Tauran: una nomina pontificia molto significativa.

J.L. Tauran, è stato nominato dal papa al Pontifico Consiglio per il Dialogo. E’ una nomina che dice molto dell’idea che il pontefice ha del Medio Oriente. Infatti Tauran è un ex ministro degli esteri vaticano, convinto che la questione palestinese sia la madre di tutte le guerre. Sentiamo cosa diceva.

Il cardinale Jean-Louis Tauran è stato per tredici anni “ministro degli Esteri” della Santa Sede prima di venir elevato alla porpora nell’autunno scorso. Ha visto esplodere la crisi degli ostaggi a New York, dove è in visita. Come giudica questa nuova crisi in Iraq? “E’ molto grave. Quando si vedono queste immagini non è un progresso ma un regresso. La Santa Sede ha sempre sostenuto lo ius in bello. Anche quando si fa la guerra, c’è un modo di condurla che rispetta la legge. La reazione del presidente Bush è stata molto chiara. Normalmente l’esercito americano non si comporta così, ma ciò che abbiamo visto è deplorevole”. Durante il dibattito precedente alla guerra alcuni avevano sottolineato il rischio che l’intervento, con i suoi effetti, avrebbe complicato la lotta al terrorismo invece di aiutarla. “Certo, la posizione del Papa è stata molto chiara: la violenza genera più violenza, e la guerra più guerra”. Si stanno realizzando quelle previsioni? “Certamente il Papa non parla a vuoto. Aveva delle ragioni, soprattutto su questo concetto della guerra preventiva: ora si vede molto bene che non ha eliminato il terrorismo”. Ma ora che la guerra è avvenuta, la Santa Sede appoggia il processo per stabilizzare l’Iraq? “Sulla legittimità del conflitto si scriveranno bellissime tesi, ma ormai il fatto è compiuto. Adesso dobbiamo guardare al futuro, e vedere come aiutare il popolo iracheno a ritrovare la sovranità”. Come si può raggiungere questo obiettivo? “Ogni componente della società deve essere consultata, perché il governo non può essere imposto dall’esterno. Grazie a Dio adesso tutti capiscono che serve un ricorso alla comunità internazionale nel suo insieme. Questo è in armonia con la Carta dell’Onu. L’Iraq ha bisogno di ritrovare senza indugio la sua sovranità”. Bisognava tenere le elezioni prima di passare i poteri? “Non ho gli elementi per dirlo, ma il voto è : necessario perché gli iracheni devono decidere il loro futuro e riconoscersi nel nuovo governo. Deve essere l’esecutivo che piace a loro, non agli Stati uniti”. La data del 30 giugno per il passaggio dei poteri è realistica? “Non lo so, ma comunque è qui che serve una concertazione internazionale, perché la guerra si può lanciare da soli, ma la pace va fatta tutti insieme”. Volete una nuova risoluzione dell’Onu per approvare il governo e creare una forza multinazionale? “Sì, purché sia una forza internazionale che rappresenti l’intera comunità. Ma sarà una cosa molto difficile da mettere in piedi. Serviranno migliaia di uomini e non so quanti Paesi sono disposti a questo sforzo”. Che cosa bisognerebbe fare, secondo lei, per contrastare in maniera più efficace il terrorismo? “Non si batte con la violenza, ma capendo perché alcune persone ricorrono a quest’arma indegna dell’uomo. Ci sono dei motivi, vuol dire che le giuste aspirazioni di alcuni popoli non sono soddisfatte. Poi la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese è la madre di tutte le crisi. Una volta sciolto questo nodo, il Medio Oriente cambierebbe. Finché non verrà superato, ci sono molte probabilità che il terrorismo continui e si allarghi”. Come giudica la situazione tra israeliani e palestinesi? “Ho l’impressione che invece di progredire andiamo indietro. Uno si domanda se non siamo passati da un processo di pace a un processo di guerra, una specie di strategia del caos. Intanto le persone soffrono, da una parte è dall’altra, perché non possiamo dimenticare la popolazione israeliana che vive con l’incubo quotidiano del kamikaze. Serve una presenza amica che aiuti i palestinesi e gli israeliani a parlarsi. Non una forza militare di interposizione, ma osservatori internazionali”. Gli Stati Uniti sono ancora un mediatore credibile? “Preferisco non commentare”. Qual è il suo giudizio sul muro che Israele sta costruendo? “Ognuno ha diritto di costruire un muro per proteggersi quando si sente in pericolo. Ma deve farlo nel proprio giardino, non in quello del vicino”. Quale futuro vorreste per Gerusalemme? “La Santa Sede ha sempre perorato uno statuto speciale, internazionalmente garantito, per la città intra muros che contiene le parti più sacre alle tre religioni, affinché in futuro nessuno possa rivendicare il controllo esclusivo di questo patrimonio spirituale dell’umanità”. La democrazia può attecchire in Medio Oriente? “Certo. Le intuizioni fondamentali della democrazia sono valide per tutti i sistemi, ma in armonia con la storia. Bisogna adattarle alla realtà locale”. A cura di P. Mastrolilli (La Stampa 05.05.04)

