi, ad incorniciare un viso tondeggiante dove ardevano due grandi occhi, densi e profondi, carichi di intelligenza, occhi in cui riluceva la disperata voglia di vivere dei ventenni.
Vanessa aveva ventitre anni ed era una brava ragazza; nata in una famiglia semplice si era data da fare per non pesare troppo sulle spalle dei genitori. Anche quel giorno andava al lavoro, in una gelateria , per racimolare i soldi per pagarsi un corso di perfezionamento come infermiera. Vanessa, dicono, amasse la psicologia e fosse attenta agli emarginati. Chissà cosa penserebbe oggi, se potesse leggere di sè sul giornale; di come in un una mattina qualunque, andando al lavoro il destino la avesse tratta in un baratro da cui non si ritorna.
Il destino ha le fattezze di due rumene, due prostitute; “la piccola” con un cappellino a sghimbescio calcato sulla testa le tira un colpo d’ombrello, la punta come un fioretto si incunea nei suoi grandi occhi, che in un istante cessano per sempre di vedere.
Così è morta Vanessa, per mano di una balorda di poco più di vent’anni. Chissà cosa avrebbe pensato se avesse letto sul giornale, di questa assurda vicenda. Forse avrebbe persino trovato una scusa per quella disperata che le aveva strappato tutto.
Tutto il possibile, il sogno di un amore coronato magari dalla costruzione di una famiglia, un lavoro stabile, dei figli, niente.
Il capolinea del metrò ha consumato in un attimo tutte le possibilità , tutto il futuro che la attendeva.
Mentre Vanessa muore, la lotta nella società diseguale continua sotto l’egida del denaro che misura i rapporti, stabilisce le relazioni, le amicizie, le possibilità, la durata della vita media, il numero dei figli.
Continua, la vita mobile e instabile della società dei consumi che rende incerti i rapporti, massacra il balunginio di ogni certezza, polverizza i legami e le tradizioni che garantirono per secoli la solidarietà fra uomini.
E’ la stessa vita che costringe i singoli ed i popoli ad esodi continui, da Stato a Stato, da città a città, da amore ad amore. L’uomo contemporaneo, il giovane in particolare, è un viandante senza meta, distratto verso direzioni molteplici e contraddittorie dal luminoso gioco di specchi del mercato.
Così le città si popolano di “randagi”, di disperati alla ricerca di un paradiso che non esiste.
I flussi migratori incontrollati si giustificano con la scusa di un bisogno di manodopera, ma in realtà è il sistema che genera la fuga dai paesi d’origine e popola le città di gruppi umani che per sopravvivere si organizzano in clan e tribù le quali spesso rifiutano il confronto e l’integrazione. Ma cosa sia l’integrazione in un mondo disintegrato ai miei occhi resta un mistero.
Questi uomini che brulicano silenziosi ed operosi nelle nostre città e si arrangiano nei modi più disparati oscillando fra legalità e illegalità possiamo in parte capirli: sono stati gettati dentro un mondo per loro estraneo, ma di questo mondo vogliono suggere il meglio nel minor tempo possibile, costi quel che costi. Essi portano il loro dolore con lo sguardo sospettoso, sono deboli e forti ad un tempo mescolando nelle nostre vite un sentimento di pietà e paura.
Quello che invece stento a comprendere è il ruolo di politica ed economia che hanno stretto un patto diabolico che genera violenza ovunque. Mentre comprendo assai bene la sindrome spartitoria che governa il loro agire, la logica dei privilegi che caratterizza il pianeta della politica, almeno ad un certo livello; una ferrea razionalità che perpetua se stessa nel quasi disinteresse nei confronti dei deboli, dei semplici, di chi ancora crede in qualche ideale.
Tutto ciò genera una forza maligna che fiorisce in ogni angolo del pianeta,fatta di bellezza mercificata, di lusso ostentato, di potere lucrato, di conoscenze e privilegi, di silenzi, di omissioni, di ricatti.
Mentre l’amore e il disinteresse si fanno merce sempre più rara.
Di questo innanzitutto sei vittima, dolce Vanessa.

Putin, la Russia e il mondo.

