L’Italia e’ un Paese per vecchi?

APPELLO pubblico in difesa delle giovani generazioni, del futuro della scuola, dell’università e del nostro Paese

Entro il prossimo mese di ottobre, salvo ulteriori cambiamenti, il Ministro Gelmini firmerà il Decreto che avrà l’effetto di escludere per diversi anni le giovani generazioni dall’insegnamento nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Nei prossimi anni i posti disponibili per le lauree magistrali e le abilitazioni all’insegnamento saranno ridotti a una quantità irrisoria,che oltre ad essere assolutamente insufficiente a rispondere alle reali necessità della scuola, impedirà ai giovani di abilitarsi. La propensione del Ministero, sostenuta dai sindacati, è quella di privilegiare i diritti acquisiti dai numerosi precari già inseriti nelle graduatorie ad esaurimento e di far pagare il prezzo del passato (l’annosa e stratificata situazione del precariato scolastico) solo ed esclusivamente ai giovani. Questo è inaccettabile e miope al tempo stesso ed è un macigno sullo sviluppo del nostro Paese. Chi sta insegnando dal 2008 senza abilitazione, chi è ancora in fase di formazione e chi s’iscriverà nei prossimi anni all’università sarà di fatto tagliato fuori dalla possibilità di abilitarsi all’insegnamento.

Due principali conseguenze

1) In ambito scolastico si determinerà un vuoto generazionale di almeno 7 anni (ma stime meno ottimistiche dicono 10), che au-menterà l’età media del corpo docente italiano, già oggi tra le più alte in Europa.
2) In ambito universitario saremo spettatori dell’inevitabile e drastica diminuzione degli iscritti alle Facoltà umanistiche e scien-tifiche che hanno nell’insegnamento un loro naturale e costitutivo sbocco professionale (anche se ovviamente non l’unico), con conseguenze irreparabili per il livello culturale del Paese.

Nel chiedere la revisione del decreto in emanazione, proponiamo tre possibili soluzioni

1) Sganciare l’abilitazione dal reclutamento, come già avviene per le altre professioni: abilitarsi non significa, infatti, ottenere di di-ritto il posto d’insegnante in ruolo, ma conseguire un titolo spendibile sul mercato del lavoro, sul modello delle idoneità (è quanto già avviene in tutto il resto d’Europa).
2) Rendere disponibile per le lauree magistrali e per le abilitazioni all’insegnamento un numero di posti sufficiente a garantire un effettivo ricambio generazionale e una risposta alle reali necessità della scuola.
3) Avviare contestualmente e con urgenza una ridefinizione delle modalità di reclutamento dei docenti che assicuri selezione e qualità e che garantisca sia i diritti acquisiti di chi è già iscritto in graduatoria, sia le aspettative dei giovani abilitati di inserirsi nel mondo del lavoro. Lanciamo questo appello come possibilità per il nostro Paese di riguadagnare il proprio futuro ed evitare una crisi generazionale ed educativa senza precedenti, ancor più dannosa per il periodo storico che stiamo attraversando.

Settembre 2011

www.appellogiovani.it

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Primi firmatari:

ALESSANDRO BANFI Codirettore Videonews Mediaset PIETRO BARCELLONA Professore ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Catania GIUSEPPE BERTAGNA Professore ordinario di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Bergamo MONICA BIANCHI Preside della Facoltà di Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore LUIGI BINANTI Professore Ordinario di Pedagogia Generale e Sociale presso Università del Salento GIORGIO BOLONDI Professore Ordinario di Geometria presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bologna EUGENIO BORGNA Primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara CARLO BOSCHETTI Professore ordinario e Preside di Economia e gestione delle imprese presso l’Università di Bologna MAURO BOVE Preside della Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia
GIAMPIO BRACCHI Presidente della Fondazione Politecnico di Milano
PAOLA BRUNI Preside della Facoltà di SMFN presso l’Università degli Studi di Firenze
GIUSEPPE CATALANO Professore ordinario di Economia Pubblica presso il Politecnico di Milano
PAOLO CEVOLI Attore comico
GIORGIO CHIOSSO Professore ordinario di Pedagogia Generale e Storia dell’Educazione presso l’Università di Torino
EUGENIO CORTI Scrittore, autore de “Il Cavallo Rosso”
VIRMAN CUSENZA Direttore de Il Mattino
ALESSANDRO D’AVENIA Insegnate e Scrittore
LUIGI FABBRIS Professore ordinario di Statistica sociale presso l’Università di Padova, già membro del CNVSU
GABRIO FONTI Preside della Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore
FABRIZIO FOSCHI Presidente Diesse – Didattica e innovazione insegnanti. Centro per la formazione e l’aggiornamento
GIORGIO ISRAEL Professore ordinario di Matematica presso l’Università La Sapienza di Roma
LUIGI LACCH? Rettore dell’Università degli Studi di Macerata
DOMENICO LAFORGIA Rettore dell’Università del Salento
MICHELE LENOCI Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
ROMANO LUPERINI Professore ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Siena
MAURO MAGATTI Preside della Facoltà di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore
FRANCESCO MAGNI Presidente del Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio (CLDS)
SUSANNA MANTOVANI Professore ordinario di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Milano – Bicocca
ANDREA MORO Professore ordinario di Linguistica generale presso lo IUSS di Pavia ANGELO PALETTA Professore Associato di Economia Aziendale all’Università di Bologna ROBERTO PELLEGATTA Presidente DiSal – Dirigenti Scuole Autonome e Libere RENZO RICCI Fondatore e Amministratore Unico di Poltronesofà s.p.a. Presidente di Riccicasa s.p.a. MASSIMO ROBBERTO Full Scientist at Space Telescope Science Institute LUCIO ROSSI Professore di Fisica Sperimentale presso l’Università degli Studi di Milano in congedo presso il CERN di Ginevra EUGENIA SCABINI Preside della Facoltà di Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore BERNHARD SCHOLZ Presidente della Compagnia delle Opere LUCA SERIANNI Professore ordinario di Storia della lingua italiana presso l’Università La Sapienza di Roma e socio dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia dei Lincei
SALVATORE SETTIS
Professore di Storia dell’Arte presso la Scuola Normale di Pisa
VINCENZO SILVANO
Presidente nazionale Federazione Opere Educative (FOE)
STEFANO SOCCI
Managing director Faber s.p.a.
MATTIA SOGARO
Presidente del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU)
MARCO TARQUINIO
Direttore di Avvenire
MARCELLO TEMPESTA
Professore associato di Pedagogia generale presso l’Università del Salento
RENATA VIGAN?
Professore ordinario di Pedagogia sperimentale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore
GIORGIO VITTADINI
Presidente Fondazione per la Sussidiarietà
STEFANO ZAMAGNI
Professore ordinario di Economia politica presso l’Università degli Studi di Bologna

Insegnare: non è un lavoro per giovani

I numeri parlano chiaro, purtroppo: per i prossimi dieci anni i giovani laureati o laureandi che vorranno andare ad insegnare dovranno rinunciare al loro obiettivo. Il governo ha fatto la sua scelta: le circa 230 mila cattedre vacanti in tutta Italia verranno infatti assegnate, pressoché in totalità, ai precari. In sostanza – portando, a titolo d’esempio, la fattispecie degli insegnanti di lettere – per il biennio 2012-2013, per gli istituti superiori, è stato stimato (anche se pare che le Gelmini abbia rivisto i numeri, che però nella sostanza varieranno di poco) che ci sarà bisogno di soli 26 nuovi professori abilitati: in media poco più di uno per regione, fatto salvo che in quattro di queste il numero previsto è pari a zero (leggasi: “nessuno neolaureato verrà assunto“).
La notizia, seppure abbia un’incidenza determinante per il futuro di molti giovani, per ora non ha avuto il giusto rilievo sui giornali; e questo a discapito, soprattutto, di tutti gli studenti che – una volta finita la quinta superiore, o conseguita una laurea triennale in materie umanistiche – devono scegliere dove investire per il loro futuro. Perché nessuno dice loro che l’insegnamento non è più lo sbocco principale (vi arriverà meno di un laureato su mille, o meno) delle Facoltà Umanistiche e di Matematica o Fisica in modo da consentire loro una scelta ponderata e presa con cognizione di causa?

