La fabbrica degli asini è colpa dei genitori

Finita la scuola, da un tg nazionale apprendo che non solo i ragazzini ma anche i loro genitori non ne possono più dei compiti delle vacanze. ? rivolta.
Ecco una notizia veramente interessante. Si apre una finestrina piccola sulla vera tragedia dell’Italia, però al tempo stesso viene da ridere.
Chi di noi non ha odiato i compiti delle vacanze? Trenta versioni di latino, trenta di greco, cinquanta esercizi di algebra, cinquanta di geometria, e in più leggere “I Malavoglia”, “Il fu Mattia Pascal”, “La luna e i falò”, “Dubliners”, “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, “L’apologia di Socrate”.
Ma come faremo a goderci le vacanze? Lo dicevamo già noi, che senza andare al mare o ai monti ci accontentavamo delle feste di paese, delle scorribande per la campagna, delle avventure per fiumi e stagni, di un bacio estorto dietro il carrozzone di una fiera itinerante o il ticket office di un autoscontro.
I compiti delle vacanze erano relegati alle ore impossibili, dalle due alle cinque del pomeriggio, dentro il solo spicchio di luce che filtrava ronzando tra le ante della persiana semichiusa “per tenere fuori il caldo”.
Il fastidio di tutte quelle ascisse e ordinate, consecutio temporum, aoristi, considerazioni scritte sui moti del ’20 e ’21, coseni e semprecaromifù diventa, una volta cresciuti, un ricordo caro, un segnavia di un cammino che, bene o male, abbiamo compiuto.
E i genitori a controllare. Non che sapessero un’acca di latino, però ci tenevano. E la versione di oggi dove sarebbe?, ah sarebbe questa? Com’è che sembra tutta quella di ieri? Oppure: è arrivata la nipote della vecchia signora Pullini, sai la professoressa? E mi ha detto che ti vedrebbe tanto volentieri per capire a che punto sei col greco.
Ma tutto questo è archivio, storia, trapassato remoto. Il genitore adesso sta dalla parte del figlio. Ma cos’è questa storia dei compiti? La prima quindicina di luglio lo mandiamo in America per perfezionare l’inglese, poi si parte tutti per le Seychelles, al dieci di agosto cominciano le gare sportive: dove li mettiamo i compiti?
Aiutarli? Figuriamoci. Dove la chiudiamo questa parentesi tonda? Diobono, ma perché poi tutte queste parentesi? Viene prima la quadra o la graffa? A me per fare i soldi bastano le due operazioni, addizione e moltiplicazione (le altre due le lascio al mio commercialista). Eccetera.
? cambiata la vita. La scuola è diventata una scomodità, e in una società in cui la comodità è un valore primario, la scuola somiglia sempre più a un rudere del passato. Un’incongruenza. Questo Paese non vuole proprio saperne di modernizzarsi.
Già. E la vecchiezza, la decrepitezza, dove stanno? Stanno in questo: che la scuola, da che esiste, ha senso perché continua, in altro modo e con altri mezzi, l’operazione educativa della famiglia, che è – semplicemente – quella di tirare su il bambino e aiutarlo a diventare un uomo.
Da un certo punto in avanti, la famiglia da sola non è più sufficiente, i problemi inerenti all’educazione si fanno più complessi, la trasmissione del sapere richiede nuove energie. Perciò si mandano i figli a scuola. Che ha, tra i suoi compiti, quello di costruire un argine all’istintività, non per eliminarla ma per renderla costruttiva. Si chiama moralità.
Se però i genitori, in nome della comodità, si mettono a difendere l’istintività contro quell’argine, allora la scuola non ha più nessuna ragione di esistere. Se il familismo amorale domina, la scuola non ha più armi educative: diventa un parcheggio. Meglio chiudere.
E voi, ch’avete li ‘ntelletti sani, guardate a questa storiella come a una parabola. Prendetene il succo e applicatelo ad altri nostri scandali quotidiani, dallo smaltimento dei rifiuti tossici ai casi di malasanità, e capirete che esiste un problema antropologico di fondo, che va ben oltre le competenze della politica. Il Papa ha parlato di “emergenza educativa”, che è esattamente come dire “emergenza umana”.
Luca Doninelli
Il Giornale – 11 giugno 2008

Quella sfida educativa che il Paese deve vincere

Tempo di fine scuola, tempo di prese di posizione del ministro della Pubblica Istruzione: è quasi un rito, che però assume un particolare rilievo quando il titolare del Dicastero è al suo esordio nel ruolo. Aggiungiamo subito che di questi tempi l’attesa è quasi palpitante, perché la scuola si rivela, una volta di più, un sensibile termometro delle difficoltà sociali. Del resto educare significa trasmettere valori e stili di vita, e quando non si riesce a tenere sotto controllo questi ambiti, i primi a risentirne sono, come è ovvio, i ragazzi.
Ha fatto dunque bene la ministro Gelmini a parlare da subito forte e chiaro: la sua proclamata decisione di “aggredire le iniquità del sistema, mediocre nell’erogazione dei compensi, mediocre nei risultati, mediocre nelle speranze” è quanto ci si attende.
Il ministro prende di petto la questione salariale e fa bene, purché non si trasformi in una demagogica ricerca del consenso, peggio, promettendo senza avere la forza di mantenere. Sono anni che si nota quanto gli insegnanti siano malpagati e giustamente il responsabile della Pubblica Istruzione ha richiamato il parallelo con i livelli salariali dei Paesi Ocse. In una società come la nostra, in cui il valore di una posizione e il suo prestigio si misurano anche dalla remunerazione che le viene attribuita, non affrontare questo tema significa mettere in difficoltà la stessa credibilità della funzione pedagogica.
Però bisogna anche essere onesti e dire che non si deve pagare una “uniforme”, un “grado”, come si direbbe “a prescindere”, cioè senza tenere conto della qualità e dell’impegno che i singoli mettono nell’assolvere al loro compito. Senza generalizzare e anzi riconoscendo il lavoro umile e appassionato di tanti, va ricordato che non mancano, né sono pochi, i casi di rifugio nell’insegnamento di gente con scarsa vocazione, i casi di assenteismo e lassismo, i casi di scuole dove di educazione e di preparazione non se ne acquisisce molta.
Il ministro ha giustamente detto che quel rigore nel misurare il merito che si pretende verso gli studenti (e la Gelmini ha fatto bene a tenere duro in tema di recupero dei debiti) va applicato anche verso i professori, che hanno il diritto ad essere trattati molto meglio, ma da cui si deve esigere un servizio all’altezza dei bisogni dell’istruzione in un mondo complicato come il nostro (per esempio con un aggiornamento continuo: questo è davvero un punto dolente, a cui è dovuta non in ultimo molta impreparazione dei nostri ragazzi).
E qui naturalmente cominciano i problemi, perché per dare in base al merito bisogna essere in grado di valutare e di farlo con tutte le garanzie di obiettività. Purtroppo su questo terreno in Italia siamo messi male. Nessuno si fida di essere sottoposto ad un esame, perché lo ritiene viziato in partenza, sicché si montano macchine complicatissime ed ipergarantiste che danno come risultato giudizi farraginosi e piatti. Così si finisce quasi sempre con il distribuire un po’ di benefici a pioggia.
Naturalmente tutti speriamo che questa volta non sia così, perché davvero non ce lo possiamo più permettere. La promozione del merito non è più solo un imperativo morale (e già sarebbe una cosa piuttosto importante), ma è ormai la condizione per far sopravvivere la competitività del Paese in un contesto di crisi generalizzata. Senza punte di eccellenza che trainano poi inevitabilmente con un sé un alto standard medio, non si salva quella posizione di primo piano che la fatica delle generazioni precedenti ha conquistato per l’Italia.
Il ministro ha parlato anche di bullismo ed ha promesso tolleranza zero. Sembrerebbe un’altra questione, ma invece stiamo sempre parlando della stessa cosa. Il bullismo è la ricerca di protagonismo da parte della noia di vivere, la creazione di prepotenza quando non si è più capaci di sviluppare potenza, la riduzione dell’esperienza alla ripetizione del videogioco alla moda perché cosa sia una vera, intensa esperienza di vita non lo si sa più.
Il ritrovare la dimensione della “serietà” dello studio, come il ministro ha detto citando con un po’ di civetteria Gramsci, è la premessa per ritrovare la serietà della vita, che è poi quello che dà senso allo studio e lo toglie dalla dimensione del “nozionismo”, che non è dato dall’imparare delle nozioni anche a memoria (è utile e a volte necessario), ma dall’imparare nozioni che non si sa più a cosa servano se non a rispondere alle regole di un gioco frusto che ci si ostina a chiamare scuola.
Tutti diciamo che così non si può andare avanti. Forse potremmo cominciare a darci tutti una mano per iniziare il cammino di un cambiamento.-
Paolo Pombeni
Il Messaggero 11 giugno 2008