Un sasso nello stagno Putin avverte il mondo di Fulvio Scaglione
Le tensioni che in questo periodo scuotono i rapporti tra Russia, Polonia, Estonia, Repubblica Ceca e Usa possono sembrare improvvise solo a chi negli ultimi quindici anni sia vissuto sulla luna. Era anzi inevitabile che si arrivasse a questo show down, nel punto in cui s’incontrano e si scontrano due moti opposti: l’avanzata verso Est dell’influenza americana, l’espansione verso Ovest dell’ambizione russa, spinta dalla ripresa economica. Oggi si discute dello “scudo spaziale” da installare in Polonia e nella Repubblica Ceca, ma ieri si litigava su Ucraina, Georgia e Moldavia, l’altro ieri sulla Belorussia vicina a Mosca e sull’Azerbaigian vicino a Washington, prima ancora sugli oleodotti da tracciare nel Caucaso. Per non parlare della Cecenia: gli Usa la considerano la grande palestra del neo-autoritarismo russo, in Russia molti sono convinti che proprio gli Usa abbiano soffiato, per interposta Arabia Saudita, sul fuoco dell’irredentismo ceceno.
Una citazione ormai frusta dice che “le grandi potenze non hanno ideali ma solo interessi”. C’è in questo caso una paradossale inversione dei termini: gli ideali, i valori ci sono ma sembrano solo complicare le cose. Prendiamo la polemica tra Estonia e Russia sul monumento all’Armata Rossa: per gli uni l’esercito sovietico fu uno strumento di dominio imperialista, per gli altri il primo liberatore dal nazismo di quella parte di Europa. Hanno ragione entrambi. Sarebbe forse più semplice se la Russia potesse dire che detesta la politica filo-occidentale dell’Estonia, e questa potesse ammettere che il gasdotto russo-tedesco che la taglierà fuori dai diritti di transito è una vera doccia fredda. Altrettanto vale per la polemica sullo scudo spaziale. Ha ragione Condoleezza Rice quando dice: “E’ ridicolo pensare che dieci intercettori e qualche radar possano minacciare il deterrente strategico sovietico (così, ma voleva dire russo, n.d.r)”. Ma è anche ridicolo sostenere, come invece fa la Rice, che l’Iran o qualche altro Stato canaglia (la Siria? La Corea del Nord?) voglia bombardare la Polonia, quella stessa Polonia che non perde occasione per polemizzare con Mosca. E se intercettori e radar fossero schierati in Messico o in Canada, come reagirebbero gli Usa, che considerarono persino l’isoletta di Grenada una minaccia alla sicurezza nazionale?
Parlando di rischi di “distruzione reciproca”, minacciando di congelare il Trattato sulle armi convenzionali in Europa, riesumando toni da Guerra Fredda, Putin ha voluto gettare un sasso, anzi un masso, nello stagno. Ha sollevato molti spruzzi, cioè ha raggiunto il suo scopo. L’Occidente stenta a capire che la Russia non è più quella del 1999, quando la Nato iniziò le operazioni in Kosovo senza neppure avvertire il Cremlino e il premier Evgenyj Primakov, che stava volando verso Washington per una visita di Stato, girò l’aereo e tornò a Mosca, facendosi anche un po’ ridere dietro. Oggi la Russia ha i mezzi e soprattutto la volontà per chiedere considerazione e rispetto e per respingere quel “mea culpa” continuo che da più parti le si chiede per i pure enormi misfatti sovietici. Putin non è un tenero e la sua idea di democrazia somiglia poco alla nostra. Ma alla sua Russia, così assertiva e convinta, almeno un merito bisogna riconoscerlo: quello di ricordare a tutti che, tra Usa, Russia, Cina, India e altre grandi e medie potenze emergenti, viviamo in un mondo sempre più plurale. Organizzarlo a senso unico può essere forse una pretesa, non necessariamente una buona idea.
Avvenire, 28 aprile.

Appuntamenti vari….

Ricordo, per chi volesse, alcuni appuntamenti: il 3 maggio il Mpv organizza un incontro intitolato “Ru 486: la favola dell’aborto facile”, alle 17.30 al Museo di Scienze naturali. Parlerà Assuntina Morresi; sono stati invitati anche il dottor Arisi e Margherita Cogo, per un dibattito. Il 4 maggio sera, alle 20.30, il MpV organizzza un incontro su eutanasia e testamento biologico, con Massimo Micaletti (istituto salesiano, disponibilità parcheggio).Per chi volesse un posto in pullman, per il dies familae, si può telefonare a Giovanna: 338 5680565

I disobbedienti neo-bolscevichi

Domani marcerà su Trento un branco di scalmanati decisi a rivedicare il pieno diritto di un immobile di proprietà dell’opera universitaria da loro già indebitamente occupato. Si autodefiniscono disobbedienti perché non hanno rispetto di niente, specie delle cose degli altri e di tutti, come la democrazia, le istituzioni, le pompe di benzina, le strade, i muri delle case e dei palazzi più belli, le vetrine, ecc.. Dove passano imbrattano o distruggono perché così piace a loro.

Sono amatissimi dai giornali che riservano pagine piene di simpatia a questi paladini della pace e dei diritti (vale a dire qualunque cosa vogliano per se stessi) imposti con la forza.

Per rassicurare i commercianti della città circa il carattere pacifico della manifestazione, alcuni di loro hanno distribuito ieri fiori di camomilla a chi aveva espresso qualche timore per i danni che l’orda barbarica potrebbe causare ai negozi davanti ai quali transiterà.

Due sole osservazioni: 1. la camomilla dovrebbero bersela i disubbidienti e a dosi massicce perché gli unici esagitati sono loro; 2. se nè il comune nè le forze dell’ordine cacceranno subito a calci in culo questi fancazzisti dall’edificio pubblico illegalmente occupato, dovremo prepararci a difendere le nostre case da questi fanatici neo-bolscevichi, perché il loro prossimo passo sarà il sequestro delle proprietà private (solo quelle altrui, naturalmente).

