Il penoso non-senso del matematico saccente

di Giacomo Samek Lodovici

Piergiorgio Odifreddi non finisce mai di fornire occasioni di decostruzione. Commentando sul suo blog (affidatogli dal sito di la Repubblica, che gli ha così dato un’enorme visibilità: per questo bisogna, ogni tanto, prendere in considerazione le sue uscite) le inqualificabili gravissime violenze commesse a Roma dai cosiddetti “indignati”, Odifreddi non ha speso una solo parola di condanna per i fatti avvenuti.

Speriamo davvero che non sia vero che chi tace acconsente, anche se potrebbero far pensare male affermazioni odifreddiane come: “Le manifestazioni di ieri hanno mostrato che anche in Italia la rabbia sale. Con ragione, ovviamente, visto da un lato il convergere della crisi economica mondiale e della crisi politica italiana, e dall’altro la mancanza di prospettive realistiche per risolverle entrambe. Non c’è dunque da stupirsi che qualcuno si secchi e passi alle maniere forti. Semmai, da stupirsi c’è che siano pochi a farlo” e questo “mentre la maggioranza dell’intorpidita popolazione sembra pensare o che le cose vadano bene così (la maggioranza governativa), o che esse si possano cambiare con azioni dimostrative quali una mezza giornata di assenteismo parlamentare o una manifestazione pacifica (l’opposizione)”. Ma è meglio non pensar male e sicuramente ci sbagliamo.

Odifreddi non ha trovato di meglio che prendersela con padre Lombardi, portavoce della Santa Sede. Per quale motivo? Quasi tutti i media hanno riportato le immagini di uno di quei beceri violenti che, volontariamente entrato nella sala di una casa parrocchiale, ha preso una statua della Madonna di Lourdes e l’ha poi distrutta in strada. A quanto si legge, i suoi sodali hanno preso e distrutto anche un crocifisso. Padre Lombardi ha espresso una condanna per “gli atti di offesa alla sensibilità dei credenti”.
Per Odifreddi questa reazione “è semplicemente comica. […] Che tra tutti i problemi di cui ci dovremmo preoccupare in questo momento ci fosse pure l’incolumità delle statuette della Madonna, non l’avremmo mai immaginato, se padre Lombardi non ce l’avesse fatto notare! E solo nel Sud del mondo (europeo o americano) qualcuno poteva pensare, e addirittura dire, che rompere un pezzo di gesso senza nessun valore potesse costituire un’offesa alla sensibilità di qualcuno. Anche se negli Stati Uniti, protestanti e più attenti a certe cose, i cattolici vengono non a caso chiamati “adoratori di statue””.

Ora, il blog di Odifreddi si intitola “”Il non senso della vita” e sarebbe meglio per lui poter rubricare le sue parole citate tra i non sensi. Se avesse scritto delle parole senza senso (degli strani versi, dei rumori), avrebbe con ciò dismesso l’esercizio della sua razionalità che (come dice già Aristotele quando confuta i negatori del principio di non contraddizione) è legata anche alla capacità di proferire (salvo patologie) parole sensate invece che meri suoni, ma avrebbe evitato di esporsi al ludibrio.

Intanto, da quel che scrive Odifreddi sembra che padre Lombardi si sia interessato solo della statua distrutta, quando invece il portavoce vaticano ha nettamente condannato tutte le violenze di sabato scorso, richiamando il commento che già aveva pronunciato il cardinale Vallini, vicario di Roma: “Le violenze avvenute ieri a Roma sono inaccettabili e ingiustificate. Condanniamo tutte le violenze e anche quelle ulteriori contro i simboli religiosi”, ha detto padre Lombardi all’Adnkronos. E, ancora, “Il card. Vallini, Vicario di Roma, ha già espresso bene il sentimento di sgomento e di tristezza per quanto è accaduto ieri. Esprimiamo condanna per le violenze immotivate e gli atti di offesa alla sensibilità dei credenti compiuti ieri”. Queste le parole di Lombardi.
Ma curiosamente Odifreddi ne ha omesso una parte. E, com’è noto, omettendo una parte di un discorso lo si può stravolgere o rendere spropositato. Purtroppo per Odifreddi, è vero che il suo discorso qui lo abbiamo necessariamente stralciato, ma sul suo blog è invece presente intero… nessuno lo ha stravolto, ed esprime davvero una pochezza non comune. Odifreddi scrive che “solo nel Sud del mondo (europeo o americano) qualcuno poteva pensare, e addirittura dire, che rompere un pezzo di gesso senza nessun valore potesse costituire un’offesa alla sensibilità di qualcuno”.