Tre idee per la scuola

Nella ripresa dell’attività governativa torna di attualità, attraverso la polemica dei debiti formativi e le ricette dei maitre à penser, il tema della scuola, eterna cenerentola della vita pubblica italiana. Tra le mille sollecitazioni non è superfluo suggerire un criterio generale e tre idee per cominciare ad affrontare i problemi in campo.
Il criterio è di evitare di far calare dall’alto soluzioni generali che nascono da impostazioni ideologiche e astratte e che hanno fatto del ministero dell’Istruzione un mastodonte con più dipendenti del Pentagono. L’unica possibilità di ripresa è dare spazio a esperienze educative in atto, dove si viva una libertà, una passione per l’ideale e per lo studio, un “fare con” nell’avventura personale e comunitaria della ricerca della verità e della conoscenza.
Come valorizzare questi tentativi che possono nascere ovunque, nella scuola statale come in quella privata, tra gli studenti come intorno ai professori? Innanzitutto, attuare anche a livello nazionale, come già preannunciato dal ministro Gelmini, quella parità economica tra scuola di Stato e privata che, laddove si è cominciato a fare in alcune Regioni con l’adozione di voucher, ha raggiunto risultati lusinghieri. Le scuole paritarie sono già pubbliche come prevede la legge 62 del 2000 di Berlinguer. Occorre dare i soldi alle famiglie con parametri di equità e poi riconoscere loro la facoltà di scegliere le scuole che preferiscono per il bene dei ragazzi.
In secondo luogo, per favorire un’esperienza di libertà di educazione anche nella scuola statale, occorre conferire alle famiglie pieno autogoverno.
Finora è stata data una parziale autonomia di curriculum (il 20%), un’autonomia didattica paralizzata da enormi rigidità delle cattedre, un’autonomia finanziaria bloccata dall’impossibilità di raccogliere soldi sul mercato senza reale autogoverno. Infine è necessario introdurre in modo sistematico e massiccio quella valutazione esterna della scuola mediante l’accertamento degli apprendimenti e delle competenze dei ragazzi e rilevando le abilità professionali degli insegnanti e dei dirigenti.
Parità, autonomia, valutazione sono gli strumenti semplici per permettere un miglioramento dal basso della scuola operato dai non pochi che hanno ancora passione e voglia di insegnare.
Giorgio Vittadini – Il Giornale – 13 maggio 2008

Gli studenti stranieri bocciano l’università italiana.

In occasione del ventennale del “Progetto Erasmus”, è stata pubblicata nei giorni scorsi una relazione che riassume le risposte date da 1500 studenti universitari stranieri che hanno partecipato al progetto frequentando le facoltà italiane: l’immagine della nostra università che ne deriva è complessivamente sconfortante. Tentiamo di spiegarne le ragioni. I responsabili italiani del progetto hanno preparato un questionario con 20 domande, somministrato a studenti provenienti da 28 Paesi diversi e frequentanti facoltà in 27 diverse città italiane. Gli studenti interpellati sono un campione rispetto ai circa 14.000 ragazzi stranieri che ogni anno frequentano corsi universitari nel nostro Paese. In generale, emerge il ritratto di un’Italia non troppo accogliente, sfatando così uno dei miti del Belpaese, costosissima, incapace di garantire agli studenti un alloggio a prezzi contenuti e dove l’inglese è una lingua assolutamente inutile anche per le comunicazioni tra colleghi studenti e con i docenti. Un dato che deve far riflettere, riguarda il gradimento che questi giovani stranieri nutrono nei confronti del nostro Paese: infatti, all’inizio della loro esperienza, il 97% degli intervistati dichiara di aver scelto l’Italia perchè “è un paese che mi è sempre piaciuto”; al termine del soggiorno-studio la percentuale di quelli che si dimostrerebbero pronti a scegliere di nuovo l’Italia come meta di un viaggio scende al 60%, ma soltanto il 35% tornerebbe per rifrequentare un corso di studi universitario “nonostante le difficoltà non siano poche”. Molti stranieri rimarcano come, al loro arrivo in Italia, nella maggior parte dei casi, nessuno in Università fosse in grado di fornire la benché minima informazione, anche generale; grave anche la mancanza di alloggi per studenti; quindi, molti di loro sono stati costretti addirittura ad andare in albergo e poi a cercare camere in affitto a prezzi sensibilmente più alti che nei loro Paesi. Quella della mancanza dell’alloggio per gli studenti è un’anomalia tutta italiana. Come ricorda il mensile “Studenti Magazine”, la ricerca della casa non è quasi mai un problema sentito dagli studenti che partecipano ad “Erasmus” in altri Paesi. In molti casi, per esempio Danimarca, Francia, Svezia, è la stessa università a trovare l’alloggio agli studenti. In generale, comunque, uno dei dati più significativi è quello che racconta che l’83% degli intervistati spende di più in Italia rispetto al proprio Paese. Per quanto riguarda l’accoglienza in Università, al di là della retorica europeista, soltanto poco più della metà degli intervistati, il 52,8%, ha dichiarato di essere stato accolto sufficientemente bene e solo il 18% ha detto che l’Italia è più ospitale del proprio Paese.