La scimmia non ride

A proposito della mostra «La scimmia nuda» proposta dal Museo Tridentino di Scienze Naturali, diversamente da quanto l’esposizione sponsorizzata dalla Provincia vorrebbe di fatto dimostrare senza uno straccio di prova (come evidenzia Francesco Agnoli nel ricchissimo articolo prededente), l’uomo è un essere "unico" non riconducibile agli animali, scimmie incluse, anche in ragione della famiglia. E perché ride.

A spiegarlo molto bene è Francesco D’Agostino in un editoriale del quotidiano «Avvenire», di cui ripropongo uno stralcio. Eccolo.

«Quando si riflette sul serio sulla realtà della famiglia, si scoprono alla fine inevitabili convergenze su alcuni punti fermi:

– la famiglia non è una "invenzione" storico-sociale, attribuibile a una cultura e a una determinata epoca, bensì una struttura antropologica fondamentale;

– l’uomo, così come è l’unico animale che parla, l’unico animale che ride (e, purtroppo, anche l’unico animale che fa ridere), l’unico animale che seppellisce i propri morti, è l’unico animale che si sposa;

– le determinazioni giuridiche della famiglia variano nei secoli e secondo le diverse culture, ma la sua funzione antropologica – garantire l’ordine delle generazioni – resta costante; questa che chiamiamo garanzia dell’ordine delle generazioni non si appoggia ad impulsi istintuali o biologici, ma si determina a partire da una specifica volontà, quella di un uomo e una donna di essere pubblicamente riconosciuti marito e moglie;

– nelle prospettive religiose e filosofiche più profonde, questa volontà è ben compresa come specificamente etica: di qui l’esigenza che la volontà sia matura, consapevole, libera, che esprima cioè la piena intenzione di un soggetto di unirsi per tutte le dimensioni della sua vita personale al coniuge, per costruire quel luogo di comunicazione totale (secondo l’espressione del sociologo Niklas Luhmann) che è la comunità familiare».

Avvicinandosi l’ora di pranza aggiungo che gli uomini, come mi ha spiegato un giorno uno studioso formidabile e ricco di humor come Leo Moulin, si diversificano strutturalmente dagli animali anche perché sanno cucinare.

Come funziona il finanziamento alle scuole cattoliche.

