Don Benzi, apostolo delle prostitute.

«Don Elio, io muoio». Don Oreste Benzi, il prete dalla tonaca lisa che ha insegnato la condivisione vivendola, se ne è andato a 82 anni con serenità, pronunciando queste parole, che oggi suonano come una sintesi estrema del «pane quotidiano», la riflessione che aveva vergato lui stesso per la commemorazione dei defunti di ieri e dove, per la prima volta, il prete degli emarginati rifletteva sulla propria morte.

È arrivata ieri mattina, alle 2 e 22 – dopo l’ennesimo attacco di cuore che ha reso vano anche l’intervento del 118 – al primo piano della casa parrocchiale della Resurrezione, a Grotta Rossa, dove Rimini è già campagna e guarda il Montefeltro. Qui è stata allestita la camera ardente, in attesa dei funerali, che si svolgeranno lunedì mattina nel duomo di Rimini. Qui don Benzi ha vissuto per quarant’anni con don Elio Piccari, il sacerdote con cui aveva fondato nel 1968 la comunità di sacerdoti che ha dato vita all’Associazione Giovanni XXIII. «Aveva avuto un attacco cardiaco a Parigi, in occasione di una delle sue estenuanti missioni – racconta Giampiero Cofano, responsabile estero dell’Associazione e del settore antitratta internazionale – ma si ostinava a negare tutto». Invece, di malori don Benzi ne aveva avuti parecchi negli ultimi tre mesi.

Martedì era svenuto all’aeroporto di Fiumicino, dopo un incontro con rappresentanti dei ministeri della Solidarietà sociale e della Salute. È stato assistito ma ha voluto continuare il viaggio, perché in serata doveva parlare ai giovani in discoteca. Era atteso all’«Europa», un locale dell’entroterra, dove si svolgeva una festa alternativa ad Halloween, insieme al vescovo di San Marino, monsignor Luigi Negri. È arrivato puntuale e, come ha detto a un suo collaboratore, «ha dato il meglio di sé ai suoi giovani». «Sosteneva che i preti dovessero strapazzarsi per le anime» dice Enrico Masini, responsabile del servizio maternità difficili, testimone di parecchi «strapazzi». Ci mostra l’agenda di don Oreste: ben oltre il limite dell’umana sopportazione. «Quante volte ha dormito in auto, per arrivare dappertutto» ricorda una sua collaboratrice, in lacrime. Il prete delle prostitute e dei disabili non amava le ingiustizie ma neppure i rimorsi, preferiva vedere il lato ottimistico delle cose ed era, anche in questo, un vero romagnolo, pratico e gioviale. «Il suo sorriso aperto fu la prima cosa che notai – rievoca don Elio – quando lo incontrai in seminario. Veniva da una famiglia umile. Descriveva suo padre con grande amore, come uno che non voleva farsi notare. Credo che apprese in quella sua bella famiglia l’attenzione per i più poveri e il desiderio di donarsi a loro». Fino all’estremo, ma sempre con quel suo sorriso che era il riflesso di una fede stentorea. Don Benzi non parlava spesso in prima persona, perché preferiva far parlare il Signore attraverso la sua opera, sporcandosi le mani con i reietti, comprese le ragazze di strada per difendere le quali era finito nel mirino della «mala».

Come non voleva la scorta, così non amava i medici ma, moltissimo, la medicina. «Era affascinato dalle tecnologie e scherzava sulla coronarografia che avrebbe fatto l’indomani – spiega Cofano – che evidentemente aveva accettato solo perché i dolori erano diventati insostenibili». Diceva di sè: «Sono una dinamo, se mi spengo mi fermo». Aveva imparato a curare il proprio cuore con la pillola salvavita, ma lui curava gli altri con la fede. Ne parla don Elio: «come insegna San Giacomo, usava l’imposizione delle mani e la preghiera, ho visto centinaia di malati risollevati». Ne parla Oscar Baffoni, ex viveur, oggi responsabile dell’Associazione in Asia: «Avevo un tumore con metastasi, don Oreste mi ha aiutato molto». Era con lui anche giovedì sera al ristorante «Grotta rossa». Un’ultima cena con gli amici più stretti, a base di tagliolini e sangiovese, scherzando sulla malattia e sugli esami dell’indomani. «Una cena in gazzoia, cioè gioiosa, come diciamo noi in Romagna» conclude don Elio. Avvenire, 3 novembre 2007

Halloween e il gusto della magia.

L’uomo, in quanto animale religioso, ha bisogno di segni: di sacerdoti vestiti da sacerdoti, di chiese che sembrino luoghi sacri, e non teatri; di inginocchiatoi, e non di non sedie, per confessare i propri peccati, di giorni festivi che siano diversi da quelli feriali…

Un’esigenza, quest’ultima, testimoniata in ogni epoca, anche in quella del secolarismo: i rivoluzionari francesi aboliscono le festività sacre, ma le sostituiscono con ricorrenze naturalistiche; i positivisti alla Comte propongono di celebrare la memoria degli scienziati al posto di quella dei martiri, mentre i risorgimentali alla De Amicis vorrebbero sostituire San Pietro e san Paolo con Mazzini e Garibaldi…nessuno, insomma, vuole stare senza niente. I sistemi totalitari faranno qualcosa di analogo, essendo, in ultima analisi, surrogati dell’ esperienza religiosa. E oggi? Oggi feste antiche, come Halloween, ricorrenza celtica, prima cristianizzata e poi spogliata del suo significato originario, mobilitano all’improvviso, in pochi anni, milioni di persone, e di euro. Un tempo, in occasione di questa festa, si ricordavano i propri cari e ci si sentiva vicini a loro, con un legame di comunione spirituale. In Sicilia ci sono zone in cui i morti portano i doni ai bambini; in Romagna "tutti si alzavano di buon’ora e i letti erano lasciati per il riposo degli antenati". In altre regioni "si usava fare una questua per i poveri, raccogliendo pane e farina", mentre a Bergamo si preparavano "grandi pentole colme di una speciale minestra d’orzo che veniva caritatevolmente distribuita ai poveri". Dovunque era festa, e i defunti, tornando nella loro casa, dovevano trovare calore, cibo e ristoro (Paolo Gulisano, "La notte delle zucche", Ancora).

Tutti modi, già pagani e poi cristiani, per affermare che la morte non è l’ultima parola, che l’uomo ha una natura immortale, e che la morte è stata sconfitta: "Dove è, o Morte, la tua vittoria? Dove è, o Morte, il tuo pungiglione?". Oggi, invece, Halloween è un’altra faccenda: i morti, purtroppo, sembrano morti per sempre, e possono tornare solo come figure mostruose, come zombie, come comparse in un film d’orrore, fatto di streghe, pipistrelli, gatti neri e scheletri spaventosi. Nasce così una festa commerciale, per stressati che si divertono un po’ con giochi strani e zucche vuote, un revival di antichità pagane, una notte in cui dedicarsi ai tarocchi, o a qualche rito più o meno tenebroso. Le associazioni contro la vivisezione, infatti, si mobilitano per "evitare sacrifici di animali per riti satanici": monitorano, di notte, i canili e le colonie feline… Per fortuna non siamo ai tempi dei celti, quando i druidi, come racconta Cesare, sacrificavano gli uomini, incendiandoli dopo averli chiusi in colossali figure umane intessute di vimini. Eppure qualche mamma, in certe grandi città dell’America o dell’Inghilterra, preferisce tenere a casa i figli più piccoli per evitare sorprese. Si teme forse che i tempi pagani di Medea, o di Canidia, la strega di Orazio che sacrificava fanciulli, possano riapparire, insieme alle Baccanti, che si ubriacavano nelle orge, sbattevano indiavolate i tirsi sui tamburi, e finivano poi per uccidere animali o bambini: in fondo, certi locali notturni, e certa "musica di Satana", intessuta di messaggi subliminali, di inviti al suicidio, alla droga e al satanismo, sono forse peggio delle antiche cerimonie bacchiche.

E’ curioso come un’epoca che non crede al demonio, ami poi così tanto i suoi segni: penso alla simbologie di certi gruppi rock o metal, ad alcune riviste di magia per fanciulli, al gusto per l’occulto di tanti giovani…(Walter Salin, "Il canto di satana", Fede & Cultura). Bisogna infine ricordare che a lanciare Halloween come festa dell’horror contribuì un film del 1978, "Halloween, la notte delle streghe", in cui un pazzo indemoniato, tale Michel Myers, si scatena, nella notte del 31 ottobre, uccidendo e compiendo mostruosità di ogni genere. Nella filastrocca all’inizio del film si parla di "malocchio e gatti neri, malefici misteri/il grido di un bambino bruciato nel camino….". Quella dei sacrifici è una vecchia mania della stregoneria di ogni tempo, che troviamo anche nella recente storia, lorda di sangue, delle "bestie di Satana" di Varese. Nel diario di una affiliata, Chiara, poi sacrificata dal suo gruppo, insieme al fidanzato, si legge: "Sinuosa e bella come una pantera….luce mia, dolce strega, in un bosco circondata sei da candele, e in mano ancora stringi il cuore palpitante del bambino sacrificato alle tenebre". Siamo certi che Halloween sia solo "dolcetto-scherzetto"?

Infanzia e giovinezza di Antonio Rosmini.

La vita di Rosmini, più che di eventi, potremmo dire che è cosparsa di pensieri tradotti in parole: oltre tredici volumi di contatti epistolari, decine di trattati di filosofia, teologia, morale, ascetica, spiritualità, psicologia, politica, diritto … A

i primi del 1600, lo stemma della famiglia Rosmini porta ai lati la scritta latina “Lucent in tenebris” – “ [Le stelle] brillano nelle tenebre”. E nella parte inferiore dello stemma vi erano tre versi in latino del poeta Ovidio che declamavano “Mentre ogni animale guarda prono la terra / [Dio] diede all’uomo un volto sublime e gli ordinò / di guardare il cielo e alzare lo sguardo alle stelle”(1). Lo stemma manifesta e rivela l’identità e la progettualità della famiglia nobiliare. Con le parole di Ovidio, i Rosmini affermano la grandezza di Dio, dell’uomo e dell’universo. Questo orientamento di fede sarà una costante nella famiglia Rosmini. Antonio Rosmini leggerà in chiave provvidenzialistica anche i suoi stessi natali. Scriverà nel suo Diario personale: “Col farmi Iddio la grazia di venire alla luce la vigilia della festività di Maria Vergine Annunziata, mostrò di volermela dare per mia madre e protettrice, quale sempre la sperimentai, benché io le sia stato un cliente e figliuolo ingratissimo […]. Ancor più la bontà di Dio, qui prior me dilexit, mi beneficò col fare che il giorno 25 del medesimo mese di marzo, festa di MARIA V. ANNUNZIATA DALL’ANGELO, rinascessi nel salutare lavacro del santo battesimo”. Rosmini nasce a Rovereto il 24 marzo 1997 e viene battezzato il giorno dopo nella chiesa di S. Marco dall’arciprete Giuseppe de’ Baroni. Nel XVIII e XIX secolo la chiesa di S. Marco è legata a due papi. Nel febbraio del 1782, Pio VI parte da Roma diretto a Vienna per convincere – senza esito – l’imperatore a non usurpare i diritti della chiesa.