Veniamo ora al cuore della relazione, perchè, se per quanto riguarda l’accoglienza, l’università italiana è stata giudicata con qualche riserva, questa viene decisamente bocciata quando agli studenti stranieri si chiede di farne un raffronto con il proprio Paese di provenienza. I dati raccolti sono disarmanti: ben il 71% degli intervistati afferma che l’Università in Italia è organizzata peggio, contro il 17% che non vede differenze e soltanto il 12% la giudica migliore. La causa principale di questa bocciatura è lo stato pessimo delle strutture per il 39,6% degli intervistati, seguita dalla scarsità dei servizi web per il 24,4%, la difficoltà nel raggiungere informazioni per il 19,5% e il livello dei professori 16,5%. Relativamente a questi ultimi, quando si chiede un confronto con quelli del proprio Paese il 59% non vede grandi differenze, ma ben il 25% li giudica peggiori. Viene sottolineato, inoltre, un fenomeno tipico della nostra università, l’assenteismo dei docenti dalle lezioni. In molti casi si rimarca addirittura l’assenza di rintracciabilità, manca quel concetto di cammino didattico che deve portare gli studenti all’esame con i giusti mezzi messi a disposizione dal docente. Un dato concreto riferito alla preparazione dei docenti è tristemente allarmante: considerato che la maggior parte degli studenti stranieri che vengono nella nostra penisola ha come meta anche imparare l’italiano, il ruolo dei corsi accademici è davvero mortificante. Quasi tutti gli intervistati dichiarano di aver migliorato la propria conoscenza della lingua italiana, ma il 52,6% di loro, più della metà quindi, grazie a rapporti personali con italiani, oppure pagandosi lezioni autonomamente, perché i corsi di lingua italiana organizzati dalle nostre università sono stati ritenuti inadeguati, per non dire inutili. Certamente esistono in Italia situazioni di eccellenza, ma il confronto con giovani di altri Paesi ci invita e ci stimola a qualche riflessione. Probabilmente questi dati toccano anche il nostro amor di Patria e fanno scalpore, ma concordano con il quadro complessivo della nostra università, in gran parte non più all’altezza di rispondere ai bisogni di formazione e di internazionalizzazione che il mondo della nuova economia ci sta richiedendo. Secondo una ricerca della Fondazione Agnelli, gli atenei nazionali si presentano, ai giovani che vi accedono, come "giganteschi labirinti". Nei quali il 60% degli studenti si perdono, vagando tra le diverse facoltà, e un iscritto su quattro, se potesse tornare indietro, sceglierebbe un altro indirizzo di studi. Per non parlare dei cosiddetti "abbandoni sotto l’albero di Natale", cioè gli studenti che lasciano l’università dopo solo il primo trimestre di frequenza: sono quasi il 10% dei nuovi immatricolati. La mancanza di un serio orientamento trascina la generazione dei fuori corso in un baratro di paradossi e depressioni. La disorganizzazione ed il basso livello di molti corsi di laurea riscontrati dagli studenti stranieri sono vissuti quotidianamente sulla pelle dei nostri studenti. Mancanza di orientamento, disorganizzazione, la sciagurata riforma del “3+2”, ha portato la nostra università anni luce indietro rispetto alla media europea; non è un caso se in nostri studenti si laureano 4 o 5 anni in media dopo i loro colleghi inglesi, tedeschi o francesi. Non è un caso se l’esercito dei “fuori corso” costa in termini diretti allo Stato quasi come una legge finanziaria, ma indirettamente i costi sono incalcolabili: giovani che entrano tardi nel mondo del lavoro, che ritardano quindi la costruzione di una famiglia autonoma, che procrastinano sine die nel dare il loro contributo attivo di idee e di innovazione al nostro Paese. In altre parole, se la competitività dell’università italiana è ben lontana, nel suo complesso, dal saper affrontare le sfide dell’internazionalizzazione, come logica conseguenza sarà l’Italia tutta a vedere decadere il proprio ruolo come nazione sia a livello economico sia culturale. La cosiddetta “fuga di cervelli” verso Paesi stranieri dei nostri migliori ricercatori è solo la punta dell’iceberg di questa situazione. Auguriamoci che questa sfida, fondamentale per programmare un futuro degno di questo nome da consegnare alle prossime generazioni, possa essere finalmente raccolta anche dalla politica, da chi avrà in sorte la responsabilità della guida del nostro Paese negli anni a venire.

Genitori in classe? No, grazie.

Continua a far discutere l’iniziativa presa dalla Dirigente scolastica dell’Istituto “Tambosi” di Trento, Francesca Carampin, di permettere ad alcuni genitori di assistere alle lezioni dei propri figli per verificare il comportamento degli studenti e di come essi trattano aule e laboratori della scuola. La stampa locale ha dato all’avvenimento grande rilevanza, sottolineando soprattutto il fatto che “i genitori entrano a scuola per condividere le scelte educative” (“l’Adige”). Cerchiamo di analizzare in sintesi i fatti: la Dirigente ha precisato che “non è un controllo poliziesco o repressivo, ma un modo per lavorare assieme con lo scopo di insegnare ai giovani quel rispetto per gli altri e delle regole che sembra essere stato dimenticato dai ragazzi d’oggi”. La decisione è stata presa in seguito ad un’assemblea con i genitori in cui, riporta ancora “l’Adige”, sono emerse le difficoltà sia della scuola sia delle famiglie che non riescono a trasmettere ai figli-alunni la capacità di riconoscere ruoli e rispettare regole. La scuola, quindi, rivendica un ritorno alla serietà e alla severità. Ad una lettura superficiale sembrerebbe finalmente attuarsi una condivisibile inversione di tendenza rispetto al lassismo che ha permeato le nostre scuole negli ultimi decenni: resta però il fatto che gli studenti sperimentano ogni giorno che molti loro insegnanti (circa il 40 per cento secondo una ricerca Iard) sono poco preparati per non dire del tutto impreparati. Come ricorda Giovanni Cominelli su “Tempi”, perché la scuola non incomincia a essere seria e severa nell’offerta educativa? Una scuola severa con se stessa tutto l’anno dispone della legittimazione per chiedere serietà ai propri alunni, una scuola in cui l’insegnante bravo è premiato e quello incapace è penalizzato può chiedere molto ai propri ragazzi.

Non solo, ma la figura di riferimento degli studenti, l’insegnante che hanno di fronte, è ridotto da tempo, fatte le necessarie eroiche eccezioni, ad essere un mero comunicatore di saperi, con una visione impiegatizia del proprio lavoro. In base a questa visione, figlia legittima di una pedagogia agonizzante post-sessantottina, proprio nel momento dell’adolescenza, dell’età dei mille perché, della ricerca di un senso del proprio operare, che dia risposte alle prime grandi inquietudini della vita, la scuola si è ritirata: ha abdicato ai pedagoghi che l’hanno trasformata in una sorta di centro sociale in cui domina un conformismo melenso di idee, in cui regnano i buoni sentimenti, in cui di tutto si discute fuorché di saperi, in cui si cerca di analizzare la realtà senza averne gli strumenti adeguati che solo la conoscenza del passato ci può fornire. E la realtà in cui i nostri ragazzi vivono rimane estranea, lontana, la scuola è diventata quindi un contenitore vuoto, non più luogo di senso, luogo che permetta di capire perché io adolescente, io persona, vivo, a cosa posso aspirare nella mia vita, quali modelli di riferimento prenderò per intraprendere la strada della vita con qualche certezza di potercela fare. Non è un caso che secondo una recente indagine OCSE ben il 38% degli studenti italiani ha definito la propria scuola come il luogo del non senso; e qui ci poniamo due domande: come ci si sente a vivere gran parte della giornata, per anni, lunghi anni quelli dell’adolescenza, in un luogo al quale non si sente di appartenere, anzi un luogo senza significato? Che valore possono avere quelle regole che adulti senza autorevolezza e autorità chiedono di rispettare? Un adolescente ha bisogno di modelli educativi, di maestri che sappiano rispondere alle immense e mutevoli questioni che a quell’età ogni ragazzo si pone e che se non trovano risposte coerenti, possono sfociare anche in atti di bullismo o di trasgressione più o meno pesante. Non giustifico assolutamente tali comportamenti, ma non voglio nemmeno dimenticare anche la situazione familiare in cui sempre più ragazzi devono vivere, con famiglie esplose in microparticelle affettive, spesso senza un cardine, un luogo dove ritrovarsi stabilmente e confrontarsi. Famiglie che spesso, aihmè, delegano in toto alla scuola il compito di educare i loro figli, come se l’educazione fosse solo la trasmissione di regole e non di condivisione anche affettiva di un percorso. A questo proposito ritengo davvero tristemente significativo il pensiero della Dirigente del “Tambosi”, la quale, certamente in assoluta buona fede e con le migliori intenzioni pedagogiche, afferma che ” per un giorno i genitori hanno scelto di condividere con la scuola metodi e obiettivi educativi“. Per un giorno? E gli altri? Sembra che famiglia e scuola abbiano compiti diversi, come se le domande di senso, di significato dei ragazzi fossero diverse a seconda dell’ora in cui vengono poste e del luogo in cui si trovano. Metodi ed obiettivi educativi dovrebbero essere condivisi integralmente fra genitori e docenti, non part-time, magari ad ore alterne o peggio durante la ricreazione, punendo chi getta le cartacce per terra. Questa, gentilissima Dirigente, ricorda molto da vicino la morale deamicisiana, un moralismo vacuo che certamente finirà per ibernare definitivamente le pulsioni pressanti di quei ragazzi, che chiedono risposte alle eterne domande adolescenziali sul proprio esistere, sulla comprensione della realtà, sul senso di questa nella creazione critica di una propria identità. Quei giovani chiedono di potersi stupire davanti alle cose che vengono loro insegnate, chiedono in maniera maldestra, ma forte, che qualcuno fra i loro insegnanti sappia emozionarli partendo dalla singola materia, strumento di analisi della realtà. I nostri studenti non hanno bisogno di un decalogo di buoni comportamenti e buoni sentimenti “neutrali”, ma di qualcuno che si prenda la responsabilità di indicare loro ipotesi di senso della propria esistenza e che oltre ad istruirli, li sappia anche educare al bello, alla meraviglia, allo stupore della vita, ma questo non avverrà attraverso le circolari interne degli Istituti, ma attraverso un sentimento fra educatore ed educato che nasce dalla condivisione di un percorso, ricordando le parole di don Bosco, il quale sosteneva che “l’educazione è un fatto di cuore”.

