Cambia l’esame di maturità. Ma la qualità della scuola dipende dagli insegnanti

E’ un silenzio assordante quello con cui il mondo della scuola – gli studenti, gli insegnanti, i dirigenti, i genitori – sembra aver accolto la riforma dell’esame di maturità, introdotta con una legge che ha ottenuto il voto favorevole dalla Camera (275 sì e 220 no) e la cui entrata in vigore è in parte prevista già nel 2007.

I cambiamenti

Tra le novità previste dal provvedimento, c’è il ritorno della commissione mista d’esame, composta da non più di sei membri, per metà professori interni e per metà esterni.

I docenti esterni non potranno appartenere allo stesso distretto scolastico dell’istituto, per garantire un esame più rigoroso. I commissari potranno invece gestire al massimo solo due commissioni. Torna anche lo scrutinio di accesso agli esami: sarà necessario aver superato tutti i debiti accumulati negli anni per poter sostenere la maturità. Lo sbarramento all’accesso, comunque, non entrerà in vigore quest’anno, come spiegano le disposizioni transitorie e finali del testo. I maturandi del 2007 non rientreranno neanche nella nuova distribuzione dei punti: 25 di credito scolastico (ora sono 20), 45 per le prove scritte, 30 per l’orale, 5 di bonus, la lode per chi ottiene il 100.

Saranno ammessi solo «gli alunni delle scuole parificate nelle quali continuano a funzionare corsi di studio fino al loro completamento». Scatta così, dunque, il giro di vite contro i cosiddetti “diplomifici”, che ogni anno raccolgono candidati da tutta Italia. 

Con la nuova maturità, poi, negli istituti tecnici, professionali e in quelli d’arte, la seconda prova diventa a carattere laboratoriale e può svilupparsi su più giorni. Rimane comunque confermata la scansione delle tre prove scritte più l’orale. Oltre ai contenuti dell’ultimo anno, saranno valutate anche le basi di cultura generale. È previsto poi il raccordo con l’università per l’avvio di appositi percorsi di orientamento. Una novità, quest’ultima, che sarà inserita nei due decreti delegati che scaturiranno dall’esame. L’altro riguarda le borse di studio per i meritevoli.

Dove sta il problema

Si tratta dell’ennesimo terremoto, scatenato dall’alto, sulla già fin troppo scossa e politicamente maltrattata scuola italiana (e trentina), con una specie di “ritorno al passato” voluto dal Ministro Fioroni in nome della necessità di rendere più seria, severa e selettiva la produttività dell’istruzione superiore.

Il centrosinistra pensa così di rimediare ad uno dei devastanti effetti prodotti dai suoi stessi “padri” sessantottini (o sessantottardi), fra i quali il “6 politico” e una maturità ridotta ad un passaggio puramente formale e simbolico, essendo la promozione garantita, o quasi, per tutti.

Questa nuova riforma rappresenta inoltre il vano tentativo di reagire all’insignificanza, dal punto di vista del mercato del lavoro, del valore legale del titolo di studio.

La verità è che non è inasprendo l’esame finale che si può meglio certificare la qualità della preparazione degli studenti. Assisteremo alla crescita esponenziale delle bocciature e ad un’inversamente proporzionale calo delle promozioni, con l’unica conseguenza di ritardare di uno o più anni l’occupazione dei giovani, oppure l’eventuale prosecuzione dei loro studi, perché non è affatto detto che essere promossi o risultare respinti alla maturità dimostri effettivamente la “maturità” dei ragazzi.

Studenti nel mirino. Ma chi valuta la proefssionalità dei docenti?

Il problema sta piuttosto nei criteri utilizzati per la selezione conclusiva degli studenti. Criteri che in larga misura sono affidati alla discrezionalità e sensibilità soggettiva dei docenti, dei commissari e dei dirigenti scolastici e non a parametri oggettivi, rispondenti sia a requisiti interni sia alle richieste esterne – delle famiglie, dell’università, delle imprese – al sistema dell’istruzione e della formazione.

A pagare sulla loro pelle il prezzo salato di questo nuovo esame saranno quindi i ragazzi e le famiglie, mentre non si prevede alcun sistema di selezione, reclutamento e valutazione della professionalità dei singoli insegnanti.