Tutte le crisi dipendono dal problema israelo-palestinese” Roma, 27 giu. (Apcom) – Il conflitto in Medio oriente “non è una guerra di religione”: lo sottolinea il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente in pectore del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. “E’ molto importante sottolineare che non si tratta di una guerra di religione, la religione non è al principio della crisi”, ha detto Tauran intervenendo ad una tavola rotonda organizzato dalla rivista Aspenia, a Roma. “Tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI c’è continuità”, ha rimarcato il porporato francese che è stato a lungo ministro degli esteri della Santa Sede sotto Wojtyla, “forse con la sfumatura che Benedetto XVI è molto preoccupato dalla precarietà dei cristiani in Medio Oriente”. Un problema di fronte al quale, secondo Tauran, “la comunità internazionale dev’essere più presente per aiutare le parti in conflitto a sedersi ad un tavolo per guardarsi, ascoltarsi”. L’analisi del cardinal Tauran è che “fintantoché il problema israelo- plestinese non è risolto, tutte le crisi del Medio oriente continuano. Le persone vivono continuamente nella guerra. Ricordo quando ero in Libano – ha raccontato il porporato francese – e i ragazzini giocavano alla guerra con piccoli mitragliatrici di legno, erano immersi in questo clima di guerra”. Al tempo stesso, ha sottolineato, “non ci sarà pace se la questione dei luoghi santi non sarà affrontata in modo adeguato”. Da questo punto di vista, secondo Tauran la città antica di Gerusalemme “dovrebbe essere ogetto di uno statuto speciale internazionalmente garantito”, perché “solo la comunità internazionale può garantirne la stabilità e conservare il carattere unico e sacro” del luogo sacro a cristiani, ebrei e musulmani.

Dasvidania tovarisch Catalano

Risposta del cons. reg. Agostino Catalano al precedente articolo di Rodolfo Borga. Il trentino 22 giugno 2007.

Nel convenire con alcuni miei giudizi, espressi in una missiva da Voi pubblicata ieri, il Consigliere Catalano non riesce, da buon compagno qual è, a resistere alla tentazione d’insultarmi, attribuendomi d’ufficio opinioni che non mi appartengono; il che mi costringe a richiedere la pubblicazione della presente.

Il compagno Consigliere, che invano attende da lungo tempo che il Governo (quello stesso che egli sostiene, che egli ha votato e fatto votare, che egli tutt’ora, per il tramite del suo partito, fa sopravvivere) faccia quello che ha promesso agli elettori, non trova, infatti, di meglio che affermare, tra l’altro, che io auspicherei che l’istituto della pensione fosse eliminato (neanche fossi il suo compare di merende Padoa Schioppa!!) e che sarei un sostenitore dell’evasione fiscale e, più in generale, di una legislazione finalizzata a proteggere i lestofanti.