Ma andiamo con ordine e cerchiamo, nel limite del possibile, di spiegare come si è giunti a questa spiacevole situazione.
Fino al 2008 chi aveva intenzione di diventare insegnante in una scuola secondaria doveva, una volta conseguita la laurea quinquennale, frequentare per due anni le Scuole di Specializzazione per l’insegnamento secondario (Ssis). Terminato questo percorso, il futuro docente otteneva l’abilitazione all’insegnamento e veniva automaticamente, di diritto, immesso nelle graduatorie per l’assegnazione delle cattedre.
Tale sistema, però, per come era pensato, ha finito con lo sfornare un sovrannumero di docenti abilitati, i quali sono andati via-via incrementando le schiere dei precari. Inoltre, in tal modo le graduatorie hanno finito con l’ingolfarsi in maniera inverosimile.

Infine, nel 2008 le Ssis sono state chiuse. Era sotto gli occhi di tutti che il sistema non funzionava, ed anzi, era controproducente. Era senza senso sia per lo Stato, che abilitava moltissimi insegnanti sapendo di renderli precari; sia per i futuri docenti, visto che il percorso biennale delle Ssis non aveva una reale valenza formativa e comportava un esborso di soldi per un ulteriore biennio una volta conclusa l’università, senza contemporaneamente dare la possibilità di lavorare e guadagnare; sia per l’insieme degli enti pubblici, i quali si vedevano costretti ad investire tempo e risorse in un ambito che portava riscontri quanto meno dubbi in termini di utilità (a dirlo sono i dati sulla preparazione degli studenti italiani, oltre che il comune buonsenso).

Ad ogni modo, posta la chiusura di questo percorso di abilitazione, in tale settore c’è stato un vuoto normativo che si è protratto per ben tre anni; fino a quando, cioè, l’attuale ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha promosso – con l’articolo 10 del DM 249 del 10 settembre 2010 – l’istituzione di un Tirocinio Formativo Attivo (TFA), che ha il fine di abilitare la futura classe docente italiana.
Il programma attuativo è stato pensato in comunione con la pressoché contemporanea riforma delle università e prevede, nella sostanza, le seguenti innovazioni. Per prima cosa, nel prossimo futuro (sul quando, per ora, non vi sono certezze) verranno istituiti dei corsi di laurea magistrale a numero chiuso ed abilitanti, ai quali potranno accedere tutti coloro che saranno in possesso di una laurea triennale compatibile con il percorso che intendono seguire e supereranno un test d’ingresso.
Il numero degli accessi alle magistrali abilitanti varierà di anno in anno e di regione in regione, e sarà stabilito sulla base del fabbisogno di insegnanti previsto per gli anni di riferimento. Tutto questo per evitare – o, almeno, per tentare di tenere sotto controllo – la piaga sociale costituita dal precariato.

Una volta terminata la magistrale abilitante, e quindi oramai in possesso di una laurea quinquennale, i futuri docenti dovranno svolgere un ulteriore anno di formazione post-universitaria: il subentrato Tirocinio Formativo Attivo, appunto, che nella sostanza andrà a sostituire le vecchie Ssis.
Il TFA – al quale, ancora una volta, avranno accesso solo il numero di docenti a cui le varie regioni saranno in grado di garantire un impiego – prevede un’offerta di formazione di alto livello articolata in 60 CFU, spalmati su un anno e suddivisi in diverse tipologie di attività. Esse andranno dagli insegnamenti pedagogici e didattici, al consolidamento delle conoscenze nelle specifiche discipline, allo svolgimento di un tirocinio articolato in un complessivo di 475 ore. Questo un ultimo fatto, nello specifico, appare come un utilissimo passo in avanti.
Al termine dell’anno di TFA, i neo-insegnanti dovranno sostenere un esame di Stato, che avrà la funzione di abilitare all’insegnamento delle discipline comprese nella classe di concorso per la quale si è studiato.

Insomma, nella teoria il DM 249 a firma del ministro Gelmini appare come un netto passo in avanti rispetto alle vecchie Ssis. Nella pratica, però, quello che sta lentamente emergendo in questi mesi è che la sua attuazione è tutt’altro che facile.
Il primo dato è che le università sono in difficoltà nel garantire, per il prossimo anno accademico 2011-2012, i corsi di laurea magistrale abilitanti. Secondo le ultime notizie, con il prossimo settembre partiranno esclusivamente i corsi rivolti a chi ha intenzione di diventare professore presso un istituto secondario inferiore.
Il secondo problema attuativo è che il percorso di abilitazione post-laurea, il TFA, verrà aperto per la prima volta a novembre (anche se c’è chi parla di gennaio/febbraio), ma il numero dei posti disponibili sarà risicato. Insomma, ad avervi accesso saranno pochissimi neolaureati (zero, uno, quindici per regione…), perché il governo ha scelto – o è stato costretto a scegliere? – che la priorità è garantire il posto fisso ai circa 230 mila precari in graduatoria da anni. Inoltre, a provare il test d’ingresso del TFA di quest’anno vi saranno i laureati dal 2008, anno a cui risale la chiusura del percorso abilitante della Ssis… Per dirla con Gianni Morandi: “Uno su mille ce la fa…”.

Tutte queste difficoltà hanno provocato la reazione degli studenti, comprensibilmente sconcertati di fronte alla prospettiva che, per loro, per i prossimi dieci anni diventare insegnanti sarà pressoché impossibile. “Cosa ci riserva il futuro?”, si chiedono con un’ombra di preoccupazione.
In una lettera aperta al ministro Gelmini, firmata dal CLDS (Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio) e datata 30 giugno 2011, gli universitari scrivono: “[…] non possiamo condividere che il prezzo di questa stratificata e annosa situazione lo debbano pagare unicamente i giovani, cioè noi. ? inaccettabile, per non dire folle, la decisione di bloccare di fatto le abilitazioni, cioè di salvaguardare unicamente i diritti acquisiti di chi è già “all’interno del sistema”, impedendo l’ingresso di nuove forze, di giovani motivati, preparati, desiderosi di costruire, disposti anche a tutti i sacrifici necessari in questo tempo di crisi. Questo significa uccidere il futuro, frustrare le aspirazioni di tanti studenti e di tanti laureati usciti dopo il 2007 dalle università (senza abilitazione, e non per loro colpa), mortificare la professione insegnante in generale e creare un buco generazionale nel corpo docente, con evidenti ricadute anche sulle nostre università, su tutti i corsi di laurea che hanno tra gli sbocchi naturali l’insegnamento. Tanto vale che i Presidi o i nuovi Direttori di Dipartimento avvisino debitamente gli studenti e i potenziali iscritti: “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, se pensate di insegnare“.

Di fronte a tutto questo, una riflessione sorge spontanea: un Paese che non punta sui giovani è destinato a non avere un futuro e, in molti ambiti, la strada che l’Italia sta percorrendo è, purtroppo, proprio in questa direzione. Almeno la scuola, salviamola!

La scuola paritaria è un grande risparmio per lo Stato

Proprio così: la scuola paritaria fa risparmiare allo Stato, ogni anno, moltissime risorse economiche. Dimostrarlo è assai semplice. Basta rifarsi ad alcuni dati che si possono ricavare da una recente pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, intitolata “La scuola in cifre 2007“. Si legge che nel 2007, a fronte di 7.751.336 alunni della scuola statale di ogni ordine e grado, è stato praticato un finanziamento pubblico pari a 57 miliardi di euro (CIRCA 7.500 EURO PER ALUNNO) così ripartiti: 47 miliardi sul bilancio del Ministero dell’Istruzione; 8 miliardi sui bilanci degli Enti locali; 2,2 miliardi sui bilanci delle Regioni. Questo dato, che viene riportato, e che è già per se stesso considerevole, risulta largamente incompleto perché si riferisce alle sole spese correnti e non a quelle in conto capitale, come ad esempio, quelle relative alla costruzione e manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici, al loro ammortamento, alle attrezzature, alle strumentazioni didattiche ecc. La risultante di tutte queste voci, come è facile immaginare, è enorme sia in senso assoluto, sia in riferimento al costo medio dell’alunno della scuola statale.

SCUOLE PARITARIE: a fronte, nel 2007, di 1.049.420 alunni nella scuola paritaria sono stati erogati come finanziamento pubblico appena 534.961.147 di euro (CIRCA 500 EURO PER ALUNNO, come media*)” (Francesco Macrì, Presidente Nazionale FIDAE).