Qualcuno sta raccogliendo firme in Trentino contro il finanziamento alle scuole non statali attuato in una certa misura dalla Provincia Autonoma di Trento. Di fronte a questo fatto va precisato quanto segue:
1. Le Scuole Cattoliche offrono un servizio educativo che ottiene da sempre, da parte delle famiglie e di moltissimi esperti anche non cattolici, ampi riconoscimenti circa la qualità e l’efficacia dei risultati conseguiti.
2. Esse offrono un autentico ‘servizio pubblico’, in quanto rivolto a tutti i cittadini che, condividendone metodi e finalità, decidono di avvalersene. In questo senso è servizio pubblico non quello che è gestito necessariamente dallo Stato, ma quello che, qualunque sia l’ente che lo gestisce, risponde alle esigenze dei cittadini con competenza, correttezza ed efficacia; per questo ottiene da sempre la qualifica di servizio pubblico ogni ristorante, bar, negozio, farmacia, ospedale, struttura sportiva, culturale, assistenziale, etc. che svolga correttamente il proprio servizio ai cittadini che intendono servirsene.
3. La nostra Provincia spende ogni anno 8800 euro per ogni alunno delle scuole superiori statali, per coprire tutti i costi del servizio offerto. Agli alunni delle scuole non statali viene corrisposta una cifra notevolmente inferiore, cioè 3200 euro, alla quale gli alunni stessi devono aggiungere una retta annua per la copertura del disavanzo. In questo modo la Provincia risparmia 5600 euro all’anno per ogni alunno che non frequenta le proprie scuole: più alunni frequentano le scuole non statali e più l’ente pubblico risparmia.
4. Gli alunni delle scuole cattoliche versano una retta annua di circa 1400 euro. Ciò significa che la scuola che frequentano ha a disposizione un budget per ogni alunno complessivo di 4600 euro (cioè i 3200 della Provincia più i 1400 dell’alunno stesso), con il quale deve coprire tutte le spese. I fatti dimostrano che queste scuole, pur avendo dunque un budget per studente che è quasi la metà di quello delle scuole statali, offrono un servizio completo e molto spesso anche integrato da corsi aggiuntivi e da una particolare attenzione alle necessità dei singoli alunni.
5. Ciò dimostra che quando una istituzione scolastica è gestita da un soggetto liberamente costituito da persone che condividono uno stesso progetto educativo e culturale (famiglie, insegnanti, comunità) è in grado di utilizzare al meglio le proprie risorse e che è dunque pieno interesse dello Stato favorire in ogni modo questa iniziativa della società e delle persone, senza sostituirsi ad esse. In base al principio di sussidiarietà infatti la comunità civile deve sostenere il più possibile l’iniziativa che sorge dalle comunità che vivono al suo interno.
6. In ogni caso noi non chiediamo tanto che vengano finanziate le scuole cattoliche, ma che ad ogni famiglia venga riconosciuto il diritto di spendere il proprio “buono scuola” (cioè gli 8800 euro che la Provincia o lo Stato spendono ogni anno per ogni alunno) nella scuola che liberamente sceglie, statale o non statale che sia. Chi vuole spendere questo budget – che giustamente la società civile stanzia per l’educazione di ogni suo membro – in una scuola statale lo faccia, chi vuole spenderlo in un’altra scuola non statale lo faccia. Noi crediamo che i genitori insieme con i loro figli sappiano fare le loro scelte e che nessuno abbia il diritto di impedirglielo imponendo economicamente strade obbligate. E’ evidente che molti, che non vogliono questa libertà, hanno un interesse ideologico legato ad una concezione statalista della società, accanto a coloro che vogliono difendere interessi corporativi irragionevoli; costoro dovrebbero considerare che la libertà di educazione è in realtà vantaggiosa per gli operatori del settore oltre che per gli utenti, per la dinamica di intrapresa, responsabilità e collaborazione che mette in moto.
7. E’ bene riflettere sul fatto che con 8800 euro una scuola come l’Arcivescovile o qualsiasi altra seria istituzione scolastica potrebbe fornire agli alunni non solo l’ordinaria attività didattica, ma anche donare ad ogni alunno un computer portatile per l’elaborazione di tutta la documentazione oggi disponibile per via informatica per tutte le materie e regalare ogni anno un soggiorno-studio linguistico di 45 giorni all’estero, e ancora avanzare un migliaio di euro, senza oltretutto richiedere alcuna retta alle famiglie.
8. Chiediamo che lo Stato svolga la sua funzione soprattutto come garante della correttezza e della legittimità delle istituzioni scolastiche che si propongono alle famiglie. Ciò significa che tocca allo Stato fissare gli obiettivi essenziali che ogni scuola deve far raggiungere agli studenti che la frequentano (per esempio: l’alunno di un liceo scientifico deve sapere svolgere un certo elenco di operazioni matematiche, deve conoscere un certo elenco di opere letterarie, storiche, filosofiche, scientifiche, religiose, sociologiche, etc) e deve controllare che ciò venga effettivamente realizzato e che tutto si svolga nel rispetto delle normative di sicurezza, privacy, libertà, correttezza, professionalità, etc., a tutela di ogni cittadino. Non vogliamo quindi sminuire in nessun modo il ruolo dello Stato, ma far sì che sia al servizio dei cittadini e non posto come limite alla loro giusta iniziativa.
9. Chiediamo a tutte le famiglie cristiane e anche a tutte le altre di considerare seriamente la possibilità di utilizzare il servizio offerto dalle scuole cattoliche, sia quelle ufficialmente tali e sia quelle di chiara ispirazione cristiana. L’educazione dei figli è un compito da mettere in primo piano, di fondamentale importanza per il futuro della società: esso merita quindi dei sacrifici e chiede di essere portato avanti insieme.
10. Chiediamo a tutti di farsi promotori di questa esigenza veramente basilare per la libertà e lo sviluppo della nostra società e di tutti i suoi cittadini e per l’azione stessa della comunità cristiana nel mondo. Come diceva giustamente un grande educatore del nostro tempo: “toglieteci pure tutto, ma lasciateci la libertà di educare”.
Centro Decanale di Pastorale Scolastica – Rovereto

