Verità e pace

«Non dobbiamo credere che la strada verso l’unione sia quella dell’allentamento dottrinale. Non crediamo che la guerra delle idee si termina con l’abbandono di tale o tale verità… come le guerre dei soldati si terminano con il cedere tale città o tale provincia. È solo la pienezza della verità, adorata tutt’intera, che può conferirci la pace, se vogliamo riceverla»…

«Chi transige con l’errore non conosce l’amore nella sua pienezza e nella sua forza sovrana»… «Quando si tratta di fare la pace, in spirito e verità, ci vuole la conversione e non già l’accomodamento. La giustizia è quella che è, tutt’intera».

E quest’altra nella quale si sente tutta l’amarezza di Hello, malato di non esser ascoltato o capito: «Ho tanto sofferto nella mia vita di vedere le cose dell’intelligenza incomprese da esseri troppo al di sotto»… Il suo ritratto dell’uomo mediocre, in «L’uomo», è un vero capolavoro – sarebbe da citare per intero ma… troppo lungo e impossibile da tagliare – e tutti conoscono questo brano, anche in «L’uomo», spesso citato sulla carità e l’odio del male, con il paragone del medico di fronte alla malattia, della quale egli si sente di dover rispettare la libertà di coscienza e il diritto di vivere!

Questo brano fa seguito ad una vera meditazione sulla carità: «Proprio perché la carità è una costì sublime, la realtà per eccellenza e il midollo delle ossa della creatura, proprio per questo l’abuso della carità e il cattivo uso del suo nome deve essere particolarmente pericoloso. Corruptio optimi pessima . Quanto più il nome è bello tanto più è terribile, e se viene usato contro la verità, armato della potenza che ha ricevuto per la vita, quali servizi non renderà alla morte? Orbene, tutte le volte che, invece di schiacciare l’errore, si patteggia con esso col pretesto di un riguardo verso gli uomini, il nome della carità volge le spalle alla luce. Tutte le volte che ce ne serviamo per sminuire l’esecrazione del male, il nome della carità viene rivolto contro la luce. In genere, l’uomo si compiace d’essere debole. La debolezza ha qualcosa di piacevole per la natura decaduta; inoltre, la mancanza d’orrore per l’errore, per il male, per l’inferno, per il demonio, pare che sia diventata una scusa del male che portiamo dentro di noi. Quando detestiamo poco il male in se, ci prepariamo forse un pretesto per scusare il male accarezzato nella nostra anima. L’attenuazione del male da generale diventa particolare, e l’uomo si rende più disponibile alla debolezza che vuole invaderlo, appena si abitua a chiamare carità l’accomodamento universale con ogni debolezza, anche lontana. Il delitto del secolo consiste nel non odiare il male e nel fargli delle proposte. Non c’è che una sola proposta da fargli: quella di scomparire. Ogni accomodamento con lui non è un suo trionfo parziale, ma un suo trionfo totale, perché il male non chiede sempre di cacciare il bene, ma chiede il permesso di coabitare con lui. Un istinto l’avverte che chiedendo qualche cosa, chiede tutto: appena non viene più odiato, si sente adorato».

Si capisce perché Hello si stupiva passeggiando nelle strade di Parigi: «Sono passato davanti a ‘Les Tuileries’, e non bruciano ancora!… I barbari tardano a venire! Che cosa fa Attila?»

Frasi di Ernest Hello, raccolte da don M. Simoulin

L’uomo e gli uomini

«Per uno strano inganno, abbiamo molta superbia per le nostre persone, ma poca fierezza per la nostra fede.

