Comma 22 per i cattolici

La Chiesa cattolica è l’unico soggetto attorno al quale, in una società libera e democratica, infuri un acceso dibattito centrato su questa domanda epocale: la Chiesa ha il permesso di parlare? Di che cosa, come, quando? I consigli, talvolta le minacce, fioccano generosi. Quasi nessuno considera quelli del mondo cattolico dei contributi al dibattito, che possono riscuotere consenso o suscitare dissenso, ma comunque preziosi per rendere più ricca e viva la vita democratica e la stagione delle idee, perché un’opinione in più, specialmente se frutto di duemila anni di storia, tradizione e valori, dovrebbe essere meglio di un’opinione in meno. Quasi tutti, invece, considerano tali contributi “un’indebita ingerenza”; specialmente se contraddicono il pensiero dominante e intralciano la strada alle lobby più aggressive.
E i cattolici? Assomigliano curiosamente agli aviatori americani del celebre “Comma 22″…
Un passo indietro. Rileggiamo il brano centrale dell’ultimo intervento in proposito di Miriam Mafai (La Repubblica di martedì scorso): “La Chiesa ha certamente il diritto di esprimere su queste materie (dalle unioni civili al testamento biologico, dalla ricerca scientifica alla fecondazione assistita) le sue preoccupazioni e le sue opinioni, ma non può pretendere di intervenire come un attore politico nel processo legislativo”. Impeccabile. Ma come potrebbe la Chiesa farsi attore politico che interviene nel processo legislativo? Non è un partito, non ha deputati né ministri, non detta disegni di legge. Possiede dei mezzi di comunicazione di massa, ma del tutto minoritari. E allora, dov’è il problema? Il problema è questo: com’è possibile esprimere una libera opinione su un argomento di cui si occupano tutti, anche il Parlamento, senza che questa opinione influenzi il dibattito politico? ? davvero possibile esprimere delle idee che non intacchino in alcun modo le opinioni altrui?
Ed ecco il Comma 22 dell’Articolo 12 del Regolamento degli aviatori americani durante la seconda guerra mondiale. Viene dopo il Comma 1, che recita: “L’unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia”. Il Comma 22 avverte: “Chiunque chiede il congedo dal fronte non è pazzo”. Ovviamente il Comma 22 non esiste. ? un’invenzione letteraria di Joseph Heller (“Catch 22”, pubblicato nel 1961), da cui il regista Mike Nichols ha tratto l’omonimo film. Non è molto diverso dal paradosso di Russel, che suona così: “La frase seguente è falsa; la frase precedente è vera”. ? la contraddizione eretta a norma, una norma che evidentemente è impossibile rispettare, a meno di tacere. Miriam Mafai è come se scrivesse: “La Chiesa è libera di parlare, purché stia zitta”.
“Comma 22”, libro e film, miravano a far emergere l’insensatezza di certe consuetudini del mondo militare. Il Comma 22 dei laicisti, che si assumono l’incarico di insegnare le “buone maniere” a questi cattolici che disturbano il manovratore, funziona allo stesso modo. La Chiesa, ci dicono, non può “definire la tavola dei valori alla quale lo Stato deve attenersi”. D’accordo; infatti si limita a proporla, offrendola a un dibattito al quale desidera partecipare portando il proprio contributo originale. Il Comma 22 reciterebbe: “La Chiesa è libera di parlare di valori, ma non di definirli”. La cosa buffa è che la stessa Mafai commenta: “Stiamo vivendo una situazione che non esito a definire paradossale”. Come ha ragione.
Da “Avvenire”, 1? febbraio 2007).

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Per amare la vita ci vuole coraggio