Nel suo viaggio di ritorno, entra a Rovereto il 10 di maggio e il giorno dopo si reca a piedi alla chiesa di S. Marco. Il 26 settembre 1823, in quella stessa chiesa di S. Marco, Rosmini leggerà il Panegirico alla santa e gloriosa memoria di Pio VII, dove Rosmini esalta in particolar modo il papato e la sua opera di guida spirituale e culturale del mondo intero, a difesa dei più deboli e dei diritti della chiesa. A Rovereto, la scuola primaria era stata fondata nel 1774 dall’imperatrice Maria Teresa. A sette anni, nel 1804, dietro insistenza del direttore della scuola, don Giovanni Marchetti, i genitori di Antonio Rosmini decidono di iscriverlo. Saputolo, il piccolo Antonio, corre alla biblioteca dello zio Ambrogio, carica il servo di diversi ‘libroni’ per portarli a scuola. Alla domanda di cosa servissero volumi così grossi, il bambino rispondeva: “Voglio imparare la sapienza”. Il suo tutore, tuttavia, don Francesco Guareschi, lo tratterrà per due anni nella prima classe di ‘grammatica’, al fine di rinforzarlo nei primi elementi della logica. La ripetizione di qualche materia non doveva essere troppo raro a quei tempi, se la stessa cosa era capitata ad Alessandro Manzoni! Altre lamentele sull’apprendimento della grammatica giungeranno nel 1808, quando Antonio sta affrontando la scuola di Latino; il tempo dello studio, viene speso da Rosmini nella biblioteca dello zio Ambrogio dove inizia a leggere anche la Summa di S. Tommaso d’Aquino; è in questa biblioteca, messa a sua disposizione dallo zio Ambrogio, dove avrà inizio la sua enciclopedica cultura.

Nel 1812, la classe di Antonio deve svolgere il tema in classe: “Lettera ad un amico per incoraggiarlo agli studi”. I maestri loderanno la composizione di Rosmini esortandolo: “Bravo, andando di questo passo farete grande onore a voi e alla vostra famiglia, e farete parlare di voi il mondo”. Più tardi, Rosmini parlerà della tristezza provata nell’ascoltare tale lode, in quanto, dietro quelle parole, percepiva che il fine dello studio veniva posto sotto la luce dell’amor proprio, del prestigio della famiglia e focalizzato nella vanagloria del mondo. Nei suoi scritti pedagogici, Rosmini insegnerà a non solleticare col prudore della lode l’amor proprio degli scolari, e a evitare di coltivarne la vanità. Il tema scritto, in ogni caso, gli procurerà l’amicizia di don Pietro Orsi, sacerdote colto e santo, del quale Rosmini riferirà che “Egli intendeva la mia posizione, e m’era ciò che mi bisognava al mondo”. A sedici anni, nel 1813, leggendo i classici pagani e cristiani come Platone, Lattanzio, Agostino…, conclude nel suo Diario: iddio mi aperse gli occhi su molte cose e conobbi che non eravi altra sapienza che in Dio”.

Nello stesso anno partecipa alla fondazione dell’Accademia degli Amici Lettori, intitolata al roveretano Valentino Vannetti. Rosmini viene scelto come primo presidente e segretario, e adotta il nome anagrammatico di ‘Simonino Ironta’. Durante l’estate vi è un primo segnale della particolare vocazione che Antonio vorrà seguire. Come ogni anno, nella casa di famiglia Rosmini in Folgaria, durante l’estate viene chiamato un maestro di ballo, un certo Angelico Festo, ma dopo poche lezioni Antonio comunica ai genitori che i proventi utilizzati per tale iniziativa sono soldi persi in quanto “Non è necessario che un prete sappia ballare”, i genitori restano sconcertati, ma non comprenderanno le reali intenzioni del figlio sino all’anno seguente. È questo il tempo in cui scrive i dialoghi sull’Amore, sull’Amicizia e sulla Carità, tutte esposte in lettera maiuscola per sottolinearne la loro intrinseca nobiltà. Nel 1814 scrive il Giorno di solitudine, un dialogo nel quale le protagoniste sono tre nobili donne: Filosofia, Amicizia e Religione. Rosmini inizia anche a registrare i primi interrogativi; è del 28 agosto la domanda: “È da vedere se le idee di cose spirituali le possiamo trarre da noi stessi … pensaci e rifletti”. Sono riflessioni che preparano la strada al Nuovo saggio sull’origine delle idee e all’opera pubblicata postuma, la Teosofia. Viene posto anche il fondamento della fedeltà alla tradizione cattolica e alla chiesa, rimanendo sempre radicato nella ortodossia della fede. Sempre in questo periodo scrive: “Questi pensieri sono scritti da un giovanetto che non ha ancora studiato filosofia, il quale ha scritto quel più bello e per lui nuovo che ha trovato dettargli sua ragione. Si vuol però qui avvertire di essere sempre soggetto alla Chiesa, che è quanto dire a verità, e sempre pronto a rivocare quello che per ignoranza avesse scritto e fosse da lei non approvato”. Questa disponibilità a ‘rivocare’ sarà più volte messa a dura prova, non per propria (di Rosmini) ignoranza, ma per quella altrui. Negli ultimi mesi dell’anno esprime chiaramente la propria intenzione di accogliere la vocazione sacerdotale.

Il 22 settembre 1814 scrive all’amico Bartolomeo Menotti: “Io ho fermato di farmi prete, e di porre tutto quello che ho a comprarmi un tesoro, cui né la ruggine né la tignola scema o guasta, né i ladri dissotterrano”. I genitori non sono dello stesso parere e invitano don Antonio Cesari, a dissuadere il loro figliuolo da simile percorso. Il Cesari, residente a Verona, amico di famiglia e membro dell’Accademia degli Agiati, il quale durante l’estate era ospite di casa Rosmini, dopo un lungo colloquio con il giovane Antonio, dissuade i genitori da qualsiasi interferenza e li esorta: “lasciatelo andare, quella è la sua strada”. Per gli studi superiori era necessario andare a Trento o a Verona. I nobili di Rovereto preferiscono ingaggiare don Pietro Orsi e affidare a lui l’insegnamento della filosofia e delle altre materie scolastiche. Con lui Rosmini inizia a studiare i filosofi, in particolare degli ultimi secoli (Bacone, Locke, Condillac …). Tenta anche la composizione di alcuni sonetti declamati nella Accademia degli Agiati, ma senza fortuna; il Cesari li definirà “un guazzabuglio”. Lasciata la poesia, Rosmini si dedica allora alla filosofia e alla matematica, definendoli “studi deliziosi”, ma tra le due la filosofia verrà considerata il “sommo studio”. Nel 1816 scrive un’operetta che inizia a delineare la fisionomia culturale del giovane Rosmini, intitolandola Sulla utilità e necessità di coltivare la ragione. Sui 18 anni di età coglie l’intuizione dell’essere (dalla quale partirà per delineare il “suo” sistema filosofico, il suo “sistema della verità”), ed è lui stesso a descriverlo, parecchi anni dopo, nel 1854, al suo confratello Franceso Paoli. Il 20 novembre 1816, Antonio Rosmini parte per Padova, per adempiere agli Studi di teologia, al termine dei quali, a Chioggia, il sabato santo del 1821 viene ordinato verrà ordinato sacerdote dal vescovo di Venezia. (1) “Pronaque cum spectent animalia singola terram / Os homini sublime dedit coelumque videre / Iussit, et erectus ad sidera tollere vultus”. OVIDIO, Metamorfosi, lib. I, I. padre Mario Pangallo