È l’ora di divenire umili perché è l’ora di divenire fieri»… «L’orgoglio dell’uomo è sempre in proporzione alla sua ignoranza»… «Più l’uomo è miscredente, più è attratto dai falsi culti»… «La mediocrità ha la passione del livello. Rotea la stessa spada su tutte le teste alla stessa altezza. E se una testa si leva viene accoppata. Nel codice della mediocrità non c’è che una legge sola, e questa legge non ammette eccezioni: è proibito crescere». «Bisogna disprezzare l’errore con tutte le forze dell’anima nostra divinizzata e prenderlo a calci come una sozzura»… «Dichiaro guerra a Cartesio, e gliela dichiaro solennemente. Uno dei miei progetti è di ucciderlo»…

 «Il padre Lacordaire fu originale senza essere veramente straordinario. Gli uomini vogliono essere distratti, ma non folgorati; amano che li stupisce in superficie, e si diffidano di chi li stupisce in profondità: hanno paura di quest’uomo. Il P. Lacordaire incontrò precisamente e non andò mai oltre questo punto esatto e delicato dove la superficie dell’anima è meravigliata senza che siano disturbate le sue profondità, dove l’auditore è eccitato con piacere senza essere impaurito o allarmato»…

Frasi di Ernest Hello, raccolte da don M. Simoulin

Amare Dio

«Amare è indovinare»… «Amare con tutto il proprio spirito è introdurre la giustizia nella carità»…

«Il dono di sé è la condizione della vita»… «Il silenzio è l’angelo custode della fortezza»… «La solitudine e il silenzio sono due idee correlative e che ne richiamano una terza: la grandezza»… «Il mistero è amico dell’intelligenza: la nutre e la trattiene; l’esalta invece di schiacciarla»… «L’uomo ha sete del mistero perché ha sete dell’infinito. E questa sete dell’infinito è quella che spinge le anime superiori. Esse vanno alla scoperta con la sublime certezza di non scoprire mai tutto. Essendo infinito l’oggetto della ricerca, esso va oltre ogni scoperta ed aumenta la sete nello stesso tempo che la soddisfa»…

«Perdere il desiderio! Ecco forse la degradazione più stupefacente per un essere che ha un’anima»… «La gioia è il profumo di Dio sentito nell’anima»… «Chi si ferma prima di aver trovato la gioia si ferma prima di aver trovato Dio»… «Quando l’uomo non vede altro che il proprio nulla, Dio non lo vede più che nella sua misericordia»… «Da (venti) secoli, gli uomini più grandi, i santi, continuano l’opera della redenzione e si sacrificano per coloro che continuano l’opera della caduta»…

Frasi di Ernest Hello, raccolte da don M. Simoulin

Il finiano medio

Veste chic e casual, ama l’ultima moda, il particolare ricercato ed è attento ai dettagli. Almeno quelli dei vestiti. Perché politicamente non ha granché da dire, dato che conosce bene e cura solamente un’idea: la propria. Dalla parlantina sciolta ed inconcludente, capisci subito che è poliglotta ed europeista; l’italiano lo conosce quanto basta, è forte in geografia e mete turistiche, ma disastroso in storia, anche se, quando parla con un cattolico, rispolvera con singolare disinvoltura le Crociate e il caso Galileo, argomenti che ignora totalmente ma ai quali, a quanto pare, risulta legato.

Non è attratto dalla tradizione, che giudica retrograda e polverosa, mentre ama il futuro, nel quale immagina realizzate tutte quelle che, per ora, non sono che aspettative. E’ genericamente garantista ma guai a chi critica la magistratura italiana. Potesse, firmerebbe il testamento biologico di chiunque tanto è entusiasmato dalle direttive anticipate di trattamento. In linea di massima si dichiara contrario all’aborto ma trova sacrosanta la Legge 194. Vuole farsi una famiglia, ma non prevede di farlo prima dei quarantacinque anni, quando avrà uno stipendio a molti zeri e le prime, antipaticissime rughe. In ogni caso, mette in conto la possibilità di sbagliare bersaglio e di potersi risposare almeno altre due volte, dipende.

Il finiano medio risulta inoltre educato, infatti all’insulto genericamente preferisce l’indifferenza. Fa beneficienza e lo rinfaccia a chiunque osi sospettarlo di egoismo. E’ per il rispetto e l’integrazione degli immigrati, che non vede l’ora di assumere come maggiordomi nella sua villa. Si definisce di destra, ma se gli chiedi cosa intende dire ti risponde che s’è fatto tardi e che deve andare. Ha un solo nemico dichiarato: il leghista. Troppo diretto, troppo informale, troppo sincero. Il finiano medio preferisce farsi i fatti suoi.