Più è secca, più una domanda è vera. Come questa: “Il nostro tempo, la nostra cultura, la nostra nazione amano davvero la vita?”. La domanda sbuca improvvisa in mezzo al Messaggio per la Giornata per la vita, il cui nocciolo quest’anno è l’amore. ? il coraggio di farcela, quella domanda; e di darle una risposta sincera.
Non è una domanda campata per aria. ? la cronaca a riproporla senza sosta. I dati recenti sulla denatalità in Italia parlano chiaro. Ci vuole coraggio, molto coraggio ad amare la vita fino a mettere al mondo un secondo (un terzo, un quarto…) figlio, quando le solerti cronache informano che mantenerne uno costa 800 euro al mese, e quando due coniugi sono confinati nel loro bilocale che gli succhia metà stipendio. E allora ci vuole un bel “coraggio”, tra virgolette, a ignorare i problemi di chi vorrebbe metter su famiglia, sposandosi, assumendosi seri impegni di fronte alla società e si trova letteralmente taglieggiato, ignorato, perfino deriso. Promosso? Sostenuto? Mai. Se proprio hai bisogno, ci sono i suoceri, i nonni. E così la stessa rete familiare, che si sta indebolendo nella sostanziale indifferenza di chi dovrebbe avere a cuore il bene della nazione, in questo caso fa comodo. Sì, ci vuole “coraggio” a far credere all’opinione pubblica che “il” problema sia quello delle unioni di fatto o delle coppie omosessuali. Che là stia la discriminazione, quando ben più discriminato è oggi chi vorrebbe sposarsi e non ci riesce, chi si sente chiamato a non fermarsi al figlio unico ma non ha alternative, e attorno a sé trova indifferenza, se non ostilità.
La cronaca ci sbatte in faccia anche la gigantesca operazione che ha rinchiuso in galera centinaia di moderni schiavisti. Le loro schiave, però, non stavano recluse in chissà quale lager. Erano tutte le notti sui nostri marciapiedi. Amare la vita significa dunque liberarle, ma anche dare ascolto, ad esempio, a un prete con la tonaca lisa che per i suoi modi naif viene guardato anch’egli con un sorriso di commiserazione dai paladini della modernità: don Oreste Benzi da anni combatte quell’ignobile rete di schiavitù. Amare la vita significa dire, con lui, che vigliacchi sono gli schiavisti ma vigliacchi sono pure i tantissimi italiani che quel vile commercio hanno contribuito ad alimentare; che con quelle schiave si divertivano senza domandarsi chi fossero, da dove venissero, che ne sarebbe stato di loro; non ragazze, ma carne umana; non persone, ma oggetti da consumare.
No. Il nostro tempo, la nostra cultura, la nostra nazione non amano la vita, non abbastanza. Se davvero la amassero, investirebbero energie nel salvare i rapporti di coppia in crisi almeno quante ne investono per romperli più velocemente e asetticamente possibile. E questi non sono discorsi soltanto “da cattolici”. La domanda se la stanno ponendo in tanti. Uno a caso: Gabriele Muccino, il regista della Ricerca della felicità: “Nei nuclei famigliari c’è oggi una buona dose di vigliaccheria. Per molti – ha detto a Erica Bianchi dell’Espresso – è più facile mandare all’aria un rapporto con la scusa che la famiglia non ha ragione d’essere, piuttosto che mettersi in gioco e rimboccarsi le maniche”. Chi ama la vita, appunto, ha il coraggio di rimboccarsi le maniche.
(Da “Toscana oggi”, 4 febbraio 2007).

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La Chiesa e la cultura.

