Mare, monti o città d’arte? ? il dilemma anche di queste vacanze. Per aiutarvi a scegliere che cosa fa davvero per voi, sottoponetevi al test marziano “Le ferie serie”.
1. Che cosa leggerai in vacanza?
a) “Capitani coraggiosi” di R. Kipling.
b) “Piccolo alpino” di S. Gotta.
c) “Camera con vista” di E. M. Foster.
d) I quotidiani, assolutamente tutti. Però non ho nulla contro i rotocalchi, i libri né i fumetti.
2. Qual è il tuo piatto preferito in vacanza?
a) Linguine allo scoglio.
b) Polenta, capriolo e funghi.
c) Escargots de Bourgogne e cuisses de grenouille.
d) Mozzarelle bianche e pomodori rossi. Però non ho nulla contro gli altri piatti.
3. Qual è il tuo mezzo di trasporto preferito in vacanza?
a) Canoa.
b) Sci.
c) Carrozzella.
d) Non ho pregiudizi nei confronti di alcun mezzo di trasporto.
4. Con chi ti piacerebbe andare in vacanza?
a) Con Giovanni Soldini, il navigatore solitario.
b) Con Reinhold Messner, l’alpinista solitario.
c) Con Vittorio Sgarbi.
d) Non ho pregiudizi nei confronti di alcun compagno di vacanze.
5. Ti trovi al mare. Che fai?
a) Estenuante nuotata.
b) Rimango all’ombra con il giubbotto di salvataggio.
c) Ci sarà pure un museo della marineria, un acquario, una collezione di conchiglie rare…
d) Spiego a tutti che non ho nulla contro la montagna.
6. Ti trovi in montagna. Che fai?
a) Scelgo un albergo con piscina e solarium.
b) Estenuante escursione.
c) Ci sarà pure un museo della montagna, un’esibizione di cori alpini, una mostra di artigianato del legno…
d) Spiego a tutti che non ho nulla contro il mare.
Risultati.
Prevalenza (a): andate al mare.
Prevalenza (b): andate in montagna.
Prevalenza (c): scegliete le città d’arte.
Prevalenza (d): niente vacanze per voi quest’anno, state preparandovi per le primarie del Partito democratico.
(Rubrica “Lettere marziane”, Avvenire del 28 luglio 2007).
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Indulto e carriere devianti
Tra le varie opinioni a proposito dell’indulto, comparse di recente sui giornali e nei salotti politici, voglio segnalarne una proveniente da un sociologo misconosciuto (per lo meno a chi scrive), il quale, in sintesi, ha definito l’indulto un provvedimento doveroso e naturale, essendo il crimine un elemento strutturale della nostra società, che è “da sempre insensibile ai bisogni degli ultimi e dei diversi”.
Questa posizione rappresenta bene quella che possiamo chiamare la cultura giustificazionista della devianza, un atteggiamento semi-patologico che arriva ad allucinare la realtà per i propri fini di buonismo sociale. La realtà, invece, è molto più prosaica: il crimine diviene strutturale alla società quando la criminalità diventa una vera e propria carriera, una carriera deviante con connotati simili ad un qualsiasi investimento sociale ed esistenziale; con i suoi rischi, i suoi profitti, le perdite, i fallimenti. Se le perdite superano i profitti, la carriera deviante può interrompersi attraverso meccanismi che non sono solo espiatori. Ma se nella carriera deviante i profitti sono costanti, se l’ambiente sociale è tollerante e culturalmente “giustificazionista”, se il sistema sanzionatorio è inefficiente (condanne non scontate, processi infiniti, indulto), se il passivo, il rischio e le perdite sono annullati da prebende assistenziali e parassitarie, ebbene, la carriera deviante non troverà motivo di interrompersi se non con l’estinzione del soggetto deviante o con il suo “fallimento”. Generalmente questo fallimento coincide con la commissione di un crimine di gravità tale da espellere per sempre il deviante dal proprio ciclo produttivo (ad esempio l’ergastolo che si beccherà l’assassino del bimbo di Parma, psichiatri e assistenti sociali permettendo). Ma quanto danno sociale produce impunemente il deviante, prima del suo definitivo “fallimento”?
Una soluzione esiste, peraltro assai politicamente scorretta, e quindi verosimilmente efficace. Il crimine può essere combattuto attivando meccanismi repressivi che rendano la carriera deviante massicciamente improduttiva e disagevole, rispetto a quanto non lo sia il comportamento conforme alle norme. In altri termini, bisogna rendere la vita dei criminali molto più difficile di quanto si è fatto finora. E la cultura giustificazionista della devianza, che è spesso conseguente e connivente con la devianza stessa, deve essere oggetto di un precoce e continuativo vituperio sociale, e relegata nella pattumiera culturale dei nostri tempi.