centochiodi

Per raccontare la storia racchiusa nell’ultimo film di Ermanno Olmi partirò dall’epilogo: il giovane e avvenente professore di filosofia, che ha abbandonato il mondo per rifugiarsi sulle rive del Po a vivere con una comunità -perlopiù di vecchi- scompare definitivamente.
A nulla vale l’attesa dei popolani che lo avevano conosciuto, a nulla servono i poetici festeggiamenti ammanniti con cura per il suo ritorno e nulla valgono le lacrime che rigano il volto della giovane fanciulla che forse lo amava.
Il professore pentito non tornerà più, i volti della gente e il sinuoso e silente serpeggiare del fiume sull’ora del tramonto tingono con un mesto accordo il consumarsi della narrazione.
Tutto era cominciato con l’addio al mondo dei libri, in quella cattedrale del sapere rappresentata dalla biblioteca universitaria. L’insegnante stimato e affermato, in una notte aveva inchiodato al suolo centinaia di libri aperti; li aveva crocifissi con cieca ostinazione e con quel gesto espresso un giudizio di rottura con il sapere, con il calcolo, con la ragione che tutto presume. Se ne era andato gettando nel fiume documenti e passaporti. Tutto il passato scorreva lieve trasportato chissà dove dal solenne fluire del Po.
Da quel momento lo sguardo dell’uomo si rifà puro ed ogni cosa, sia pianta che oggetto, sia tramonto che temporale, si imprimono nel cuore di quel nuovo essere, un persona rinata, capace di cogliere la luce del mistero che avvolge e rivela un oltre, una profondità mai vista.
Il vecchio rudere fra i canneti, che nessuno aveva mai osservato, torna a vivere, perché l’anima e le mani del professore lo rendono una casa. E la casa si riscalda grazie all’incontro con un popolo minuto di gente semplice, di abusivi che vivono ai margini del fiume.
Torna in questa frequentazione, all’insegna della pura gratuità, la naturalezza di un passato perso che rivive nei gesti e nel gergo dei popolani, nella sensualità purissima e selvatica della panettiera, nei dialoghi che puntano all’essenziale.
Non importa che questo mondo esista o meno o se in esso si materializzino trasfigurati i ricordi e le nostalgie del regista.
Questo mondo è vero come vera è la forza di una civiltà che trasforma ogni esperienza in cosa, in calcolo, in profitto e violenza.
Emerge dal film il contrasto fra la logica del dono e l’incedere di un “progresso” che vuole cacciare il popolo del fiume dalla propria terra, dai propri riti, dal proprio mondo.
E’ qui che si erge in difesa di questi fratelli occasionali la figura del “Cristo professore”, rivelando con ciò la propria identità e il “delitto” commesso nei confronti dei libri e della cultura. Per questo, di notte, lo vengono a prendere per arrestarlo. Poi il finale e quel ritorno mai realizzato di cui dicevo in avvio di questo commento.
A questo punto vorrei osservare e sperare una cosa: che qualcuno dei protagonisti, di coloro che hanno vissuto l’incontro con l’imprevisto personaggio, si sia preso la briga di raccontarlo, di fissarne la storia …proprio in un libro!
Libri crocifissi all’inizio e libri scritti alla fine, per salvare un’esperienza, una storia importante, che altrimenti il tempo avrebbe avvolto e obliato.
Ma questa è una mia illazione.
Il film di Olmi è un testamento, libero da ogni autocensura, un doloroso percorso interiore, uno sguardo gettato sulla vita.
In esso non traspare una critica alla Chiesa o alle religioni, bensì un richiamo alla naturalità, allo stupore da cui scaturisce ogni fede, una fede che per restare tale rifiuta la potenza codificante e violenta -non della ragione- ma della cecità, di una razionalità priva di ogni soffio morale.
Perciò l’opera di Ermanno Olmi mi pare un’opera “pre-religiosa”; essa getta un fascio di luce sulla dimensione del sacro da cui necessariamente si origina la religione.
Ed è bello vedere come dietro al sofferto profilo del professore si delinei con chiarezza il volto del Cristo, che davanti al dolore del mondo si rivolge al Padre chiedendogli conto dell’abbandono.
Se oltre a tutto questo volessimo leggere una critica alla religione -e al cattolicesimo in particolare- credo commetteremmo un arbitrio e la strumentalizzazione di un’opera di un grande regista, perdendo l’essenziale.

Lo Stato dei trattati bilaterali tra Israele e Santa Sede.