L’uomo moderno, che vive dopo l’assolutismo illuminato, Napoleone, e le dittature del Novecento, è abituato a ragionare sempre in termini di Stato: tutto per lo Stato, nello Stato e con la benedizione dello Stato… Ma per secoli non è stato così: le società nascevano dal basso, spesso dalla libera iniziativa delle persone, dei gruppi, delle associazioni, insomma dei cosiddetti corpi intermedi. Questo significava, evidentemente, una maggior vita comunitaria, un più ampio coinvolgimento della gente di fronte alla realtà, ai bisogni, alle circostanze… Così, per secoli, la Chiesa, come gerarchia e come popolo di Dio, ha affrontato le singole urgenze, le specifiche situazioni, nel modo che sembrava più opportuno, e più cristiano.
I monaci, nei primi secoli dopo la caduta di Roma, cercano di contrastare il dissolversi di un mondo che a qualcuno sembra debba finire per sempre. Nei loro orti selezionano le erbe curative e gli elisir; negli scriptoria salvano un patrimonio culturale di secoli; negli xenodochi danno vita ai primi tentativi di creare istituzioni ospedaliere e caritative. Poi ci saranno gli anni difficili dell’alto medioevo, con le incursioni musulmane, da sud, e le invasioni di popoli barbari, da nord, sino alla rinascita dell’anno Mille. Una rinascita che vede in primo piano l’opera della Chiesa, soprattutto nel campo della cultura. Basti pensare al fatto che l’atto di nascita della nostra letteratura è il “Cantico di frate sole” di San Francesco: mentre la lingua ufficiale, della cultura, dei dotti, della liturgia, rimane, giustamente, il latino, la vitalità del popolo cristiano produce i “laudari”, iniziando così a plasmare una nuova lingua, per renderla più ricca, più degna, più nobile. L’università, l’arte, le cattedrali fioriscono dovunque, con la benedizione ed il patrocinio della Chiesa, accanto ai primi studi naturalistici della scuola di Chartres o dei francescano di Oxford. L’amore per la natura di San Francesco, infatti, sollecita lo studio delle realtà naturali, ritenute impronte e segni della grandezza di Dio: apre alla pittura “francescana” di Giotto, con i primi paesaggi naturali e una prima prospettiva empirica, ed alle scienze naturali. Nel XIII secolo si segnala la figura di un grandissimo religioso, che diverrà amico dei francescani e vescovo di Oxford: Roberto Grossatesta. Studioso di lenti, di specchi, dell’arcobaleno e della luce, considerato da molti uno degli inventori degli occhiali (“fu il primo a suggerire l’uso delle lenti per ingrandire gli oggetti piccoli e avvicinare quelli lontani”), Grossatesta dà vita ad una filosofia della luce in base alla quale l’universo sarebbe nato da una esplosione di luce-energia posta in essere, all’origine del tempo e dello spazio, dal divino Creatore. Questa teoria, che gli appare plausibile naturalisticamente e corretta filosoficamente, in quanto sottolinea la atemporalità e aspazialità di Dio, è estremamente simile a quella odierna del Big bang, e viene intuita dal Grossatesta studiando la natura e leggendo la Genesi; in particolare riflettendo sulle prime parole della Bibbia: “all’inizio del tempo” e “sia fatta la luce” (fiat lux). Non è un caso che una simile ipotesi cosmogonica venga poi ripresa da Galileo Galilei, in una lettera a mons. Pietro Dini, nel 1615, con un esplicito riferimento, anche qui, al “fiat lux” della Genesi, e poi, in età moderna, con la teoria dell'”atomo primordiale”, ribattezzata poi “big bang”, dell’abate gesuita Lemaitre. Ancor oggi astrofisici famosissimi, come ad esempio John Barrow, professore di astronomia al Gresham College di Londra, la più antica cattedra scientifica del mondo, e docente di scienze matematiche a Cambrige, riconoscono nel Big bang una teoria capace di conciliare molto bene scienza e fede, conoscenze fisiche e concetto di creazione (“Newton”, ottobre 2006). A Grossatesta, considerato da alcuni studiosi inglesi come il Crombie, uno dei padri, alla lontana, del pensiero scientifico moderno, seguono grandi naturalisti, tutti religiosi, come Ruggero Bacone, Buridano, Giovanni Peckam, che fanno rivivere, come scrive il Panofsky, l’ottica e la prospettiva antiche. Poi, sempre in età medievale, si segnala la figura di Nicola di Oresme, vescovo di Lisieux, che da una parte combatte la magia, e dall’altra, nel suo “De Coelo”, afferma che “non si potrebbe provare con nessuna esperienza che il cielo si muove di movimento diurno e la terra no”, e che vi sono “diverse belle ragioni per mostrare che la terra si muove di movimento diurno ed il cielo no”. Mentre vari religiosi pongono le basi per quella che sarà la rivoluzione scientifica, l’Italia, patria per eccellenza della Chiesa e del cattolicesimo, vede un’importante fiorire di studi di medicina e di anatomia, spesso legati alle università di Bologna, Ferrara (entrambe città dello Stato pontificio) e di Padova. In queste città muovono i loro passi Guglielmo da Saliceto e Mondino de’ Liuzzi, veri padri dell’anatomia moderna, insieme al celebre Andrea Vesalius, un fiammingo venuto a studiare in Italia anche perché qui, a differenza di altrove, era possibile, grazie all’autorizzazione della Chiesa, sezionare i cadaveri per gli studi anatomici. Tra i pionieri negli studi medici si segnalano vari medici, professori nelle università pontificie di Roma o archiatri pontifici come Bartolomeo Eustachio, Realdo Colombo, Marcello Malpighi e Giorgio Baglivi.
Mentre nel campo scientifico compare sulla scena Niccolò Copernico, ultimogenito di quattro fratelli, due dei quali ecclesiastici come lui, e protetto dello zio vescovo Lucas Watzelrode e degli amici Tiedemann Giese, vescovo di Culm, e Niccolò Sch?nberg, arcivescovo di Capua, la Chiesa inizia a rifiorire, dopo la Riforma protestante, con una esplosione di carità, che vuole contrapporsi alla dottrina luterana della “sola fides”. Per questo nel mondo cattolico nascono a ritmo continuo, in tutto il Cinquecento, ospedali, scuole, case per le prostitute, orfanatrofi e quant’altro… Si pensi agli ospedali camilliani, di san Camillo De Lellis, ai Fatebenefratelli, di Giovanni di Dio, e ai numerosi ordini dediti alla scuola e all’infanzia (barnabiti, scolopi ecc.). Straordinario sarà il sistema scolastico dei Gesuiti, da cui usciranno personalità come Cartesio, Corneille, Moliére, Voltaire, Joyce, ma anche grandi esploratori e benefattori come padre Eusebio Chini, Tommaso Ricci (fondatore della moderna sinologia) e Martino Martini. Benché dimenticati dal mondo, e spesso dai gesuiti stessi, si tratta di personaggi che hanno veramente fatto la storia. Il primo è un illustre scienziato che rifiuta la cattedra di scienze ed arti offertagli dai duchi di Baviera, e che viene considerato uno dei padri fondatori dell’Arizona, per avervi portato, oltre alla difesa degli indigeni dalle prepotenze europee, la fede, l’arte del coltivare, dell’allevare il bestiame, la distillazione dei liquori, la medicina, la cartografia e alcuni strumenti scientifici…Agli altri due, invece, si devono i primi veri rapporti tra Europa e Cina: dialogano con quel grande popolo, portando conoscenze scientifiche sconosciute (dall’orologio automatico all’atlante, dalla matematica alla geometria occidentali) e guadagnandosi il favore e la venerazione delle autorità locali. A Martino Martini si deve ad esempio il Novus Atlas Sinensis, cioè il primo grande atlante della Cina che gli europei poterono consultare. E mentre i Gesuiti coprono l’Europa con i loro collegi, un sacerdote spagnolo, san Giuseppe Calasanzio, fonda nel 1600 le “scuole pie”, dando così vita a quella che è considerata la “prima scuola popolare dei tempi moderni” (Geymonat), in cui i figli dei ricchi e dei poveri siedono allo stesso banco, e imparano discipline scientifiche e tecnico-professionali. Sulla scia del Calasanzio, nel Seicento inoltrato, si pone san Giovan Battista de la Salle, creatore delle “scuole cristiane”, anch’egli considerato dai pedagogisti moderni uno dei “fondatori della scuola popolare”. L’amore per i poveri e per il popolo in genere porta i “fratelli” di Giovan Battista a dedicare tutta la vita, gratuitamente, all’insegnamento dei fanciulli indigenti ed abbandonati, sino al martirio, durante la rivoluzione francese, dopo che nel 1792 la Costituente, dopo averne tessute le lodi, provvede a sopprimere l’ordine del de la Salle, perché dichiara “sciolte tutte le associazioni religiose, anche quelle che dedicandosi all’insegnamento del popolo, hanno meritato la riconoscenza della patria”! Dopo il Calasanzio e il de la Salle, tanti altri educatori ed educatrici, tra Settecento e Ottocento, quando lo Stato non si occupa ancora della scuola (quando lo farà, provvederà, come prima cosa, a sopprimere ed incamerare le scuole cristiane), cercheranno di formare ed istruire i giovani, specie quelli poveri ed abbandonati delle grandi città. Bisogna ricordare almeno i nomi di santa Teresa Verzeri, straordinaria educatrice di fanciulle, e di don Ludovico Pavoni, un nobile bresciano promotore, all’inizio dell’Ottocento, delle scuole degli “Artigianelli”, “ove almeno gli orfani ed abbandonati potessero aver ricovero e crescere educati con sicurezza nella Religione e nella arti onorate”. A lui si deve la Tipografia “Tirocinium Typographicum”, che può essere considerata la prima scuola grafica d’Italia. All’incirca negli stessi anni, un altro sacerdote, in quel di Torino, si trova ad affrontare le emergenze della nuova società industrializzata: urbanizzazione, sfruttamento minorile, povertà… Risponde dando vita all’ordine del Salesiani, a laboratori e scuole professionali di ogni genere (sartorie, legatorie, falegnamerie….). Oltre a tutto ciò, nell’era del liberismo materialista, lotta per esigere dai padroni regolari contratti di lavoro per i suoi ragazzi, e garanzie sul riposo festivo, le ferie annuali, le malattie, ed il tempo necessario per imparare a leggere e scrivere…