Sezione Umorismo. Nuove disposizioni per tutti i lavoratori dipendenti.
Oggetto: Nuove disposizioni per tutti i lavoratori dipendenti.
GIORNI DI MALATTIA
Non sarà più accettato il certificato medico come giustificazione di malattia. Se si riesce ad andare dal dottore si può andare anche al Lavoro.
GIORNI LIBERI E DI FERIE
Ogni impiegato riceverà 104 giorni liberi all’anno. Si chiamano sabati e domeniche. BAGNO La nuova normativa prevede un massimo di 3 minuti per il bagno. Dopo suonerà un allarme, si aprirà la porta e verrà scattata una fotografia. Dopo il secondo ritardo in bagno, la foto verrà esposta in bacheca.
PAUSA A PRANZO
Gli impiegati magri riceveranno 30 minuti, perché hanno bisogno di mangiare di più per ingrassare. Quelli normali riceveranno 15 minuti per fare un pasto equilibrato e rimanere in forma. i grassi riceveranno 5 minuti, che sono più che sufficienti per uno slim fast.
AUMENTI
Gli aumenti di stipendio vengono correlati all’abbigliamento del lavoratore. Se si veste con scarpe Prada da Euro 350,00 o borsa Gucci da 600,00, si presume che il lavoratore stia bene economicamente e quindi non abbia bisogno di un aumento. Se si veste troppo poveramente, si presume che il lavoratore debba imparare ad amministrare meglio le sue finanze e quindi non sarà concesso l’aumento. Se si veste normalmente vuol dire che il lavoratore ha una retribuzione sufficiente e quindi non sarà concesso l’aumento.
buon lavoro
P.S. per aver letto questa e-mail in orario di lavoro vi verranno trattenuti 4 minuti di stipendio.
Ladri di biciclette
Chiedo scusa se racconto un fatto personale, ma temo, anzi, sono sicuro che sia capitato e accada anche ad altri. E meriti, quindi, il dominio pubblico.
Sabato notte mi hanno rubato la bici davanti a casa. E’ la quarta volta che succede. Davvero non ne posso più.
E pensare che dopo gli ultimi furti subiti avevo preso apposta un modello giurassico strausato, immaginando che non potesse esservi miglior antifurto di un ferrovecchio arrugginito. Oddio, perfettamente funzionante. Ma con almeno cinquant’anni di strada, e forse più, nelle ruote.
Ciò nonostante l’ho sempre accuratamente chiuso con tanto di megacatenaccio neanche fosse l’Honda di Valentino Rossi.
Invece niente. Rieccomi appiedato e furibondo per il senso di impotenza che ci si ritrova addosso in queste circostanze. Ho provato ovviamente a girovagare qua e là, alla disperata ricerca della mia balilla a pedali. Ma, sia pur a malincuore, dopo un po’ mi sono arreso.
E ho rinunciato anche alla denuncia, per la sufficienza con cui ogni volta, dopo essere rimasto vittima dei precedenti furti, carabinieri e polizia hanno sempre preso svogliatamente nota dell’accaduto, lasciandomi intendere che l’atto, pur dovuto, non sarebbe servito a nulla. Inutile illudersi, sembravano dirmi. La bici non salterà più fuori. Né si troverà l’autore del furto. Sempre che – aggiungevo io mentalmente – questi non si presenti spontaneamente in questura, meglio se con il maltolto, spinto dall’irrefrenabile impulso di subire la sanzione prevista dalla legge.
Amari sarcasmi a parte, a sentire le forze dell’ordine si dovrebbe prendere atto che il furto di biciclette come di altri analoghi beni personali (pare che oggi vadano molto – cioè spariscano – anche le macchine fotografiche digitali) appartenendo alla categoria della micro-criminalità, è destinato a rimanere come tale impunito. A diventare “normale”.
Già: normale. Perché quello da me subito rientra fra le migliaia di reati minori ai quali, secondo carabinieri e polizia, occorre rassegnarsi perché è già tanto se nel nostro territorio il numero di crimini e delitti di rilevanza medio-alta (dai furti negli appartamenti a quelli delle automobili, dalle rapine in banca alle violenze sulle persone), risulta relativamente più basso e sotto controllo rispetto al resto del Paese.
Morale: noi che abitiamo quest’isola felice – il Trentino non è statisticamente paragonabile, in termini di criminalità, a certe regioni italiane del nord e del sud dove il problema è ben più drammatico – dovremmo insomma non dico rallegrarci, ma sicuramente non lamentarci di questi reati.
Di essi, anzi, faremmo bene ad autoaccusarci un po’ per non essere stati abbastanza previdenti. Nel mio caso, parcheggiando la bicicletta per strada. Vuol dire che la prossima volta, per non sentirmi in colpa, me la porterò a letto.
Gian Burrasca