Per rilanciare la scuola occorre investire sugli insegnanti.

Basta ripristinare gli esami di riparazione a settembre per migliorare la qualità della scuola italiana? Il recente dibattito – prima sul livello nazionale, poi su quello locale – seguito all’ordinanza del ministro all’istruzione, Fioroni, sulle nuove modalità di recupero dei debiti scolastici se, da una parte, ha avuto il merito di riportare l’attenzione sul sistema dell’istruzione nazionale – e provinciale – dall’altra rischia di rivelarsi un’ennesima occasione mancata. Soprattutto in Provincia di Trento, dove ci si è limitati ad usare le prerogative autonomistiche per varare un provvedimento che ha ridotto la portata dell’ordinanza ministeriale ma ancora non si vedono atti concreti che inizino a toccare i veri nodi del “sistema scuola”.
Così, tutto si è risolto in un’inutile contrapposizione tra chi vuole gli esami di riparazione a settembre e chi no. Tralasciando il fatto che, in realtà, il ministro dell’istruzione non ha reintrodotto gli esami di riparazione (avrebbe potuto farlo solo con una legge), nessuno può ragionevolmente pensare che la scuola non debba valutare e che agli insegnanti debbano essere forniti gli strumenti per farlo nella maniera più equa ed equilibrata possibile. Allo stesso modo, però, non si può misurare la qualità di una scuola dal numero di studenti bocciati.
Sono altri gli interventi di cui ha bisogno la nostra scuola – in Italia come in Trentino – per ritrovare nuovo slancio. Per individuarli è il caso di ricordare il rapporto Ocse-Pisa 2007, reso noto poco più di un mese fa, non per ribadire il quadro impietoso che esso offre della situazione della scuola italiana e della preparazione dei nostri studenti, quanto per richiamare l’attenzione sui Paesi che si trovano in testa a questa particolare classifica. Questi hanno ottenuto tale risultato decentralizzando e destatalizzando i loro sistemi scolastici, riducendo drasticamente materie e cattedre, differenziando gli indirizzi di studio, personalizzando i percorsi formativi, pretendendo una certificazione rigorosa delle competenze, una preparazione esigente dei docenti ed introducendo una severa valutazione di scuole, insegnanti e dirigenti.
Prima di mettere a punto gli strumenti di selezione, allora, è forse opportuno aprire un confronto sulle misure che potrebbero realmente liberare le energie e le risorse pur presenti nel nostro sistema scolastico. Su questo piano, penso che siano sostanzialmente tre le “riforme” di cui la scuola ha bisogno, in Trentino, come nel resto del Paese. Innanzi tutto, l’attuazione di una reale ed effettiva autonomia didattica e finanziaria degli istituti scolastici, che li sottragga al centralismo statale e provinciale. E in tale prospettiva vanno dati reali strumenti didattici, organizzativi e finanziari agli Istituti, a partire dalla valorizzazione, responsabilizzazione e valutazione dei dirigenti scolastici. A tutto ciò è strettamente legata un’adeguata formazione dei dirigenti scolastici i quali, provenendo dal corpo docente, hanno bisogno di integrare la conoscenza pregressa con vere capacità manageriali. Poi, la realizzazione della piena parità scolastica, garanzia di vera libertà di scelta per i genitori, ma anche presupposto di una sana concorrenza virtuosa fra le scuole.
Infine, una riforma seria non può prescindere dalla figura dell’insegnante, che non può essere ridotto a quello di semplice “impiegato” dell’istruzione. In realtà, la scuola ha bisogno di docenti che non rischino di limitarsi al mero ruolo di esecutori delle decisioni prese da altri, ma abbiano la possibilità di giocare fino in fondo la loro funzione di educatori. Per far questo, però, occorrono nuovi modelli di reclutamento degli insegnanti – con la possibilità di chiamata diretta almeno per una parte di essi, se abilitati – e a nuovi percorsi di formazione, anche premiando le scuole che investono sull’aggiornamento degli insegnanti. Ed occorre, soprattutto, prevedere momenti di valutazione dei docenti che andrà accompagnata da un sistema di premi ed incentivi di natura sia economica sia professionale. Probabilmente tutto ciò non potrà avvenire senza un ripensamento – che ovviamente dovrà incidere in primo luogo sulla normativa nazionale – della figura e quindi dello stato giuridico degli insegnanti, mettendo mano al loro sviluppo professionale così da affidare loro responsabilità reali in merito alla didattica e, di conseguenza, come detto, premiando l’assunzione di queste responsabilità.
Con queste osservazioni sulla valorizzazione del ruolo degli insegnanti, so di contrariare chi pensa alla scuola solo come uno dei tanti ambiti del sicuro e garantito impiego pubblico, ma so altrettanto bene che o si comincia a dare maggior peso al merito ed alle competenze degli insegnanti – le persone alle quali è affidata tanta parte della crescita dei nostri figli – in piena armonia con quanto sta accadendo nel resto d’Europa, oppure bisogna rassegnarsi al declino irreversibile del nostro sistema d’istruzione.