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Qualche domanda a proposito del viaggio del Papa in Turchia

Venerdì scorso, nel Santuario della Madonna del Pozzo di Capurso, alle porte di Bari, il gruppo famiglie “Nazareth”, ha organizzato una veglia di preghiera per il difficile viaggio di Benedetto XVI in Turchia. E penso sia un esempio che tutti dovremmo seguire, viste le notizie che vengono da là.

La polizia oggi ha arrestato una quarantina delle 100 persone che avevano occupato Santa Sofia (nella foto), la bella basilica trasformata in museo, a Istanbul. Avevano uno striscione con la scritta ""non lasciate che l’ignorante e astuto Papa venga in Turchia" e urlavano "Allah akbar". Sono quelli dei "Lupi grigi", associazione a cui apparteneva Alì Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II.

Dal sito di Repubblica leggiamo che: "L’assalto a Santa Sofia è un’anticipazione di quanto potrebbe accadere domenica prossima quando sono attese in piazza a Istanbul circa un milione di persone chiamate dal Saadet, la formazione integralista islamica turca del Partito della felicità (nota anche con la sigla Sp), a manifestare contro l’arrivo di Ratzinger. ”Il nostro rispetto per tutte le religioni e per tutti i loro rappresentanti è infinito, ma noi non possiamo restare senza risposta di fronte a coloro le cui dichiarazioni vanno contro le nostre convinzioni”, ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa Osman Yumakogullari, presidente del Sp per Istanbul. ”A settembre – ha ricordato Yumakogullari – Papa Benedetto XVI non si è fatto scrupolo di insultare il profeta Maometto. Secondo lui, il profeta ha portato delle cose inumane e sataniche”.

La campagna del Saadet ha ricevuto l’appoggio di circa 60 associazioni e sindacati vicini agli ambienti islamici e circa 2000 autobus trasporteranno ad Istanbul i partecipanti alla manifestazione di domenica. Nel frattempo, e’ stato confermato che ne’ il premier Erdogan, ne’ il suo vice Abdullah Gul, ne’ il ministro di stato per gli affari religiosi Mehmet Aydin potranno incontrare il papa ”per precedenti impegni all’estero”.(ma questi non ce l’avevano l’agendina quando è stato invitato il Papa?) Il governo turco non prende le distanze da tutto questo, anzi. I massimi dirigenti scappano via, e non si pronunciano sulle manifestazioni di protesta.

Il Papa è deciso a visitare comunque la Turchia. Io avrei un paio di domande.

1. Perchè Crozza e la Littizzetto non ci offrono una bella satira sui turchi? Sui capi di governo, e poi sugli islamici turchi? Forza, su, qual è il problema?

2. Perchè nessun politico italiano (e figuriamoci europeo) ha detto che così facendo il governo turco firma la propria esclusione dall’Europa? Il quale governo non deve certo impedire manifestazioni di protesta. Deve solo dire chiaramente da che parte sta.