Il sacro popolare

C’è un piccolo paese nel Salento, si chiama Scorrano. E’ un brulicare di case basse e bianche percorso da un dedalo di vie viuzze sconnesse, dove il feroce sole del pomeriggio a fatica getta i propri raggi, quando non batte in ritirata davanti ai folti tendaggi che separano la porta della casa dalla strada. Nelle ore del pomeriggio, quando tutto è fermo, percorrere quei tragitti fra mura di pietra color crema, col sottofondo delle cicale e le narici colme del profumo di Puglia, è una rivelazione.
Quella di un popolo che nelle ore calde si rintana ai piani bassi delle case dietro tende stinte e porte sconnesse. Ma quando viene la sera e l’orizzonte si tinge di giallo, arancione, oro e azzurro, con i colori che sfumano l’uno nell’altro, le porte si aprono, le tende si scostano, e “dagli antri”fan capolino giovani donne dall’aspetto pieno di salute, dai fianchi larghi e dalla pelle tesa e brunita. Spesso portano in braccio lattanti o bimbi più cresciutelli che in quelle braccia sembrano trovare il conforto di un rifugio inespugnabile. Sarà che negli occhi della donna del sud è custodito qualcosa di atavico, di perenne, sarà che in fondo alle loro pupille liquide e scure, giace, come impigliato in una rete, un frammento di tutta quella luce e di tutto quell’azzurro che hanno bevuto, scrutando il cielo e il mare e il bagliore d’oro dei limoni che inondano i giardini dagli alti muri. Traluce da quei volti sempre così sensuali una fierezza di madri impavide “appena uscite dalla terra”, dopo un dura lotta. Quasi si trattasse di creature arboree, tanto è naturale il loro essere, tanto è volitivo e spontaneo il loro portamento. Queste donne sono fiori che si accendono di sensualità a quindici anni per poi sfiorire in fretta.
Le porte si aprono, le tende si scostano e se per caso getti lo sguardo incuriosito dentro quelle dimore dalle ampie volte, magari intravedi un giovane bello, dai bianchi denti e dalla pelle scura che ti sorride, con un asciugamano allacciato in vita e i capelli corvini ancora bagnati.
Il quartiere si popola, le voci accendono di colore l’aria, tutto si apre e si mostra nella più solare naturalezza.
Escono dai “loro buchi”, la sera, anche i vecchi carichi di anni, con volti ricamati dal sale e dal sole, dall’acqua e dal vento; sembrano alberi centenari, e hanno splendidi solchi sulla fronte e sulle guance, quasi il mare, oltre le rive e gli scogli si fosse preso la briga di portar via il tempo e al giovinezza da quelle maschere che furono fresche e giovani.
Questo popolo della sera, della luce trasparente e liquida che rende leggero tutto ciò che sfiora, anima i vicoli di un’allegrezza, di un colore, di una spalancata gratuità che dischiude lo spirito cupo e chiuso di noi settentrionali.
Se mi fermo per qualche istante evitando di recar disturbo davanti ad una di queste case, lungo uno qualsiasi di questi vicoli, scorgo profonde stanze, dove, in un disordine allegro di mobili dalle molte e diseguali fogge non manca mai l’immagine di un santo o di una madonna che troneggia sul suo altarino lindo, incoronato da fiori e da una teoria di candele.
Quello che, osservando tutto ciò, si fa presente alle coscienza in modo subitaneo, è lo spirito di devozione, la sana e purissima fede del popolo.
A Scorrano ogni anno, per la festa di Santa Domenica, il paese si veste di luminarie, le vie e le facciate delle case indossano paramenti luminosi di ineguagliabile bellezza.
Muri di luce accolgono i visitatori, corridoi e gallerie dalle multiformi sagome e dai cangianti colori ci immergono nella dimensione della festa.
Qui, la religione continua ad essere prima di tutto stupore e mistero, essa si nutre di ataviche e inconfessate paure, del ricordo dell’invasione Turca e dei martiri di Otranto, le cui teste riposano a memoria della carneficina nella meravigliosa cattedrale.
In queste terre, il miracolo è di casa, come a Monte sant’Angelo dove Gabriele Arcangelo colla sua apparizione consacrò per sempre una chiesa nelle viscere della montagna, o come a S. Giovanni Rotondo dove visse e operò Padre Pio e dove prima di lui si convertì S. Camillo di Lellis.
E la gente accorre alla sagra, giovani e vecchi gelosi del proprio patrono. Vengono da lontano i compaesani, schiere di immigrati in Svizzera, Germania, Belgio che programmano le ferie per la festa. I gesti son sempre gli stessi, le parole pure, si invoca una grazia,o semplicemente ci si segna, con devoto rispetto davanti al sacerdote che per molti ancora è un punto fisso, un riferimento.
Nelle parole, nelle credenze, nella pietà di questi popoli tutto si compone e nulla deve essere spiegato, perché Dio conosce ogni lingua ma soprattutto il cuore umile di chi lo cerca.
Nessuna ricerca, nessun bisogno di razionalizzare il senso di un rito, si va a messa, si fa la comunione, ci si confessa, come sempre si è fatto. Perché davanti a Dio, tutti sono uguali e nessuno è sapiente.
I ragazzi durante la processione caricano in spalla la statua del santo e la portano per le vie del paese e la folla partecipa felice, sicura della buona fortuna che non potrà mancare, mentre le finestre addobbate salutano il passaggio del santo, la sua presenza viva, il ricordo dei miracoli e dei gesti memorabili da lui compiuti.
Piangono lungo la via, le fanciulle; le diresti a un primo sguardo superficiale isteriche, ma non è così; esse ricordano i dolori, e pesano la durezza della vita, l’aspro succedersi delle speranze e delle delusioni. La vita di alcune di loro ha la sagoma di un ulivo centenario dal tronco attorto, emerso vincitore dopo una dura lotta. I loro padri sono morti e i mariti immigrati lontano per mandare a casa il necessario per vivere.
Tra la folla, forse fra coloro che portano il santo c’è qualche snaturato, qualche assassino, che incoerente magari chiede perdono o vuole espiare la sua ultima colpa.
Fede, santi e peccatori, contraddizioni insolubili, mistero e grazia visibile. Tutto, questa sera, si mescola ed esalta l’umano per ciò che esso è ; un peccatore.
E’ l’immersione completa dello spirito del singolo nello spirito collettivo, è il rivivere reale della storia e del cammino dell’uomo in una continuità che non conosce strappi. Tutto così distante dalle fasulle lacrime dei divi dello spettacolo che pure molti adorano senza sentirsi sciocchi.
Si esercitino pure i sociologi, gli antropologi, gli psicologi e certi teologi presuntuosi, professionisti della religiosità matura, che altro non è che una fede senza carne, puro intimismo morboso e divorato dal dubbio.
Ma il popolo non li degna di cura, perché la fede, proprio nei momenti della festa di paese, della sagra dedicata al santo, rivela la propria natura intima, il suo essere atto collettivo, carnale, viscerale, percorso da un soffio di pazzia. Un momento di condivisone che ha radici nell’inconscio dei singoli e del tutto. Fluiscono in tutto questo, sentimenti forme e riti che passano di padre in figlio come un prezioso patrimonio genetico.
E nessun colpo di spugna, nessuna riforma dall’alto ad opera di esangui professionisti della religione può sostituire la forza vitale racchiusa in tutto questo.
Forse perché la festa e il rito sono veri, come tutto ciò che emerge dalla vita di tradizioni bimillenarie.
Così, quando nel mese di luglio, rientrano nel piccolo borgo salentino i maestri delle luminarie, per sfidarsi in una gara fatta di arte e bellezza che prepara le vie e la scena al passaggio della processione, non possiamo che stupire ammirati. E’ chiaro come in questi momenti la religione della gente e le istituzioni- specchio del popolo – si incontrino, perché entrambi sentono di appartenere alla stessa storia, di provenire da lì.
E nessuno si appella al vuoto principio della laicità che estirpa l’anima ai popoli, che soffoca le tradizione confinandole nel chiuso di un folcklore patetico.
Qui, non si inventano astratte feste umanitarie, percorse da psichedelici fari e dalla recita di poesie contemporanee in cui ogni etnia possa riconoscersi. Qui non si inscenano riti multietnici, che nessuno conosce, elaborati da cervelli distanti.
La fede del popolo nelle forme che le sono proprie è semplicemente cristiana passione per l’uomo, da qualsiasi luogo provenga. Per questo, quando assistiamo ad una delle innumerevoli sagre che popolano il Sud, proviamo una nostalgia e la certezza che il mondo, una civiltà, un popolo, non possono vivere sradicati dalla propria storia.

Hitchens e la fine dell’evoluzione

Di Raniero Cantalamessa Tempo fa un anonimo benefattore si è preoccupato di farmi inviare in omaggio dall’editore il saggio del noto giornalista anglo-americano Christopher Hitchens intitolato Dio non è grande, sottotitolo: «La religione avvelena ogni cosa» (Einaudi; titolo originale: God is not great. How religion poisons everything, New York 2007).
Penso che non l’ha fatto con intenzione polemica, ma nell’intento di aiutarmi a uscire dall’inganno in cui, secondo lui, mi trovo come credente e come commentatore del vangelo in televisione. Dico subito che sono grato a questo amico sconosciuto.
Molti rimproveri che Hitchens rivolge ai credenti di tutte le religioni (l’Islam non riceve nel libro un trattamento migliore del cristianesimo, ciò che rivela una buona dose di coraggio da parte dell’autore) sono fondati e vanno presi in considerazione per non ripetere gli stessi errori del passato. Il concilio Vaticano II afferma che la fede cristiana può e deve trarre profitto anche dalle critiche di coloro che la combattono, e questo è certamente uno dei casi. Ma Hitchens fa di ogni erba un fascio. Dice di attenersi al criterio evangelico di giudicare l’albero dai frutti, ma dell’albero della religione egli considera solo i frutti marci, mai i frutti buoni. I santi, i geni e i benefattori dati all’umanità dalla fede, o nutriti da essa, non contano nulla. Con gli stessi criteri, cioè prendendo in considerazione solo il lato oscuro di una istituzione, si potrebbe scrivere un libro nero di tutte le grandi realtà umane: della famiglia, della medicina (si pensi a cosa serviva la medicina ad Auschwitz), della psicanalisi (un «libro nero» è stato scritto, di fatto, su di essa di recente!), della politica, della scienza (Hiroshima e Nagasaki!), dello stesso giornalismo professato dall’autore (quante volte è stato, ed è, a servizio dei tiranni e degli interessi di gruppi di potere!).
La sua critica non risparmia nessuno. Francesco d’Assisi? «Un mammifero che credeva di parlare agli uccelli»! Madre Teresa di Calcutta? «Una ambiziosa monaca albanese, resa famosa dal libro Qualcosa di bello per Dio scritto su di lei da Malcolm Muggeridge. In altre parole, un prodotto come tanti dell’era mediatica!». Pascal conclude il racconto della sua scoperta del Dio vivente con le parole: «Gioia, gioia, lacrime di gioia» e C. S. Lewis descrive la sua conversione come un essere «sorpreso dalla gioia»; ma per Hitchens «c’è qualcosa di cupo e di incongruo» in questi due autori, una fondamentale assenza di felicità come in tutti i credenti. («Perché una tale credenza non rende felici i suoi seguaci?»).
Dostoevskij è uno dei principali testimoni a carico della religione, ma di lui si prendono in considerazione molto più gli argomenti messi in bocca al ribelle e ateo Ivan, che non quelli del pio Alioša che, come si sa, riflette assai più da vicino il pensiero dello scrittore. Tertulliano diventa un «padre della Chiesa», in modo che il suo credo quia absurdum, «credo perché è assurdo», possa essere presentato come il pensiero dell’intero cristianesimo, mentre si sa che, quando scrive quelle parole (interpretate, oltre tutto, fuori del proprio contesto e in modo inesatto) Tertulliano è considerato dalla Chiesa un eretico.
Strana, oltre tutto, questa critica a Tertulliano, perché se c’è un apologeta a cui Hitchens somiglia specularmente, dal versante opposto, è proprio l’Africano: la stessa verve dialettica, la stessa volontà di trionfare dell’avversario, seppellendolo sotto una massa di argomenti apparentemente -ma solo apparentemente – inoppugnabili: la quantità sostituita alla qualità degli argomenti. Un recensore inglese ha paragonato l’autore del libro a uno sfidante pugile che nella palestra mena pugni furiosi contro un inerte sacco di sabbia, ignorando che il vero campione da abbattere è altrove. Egli non demolisce la vera fede, ma la sua caricatura. A me la lettura del libro ha fatto venire in mente lo sport del tiro al piattello: si scagliano in aria bersagli artificialmente confezionati che il tiratore, senza sforzo, manda in frantumi con tiri precisi. Hitchens combatte i vari integralismi religiosi con un integralismo di segno opposto. «Quello di Hitchens – notava Renzo Guolo su La Repubblica – sembra il manifesto militante di un mondo che pare polarizzarsi tra gli inquietanti fautori del fondamentalismo, con i loro folli progetti di nuovi, totalitari, stati etici, e i sostenitori di un neosecolarismo integrale che sottovaluta la ricerca di senso di molti nel tempo della fine delle grandi narrazioni».
 Hitchens dà prova di integralismo anche in un altro senso. Anche se con intenti opposti, egli legge le Scritture esattamente come fanno certi rappresentanti del fondamentalismo biblico di matrice evangelica americana e cioè alla lettera, senza alcuno sforzo di contestualizzazione e di ermeneutica storica. Questo gli permette di parlare de «l’incubo dell’Antico Testamento».
Ma Christopher Hitchens è una persona intelligente. Ha previsto che la religione sopravviverà anche al suo attacco, come è sopravvissuta ad infiniti altri che l’hanno preceduto, e si è preoccupato di dare una spiegazione di questo fatto imbarazzante: «La fede religiosa, scrive, è inestirpabile, perché siamo creature ancora in evoluzione. Non si estinguerà mai, o almeno non si estinguerà finché non vinceremo la paura della morte, del buio, dell’ignoto e degli altri». La religione non è che uno stadio intermedio provvisorio, legato alla situazione dell’uomo che è un «essere in evoluzione». In questo modo l’autore si attribuisce tacitamente il ruolo di chi ha infranto tale barriera, anticipando solitariamente la fine dell’evoluzione e, al pari del Zaratustra nietzschiano, torna sulla terra per illuminare sulla realtà delle cose i poveri mortali. Ripeto: non si può non ammirare la straordinaria cultura dell’autore e la pertinenza di certe sue critiche. Peccato che abbia voluto stravincere, rinunciando così a convincere, anche quando avrebbe potuto farlo, a vantaggio della società e della stessa religione.(Avvenire, 18 sette.07)