Il “Progetto ERASMUS” dell’Unione Europea

“Ben lungi dalla felicità si trovano quelli che vanno in cerca della saggezza”. All’opposto, “poco o nulla sono infelici quelli che più si avvicinano al naturale delle bestie”.
Lo scrive Erasmo da Rotterdam nel suo famoso Elogio della Follia, in un paragrafo intitolato appunto “Felicità degli stolidi” [1].
Una ventina d’anni fa, in un palazzo qualsiasi dell’ultramassonica Unione Europea (all’epoca “Comunità Europea”), qualche ultramassonico oltreché sfaccendato alto dirigente dev’esserselo riletto.
E fu così che nacque, non senza l’attivo interessamento dell’allora presidente francese Mitterrand, ultramassone pure lui, lo European Community Action Scheme for the Mobility of University Students: il famoso Progetto ERASMUS.
Tutti sanno di cosa si tratta.
I lettori di questo sito, però, non debbono sottovalutare un importante dettaglio: il Progetto ERASMUS, in realtà, è un ben congegnato Progetto ORGASMUS.
Prendendola alla lontana e schematizzando un po’, il Progetto ORGASMUS funziona così.
Innanzitutto, i nostri adolescenti vengono scientemente mantenuti nell’ignoranza più crassa e nell’indifferentismo religioso più degradante da Licei e Istituti professionali statali.
Dai tredici anni in avanti, maschietti e femminucce (privi di veri Padri e di autentici Maestri) sono tutti assorbiti dall’impegno di perdere l’innocenza prima di raggiungere la maggiore età: un impegno inderogabile, cui fanno da essenziale pendant le decine di ore di Educazione sessuale frequentate a scuola.
Giunti ai diciotto-diciannove anni, l’aspettativa sociale e la totale assenza di competenze in qualsiasi campo che non sia la musica dance o il consumo di stupefacenti li spinge ad iscriversi in massa all’Università.
Una Facoltà qualsiasi, l’importante è che la città sia diversa da quella di residenza della famiglia.
I soldi per l’affitto li mette il babbo, i preservativi e le pillole del giorno dopo li infila mammà nel portafoglio o nella borsetta.
Dopo un paio d’anni di frequenza saltuaria alle lezioni, di esami ridicoli superati senza alcun impegno e senza alcun profitto, di bagordi, di mediocrità e di risatine, ecco finalmente i sei mesi, i dodici mesi di ORGASMUS vero e proprio.
Il denaro necessario all'”arricchente esperienza” ce lo mette un po’ l’Unione Europea, un po’ qualche Ente locale, un po’ la famiglia. E quest’ultima molto volentieri, purché il pargolo o la pargola “vedano il mondo”, “si relazionino con i diversi”, “apprendano una nuova lingua con cui comunicare e viaggiare”, “sappiano diventare giovani cittadini europei aperti e tolleranti verso le alterità”.
Ben difformi, ovviamente, i propositi e le aspettative dei suddetti pargoli. Una volta giunti nella città straniera prescelta, ecco spalancarsi di fronte a loro l’agognata prospettiva di un più o meno lungo periodo di “tempo sospeso”, da trascorrere lontano da legami e doveri in una sorta di Paese dei Balocchi.
Eccoli, “i nostri ragazzi”, indossare finalmente i panni dell’individuo ab-soluto, libero di darsi spensieratamente all’ozio e alla crapula in un’effimera compagnia di coetanei dalle più variegate provenienze.
Durante l’ORGASMUS, lo studio non importa che marginalmente. I veri interessi sono altri: drogarsi e fornicare.
A tali fini sono deputati i cosiddetti “locali ERASMUS” (locali ORGASMUS), colorati e chiassosi esercizi pubblici sorti in molte città universitarie coinvolte nel Progetto. Attivo fino a tarda notte, un locale ORGASMUS è l’ideale per conoscersi, gozzovigliare, stabilire appuntamenti. ? qui che le Meredith e i Rudy approcciano le sole “alterità”, le sole “diversità” che possano interessarli: i pusher e gli esponenti dell’altro sesso [2].
Non per nulla Erasmus, quello in carne ed ossa, di primo nome faceva Desiderius [3].
I “ragazzi ORGASMUS” formano così, nei mesi di permanenza all’estero predisposti per loro dalla Libera Muratoria, allegri assembramenti multirazziali e multilingui, in cui ognuno è “libero”, “uguale” e “fratello” nella misura in cui rinuncia alla propria eredità culturale e spirituale, e in cui sacrifica eventuali remore morali sull’altare del freudiano Lustprinzip, il “principio del piacere”.
Si realizza qui, al ritmo furioso di cacofonie rock, hip-hop o techno, la perfetta “unione degli egoisti”, definitiva forma di coagulo sociale prevista nel 1844 dall’anarchista Stirner [4].
Nell’unione degli egoisti è effettivamente dato di “apprendere una nuova lingua con cui comunicare e viaggiare” nel mondo contemporaneo. Si tratta dell’unico, monotono gergo dello sradicato: il raglio ossessivo dell’uomo-ciuco, Lucignolo.
“Poco o nulla sono infelici”, ricordiamolo, “quelli che più si avvicinano al naturale delle bestie”.
E non si dica, per cortesia, che non tutti i “giovani d’oggi” sono o fanno “così”. ? ovvio. Esistono ancora, se non altro, i timidi e gli studiosi, e coloro che alla deboscia amano dedicarsi, sì, ma con juicio. Eppure la corruzione subdola, salvo pochi casi di pregressa ed eccezionale “tenuta” religiosa, durante l’ORGASMUS sa raggiungere anche loro. E come potrebbe non farlo, nel clima artificiale e guasto prodotto dal cozzare di centinaia di giovani abbandonati a se stessi, privi per mesi di punti di riferimento famigliari o comunque di figure adulte significative, senza un qualsivoglia controllo o indirizzo autorevole sul modo di impiegare il proprio tempo?
Spero che non sfugga almeno il “relativismo implicito” di cui una simile situazione, dove lo “scandalo” dell’indifferentismo e dell’apolidismo identitario è massimo, è necessariamente la fonte.
Ben si comprende, dunque, il motivo per cui la Massoneria tiene così tanto alla Mobility of University Students.
Così recitava nel 1838, con esplicito riferimento alla vera Fede, un’Istruzione segreta dell’infame Setta: “Noi abbiamo intrapresa la corruzione in grande, la corruzione che deve condurci al seppellimento della Chiesa. Il cattolicesimo non teme la punta del pugnale, ma può cadere sotto il peso della corruzione. Popolarizziamo il vizio nelle moltitudini; che lo respirino coi cinque sensi, che se ne saturino. Fate dei cuori viziosi e voi non avrete più cattolici. Lasciate in disparte i vecchi e gli uomini maturi; andate, invece, dritto alla gioventù”.

[1] Si tratta del paragrafo XXXV del troppo celebrato libretto.
[2] A volte, certo, come sesso va bene anche il proprio.
[3] Il nome di battesimo di Desiderius Erasmus era in realtà Geert Geertsz (1466-1536).
[4] Esponente dissidente della Sinistra hegeliana, il filosofo Max Stirner (pseudonimo di Johann Caspar Schmidt, 1806-1856) è autore de L’unico e la sua proprietà (1844), libro “maledetto” che non a caso influirà in modo decisivo su Nietzsche. In esso si sostiene l’assolutezza dell’Ego individuale (“l’Unico”, appunto), a cui è permesso qualsiasi atto o delitto purché cooperi alla propria autoaffermazione. Nella prospettiva compiutamente atea ed anarchica di Stirner, ogni dipendenza dell’Ego da ciò che è altro-da-sè deve essere abolita: religione, Stato, famiglia, comunità, legge, moralità. La sola forma di legame sociale che Stirner riconosce come legittima è appunto l'”unione degli egoisti”, alla quale i singoli Ego possono volontariamente assoggettarsi nella stretta misura utile ad aumentare la propria potenza e capacità di godimento individuale. “Io ho riposto la mia causa sul Nulla” è il famoso motto con cui si chiude il volume, capolavoro insuperabilmente coerente di nichilismo e di crudeltà.

Ritorno alla disciplina nella scuola italiana?