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Il grido del ragazzo 28. 10 .2006

“Ci avete reso teppisti di mezza tacca perché non siete forti abbastanza. Non ci avete indicato nessuna strada che abbia un senso, perché questa strada voi stessi non l’avete e non siete riusciti a cercarla.” Queste sono le parole di un giovane maturando tedesco; esse rivelano il vuoto morale, l’assenza di radici, la condizione di abbandono cui sono spesso relegati i giovani da generazioni di adulti, “che per non condizionarli”, hanno smesso di educarli. Ma dalla voce del ragazzo si leva un grido: aiutateci! Cosa rispondiamo a questo ragazzo? Oltre la buona volontà dei singoli, cosa rispondono le istituzioni? Si avverte un gran silenzio, l’unica voce che si leva forte e chiara è quella del Papa. Gli intellettuali “laici” sembrano assillati da un solo problema: che i pronunciamenti della Chiesa non turbino la purezza della laicità; essi sembrano non vedere la crisi che attraversa le generazioni: la perdita della speranza, della capacità di progetto, del valere della rinuncia. Essi non vedono o non vogliono vedere, che l’unico valore rimasto è l’individualismo. Essi parlano di società multiculturale e perciò relativista, confondendo il relativismo con la Babele. Si parla di morale soggettivista, si parla di rispetto della persona, ma non ci si rende conto che la prima vittima del soggettivismo morale è la persona stessa che si trova a vivere in un deserto privo di riferimenti e vittima di ogni seduzione. Se qualcuno parla di riscoperta delle radici ebraico-cristiane rischia di infastidire persino certi ambienti cattolici “progressisti”, tanto preoccupati di occultarle, le radici, e di scomparire nel mondo, con ciò credendo di andargli incontro, al mondo, di essergli più graditi. Ma il ragazzo “del grido”, ha bisogno di vedere, di sentire, di incontrare, di parole forti, di preti forti, di maestri forti, proprio come Benedetto XVI. Il ragazzo non sa che farsene di amiconi stralunati e scettici, tristi e dubitanti di tutto. Non gli importa nulla della “democrazia nella chiesa”, egli, oltre la fecondità dei dubbi, vuole delle scelte, vuole delle proposte e rivendica una direzione.
I “sacerdoti della laicità”, i sacerdoti dello stato neutrale, delle leggi neutrali, declamano i principi racchiusi nella carta costituzionale; li dicono sufficienti per delineare “la pubblica morale”. I “sacerdoti della laicità,” enunciano belle parole: rispetto, diversità, giustizia, uguaglianza, diritti. Ma esse, le parole, restano flatus voci, perché non si incarnano in un sentire comune, perché sono troppo generiche. Un tempo, quando furono fissate nella carta costituzionale non era così; ma un tempo, laici e cattolici sentivano nello stesso modo, si intendevano sull’essenziale. Perché erano cristiani nello spirito, tutti, per dirla alla Benedetto Croce.
Ma oggi, il sentire non è comune, è dilagata la cultura radicale, è dilagato l’individualismo; e le macerie le vediamo. Su tematiche un tempo condivise oggi si dibatte, vacillano i dati elementari che qualificavano la persona, la famiglia, il senso del procreare, la vita, la morte. Gli accordi si raggiungono soltanto attorno ai grandi proclami su pace e giustizia, proclami irrilevanti per la quotidianità dei più. Spesso l’amore per il lontano maschera l’odio per il vicino.
La laicità si è ridotta ad una mera regolamentazione degli interessi contrapposti e la verità è ritenuta irraggiungibile dalla ragione, declassata al rango di convenzione mutevole con il tempo e con le mode. Questa idea di laicità, nata con la rivoluzione francese, ha un vizio d’origine, essa nasce contro il passato, contro la tradizione, contro le religioni, contro la Chiesa.
Da allora, il dogma della stato laico si è librato su tutto, animato intimamente dall’idea di rifare il mondo ex novo. Uno dei frutti di questa idea è oggi l’individualismo.
Per esso, i diritti dei singoli, stanno dilagando ed erodendo ogni terreno comune, perciò l’uomo è sempre più solo.
Da molte parti perciò, si affaccia sulla scena pubblica la rivendicazione di una riscoperta dell’Ethos comune e questo bisogno è sollecitato con forza, tra gli altri, dalla Chiesa Cattolica.
Ma la vecchia idea di laicità non muore, e questo è il motivo per il quale da certi ambienti ogni pronunciamento ecclesiastico è visto con sospetto se non inviso. Per lo stesso principio di laicità, ogni espressione della civiltà cristiana che osi uscire dal privato deve essere represso, additato come confessionale, intollerante, contro la libertà di coscienza. Ma cosa resta dei valori senza l’apporto cristiano? “La politica senza teologia è assurda. Tutto ciò che ha a che fare con la morale e con l’umanità fa riferimento al messaggio biblico.” Queste sono parole di Horkheimer, neo marxista co- fondatore della scuola di Francoforte. Lo stato laico neutrale, come ben visibile è destinato alla rovina, alla decomposizione del proprio tessuto sociale, perché i valori condivisi saranno sempre meno. Conflitti fra leggi, gruppi di pressione, principi costituzionali, gruppi religiosi spontanei, seduzioni mediatiche e commerciali, genereranno una situazione di lotta perenne e la resa di ogni principio morale al criterio dell’utile.
Oltre le costituzioni credo vada ricostruito un comune patrimonio morale. Per fare questo, non solo è necessario tornare all’educazione correttamente intesa, ma pure riscoprire le virtù che sono il mezzo attraverso cui i principi vengono tradotti in azioni. Le virtù dovrebbero tornare al centro del dibattito pubblico. E’ necessario un nuovo patto fra credenti e non credenti accomunati da un concetto di laicità diverso, nuovo, capace di valorizzare gli apporti del cattolicesimo, delle grandi tradizioni religiose e della parte migliore dell’umanesimo laico. Di questo, penso, il Papa si sia fatto interprete, con coraggio e determinazione riportando l’essere cristiani fuori dal tempio, riproponendo, nell’agorà del pensiero, la bimillenaria sapienza cristiana, perché tutti possano trarne beneficio. Questo significa rispondere al grido del ragazzo. Il futuro è l’origine direbbe Gadamer, non dimentichiamolo.