Nota bene: il finiano non pensa di essere superiore a nessuno: ne è perfettamente convinto. E lo capisci dalla sufficienza con la quale, a malincuore, accetta di ascoltarti prima di polverizzarti con la sua eloquente smorfia di persona vissuta e competente. Si definisce religioso in ricerca, infatti ogni estate vola in mete esotiche diverse. Ama la palestra, la buona cucina e gli aperitivi chic. Legge il Corriere o Repubblica, quando trova il tempo. Il suo peggior difetto è la testardaggine, il miglior pregio è la disponibilità a dialogare. A prescindere.

Tipologie umane 1: La Secchiona sul treno

Questa tipologia generalmente meglio si adatta al sesso femminile, ma rifugga da me ogni banale generalizzazione.

La Secchiona si veste in modo curato, ma senza eccessi. I capelli, se lunghi, sono raccolti in una fanciullesca coda di cavallo o riuniti con una spilla ottocentesca, probabilmente appartenuta alla nonna materna o a qualche altra illustre ava.
La suddetta persona è facilmente identificabile dagli immancabili occhiali – studiare fa male, è un dato oggettivo – e dal fatto che, nonostante si sia appena accomodata sul sedile del treno (potrei aprire un’ampia parentesi sullo stato igienico del suddetto, ma in questa sede preferisco sorvolare), apre la borsa ed estrae un libro. Ovviamente più il volume è spesso, più il suo charme è grande. Il treno è ancora fermo in stazione, ma la Secchiona è già intenta a sottolineare il suo semper fidelis et inseparabilis amico. Gli altri passeggeri la scrutano sornionamente, lanciandole occhiate sarcastiche, ma lei non se ne accorge: la sua aria assorta e la fronte corrugata denotano un livello di concentrazione che potrebbe competere con quella di un chirurgo che sta eseguendo per la prima volta nella sua carriera la sostituzione di una valvola bicuspide.

Il treno è ormai partito: la Secchiona non sembra essersene accorta. Le fermate si susseguono – ricordiamo che gli studenti universitari sono notoriamente squattrinati, ergo obbligati a viaggiare con i treni Regionali. La persone nel vagone si alzano, prendono la valigia dal portabagagli, scendono… altre salgono e, mentre si accomodano sul sedile, lanciano un’immancabile occhiata alla nostra beniamina, che però non se ne avvede. La sua matita prosegue lesta a sottolineare frasi, pagina dopo pagina, nulla sembra turbare la sua concentrazione.
All’improvviso un telefonino suona: è il suo. Con qualche difficoltà e con aria riluttante la Secchiona alza lo sguardo dal libro, prende il cellulare e, con dipinto in faccia il pensiero: “chi cavolo mi sta facendo perdere minuti preziosi con la sua chiamata?”, risponde. I convenevoli sono ridotti al minimo, ogni secondo è prezioso e occuparlo con un “Come va?” di cui tendenzialmente sappiamo già la risposta, sarebbe un attentato verso sua eccellenza il Sapere. La Secchiona non sembra conoscere mezze misure: “Come mai mi chiami?” è la frase secca e diretta che rivolge all’impavido interlocutore. La risposta sembra soddisfarla perché un sorriso (il primo) le si allarga sul viso. Il tono di voce aumenta, diventa giulivo. “Ma certo che te li presto i miei appunti, ci mancherebbe! Figurati, tutti quelli che hanno studiato sui miei appunti (ripetizione dovuta, nel qual caso al passeggero della carrozza antistante fosse sfuggito l’oggetto della telefonata) hanno preso 30 all’esame!”. Attimo di tregua: l’interlocutore sta rispondendo. “Eh, eh, eh…. Figurati, nessun problema: te li presto e fai le fotocopie! Ah, ovviamente non sono gli appunti che ho preso a lezione: li ho riscritti tutti in buona grafia, incrementandoli con il libro!”…“Va bene, allora grazie della chiamata!”. Quella che si era prospettata un’inopportuna perdita di tempo si è trasformata in un’immensa fonte di gioia. Che strana che può essere la vita.