La delegazione israeliana diserta l’incontro in Vaticano
di Arieh Cohen
La riunione “plenaria” era fissata da tempo. Si doveva lavorare a un “trattato globale” su sicurezza giuridica e fiscale per la Chiesa in Israele. Il faticoso processo era iniziato anni fa, spinto dalla magnanimità e fiducia di Giovanni Paolo II. Delusione e dolore nel mondo ecclesiale.
Tel Aviv (AsiaNews) – La Delegazione dello Stato di Israele, attesa in Vaticano per il 29 marzo, ha deciso di non presentarsi all’appuntamento. Lo avrebbe comunicato solo ora, a pochissimi giorni da quella che sarebbe stata la prima “Plenaria” dei negoziati tra le due Parti dopo un intervallo di cinque anni.
La notizia si è subito diffusa tra i giornalisti a Roma, che si occupano del Vaticano, giacché alcuni tra i più influenti erano invitati ad incontrare il Capo della Delegazione israeliane il 29 sera, dopo i negoziati in Vaticano, così che le stesse Autorità israeliane si son viste costrette a informarli della decisione di non inviare la Delegazione.
In assenza, finora, di commento ufficiale da parte della Santa Sede, non è ancora possibile valutare quanto grave è la ferita che può essere stata inflitta ai rapporti bilaterali da questa mossa insolita, che segue una lunga serie di altri appuntamenti – sempre nel quadro dei negoziati, ma finora soltanto a livelli “inferiori” – che sono stati poi disdetti o disattesi dalla parte israeliana.
L’incontro disdetto da Israele, delle squadre dei negoziatori per la Santa Sede e per lo Stato di Israele, al completo, si sarebbe tenuto in Vaticano, giovedì 29 marzo, per fare ancora un altro tentativo di portare a conclusione le trattative iniziate l’11 marzo 1999. L’ultimo incontro dei negoziatori a questo livello si è tenuto 5 anni or sono. Da allora i negoziati hanno proceduto, seppur sporadicamente, al “livello di lavoro”.
Come è ben noto, il fine dei negoziati è la firma di un “trattato globale” su tutte le questioni di tasse e proprietà attualmente pendenti, per dare alla Chiesa in Israele quella sicurezza giuridica e fiscale, di cui ha bisogno. In termini pratici, la Chiesa Cattolica desidera veder riconfermate le storiche esenzioni fiscali, che aveva già acquisito nel 1948, al momento della creazione dello Stato di Israele. Parimenti la Chiesa spera per la restituzione di proprietà ecclesiastiche confiscate – per esempio, la chiesa-santuario di Cesarea, confiscata negli anni ’50 e successivamente rasa al suolo. In particolare poi, viene ritenuto importante per la sicurezza dei luoghi sacri di proprietà della Chiesa, assicurare che gli eventuali contenziosi che li riguardano siano decisi dalle corti giudiziarie di Israele, secondo il diritto, e non, come potrebbe accadere oggi, dai politici, in maniera puramente discrezionale.
Nella Chiesa in Israele c’era molta attesa per l’esito di questo incontro – ora disdetto in modo repentino da Israele – e la previsione della prima sessione “plenaria” dei negoziati dopo cinque anni, aveva suscitato un cauto ottimismo, ora sostituito per l’ennesima volta dalla delusione.
Un esito positivo delle trattative avrebbe potuto confermare la fiducia nella saggezza della scelta della Chiesa, nel 1993, di procedere alla firma dell’ “Accordo fondamentale” con lo Stato di Israele, e di allacciare con esso, pochi mesi dopo, i pieni rapporti diplomatici, anche mentre si affidavano a negoziati e accordi successivi materie di importanza decisiva.
Il giurista francescano p. David-Maria A. Jaeger, massimo esperto di rapporti Chiesa-Stato in Israele, (prima di essere informato dalla cancellazione unilaterale) aveva spiegato così ad AsiaNews il ragionamento che aveva portato alla scelta del ’93: “Si credeva meglio procedere comunque, per dimostrare, subito, sin dall’inizio, la buona fede della Chiesa, e la fiducia senza riserve che l’altra Parte avrebbe adempiuto i propri obblighi di diritto internazionale. C’era l’attesa, piena di speranza, che la fiducia e la magnanimità da parte della Chiesa non avrebbero mancato di suscitare magnanimità e fiducia anche dall’altra Parte. Si trattava di una decisione coraggiosa e generosa del Servo di Dio Giovanni Paolo II, e io, da parte mia, continuo a pregare e a sperare che si dimostri che davvero Egli aveva ragione”. Richiesto da AsiaNews di esprimere un opinione sulla cancellazione unilaterale, il p. Jaeger si è limitato ad esprimere “incredulità” e “dolore”, e ha rifiutato di fare altri commenti.
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Continua la guerra dello stato d’Israele contro l’Ospizio delle suore della Carità
di Arieh Cohen
Governo e organizzazioni commerciali da decenni tentano di espropriare con mezzi illeciti una costruzione che a Gerusalemme ospita bambini poveri, anziani e portatori di handicap, per costruire cinema e centri di intrattenimento. Richiesta la mobilitazione dell’opinione pubblica cattolica mondiale.
Tel Aviv (AsiaNews) – La Chiesa cattolica in Israele sta cercando tutti i modi di salvare l’Ospizio per anziani e bambini, il convento e la chiesa delle Figlie della Carità di san Vincenzo de’ Paoli. La prestigiosa istituzione caritativa è infatti nel mirino di un’alleanza fra governo israeliano e imprenditori che vuole costringerle a vendere la proprietà ad alcune aziende private. In un ultimo appello, le suore hanno denunciato il complotto alla Corte distrettuale di Gerusalemme, ma molto difficilmente la Corte darà ascolto alle suore senza l’intervento diplomatico del Vaticano e senza la pressione dell’opinione pubblica cattolica in tutto il mondo.