Giovani cioè umili dal cuore grande

“Dio cerca cuori giovani, cerca giovani dal cuore grande”. Ci ha detto Papa Benedetto XVI.
E chi è giovane? Diceva Don Giussani che la giovinezza è un atteggiamento del cuore. Un cuore che non si arrende allo scetticismo e alla rassegnazione. Un cuore che tiene desto l’ideale di una vita bella, di una vita che lasci traccia, di una vita che abbraccia tutto, di una vita innamorata, di una vita che non ha paura, di una vita piena di desiderio. Il prossimo meeting di Rimini s’intitolerà – nella tipica tradizione baldanzosa del movimento di CL – “O protagonisti o nessuno”. Nella sua pedagogia educativa ha sempre esaltato l’io. Non come affermazione individualistica: della serie “tutto gira intorno a te”. Piuttosto l’esaltazione dell’io come coscienza del mistero della persona tutta tesa all’infinito.
Mi pare di ricordare (qualcuno mi aiuti a trovare dove) che don Giussani augurasse, provocatoriamente, di rimanere adolescente. Non nel senso cui siamo soliti pensare: l’età della spensieratezza gaia e balorda. L’adolescenza è’ anche l’età in cui affiora il desiderio dell’eterno, del per sempre, dei grandi ideali, delle scelte radicali.
“Dio cerca cuori giovani”. Infatti ha scelto una ragazza di sedici anni, per portare l’infinito in quell’angusto largo cuore di donna. Prima aveva scelto il più piccolo dei figli di Iesse, Davide, per farlo Re d’Israele. Ma ha scelto anche un uomo, Abramo, anziano che ha creduto ad una promessa di un figlio impossibile. Per affermare che c’è un’anzianità straordinariamente giovane e feconda. Non un accenno di fecondità (uno al massimo due), ma il centuplo proporzionato alla giovinezza del cuore. Come le stelle. Tale sarà la sua discendenza. Ha scelto il più giovane tra i dodici apostoli, Giovanni, per dare ciò che di più caro aveva in vita, la madre.
Certo nessuno è escluso dalla misericordia di Dio che “non ci ha chiamati alla sua collera, ma alla sua salvezza nel Signore nostro Gesù Cristo”, ma è vero che ai piccoli e ai giovani è riservata una predilezione. La Madonna, ovunque appare, parla ai dei bimbi o adolescenti.
Dio sceglie il giovane perché Lui, secondo una bella espressione di Adriano Celentano, è “l’eternamente giovane”.
Non necessariamente il giovane secondo una logica anagrafica. Il giovane secondo la logica del cuore. Ciò che rende giovani – lo ha detto un Papa anziano – è “il cuore grande”.
E i giovani erano a Montorso ai piedi di Loreto a cercare Dio. “Siete arrivati per mille motivi diversi: chi perché appartenente a un gruppo, chi invitato da un amico, chi per intima convinzione, chi con qualche dubbio nel cuore, chi per semplice curiosità…qualunque sia il motivo , posso dire, anche se è coraggioso dirlo, è lo Spirito Santo”.
I giovani cercano Colui che li cerca. E la stessa cerca è mobilitata da Uno che ha posto in essi il desiderio di sé. Giovane è colui che tiene viva questa tensione al Mistero che si rivela, ma che rimane sempre inafferrabile. Per esaltare il proprio io davanti al Mistero di Dio, immensamente grande; per vivere il mistero della vita, infinitamente più bella e positiva di quanto potremmo immaginare, occorre – dice il Papa – una virtù. Noi avremmo detto un atteggiamento. La virtù dell’umiltà. Qui non ci saremmo arrivati. E infatti ci ha sorpreso.
L’umiltà non l’avremmo mai detta una virtù giovane, tanto siamo orgogliosi e confidenti in noi stessi. L’avremmo definita, piuttosto, una virtù neppure vecchia, sorpassata. Sospetta con quell’aria dimessa e rassegnata. Roba da beghine.
Perché accostare la giovinezza all’umiltà? L’umile è chi riconosce la propria creaturalità. Humus, terra. Noi siamo figli di Adamo (Dall’ebraico Adamah che significa “nato dalla terra”). La giovinezza è l’età in cui l’uomo comincia a domandarsi “chi sono?”. La risposta a questa domanda, il sostenere la fragilità della risposta esige l’umiltà. Perché io sono niente. Eppure tutto.
L’altro giorno mio cugino prendendo mio nipote di soli due mesi in braccio, si è rivolto a lui “chi sei tu, che fino a due mesi neppure esistevi?”. Lo diceva scherzando e diceva la cosa più grande.
Quel mio nipote ha ricevuto tutto. Era niente. L’umile è chi riconosce se stesso. Sa di non potersi fare da solo ed è, infinitamente grato perché c’è; sa di essere amato anche nella propria limitatezza e negatività.
L’umiltà è, in definitiva, la conoscenza di sé alla luce di Dio che si è umiliato, incarnandosi, nel cuore giovane di una donna. E di questa donna di galilea Dio ha guardato essenzialmente “all’umiltà della sua serva”.
“Dio cerca cuori giovani” per riempirli della sua giovinezza eterna e renderli capaci di grandi cose.
“Seguendo Cristo e imitando Maria, dobbiamo avere il coraggio dell’umiltà; dobbiamo affidarci umilmente al Signore perché solo così potremo diventare strumenti docili nelle sue mani, e gli permetteremo di fare in noi grandi cose. Grandi prodigi il Signore ha operato in Maria e nei Santi! Penso ad esempio a Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, Patroni d’Italia. Penso anche a giovani splendidi come santa Gemma Galgani, san Gabriele dell’Addolorata, san Luigi Gonzaga, san Domenico Savio, santa Maria Goretti, nata non lontano da qui, i beati Piergiorgio Frassati e Alberto Marvelli. E penso ancora ai molti ragazzi e ragazze che appartengono alla schiera dei santi “anonimi”, ma che non sono anonimi per Dio”.
Bellissimo l’accenno alla periferia, alla marginalità della vita, di molte vite giovani, costrette a una vita anonima. Benedetto XVI ha affermato che nella Chiesa non c’è periferia, perché dove c’è Cristo, lì c’è tutto il centro”. Capite cosa vuol dire questo per un giovane di una piccola comunità cristiana come quella in cui opero io. Vuol dire che il Papa gli restituisce la dignità di edificare la Chiesa a partire dal centro. Dal centro di quelle circostanze in cui lo ha posto. Lì c’è Cristo. “Se rimanete in me, porterete molto frutto”. Lì è possibile sentirsi protagonisti. Umili protagonisti della vita.
Pochi giorni fa è morto Claudio Chieffo. In una sua canzone diceva così: “lasciati fare da chi ti conosce”. Questa è l’umiltà. La giovinezza, paradossalmente, per il fatto di non essere ancora del tutto attraversata dal cinismo e dal darwinismo sociale, può meglio di ogni altre età, paragonarsi con quest’atteggiamento. Aspettavano che uno gli dicesse qunto di più improbabile potesse loro dire.
Non parlava dei giovani. Parlava a loro. Diretto e semplice. Come un padre che indica la strada. Come un padre che davanti a un figlio lo rende consapevole dei suoi limiti, eppure dell’inifinità cui è fatto partecipe. “Ciascuno di voi può compiere grandi cose, nulla è impossibile per chi si fida di Dio e si affida a Dio”. Ho visto giovani felici e sorpresi. Come se in un attimo lo scetticismo sulla propria vita svanisse e si rendesse più chiaro che è possibile vivere una vita autentica. Che altro non è che il nome moderno della più inconsueta parola umiltà. P.S. Via sms mi è arrivato questo da Genny: “sento che in me dopo questa esperienza è cambiato qualcosa”.
Beh, innanzitutto è successo che un uomo anziano, per giunta, uno straniero, ha parlato al cuore di un giovane, perché lui per primo è uno dal cuore grande, un umile lavoratore della vigna. Un umiltà affascinante. Non ne siamo abituati.

E dopo questa vita, al dà dei muri di questo mondo?

Riprto le considerazioni sull’aldilà da me svolte su richiesta di Giuliano Ferrara.

Un giornale quotidiano, di solito, se non è un po’ particolare, è il luogo meno adatto per parlare del dopo, dell’aldilà. Il quotidiano, infatti, è il regno del qui ed ora. E’ nato per questo: per parlare di ieri, di oggi, per influire sulla realtà, immediatamente, subito, senza indugi. La notizia ancora calda è già "compresa", discussa, sviscerata. Se non è più calda è scaduta, non interessa più. Durante la rivoluzione francese nascono circa cinquemila giornali in pochi anni: ognuno vuole dire come costruire il mondo, ognuno ha una idea, una proposta, una promessa politica da fare.