Gli alunni continueranno a ritrovarsi di fronte alcuni docenti di ottimo livello e altri di basso profilo e tuttavia soggetti all’identico trattamento.

Dove ai secondi è lasciata piena libertà di danneggiare sia i ragazzi sia l’immagine della scuola nonostante l’operazione di facciata attuata con la riforma della maturità. Senonché proprio dall’affidabilità e capacità degli insegnanti dipende la qualità e la produttività della scuola. Se il vero cambiamento, la riforma della scuola non parte da lì, modificare in senso più o meno permissivo l’esame di maturità non avrà alcun rilievo.

C’è allora davvero da chiedersi dove sia finita la “tigre”, cioè la parte più agguerrita del movimento studentesco che organizzava durissime manifestazioni di protesta contro il ministro Moratti e la sua riforma “classista” per contestare la privatizzazione della scuola.

Ora che il governo mette nel mirino proprio loro, gli studenti, nessuno fiata, non si organizzano assemblee di istituto né volantinaggi né scioperi. Nulla di nulla. Tutto bene madama la marchesa. Che il motivo sia la mancanza del solito ordine di scuderia?

Gian Burrasca

La ragione, esigenza di totalità

Ho trascritto e riordinato per titoli gli appunti presi ieri sera nel corso dell’incontro all’auditorium di Trento con don Julian Carron (nella foto), presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, che ha presentato il libro di Luigi Giussani "Il rischio educativo". Tema della serata: "L’educazione come fattore costruttivo di persona e popolo". Seguito da più di 1.500 persone (anche da un vicino teatro in videoconferenza diretta) e promosso dal rettore dell’Università Davide Bassi insieme al presidente della Cooperazione trentina Diego Schelfi, si è trattato di un vero e proprio evento per la nostra regione. I brani citati mi sembrano fra i più significativi, ripresi purtroppo solo in minima parte dalla stampa, e riflettono il nucleo sia dell’intervento introduttivo che delle risposte di don Carron alle domande emerse in sala.

Destare l’interesse 

 «Oggi un educatore non può dare per scontato che un soggetto abbia il desiderio di imparare. Il problema è che tante volte questo desiderio di imparare non c’è. Occorre dunque ridestarlo. La Chiesa ha lo stesso problema, perché non può dare per scontato l’interesse per la fede. Deve destarlo. Ci troviamo davanti ad una profonda crisi dell’umano. Sembra che niente interessi abbastanza per mettere in moto l’io. Questo succede perché c’è negli adulti uno scetticismo che sono soprattutto i giovani a pagare. Senza qualcosa di vero da proporre, gli adulti non riescono ad interessare i giovani, e allora restano solo i richiami etici e moralistici, che però non sono in grado di mobilitare l’io. Ciò che è in crisi è il nesso misterioso che unisce il nostro essere con il reale.

La domanda di totalità

L’educazione esiste quando qualcuno è introdotto alla realtà nella sua totalità. Ma il punto di partenza è la realtà che continua a ridestare una domanda di totalità. Quali che siano le circostanze in cui si trovano, questa domanda continua a sorgere soprattutto nei giovani. Ecco perché con l’educazione occorre offrire loro un’ipotesi di significato esplicativa della totalità della realtà. Non a caso ad un bambino non interessano i singoli pezzi di un giocattolo ma il suo significato Sarebbe assurdo regalare a un bambino un giocattolo senza svelargliene il significato.

Tradizione, autorità, obbedienza

Il passato è la ricchezza di un popolo che serve alle generazioni per evitare di dover ricominciare ogni volta la storia da capo. Questa è la tradizione. C’è bisogno che a presentarla ai giovani sia un’autorità, cioè una persona piena di affezione per un passato che gli permette di vivere il presente in modo affascinante. Autorità è un adulto che mette nel reale tutto se stesso, che sa affascinare e sfidare gli altri per il suo modo di vivere. L’autorità non sostituisce ma ridesta le domande e lo spirito critico. Anzi. Cerca la critica perché sia possibile la verifica di quel che propone. L’autorità è un volto che abbiamo bisogno di rintracciare perché ci guidi nella strada della vita. Occorre che come educatori ci chiediamo se abbiamo presentato la tradizione con sufficiente interesse e fascino per avere la capacità di trascinare l’interesse dei ragazzi. L’obbedienza è messa in moto se ci troviamo di fronte a qualcosa che ci fa diventare di più noi stessi, che risponde all’attesa del cuore. Allora nasce la curiosità, lo stupore e il tentativo di seguire per immedesimarsi nelle ragioni dell’autorità.