A tutt’oggi l’Ospizio ospita 150-200 persone: circa 30 neonati e bambini al di sotto dei 4 anni; fra 80 e 120 ragazzi e ragazze minori di 18 anni; un gruppo di adulti e anziani con forti handicap fisici e mentali. Ogni giorno 30 bambini ricevono cure ambulatoriali; un centinaio di bambini e bambine, in maggioranza poveri, sono accolti in un asilo. L’Ospizio è mantenuto in funzione da 7 suore Figlie della Carità e da uno staff di 75 persone fra dottori, psicologi, psichiatri, infermieri, assistenti sociali, fisioterapisti e altri. Al centro dell’edificio vi è una delle chiese cattoliche più famose e importanti di Gerusalemme.
L’Ospizio è riconosciuto e ammirato dal folto pubblico per il suo insostituibile impegno a favore dei bisognosi e sofferenti, piccoli e grandi. Ma la sua posizione, al confine fra Gerusalemme est e ovest, a breve distanza dalla porta di Giaffa, lo hanno reso da sempre una preda ambita.
Nel 1974, l’allora sindaco di Gerusalemme, noto per i suoi continui sforzi di trasferire proprietà ecclesiastiche a mani israeliane (governo e privati), ha fatto pressioni sulla superiora facendole firmare un contratto di vendita di una parte dell’Ospizio, a favore di un businessman israeliano. Non essendo autorizzata dalla Chiesa, la vendita era illegale e la Chiesa di Gerusalemme ha richiesto che il contratto venisse dichiarato nullo. Per tutta risposta lo stato ha confiscato la proprietà, assicurandone il trasferimento agli imprenditori israeliani.
La Chiesa si è allora rivolta ai tribunali per annullare la confisca. A questo punto lo Stato israeliano preme sulle suore per far loro firmare un nuovo contratto di vendita (più precisamente “di affitto per 125 anni…”).
Nel nuovo contratto lo Stato ha incluso diverse condizioni richieste dalla Chiesa, per garantire il buon funzionamento dell’Ospizio, della chiesa e del convento. Così, per esempio, era stata garantita una “via di accesso” attraverso l’area confiscata (o “affittata”), per permettere ad auto, ambulanze, camion di fornitori di entrare e uscire dal centro. Un’altra garanzia scritta era che l’area edificata nella nuova proprietà non avrebbe dovuto essere troppo alta per non privare l’Ospizio della luce solare.
Le nuove costruzioni, varate di recente, violano in modo netto tutte le garanzie richieste dalla Chiesa. In particolare, i nuovi proprietari si rifiutano di fare una strada di accesso, minacciando di soffocare l’Ospizio, rendendo impossibile il suo funzionamento. I nuovi edifici, poi, sono progettati per giungere ad una tale altezza che l’Ospizio sarà destinato a non vedere per sempre la luce del sole. Violando il contratto, sono in programma cinema e centri di intrattenimento, minacciando di affogare l’Ospizio e i suoi residenti in un chiasso perpetuo, specialmente di notte.
Le Figlie della Carità si sono lamentate e hanno domandato al governo e all’organizzazione commerciale di onorare le loro promesse stilate sul contratto. Come risposta, governo e businessmen hanno consigliato alle suore di vendere tutta la proprietà, chiudere l’Ospizio e andare via… Ormai, diverse persone a Gerusalemme pensano che questo fosse lo scopo ultimo dell’operazione fin dall’inizio.
Le suore hanno presentato una nuova denuncia, chiedendo al governo e all’organizzazione commerciale di onorare i loro impegni. Ma il cammino sembra arduo. Il potere politico cerca da molto tempo di strappare in tutti i modi edifici di proprietà delle Chiesa per incamerarli in mano israeliana, pubblica e privata. In questo caso, al potere forte dello stato si aggiunge anche un forte potere economico, dati gli enormi interessi commerciali coinvolti.
Secondo l’Accordo Fondamentale del 1993 fra la Santa Sede e Israele, la chiesa e il convento delle suore sarebbero dei “luoghi sacri”, con diritto a una speciale protezione (v. Art 4, par. 3 del trattato). Ma il governo israeliano continua a rifiutarsi di recepire l’Accordo nelle leggi dello Stato e ha dichiarato diverse volte che esso reputa l’Accordo non vincolante e non applicabile nei tribunali israeliani. Ancora di recente – in un altro caso, davanti alla Corte suprema di Israele – il governo ha riaffermato la posizione secondo cui Israele non è vincolato dalle obbligazioni contratte con l’Accordo Fondamentale con la Santa Sede.
Fonti locali dicono che è molto probabile un’assistenza diplomatica della Francia. In passato la Francia ha infatti firmato alcuni accordi con Israele per la protezione di diverse istituzioni cattoliche. Ma le stesse fonti affermano che la speranza più forte è nella mobilitazione dell’opinione pubblica cattolica mondiale. Perdere l’Ospizio significa perdere un elemento significativo della presenza e della missione cattolica a Gerusalemme, una perdita insieme morale e fisica.
In Israele la missione di servizio delle Figlie della Carità ha un importante ruolo di testimonianza di ciò che è il cuore della fede cristiana: manifestare che “Dio è amore”, come il papa della “Deus caritas est” ha ricordato alle Chiese e al mondo. Evidentemente, politici e imprenditori israeliani hanno altri interessi e altre idee…
Asianews