La buona novella è per domani, massimo dopodomani. L’importante è rimboccarsi le maniche, agire nel breve periodo, sconfiggere il nemico, e poi gustare la vittoria, in fretta, come si gusta un pasto veloce, al fast food. Il giornale, diceva Hegel, è la preghiera mattutina del laico: serve a tenerlo ben ben radicato nella terra, nella cronaca, nei fatti, nelle res, senza mai permettergli di spiccare il volo, di liberare lo spirito, di alzare gli occhi al cielo. Di novità in novità, di scoop in scoop, di affermazione in smentita, rimaniamo imbrigliati nelle contingenze, occupata la mente e distratto il cuore.

Viviamo della vita degli altri, delle vicende degli altri, di riflesso, senza penetrare nella nostra vita e nella nostra storia, interamente fuori, aldilà di noi stessi. In fondo tutta la modernità è questa congiura: contro la possibilità di fermarsi a pensare, di assaporare il silenzio, immagine dell’eternità, di rientrare in noi stessi per cercare la voce di Dio, che risuona lì dove non ci sono altri rumori, altri interessi, altre preoccupazioni; che ci parla solo nella quiete, quando i sensi sono placati, quando i desideri e le bramosie mondane sono acquietate da una volontà che si impone e che si afferma.

Oggi la "torma delle cure" ci assale ogni momento, e ogni istante libero è occupato da giornali, televisioni, radio, cellulari e musichette: oltre c’è l’abisso, "il vuoto ad ogni gradino", la paura di cadere, non si sa dove. L’oltre è negato, perché richiede un passo diverso. Viviamo nel culto dell’effimero, nell’ansia delle novità, e difficilmente possiamo pensare a ciò che dura, che rimane, che non scade. Siamo figli del primato fichtiano dell’azione sull’essere: in principio è l’azione, non il Logos. Anche in Chiesa ormai ci spiegano che l’importante non è pregare, o andare a messa, ma "fare del bene al nostro prossimo". Come se fosse facile, riconoscerlo, il nostro prossimo, a volte così "fastidioso", senza pensare all’oltre, senza andare al di là delle apparenze, senza una preghiera pronunciata, a labbra chiuse, per chiedere quella capacità di amare che ci manca. Figli di questo rifiuto del Logos, di questa civiltà dell’agire, non sappiamo neanche più ragionare su ciò che è essenzialmente, eternamente vero, giusto, ingiusto: si sentono le persone trattare dei massimi problemi dell’uomo, dell’essenza umana, e riferirsi non a principi, non a idee, non ai fondamenti, non al cuore della loro esperienza, ma alle legislazioni cangianti di altri paesi, ad usi e abitudini mutevoli, a luoghi comuni. La famiglia? Non si indaga neppure cosa essa sia. Si dice semplicemente: bisogna adattarsi ai tempi…in Europa fanno così, i tempi cambiano…faccia ognuno come vuole…

Se solo la parola Verità compare sulle labbra di qualcuno, tutti si spaventano, come fosse qualcosa di troppo aspro, di troppo duro, di troppo eterno. Così anche la parola morte sembra eccessivamente crudele, difficile, impopolare. Personalmente, invece, mi diverto talora a scherzare sulla morte, "sorella nostra morte corporale", sfidando i tabù dominanti: ne parlo per vedere le reazioni, e le paure. Paure di chi abita su questa terra come cittadino di questa terra, come se fosse una dimora perenne, da addobbare e da sistemare per sempre, da non lasciare mai.

E invece qui, su questa terra, ci stiamo poche ore. "Questa vita mortal che ‘n una o ‘n due brevi e notturne ore trapassa": così scriveva il Della Casa, l’uomo del Galateo e delle belle maniere. "La vita fugge, et non s’ arresta un’ora/ et la morte viene dietro a gran giornate,/ et le cose presenti et le passate/ mi danno guerra, et le future ancora": questo invece è il buon Francesco Patrarca, il poeta che si innamora di Laura e dell’alloro, delle cose che svaniscono, e che medita nello stesso tempo su come "tutto al mondo passa, e quasi orma non lassa". La nostra letteratura è piena di riflessioni sulla morte: da "Quando t’aliegre, omo d’altura", di Jacopone da Todi, in cui si invita il superbo ad umiliarsi, osservando un cadavere, sino a "Quid est homo?", del Sempronio: "E’ fior, che nell’april nasce e languisce; è balen, che nell’aria arde e trapassa; è fumo, che nel ciel s’alza e svanisce".

Ma non è vero che solo i cristiani hanno sviluppato un’ampia riflessione sulla morte, come accusavano gli illuministi, che la morte la mettevano tra parentesi, per non rovinare le loro costruzioni filosofiche, per non dover fare i conti col mistero e col giudizio finale. Seneca ricordava spesso che "moriamo un poco ogni giorno" (Cotidie morimur) e che nasciamo diversi ma moriamo uguali (Impares nascimur, pares morimur). E Orazio diceva che la morte eguaglia gli scettri alle zappe (Sceptra ligonibus aequat). Egualmente la letteratura e la filosofia greca ci tramandano riflessioni ed exempla sulla morte molto significativi. Si racconta ad esempio che Diogene stesse cercando qualcosa, tutto affannato, tra un insieme di cadaveri. Alessandro Magno gli chiese cosa facesse e lui rispose che cercava il teschio di suo padre, il re Filippo, ma che non sapeva distinguerlo tra tutti gli altri: "Mostramelo tu, se sai". Sì, benché oggi si preferisca ignorarlo, qui non ci staremo per sempre.

Questa è la realtà, una realtà che non spaventa chi crede nel dopo. Una realtà su cui riflettere, perché il pensiero dell’aldilà è sempre stato considerato il miglior antidoto alla venerazione degli idoli del potere, della fama, della ricchezza. Idoli che ci precludono l’aldilà, che rendono corto e piccino il nostro sguardo, triste, inutile, tormentata, anche la vita su questa terra. Idoli a causa dei quali barattiamo l’infinito con il finito, l’eternità con il tempo, i piaceri con la Felicità. Nella famosa lettera a Diogneto, in cui si descrivono le peculiarità dei cristiani, si legge: "Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini, ma sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera".

Sì, per credere nell’aldilà bisogna vivere un paradosso: un ottimismo incrollabile, una fiducia assoluta, e, insieme, una chiara idea del nostro essere pellegrini, di passaggio, in esilio in una patria non nostra. Amore per ogni patria, dunque, e desiderio intenso dell’unica patria vera. Lo stesso paradosso di Gesù, che ci dice di aver offerto la sua vita per il mondo, pur non essendo del mondo. Scriveva Sant’Agostino: "Nelle tenebre di questa vita, dunque, nelle quali ci aggiriamo come in esilio lontani dal Signore, finchè camminiamo col sostegno della Fede, non di una visione diretta, l’anima del cristiano deve ritenersi derelitta, affinchè non cessi di pregare e di fissare l’occhio della fede sulla parola delle divine e sante scritture come su di una lampada posta in un luogo tenebroso, finchè non risplenda il giorno e la stella mattutina sorga nei nostri cuori…Allora, dopo la morte, sarà la vera vita e, dopo l’abbandono, la consolazione vera: quella vita strapperà alla morte la nostra anima, quella consolazione libererà i nostri occhi dalle lacrime…giacchè là non vi sarà più l’attesa di un bene promesso, ma la contemplazione di un bene dato".

E W. F. Schlegel, qualche centinaio di anni più tardi: "Presso i Greci la natura umana bastava a se stessa, non presentiva alcun vuoto, e si contentava d’aspirare al genere di perfezione che le sue proprie forze possono realmente farle conseguire. Ma quanto a noi, una più alta dottrina ci insegna che il genere umano, avendo perduto per un gran fallo il posto che gli era stato originariamente destinato, non ha sulla terra altro fine che di recuperarlo; al che tuttavia non può giungere, s’egli resta abbandonato a se stesso. La religione sensuale dei greci non prometteva che beni esteriori e temporali: l’immortalità, seppur vi credevano, non era da essi che appena appena scorta in lontananza, come un’ombra, come un leggier sogno che altro non presentava se non una languida immagine della vita, e spariva dinanzi alla sua luce sfolgorante. Sotto il punto cristiano, tutto è precisamente l’opposto: la contemplazione dell’infinito ha rivelato il nulla di tutto ciò che ha dei limiti; la vita presente si è sepolta nella notte; e sol di là dalla tomba risplende l’interminabile giorno dell’esistenza reale… E perciò la poesia degli antichi era quella del godimento; la nostra è quella del desiderio; l’una si restringeva al presente, l’altra si libra tra la ricordanza del passato e il presentimento dell’avvenire". In esilio, dunque: cioè in attesa di "cieli nuovi e terra nuova", di una partenza, sempre con i bagagli pronti, con la speranza di un futuro diverso, di un completamento dei nostri desideri di Felicità, di Bene, di Giustizia, di Bellezza, così spesso conculcati su questa terra. "Tristi", dunque, per la consapevolezza di un bene assente, ma non disperati, come se questo bene non esistesse per nulla.

Dove sta allora l’ottimismo cristiano? Per il cristiano l’uomo non è un parassita, né una scimmia, nè il cancro dell’universo, né materia che si trasforma, né figlio del caso, né semplice componente di una razza o di una classe sociale: qui sta il suo umanesimo. Per lui ogni momento vissuto, ogni incontro fatto, ogni azione compiuta ha una risonanza eterna, proprio a causa dell’aldilà: cioè nulla va perso, nulla è inutile, nessuna parola buona, nessun sorriso, nessun sacrificio, nessun pianto è sprecato. Gli alunni che ho conosciuto, e che ho salutato a fatica, gli amici che ho incontrato e che poi ho perso, le persone con cui si sono condivise storie e pensieri, ritorneranno tutti, in un abbraccio universale. Sulla maglietta di una mia alunna di quinta, che forse non rivedrò più, quaggiù, ho scritto: "Finisce una storia, ne inizia un’altra: ma nulla si perde di ciò che abbiamo vissuto". Lo può scrivere chi crede nell’aldilà: non oso pensare cosa proverei, quale sarebbe la mia desolante malinconia, se non fossi sicuro di questo.

