George Brummel, il re dell’eleganza. Che morì pazzo

L’associazione viene ormai spontanea ed immediata: dandy uguale Oscar Wilde e viceversa. Nulla contro il celebre scrittore, del quale sono peraltro estimatore, ma il padre del dandismo è un altro. Il suo nome, sconosciuto ai più, è George Brummel (1778-1840). Di origini non povere, già sui banchi di scuola, ad Eton, il giovane George manifestava naturale predilezione per l’eleganza e per la cultura tali che presto lo fecero amico e consigliere del suo sovrano, Giorgio IV, principe di Galles. Il rapporto col principe, com’è noto, fu un susseguirsi di alti e bassi: se Brummel, pur considerandosi superiore, non poteva negarsi suddito, Giorgio IV sperimentò innumerevoli tentativi, rivelatisi tutti vani e maldestri, di eguagliare l’eleganza del celebre consigliere. Si racconta che, pur di emulare lo stile di Brummel, Giorgio IV abbia tentato di lanciare a sua volta una nuova tendenza, quella del gilet sbottonato. Risultato: fu un sonoro fallimento.

Perché il “Beau”, come venne presto soprannominato, era davvero inimitabile. E non solo nell’abbigliamento. A distinguerlo, infatti, era anche la battuta pronta e mordace tipica del pensatore fuori dagli schemi, del battitore libero della cultura, dell’autocrate dell’opinione. Un fascino, il suo, che penetrava in profondità anche nei cuori femminili, tanto è vero che agli occhi di molte donne il giudizio di Brummel appariva prioritario addirittura rispetto allo stesso parere dei mariti. Ma lui, il maestro dell’eleganza, non era certo tipo da lasciarsi cospargere dai complimenti. Fedele al motto per antonomasia del dandy -“Restate nella società per il tempo necessario a produrre un effetto: quando l’effetto si è prodotto, andatevene” – il Nostro era solito rispondere agli inviti a feste e ricevimenti operando incursioni discrete quanto celeri; incursioni dalle quali si congedava con un giudizio, di solito una battuta, destinata, dopo la sua partenza, ad echeggiare a lungo nei discorsi degli altri invitati.

Da questo punto di vista, Brummel fu la brillante testimonianza di come sia possibile farsi ricordare senza per questo essere eccentrici. Già, perché in fondo, a dispetto di tanta fama, il Beau non indossava affatto abiti dai colori sgargianti. Anzi: fu il pionieredell’abbinamento, tutt’ora accreditato fra i più eleganti, di giacca blu con pantaloni chiari o grigi. Abbinamento decisamente estraneo, lo ripetiamo, ai colori vivaci che all’epoca andavano per la maggiore. Eppure conquistò alla grande ammirazione trasversale: andava allo stadio e gli spettatori ignoravano la partita per guardare lui; in piscina nuotava sul fondo e tutti a strusciare la pancia sulle piastrelle del fondo per salutarlo. Insomma, per volti versi era l’uomo più schivo che esistesse. E proprio per questo il più elegante. Perfetta incarnazione di quello che Lord Byron avrebbe definito “certa squisita originalità”, sultano senza fazzoletto, come l’hanno definito Amédee e d’Aurevilly (Cfr. George Brummel ed il dandismo, Edizioni studio tesi, 1994), lo stile di Brummel ha affascinato decine di intellettuali e scrittori.

In una memorabile pagina della sua Vite di uomini illustri, Achille Campanile scriveva:” Si sa che quando un amico, incontrandolo, gli diceva: "Come siete elegante", l’elegantissimo Lord esclamava sgomento: "Mi si vede forse qualche cosa?", e correva a cambiarsi. E’ incredibile le pene che provava quando nelle cronache mondane leggeva: "Notato tra i presenti Lord Brummel". Ne faceva un casus belli. Era tale la sua eleganza che a lungo andare i cronisti mondani finirono per scrivere nei resoconti dei ricevimenti e delle feste aristocratiche: "Non notato, fra gli intervenuti, Lord Brummel, benché ci risultasse presente". Ormai tutti sapevano che l’eleganza di Brummel consisteva in questo e – come sempre accade – anch’egli ebbe imitatori. Talché spesso nelle riunioni degli elegantissimi i cronisti dovevano scrivere: "In questa festa mondana non siamo riusciti a notare nessuno, tanto erano eleganti tutti, di quella speciale eleganza che consiste nel non farsi notare” […]Questo fu il supremo trionfo dell’eleganza di Lord Brummel intesa a non dare nell’occhio. I cronisti scrivevano: "Notato, per il modo come riusciva a non farsi notare, Lord Brummel"”.