Tirato per i capelli senza alcuna ragione, mi vedo costretto a esporre in estrema sintesi le mie opinioni. Sostengo la famiglia (quella naturale), ritengo necessario un equo prelievo fiscale, presupposto indefettibile per la crescita di tutta a società e quindi anche per la possibilità di offrire le necessarie tutele sociali (la ricchezza per poter essere distribuita deve prima essere prodotta), credo, in un ottica di sussidiarietà, che la Comunità (sia essa locale o nazionale) venga prima di Stato, Regioni e Comuni, sostengo il merito, solo criterio a garantire un futuro migliore coloro che si trovano in condizioni di minorità, ritengo indispensabile la tutela di tradizioni ed identità, senza le quali non vi può essere Comunità.

Non mi piacciono, invece, l’immigrazione incontrollata, li buonismo nei confronti di delinquenti di ogni risma, la sistematica demolizione di tutti quei valori che da circa duemila anni costituiscono il fondamento delle nostre Comunità, la negazione di ogni ordine ed autorità; non mi piacciono, infine, i nullafacenti, figli di papà, occupatori d’immobili altrui, cui tutto è permesso con la tolleranza di chi dovrebbe garantire legalità ed ordine (per intenderci, quelli come i tuoi compagni di partito Farina o Caruso).

Ed il fatto che tu la pensi diversamente, non ti autorizza ad attribuirmi opinioni che non ho mai manifestato. Piuttosto, caro Catalano, se proprio non riesce a sopportare il mantenimento di tutte quelle brutte leggi approvate all’epoca del Governo Berlusconi, anziché prendertela con me, lascia il partito cui appartieni, un partito che, attaccato con il bostik a poltrone tanto agognate (presidenza dalla Camera, ministeri, sottosegretariati etc . . )

Dasvidania tovarisch Catalano.

Non è facile comprendere

Non è facile comprendere perché voi della sedicente sinistra riformista ve la prendete con Verdi, Rifondaroli e Comunisti (Italiani), accusandoli di voler affossare il Governo Prodi. Infatti gli amici della sinistra estrema mica si inventati oggi l’abolizione dello scalone, l’aumento delle pensioni più basse, la chiusura del ctp, i DICO, l’abrogazione della legge Biagi, la felicità per tutti, etc etc: tutto era scritto nel programma presentato da Prodi agli elettori. Ed allora attuatelo questo programma! O, forse, solo ora scoprite che quello che avete promesso agli elettori non può essere realizzato? Ma, allora, di tutti coloro che vi hanno votati convinti che le pensioni sarebbero aumentate, che lo scalone sarebbe stato abolito e la legge Biagi abrogata, che i ctp sarebbero stati chiusi, che tutti sarebbero stati più felici etc etc, che ne facciamo? Li volgiamo forse considerare tutti degli irresponsabili sovversivi? Non è neppure facile comprendere perché voi della SVP (con il PATT a rimorchio) ve la prendete tanto con il povero Prodi per l’aumento della pressione fiscale a danno di artigiani, commercianti e piccole imprese. Lo sapevate bene, quando a più riprese avete votato la fiducia ad un Governo che senza i vostri voti non sarebbe neppure sorto, che a dirigere il tutto sarebbe ritornato il truce Visco, per il quale ogni “autonomo” (nel senso del lavoratore, non del frequentatore di centro sociali, ché quelli sono buoni) è un potenziale delinquente. Sapevate anche dei nuovi studi di settore quando avete approvato una legge finanziaria, che senza i vostri voti non sarebbe passata; lo sapevate eccome, visto che nella finanziaria già era tutto previsto. Ed allora perché solo ora fate la voce grossa? Perché solo ora le conferenze stampa contro la politica fiscale del vostro Governo (vostro perché solo grazie ai vostri voti sta ancora in piedi)? Forse perché vi siete accorti che i vostri elettori dei vostri compagni di viaggio ne hanno già abbondantemente piene le tasche? La cosa mi pare francamente poco seria e, per dirla tutta (senza offesa, ovviamente), un pochino all’italiana. In fin dei conti se ora Visco e Padoa Schioppa dettano la linea è solo perché voi, prima avete chiesto ai vostri elettori di votarli, e quindi, vinte le elezioni per una manciata di voti (più o meno quelli raccolti dal PATT in Trentino), avete tenuto in piedi e continuate a tenere in piedi questo Governo. Ed allora sostenetelo il vostro Governo! Se possibile senza troppe storie, perché, si sa, ein Mann ein Wort!