Ogni mio capello è contato, ogni capello dei miei fratelli è guardato e vegliato da Dio stesso. Non c’è ottimismo più grande, non c’è tranquillità, serenità, certezza più splendida di questa. Di essa hanno vissuto i santi, cittadini di questa terra più di ogni altro, pellegrini di passaggio, senza sandali né bisaccia, più di ogni altro. Per questo, dopo di loro, io so che non andrà buttato nulla, che potrò fermarmi a ricordare, tra venti o quarant’anni, le cose fatte e le persone incontrate, senza che la malinconia diventi disperazione, senza che il velo di tristezza che accompagna ogni fine, ogni evento svanito, ogni limite, diventi domanda inevasa di significato, rabbia, rancore, senso di impotenza. Solo con i piedi ben piantati nell’aldilà, che è già qui, "ora e non ancora", possiamo amare tranquillamente e per sempre i nostri genitori, i nostri amici, nostra moglie e i nostri figli. Solo così non dovremo mai pensarla come Zeno Cosini, ne "La Coscienza di Zeno", quando, parlando della moglie, dice: "Essa sapeva che tutti dovevamo morire, ma ciò non toglieva che ormai ch’eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non si intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai più per una altro infinito tempo". Al contrario, ragionare in termini di eternità, sapersi da sempre e per sempre nella mente e nel cuore di Dio, ridona senso alle cose e agli eventi, e nello stesso tempo li colloca tutti nella giusta prospettiva: non c’è ansia, agitazione, premura, in chi vede ogni fatto alla luce dell’eternità.

Ognuno di quei problemi che attanagliano e angustiano chi limita la sua vita a se stesso e al tempo presente, si ridimensiona, se osservato con occhio spirituale, con la consapevolezza dell’aldilà. L’unico grande problema che rimane è quello di essere pronti, al momento della morte. Per questo i nostri padri, che erano stati educati fin da bambini, anche nella liturgia, a considerarsi polvere, paradossalmente polvere e immortalità, pregavano come l’uomo d’oggi non farebbe più: "A improvvisa et subitanea morte libera nos Domine". Liberaci Signore dalla morte improvvisa e subitanea. La morte è dunque bene guardarla in faccia, prepararla, viverla sino alla fine, come un momento stesso della vita, un momento di passaggio. Solo la "morte secunda" può farci male.

Il mistero del dolore: alcune semplici riflessioni.

Il problema del dolore è, filosoficamente, il più difficile da risolvere. Per il cristiano è la via scelta da Cristo stesso, misteriosamente, per redimere l’uomo. Si può dunque cercare, solamente, di intuire qualcosa, di intravedere un senso, per quanto nascosto e velato.

E’ evidente, invece, che l’uomo aspira, con la ragione, alla Verità delle cose, e tende, col cuore, al Bene. Ma cosa è che ce lo svela? Cosa fa capire all’uomo ciò che, in ultima analisi, domanda e desidera? La chiave, lo strumento di questa conoscenza non è solo la pura ragione, capace, per assurdo, di divinizzare se stessa, bensì il dolore, nel senso più ampio possibile: il lavoro, che ci è imposto, stimola la ricerca, l’azione stessa della ragione; la mancanza di qualcosa, di un bene, di una quiete, della felicità fisica o interiore, mancanza vissuta dolorosamente, ci muove verso ciò cui aspiriamo. L’uomo dunque coglie la sua imperfezione, la sua miseria, nel dolore.

E proprio quando riconosce che "le sue mani sono vuote", solitamente, intuisce che ciò che manca alla sua limitatezza esiste, e si chiama Dio. In ogni situazione di dolore, infatti, come in una tempesta, c’è qualcosa che ti promette la quiete, il porto, la pace. Qualcosa ti dice: più avanti, aspetta, spera, non è per questo, né solo questo… Anche il peccato, come male spirituale, esige il compimento del perdono, promette la bellezza della riconciliazione, la pace dell’anima, a meno che non diventi peccato contro lo Spirito, e cioè inversione cosciente dei concetti di bene e di male. Dio dunque è esigenza di ogni nostra mancanza, e il dolore rende questo chiaro e manifesto.

Se ne desume dunque che non è mai un bene in se stesso, bensì una mancanza di bene, epperò molla del nostro comprendere e del nostro tendere. Ci svela dunque, per via d’esperienza, quello che possiamo apprendere per via di ragione: non siamo l’Essere, Assoluto, Perfetto, e cioè compiuto, ma abbiamo l’essere, un essere che tende al compimento, a colmare, per così dire, le sue mancanze. Non siamo da noi e per noi, salvezza a noi stessi, ma dipendiamo: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”, scriveva S. Agostino. Ma il dolore lascia anche capire che ciò che può colmare il nostro cuore è un Dio personale, un Dio che ama.

Così svela all’uomo, contemporaneamente, la sua mendicità, la sua miseria, e la sua grandezza, ciò che è e ciò per cui è fatto. Inoltre il significato del dolore si può in parte comprendere dalla vita morale. E’ innegabile che in esso l’uomo si purifica, come l’oro nel crogiolo: il superbo conosce l’umiltà, l’invidioso capisce il suo errore, l’egoista si apre alla carità, il lussurioso comprende il vero valore delle cose materiali…

Il dolore è così, paradossalmente, l’altra faccia dell’amore, anche quando appare come "punizione". La pensa così Manzoni, che ha perduto otto figli su dieci, allorché parla del "Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola", o quando delinea la figura di Ermengarda, quella di Napoleone, o quella di don Rodrigo che muore di peste. "Può essere castigo, o misericordia", dice fra Cristoforo a Renzo, alludendo alla possibilità che la malattia risvegli anche in don Rodrigo un desiderio di perdono. Se il paragone è lecito, castigo e misericordia, insieme, vivono anche nel dolore di due terribili dittatori, come Lenin e Stalin, che si erano innalzati al livello di Dio. Le loro morti lasciano atterriti per l’incredibile somiglianza che le caratterizza, e per l’eloquenza biblica e “metafisica” del loro male, della sopraggiunta impotenza. Nell’ultimo periodo della sua vita Lenin ebbe vari attacchi di trombosi cerebrale, paralisi del braccio e della gamba destri, grave sclerosi delle arterie cerebrali, tanto che al cervello non arrivava la necessaria quantità di sangue e di ossigeno; perse, inoltre, l’uso della parola. (R.Clark, Lenin, Bompiani). A Stalin, invece, “un ictus lo folgorerà, facendolo stramazzare al suolo, paralizzandogli il lato destro del corpo e privandolo dell’uso della parola…” (G.Rocca, Stalin, Mondatori). Castigo e misericordia, intendo, come avrebbe detto Oscar Wilde, che parlando della sua triste condizione di prigioniero, dopo una vita di piaceri consunti e di peccato, prima di convertirsi, scriveva: "Ora io trovo nascosto in qualche luogo della mia natura qualcosa che mi dice che nulla al mondo è privo di significato e men che tutto la sofferenza. Quella cosa nascosta nella mia natura, come un tesoro in un campo, è l’umiltà". E’ consolante pensare che anche a Lenin e Stalin sia stata data l’opportunità, sino all’ultimo, per attingere al tesoro.

I preti pedofili in Irlanda….

IL FATTO Provocazioni, ricatti, intimidazioni: c’è di tutto dietro le decine di presunti casi di pedofilia che hanno scosso l’Eire e fatto il vuoto intorno agli imputati. Nel 2002 il governo varò una commissione per risarcire le potenziali vittime: 14mila le richieste arrivate, solo lo 0,4% fu respinto Preti irlandesi, ora le scuse

Dopo le assoluzioni, anche la stampa cambia registro A giugno Paul Anderson è stato condannato a 4 anni per calunnia: aveva denunciato Padre X, dell’arcidiocesi di Dublino. Il sacerdote: ringrazio gli agenti che con le indagini mi hanno restituito la vita. E ha chiesto clemenza per il suo accusatore Le persone che avevano intentato una causa civile contro padre Kinsella, uno dei prelati finiti nello scandalo della diocesi di Ferns (fu al centro del contestato documentario della Bbc trasmesso anche in Italia) hanno fatto marcia indietro

Dal Nostro Inviato A Dublino Andrea Galli

C’è chi ha citato in questi giorni l’Irlanda come esempio di Paese europeo che ha affrontato il problema degli abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi. Un’occhiata a quello che è successo nell’Isola di smeraldo, dopo che l’orgia di accuse durata una decina d’anni si va ormai placando, può effettivamente insegnare qualcosa. Il 7 giugno scorso, Paul Anderson, 34 anni, è stato condannato a quattro anni di carcere per avere accusato Padre X, un sacerdote dell’arcidiocesi di Dublino rimasto anonimo, di aver abusato sessualmente di lui 25 anni fa, durante la preparazione alla prima comunione. Il giudice Patricia Ryan ha spiegato nella lettura della sentenza come Anderson, personaggio segnato da tossicodipendenza, tendenze suicide e debiti personali, avesse costruito racconti infamanti contro Padre X per un fine molto semplice: estorcere quattrini alla Chiesa. “Avrei preferito che mi sparassero in testa, piuttosto che costringere me e la mia famiglia a vivere le sofferenze che abbiamo vissuto”, ha detto Padre X, in una testimonianza finale davanti alla corte. Il sacerdote non ha risparmiato parole taglienti nei confronti dell’Arcidiocesi, che in nome di una malintesa “tolleranza zero” l’aveva costretto ad abbadonare immediatamente qualsiasi attività pastorale, senza aspettare gli accertamenti giudiziari, costringendolo a quattro anni di isolamento gravati dalla vergogna e dal pubblico sospetto: “una reazione da Baia di Guantanamo”.

Ha voluto ringraziare solamente alcuni agenti di polizia, che con le loro indagini accurate hanno smontato una a una le accuse – “mi hanno restituito la vita” – , ha parlato di una sua maggiore comprensione della Passione di Gesù Cristo, primo sacerdote a essere condannato fra gli sputi e gli oltraggi della folla, e, perdonando Anderson, ha chiesto per lui un gesto di clemenza. La storia è parsa talmente eclatante che anche la “grande” stampa dal piglio anticlericale, Irish Times in testa, non ha potuto non dare i l debito spazio alla vicenda e chiedersi se qualcuno non si sia lasciato prendere la mano sulla questione dei “preti pedofili”. Joe Duffy, popolare conduttore della nazionale RTE Radio 1 e giornalista solitamente acido nei confronti della Chiesa, il 28 giugno ha dedicato un’ora e un quarto di trasmissione alle storie di religiosi falsamente accusati di abusi sessuali, distrutti nell’onore e poi discolpati nell’indifferenza generale.