Trento come Genova? No global in città.

Dopo lo sgombero del Centro sociale “Bruno” avvenuto lo scorso 21 marzo, sono proseguite le azioni di protesta da parte dei no global trentini: dopo aver causato disagi al traffico, bloccando la tangenziale, i manifestanti si sono recati alla rotatoria nei pressi della funivia per Sardagna e hanno imbrattato di colore rosa la statua dell’orso, dono del Comune di Berlino-Charlottenburg alla città gemellata di Trento.

La settimana precedente i no global nostrani avevano anche tentato un’irruzione alla sede del Comune in via Belenzani, naturalmente dopo aver imbrattato il selciato con la solita vernice rosa. Certo, la posizione del sindaco Alberto Pacher non deve essere per nulla facile in questo momento, guidando una coalizione “di lotta e di governo”, che in alcune sue frange più sinistrose, dentro e fuori le istituzioni, aveva talvolta ammiccato, più o meno palesemente, alle iniziative dei ragazzi del Bruno. Al momento si è tornati al rispetto della legalità, mettendo fine all’occupazione illegale dello stabile presso il piazzale Zuffo a Trento, che durava, addirittura, dal 10 ottobre 2006. Certamente gran parte dell’opinione pubblica trentina ha accolto con soddisfazione la chiusura della palazzina occupata illegalmente al piazzale Zuffo. Nulla di personale verso i ragazzi del “Bruno”, ma quel senso di illegalità manifesta, ostentata, quel linguaggio pieno di diritti e mai di doveri, francamente indispone chi, da anni, all’interno di associazioni di volontariato, culturali, sociali, si è visto rispondere picche dall’amministrazione comunale a richieste per una sede per le proprie attività; peggio ancora vi sono sul territorio comunale, associazioni realmente impegnate nel sociale, non solo a parole o a slogan, che spendono gran parte dei loro ricavi, quando non si autotassano, per pagare l’affitto di un locale. Se volessi indulgere in demagogia, direi che sarebbe arrivato il momento anche per tutti i loro associati, per tutti noi, di marciare su Palazzo Thun! Direi, inoltre, che sarebbe interessante calcolare quanto è costato alla collettività l’attività del “Bruno”: costi legati alla pubblica sicurezza, pulizia degli immobili, danari che avrebbero potuto essere spesi in ben altre iniziative e ben più proficue azioni, ma non mi illudo di certo che i contestatori e gli agitatori di piazza comprendano un siffatto ragionamento, per quanto elementare.

Fin qui la descrizione di eventi legati alla cronaca cittadina, ma vi sono alcuni punti che vorrei evidenziare: in taluni passaggi della stampa locale è sembrato che gli occupanti, anzi gli okkupanti, del C.S. “Bruno” siano sì dei ragazzi a volte un po’ sopra le righe, goliardici, ma tutto sommato, innocui, chiusi nella loro riserva di indiani metropolitani, in un’oasi di illegale felicità, comunque sotto controllo, gestibili a distanza di sicurezza. Tutto questo però stona con un’intervista rilasciata sabato scorso (24 marzo, ndr) dal portavoce del “nostro” centro sociale, Federico Zappini, il quale ripete più volte, a metà tra il messianico e la minaccia, “guai a chi ci tocca!” ed annuncia urbi et orbi che il 21 aprile prossimo sarà organizzato a Trento un grande raduno al quale hanno aderito numerosi centri sociali provenienti da tutta Italia “contro la repressione che si respira in tutta Europa verso i centri di aggregazione. Trento sarà un catalizzatore paradigmatico (sic!) della libertà di movimento”. L’iniziativa avrà, a quanto pare, anche il sostegno convinto del leader nazionale dei no global Luca Casarini, il quale esprime con decisione il proprio sostegno all’azione dei disobbedienti trentini e si dice pronto a puntare verso il capoluogo per unirsi alla protesta «Se i ragazzi del centro sociale Bruno ci chiameranno, partiremo subito per manifestare a Trento accanto a loro». Che cosa ci dobbiamo aspettare il 21 aprile? La solita carnevalata tutta slogan e “impegno sociale”, pacifici dibattiti, naturalmente costruttivi, democratici, antifascisti e pluralisti (purchè non si pensi in modo diverso dal loro …), prese di posizione ferme eccetera, oppure, fatte le debite proporzioni e i debiti scongiuri, Trento assisterà ad una riedizione degli scontri di Genova, di Padova, di Copenhagen? Prevarrà come sempre in questi casi l’estremismo? C’è da aspettarselo, visti i precedenti. Eppure, fino ad oggi, nessun opinionista locale ha osato prospettare la proibizione della manifestazione per motivi di ordine pubblico. Preoccupazioni infondate? Me lo auguro, ma nel frattempo sarebbe interessante conoscere il parere della giunta comunale di Trento, come cittadino vorrei sapere se la manifestazione in oggetto è, o sarà, autorizzata ufficialmente; il sindaco Pacher e gli organi preposti alla sicurezza, predisporranno una “linea rossa” intorno al centro storico e lasceranno sfogare i manifestanti in zone franche all’uopo concesse? Non ci resta che attendere, fiduciosi, una risposta del sindaco e della sua giunta, non dimenticando che se l’autorizzazione arriva, non potrà egli esimersi dalle proprie responsabilità in caso di prevedibili incidenti, dei quali Trento farebbe volentieri a meno; in caso di “manifestazione spontanea non autorizzata”, ma ampiamente annunciata, attendiamo una presa di posizione forte di fronte all’opinione pubblica cittadina e non solo. La speranza, sincera, è di non dover assistere ad un tam tam mediatico di rimpallo di responsabilità e che il 21 aprile non veda la città in stato di assedio e l’indomani la cronaca nera in prima pagina.

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