Messo giù il cellulare, la Secchiona si rigetta a capofitto sui libri, ma almeno questa volta ha sul volto l’ombra di un sorriso. La concentrazione ritorna a livelli paranormali e, per gentilezza, verrebbe da chiederle dove deve scendere: “così almeno ti sveglio dalla trance in cui ti ritrovi e non perdi la tua stazione”. Ma forse è meglio evitare, oggigiorno un tale eccesso di misericordia potrebbe provocare strane reazioni. Comunque non c’è nulla di cui preoccuparsi: l’angelo custode (meglio identificato come l’altoparlante) riporta la Secchiona sul pianeta Terra giusto in tempo. Ed è così che la nostra diletta chiude il libro, raccoglie le sue cose e se ne va, lasciando i passeggeri del suo vagone con un sorrisetto ebete sulle labbra.

Assaggi n. 71: Proselitismo beduino

(ANSA) – ROMA, 15 NOV – ”Convertitevi all’Islam”: con questa esortazione, il leader libico Gheddafi ha chiuso un’insolita serata a Roma. Nella residenza dell’ambasciatore libico,il colonnello ha incontrato centinaia di giovani italiane, alle quali ha tenuto una lezione sull’Islam.”Voi credete che Gesu’ e’ stato crocifisso, ha detto, ma lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui. Gesu’ e’ stato inviato per gli ebrei, Maometto per tutti gli umani.”