Riprendiamo il dibattito in corso intorno alla proposta del Ministro Fioroni di reintrodurre gli esami di riparazione nella scuola superiore, anche alla luce delle manifestazioni di protesta che gli studenti hanno inscenato in tutta Italia, a dir il vero con esiti poco lusinghieri per non dire controproducenti, data la totale disorganizzazione mostrata e la quasi assoluta mancanza di proposte alternative avanzate o di ipotesi di confronto costruttivo. Non mi voglio soffermare sul riscontro che le varie manifestazioni studentesche hanno ottenuto sui mezzi di informazione, certo non possiamo neppure mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non avere visto e sentito centinaia di ragazzi e ragazze, anche giovanissimi, scandire per ore un unico slogan, “Fioroni, Fioroni vaffa….”, e trascorrere la mattinata a bere dopo aver fatto scorta di alcolici nei supermercati. A Trento, di fronte alla residenza dell’Arcivescovo sono stato testimone di un episodio che da solo meriterebbe un’analisi di qualche educatore o almeno di un sociologo: quattro, cinque ragazzine ubriache fradice, bottiglia in mano che urlavano bestemmie all’indirizzo dell’Arcivescovo. Senza motivo, gratuitamente, abbruttite, senza comprendere la gravità del gesto e il vuoto culturale ed esistenziale in cui sono sprofondate. Dell’intervento dei no global, provocatori per antonomasia, il cui leader trentino si è distinto per aver spento un sigaro in faccia ad un ragazzo reo, a suo dire, di averlo provocato (sic!) si è già dibattuto anche sulle pagine del nostro sito. Ma se questa è una fetta importante della nostra gioventù, di quella che dovrebbe essere un domani, sempre più lontano, la classe dirigente del nostro Paese, allora il problema principale che come operatori della scuola ci dovremmo porre, a partire dal Ministro Fioroni, ruota intorno al problema dell’educazione di un popolo; la logica usata invece dal Ministro è quella di proporre una severità tout court verso gli studenti senza andare ad incidere sul ruolo educativo e formativo che la scuola italiana sembra aver smarrito da tempo. Di questo avevamo già argomentato su questo blog nell’articolo “Esami di riparazione: tra severità e indulto“, in “Scuola educazione”. A supporto di questa tesi e come ulteriore momento di dibattito e confronto, mi permetto qui di seguito di proporre la lettura di un articolo di Giovanni Cominelli apparso sul settimanale “Tempi” del 18 ottobre 2007 dal titolo: “Il ritorno alla disciplina non sarebbe così fischiato se solo la scuola fosse più severa anche con se stessa”.

Arriva l’autunno, gli studenti scendono in piazza. E’ così da qualche decennio, dal ’68 in avanti. Sociologi, pedagogisti, giornalisti e politici accorrono sui marciapiedi per decifrare gli slogan, individuare i trend e arruolare i manifestanti pro o contro il governo di turno. Ogni anno l’innesco della miccia è diverso. Quest’anno è il decreto di Fioroni sui debiti formativi, presentato come una tappa del ritorno alla severità e alla serietà. Gli studenti scesi per le strade sono contrari. Ma sotto il “no” si leggono in filigrana motivazioni diverse. Alcuni portano in piazza la convinzione che lo studio è un diritto non accompagnato dal dovere. La scuola è vissuta come un ambito di socializzazione, di adolescenza lunga, di parcheggio, di rinvio delle responsabilità. Sono contrari a ogni verifica personale, a ogni certificazione effettiva. Hanno assorbito la mentalità adulta diffusa nel paese: tirare a campare e portare a casa un titolo di studio, dotato del pieno valore legale e del massimo disvalore reale. Tanto, alla fine, chi ha i soldi o è furbo se la cava sempre. Il fatto strano è che si credono di sinistra. Altri invece portano in piazza, ancorché confusamente, la coscienza d’essere l’ultima ruota del carro. La scuola rivendica un ritorna alla serietà e alla severità. Ma i ragazzi sperimentano quotidianamente che molti loro insegnanti (circa il 40 per cento secondo una ricerca Iard) sono impreparati. Perché la scuola non incomincia a essere serie e severa nell’offerta educativa? Una scuola severa con se stessa tutto l’anno dispone della legittimazione per chiedere serietà ai propri alunni, anche agli esami, una scuola in cui l’insegnante bravo è premiato e quello incapace è penalizzato può chiedere molto ai propri ragazzi. Una scuola capace di accompagnare ciascun ragazzo personalmente può anche chiedergli di fermarsi un anno o di frequentare qualche corso supplementare. Una scuola in cui le discipline siano molte meno e in cui ci sia una gerarchia di importanza tra di esse può decidere quali siano i debiti insolvibili e quelli che si possono realisticamente recuperare. Una scuola capace di dire la verità a se stessa è accettata se dice la verità nuda e cruda ai ragazzi, mediante una certificazione rigorosa e senza sconti. Qui invece capiscono confusamente di essere solo i cirenei. Una scuola irreformata da decenni può chiedere una riforma della mentalità lassista e irresponsabile dei nostri figli?

Esami di riparazione: tra severità e indulto.

Il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni ha annunciato che intende ripristinare gli esami di riparazione, cancellati dall’allora ministro D’Onofrio nel 1995. La decisione, naturalmente, ha aperto la porta a discussioni infinite fra favorevoli e contrari, in una classica disfida fra guelfi e ghibellini che certamente si protrarrà anche nei prossimi mesi. Procediamo per ordine e cerchiamo di analizzare la questione partendo da alcuni dati statistici. Gli esami di riparazione sono stati aboliti nelle scuole elementari e medie nel 1977 e nelle scuole secondarie superiori con la legge 352 dell’8 agosto 1995. Al loro posto furono introdotti i cosiddetti debiti formativi, che l’alunno avrebbe dovuto saldare durante l’anno scolastico seguente, ma che, anche in caso di perdurante insufficienza in una o più discipline, non pregiudicava (e non pregiudica fino ad oggi) in alcun modo la frequenza all’anno successivo. Pur lodevole nelle intenzioni, l’introduzione del sistema di recupero tramite “saldo del debito”, ha portato ad una situazione per certi versi paradossale: secondo dati ufficiali del Ministero, negli ultimi anni, in media, 42 alunni su 100 sono stati ammessi alla classe successiva pur in presenza di almeno un debito formativo. Il dato però più significativo è che di questo 42% di studenti, ben il 75 % passa alla classe successiva senza aver mai recuperato il proprio debito, in altre parole, senza aver colmato quelle lacune per cui il consiglio di classe aveva segnalato l’insufficienza; solo uno su quattro, quindi, si è sforzato di recuperare le lacune precedentemente accumulate. Si è giunti al paradosso per cui, fino ad oggi, era possibile che gli studenti con un profitto non sufficiente in una o più discipline, completassero il loro percorso scolastico per intero senza mai colmare queste insufficienze.