Purtroppo per lui, a questa fama dorata e a questa stima unanime sulla sua intrinseca eleganza, Lord Brummel fece seguire una passione per il gioco che lo portò alla rovina. Visse gli ultimi anni della sua vita al terzo piano dell’Hotel d’Angleterre, a Caen, dove divenne una specie di eroe decaduto per turisti che, riconosciutolo, chiedevano di poter pranzare accanto al celebre maestro dell’eleganza. Nemmeno la stima della gente, tuttavia, lo strappò al suo triste destino:”Il nitore del suo aspetto si era appannato […] lo si incontrava per strada come un vecchio signore trascurato e sporco” (Corriere della Sera, 25/2/2007). E dopo il declino, venne la pazzia.

Ecco come ricorda i suoi ultimi giorni il già citato Barbey d’Aurevilly:”Divenne folle e, poiché il dandismo era penetrato in tutto il suo essere, anche la sua follia si tinse di dandismo […] Certi giorni, con grande stupore del personale dell’hotel, ordinava di preparare il suo appartamento come per una festa. Lampadari, candelabri fiori in gran quantità, non mancava niente e, nello scintillio di tutte queste luci, lui, nello splendido abbigliamento della sua giovinezza, con l’abito whig blu con i bottoni d’oro, il gilè di piquet e i pantaloni neri, aderenti come le calze del XVI secolo, in mezzo al salone, attendeva..Attendeva l’Inghilterra ormai morta! Improvvisamente, come si fosse sdoppiato, annunciava ad alta voce, il principe di Galles, poi lady Connyngham, poi lord Yarmouth e per finire tutti quei grandi personaggi di cui era stato la legge vivente […] Questa scena durava a lungo..Infine, quando il salone si era riempito di questi fantasmi; quando tutta questa gente dell’altro mondo era arrivata, di colpo gli tornava anche la ragione e quell’infelice si rendeva conto del suo delirio [..] e scoppiava in un pianto dirotto”.

In definitiva, la vita di Brummel non fu affatto felice. Forse lo fu all’inizio, ma ben presto egli stesso divenne prigioniero dello straordinario personaggio che era diventato, in un gioco di maschere che si era cucito addosso prima per divertimento e poi per necessità. A lui, tuttavia, va riconosciuto d’essersi misurato come nessun altro con la capacità d’essere elegante senza ricorrere ad artifici che, oggi più che mai, segnano la società dell’apparire. Si racconta che Vittorio Sereni, uno dei poeti più attenti ed antiretorici del nostro tempo, amasse ripetere :”tentiamo di esistere”. George Brummel, a modo suo, ci ha provato. Lasciandoci una parabola dell’epilogo triste, ma densa di insegnamenti ancora attuali. Primo fra questi l’importanza di esserci, senza per questo farsi notare.

Assaggi n. 70: Il sinistro cervello di Odifreddi

“Le ricerche di Roger Sperry sulla struttura cerebrale,per le quali egli ha ottenuto il premio Nobel per la medicina nel 1981, hanno mostrato che le attivita` dei due emisferi sono complementari e differenziate:l`emisfero sinistro e` preposto al pensiero astratto e alle attivita` di comunicazione, di scrittura e di ccalcolo; quello destro e` muto, e preposto alle attivita` percettive e di riconoscimento. La lateralizzazione del cervello e` dunque coinvolta nella determinazione del comportamento a livello neuronale, in modo taleda riflettere le tendenze politiche: gli individuidi sinistra saranno piu` razionali e scientifici,quelli di destra piu` istintivi ed artistici. Se la ragione e` la qualita` che distingue l`uomo dagli animali, si puo` pensare che sistemi di organizzazione della societa` basati su di essa( il marxismo) siano piu` in sintonia con lo sviluppo biologico di quelli basati invece sull`istinto(il capitalismo).”