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Identità cristiana

A proposito dell’identità cristiana, recentemente si è sentito dire come proprio di quest’ultima sia l’amore per l’altro, tutto qui, il resto, Chiesa in testa sembrerebbe più un orpello, qualcosa di cui si possa fare a meno. Vediamo di comprendere meglio il problema partendo da una corretta comprensione dell’identità del singolo. In una prima fase della vita, il neonato non può dare nulla, egli si trova in una condizione di totale ricettività. Crescendo il bambino, imparerà, anche attraverso rinunce e sofferenze a riconoscere il valore dell’altro, non più identificato come fonte inesauribile di soddisfazione. La formazione dell’identità di ciascuno suppone dunque l’esistenza di un tu, sarà questo altro il mediatore del mio rapporto con il mondo, egli imprimerà nella plastica forma del mio essere tutta una serie di atteggiamenti, stili, abiti vitali, che associati al patrimonio genetico ereditato dai genitori daranno forma a quel primo nucleo di personalità che lungo tutto il corso della vita continuerà a crescere e approfondirsi. E’ bene inoltre tenere presente come il costituirsi progressivo della persona proceda secondo due movimenti intrecciati, uno verso l’esterno e uno verso l’interno. Mi spiego, tutte le esperienze che faccio mi arricchiscono ma contemporaneamente mi portano ad una maggior comprensione di me stesso, attraverso un processo che dura tutta la vita. Interiorità ed esteriorità insomma si suppongo per poter esistere, sono le facce di un’unica medaglia. Dopo i rapporti significativi con i genitori che fondano la personalità di ciascuno, nella vita di ogni persona intervengono altri soggetti, fondamentali nel costituire l’identità di ciascuno. Chi sono questi soggetti, vogliamo sia il caso a decidere, o piuttosto auspichiamo che le persone che più ci amano, indirizzino per il nostro bene quella scelta fondamentale che costituirà in ogni circostanza lo stile proprio di ciascuno? Il Cristiano, ovvero, chiunque nasce in un ambiente pervaso dai valori tipici del cristianesimo è proprio come il fanciullo di cui parlavo, egli deve darsi un’identità, più che mai oggi in un mondo dove il caos valoriale impera. L’identità del cristiano non può essere sbrigativamente definita come: amore per il prossimo, essa piuttosto è l’esito di un percorso collettivo durato duemila anni. Con esso si confronta il giovane, attraverso l’approfondimento di questo patrimonio egli comincia a identificarsi come cristiano, lungo un percorso che investe ogni ambito del vivere. Un cristiano va formandosi attraverso la fede in primo luogo della Chiesa, quindi dei genitori che introducono il ragazzo alla vita nuova inaugurata dal battesimo e via via trasformata, perfezionata attraverso i sacramenti, la preghiera, l’eucarestia, l’esempio, la pratica della carità. Solo a questo punto posso pronunciare l’espressione, ama il prossimo tuo come te stesso, solo adesso posso verificare il grado del mio essere cristiano, la profondità del mio cammino dentro il mistero di Cristo e della sua Chiesa. La Carità, questa è l’identità cristiana, ma essa è prima di tutto un dono, non un proclama che pacifichi la coscienza. Per questo non possiamo dirci cristiani se non dentro una comunità credente. E’ soltanto conoscendosi, nel bene e nel male, nella consapevolezza dei propri limiti, nel bisogno di un perdono sempre rinnovato, che possiamo donarci, che possiamo incontrare l’altro. Certi sacerdoti che impazzano sui nostri giornali, tendono a confondere le carte, ponendo all’inizio ciò che sta alla fine; io non posso amare nessuno se innanzitutto non so cosa sia l’amore, l’amore gratuito, l’amore per il nemico. Io posso corrispondere al dettame di Cristo solo se prima amo lui più di me stesso, e per far questo non posso prescindere dalla Chiesa, luogo in cui in maniere privilegiata Dio mi viene incontro donandomi la forza d’amare.

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Il papa in Germania: il peggior nemico dell’Occidente è l’Occidente stesso

Se ho compreso bene la lezione di papa Benedetto XVI in Germania, mi sembra che abbia voluto dire questo: Dio, oltre che Amore, Caritas, è anche Logos, Ragione.

Da un punto di vista religioso il discorso è chiaro: amare, senza ragione, vuol dire non amare, o meglio, amare ciò che non va amato. Anche l’amore, infatti deve essere razionale, logico, indirizzato al Bene.

Sembrerebbe semplice ma non lo è così tanto: non mancano preti o opinionisti che spiegano che in fondo la prostituzione è un altro modo di amare, o che uccidere un figlio, con l’aborto, perché non si può mantenere “decentemente”, è un modo, un altro ancora, per dimostrare il proprio amore.

Politicamente il discorso del papa mi sembra sintetizzabile in questi termini: il nemico dell’Occidente è l’Occidente stesso, nel momento in cui rinnega la sua storia, piena di umane miserie, ma anche di greco-romana e biblica grandezza.