Proprio un ragionamento penoso. Ovviamente il problema non è il valore del gesso della statua, ma il valore simbolico del suo furto e della sua distruzione. Se qualcuno brucia la bandiera italiana o si mette volutamente a vomitare su un libro di Odifreddi il problema non è il valore della stoffa della bandiera e della carta del libro. Il problema è che il significato del gesto è offensivo.

E non perché i cattolici siano degli “adoratori di statue”. Come spiega molto chiaramente il Catechismo della Chiesa Cattolica (punto 2132), “Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, “l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato” [San Basilio di Cesarea, Liber de Spiritu Sancto, 18, 45: PG 32, 149C] e “chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto” [Concilio di Nicea II: Denz. -Sch?nm., 601; cf Concilio di Trento: ibid., 1821-1825; Conc. Ecum. Vat. II: Sacrosanctum concilium 126; Id., Lumen gentium, 67]. L’onore tributato alle sacre immagini è una “venerazione rispettosa”, non un’adorazione che conviene solo a Dio”.

da www.labussolaquotidiana.it
19-10-2011

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H. Heine sull’anima tedesca

Ha scritto Heinrich Heine: “Il cristianesimo ha addolcito, sino ad un certo punto, il brutale ardore battagliero dei Germani; ma non l’ha potuto distruggere. Quando la Croce, questo talismano che li incatena, verrà a spezzarsi, allora proromperà di nuovo la ferocia degli antichi combattenti. Allora le vecchie divinità guerriere si leveranno dalle loro tombe, toglieranno dai loro occhi la polvere secolare: Thor si drizzerà col suo martello gigantesco e demolirà le cattedrali gotiche”.

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Un po’ di umorismo

Sul Foglio ci sono sempre alcune piccole rubriche molto divertenti: di Camillo Langone, Andrea Marcenaro, Pierangelo Buttafuoco e Maurizio Milani. Ne riporto alcune:

Ieri ho scritto a un sindaco dell’Appennino piacentino: “Sindaco, sono un operaio della provincia di Lodi, mi piace una ragazza che abita nel suo comune. Come faccio? Può aiutarmi? La saluto con stima”. Risponde: “Caro ragazzo della provincia di Lodi, ho capito chi ti piace. Piace anche a me, ma non ho il coraggio di dirglielo. Posso mandare dei fiori a tuo nome?”. di Maurizio Milani

Non va detto, primo, perché non si dovrebbe dire mai e di nessuno, secondo, perché le persone non valgono solo per l’aspetto esteriore, o per quello interiore, l’uno separato dall’altro, ma nella loro interezza, nella loro unicità. Non va detto, perché abbiamo tutti imparato, o meglio ancora, ci è stato insegnato col tempo, col tempo e con tanta fatica, che far dipendere il proprio giudizio dai canoni estetici correnti, e non voglio dire commerciali, significa alla fine involgarirlo, banalizzarlo, mancare di rispetto a se stessi prima ancora che alla persona inchiodata dal nostro giudizio, significa piegarsi a una visione rachitica della bellezza, amputata della sensibilità, dell’apertura verso l’altro, della disponibilità umana e perfino della fantasia. Non va detto, soprattutto, riferendosi a una donna, la quale solo varrebbe, figurarsi, se guardata con criteri maschilisti, eppure solo con quel metro rischia, in effetti, di venire ancora ed esclusivamente misurata, laddove il maschio addirittura con un intero ventaglio di criteri. Certo però che quell’Ophelia era un gran cesso. di Andrea Marcenaro.