Ultimo, l’uomo che ha messo in ginocchio la mafia

Le letture consigliate dagli amici sono sempre le migliori. Ne ho avuto ulteriore conferma ieri divorando “Ultimo”, testo curato dal giornalista Maurizio Torrealta e pubblicato da Feltrinelli pochi anni fa. E’ la biografia di Sergio De Caprio, il Capitano dei Carabinieri passato alla storia come l’uomo che, dopo averlo gettato a terra con una coperta, ha messo le manette a Totò Riina, il capo di Cosa Nostra.
Ma è anche la storia di Crimor, la leggendaria squadra che De Caprio guidava e che, coi suoi arresti e le sue indagini, ha assicurato alla giustizia decine di latitanti. Nessuna delle loro imprese, spiega Ultimo, sarebbe però stata possibile se Parsifal, Aspide, Vichingo, Pirata, Ombra, Tempesta ed Arciere, prima di tutto, non fossero stati una banda di amici, gente innamorata della giustizia e pronta a sacrificarsi per 15 ore al giorno.
Perché quello di Ultimo non é un lavoro, e nemmeno una missione.
Le missioni finiscono, prima o poi; insomma, sono cose da militari.
Ultimo invece è un guerriero e Crimor – composta non da superuomini, bensì da “ultimi” nel vero senso della parola, vale a dire da militari difficili, spesso incompresi e che De Caprio scelse uno ad uno –, prima di essere sciolta, era al contempo il suo lavoro e il suo rifugio.
La storia di questo eroe dei nostri giorni inizia a Palermo, nelle strade dove la legge dello Stato non è mai stata riconosciuta fino in fondo.
Come ogni guerra, anche questa è stata anticipata da tattica, preparazione, studio. Ricorda De Caprio:”Siamo scesi a Palermo […] abbiamo cominciato con la conoscenza del territorio, abbiamo passato un mese senza lavorare, facendo finta di essere turisti […] giravamo di notte con le cartine e le studiavamo, come fanno i paracadutisti prima di prepararsi a un’azione” (p.23).
Era un metodo di lavoro, quello di Ultimo, dai ritmi massacranti, ritmi che tuttavia non scalfivano minimamente lo spirito di Crimor, anzi:”Gli altri venivano a chiedere ai miei uomini:”quante ore di straordinario vi pagano? Ma il Tenente perché vi fa fare tanto lavoro? Fai il tuo lavoro e basta”. Perché risultava strano che gente giovane, che non aveva nulla, volesse lavorare tanto […] ci siamo uniti ancora di più, e siamo diventati una forza inarrestabile” (p.63).
Dopo mesi e mesi di lavoro, tremila rapporti, infiniti pedinamenti e decine di arresti, arrivò la missione che fece passare Ultimo alla storia.
Erano le 8:28 di venerdì 15 gennaio 1993, quando Ultimo, avvoltolo con una coperta, perquisì e poi caricò di forza in auto Totò Riina che, riferiscono gli agenti di Crimor, era impaurito e tremante.
Ebbene sì, quel giorno Salvatore Riina aveva paura; proprio lui che non si fece scrupoli ad ammazzare e a far ammazzare decine, anzi centinaia di persone, temeva imminente la sua fine.
L’inaspettato arresto doveva aver impaurito persino Bernardo Provenzano, che, secondo le parole del pentito Cancemi, si interessò in prima persona ad un possibile rapimento di Ultimo, per farsi raccontare dal diretto interessato come diavolo avesse fatto, quello sconosciuto Capitano dei Carabinieri, a sferrare un colpo così micidiale a Cosa Nostra. Soprattutto, Provenzano temeva che alla base dell’arresto di Riina ci fosse stato un tradimento di qualche boss.
In effetti, Balduccio di Maggio diede indicazioni assai utili all’arresto.
Ma non furono, come qualcuno si ostina a scrivere, le parole del pentito ad essere decisive, e nel libro di Torrealta si spiega benissimo come Crimor, in realtà, fosse già da tempo interessata a battere la zona di Via Bernini, dove Riina aveva il suo covo. Il peso dei sospetti, in particolare circa i ritardi sulla perquisizione alla villa di Riina, fu comunque tale che Ultimo, per un incredibile paradosso, venne messo sotto accusa da Antonio Ingroia (il p.m. amico di Travaglio che ieri accusava Andreotti, che oggi accusa Dell’Utri, e che pare abbia chiesto a Michele Aiello, fiancheggiatore di Provenzano, di ristrutturare l’ abitazione del padre) e processato per favoreggiamento.
Risultato? Il 3 febbraio 2006 fu prosciolto da ogni accusa, com’era inevitabile che fosse.
Certo, le nostre istituzioni hanno un modo tutto loro di onorare gli eroi.
Anche perché, dopo questo infamante ed inutile processo, le sorprese, per De Caprio, non sono finite.
E’ di questi giorni, infatti, la notizia della revoca del servizio di scorta che fino ad ora proteggeva Ultimo dalle minacce di morte.
Ma il leggendario Carabiniere non sarà lasciato solo: i suoi sottoposti si sono infatti offerti, nel tempo di libero, di istituire loro stessi un servizio di scorta per proteggere il loro eroe.
Concludiamo con le parole di quest’uomo che, lontano dal successo e dalla notorietà, ancora oggi continua giorno per giorno la sua lotta per la giustizia:”La soddisfazione l’hai soprattutto quando lavori per strada, e arresti un latitante e ti rendi conto che di quelle persone puoi fare quello che vuoi, le umilii, come fanno gli indiani quando toccano la persona, perché per loro non è importante uccidere, perché sono gente pura, e noi ci sentiamo a quel modo e ci emozioniamo, non è lavoro, è lotta. Capisci che hai con te persone con le quali puoi andare a fare qualsiasi cosa, e che è gente bellissima, come le stelle del cielo, e gli vuoi bene e ti accorgi che siete la stessa cosa e quello che succede a loro è come se succedesse a te, e questo non lo impari nelle scuole o nelle università, ma sulla strada” (p.71).

Grazie di tutto, eroe senza volto.

George Brummel, il re dell’eleganza. Che morì pazzo

L’associazione viene ormai spontanea ed immediata: dandy uguale Oscar Wilde e viceversa. Nulla contro il celebre scrittore, del quale sono peraltro estimatore, ma il padre del dandismo è un altro. Il suo nome, sconosciuto ai più, è George Brummel (1778-1840). Di origini non povere, già sui banchi di scuola, ad Eton, il giovane George manifestava naturale predilezione per l’eleganza e per la cultura tali che presto lo fecero amico e consigliere del suo sovrano, Giorgio IV, principe di Galles. Il rapporto col principe, com’è noto, fu un susseguirsi di alti e bassi: se Brummel, pur considerandosi superiore, non poteva negarsi suddito, Giorgio IV sperimentò innumerevoli tentativi, rivelatisi tutti vani e maldestri, di eguagliare l’eleganza del celebre consigliere. Si racconta che, pur di emulare lo stile di Brummel, Giorgio IV abbia tentato di lanciare a sua volta una nuova tendenza, quella del gilet sbottonato. Risultato: fu un sonoro fallimento.