Le ragioni laiche del “no” della Chiesa alla guerra in Iraq

[ecco quanto scriveva Sandro Magister nel 2003 sul suo blog Chiesa online] Iraq. Le ragioni tutte politiche del “no” della Chiesa alla
guerra
Poco idealismo e molto pragmatismo nelle posizioni antiguerra del
cardinale Sodano e dei vescovi italiani, tedeschi, canadesi. Questi
ultimi addirittura le sottopongono a un sondaggio
di Sandro Magister (2003)
ROMA – La Chiesa cattolica continua a dire forte il suo “no”
alla
guerra all?Iraq. Ma non come fosse un veto religioso, assoluto. Il
“no”
lo argomenta con ragioni politiche, e quindi per loro natura
discutibili, affidate all?intelligenza dei fedeli. ? ciò che si ricava
da quanto hanno detto negli ultimi giorni il cardinale Angelo Sodano,
segretario di Stato, e le conferenze espiscopali dell?Italia, del
Canada e della Germania.
1. IL CARDINALE SODANO
Il cardinale Sodano è tornato a dire il suo pensiero sull?Iraq il 29
gennaio, a un pool di giornalisti invitati a un pranzo in suo onore.
Ecco le sue frasi salienti, riportate il giorno dopo sulla stampa:
“Al di fuori qualcuno pensa che gli esponenti della Chiesa siano degli
?idealisti?. E lo siamo, ma siamo anche realisti”.
“Vale la pena irritare un miliardo di islamici? ? la domanda che
faccio a qualche amico americano: vi conviene? Non avrete poi per
decenni l?ostilità di tutto quel mondo?”.
“Senza entrare troppo nel problema se la guerra sia morale o no, credo
che abbia una sua efficacia la domanda sulla convenienza”.
“Con le guerre si sa come si comincia ma non come si finisce. Agli
americani chiedo: siete sicuri di uscirne bene? L?esperienza del
Vietnam non vi invita alla prudenza? Anche in Afghanistan vediamo che
non è ancora finita. Le cose non vanno bene per niente. Ma proprio per
questo bisogna insistere sulla convenienza o no della guerra”.
“Noi siamo contro la guerra. Non c?è tanto da discutere sul fatto se
sia preventiva o non preventiva: sono termini ambigui. Certo non è
difensiva. Ai fini della concordia con il mondo islamico, occorre
chiedersi quale sia il mezzo migliore per affrontare la crisi
irachena”.
2. LA CEI DI BETORI E “AVVENIRE”
Per la Cei hanno parlato il segretario generale monsignor Giuseppe
Betori e il quotidiano “Avvenire”.
In una conferenza stampa del 28 gennaio monsignor Betori ha detto che
“se una guerra è preventiva non è giusta in ogni caso” perché “la
minaccia deve essere attuale e non futura”. Ma ha aggiunto:
“Perché la guerra sia giustificata occorre che ci sia una aggressione
in atto e questo non è stato ancora compiutamente dimostrato. Lo
decideranno gli esperti. Non sta a noi giudicare il grado in cui il
possesso da parte dell?Iraq di armi di distruzione di massa è tale da
poter costituire una minaccia concreta”.
“Avvenire” – che è di proprietà della Cei – ha invece
dedicato il suo
editoriale di prima pagina del 30 gennaio proprio alle “parole
informali” dette il giorno prima dal cardinale Sodano. Per subito
sottolineare che le obiezioni alla guerra espresse dal segretario di
Stato “sono di carattere puramente politico”.
E tra le obiezioni di Sodano alla guerra, l?editoriale ne ha
sviluppata in particolare una: quella sui contraccolpi negativi in
campo musulmano.
L?autore dell?editoriale fa parte del think tank del cardinale Camillo
Ruini: è Vittorio E. Parsi, docente di relazioni internazionali
all?Università Cattolica di Milano.
Ha scritto Parsi:
“Una rapida e umiliante vittoria sull?Iraq finirebbe col rendere
incolmabile quel fossato di risentimento che per tutto il Novecento si
è venuto allargando tra Occidente e mondo islamico (cui afferisce un
miliardo circa di persone). La stessa idea di procedere a
un’occupazione – temporanea ma prolungata – dell’Iraq, allo
scopo di
favorirne una transizione democratica, si direbbe una soluzione un
po’