"Qui una parte almeno di questi soldi pare che sia andata, prima, ai Ds e, poi, al Pd. C’è un imprenditore, un costruttore…”. Marco Travaglio non ha fatto in tempo a concludere la sua frase, la stava registrando sul web “Passaparola”, che è arrivato il terremoto in Piemonte e i muri della sua casa di Torino hanno cominciato a tremare vistosamente. Il vicedirettore del Fatto quotidiano si è guardato intorno con gli occhi pieni di spavento, ha fatto in tempo a dire soltanto “oh, cazzo!” e ha abbandonato a precipizio la scrivania. Questo ieri. Oggi attaccheremo la casa di Gad (Lerner)  in Odalengo Grande (Monferrato) con 5-6 milioni di zanzare tigre. di A. Marcenaro

Madonnina, sono moderatamente contento per Scola arcivescovo di Milano. Sarei stato molto contento se il Papa avesse nominato Crepaldi, moltissimo contentissimo se avesse nominato Negri. Ma nonostante Scola sia troppo teologo per i miei gusti (non c’è bisogno di teologia, c’è bisogno di Maria), nonostante lo sgarbo a Venezia a cui viene fatto sapere che il suo patriarcato vale meno di un’arcidiocesi, mi commuove l’idea che a Milano ci sia un arcivescovo cattolico. Non succedeva dal 1979. Io ho campato tutta una vita milanocentrica senza nemmeno riuscire a immaginarmelo, un arcivescovo cattolico. Ormai non ci speravo quasi più, pensavo che dopo Martini e Tettamanzi sarebbero arrivati direttamente i loro amici imam e buonanotte. Invece, Madonnina, ecco la smentita delle mie fosche previsioni: dopo tanti anni, nuovamente, ti te dominet Milan. di Camillo Langone

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Brain Training? Basta leggere un racconto di Agatha Christie

Recentemente mi è capitato di leggere il racconto giallo Assassinio sull’Orient-Express, uno dei più noti capolavori della scrittrice inglese Agatha Christie (1890-1978). Questa prova della “regina del giallo” tiene incollati dalla prima all’ultima pagina, ma non solo! Infatti, anche nei momenti in cui non si sta concretamente leggendo, magari mentre si cammina per strada o si fanno le pulizie di casa, ci si ritrova a fare congetture atte a risolvere il caso (…spesso senza riuscirci). Le soluzioni dei racconti della Christie, infatti, sono complicate tanto quanto la risoluzione del Cubo di Rubik.
Mentre si leggono questi ingegnosissimi racconti gialli bisognerebbe avere a propria disposizione una matita e un foglio, per segnarsi tutte le sfumature che emergono dagli interrogatori: ogni sospiro, ogni espressione del volto, ogni parola, ogni virgola potrebbe essere determinante…
Infine, quando nelle ultime pagine del racconto l’investigatore Poirot o l’investigatrice Miss Marple dettagliano i particolari che li hanno portati alla soluzione del dilemma, capita spesso di pensare: “Caspita, come ho fatto a non notarlo?”.