L’Europa cristiana è patria dell’arte, dell’astronomia, della medicina, di tutte le scienze: è il luogo in cui si realizza la vocazione naturale della nostra ragione a indagare la realtà. Ma tutta la realtà, secondo la sua ampiezza, la sua altezza, larghezza, e profondità.

L’Occidente è nemico di se stesso quando imbriglia la ragione, imponendogli dei confini (il regno delle cose materiali), e spacciandoli per orizzonti.

E’ incredibile come sia stato notato poco spesso questo paradosso: l’Illuminismo non nasce come esaltazione della ragione, ma come limitazione della stessa al fenomenico, al tangibile, ai singoli e piccolissimi perché, in una parola, a ciò che all’uomo interessa meno.

L’Illuminismo prostra la ragione, come fa Kant, quando la fa a spezzatino, sminuzzandola come fosse un pezzo di carne; quando fa uscire Dio da una finestra della ragione (la ragion pura), e ne crea un’altra (la ragion pratica), per farLo entrare di nuovo, ma non compiutamente; quando, infine, spiega che tutto l’ordine esistente, quello che ogni ragione desidera, e miracolosamente trova, è soltanto un ordine fittizio, soggettivo, che non appartiene al noumeno, cioè alla realtà vera (terribile, incredibilmente irrazionale, questa distinzione razionalistica tra realtà “vera” e realtà “falsa”).

L’Occidente, ancora, è nemico di se stesso, come Cronos con i suoi figli, quando nega il diritto naturale, cioè la legge fondata sulla ragionevolezza, e non sull’arbitrio dei numeri, delle cangianti assemblee parlamentari; quando sostiene che la libertà può coincidere con l’auto-distruzione, con il suicidio, l’eutanasia, la clonazione, la manipolazione genetica, l’adozione di bambini a copie omosessuali, la possibilità di drogarsi (mentre la libertà è legata alla ragione, in quanto è la Verità a farci liberi, e non viceversa).

Che poi un mondo che è nemico di se stesso crolli, non è una novità: lo temevano a suo tempo i “laudatores temporis acti”, i catoniani sostenitori del “mos maiorum”. Rispettare il costume dei padri, la Tradizione, significa rimanere lungo una strada che prosegue, ma che è partita da un punto e ha raggiunto parecchi obiettivi.

Invece noi rigettiamo il Dio dei Padri, e il costume dei padri, come Lucifero col suo non serviam, come Adamo ed Eva con la loro idea di poter fare loro la realtà, di essere padroni del bene e del male. Fare bambini in vitro, cos’è, prima che una azione immorale?

La negazione violenta, irrazionale, della nostra figliolanza, umana e divina, e la negazione di un ordine razionale, che si protrae nella storia. L’Occidente, inoltre, fa ridere, sorridere, amaramente, quando si difende dallo straniero mostrandogli videocassette, come in Olanda, dove vi sono donne o uomini che si baciano tra loro.

Ride, con sarcasmo, dentro di sé, l’asiatico o l’africano, che potrà anche adorare un dio che non esiste, ma non è ancora arrivato al punto di negare totalmente la realtà dei rapporti naturali, il diritto naturale di cui sopra.

Solo fastidio possiamo suscitare, e senso di disgusto, quando proponiamo ad altri qualcosa che è ancora peggio di ciò che essi stessi già hanno.

Li confortiamo nel loro disprezzo, non guadagniamo la loro stima, perché ci mostriamo deprecabili, non come singoli uomini, che poco importa, ma come civiltà.

In queste condizioni l’Occidente, già scientifico e poi scientista, si riempie di maghi, indovini, new agers, credenze orientaleggianti; intanto uomini terrorizzati dal vuoto abbracciano altre religioni, che sembrano piene di spiritualità, come il buddismo, o che offrono certezze rassicuranti, e un po’ di rigore, come l’Islam.

Anche qui, a causa di un malinteso immenso: da due secoli ci insegnano che la ragione è una certa, misera cosa, che vola solo basso, ma che va bene così, e che la fede è una bruttissima faccenda, il contrario della ragione.

Perché allora non provare il contrario, anche l’irrazionalismo più esasperato, scambiato per spiritualità, si chiede qualcuno, se i frutti del razionalismo sono questi?

E mentre le credenze più strane fanno i loro proseliti, molti sacerdoti, vescovi, e talora cardinali, si danno da fare non per insegnare Cristo, il Logos, ma per fare cerimonie sincretiste, multireligiose, come se si potesse dialogare adorando insieme dei diversi, e non attraverso il riconoscimento di un comune denominatore, la ragione, che può aprire alla adorazione di un Dio razionale e misteriosamente grande.

Dobbiamo batterci il petto, come prima arma di difesa.

Del resto il primo nemico dell’uomo, ciò che lo porta alla morte spirituale definitiva, per un male interno, o esterno, è il peccato, cioè l’azione che noi compiamo contro noi stessi e contro il nostro bene.

Quando invece un cristiano identifica il suo primo nemico nell’altro, che sia un uomo, un popolo o un sistema religioso o politico, è già finito, a piè pari, nell’ideologia: il mondo lo cambiamo a partire da noi stessi. E’ questo l’insegnamento di Cristo.

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Dio e il logos.