troppo semplicistica e sbrigativa. Se la presenza militare occidentale
nella Penisola Arabica ha prodotto Bin Laden, Al Qayda, e gli attentati
dell’11 settembre, quale infernale reazione potrebbe generare
l’occupazione dell’Iraq?”.
Ma interessante è stata anche la conclusione dell?editoriale. Che da
un lato ha riconosciuto “in linea di principio agli Stati Uniti e
all’Occidente il diritto e il dovere di difendersi, anche con le
armi,
quando le vite dei suoi cittadini e la sicurezza della democrazia sono
sotto attacco”.
E dall?altro lato ha criticato severamente le posizioni di Francia e
Germania, ritenute un ostacolo proprio alla ricerca di un?alternativa
alla guerra:
“Non molto proficue appaiono certe puntute e rigide prese di
posizione, che potrebbero essere interpretate come assunte più in
un’ottica di supremazia continentale che non in quella di una
genuina
sicurezza europea e collettiva. Meglio piuttosto il tentativo di
riavvicinare le due sponde dell’Atlantico – che è poi il solo modo
di
mantenere il bene prezioso dell’unità europea – cercando proposte
concrete, realistiche e audaci in grado di scongiurare una guerra che
in realtà nessuno, tranne Saddam, vuole”.
3. I VESCOVI TEDESCHI
La conferenza episcopale tedesca ha emesso una dichiarazione sull?Iraq
il 20 gennaio, dopo una riunione a Wurzburg del suo direttivo. Per dire
che “la questione centrale non è la guerra preventiva, ma la
prevenzione della guerra”.
Gran parte del documento muove obiezioni alle conseguenze pratiche di
una guerra contro l?Iraq e prima ancora alla teoria della guerra
preventiva, che “in quanto rappresenta un?aggressione non può essere
definita come una giusta guerra d?autodifesa” e quindi “è in
contraddizione con l?insegnamento cattolico e le leggi internazionali”.
Ma in alternativa alla guerra, i vescovi tedeschi non invocano di
restare “inattivi”. “? necessario che la comunità internazionale
continui a esercitare pressioni sul regime del dittatore Saddam Hussein
e pratichi una politica di ferma restrizione della sua libertà d?azione
militare”.
Anche, eventualmente, con la minaccia dell?uso della forza: “Nel
contesto di una strategia politica finalizzata a prevenire la guerra,
l?uso di minacce può essere eticamente giustificato in certi casi”.
4. I VESCOVI CANADESI
I vescovi canadesi, infine, si sono espressi sull?Iraq il 17 gennaio
con un?iniziativa insolita. Hanno rilanciato come proprio documento una
sorta di manifesto antiguerra prodotto dalla Commissione per la pace
del Consiglio canadese delle Chiese, e offerto alla sottoscrizione di
chi desidera.
Il manifesto è fortissimamente critico nei confronti della politica
presente e passata degli Stati Uniti e dell?Occidente nell?area. La
stessa dittatura di Saddam Hussein è giudicata un prodotto di questa
politica. E il fatto che il regime di Baghdad si sia dotato di armi
distruzione di massa è messo in rapporto con l?analogo armarsi di
Israele: fintanto che quest?ultimo non disarma – vi si legge – anche il
primo ha i suoi motivi per fare altrettanto.
Il documento termina con sette indicazioni operative, in alternativa
alla guerra. La più importante è quella che invita ad “accompagnare”
l?autonomo cammino del popolo irakeno verso la democrazia. Perché “una
volta che gli irakeni saranno liberi di scegliere è improbabile che
daranno sostegno a un programma d?armamento nucleare”.
Un altra indicazione operativa è quella di “esplorare i modi legali e
giudiziari” per processare Saddam Hussein per crimini contro l?umanità,
“come si è provato contro il generale Augusto Pinochet”.
Nell?intero documento non una sola riga rimanda a principi etici né
tantomeno cristiani. Gli argomenti sono tutti e solo politici.
E discutibili in tutta libertà. Al punto che il manifesto è offerto in
pubblica sottoscrizione, e quindi vale solo per chi ha deciso o
deciderà di firmarlo.