Con una serie di testimonianze strazianti. A finire nel mirino degli intervenuti in trasmissione, come giorni prima nelle riflessioni amare di alcuni giornali, è stata anche One in Four, l’associazione a sostegno alle vittime di abusi sessuali fondata e diretta da Colm O’Gorman, il militante omosessuale ed esponente politico dei Progressive Democrats, noto anche in Italia per aver partecipato alla puntata di Annozero, Rai 2, su Chiesa e pedofilia. One in Four, che già in passato era stata accusata da più parti di alimentare la caccia alle streghe, negando il problema enorme delle false accuse e delle speculazioni ai danni della Chiesa, è stata colei che aveva assistito e sostenuto lo stesso Anderson nel suo sporgere denuncia. L’episodio non ha certo giovato alla già scarsa popolarità di O’Gorman, il quale, bocciato alle elezioni di aprile per la Camera dei deputati, non è stato confermato a luglio dal Primo ministro Bertie Ahern nella carica di senatore (carica che in Irlanda è, appunto, di nomina governativa). Nel frattempo un’altra notizia è passata un po’ più in sordina.

Pochi giorni dopo la sentenza contro Anderson, le tre persone che avevano intentato una causa civile contro padre John Kinsella, uno dei sacerdoti finiti nel tritacarne dello scandalo della diocesi di Ferns – scandalo fatto scoppiare sempre da Colm O’Gorman e al centro del documentario della BBC proiettato nella puntata di Annozero – hanno pensato bene di ritirare le loro denunce. Anche Padre Kinsella si era proclamato fin dall’inizio totalme nte innocente. C’è, poi, un caso ancora più recente. Il 19 luglio, a Galway, Petre Zsiga, rumeno, è stato condannato a quattro anni di carcere per estorsione, mentre la moglie irlandese ha ottenuto una sospensione della pena. Costei, entrata in contatto con padre Brendan Lawless, parroco di Portumna, era riuscita a farsi mostrare la canonica e a filmare di nascosto il sacerdote che le mostrava l’abitazione, tra cui la camera da letto. Dopo aver offerto prestazioni sessuali a padre Lawless, debitamente respinte, gli aveva chiesto 14.500 euro, sotto la minaccia di dare alla stampa sia una parte del video che un racconto di molestie sessuali. Il prete, atterrito, aveva pagato. Ma la donna era tornata alla carica sei mesi dopo. Da lì la denuncia, l’arresto dei due, marito e moglie, il processo e la condanna. Queste storie degli ultimi due mesi rendono l’idea di come un certo clima in Irlanda stia cambiando. Dopo più di dieci anni di accuse contro sacerdoti, religiosi, suore ecc., il fenomeno comincia a essere visto anche dall’opinione publica nella sua dimensione autentica. Che non è quella di un clero sempre senza macchie e attaccato da una legione di assoluti falsari. ? piuttosto quella di un cortocircuito generatosi nel tempo, dove casi relativamente poco numerosi di abusi commessi da uomini di Chiesa sono stati enfatizzati e alla fine strumentalizzati per una campagna di denigrazione contro la Chiesa stessa. Campagna che ha dato la stura a ogni tipo di speculazione, falsità, vendetta anche per futili motivi.

Nel 2002 il Governo irlandese, sotto la pressione di una campagna mediatica martellante, ha dato vita al Residential Institutions Redress Board, una commissione incaricata di offrire un risarcimento a tutti coloro che avessero subito abusi in una serie di scuole statali appaltate a ordini religiosi ed entrate nell’occhio del ciclone. In pratica le cosiddette industrial schools e altri istituti simili che avevano ospitato, dalla fine dell’800 agli anni ’70, orfani e figli di famiglie disastrate. Nessuna seria prova era richiesta (era, perché la possibilità di fare appello è terminata nel 2005), bastava una testimonianza verosimile. Il risultato non era difficile da prevedere. Circa 14mila sono le denunce arrivate, di cui solo lo 0,4% è stato respinto. Lo Stato, che deve ancora finire di pagare tutti, si calcola che alla fine avrà di gran lunga superato il miliardo di euro negli esborsi. Immancabili gli “inciuci” del sistema. Pochi giorni fa è nata una polemica quando si è saputo che il Redress Board ha versato 83,5 milioni di euro agli studi legali che avevano assistito i denuncianti, alcuni dei quali messisi dal 2002 in cerca di ex alunni delle industrial schools finiti anche in Nuova Zelanda, Canada o Stati Uniti, per far conoscere loro l’interessante proposta statale. Nel mentre un ordine tra i più meritori nella storia dell’Irlanda moderna, la Congregazione dei Fratelli Cristiani, a cui furono affidate molte delle scuole infamate, ha visto il 90% dei suoi membri toccati da almeno un’accusa di abusi sessuali. Religiosi, spesso molto anziani, che dopo una vita di generosità e di servizio hanno incontrato la vergogna più atroce.

Un destino che non è stato riservato solo ai “soldati semplici”: dal 1994 a oggi sei vescovi (per avere una proporzione, in Irlanda le diocesi sono 26) hanno visto il proprio nome infangato con storie di abusi sessuali poi finite in una bolla di sapone. “Non ci stancheremo di lottare contro queste ingiustizie” dice oggi Florence Horsman Hogan, fondatrice di Let Our Voice Emerge, una delle associazioni che si sono battute contro l’isteria collettiva ai danni della Chiesa Cattolica. Florence, un’infermiera protestante, figlia di una madre schizofrenica e di un padre alcolizzato, è stata cresciuta in una delle industrial schools dirette dalle Sisters of Mercy. Non ha mai dimenticato la carità cristiana che gli ha permesso di farsi una vita, e nel 2002 ha deci so di offrirsi come portavoce delle vittime innocenti di false accuse, soprattutto sacerdoti e suore. A spingerla a nell’arena pubblica è stato però un altro motivo: il racconto di vere vittime di abusi, che si sono sentite strumentalizzate e oltraggiate nel trovarsi a fianco un esercito di truffatori, piccoli balordi e anticlericali ossessivi. (Andrea Galli, Avvenire, 12/8/2007)

A proposito della famosa querelle sulla preghiera di conversione degli ebrei nell’antico messale.