A questo punto la conclusione: 500 milioni versati alla scuola paritaria a fronte dei 57 e oltre miliardi versati alla Scuola di Stato, costituiscono meno dell’1%! Ha senso parlare di soldi sottratti alla scuola pubblica a favore della privata? Sono proprio questi 500 milioni che mancano al bilancio statale la causa del malfunzionamento della scuola statale, come si sente gridare sui giornali e nelle piazze?

*Si deve sottolineare il fatto che il finanziamento alla paritaria riguarda quasi esclusivamente la scuola dell’infanzia, dove lo Stato è carente e necessita di un soccorso privato e, secondariamente, la scuola primaria.

La scuola paritaria non è una spesa aggiuntiva, ma un guadagno per lo Stato: è un capitale e una risorsa umana a beneficio di tutti (chiunque ne sottoscriva il progetto educativo può iscriversi) e come tale deve poter avere tutti i dovuti riconoscimenti (magari una convenzione pubblico/privato analoga a quella presente nel sistema sanitario nazionale).

Nel Veneto gli alunni iscritti nelle scuole paritarie sono 140.000 (di cui 86.000 nella scuola dell’infanzia e solo 11.000 nella secondaria di II? grado). Il risparmio annuo che tali alunni concedono alla Pubblica Amministrazione è di euro 737 milioni (il piano di ridimensionamento della Pubblica Amministrazione avviato da Tremonti punta ad un risparmio di 8 miliardi di euro: il Veneto regala quasi un miliardo…).

Vorrei ricordare poi la legittimazione della Scuola paritaria affermata dalla Legge n?62 del 2000: “Il Sistema nazionale di istruzione è costituito da scuole statali e da scuole non statali o paritarie”: l’Istruzione in Italia è dunque un sistema misto statale e non statale.

L’ultima obiezione, quella più radicale, che viene mossa al finanziamento pubblico riguarda il “senza oneri per lo Stato” dell’art. 33 della Costituzione.
Ecco l’articolo 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali (…)”.

Negli Atti dell’Assembla Costituente si legge l’interpretazione data, per firma del sen. Corbino, al “senza oneri per lo Stato”: l’espressione si riferisce esclusivamente al momento della fondazione di una Scuola, non a quando svolge servizio pubblico.
Ovvero: il privato cittadino non può chiedere soldi allo Stato per aprire una Scuola, ma quando la Scuola funziona e di fatto fa risparmiare lo Stato, le cose cambiano.

Credo, per concludere, che sia utile ricordare come la Scuola paritaria, nata nel corso della storia dalla libera volontà di persone illuminate, che spesso ricordiamo come sante, contribuisca a dilatare nella nostra società il bene più prezioso che abbiamo come uomini e come donne, la libertà, compresa quella di scegliere gli educatori dei propri figli.

Abilitazione all’insegnamento: forse ci siamo…

Una vicenda burocratica lunga quanto una telenovela brasiliana, e a tratti ugualmente sconclusionata e irrazionale, si sta finalmente per concludere: se a Roma sarà mantenuto l’attuale ritmo di lavoro, dovrebbe essere presto attivo il regolamento per l’istituzione di nuovi corsi di abilitazione all’insegnamento. Il testo in questione, giunto infine a una forma tangibile dopo una lancinante e quasi messianica attesa, è già disponibile on-line in forma sostanzialmente ufficiale: la novità di questo inizio 2011 è che la corte dei conti e gli altri organi di controllo hanno recentemente autorizzato, con modifiche minori (art. 8 c.2, art. 9 c. 3, art. 16 c. 2, 22, 24), la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del regolamento in questione, ed al netto di altri eventuali rallentamenti (poco meno che certi, per esempio, in caso di elezioni anticipate) con i vari provvedimenti attuativi è possibile che le prime classi di abilitazione si attivino già a partire da settembre 2011. In particolare, manca il decreto con le nuove classi di insegnamento disponibili, dato che le attuali sono vecchie ormai di decine d’anni e necessitano di alcune modifiche (specialmente nel settore scientifico).

Vista l’attuale situazione delle università italiane, e sperando ardentemente di sbagliarmi, sembrerebbe tuttavia più probabile che queste grosse novità riusciranno ad essere recepite dalle facoltà italiane (già in grossi guai economico-organizzativi) probabilmente solo dall’anno dopo, nel settembre 2012, anche senza eventuali rallentamenti (o inchiodate) da parte di Roma. Sommo della beffa: i già esasperatissimi aspiranti professori italiani, dopo anni di attesa, avranno finalmente la possibilità di proseguire il proprio percorso formativo, solo per incocciare dopo 3 mesi nella temutissima apocalittica fine del tredicesimo bak’tun. L’ennesima conferma di quanto molti di loro già sospettavano: l’universo stesso sta cospirando per non permettere a nessuno di loro di mettere mai piede in una classe.
Al di là del facile umorismo, bisogna però ammettere che questo regolamento non si limita a tappare finalmente un buco enorme all’interno del sistema scolastico italiano (cosa di per sé già ammirevole), ma introduce grosse novità intese a selezionare il più possibile il personale in accesso su basi qualitative: seppure uno dei motivi di questa operazione, di certo, è meramente quello di evitare le attuali drammatiche congestioni di personale bloccato in graduatoria, occorre dire che molti di questi provvedimenti sono decisamente interessanti anche per arginare il serio problema del crollo della qualità nell’istruzione italiana.

I canali predisposti dal regolamento per ottenere l’abilitazione sembrano essere sostanzialmente due (art. 3 e 8): una laurea magistrale a numero chiuso (art. 4), rivolta soprattutto agli studenti più giovani, che intende affiancare all’insegnamento disciplinare un’attiva formazione pedagogica; e poi il cosiddetto Tirocinio Formativo Attivo (TFA) (art. 10), sempre a numero chiuso ma inteso soprattutto per i già laureati o laureandi a breve, che consiste in un anno di tirocinio in classe a fianco di un tutor docente, con qualche esame di pedagogia e una prova finale di abilitazione per un peso didattico di 60 CFU (cioè, appunto, esattamente una annualità). Il numero di posti disponibili verrà ogni anno decretato dal ministero stesso sulla base della necessità (art. 5), e questa è già di per sé una rivoluzione copernicana rispetto all’attuale sistema a graduatoria (in cui era il sistema scolastico a prendersi l’impegno di assorbire in incarichi di ruolo, un po’ alla volta e spesso nell’arco di dozzine d’anni -leggi: precariato a oltranza-, tutti gli abilitati d’Italia). Al termine di questi due percorsi verrà espresso un voto di abilitazione in centesimi che sembra avere come naturale esito il ritorno dei concorsi pubblici per l’insegnamento, abbandonati qualche buon annetto fa, in cui verranno assegnati immediatamente posti di ruolo (almeno nelle intenzioni).

Analizziamo dunque questo TFA, che fino all’arrivo dei primi laureati nelle lauree magistrali abilitanti (alla meglio, due-tre anni) sarà l’unico mezzo di reclutamento disponibile per la scuola italiana. L’esame a numero chiuso per l’accesso a questi corsi non sarà affatto una passeggiata, stando a quanto detto nel regolamento (art. 15, da leggere attentamente). La selezione viene infatti normata in maniera molto stringente, almeno per quanto riguarda il TFA (più fumosa la norma a proposito dei corsi magistrali); la valutazione verrà infatti data sulla base di 3 prove, due scritte e una orale. Test a crocette emanato direttamente dal ministero, prova scritta disciplinare e colloquio con presentazione dei propri titoli: il sistema ricorda molto da vicino le prove di ammissione ai dottorati di ricerca, che sono resi esplicitamente incompatibili con la frequentazione dei TFA (ma un titolo di dottorato è molto ben valutato durante la terza prova), e l’intento è chiaramente quello di scremare il più possibile “verso l’alto” i vincitori della selezione. Inoltre è previsto, per qualunque classe di insegnamento, il raggiungimento finale di un livello B2 di lingua inglese e di buone competenze informatiche (art. 3), secondo la normativa europea vigente.
I docenti tutor che affiancheranno i tirocinanti così selezionati saranno a loro volta scelti tra le migliori scuole della zona (art. 11 e 12), attraverso un elenco regionale appositamente stilato sulla base di alcuni criteri di merito; dovranno essere docenti di ruolo, possibilmente con lunga esperienza, e dovranno fornire supporto al proprio pupillo nella sua attività di docenza. Un simile tirocinio è previsto anche nel corso delle lauree magistrali abilitanti.
Al termine del percorso gli studenti dovranno stilare una relazione di tirocinio e, finalmente, potranno conseguire la sudata abilitazione, spendibile poi nelle graduatorie o nei futuri concorsi pubblici.