(tratto dall’articolo “Capitalismo e comunismo, da che parte sta la scienza” di P.G. Odifreddi)

Assaggi n. 69: Umberto Eco su Mike Bongiorno

“…Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rap?presenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiun?gere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti…”

(Umberto Eco, Diario Minimo, 1961)

Essere testimoni oggi

“Il Verbo del Signore mi giunse, dicendo:
…vi ho dato la parola, e voi la usate in infinite chiacchiere,
…vi ho dato labbra, per esprimere sentimenti amichevoli.
…vi ho dato cuori, e voi li usate per sospettarvi.
…Molti sono impegnati a scrivere libri e a stamparli,
molti desiderano vedere il loro nome a stampa,
molti leggono solo i risultati delle corse.
Leggete molto, ma non il Verbo di Dio,
costruite molto, ma non la Casa di Dio.”

Da I Cori da “La Rocca” di T.S. Eliot

Assaggi n. 68: L’ Amicizia……

Alcun non può saper da chi sia amato / quando felice in su la ruota siede,

però c’ha i veri e i finti amici a lato / che mostran tutti una stessa fede.

Se poi si cangia in tristo il lieto stato / volta la turba adulatrice il piede

e quel che di cor ama riman forte / et ama l’amico suo dopo la morte.

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Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti / ne le calamidadi e nei disagi,

meglio s’aggiungon d’amicizia i petti, / che tra ricchezze invise et agi

de le piene d’insidie e di sospetti / corti regali e splendidi palagi,

ove la caritade in tutto è estinta / nè si vede amicizia, se non finta.

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, XIX & XLIV, ott.)

Un passo di Chesterton

Di Gilbert Chesterton: "La gioia, che fu piccola appariscenza del pagano, è il gigantesco segreto del cristiano. Nel chiudere questo caotico volume, riapro lo strano libbriccino da cui viene tutto il Cristianesimo; e di nuovo sono turbato da una specie di confermazione.

La immensa figura che riempie i Vangeli s’innalza per questo rispetto, come per ogni altro, su tutti i pensatori che si credettero grandi. Il Suo pathos fu naturale, quasi casuale. Gli stoici antichi e moderni ebbero l’orgoglio di nascondere le loro lacrime. Egli non nascose mai le Sue lacrime. Egli le mostrò chiaramente sul Suo viso aperto ad ogni quotidiano spettacolo come quando Egli vide da lontano la Sua nativa città. Ma Egli nascose qualche cosa. I solenni superuomini, i diplomatici imperiali sono fieri di trattenere la loro collera. Egli non trattenne mai la sua collera. Egli rovesciò i banchi delle mercanzie per i gradini del Tempio e chiese agli uomini come sperassero di sfuggire alla dannazione dell’inferno.

Pure Egli trattenne qualche cosa. Lo dico con riverenza: c’era in questa irrompente personalità un lato che si potrebbe dire di riserbo: c’era qualche cosa che egli nascose a tutti gli uomini quando andò a pregare sulla montagna: qualche cosa ch’Egli coprì costantemente con un brusco silenzio o con un impetuoso isolamento. Era qualche cosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse a noi quando Egli camminava sulla terra; ed io qualche volta ho immaginato che fosse la Sua allegrezza" (finale di Ortodossia)

Assaggi n. 67: Traumi giovanili e senili certezze

“…Vede, anche i papi hanno la loro psicologia e lui subì un trauma a Tubinga dove venne chiamato ad insegnare da Hans Kung. Subì le contestazioni del suo collega e degli studenti del ’68. Per lui fu un trauma da cui non è più guarito (…) Certe contestazioni provocano solo una reazione conservatrice. Però quando il Papa parla di relativismo non lo capisco. Il relativismo oggi colpisce anche la Chiesa sulla quale non si ha una certezza da tavola pitagorica.”