Perché il “Beau”, come venne presto soprannominato, era davvero inimitabile. E non solo nell’abbigliamento. A distinguerlo, infatti, era anche la battuta pronta e mordace tipica del pensatore fuori dagli schemi, del battitore libero della cultura, dell’autocrate dell’opinione. Un fascino, il suo, che penetrava in profondità anche nei cuori femminili, tanto è vero che agli occhi di molte donne il giudizio di Brummel appariva prioritario addirittura rispetto allo stesso parere dei mariti. Ma lui, il maestro dell’eleganza, non era certo tipo da lasciarsi cospargere dai complimenti. Fedele al motto per antonomasia del dandy -“Restate nella società per il tempo necessario a produrre un effetto: quando l’effetto si è prodotto, andatevene” – il Nostro era solito rispondere agli inviti a feste e ricevimenti operando incursioni discrete quanto celeri; incursioni dalle quali si congedava con un giudizio, di solito una battuta, destinata, dopo la sua partenza, ad echeggiare a lungo nei discorsi degli altri invitati.

Da questo punto di vista, Brummel fu la brillante testimonianza di come sia possibile farsi ricordare senza per questo essere eccentrici. Già, perché in fondo, a dispetto di tanta fama, il Beau non indossava affatto abiti dai colori sgargianti. Anzi: fu il pionieredell’abbinamento, tutt’ora accreditato fra i più eleganti, di giacca blu con pantaloni chiari o grigi. Abbinamento decisamente estraneo, lo ripetiamo, ai colori vivaci che all’epoca andavano per la maggiore. Eppure conquistò alla grande ammirazione trasversale: andava allo stadio e gli spettatori ignoravano la partita per guardare lui; in piscina nuotava sul fondo e tutti a strusciare la pancia sulle piastrelle del fondo per salutarlo. Insomma, per volti versi era l’uomo più schivo che esistesse. E proprio per questo il più elegante. Perfetta incarnazione di quello che Lord Byron avrebbe definito “certa squisita originalità”, sultano senza fazzoletto, come l’hanno definito Amédee e d’Aurevilly (Cfr. George Brummel ed il dandismo, Edizioni studio tesi, 1994), lo stile di Brummel ha affascinato decine di intellettuali e scrittori.

In una memorabile pagina della sua Vite di uomini illustri, Achille Campanile scriveva:” Si sa che quando un amico, incontrandolo, gli diceva: "Come siete elegante", l’elegantissimo Lord esclamava sgomento: "Mi si vede forse qualche cosa?", e correva a cambiarsi. E’ incredibile le pene che provava quando nelle cronache mondane leggeva: "Notato tra i presenti Lord Brummel". Ne faceva un casus belli. Era tale la sua eleganza che a lungo andare i cronisti mondani finirono per scrivere nei resoconti dei ricevimenti e delle feste aristocratiche: "Non notato, fra gli intervenuti, Lord Brummel, benché ci risultasse presente". Ormai tutti sapevano che l’eleganza di Brummel consisteva in questo e – come sempre accade – anch’egli ebbe imitatori. Talché spesso nelle riunioni degli elegantissimi i cronisti dovevano scrivere: "In questa festa mondana non siamo riusciti a notare nessuno, tanto erano eleganti tutti, di quella speciale eleganza che consiste nel non farsi notare” […]Questo fu il supremo trionfo dell’eleganza di Lord Brummel intesa a non dare nell’occhio. I cronisti scrivevano: "Notato, per il modo come riusciva a non farsi notare, Lord Brummel"”.