La sfida alla ragione

Una cosa diventa nostra solo se la mettiamo alla prova per verificare se corrisponde alle esigenze del cuore. Dove manca la sfida continua alla ragione non esiste educazione, perché non si riesce a mettere in moto il centro dell’io come ragione, libertà e affezione. Trovare un luogo e persone che ridestano l’io sarà la vera possibilità di speranza per il popolo. La ragione è questa esigenza di totalità che emerge di fronte al contraccolpo del reale. Si è invece ridotto il concetto di ragione a qualcosa che si può misurare. Per questo Benedetto XVI nel suo discorso a Ratisbona ha proposto di allargare la ragione perché essa non sia ridotta ad un tipo di sapere o ad un tipo di razionalità che non risponde all’esigenza di totalità dell’io».

Antonio Girardi

Ecco ciò che servirebbe alla scuola (il contrario di quel che vuole il ministro)

Riporto di seguito l’articolo di Giovanni Cominelli pubblicato sull’ultimi numero del settimanale "Tempi", perché è la migliore risposta che io abbia trovato alle sconfortanti e per certi aspetti inquietanti dichiarazioni rilasciate anche a Trento, il mese scorso, dal ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni. Leggetelo. Ne vale la pena.

«Secondo il ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni l’asse del male è costituito da coloro che sostengono la liberalizzazione del sistema educativo nazionale, perché mettono al centro delle politiche educative il mercato e il profitto. Qui serve una elementare terapia del linguaggio.

Che cosa è la liberalizzazione di un servizio? è il passaggio dall’offerta del servizio da parte di un solo soggetto monopolistico, statale o privato, all’offerta concorrenziale e competitiva da parte di più soggetti, statali e/o privati.

L’offerta plurale consente il dispiegarsi della libertà effettuale, da parte degli utenti, di scegliere sulla base di giudizi fattuali circa la qualità e la convenienza del servizio offerto. Al centro della liberalizzazione stanno la persona, l’utente, il consumatore, la famiglia, cioè la domanda. Al centro del monopolio, a proprietà statale o a proprietà privata, stanno gli interessi del gestore, alle condizioni incontrollabili con cui egli offre il servizio.

Passare da un monopolio statale a un monopolio privato non è liberalizzazione, è solo privatizzazione. Nel sistema educativo italiano, caratterizzato dal 96 per cento di offerta pubblica statale e dal 4 per cento di offerta pubblica paritaria, la liberalizzazione consiste, in primissimo luogo, nel realizzare l’autonomia delle scuole sancita nella Costituzione. Lo Stato definisce il curriculum essenziale della cittadinanza attiva, le scuole lo offrono a ciascun utente nella forma di piano di studio personalizzato, costruito tra scuola, studente, famiglia.

Si tratta di passare dal centralismo burocratico, statale e ministeriale, alle circa 12 mila autonomie scolastiche in competizione virtuosa tra loro, senza con ciò affidarsi al mercato e al profitto. A queste autonomie appartiene anche il 4 per cento pubblico e paritario, la cui espansione ulteriore, fino a raggiungere almeno le percentuali europee del 20/30 per cento del sistema, non può che giovare alla concorrenza e alla qualità.

Perché il ministro identifica statalismo centralistico con qualità ed equità dell’offerta educativa?

Il cattolicesimo politico ha sempre difeso il primato della persona, della famiglia e della società civile contro lo statalismo liberale e fascista, vedasi alla voce Sturzo! Una volta conquistato il governo dello Stato, la cultura statalista ha conquistato il cattolicesimo politico. E lì stanno: discepoli immaginari di Sturzo, nipotini effettivi di Giovanni Gentile».

Autonomia scolastica. I politici la smettano di prenderci in giro

(Nella foto, il ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni)

Il 45,8% dei docenti e il 71,4% dei genitori della scuola trentina non ha avvertito alcun cambiamento dopo la riforma che nel 2000 ha reso più autonomi gli istituti. Diversa la percezione dei dirigenti, il 71,6% dei quali giudica molto positiva la riforma.