Insomma, oltre ad essere un ottimo strumento per passare qualche ora divertendosi, gli intriganti racconti della Christie sono anche un eccellente metodo per mantenere il cervello allenato: alla faccia di tutti i giochini del Nintendo e della Wii…

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Teatro e verità, ovvero la possibilità di rappresentare il vero [parte 5]

 

(9) IL TEATRO GESUITICO

 


La grande opera dei Collegi

Fondato nel 1534 da S.Ignazio di Loyola, l’ordine dei Gesuiti (o Compagnia di Gesù) si dedicò a tre grandi compiti: la missione ad gentes, l’educazione della gioventù, lo sviluppo della cultura cristiana e la sua difesa dal protestantesimo. La straordinaria determinazione e dedizione di Ignazio nel seguire Cristo affascinò moltissimi giovani del suo tempo e delle generazioni successive, tanto che quella dei Gesuiti divenne in poco tempo e per più di due secoli la più importante e influente compagnia religiosa del mondo. Nel 1773, in un’epoca in cui la Chiesa cattolica era sotto un duro attacco da parte dei potentati politici e culturali europei, il Papa Clemente XIV fu costretto a decretare la soppressione della Società fondata da S.Ignazio, in un momento in cui essa, con 23 mila membri, gestiva 650 collegi in altrettante città non del solo del Vecchio ma anche del Nuovo continente e di quello asiatico. In totale i Gesuiti dal 1534 al 1773 sono stati 85 mila. Al momento della morte del loro fondatore, avvenuta nel 1556, questi religiosi gestivano già 74 collegi in tre continenti. Ogni collegio offriva a centinaia di studenti la possibilità di effettuare gli studi liceali, con una particolare cura della conoscenza delle lingue latina e greca e delle scienze naturali. Gran parte degli esponenti della cultura europea del Seicento e del Settecento, in particolare i grandi dell’Illuminismo, hanno avuto la loro formazione in queste istituzione gesuitiche. A titolo di esempio, il collegio di una piccola città di 7000 abitanti come Trento contava a metà del Settecento una popolazione di 500 studenti.

Il teatro come strumento educativo
Ed è proprio in queste scuole gesuitiche che la storia del teatro ha conosciuto una tappa di grande importanza, nonostante il fatto che oggi siano pochi gli storici che dedicano attenzione a questo importante anello della cultura europea. In esse infatti non solo la seria istruzione classica permetteva di accedere al grande patrimonio antico, medievale e rinascimentale, e dava gli strumenti per svilupparlo, ma l’esperienza diretta del teatro era uno degli elementi formativi decisivi. Lo testimonia anzitutto il fatto che molti dei grandi drammaturghi di quel periodo, compresi quelli divenuti decisamente avversi al cristianesimo, sono stati allievi dei Collegi gesuitici dove per la prima volta sono venuti in contatto con il palco. In Francia: Moliere, Pierre e Thomas Corneille, Lesage, Diderot e Voltaire, il quale ha lasciato detto che l’elemento migliore della sua educazione liceale ricevuta nel Collegio gesuitico parigino erano stati i drammi teatrali in esso realizzati. In Spagna: l’opera di Calderon de La Barca mostra numerose analogie con i metodi e le tecniche del teatro gesuitico. In Austria, considerata una roccaforte dei Gesuiti, il teatro fiabesco viennese risentì moltissimo l’influsso di quello dei Collegi, come visibile nelle celebre opera Il flauto magico di Mozart.
Ogni anno ogni Collegio si impegnava a realizzare una laboriosa rappresentazione teatrale da offrire alla cittadinanza alla fine dei calendario scolastico o in occasione di alcune significative ricorrenze. La prima di queste rappresentazioni è avvenuta nel 1551. Fino alla fine del XVI secolo esse erano per lo più usate al di fuori delle scuole come strumento efficace per contrastare la Riforma Protestante e mostrare al popolo le ragioni del Cattolicesimo, come ad esempio la grande realizzazione scenica svolta nel 1574 sulla piazza di Monaco con 185 attori per la durata di due giorni. Era proverbiale il coraggio dei discepoli di S.Ignazio nel presentare apertamente la loro fede, sostenendone in modo ben documentato i contenuti e le motivazioni, come nel caso del santo martire Edmond Campion – seguito da altri 25 martiri gesuiti in Inghilterra – torturato e ghigliottinato nel 1581 a Londra dopo aver sfidato pubblicamente i sostenitori dello scisma anglicano.
Terminata verso l’inizio del XVII secolo la fase più accesa del dibattito con i protestanti, i drammi teatrali rimasero all’interno delle scuole gesuitiche come parte integrante del cammino formativo sia culturale che spirituale. Ogni Collegio fu dotato di un teatro e a volte anche di due. Gli attori erano studenti, mentre gli autori dei testi erano alcuni tra gli insegnanti di letteratura. La lingua era quella latina, come stabilito dalla ratio studio rum, anche se talvolta veniva usata la lingua volgare, soprattutto negli interludi comici, che erano una caratteristica del teatro gesuitico.