Leggo spesso con simpatia gli articoli di Angiolo Bandinelli. In particolare, quello di mercoledì 18 gennaio mi spinge ad alcune riflessioni, riguardo a ciò che gli appare oscuro: l’interesse cattolico per la Genesi, e l’origine fisica del cosmo. Si tratta di un interesse antico, che è all’origine della scuola di Chartres e di quella di Oxford, e che corrisponde all’importanza che il cattolicesimo attribuisce alla ragione. Infatti la tradizione della Chiesa ha sempre sottolineato l’importanza dei praeambula fidei, cioè di quegli aspetti razionali che contribuiscono a dare alla Fede una base concreta, razionale appunto.

Saranno solo il pensiero della Riforma, o la reazione squilibrata al cosiddetto razionalismo moderno, a generare l’erronea posizione fideista. Bandinelli si chiede cosa interessino Darwin e la disputa sull’ “intelligenza” nel creato, a chi crede in Cristo Salvatore, e cerca una salvezza personale. E aggiunge che il mondo, che a noi appare ordinato e armonioso, potrebbe essere invece creato a misura delle mosche, del loro modo di vedere la realtà. Infine, citando Pasolini, collega il senso religioso del Mistero con qualcosa di “irrazionale”, per poi fare appello al “credo quia absurdum” attribuito, erroneamente, a Tertulliano.

Di fronte a queste considerazioni la tradizione cattolica oppone un’obiezione: il Mistero non coincide con l’irrazionale, ma oltrepassa, nella sua infinitezza, la nostra ragione, limitata e decaduta. Il Mistero non è l’Inintelliggibile, l’assurdo, ma l’Inesprimibile, l’Incomprensibile, ciò che non può essere completamente compreso, esaurito: funge da stimolo alla nostra ragione per andare sempre oltre, e ci strappa, con l’ammirazione, l’esigenza di Adorare. La razionalità infatti è presente in ogni aspetto della realtà, come riflesso del Verbo, del Logos che tutto pervade. E’ vero che l’universo appare fatto per l’uomo, a noi, e per la mosca, a lei, ma proprio perché Dio possiede, per così dire, una razionalità non settoriale, ma assoluta: il mondo è per l’uomo, ma anche per il fiore, la mosca, il lombrico…Che sia anche per loro non toglie, ma aggiunge, alla razionalità generale, e dell’autore. Ogni opera dell’uomo, invece, in quanto frutto di una ragione finita, risponde, e solo parzialmente, alle sue sole esigenze. Così un quadro, un disegno intelligente di un pittore, può essere letto, a diversi gradi, dall’esperto e dal profano, ed è tanto più razionale, cioè universale, se parla a tutti, da ogni prospettiva, benché non possa mai essere compreso da nessuno allo stesso modo in cui lo comprende chi ne è autore.

L’universo, dunque, è opera di una razionalità più che umana: “assurda”, quindi, soltanto per la nostra incapacità di abbracciare ciò che non ha confini.

La ragione umana indaga la realtà e scopre una legge qua ed là; legge la realtà ad un livello macroscopico e ad uno subatomico, separatamente; vede la materia come forma e come energia…tutto da un’ottica limitata, incompleta. Ha cioè la nostra visione ristretta, parziale, che tende talora, quasi per ripicca, ad assolutizzare un punto, perché non coglie il tutto. Non abbraccia l’armonia globale, l’unità logica che esiste in ogni cosa, e tra le cose nel loro insieme, come spiegava Einstein, parlando dell’unica legge fisica che le riassume tutte, e che l’uomo cercherà sempre, senza mai raggiungerla. In questo senso anche gli errori del pensiero nascono dalla ragione, quella parziale e limitata: razionale vorrebbe essere, senza successo, l’illuminismo, nel suo dare assolutezza alla ragione umana, relativa; razionale il marxismo, nel suo cogliere l’importanza della materia; razionale persino l’astrologia, sostenendo un rapporto tra uomini ed astri… Eppure sono tutti errori, per difetto di ragione, perché il primo non tiene conto della metafisica, il secondo della natura anche spirituale dell’uomo, la terza della libertà… La Fede, invece, coglie tutti i singoli aspetti razionalmente e umanamente apprezzabili, ma li unifica alla luce del Logos. Per questo permette l’equilibrio più razionale che esista, tra ciò che è solo apparentemente assurdo, contrastante: ragione e sentimento, anima e corpo, tempo ed eternità, amore e dolore…Infine, poiché la ragione caratterizza l’uomo, un Dio che violasse la ragione, nel suo modo di creare, per noi, il mondo, non corrisponderebbe al nostro bisogno di conoscenza; e un Dio che avesse creato senza la razionalità, e la ponesse nell’uomo, sarebbe un pazzo, un sadico che si diverte nel vedere le sue creature che cercano, assurdamente, in ogni cosa, quel senso, quella razionalità, che non esiste.

(Il Foglio).

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Lourdes, dove si guarisce nel cuore

Sono tornata ieri da un pellegrinaggio in una delle mete europee più importanti del cristianesimo, Lourdes. Qui più di 150 anni fa alla piccola Bernadetta apparve la Madonna, e da allora il luogo divenne famoso in tutto il mondo per i suoi miracoli.

Oggi sono 97 quelli riconosciuti ufficialmente, ma in realtà il numero sembra aggirarsi sul migliaio. In cerca della grazia della Madonna, a Lourdes arrivano sopratutto i malati accompagnati da coraggiosi e instancabili volontari che offrono i loro tempo e le loro fatiche per permettere a chi fisicamente non c’è la farebbe, di visitare la piccola grotta.

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