E’ quanto emerge dalla ricerca condotta dal comitato provinciale di valutazione presieduto da Giorgio Alulli, commissionata dalla Giunta Dellai e presentata pubblicamente nei giorni scorsi.

E’ lecito chiedersi che valore abbia l’autonomia tanto decantata in questi anni se gli insegnanti e le famiglie, vale a dire i principali attori del sistema non se ne sono neppure accorti, o quasi.

Il fatto che gli unici ad apprezzare l’introduzione delle norme sull’autonomia siano stati i dirigenti (anche se non è così per il 30% degli ex presidi), è sintomatico di come questo strumento rivesta un’utilità essenzialmente burocratico-amministrativa e organizzativa interna.

L’autonomia scolastica non ha cioè avuto riflessi significativi sui processi di istruzione e formazione, né dal lato dell’offerta né dal punto di vista della domanda, lasciando indifferenti proprio le componenti più importanti del sistema educativo, perché erogano o sono destinatarie del servizio, per le quali “non è cambiato nulla”.

Il dato è curioso e un po’ paradossale se si considera che durante la sua recente visita a Trento, il ministro della pubblica istruzione Fioroni aveva enfatizzato proprio il tema dell’autonomia scolastica, attribuendo a questa prerogativa la capacità di qualificare i singoli istituti e di rendere dunque inopportune altre riforme in questo settore.

“Le scuole – aveva spiegato – sono autonome, in grado di decidere i loro obiettivi e di gestire al meglio le risorse ad esse affidate, senza bisogno di essere ulteriormente terremotate da nuove riforme, visto che negli ultimi anni ce ne sono state anche troppe”.

Il ragionamento del ministro appare doppiamente contraddittorio.

1. In primo luogo perché se fino ad oggi l’unico effetto, o quasi, delle riforme della scuola è stato quello di “terremotare” il sistema, allora è urgente intervenire con provvedimenti che riportino quantomeno la situazione alla normalità. Magari non occorrerà chiamarli “riforma” per non dare l’impressione di voler cambiare tutto, ma sicuramente qualche iniziativa importante dovrà essere promossa per evitare, stando alla sua metafora, che le crepe aperte da tutti questi terremoti non provochino il crollo dell’edificio. Perché se un ministro della pubblica istruzione annuncia all’inizio del suo mandato la volontà di non voler riformare (vale a dire migliorare, sviluppare o risanare) la scuola, autorizza a pensare che non disponga di una strategia politica propositiva da attuare.

2. La seconda contraddizione, riguarda l’autonomia sancita sei anni fa e introdotta anche nella nostra provincia dalla riforma nazionale. L’esito dell’indagine effettuata “sul campo” nel nostro territorio, dimostra che i risultati dell’autonomia scolastica sono davvero scarsi e deludenti rispetto alla rilevanza quasi rivoluzionaria di cui, da allora ad oggi, questa innovazione è stata sempre più caricata. Rilevanza ribadita nella sua visita a Trento dallo stesso ministro ma smentita due settimane dopo da una ricerca della stessa Provincia che l’ha ospitato.

Queste osservazioni dovrebbero indurre sia il governo di Roma che la Giunta provinciale ad interrogarsi seriamente sul reale “tasso di autonomia” delle scuole.

Perché se quella che finora è stata presentata e sbandierata come “autonomia scolastica” si riduce alla possibilità per i dirigenti di disporre di un margine peraltro ridotto di manovra in più nella gestione delle risorse degli istituti, forse è arrivato il momento di smetterla di giocare con le parole.

I politici dovrebbero piantarla di prendere in giro i docenti, gli studenti e le famiglie raccontando la favola dell’autonomia.

Perché vera autonomia vi sarà solo a due condizioni strettamente correlate:

a) quando gli istituti potranno selezionare e assumere gli insegnanti attraverso appositi concorsi, per qualificare e distinguere la propria offerta agli occhi dell’utenza;

b) e quando ai genitori e ai ragazzi la libertà di scegliere la scuola, da chiunque sia gestita, che ritengono più adeguata alle loro esigenze ed aspettative. Ma perché questo accada servirebbe una seria politica di riforma.