Nel caso della scuola primaria, il ciclo di insegnamento per scienze della formazione diventerà quinquennale (art. 6-7), ma non si prospettano grandi cambiamenti: il titolo attuale verrà probabilmente equiparato a quello futuro, stante il numero chiuso e i tirocini attivi già attualmente previsti dalle facoltà di Scienze della Formazione (art. 15 c. 19) . Saranno inoltre istituite classi specifiche per gli insegnanti di sostegno (art. 13) e per l’insegnamento della musica e dell’educazione fisica nelle scuole primarie e secondarie (art. 9), risolvendo alcuni altri cul-de-sac normativi. Queste classi sostanzialmente seguiranno un iter uguale a quello finora descritto per le altre discipline. Sono previsti inoltre specifici percorsi per l’insegnamento, alle superiori, di una disciplina con lingua veicolare (art. 14), che saranno sostenuti da docenti della disciplina che siano in possesso di almeno un certificato C1 (cioè un alto livello di conoscenza della lingua straniera).

L’intenzione del legislatore sembra chiara: rendere elitario l’accesso all’insegnamento, selezionando i migliori studenti grazie all’aiuto di parecchi paletti ed esami. Lo scopo è allo stesso tempo pratico (decongestionare le graduatorie) e sociale (migliorare la qualità dell’istruzione italiana, sfruttando anche il ricambio generazionale dei prossimi 10 anni). Sembra dunque che qualcuno abbia deciso finalmente di valutare la scuola non solamente uno stipendificio (secondo la vecchia battuta togliattiana che “in Italia i tram servono solo per dar da mangiare ai tranvieri”) ma un punto nodale dello sviluppo italiano, tanto da voler selezionare -anche con una certa crudeltà- solamente gli studenti più preparati. L’idea sarebbe quella, almeno nelle intenzioni, di raggiungere gli standard europei di altri paesi, dove i docenti guadagnano sì il doppio, ma -statistiche alla mano- sono pescati tra i migliori laureati della nazione: il lavoro del professore tornerebbe così ad essere “prestigioso” ed appetibile.

Mi si concedano ora di grazia due piccole valutazione personale, al termine di questo lungo sunto.
1) Allo stato attuale, non esiste facoltà in Italia che possa aprire con facilità nuovi percorsi didattici, stante la recente imposizione di tagliare i corsi e il blocco del turnover. Per le università più piccole, come Trento, sarebbe poi del tutto impossibile. L’unica chance sarebbe quella di trasformare direttamente le attuali magistrali in magistrali abilitanti a numero chiuso: questo, peraltro, non sarebbe il primo dei tentativi ministeriali di imporre il numero chiuso alla recalcitrante università italiana (come, per es., la decisione di imporre tetti massimi alla quantità di studenti per singolo corso pena l’obbligo di ulteriori, impossibili, assunzioni di docenti). Peraltro, nei rari casi di presenza di due corsi di laurea paralleli – ma uno a numero chiuso e abilitante, l’altro aperto ma che costringerà a un ulteriore anno di TFA (e quando le magistrali abilitanti entreranno a regime c’è da scommettere che il numero di docenti abilitati tramite TFA verrà drasticamente limitato)- il più prestigioso ed efficace diventerà automaticamente il primo, rischiando di creare grosse sperequazioni nella qualità dell’insegnamento anche all’interno di una medesima facoltà, e rendendo anche l’accesso alle scuole di dottorato più facile per chi proviene da questi bienni abilitanti. E’ probabile, dunque, che specialmente nelle lauree umanistiche si assisterà a una progressiva sparizione o decadimento dei percorsi non abilitanti in favore di quelli volti all’abilitazione. La cosa potrebbe anche essere positiva, tutto sommato (il numero chiuso e il prestigio potrebbero aumentare ipso facto la qualità del corso); ma costringerebbe d’altro canto ad un grosso carico ulteriore di esami di ambito pedagogico e di tirocini vari, e più in generale una ‘costrizione’ verso il lavoro di docente di scuola, nei confronti di chi frequenta tali facoltà senza avere intenzione di dedicarsi poi all’insegnamento (vuoi per motivi personali, vuoi perché magari orientati a proseguire i propri studi universitari). Senza contare l’automatico indebolimento dei corsi magistrali di alto livello il cui settore scientifico-disciplinare non è previsto per l’abilitazione all’insegnamento, e che quindi andranno ‘limati’ (per quanto riguarda lettere, per es., settori come la filologia, la letteratura contemporanea, quella straniera o quella latina medievale).
2) Questo ambizioso progetto, almeno apparentemente, si contrappone all’attuale regime di austerity imposto dai tagli tremontiani, che peggiorano una situazione già critica: ma a lungo andare mi pare verosimile credere che, calando il numero dei docenti abilitati, sia la naturale redistribuzione delle risorse, sia l’altrettanto naturale legge di mercato tenderanno a rialzare anche la retribuzione dei docenti. Tuttavia sarebbe meglio non attendere che sia un lungo processo di mercato a portare questi miglioramenti di condizione, e impiegare invece da subito risorse per migliorare la condizione economica degli insegnanti italiani. Pur essendo verissimo, infatti, che almeno in linea di massima chi ha la vocazione dell’educatore lo farebbe anche gratis, facendo i conti con la cruda realtà sembra tuttavia impossibile pensare di selezionare gli studenti migliori se il lavoro non è appetibile anche economicamente: stando così le cose, questa riforma resterà monca finché non sarà predisposto un piano di aumento dell’appetibilità finanziaria del lavoro del docente. La Gelmini, o chi per lei, dovrebbe dunque dare a breve un bel colpo di telefono al buon Giulio, oppure l’insegnamento finirà per rimanere sempre e comunque (al di là delle ottime intenzioni) il solito “ripiego” rispetto a professioni più remunerative e prestigiose.

Abbattere gli “Idola”

Solo i regimi totalitari propongono una cultura standardizzata, un orientamento univoco che inizia sui banchi di scuola e qualche volta termina con censori che ricordano il MinCulPop (il Ministero per la Cultura Popolare del fascismo).
Gli attuali “MinCulPop” ci hanno fatto credere ad esempio che scienza e fede siano incompatibili, cosa che ormai pensa la maggioranza delle persone, mentre quello che non viene detto è che la falsa contrapposizione tra i due “magisteri” (come li definiva il grande paleontologo S.J. Gould) appare a bene vedere come una cortina fumogena che nasconde l’ideologizzazione e dogmatizzazione della “scienza”, una realtà evidenziata da grandi autori del ‘900 come T.S. Kuhn e P.K Feyerabend.
Ovviamente le scoperte scientifiche e le formule non si prestano ad essere ideologizzate, ma altrettanto chiaramente soprattutto nel campo della biologia, le teorie sono state, nel corso della storia, il frutto di determinati riferimenti culturali che T.S. Kuhn definiva “paradigmi”.

La scuola cattolica (e gli insegnanti cattolici) come alternativa alla cultura dominante: La scuola cattolica viene in genere definita in base al fatto di essere “privata” ma in realtà dovrebbe essere definita virtù del suo essere “libera”. Se si vuole promuovere un insegnamento veramente “libero” è necessario svelare gli “idola” del proprio tempo (come li chiamava Francis Bacon nell’illusione che il metodo scientifico li avrebbe eliminati), è necessario mostrare che ogni rivoluzione scientifica non ha mai raggiunto una verità definitiva ma storicamente ha sostituito degli “idola” con altri.

Nell’arco di cinque incontri che si terranno a Roma (ai quali parteciperanno alcuni relatori  non cattolici o non credenti e quindi non di parte) si forniranno alcuni strumenti per questo lavoro di libero insegnamento delle scienze, i documenti prodotti verranno resi disponibili sul sito dell’organizzazione www.insegnamentoscienze.it
Essi saranno uno strumento per docenti, genitori e studenti che cerchino la verità riguardo ad argomenti sui quali spesso si stende un diffuso conformismo.