La necessità di fare un’esperienza
Uno degli aspetti più singolari di queste impegnative realizzazioni sceniche era il fatto che si trattava quasi sempre di un unicum, perchè non venivano mai replicati e fatti girare spettacoli prodotti da altri collegi. Ciò da una parte era dovuto al fatto che tutti comunque seguivano un soggetto base elaborato centralmente e sviluppato poi nelle singole scuole; ma dall’altra la ragione fondamentale era che si voleva che si trattasse di una esperienza vissuta direttamente dalle persone, evitando il rischio che essere diventassero semplici spettatori. La passività infatti è uno dei nemici più rilevanti dell’educazione e lo spirito ignaziano consisteva invece nel totale impegno di sé con la proposta ideale per verificarne l’autenticità. Invero uno delle scoperte più considerevoli fatta da S. Ignazio durante la sua conversione fu che mentre i falsi beni procurano una gioia immediata e sono seguiti da una grande amarezza, quelli veri lasciano una gioia profonda che cresce nel tempo. Dunque è necessario impegnarsi in prima persona con un’esperienza buona per rendersi conto che ne vale la pena. Ed è necessario che si comprenda il significato di quello che si sta esperimentando: da qui la preoccupazione costante dei Gesuiti che si capisca bene il senso di ciò che viene rappresentato e il suo scopo.
Per questa ragione anche gli autori dei testi teatrali gesuitici non miravano affatto a realizzare opere che procurassero loro una gloria letteraria, non solo perché solo pochi di essi evidentemente potevano avere le doti eccezionali necessarie per questo scopo – e in alcuni casi in effetti ci fu qualche loro drammaturgo degno di essere inserito nella storia letteraria -, ma soprattutto perché il fine era quello di servire l’opera educativa perseguita dall’intera Compagnia, come prescriveva il carisma ignaziano che chiedeva di combattere l’amor proprio e l’orgoglio. Lo conferma il fatto che i Gesuiti non si preoccuparono di stampare queste opere, se non per dare in mano al pubblico il testo latino altrimenti difficilmente comprensibile (ed è grazie a questi fogli volanti conservati da qualche spettatore che alcune di queste opere sono giunte fino a noi).
Questi spettacoli comunque non avevano nel testo la loro esclusiva o principale forza: essi puntavano molto sull’effetto scenico, che era sempre altamente spettacolare e destava forte impressione sugli spettatori. Ciò da una parte era dovuto al gusto dell’epoca barocca in cui il teatro gesuitico conobbe la sua fase migliore; dall’altra però la ragione si radicava nell’antropologia ignaziana, che considerava importante non solo l’intelletto, ma anche l’emozione e l’affezione, conformemente alla storia personale del santo fondatore che, secondo la sua forte indole ispanica, desiderava farsi ‘cavaliere di Cristo’ e non semplice teologo. Questo metodo tra l’altro ebbe successo anche in terre di missione, dove pure era necessario non fermarsi agli aspetti intellettuali della fede.