E qui interviene il Ministro Fioroni, il quale annuncia che è arrivato il momento di portare “serietà” nel mondo della scuola. Nessuna persona di buon senso potrebbe dargli torto, al solo annuncio di maggiore severità nella valutazione si sono scatenati plausi bipartisan da parte dell’opinione pubblica, mentre, come qualcuno di voi avrà certamente notato, nel mondo della scuola, non sono poche le voci critiche, quando non contrarie del tutto. Cerchiamo di capire perché o, almeno, proviamo a comprendere la perplessità di chi, fra cui il sottoscritto, dubita dell’efficacia del provvedimento introdotto in questi termini, senza una visione strategica dell’intero mondo della scuola superiore. La storia recente, ahimè, non ci aiuta ad essere ottimisti; già lo scorso anno, ricorderete, fu varata la riforma dell’esame di maturità (lasciatemelo chiamare così) che prevedeva la reintroduzione della figura del commissario esterno: i dati finali relativi ai respinti all’esame di maturità 2007 evidenziano un raddoppio rispetto all’edizione dello scorso anno, passando da 3,3% al 6,6%. Anche qui, a prima vista, nulla da eccepire, verrebbe da dire che qualche somaro ha raccolto quanto seminato nel corso del quinquennio. Le cose non stanno purtroppo così: a parte la decisione presa ad anno scolastico iniziato che ha posto non pochi problemi organizzativi e metodologici alle varie scuole, come se un arbitro di una partita decidesse di cambiare le regole del gioco fra il primo e il secondo tempo, il fulcro della questione è che si è voluto iniziare una riforma della scuola superiore, l’ennesima, partendo dalla fine, ma lasciando inalterate tutte le altre componenti che hanno portato in molti casi al degrado della scuola. Il concetto emerso lo scorso luglio di “più bocciati uguale più serietà” non è veritiero. Non si attende l’esame finale per decidere se uno studente è in grado o meno di affrontare un percorso formativo universitario o pronto per accedere al mondo del lavoro. L’esame dovrebbe semplicemente certificare le competenze raggiunte dallo studente nel corso del quinquennio di studi, non una prova che talvolta sembra isolata dal contesto precedente, un concorso a quiz avulso dal curriculum di studi effettivamente svolto. Anche nella scorsa maturità sono stati presentati testi di matematica e di italiano, completamente staccati dal reale programma svolto dagli studenti, tracce impossibili da svolgere in quanto mai affrontati in classe o addirittura non previsti da alcuni curriculum di studi.

Così come per gli esami di riparazione, si tenta di introdurre criteri di severità, ma senza andare a modificare le cause che portano in molti casi all’insuccesso formativo degli studenti. Non si dice nulla, ad esempio, di come prevenire gli insuccessi scolastici durante il corso dell’anno scolastico; si parla di organizzare, nel corso di ogni anno scolastico, subito dopo gli scrutini intermedi, corsi di recupero per gli studenti che abbiano qualche insufficienza. I famigerati corsi di recupero sono già previsti dalla normativa in corso e i risultati di tali recuperi sono davvero sconfortanti. Il Ministro non dice nulla riguardo la motivazione allo studio, all’aiuto concreto che si dovrebbe dare allo studente di poter scegliere l’indirizzo di studi più consono alla proprie inclinazioni ed ai propri interessi. Ma qui è stata abolita prima di nascere la figura del tutor, proposta dal Ministro Moratti, che avrebbe certamente contribuito ad accompagnare il ragazzo nelle sue scelte e nel suo percorso formativo e, nelle intenzioni, avrebbe potuto anche prevenire qualche insuccesso scolastico. Ho l’impressione che anche l’introduzione dell’esame di riparazione voglia nascondere problematiche più profonde. Si interviene solo in fase “punitiva” intorno allo studente, fase che certamente non deve mancare, ma senza mettergli a disposizione quegli strumenti che gli possano permettere di superare con successo le difficoltà che lo studio comporta. La priorità, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi sulla figura del docente, in gran parte fautore del successo o del fallimento scolastico dei nostri ragazzi. Nulla si dice sulla valutazione della effettiva preparazione del singolo insegnante, del suo ruolo non solo informativo, ma anche formativo. Non una parola è stata spesa e, possiamo scommettere, sarà utilizzata, in questo senso. Dopo decenni in cui il ruolo docente è stato via via degradato fino a farlo diventare un operatore sociale tout court, una sorta di baby sitter per bambini cresciuti, ora d’improvviso come per magia lo stesso insegnante deve intervenire bocciando o rimandando.

Non una parola sul suo ruolo educativo, che, intendiamoci, prevede anche il momento della verifica e della punizione se necessaria, ma che deve innanzi tutto motivare il giovane allo studio, fargli capire che non è il titolo di studio, il “pezzo di carta” che potrà cambiare in meglio la sua vita, ma le competenze acquisite, un metodo di lavoro e di apprendimento che lo possano aiutare anche all’università e nel mondo dell’impresa, e da ultimo, ma non per ordine di importanza, fargli capire che stiamo investendo su di lui risorse, energia e anche affetto. Silenzio assoluto sui criteri di selettività del corpo insegnanti. Possibile che si parli dei docenti solo in caso di atti di bullismo, fatti o ricevuti, o quando c’è una qualche vertenza sindacale intorno allo stipendio? Possibile che la tanto decantata autonomia scolastica non possa riguardare anche la scelta dei docenti? Le eccellenze non mancano, anzi rispetto a qualche anno addietro il livello medio del corpo docente è migliorato, ma le mele marce che ne infangano ruolo e prestigio non possono essere allontanate o rimosse, previo rischio di sollevazioni della triplice sindacale. Tornando agli esami di riparazione, non possiamo non portare alla luce altre questioni da non sottovalutare: le verifiche, gli esami, dovranno essere tenuti entro il 31 agosto. Non solo: al termine di questi corsi o interventi didattici lo stesso Consiglio di classe, “in sede di integrazione dello scrutinio finale, procede alla verifica dei risultati conseguiti e alla formulazione del giudizio definitivo”. Il tutto entro il 7 settembre. Ci sono quindi problemi organizzativi enormi: molti docenti sono impegnati fino alla metà di luglio con gli esami di maturità, si richiederebbe di rinunciare a qualche giorno di ferie a fronte di un probabile guadagno pecuniario irrisorio. Vi è un altro timore che serpeggia soprattutto fra gli addetti ai lavori: quali consigli di classe avranno la fermezza, il coraggio, la convinzione di bocciare un alunno che a settembre dimostrerà di non aver colmato le lacune dell’anno scolastico precedente? Bocciato per una materia, magari non caratterizzante il percorso di studi? Il timore, o forse qualcosa di più, è che si cercherà una via per così dire, a metà tra il buonismo e l’indulto: verrà assegnato allo studente un “sei” ufficiale, che non lascia traccia, al contrario di oggi, nel curriculum personale di studi. Ma le lacune rimangono… Si tratta, me ne rendo conto, di un’interpretazione forzata non suffragata, per ora, da prove, ma non occorre essere grandi indovini per prevedere in molti casi esiti come quelli sopra descritti. Infine, vi è il capitolo dei finanziamenti che non può e non deve essere sottaciuto, perché queste novità comporterebbero un aggravio di lavoro sui docenti (in particolare durante l’anno) con conseguente aumento delle indennità e la questione nell’attuale bozza è rinviata in sede di contrattazione sindacale; inoltre, il Ministro non ha saputo spiegare fin ad oggi a quali risorse finanziarie attingerà per far fronte ai prevedibili aumenti di spesa che gli esami a settembre comporteranno. Il timore è che si vadano a tagliare risorse sul budget delle singole scuole per progetti, interventi didattici o uscite, viaggi di istruzione e aggiornamento docenti. Attendiamo gli sviluppi e certamente la questione esami di riparazione la riprenderemo ancora, anzi visto che siamo in tema, la rimandiamo a future discussioni che, stiamone certi, non mancheranno.

Il vescovo ubbidisca al sindacato!