Dal sito “Insegnamento Scienze”:
FINALITÀ:
Nel momento in cui l’insegnamento delle scienze oltrepassa i limiti della conoscenza e della manipolazione del mondo fisico, giungendo a svolgere un ruolo determinante nella formazione di una determinata visione del mondo e di una conseguente antropologia, esso viene ad assumere un ruolo centrale nell’intera formazione scolastica. Se è vero che non esiste una verità scientifica di destra o di sinistra, laica o cattolica, non si può ignorare il fatto che inevitabilmente esistono letture della realtà che condizionano l’interpretazione dei fatti.

La conoscenza priva di "pregiudizi" teorizzata nel XVII secolo da Francis Bacon non può esistere nella realtà, una mente che sia effettivamente una tabula rasa è una contraddizione, è qualcosa "impossibile ad ottenersi, ad eccezione che con la morte" (D. Antiseri – Didattica delle scienze). La stessa scienza baconiana nasceva come strumento non indipendente dal potere politico "…il controllo sulla conoscenza era concepito come uno strumento del potere statale. Uno stato che abdicasse al suo diritto di sorvegliare le opinioni metteva a rischio la sua autorità." (S. Shapin – La rivoluzione scientifica).
Se la conoscenza in sé, intesa come dati e formule, non può che essere neutrale, le teorie scientifiche includono inevitabilmente una determinata visione della realtà, le teorie si riferiscono a dei "paradigmi" kuhniani che sono conseguenti alla società del tempo, agli "idola" di quel determinato momento storico. Una finalità irrinunciabile per una scuola "libera" non può che essere il mettere in evidenza gli "idola" che si mimetizzano ad uno sguardo che si muova all’interno al paradigma del momento, questo non significherà pretendere di raggiungere quella tabula rasa che sappiamo irragiungibile, servirà però a far comprendere che se ognuno ha i suoi "idola" è importante scoprire quali siano quelli di coloro che dichiarano di non averne.

Nella Nova Atlantis di Francis Bacon gli scienziati sono rappresentati come una casta sacerdotale, oggi tale modello appare ampiamente realizzato e la scienza anziché liberare l’uomo dai dogmatismi degli "ipse dixit" sembra averlo spinto verso i rischi di un nuovo dogmatismo che può essere tanto più insidioso quanto più si trincera dietro una dichiarata infallibilità attribuita al "metodo". In una realtà che vede riproporre una presunta (e mai dimostrata) incompatibilità tra scienza e fede, il ruolo degli insegnanti della scuola cattolica, nel suo pieno senso di "universale", dalla posizione privilegiata di chi osserva la storia nel suo dispiegarsi lungo i secoli vedendo il mutevole susseguirsi delle varie filosofie, deve essere proprio quello di indicare come realtà provvisorie e non come verità dogmatiche quelle parti delle teorie che sono frutto dei "paradigmi" del momento.

Il ciclo di conferenze che si svolgeranno tra il 2010 e il 2011, e i documenti che si troveranno sul sito www.insegnamentoscienze.it , saranno utili ad una ricerca degli "idola" di questo momento storico e ad un’analisi critica dei conseguenti paradigmi.

Il primo giorno di scuola di mio figlio

Lo zaino nuovo che appesantisce le gracili spalle, la merenda e il succo di frutta in bric, i quaderni impacchettati coi facciotti dei Bakugan e di Vale Rossi, gli astucci con penne, matite e pastelli come una falange armata su ognuna della quali è stato scritto il nome del proprietario. Anche il piccolo Samuele, il primo della covata, ieri ha iniziato una nuova vita.

La sveglia ha suonato dolcemente una volta tanto, nonostante fosse mattina presto. “Inizia l’avventura”, dice lui, che come esordio non c’è male, visto e considerato che ne avrà di tempo e di occasioni per sbuffare, annoiarsi e mettere la testa sotto al cuscino, quando l’abitudine prenderà il sopravvento sulla fresca novità chiamata primo giorno di scuola. Poi, di corsa tutti in macchina. E noi genitori, puntuali all’appuntamento con il destino dei nostri figli, più emozionati di loro, a scattare foto, a raccomandarci di fare i bravi, ascoltare e obbedire.

A commuoverci appena entrati in classe perché nella loro innocente ritrosia a varcare la soglia di quell’aula così nuova, così seria, così diversa dalle stanze protette della scuola materna, rivediamo noi stessi da piccoli e ci passa davanti il film di una vita intera: sudare per le tabelline, lottare per strappare una sufficienza in greco, la catena della bici che va giù, le figurine Panini, stupirci della miscellanea di emozioni e sentimenti incontrati: la paura, la solitudine, l’amicizia, la voglia di riscatto, la soddisfazione di una pacca sulle spalle, il primo bacio, la prima severa e impietosa delusione. C’è una controindicazione nel primo giorno di scuola dei figli di cui nessun manuale del perfetto genitore mi aveva avvertito. E’ scoprire che per la prima volta sono soli di fronte al loro destino.

Adesso tocca a te, io ti accompagnerò, ma non potrò seguirti passo passo, perché ti starò a distanza, come è normale che sia, come è bene che accada perché forse è l’unico modo per farti scoprire quale mistero ti si apre davanti con la parola vita. Vita che oggi scoprirai essere la tua e nella quale imparerai a distinguere il bene dal male, senza confidare in chi ti dice che il bene ognuno lo può trovare dove vuole e il male in fondo non esiste. Certo, non sarai solo nel cammino, perché ti auguro di incontrare insegnanti che ti siano educatori, che non siano smaniosi di imboccarti di nozioni, ma che al tempo stesso cerchino di non farti scivolare verso la mediocrità, che ti facciano stupire per una poesia e scoprire quale fortezza si nasconde in un libro, che ti testimonino che dentro un quadro non ci sono solo colori e forme, ma il Dna intero della nostra umanità, che nasce nel fango, ma guarda alle stelle, che è fatta della stessa polvere delle tempere, ma vuole innalzarsi verso il cielo come i colori che queste producono.

Che non siano ingrigiti dalle loro polemiche professionali e che non cerchino di strumentalizzarti per i loro scopi. Non sarai solo perché ti auguro di incontrare compagni che non ti siano complici, ma amici, con i quali condividere queste tappe, che nella loro varietà non sono né belle né brutte, sono semplicemente reali e si chiamano studio, condivisione di un problema, aiuto reciproco, comprensione, competizione verso l’alto. Tappe reali che ti si apriranno di fronte all’improvviso e che hanno l’odore stantio dello scuolabus e il suono dello stridore del gessetto sulla lavagna, ma anche la vista di un raggio di sole che fa capolino in una tarda mattinata di fine febbraio tra le finestre ripitturate della classe, quando credevi che il sole non lo avresti più rivisto, ma anche il tatto di una mano paterna che ti dice: “Sono qua, non temere”.

 E poi ci sono tanti amici che conoscerai e che sono stati anche gli amici dei tuoi genitori e dei tuoi nonni: c’è Dante, Ulisse, Lucrezio, ci sono Paolo e Francesca, Renzo e Lucia, c’è un signore austero che si chiama Garibaldi e un altro sul cui impero non tramontava mai il sole, mentre di un altro ancora ti diranno che con tre navi scoprì il Paese al quale devi il Mc Donalds e la libertà. Troverai poveracci uccisi per un ideale e farabutti pronti a tutto per guadagnarsi la fama. E ancora: scoprirai di che pasta sono fatti gli uomini, che a volte sono buoni e a volte no. E che nel susseguirsi delle pagine incomincerai a sentire come te: così unici, così veri, così bisognosi di amare, così figli dello stesso desiderio chiamato eternità. Giornale di Reggio, 15 settembre 2010

Il boom dei 5 in condotta

La notizia è di quelle che non dovrebbero passare sotto silenzio: dopo che il ministro ha dato il via libera, centinaia e centinaia di professori nel paese hanno deciso di utilizzare l’arma estrema del cinque in condotta, per lanciare un segnale. Agli alunni, ai genitori, alla società tutta intera.