Gian Burrasca

Il Ministro Fioroni e la sussidiarietà capovolta

Tre considerazioni dopo la giornata fitta di incontri trascorsa dal ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni a Trento, in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico nel nostro territorio.

l. Consapevole di poter agevolmente compiacere la giunta provinciale di centrosinistra in casa della quale giocava, il ministro ha dato un forte taglio politico alla sua visita, sparando ad alzo zero contro il governo Berlusconi. L’esatto contrario dell’atteggiamento tenuto da Letizia Moratti quando in Trentino, due anni fa, aveva dedicato i suoi interventi alle cose da fare.

Fioroni ha ribadito a più riprese, specie davanti ai giornalisti, la sua volontà di rimuovere le storture e i mali di cui soffre la scuola e ripetutamente imputati al precedente esecutivo.

Si è così accattivato soprattutto la simpatia degli esponenti della sinistra più intransigente (al suo fianco la diessina Margherita Cogo non riusciva a nascondere la soddisfazione) e, non a caso, anche il plauso di Agostino Catalano di Rifondazione comunista, che in Consiglio provinciale è all’opposizione.

Ma, tutto preso com’era dalla pars destruens, il Ministro non ha preannunciato alcun intervento innovativo per cambiare la situazione.

Certo, ha detto di aver fiducia nell’autonomia degli istituti, promettendo di sfuggire alla “riformite acuta” di cui la scuola soffre da anni senza trarne beneficio. Ma abbiamo tutti sotto gli occhi gli enormi problemi dell’istruzione e della formazione in Italia – dal costo esorbitante e ormai insostenibile dei suoi dipendenti (un esercito di oltre un milione e 200mila unità), all’insufficiente raccordo con il mondo del lavoro, per non parlare della frustrazione dei docenti la cui preparazione professionale non ha alcun valore – e sappiamo benissimo che non si risolveranno da soli.

Il fatto poi che il ministro si trovi ancora nella fase di avvio del suo mandato non giustifica l’assenza di un serio programma orientato a sciogliere questi e altri nodi.

2. Fioroni a Trento si è indubbiamente dimostrato un abile oratore, capace di intrecciare senza pause ragionamenti anche arditi, dando all’uditorio l’impressione di tenere la situazione totalmente sotto controllo nonostante la complessità delle questioni sul tappeto.

Tra i termini più ricorrenti nei suoi discorsi, quello di sussidiarietà ha avuto un ruolo importante per spiegare il rapporto fra scuola pubblica e istituti non statali.

Stravolgendo, però, il significato di questo principio.

Nella sua risposta alla domanda rivoltagli da un giornalista in merito alla parità, il ministro ha infatti evocato il ruolo “sussidiario” della scuola materna non statale, il cui merito sarebbe quello di coprire il 40 per cento del servizio educativo nel nostro Paese.

Per Fioroni, cioè, la sussidiarietà non vuol dire che l’ente pubblico è tenuto a favorire l’iniziativa e l’organizzazione dei cittadini per rispondere ai loro bisogni, e ad intervenire quindi solo laddove questa non sia sufficiente.

Al contrario per il ministro la “sussidiarietà” coincide con il compito strumentale, di pura integrazione e supplenza del servizio erogato dall’ente pubblico assegnato ai soggetti del privato-sociale, se lo Stato non riesca ad occupare tutti gli spazi.

Come dire che quando l’intervento pubblico arriverà ovunque, delle scuole “paritarie” si potrà fare tranquillamente a meno. In questa visione statocentrica, alle scuole non statali, nel nostro caso provinciali, è lasciato un ruolo residuale ed è tutt’al più concesso di fornire eccezionalmente un servizio di pubblica utilità dato che per il momento non sarebbe possibile rinunciarvi.

Se quindi il governo Berlusconi non ha favorito la parità, pur politicamente condivisa, avendo drasticamente ridotto nella legge finanziaria le risorse riservate alle scuole non statali, Fioroni capovolge l’idea stessa di sussidiarietà, affermando che l’ente pubblico non deve affatto incoraggiare l’impegno dei privati in campo educativo, ma può al massimo tollerarne utilitaristicamente la sopravvivenza – specie nella fascia considerata più indolore delle scuole materne – in attesa che lo Stato o la Provincia si assumano in prima persona anche la responsabilità di questo come di ogni altro ambito.