L’unico scopo e i molteplici strument
i

Lo scopo degli spettacoli, conformemente a quello della Compagnia di Gesù, era diffondere la cultura e la vita cristiana, rendendole sperimentabili sia nello spettacolo in sé che nella bellezza del lavoro comune di preparazione dell’evento. Si contrastava pertanto l’idea che il senso della vita fosse il successo mondano, mostrando, nella scelta dei soggetti da sviluppare nel testo, quanto fosse ingannevole e vana la ricerca della fama e della fortuna e quanto fossero forti le tentazioni del mondo. Il messaggio del dramma era sintetizzato nel finale, in cui si assisteva o alla conversione del protagonista, premiata con la beatitudine celeste, o il suo testardo rifiuto di aprirsi alla parola di Dio, con la conseguente perdita di se stesso nell’inferno.
Questo invito alla conversione era dunque il tema costante dei drammi gesuitici. Esso tuttavia non era mai presentato in modo scontato e oppressivo, ma sempre dall’interno di una forma artistica emozionante e coinvolgente. La varietà di questo teatro era assicurata dalla grande molteplicità di soggetti: storie bibliche, anzitutto, e poi cronache o leggende di santi e di martiri, o narrazioni di eventi eroici della vita della Compagnia.
Era frequente l’uso di figure allegoriche, come nelle cosiddette Morali: personificazioni di idee, attitudini, desideri. Non mancavano all’occorrenza rappresentazioni di angeli, diavoli, spiriti dei morti, maghi, o visioni dell’inferno e del Paradiso. In certi casi era usato anche un coro di figure allegoriche, incaricate di commentare le scene.
Come si è detto sopra era costante la preoccupazione che il pubblico comprendesse il significato di quanto stava accadendo sulla scena. Per ottenere questo scopo venivano utilizzati i cosiddetti interludi: alcune figure allegoriche spiegavano al pubblico quello che era realmente in gioco nelle storie rappresentate sul palco; a tal fine veniva usata anche la scena muta, cioè il mimo attraverso il quale la figura allegorica sintetizzava il significato del fatto scenico o prediceva quello che sarebbe accaduto di lì a poco.
Nel complesso i drammi gesuitici si servirono di tutti i generi teatrali possibili: tragedie, commedie, pantomime, drammi pastorali, farse, opere, balletti. L’uso sorprendente di questi ultimi era stato sviluppato a partire dal Collegio Parigino ed era stato poi raccomandato anche agli altri collegi, purchè se ne mantenesse lo scopo religioso. Si poteva così assistere al balletto di santi e di martiri e di imperatori oltre che di alcune figure allegoriche.
C’era tuttavia una differenza evidente rispetto al teatro barocco delle corti dei nobili: mentre infatti in esso l’effetto estetico era fine a se stesso e non veicolava significati religiosi, nel teatro gesuitico tutto era in funzione dello scopo totale dell’Ordine, sintetizzato nel celebre motto Omnia ad majorem dei gloriam (spesso compendiato con la sigla O.A.M.D.G.).
Per tutto questo i Gesuiti non esitarono a creare grandiose scenografie, con effetti scenici elaborati, utilizzando macchine volanti, tuoni, lampi, e altri espedienti tipici del teatro barocco. I drammi dei Collegi divennero famosi per i cambi di scena, ma anche per i loro costumi e per le loro musiche. Talvolta furono musicisti famosi a scrivere delle partiture apposite per questi drammi, come nel caso di Orlando di Lasso e Johann Caspar Kerll.
Infine i Gesuiti si distinsero anche per la riflessione teorica sull’arte drammaturgica, componendo manuali su di essa e sulla modalità di scrittura dei testi. Fu proprio un gesuita a scrivere la prima storia e teoria della danza al mondo, Des Ballets ancien set modernes, pubblicato a Parigi nel 1682, del francese P. Claude Francois Menestrier. E per l’arte scenica fu il gesuita Andrea Pozzo a scrivere nel 1700 il Perspectiva Pictorum et Architectorum dedicato all’Imperatore d’Austria Leopoldo II.