Il quotidiano “l’Adige” di sabato 15 settembre ospita un commento di Vincenzo Bonmassar, promotore del referendum del 30 settembre prossimo contro il finanziamento alle scuola paritarie della provincia di Trento, il quale, non avevamo molti dubbi a riguardo, mette in campo tutte le argomentazioni più retoriche ed ideologiche a sostegno dell’abolizione del suddetto finanziamento. Procediamo con ordine. Il casus belli che ha spinto il responsabile Scuola della UIL del Trentino ad imbracciare la penna e partire lancia in resta, è stato l’intervento dei giorni scorsi dell’Arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan, il quale, legittimamente e motivandone le ragioni, ha preso posizione a favore dell’astensionismo. Apriti cielo! Esordisce Bonmassar sottolineando il fatto che ” il dibattito e la polemica sono graditi e dovuti, fatto salvo che il tutto deve rispettare alcuni (perché non tutti?, ndr.) criteri di correttezza. Ci deve essere corretta informazione ed anche onestà di intenti“. Non possiamo non essere in accordo, ma questo vale per tutti, incominciando dai promotori del referendum, i quali da mesi distribuiscono manifesti e locandine contenenti messaggi fuorvianti, quando non smaccatamente falsi nei contenuti. Prosegue Bonmassar: “interviene il Vescovo di Trento e le cose diventano ancora peggiori perché costui (sic!) approfitta della sua indiscussa autorità morale per invitare i cittadini a non esprimersi sul tema come altri cittadini, legittimamente e nel rispetto delle regole, hanno chiesto e ottenuto. Dunque il Vescovo ritiene che i firmatari della richiesta di indire il referendum vadano svillaneggiati e derisi come se non contassero nulla. Questa è la semplice, coerente e logica conclusione del suo poco spirituale intervento“. Davvero singolare il linguaggio ed i toni usati: un attacco all’Arcivescovo che come pastore e, perché no?, come cittadino, ha voluto dare il proprio contributo al dibattito in corso, ma esprimendo una posizione divergente da quella dei promotori avrebbe svillaneggiato e deriso i firmatari del referendum. Siamo alle solite: la democrazia e il pluralismo dei Bonmassar e degli ultimi statolatri valgono solo se l’opinione è unica e, naturalmente, coincide con la loro, altrimenti diventa offesa, anzi svillaneggiamento… Non ricordo interventi del signor Bonmassar quando, nel corso dell’estate, il Presidente del Consiglio Romano Prodi affermò che i preti dovrebbero prendere posizione durante la Santa Messa contro gli evasori fiscali. In quel caso la posizione, l’opinione degli esponenti della Chiesa sarebbe legittima e sufficientemente spirituale? Non ci sarebbe ingerenza negli affari dello Stato? Ma proseguiamo nell’analisi dell’articolo. Dopo aver affermato che le scuole di tendenza, come vengono definite, sono “prive di libertà di insegnamento, come ben si sa (!), ma che sono riconosciute nella loro anomalia costituzionale da norme apposite e che specificatamente servono a fare riconoscere il titolo di studio da queste rilasciate.” Vorrei dire al signor Bonmassar che conoscendo bene, dall’interno il mondo di queste scuole di “tendenza”, avendoci lavorato per 15 anni, non mi sono accorto di veder lesi i miei diritti di libero docente e, almeno spero, non credo di aver mai privato i miei studenti della possibilità di esprimere liberamente la loro opinione. L’articolo prosegue e poco dopo ci imbattiamo in una serie di pensieri che fanno rabbrividire tanto forte è la carica di giacobinismo e furore classista; non solo mons. Arcivescovo non avrebbe dovuto esprimere la sua opinione, ma il signor Bonmassar, dall’alto della sua crociata anticattolica, perché a ben guardare solo di questo si tratta, si permette perfino di giudicare le persone che liberamente hanno scelto di iscrivere il loro figlio in una scuola cattolica. Riporta il testo: ” … sono anche scuole in grado di coinvolgere qualche migliaio di utenti i quali si dividono in due categorie. La prima … è quella che crede fermamente che la Repubblica e la sua scuola rappresentino una minaccia educativa. Integralisti, penitenti, confessionali e pessimisti sono qui ben rappresentati, ma sono pur sempre una minoranza rispetto all’altra categoria che è fatta di utenti che scelgono orari a tempo pieno e scuole che non risentono della minaccia del mondo essendo sostanzialmente protetti da utenti extracomunitari ed alunni handicappati.” A quando la ghigliottina per tali utenti? Chiedo scusa per il linguaggio, ma siamo in pieno delirio di onnipotenza: alla fine dei tempi verrà il signor Bonmassar avvolto di luce propria e separerà i buoni da chi ha osato iscrivere i propri figli alle scuole cattoliche! Una serie di insulti gratuiti a chi, in piena legittimità e libertà, per varie ragioni, ha scelto un percorso formativo diverso da quello statale, o meglio, provinciale nel nostro caso. Su extracomunitari e handicappati tocchiamo poi il fondo del cattivo gusto oltre che del sotteso razzismo. Le porte degli uni e degli altri non sono mai state chiuse, certo è che le risorse a disposizione per il sostegno ed il supporto sono spesso insufficienti, ma lo sono anche nella scuola provinciale. Faccia sua questa battaglia signor Bonmassar, una battaglia per gli ultimi, affinché possano davvero integrarsi nella realtà educativa che liberamente sentono più vicina alle loro aspirazioni, al loro modo di sentire e di intendere la vita. Proseguiamo nel, breve, commento a questa lettera degna di un commissario politico cambogiano ai tempi di Pol Pot. Nelle scuole cattoliche (ndr)… “è legittimo anche licenziare in tronco gli insegnanti se divorziano e vivono more uxorio. Se si discostano dalla dottrina della Chiesa e se portano a scuola libri non consentiti e chi dovesse portarli dentro l’edificio scolastico può essere licenziato immediatamente“. Ne deriva un panorama agghiacciante, potrebbe diventare la trama di un best seller sulla falsariga del “Codice da Vinci”, il tutto ambientato negli scantinati del Collegio Arcivescovile, nella mensa del Sacro Cuore e nella segreteria della UIL Trentina. Ma non è finita qui, purtroppo. Prosegue l’articolo: “serve ancora aggiungere che queste scuole private….coltivano un’ostilità verso lo stato democratico“. E ancora: “per costoro ( per chi sceglie le scuole “private”, ndr) la scuola della Repubblica assomiglia ad un covo di male persone che non lavorano, che si comportano in modo scorretto e sono pure ignoranti.” Ne deriva un quadro di utenti con il cervello all’ammasso, che non iscrivono i figli con la convinzione e la consapevolezza che la scelta educativa dei loro figli dipende solo da loro, dalla famiglia, e non dal potere politico. Che cosa significa poi “ostilità verso lo Stato democratico”? Proprio lo Stato democratico consente, o dovrebbe almeno favorire, un pluralismo di istituzioni formative, educative, in una logica di confronto che è la ricchezza di un popolo, in un’ottica di sussidiarietà che possa permettere di costruire educazione e cultura, in questo caso, dal basso, dalla società civile, come si dice oggi. E’ curioso ricordare come la legge sulla parità fu introdotta per la prima volta in Italia, pur con limiti e certamente migliorabile, dal Ministro Berlinguer, di area non certamente filocattolica. Lo ricorda questo il signor Bonmassar? O quando pensa alla democrazia sogna il paradiso formativo che si respirava nella Repubblica Democratica Tedesca o al pluralismo certamente democratico dell’offerta formativa della Repubblica Popolare Cinese? Per non parlare poi dei luoghi comuni sui docenti delle scuole statali. Non è questo il luogo adatto per dissertare sul ruolo e la figura dei docenti, ma da anni ormai il livello medio degli insegnanti delle scuole “statali” si è attestato su buoni livelli, in alcuni casi con pun
te di eccellenza. Lasci stare il luogocomunismo sui professori signor Bonmassar; nessuno pensa più, ormai, certe cose della maggioranza dei docenti. Contribuisca, invece, a liberare la scuola (tutta la scuola, a prescindere dall’ente gestore) dai pochi fannulloni che la disonorano facendo leva su contratti blindati appoggiati in questo da un certo tipo di veterosindacalismo che lei ben rappresenta.

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