3. E’ interessante registrare la delusione espressa, comprendendo questa posizione di Fioroni, da don Umberto Giacometti, dirigente della maggiore scuola paritaria del Trentino, che su questi temi è solito mostrarsi pienamente in sintonia con gli esponenti, ministri e assessori, del centrosinistra, specie se dichiarano la propria ispirazione cristiana. Forse don Umberto ha capito che questa linea, oggi, non paga più.

Di mezzo c’è il clamoroso flop del liceo internazionale da lui fortemente voluto a Rovereto, aperto proprio quest’anno dall’Arcivescovile con l’indispensabile e cospicuo apporto finanziario della Provincia.

L’insuccesso, che ha di molto inasprito il clima delle relazioni fra Giacometti, il presidente della Giunta Dellai e soprattutto l’assessore Salvaterra, potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per ripensare a fondo il rapporto fra Provincia e scuole paritarie.

Magari ripartendo dall’esigenza di mettere gli alunni e le famiglie nelle condizioni di scegliere liberamente l’offerta educativa più adeguata alla loro domanda.

All’insegna, questa volta, di una vera sussidiarietà.

Gian Burrasca

pressmail.a@libero.it

Scuola: no all’educazione fisica sui libri

Nella pila di nuovi libri (sempre di più per la verità) che ci siamo dovuti procurare per i figli all’inizio dell’anno scolastico, ho notato, stupito, anche un voluminoso testo di educazione fisica. Premetto che non considero affatto questa disciplina – una volta la chiamavamo semplicemente “ginnastica” – meno importante delle altre.

Anzi.

Credo che mai quanto oggi i nostri bambini e i ragazzi, troppo spesso alle prese con telefonini, pc, tivù e videogames, vadano stimolati all’utilizzo consapevole della dimensione fisica con attività motorie e sportive di vario tipo, non necessariamente finalizzate all’agonismo ma indispensabili come altre materie alla loro crescita.

Per questo condivido pienamente l’esigenza di migliorare il rapporto fra la scuola e lo sport, dando a quest’ultimo più spazio e dignità nel sistema dell’istruzione e della formazione, evidenziata qualche giorno fa sul Corriere del Trentino da un giornalista ed ex atleta come Carlo Giordani.

Peccato che la riforma della scuola trentina approvata in luglio dal Consiglio provinciale, abbia trascurato il problema.

Quello che più temo è la tendenza a trasformare anche l’educazione fisica in materia “libresca” – il cui oggetto sarebbe poi il corpo umano (ma non dovrebbe occuparsene “scienze”?) – da studiare sui banchi di scuola, alla quale dedicare lezioni in classe e compiti a casa, vanificando così ancor più le già pochissime ore di esercizi e giochi in palestra o all’aria aperta concesse dalla programmazione.

Ripeto, certamente anche questa materia ha una sua dignità teorica, ma il vero problema è un altro: solo la scuola può proporre l’attività motoria anche sotto forma di pratica sportiva, e al tempo stesso abituare gli studenti a riflettere su quello che stanno facendo per acquisire la consapevolezza del valore e delle regole di una disciplina.

Per questo però non servono centinaia di pagine da leggere, interrogazioni, prove scritte e compiti a casa. Bastano docenti che insegnino a combinare il fare (in questo caso “ginnastica”, ma il discorso vale anche per tutte le altre materie) e il pensare, l’esercizio fisico e quello mentale.

Non è un caso che i campioni dello sport – quelli veri – siano sempre persone preparate e intelligenti.

Separare pensiero ed azione distrugge la possibilità dell’educazione come “esperienza” che introduce tutta la persona, e non solo la testa, nel rapporto con la realtà.

Mi appello quindi alla professionalità (e al buon senso) degli insegnanti, perché non privino i loro alunni di un’attività motoria – certo “ragionata” ma pur sempre motoria – di cui hanno estremo bisogno e nemmeno delle prove di atletica, delle gare e delle partite di pallavolo, basket o altro che, se guidate con sensibilità e attenzione da un adulto (e non solo arbitrate), possono davvero educare ad un miglior rapporto con se stessi, con gli altri e con il mondo.

Gian Burrasca

pressmail.a@libero.it

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