Un grido che può essere tradotto così: noi insegniamo italiano, matematica, inglese ecc., ma quello che dobbiamo dire non riguarda anzitutto le nostre materie. Riguarda la possibilità stessa di fare scuola, senza doverci tramutare in gendarmi dell’ordine e della disciplina. Senza che la lezione si trasformi nel continuo e noiosissimo richiamare continuamente all’ordine. Perché non è possibile spiegare Dante, discuterne in classe, rendere viva la storia, la letteratura, ogni singola disciplina, se non c’è tutto quello che viene prima: la capacità dei ragazzi di stare alle regole, di comportarsi in un certo modo, di incuriosirsi e di entusiasmarsi. Bisogna, cari genitori, cari alunni, cari tutti, che si torni ai fondamentali. Come quando si impara a giocare a calcio: prima della partita, prima di potersi godere gli schemi di gioco, i triangoli spettacolari, gli affondi sulla fascia, le semirovesciate che mandano il pubblico in visibilio, occorre imparare a tenere la palla tra i piedi, passo dopo passo, correndo tra i birilli e palleggiando con pazienza, ore ed ore.

Così è per la scuola. Basta, alt, stop: devono finire tante cose che non funzionano, purtroppo. Certamente, perché questo avvenga, sono necessarie anzitutto regole chiare. Per cominciare chi si comporta in un certo modo, in futuro, deve conoscere le conseguenze del suo agire: di qui appunto il ritorno agli esami a settembre e la maggior forza conferita al voto in condotta. Si tratta di un passo essenziale, ma non basta: la scuola, da sola, può fare poco. Questo mi sembra un punto centrale. Le regole, da sole, sono lettera morta. Possono al massimo garantire la pace dei cimiteri, la tranquillità dei dormitori.

Queste regole devono essere conosciute nel loro significato profondo, devono essere il più possibile parte della storia di ogni alunno. Devono essere state digerite e vissute anzitutto in famiglia. Per troppo tempo una certa cultura ha voluto far credere che si potesse delegare tutto alla scuola; addirittura che la scuola fosse più adatta della famiglia a svolgere il ruolo di agenzia educativa. In nome di questa visione si è addirittura finiti per affermare che anche l’educazione affettiva dei ragazzi deve passare, anzitutto, da professori, da tecnici, da “esperti”, gestiti dalle Asl o da altre realtà esterne alla famiglia. In un mondo che si chiede addirittura se i bambini abbiano ancora “bisogno” di due genitori, di un padre o di una madre; in un mondo che vuole spesso dimenticare la necessità, per i giovani, di crescere amati, nella certezza e nella solidità dei primi e fondamentali affetti, il boom dei cinque in condotta vuole semplicemente ricordare la realtà: prima che persone istruite, occorre costruire persone vere.

Occorre qualcuno che sostenga il bambino quando gattona, che accompagni i suoi primi passi, che continui a fiancheggiarlo quando poi si pone le prime domande e si apre al mondo, come un novello Adamo. Occorrono più stabilità affettiva, meno televisione, meno internet, meno surrogati, meno parcheggi… La serenità e la condivisione imparate in famiglia, infatti, aprono il giovane alla tranquillità dei rapporti, al rispetto degli insegnati e dei compagni, alla curiosità verso la realtà che lo circonda e da cui egli si aspetta qualcosa di buono e di bello. A quel punto spetta a noi insegnati, contribuire a far nascere un seme che non è stato abbandonato, senz’acqua e senza cura, per lunghi anni; spetta a noi prendere per mano i ragazzi, e portarli nella bellezza delle discipline umanistiche e scientifiche.

Ma il guaio, oggi, è che, spesso, è difficile prenderle, afferrarle, molte mani; è difficile trovare un punto di appoggio, per fare leva: nella società sempre più liquida, tutto perde consistenza. Le passioni, gli interessi, l’ entusiasmo, la capacità di sacrificio, in una parola: le persone. Avvenire, 2 marzo 2010

Trentino: insegnanti sempre più vecchi, frustrati e sottopagati

Secondo una nuova indagine condotta dall’istituto Iard e dell’Iprase su un campione di 1300 docenti trentini (che in totale sono poco meno di 7000), gli insegnanti tridentini sono “sempre più vecchi, frustrati e sottopagati”.
La scuola è un mondo in continuo mutamento, regolarmente soggetta a riforme e critiche. Quello che la ricerca evidenzia è che la professione dell’insegnamento è un lavoro sempre più al femminile e che l’età media degli insegnanti è di 46 anni: nel 1999 si stanziava, invece, sui 39 anni. Inoltre, il 62% degli intervistati si è dichiarato convinto che negli ultimi dieci anni il prestigio sociale e la considerazione di cui gode chi lavora nella scuola è diminuita, e che continuerà a farlo anche negli anni venturi. Un altro punto dolente riguarda la retribuzione mensile: gli insegnanti si ritengono sottopagati per l’importantissimo lavoro che sono chiamati a svolgere. “Da noi si sta meglio rispetto al resto d’Italia, ma le paghe restano comunque tra le più basse d’Europa. 1200 o 1400 euro al mese sono paghe da fame”, dichiara la presidente del Consiglio scolastico Provinciale Lucia Coppola in un’intervista rilasciata al Trentino. Bonmassar, segretario della Uil Scuola Trentino, si dichiara insoddisfatto della ricerca svolta e dichiara che, a livello di retribuzione, “alcuni settori del lavoro privato stanno molto peggio” (Trentino, 4 luglio 2009 pag.15). Da ultimo la ricerca rivela che il 70% dei docenti sarebbe favorevole ad una loro valutazione secondo criteri uguali per tutti.

Indubbiamente lo studio svolto rivela dati interessanti, ma tralascia alcuni punti fondamentali. Ciò che va sottolineato, a mio parere, è che – per dirla con Luigi Giussani – “la vera sfida è l’educazione”. La società odierna sembra aver abolito tale vocabolo dal lessico comune: è quasi diventato un tabù. Quello che conta è garantire a tutti un giusto stipendio, una formazione il più possibile aperta allo scenario europeo e che segua i dettami delle famose tre “i”, o tre “e” a seconda di quale governo ha la maggioranza. Il ministro dell’istruzione Gelmini sta cercando di arginare, tramite rigidi (e criticatissimi) provvedimenti, quelli che sono problemi dettati dal fatto che i ragazzi non sono più educati, e di certo non per colpa loro. Gli studenti di oggi hanno spesso alle spalle storie difficili, famiglie segnate dal dramma del divorzio, un bagaglio di valori praticamente inesistente e una società che li induce a pensare che l’unica cosa che conta è essere “IN”, guardare il “GF”, uscire a “sballarsi” il sabato sera e…e poco altro, purtroppo. Ripeto: la colpa non è dei ragazzi di oggi, è dell’establishment culturale che li circonda. Ecco perché la scuola ha un ruolo centrale: essendo questo il luogo dove i giovani passano gran parte del loro tempo, è da qui che devono giungere gli stimoli. La gioventù non chiede altro che di essere affascinata, appassionata, considerata e valorizzata. Come scriveva Francesco Alberoni, “la nostra vita dipende, come fossa sospesa a un filo, dalle occasioni che ci sono offerte e dalle persone che incontriamo: un insegnante, un amico, colui di cui siamo innamorati. (…) L’educazione vera parte sempre da un maestro, sia esso un filosofo, uno scienziato, un musicista, un grande artigiano, che raccoglie attorno a sé dei giovani che ardono dal desiderio di imparare, di fare. Li seleziona, li guida, li stimola. (…) Il cuore dell’insegnamento è sempre una relazione diretta fra allievo e maestro, ed è sempre anche una comunità in cui gli allievi vivono, studiano, lavorano, ricercano, creano assieme ai maestri. (…) il tipo di educazione più vera, più importante, resta ancora oggi affidata quasi solo all’iniziativa dei singoli, alla loro fede, al loro coraggio, alla loro testardaggine.” (Corriere della Sera, 23 luglio 2007)
Gli insegnanti, quindi, non sono semplicemente delle persone che lavorano all’interno della scuola: quella della docenza è una vocazione. Se la passione per la materia che si insegna non sprizza da tutti i pori, i ragazzi lo percepiscono e di conseguenza assumono atteggiamenti svogliati. Proviamo a chiederci quali erano le nostre materie preferite quando eravamo sui banchi di scuola: nella quasi totalità dei casi la risposta ci rivelerà che dietro allo studio c’era una persona che riusciva ad affascinarci, a catturarci…che suscitava in noi ammirazione e che costituiva un modello: un “maestro” nel più profondo senso del termine.