(Mons. Iginio Rogger su Joseph Ratzinger, da L’Adige 20 agosto 2009, pag. 23)

Assaggi n. 66: Gad Lerner, paladino degli ultimi, ospite in questi giorni in villa De Benedetti

“…Credo che un giorno non lontano il giornalismo italiano, con poche eccezioni, dovrà guardarsi allo specchio e vergognarsi per il modo in cui ha scelto consapevolmente di eludere o minimizzare la verità plateale esplosa a proposito dello stile di vita dell’uomo più potente di questo paese…”

(Gad Lerner, dal suo blog, 1 Giugno 2009)

Parto o non parto

 

Non è una rivelazione privata, che vi sto raccontando. E’ una personale interpretazione del Genesi. Non ho letto tutti i commenti al riguardo, gli Hexaemeron scritti dai padri della Chiesa, su su sino ad oggi. Ma mi sembra sia trascurato un fatto inequivocabile: il parto dell’uomo. Nel Genesi si racconta giustamente del serpente maledetto e di Eva, colei che ci inguaiò (da cui il “porca Eva” famoso, che però va evitato, perché Eva, secondo i Padri, perso il paradiso terrestre, riuscì ugualmente a meritarsi quello vero ed eterno). Anche Adamo, come si sa, contribuì al disastro, e quindi si beccò la sua giusta condanna: lavorerai col sudore della fronte. Ecco, questo si sa bene, lo sanno tutti.

Quello che però non si dice, e certo non lo si può dire oggi, epoca in cui tutti si sbracciano per proclamarsi femministi – anche i peggiori nemici delle donne: vedi radicali vari, nessuno dei quali si è sposato una donna per tutta la vita… e abortisti in genere: l’utero è tuo, io ti ingravido e poi e te lo gestisci tu; di qui il detto di alcune donne un po’ più astute: “Se vedi un maschio femminista, spara a vista”, o qualcosa di simile…) – quello che non si dice, dicevo, è che pur avendo Adamo ricevuto la sua condanna al lavoro, ne beccò subito un’altra. Forse, immagino, al sentire la punizione data ad Eva, Adamo si sarà messo a ridere, con una risatina vendicativa, non propriamente cristiana: “beccati questo, Evaccia dell’ostrega…”. Ecco, Il Signore deve avere sentito e aggiunto: “Cosa credi, che tu non partorirai? Vedrai, vedrai…”.

Oggi, al secondo parto di mia moglie, io ho finalmente compreso perché vi sono uomini che somatizzano al punto di ritenere di essere incinti anche loro: una donna gravida, infatti, è qualcosa di difficilmente digeribile. Nei primi 5 mesi nausee e vomiti si riversano sul povero marito, tanto che ve ne sono che chiamano a sé il coniuge e gli dicono, mentre lui arriva premuroso: “vomito”, sto vomitando… Il che non è carino… soprattutto perché sottintende un doppio senso. Poi ci sono uno o due mesi di tregua, tanto per illuderci che sia già finita…e infine gli ultimi mesi: apriti o cielo! La donna incinta , in fase finale, appesantita oltremodo, diventa una belva: gli ormoni girano all’impazzata, tutto è in rivoluzione, e il marito cosa deve fare? L’incassatore (con due s, si intende): ne prende di tutti i tipi: se è caldo è colpa sua; se il bimbo scalcia, è perché assomiglia al padre, notorio rompiballe; se il cibo è cattivo, pur avendolo fatto lei (non che lo faccia sempre cattivo, ma in questi periodi…), è colpa sempre del suddetto marito…

 Insomma, anch’io sto partorendo, e non vedo l’ora che finisca: ammetto che le ultime 5-6 ore, il famoso travaglio, è più doloroso per le donne…io starò a guardare e a dirgli: “dai, non fa” male, come nel film di Rocky Balboa (farò, insomma, l’allenatore)…e giuro che mi sforzerò di non provare nessun piccolo sentimento di vendetta. Non vorrei che il Padreterno, che ama figli pazienti e generosi, decida di aggiungere altre pene per i poveri padri in attesa… Risparmio qui di parlare di ciò che subisce un padre nel periodo dell’allattamento, specie se il latte non sgorga automatico a fiotti, ma avvengono, talora, ingorghi o simili…non voglio raccontare tutti i miei meriti e i meriti della mia categoria!

Viva i padri e i mariti (parola che deriva appunto dai nostri immensi meriti) di tutto il mondo!

 

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