Jakob Bidermann e il “Cenodoxus”
Nato a Ebingen, in Germania, nel 1578 e morto a Roma nel 1639 è stato uno dei più importanti scrittori dei testi teatrali del dramma gesuitico. Letterato e poeta latinista, fu professore di filosofia e teologia e autore di numerosi testi teologici. A Roma fu chiamato a ricoprire la carica di censore dell’Ordine. Una delle caratteristiche del suo stile, tipica di tutto il teatro gesuitico, era la capacità di unire la commedia comica con la tragedia.
Il suo testo teatrale più famoso è Cenodoxus (1602): narra la storia di un dottore di Parigi, stimato da tutti, che dopo la sua morte viene a sorpresa condannato per il peccato di amore di sé e orgoglio.
Si tratta di un adattamento della leggenda di San Bruno, il fondatore dell’ordine dei Cistercensi, il quale sarebbe stato testimone di un evento miracoloso accaduto nel 1082: quando un famoso dottore di Parigi, notoriamente virtuoso, stava morendo, si sarebbe improvvisamente sollevato col busto sul letto di morte gridando “Sono accusato dal giudizio di Dio”; questo incidente avrebbe convinto Bruno della vanità della fama in questo mondo e così egli si ritirò con sei compagni in un territorio deserto. Il testo di Bidermann si sofferma sulla figura di Cenodoxus, il cui nome, come osserva Stefan Tigl, è una latinizzazione del termine greco κενüδοξος che significa ‘vanglorioso’. Scrive il Tigl:

Molto dell’effetto psicologico del dramma è dovuto alla sua schietta analisi dell’orgoglio spirituale, dell’amore di sé, e della (inconsapevole) ipocrisia. E’ stato spesso osservato che Bidermann attacca precisamente l’attitudine neo-stoica che era stata insegnata da Justus Lipsius (1547-1606), specialmente nel suo de Constantia (1584), e che era stata fatta propria dagli studiosi del tempo.

Il combattimento contro l’amore di sé, l’orgoglio, la mancanza di umiltà, era ed è una delle caratteristiche del carisma ignaziano: non si trattava solo di una scesi personale, ma anche di una battaglia culturale dentro un mondo che stava facendo dell’orgoglio una regola di vita. Il neo-stoicismo era espressione di una concezione autosufficiente dell’uomo, come se ciascuno bastasse a salvare se stesso. In questo senso l’opera del Bidermann mantiene una grande attualità.

Una strada da riprendere
In centinaia di collegi per più di due secoli i gesuiti hanno prodotto un grande spettacolo ogni anno: una produzione monumentale, un lavoro educativo enorme su generazioni e generazioni di giovani. Un’epopea che ancora attende di essere riconosciuta nel suo valore da parte degli storici della civiltà e della cultura occidentale e non solo occidentale.
Rosmini ha osservato che l’insistenza eccessiva sul prestigio della formazione intellettuale che veniva fornita nei collegi ha favorito la sostituzione graduale dello scopo perseguito dall’Ordine con l’amor proprio coltivato da molta utenza, con il risultato che molti allievi delle scuole gesuitiche hanno usato la grande cultura ricevuta per ripagare poi il cattolicesimo con il disprezzo e l’odio senza ragioni, fino alla stessa soppressione della Compagnia di Gesù. E’ quello che è successo per esempio con i citati Diderot e Voltaire. Un’amara lezione che deve fare riflettere. Essa tuttavia non toglie nulla alla grandezza dell’opera educativa svolto da molti Gesuiti e, nel caso specifico, di quella realizzata con il teatro. Anzi, la constatazione di Rosmini può aiutare a comprendere che l’immenso lavoro svolto dalla Compagnia di Gesù avrebbe dato frutti ancora maggiori se la loro sincera preoccupazione educativa cristiana fosse stata prevalente su quella dell&rs
quo;efficienza intellettuale che la società continuamente richiedeva da loro. Lo straordinario impegno educativo dei compagni di Sant Ignazio dovrebbe dunque essere ripreso, anche nel teatro, con questa maggiore libertà.