La dis-educazione sessuale nelle scuole

La storia di Alberto Stasi e Chiara raccontata da Libero il 3 aprile, è terrificante. Forse sarebbe stato meglio che nessuno ne avesse parlato, per non infierire sul dolore dei poveri genitori di quei ragazzi. Epperò, ora che i fatti sono di dominio pubblico, almeno che serva a qualcosa. Due fidanzati, sesso, video e siti porno a tutto spiano; perversioni continue e reiterate, con la fantasia e nella pratica.

Il sesso come idolo, come senso dell’esistenza, come mania quotidiana, come ossessione, come unico modo per sfuggire alla noia. Leggere queste storie avvelena il cuore e la mente. Tutti, in verità, facciamo ogni giorno esperienza di un diluvio di fango e di sesso che si abbatte su di noi, e soprattutto sulle menti più giovani e indifese: accendendo la televisione, andando su internet, recandosi dal giornalaio. In ogni occasione qualcuno tenta di venderci spettacoli, siti, giornali, in cui il sesso è ammanito a volontà, senza risparmio.

La fantasia viene così continuamente sollecitata ed invitata a pensare alla stessa cosa: al corpo, al sesso, al piacere egoistico. E il sesso diventa un bisogno, un’urgenza, una necessità impellente, violenta, ad ogni età, ad ogni ora del giorno. Siamo così assaliti dalla sensualità che le alternative mi sembrano tre: o il combattimento interiore, per conservare quell’antica virtù della purezza, la sola, ormai, innominabile; oppure divenire frigidi, per assuefazione, come quei ragazzi che a diciotto anni sono stufi dei rapporti normali, e allora vogliono farlo “strano”, e cercano sempre nuove perversioni; oppure si finisce come i drogati che vagano da una dose all’altra, da un porno all’altro, sperando nella sazietà che non arriva mai. Così si bruciano rapporti, si distruggono famiglie, si vivono vite angosciate, in preda a istinti bestiali.

Ma la società cosa fa dinanzi a tutto ciò? Propone cure peggiori del male, che lo incancreniscono e lo rendono cronico. Come in Inghilterra, dove il continuo aumento di minorenni incinte, dopo l’educazione sessuale nelle scuole, sin dalle elementari, sta portando alla pillola ordinabile via sms, anche a 11 anni, o alla pubblicizzazione dell’aborto in televisione. Che l’amore vero passi dalla responsabilità, dalla fedeltà, dall’autocontrollo, è un’ipotesi ormai inconcepibile. Anche in Italia, di fronte a queste problematiche, non si trova di meglio che l’educazione sessuale a scuola. Nessuno che si interroghi sull’effettiva opportunità di questa materia, introdotta surrettiziamente, ma ormai di fatto obbligatoria.

Ho qui un opuscolo della azienda provinciale per i servizi sanitari della provincia di Trento. Viene dato ai ragazzi e alle ragazze che frequentano la terza media. L’opuscolo è sulla contraccezione: ben 32 pagine su questo argomento, che si inserirebbe all’interno di un corso all’educazione socio affettiva più ampio, volto ad illustrare “un atteggiamento positivo nei confronti della sessualità”, “il rispetto di sé e dell’altro” ecc, e solo alla fine, appunto, “i metodi contraccettivi”. Fatto sta che l’interminabile opuscoletto è dedicato alla contraccezione, e solo a quella. Fatto sta che nella gran parte dei casi le aziende sanitarie si occupano soprattutto di questo: rendere l’educazione all’affettività un corso sull’uso tecnico di pillole, preservativi, spirali e quant’altro. Tutto, sia chiaro, con scarsissimo coinvolgimento dei genitori.

Cari genitori: vi scippano l’educazione dei figli, vi tolgono il compito più importante che avete, e lo affidano a tecnici! Cari genitori, ai vostri figli, invece, molto spesso, scippano l’innocenza, la giovinezza, il pudore, contribuendo a gettarli troppo presto, troppo deboli, troppo impreparati, non nella vita affettiva, ma in quella sessuale. Dov’è quella delicatezza che può passare solo dal rapporto personale, di un figlio con i suoi cari? Intere classi vengono messe di fronte a discorsi scabrosi, in cui c’è sempre qualcuno che spinge sull’acceleratore, qualcuno che si turba, qualcuno che non ne ha voglia e che viene indotto a credere, magari, di essere lui il disadattato perché a 13 anni dei contraccettivi non gli interessa nulla. E cosa gli dicono, ai nostri figli? Che parlare di contraccezione “non è mai abbastanza”; che “i pregiudizi sulla contraccezione sono molto diffusi”, e, magari, che chi non ha ancora provato un preservativo o la pillola è retrogrado, fissato…

Non è neppure contemplata, nell’opuscolo citato, l’idea che sia sbagliato, folle, suicida, avere rapporti a quell’età; nessun ideale, nessun discorso sull’inscindibilità tra amore carnale e amore spirituale. Carne, lattice e chimica, i soli ingredienti dell’amore! Sui metodi naturali pressoché nulla. Anzi, denigrati e sconsigliati, specie per i “giovani”: vanno bene, al massimo, per chi abbia una qualche “costanza” e per “coppie stabili”: tutte cose, sembra di leggere tra le righe, un po’ demodé, comunque non per tredicenni.

Unica notizia interessante, senza però che se ne traggano le conclusioni: il preservativo, come altri contraccettivi, ha “un’efficacia compresa tra l’80 e il 90%”. Ma se dovesse nascere il “figlio di un preservativo rotto” la nostra “società dell’allegria” sa offrire anche l’aborto per tredicenni! La chicca finale? Una domandina senza risposta esplicita, ma che suona come un invito: “perché i giovani sentono così tanto il bisogno di sesso?”. Forse perché c’è una cultura malata, che mette grilli in testa anzitempo? Forse perché si fa di tutto per creare maniaci sessuali? Forse perché il fango è giunto, ormai, alla gola? (Il Foglio)

p.s Parlerò in seguito degli effetti devastanti, sulla fertilità, di questo tipo di dis-educazione.

La fatica e la bellezza dell’educazione.

Nella società dei media può nascere un’illusione: che i mezzi di comunicazione siano i più importanti per educare un popolo.

Certamente, questo è in parte vero: la rivoluzione francese, come tutte le altre, sino alla rivoluzione sessuale, sono state favorite da un mare di carte e giornali, prima, e dalla televisione, poi. Ma è anche vero che prima della rivoluzione francese, alba sanguinosa della contemporaneità, c’è un grande fatto, spesso dimenticato: la chiusura, in Francia e non solo, delle scuole dei gesuiti.

E’ contro di esse che si accaniscono anzitutto gli illuministi anticristiani, perché sanno che un ragazzo ben educato può anche essere temporaneamente traviato dalle illusioni politiche, ideologiche, mondane, ma possiede dentro di sé un seme che prima o poi darà i suoi frutti. Oggi occorrerebbe che almeno i cattolici si rendessero conto di questo: che vi è un’emergenza educativa, cui far fronte, in parrocchia, nelle scuole, in ogni ambito possibile. Invece sappiamo quanto, ad esempio il catechismo, che è la prima forma di istruzione per un fanciullo, sia trascurato e negletto. Eppure i cuori e le menti dei giovani sono ancora, come sempre, aperti alla Verità e al Bene: basta solo che incontrino persone credibili, pronte a rendere conto della Speranza che è in loro e a smascherare gli errori e gli inganni del mondo.

Oggi, dicevo, l’educazione è in crisi, per il semplice fatto che non si sa più cosa sia. Educare, per la mia esperienza, significa condurre da qualcosa, verso qualcos’altro. Condurre da una storia, da un passato, da una Tradizione, verso un futuro: e invece tutta la cultura dominante è basata sulla volgarizzazione del passato e sulla derisione della Tradizione. Si crede e si vuol far credere che non vi sia nulla di buono nella storia che ci precede, soprattutto in quella cristiana. Così l’origine della nostra cultura, quel Medioevo in cui sono nate le università, gli ospedali, la tecnica, le banche e le cattedrali, Giotto e Cimabue, viene liquidata con espressioni superbe e volgari: “secoli bui”, “tenebre del Medioevo”.