Città del Vaticano (Agenzia Fides) -don Nicola Bux Alcuni circoli ebraici ed alcuni organi di stampa hanno fatto rumore in occasione della promulgazione del Motu proprio di Benedetto XVI sulla Messa antica, paventando la reintroduzione della preghiera per gli Ebrei, quella da cui Papa Giovanni tolse l?aggettivo Œperfidi?.
Forse pochi sanno che la orazione solenne per gli Ebrei del Venerdì Santo ha una corrispondente nella birkat ha-minim (benedizione contro gli eretici) della liturgia giudaica, che è la seguente: ?Che per gli apostati non ci sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il regno dell?orgoglio; e periscano in un istante i nazareni (ndr. i giudeo-cristiani) e gli eretici: siano cancellati dal libro dei viventi e con i giusti non siano iscritti. Benedetto sei tu Yahweh che pieghi i superbi?.
Così recita la XII benedizione della liturgia sinagogale nella forma primitiva. Mentre in quella del Talmud babilonese più diffusa oggi: ?Per i calunniatori e gli eretici non vi sia speranza, e tutti in un istante periscano; tutti i Tuoi nemici prontamente siano distrutti, e Tu umiliali prontamente ai nostri giorni. Benedetto Tu, Signore, che spezzi i nemici e umili i superbi?.
Quanto all?Orazione solenne del Venerdì Santo, la versione italiana del Messale Romano del 1962 dice: ?Preghiamo anche per gli Ebrei, affinché il Signore Dio nostro tolga il velo dai loro cuori, in modo che essi pure con noi riconoscano Gesù Cristo Signor Nostro. Preghiamo. O Dio onnipotente ed eterno, che non rigetti dalla tua misericordia neppure gli Ebrei, esaudisci le suppliche che ti rivolgiamo per questo popolo accecato, affinché ammetta che il Cristo è la luce della tua verità, ed esca così dalle tenebre?.
In quella del Messale Romano del 1970 è stata così modificata: ?Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell?amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza?. Preghiera in silenzio. ?Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta benigno la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione?.
Osservando comparativamente le formule, si nota che quella giudaica si serve delle invettive proprie di taluni salmi e testi profetici (per esempio il Salmo 58), non estranee nemmeno al Nuovo Testamento; quella cristiana dell?antico Messale riecheggia l?invito di San Paolo alla comunità cristiana, a pregare per tutti gli uomini (cfr. 1 Timoteo 2,1), quindi per i giudei, quando le rammenta l?irrevocabilità dell?elezione divina d?Israele (cfr. Romani 11,29) ed il mistero della sua conversione alla fine dei tempi (cfr. Romani 11,25-26). Secondo De Clerk, questa preghiera potrebbe essere ?segno di grande antichità delle orationes sollemnes, oppure potrebbe risalire a un periodo in cui i giudei erano molto numerosi a Roma. Quanto all?orazione del nuovo Messale, il tema è il popolo di Abramo, depositario delle Œirrevocabili? promesse divine e chiamato comunque ?alla pienezza della redenzione?. Questa è stata sempre la coscienza della Chiesa che nell?orazione domanda a Dio che si affretti la realizzazione di quella promessa.
Dunque, non è il caso che i nostri Œfratelli maggiori? continuino a scandalizzarsi della preghiera che i cristiani innalzano a Dio per loro, quando dovrebbero agire a modificare la loro, visto che nella prima forma e anche in quella del Talmud babilonese, non è stata tolta la maledizione di Dio che non si concilia col suo amore universale.
Un po? di storia.
In realtà la querelle cesserebbe se si inquadrasse nel rapporto tra liturgia cristiana e liturgia giudaica, da cui anche l?orazione di lode e di intercessione ha la sua origine, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (1096). Infatti, il corrispondente giudaico dell?Oratio fidelium – anche dell?anafora secondo taluni studiosi come Adrien Nocent – è la preghiera Shemonèh Esréh (la Tefillah delle diciotto benedizioni). Com?è noto, il cristianesimo delle origini, e quindi la liturgia, si è posto in rapporto di continuità e nel contempo di novità rispetto al giudaismo. I nazareni o cristiani avevano frequentato il Tempio (cfr. Atti 2,46), come pure le sinagoghe, finché, due decenni dopo la sua distruzione nel 70, i giudei non introdussero nella Tefillah la XII ?benedizione?, appunto la birkat ha-minim (diventarono così diciannove ma il nome di Shemonèh Esréh non fu cambiato), ovvero una maledizione contro la setta considerata eretica, dei giudeo-cristiani (cfr. Atti 24,14) sia per tenerli lontani dalla sinagoga, sia per proclamare formalmente la rottura definitiva tra le due religioni.
Accanto ai minim (dissidenti) si menzionavano i nozrim, i nazareni, cioè i seguaci di Gesù di Nazareth, perché ?spariscano all?istante, cancellati dal libro della vita e non scritti con i giusti. Benedetto sei tu che umili i superbi? (cfr. G. De Rosa, Gesù di Nazareth e l?Ebraismo di ieri e di oggi. Dal rifiuto all?appropriazione esclusiva. ?La Civiltà Cattolica?, 15 (2000), n 12). Nel medesimo periodo venne comminata infatti la scomunica contro i giudeo-cristiani, i quali pur pretendendo di rimanere dentro la sinagoga, la dividevano nella fede, proteggevano i ?gentili?, soprattutto i romani, e distruggevano il principio dommatico della habdàlàh ossia la separazione tra circoncisi e non (cfr. H.Herts, Daily Prayer Book with commentary. Introductions and notes, New York 1971, p 142 s.). Così nel Medioevo la pensava Maimonide e ai nostri giorni il rabbino americano J.Petuchowski (cfr. S.Ben Chorin, Il giudaismo in preghiera. La liturgia della sinagoga, Cinisello B.1988, p 80). Tuttavia oggi non tutti gli ebrei nominano i nazareni e i dissidenti, ma si limitano ai calunniatori, i cattivi e i nemici.
Quanto alle Orazioni solenni del Venerdì Santo e alla Orazione universale o dei fedeli nella Messa, si riallacciano alla tradizione apostolica di pregare per tutti: in particolare perché trascorrano una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità, quale ?cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità? (cfr. 1 Timoteo 2,1-3). Tracce di tale preghiera si ritrovano in Clemente di Roma, Policarpo di Smirne, Giustino, Tertulliano e Cipriano, che sottolineano la richiesta a Dio di giungere alla conoscenza della verità e alla salvezza eterna. Sarà Prospero d?Aquitania (390-455), autore del celebre ?ut legem credendi lex statuat supplicandi? a riferirvisi con più evidenza. L?autore non intendeva istituire un automatismo, quasi che dalla preghiera derivi la norma della fede, ma dire che diventa norma di fede quella preghiera connessa con la dottrina cattolica conclusa con la morte dell?ultimo apostolo. In certo senso la liturgia deve esprimere la fede cattolica e apostolica, oltre che l?unità e la santità della Chiesa.
Tuttavia, la descrizione più antica delle orationes sollemnes è contenuta nei Capitula, un documento annesso alla lettera di Papa Celestino I ai Vescovi della Gallia, scritto tra il 435-442. In particolare nella preghiera pro Judaeis dice: ?ut Judaeis, ablato cordis velamine, lux veritatis appareat?. La frase evidentemente richiama da un lato San Paolo (2 Cor. 3,12-16) e dall?altro la orazione che, attraverso Leone Magno e i libri liturgici romani altomedievali noti come Ordines, giunge fino alla forma del Messale romano del 1962. Dunque le fonti liturgiche che ci tramandano le orationes sollemnes risalgono alle tradizioni gelasiana, gregoriana e gallicana codificate nei Sacramentari e negli Ordines romani.
L?Oratio pro conversione iudaeorum, la sesta delle orazioni solenni, nel Messale del 1970 è intitolata semplicemente ?pro iudaeis?. L?appellativo Œperfidi? è stato tolto, sebbene significasse semplicemente Œincreduli?, in certo senso meglio del minim, i dissidenti della birkat giudaica. Per l?analisi e la traduzione dell?espressione, approvata già nel 1948 dalla Congregazione dei Riti, rimandiamo agli studi esistenti; ma già nel 1936 il grande esegeta protestante diventato cattolico Eric Peterson, aveva pubblicato uno studio in cui mostrava che l?epiteto voleva dire fedifrago, in quanto i giudei avevano stretto un patto con Jaweh al quale erano venuti meno. Tale significato, applicato anche ai pagani, si trova in alcune opere di Cipriano e di Ambrogio. Sant?Agostino rifacendosi alla giustizia della fede in San Paolo, la traduce con ingiustizia e mancanza di fede. Sulla stessa linea anche Gelasio e Gregorio Magno.
A questo punto si può dedurre che la Oratio pro iudaeis appare in certo senso speculare alla birkat ha-minim giudaica, la maledizione contro gli eretici; quasi una Œrisposta?, poiché il dato liturgico non è mai astratto, ed entrambe risalgono allo stesso periodo, come abbiamo visto. Alla scomunica comminata ai giudeo-cristiani e all?accusa di ?eresia? da parte dei giudei – forse durante il sinodo di Jabne tra 90 e 100 d.C., – che volevano in tal modo sancire la rottura definitiva del Giudaismo ufficiale con i cristiani, questi avrebbero Œrisposto? con l?inserzione della ?preghiera per i giudei?. Al di là di ogni polemica, è ?ragionevole ritenere che la storia di entrambe le preghiere, il cui contenuto era certamente noto sia ad ebrei che a cristiani alla fine del I secolo, si sia intrecciata, dando così forma al testo liturgico così come ci è pervenuto, salvo, ovviamente, le inevitabili modifiche che, generalmente, i testi liturgici subiscono nel corso dei secoli? (Annamaria Abrusci, Storia ed evoluzione delle Orazioni solenni. Il caso della preghiera Pro Iudaeis, tesi di magistero presso l?ISSR di Bari, anno 2000-2001, p 111-112, pro manuscripto). Ciò dimostra ancora una volta l?influsso della liturgia ebraica e giudaica in specie su quella cristiana. La preghiera non può essere modificata in contraddizione con la dottrina cattolica e apostolica. Volentieri, dunque, oggi pregheremo anche con le nuove formule del Messale Romano di Paolo VI dove si supplica il Signore che ?il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione?.
La Chiesa prega per la conversione di tutti gli uomini
?Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosé che poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell?Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto? (2 Corinzi, 3, 12-16).
Questo testo paolino è notoriamente la fonte dell?orazione per gli ebrei fino al Messale del 1962. Oggi non pochi cattolici hanno timore della conversione e così pure gli ebrei, i quali vorrebbero che la Chiesa cattolica non sia se stessa, almeno nei loro confronti. Ora la conversione è l?essenza del Vangelo di Gesù, e ha designato il cammino verso di Lui di popoli e nazioni (cfr. gli studi di E. Peterson sull?interpretazione di Romani 9-11 e il significato della conversione). Facendo la verità nella carità e nel rispetto della libertà, la Chiesa ha come priorità l?annuncio del Vangelo che è la verità piena e definitiva sull?uomo e alla quale l?uomo è chiamato a convertirsi. E? Cristo che ha dichiarato: ?Il tempo è compiutoŠconvertitevi e credete al vangelo? (Marco 1,15), non Œdialogate e mettetevi d?accordo?. San Pietro ha descritto la conversione come un percorso irreversibile: dalla parola dei profeti, lampada che brilla in luogo oscuro fino allo spuntare della stella del mattino (cf. 2 Pietro 1,19); i Magi avevano cercato la verità al seguito della stella, finché trovarono la luce vera (cfr. Matteo 2,2); san Paolo, dopo essere andato a tastoni come in un luogo buio (cf. Atti 17,27) fino ad essere investito da Cristo verità incarnata e convertirsi a Lui.
La Chiesa, come ha detto il Concilio, è sacramento anche in rapporto alle religioni, cioè non solo segno ma strumento di salvezza per tutti. Si comprende così che il cristianesimo è una religione universale che fa conoscere il vero Dio d?Israele (cfr. Giovanni Paolo II, ?Varcare la soglia della speranza?, Milano 1994, p.112).
Il tema della salvezza in Gesù Cristo necessaria per ogni uomo è stato riaffermato nella Dichiarazione Dominus Iesus. Il dialogo con gli ebrei nasce dalla ?coscienza del dono di salvezza unico e universale offerto dal Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito? (n. 13). Proprio mostrando in Cristo il compimento del Giudaismo, la Chiesa è passata ad affrontare il mondo pagano ?che aspirava alla salvezza attraverso una pluralità di dèi salvatori? (ivi).
Il dialogo è parte integrante della coscienza missionaria della Chiesa; fondato sulla consapevolezza della pari dignità di tutti gli uomini, a qualsiasi religione appartengano, e nello stesso tempo sul primato di Gesù Cristo e della sua dottrina ?in confronto con i fondatori delle altre religioni? (Dominus Iesus, n. 22 ).
La Chiesa propone il regno di Dio come signoria universale di Gesù Cristo (cfr J.Ratzinger -Benedetto XVI, ?Gesù di Nazaret?, Città del Vaticano 2007, cap III); Benedetto XVI cita nel suo libro l?erudito rabbino Jacob Neusner che in un saggio del 1993 aveva evidenziato tutta la differenza tra la Torah e Gesù. Se e quando tutti gli uomini entreranno nella Nuova Alleanza della Chiesa, compresi gli ebrei, è questione da lasciare allo Spirito Santo (cfr. VarcareŠ, p. 112). La preghiera per gli ebrei esprime la convinzione che l?incontro e il dialogo è ?un tentativo che sta completamente nelle mani di Dio?(Gesù di Nazaret, p 248), con un messaggio: ?Allora non abbandoneranno la loro obbedienza – (alla Torah che permette di vedere Dio ?di spalle?, Ivi, p 310-311), – ma essa verrà da fonti più profonde e perciò sarà più grande, più sincera e pura, ma soprattutto anche più umile?(Ivi, p 249).
Così si capiscono di più le richieste di perdono e il gesto di Giovanni Paolo II al Œmuro del pianto? e ancora prima l?intervento del Cardinale Joseph Ratzinger alla Conferenza internazionale ebraico-cristiana di Gerusalemme nel 1994, dove svolse la tesi della riconciliazione, essenza di due fedi, ricordando che il sangue versato da Cristo non grida vendetta ma appunto riconciliazione. Nessuna intenzione da parte cattolica, dunque, di incentivare l?antigiudaismo – e speriamo da parte ebraica nemmeno l?anticristianesimo – ma conoscenza e rispetto reciproco, anche delle espressioni della propria fede, pregando gli uni per gli altri.
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=13684&lan=ita

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