Purtroppo per lui, a questa fama dorata e a questa stima unanime sulla sua intrinseca eleganza, Lord Brummel fece seguire una passione per il gioco che lo portò alla rovina. Visse gli ultimi anni della sua vita al terzo piano dell’Hotel d’Angleterre, a Caen, dove divenne una specie di eroe decaduto per turisti che, riconosciutolo, chiedevano di poter pranzare accanto al celebre maestro dell’eleganza. Nemmeno la stima della gente, tuttavia, lo strappò al suo triste destino:”Il nitore del suo aspetto si era appannato […] lo si incontrava per strada come un vecchio signore trascurato e sporco” (Corriere della Sera, 25/2/2007). E dopo il declino, venne la pazzia.

Ecco come ricorda i suoi ultimi giorni il già citato Barbey d’Aurevilly:”Divenne folle e, poiché il dandismo era penetrato in tutto il suo essere, anche la sua follia si tinse di dandismo […] Certi giorni, con grande stupore del personale dell’hotel, ordinava di preparare il suo appartamento come per una festa. Lampadari, candelabri fiori in gran quantità, non mancava niente e, nello scintillio di tutte queste luci, lui, nello splendido abbigliamento della sua giovinezza, con l’abito whig blu con i bottoni d’oro, il gilè di piquet e i pantaloni neri, aderenti come le calze del XVI secolo, in mezzo al salone, attendeva..Attendeva l’Inghilterra ormai morta! Improvvisamente, come si fosse sdoppiato, annunciava ad alta voce, il principe di Galles, poi lady Connyngham, poi lord Yarmouth e per finire tutti quei grandi personaggi di cui era stato la legge vivente […] Questa scena durava a lungo..Infine, quando il salone si era riempito di questi fantasmi; quando tutta questa gente dell’altro mondo era arrivata, di colpo gli tornava anche la ragione e quell’infelice si rendeva conto del suo delirio [..] e scoppiava in un pianto dirotto”.

In definitiva, la vita di Brummel non fu affatto felice. Forse lo fu all’inizio, ma ben presto egli stesso divenne prigioniero dello straordinario personaggio che era diventato, in un gioco di maschere che si era cucito addosso prima per divertimento e poi per necessità. A lui, tuttavia, va riconosciuto d’essersi misurato come nessun altro con la capacità d’essere elegante senza ricorrere ad artifici che, oggi più che mai, segnano la società dell’apparire. Si racconta che Vittorio Sereni, uno dei poeti più attenti ed antiretorici del nostro tempo, amasse ripetere :”tentiamo di esistere”. George Brummel, a modo suo, ci ha provato. Lasciandoci una parabola dell’epilogo triste, ma densa di insegnamenti ancora attuali. Primo fra questi l’importanza di esserci, senza per questo farsi notare.

Assaggi n. 70: Il sinistro cervello di Odifreddi

“Le ricerche di Roger Sperry sulla struttura cerebrale,per le quali egli ha ottenuto il premio Nobel per la medicina nel 1981, hanno mostrato che le attivita` dei due emisferi sono complementari e differenziate:l`emisfero sinistro e` preposto al pensiero astratto e alle attivita` di comunicazione, di scrittura e di ccalcolo; quello destro e` muto, e preposto alle attivita` percettive e di riconoscimento. La lateralizzazione del cervello e` dunque coinvolta nella determinazione del comportamento a livello neuronale, in modo taleda riflettere le tendenze politiche: gli individuidi sinistra saranno piu` razionali e scientifici,quelli di destra piu` istintivi ed artistici. Se la ragione e` la qualita` che distingue l`uomo dagli animali, si puo` pensare che sistemi di organizzazione della societa` basati su di essa( il marxismo) siano piu` in sintonia con lo sviluppo biologico di quelli basati invece sull`istinto(il capitalismo).”

(tratto dall’articolo “Capitalismo e comunismo, da che parte sta la scienza” di P.G. Odifreddi)

Assaggi n. 69: Umberto Eco su Mike Bongiorno

“…Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rap?presenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiun?gere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti…”

(Umberto Eco, Diario Minimo, 1961)