Non è solo una questione di falsificazioni storiche: in queste espressioni lapidarie è condensata la cultura anticristana e nichilista che desidera tagliare le nostre radici, isolarci dalla Tradizione, fare intorno ad ognuno di noi terra bruciata. Solo così si può far vivere un popolo nel mito sciocco e banale del Progresso, come se non avessimo nulla da imparare da chi ci ha preceduto, e fossimo per ciò completamente auto-sufficienti. Così, in verità, si coltiva solo l’individualismo. Lo sciocco pregiudizio verso il passato ci rende arroganti e presuntuosi: il contrario di ciò che una buona educazione dovrebbe fare. Questo tentativo, come dicevo, di tagliare le radici, è evidente nella scuola odierna: dal modo con cui viene liquidato il medioevo, in storia, alla volontà sempre maggiore di trascurare anche il nostro passato latino e greco, sino alla graduale eliminazione, persino dalle università di filosofia, degli autori cristiani, da Agostino a Tommaso.

Sempre più diventa dunque difficile sapere da dove veniamo. Ma ancor più, dove andiamo. Infatti, perché vi sia educazione, occorre avere una certa idea dell’uomo: occorre che l’insegnante faccia comprendere ai suoi ragazzi che la Verità e il Bene esistono! Che lo studio serve appunto per ricercarli: ricercare la verità storica, la verità matematica, la verità filosofica, e teologica. Andiamo verso ciò che la nostra mente e il nostro cuore desiderano, nonostante il nostro limite: la Verità. Invece il relativismo dominante uccide ogni germoglio di vita: se non c’è nulla di vero, di bello, di buono; se un comportamento vale l’altro; se tutte le filosofie si equivalgono; se la verità e la menzogna si confondono, allora anche la curiosità di sapere, di capire, di pervenire alla verità, viene soffocata sin dal principio nel giovane, che diventa precocemente cinico e indifferente.

Faccio un esempio per quanto riguarda una delle materie che ritengo più formative: la storia. Quando si analizza la storia del Novecento, i testi scolastici omettono di farci capire anzitutto da dove gli abomini del nazismo e del comunismo derivino, per evitare di sottolineare la radice atea delle guerre mondiali, dei lager e dei gulag; dall’altra omettono clamorosamente di indagare cosa ancor oggi rimanga di quelle ideologie (divorzio, aborto, eutanasia ecc), per rispettare il dogma progressista (se ciò è successo, è successo nel passato, ma oggi…); infine, trascurano di raccontarci tutte quelle storie eroiche di persone che hanno dato la vita per aiutare i loro simili, per lottare contro la menzogna, per mantenere viva la carità cristiana, insegnandoci così che la lotta per la Verità è sempre possibile. In questo modo i giovani studiano, senza comprendere nulla, e senza che la storia passata dica loro più alcunché, né sulla miseria degli uomini, nè sulla loro intramontabile passione per il Bene. L’educazione insomma è centrale, e va perseguita con immensa attenzione. In ogni tempo i genitori hanno educato i loro figli, a determinati valori e ad una loro Tradizione.

Si sa ad esempio che l’Iliade e l’Odissea venivano imparate a memoria dai ragazzi greci e costituivano una sorta di “enciclopedia tribale”: tramite quelle storie, si tramandavano valori, culti, ideale del bene, incarnato dall’eroe, e del male…Così ogni giovane greco si sentiva parte di una storia che condivideva con i suoi concittadini, e da quella storia traeva insegnamenti con cui confrontarsi. Se poi leggiamo la storia dei filosofi antichi, vediamo che solitamente cercavano di educare se stessi e i giovani al seguito: Socrate educava i suoi discepoli cercando di farli ragionare sulle verità più importanti. Lo stoico romano Seneca educava se stesso facendo l’esame di coscienza ogni sera. Dovunque vi erano uomini che cercavano maestri di vita e un senso che fondasse la loro esistenza: “Si tratta di sapere, scriveva Cicerone nel ‘De Natura deorum’, se esiste un Dio, se questo Dio si interessa agli uomini e se esiste un legame tra noi e lui. Si tratta di sapere cosa è l’anima umana, se essa ha rapporto con Dio, se viene da lui e ritorna a lui. In breve si tratta della nostra felicità, del nostro tutto”!

Il grande educatore della storia è stato senza dubbio Gesù Cristo. Scelti i suoi discepoli, solamente dodici, che avrebbero trasformato il mondo, li ha condotti passo passo, sgridandoli, talvolta, confortandoli, spesso, e vivendo con loro. Dal suo esempio, innegabilmente, si è generata la tradizione scolastica europea, unica e irripetibile, quella che ci ha dato la Schola Palatina di frate Alcuino e Carlo Magno, prima, e le università poi. Ma il periodo d’oro dell’educazione è stato forse quello del Concilio di Trento.

Messo all’angolo dal protestantesimo e dal suo pessimismo antropologico, secondo cui l’uomo è capace solo di male, e dal predestinazionismo calvinista, il mondo cattolico ha generato scuole su scuole, un ordine educativo dietro l’altro, dimostrando chiaramente che l’uomo non è solamente cattivo, ma anzi, che la sua natura, pur macchiata dal peccato originale, è capace di grandi opere di bene. Tutte le scuole di quest’epoca, da quelle del Calasanzio a quelle di Giovan Battista de la Salle, a quelle dei gesuiti, fondavano il proprio metodo educativo proprio sul realismo cristiano. Per i protestanti, come dicevo, l’uomo è naturalmente cattivo: facile capire che educare, partendo da questa idea di fondo, è piuttosto difficile, un’impresa disperata e poco affascinante. Per i cattolici, invece, l’innegabile tendenza al male, giustificata dal peccato originale, non elimina l’altrettanto evidente volontà di ogni uomo di cercare la Verità e la Giustizia.

Educare significa allora coltivare il desiderio di vero, che c’è in ognuno, cercando di rendere questa verità non solo evidente, ma anche amabile. Questo sarà compreso soprattutto dal più grande educatore dell’Ottocento, Giovanni Bosco. Il suo metodo preventivo si basa infatti su un grande realismo antropologico: ha dinnanzi a sé giovani sbandati, senza famiglia, spesso delinquenti. Potrebbe lasciarsi andare allo sconforto, o alla durezza, invece vede in ognuno di loro un’anima preziosa e potenzialmente capace di grandi cose. Decide di trattarli con la mansuetudine, in modo da metterli, preventivamente, “nell’impossibilità di commettere mancanze”.

Per don Bosco i luoghi dell’educazione sono la cappella, il cortile e la scuola: quest’ultima, appositamente, all’ultimo posto. Occorre anzitutto che i giovani siano amati: "questo avviene nella fusione fraterna del cortile, dove i giovani, sentendosi amati in quelle cose che loro piacciono, cioè nei divertimenti, imparano a vedere l’amore degli educatori in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco, quali la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi, e queste cose imparano a fare con amore".

All’opposto di don Bosco, oggi così dimenticato anche nelle scuole cattoliche, piene di sociologismi e di psicologismi lontani dalla fede, vi è l’idea illuminista che potremmo definire dell’ “ottimismo antropologico”, propagata da Rousseau, pedagogo tanto abile da aver abbandonato tutti e cinque i suoi figli, e dai sui seguaci. Per costoro l’uomo è naturalmente buono, senza peccato originale. Talmente buono da non aver bisogno non solo delle regole, della lotta interiore, e, talvolta, dei castighi, ma neppure dell’amore, delle attenzioni, della premura dell’educatore. I seguaci di Rousseau, propongono il primato della spontaneità più estrema, l’idea che l’uomo sia solo un animale, che quindi non sia chiamato a far crescere e maturare, passo passo, la propria umanità.

Quanto è più affascinante la visione educativa cristiana, così descritta da Benedetto XVI nella sua lettera sull’educazione alla diocesi di Roma del 2008: “Già in un piccolo bambino c’è un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita. Arriviamo così, cari amici di Roma, al punto forse più delicato dell’opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano…L’educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch’egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione”. Il Timone, marzo 2009.

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