Estratto dal libro La notizia dell’Essere – La comunicazione e il cristianesimo

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Una laurea per laurearsi

Altro che corsi, esami e professori spietati: il vero ostacolo di chi aspira ad una laurea ha un altro nome. Si chiama burocrazia: una fitta giungla di certificati, richieste e moduli che sfiancherebbe chiunque, Stachanov compreso. Così, prima di scegliere da che parte iniziare l’avventura, di solito, si finisce col consultarsi con un collega, possibilmente fidato e a sua volta sopravvissuto all’infernale labirinto. Il quale, anche se son passati pochi mesi, stranamente ha spesso la memoria offuscata e finisce con l’indicarci, senza troppa sicurezza, uno sportello generale; combinazione lo stesso al quale, noi inesperti, pensavamo di rivolgersi sin da principio. Vada dunque per lo sportello generale interfacoltà.

Arrivati all’ufficio in questione, la prima cosa che colpisce è la varietà delle persone in coda più che la lunghezza, comunque considerevole, della stessa: c’è praticamente tutto il campionario dell’umano. Si possono infatti contare, sul versante geografico, giovani asiatici, africani, europei e statunitensi. E anche sotto il profilo dell’abbigliamento le differenze non mancano: notiamo alcuni giovanotti eleganti, altri dall’aspetto variopinto e bohémien, qualche sportivo ed altri ancora nelle vesti di skater o rapper che dir si voglia. Purtroppo la varietà di quanti ci precedono nella coda riguarda anche il comprendonio: alcuni, una volta giunto il loro turno, sbrigano al propria pratica al massimo in un paio di minuti, altri, con evidenti difficoltà di sintesi, intrattengono l’impiegato dello sportello per quasi mezz’ora scatenando un malcontento che esplode, tra coloro che sono in attesa, in silenziose ma plateali imprecazioni oppure in occhiate luciferine che l’interessato, quasi sempre, ignora.

Il nostro turno arriva quando le gambe, dopo quasi un’ora di attesa, stanno per cedere. E il più delle volte tutto si conclude con un nulla di fatto: l’impiegato ci mette in mano due o tre moduli da compilare anticipandoci i tragitti burocratici che ci attendono; ma lo fa con una tale rapidità che, un po’ storditi, fatichiamo a capire fino in fondo quello che ci aspetta. Anche perché i moduli in questione non riguardano solo il nostro corso di studi, bensì anche il nostro relatore – che spesso è un fantasma che si materializza un paio di volte al mese, ma solo per pochi minuti -, la registrazione degli esami da noi sostenuti – il più delle volte lacunosa – , il deposito anticipato del titolo della tesi che abbiamo in mente e, infine, un numero imprecisato di fotocopie di carte d’identità, patenti e passaporti. Si vede che esser nati e vissuti in Italia per l’ultimo quarto di secolo, per la burocrazia accademica, è ancora troppo poco.

Dopo un paio di settimane spese sulle sudate carte, arriva finalmente il momento di riconsegnarle allo sportello. La gioia interiore è tanta ma è bene non scomporsi: resta ancora da affrontare l’ultima coda, la peggiore, quella che ti occupa almeno mezza giornata. La maledizione dei laureandi fa sì che anche in questa occasione, in attesa davanti a noi, capitino i più rimbambiti della Via Lattea. Alcuni fra questi hanno sulle spalle un enorme zaino da escursionista: devono aver già messo in conto di dover effettuare soste notturne, prima di giungere alla meta. Fatto sta che alla fine, incredibilmente, arriva anche il nostro turno, per cui consegniamo, senza trattenere un filo di commozione, la modulistica necessaria alla laurea. E’ il momento tanto atteso, l’incubo sta per finire. Ed è proprio in quell’istante di giubilo che, prima di congedarci, l’impiegato dello sportello ci guasta la festa pronunciando la peggior parola al mondo, quella che mai e poi mai avremmo sperato di sentirci rivolgere:”Arrivederci”.

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