Populisti, xenofobi, euroscettici…..

L’appellativo di “destra populista, xenofoba ed euroscettica” è usato spesso dalla stampa di sinistra per raggruppare forzosamente una serie di soggetti politici che in realtà sono molto diversi per esperienza, localizzazione e consenso. In occasione del recente successo elettorale di Sarkozy, alcuni gazzettieri nostrani hanno esteso questo marchio anche alla coalizione di centrodestra francese. L’intendimento è chiaro: caratterizzare negativamente esperienze politiche tra loro diverse, ma che hanno in comune una colpa grave: essere vincenti, essere alternative alla sinistra, e avere un notevole consenso popolare e interclassista.
Se il populismo è un concetto vago, stante la difficoltà a definire il confine tra “popolare” e “populista”, va detto peraltro che il populismo di certa sinistra europea, in particolare quella italiana, è molto più intenso di quello della destra, specie quando viene espresso su problematiche di attualità che vengono sfruttate come mezzo di consenso. I pensionati in piazza non li porta la destra, ma i sindacati e la sinistra radicale con le loro allettanti fantasie sulla sostenibilità del welfare e vari slogan annessi (le pensioni non si toccano, giù le mani dalla la sanità pubblica gratuita ecc.), e su questa demagogia mantengono il loro residuo consenso.
In quanto all’euroscetticismo, direi che è a dir poco giustificato. Non è colpa degli euroscettici la crescita zero dell’economia, la scarsa competitività dell’industria UE, l’assenza di una politica estera e di difesa comune, una moneta unica che ha fatto solo lievitare i prezzi, un mercato interno ancora “legato” per gli europei ma aperto, grazie a Schengen, alle incursioni di milioni di clandestini, una ricerca scientifica e tecnologica che segna il passo…etc. Attribuire ragioni e carattere emotivo agli elettori di destra, serve solo ad accrescere il livore e la diffidenza di questo elettorato e conseguentemente, ad aumentare l’euroscetticismo. Ricordiamoci quali effetti devastanti sul consenso comunitario ha avuto l’ingerenza dell’Unione europea sugli esiti elettorali austriaci nel 2001.
In quanto alla xenofobia, è una delle variabili più allucinatorie in assoluto. Considerati gli effetti della massiva immigrazione extracomunitaria sulla sicurezza, sulla convivenza e sulla spesa sociale, ci si potrebbe aspettare un aumento esponenziale dei fenomeni xenofobi. Al contrario, un extracomunitario in Europa, attualmente, non è più minacciato di quanto non lo sia un gay a S. Francisco o un basco a Bilbao. La diversità culturale e la tolleranza sono una ricchezza dell’Europa, e queste sono delle qualità intrinseche al nostro continente, ben preesistenti al recente fenomeno immigratorio. Anzi, una volta per tutte sarebbe opportuno ribadire una gerarchia delle “diversità” anche in termini storici e locali, differenziando cioè le vecchie ed endogene diversità tutte europee, dalle nuove diversità importate, e che per molti versi sono imposte.

12 Maggio Roma : Family Day

Libertà e persona promuove la partecipazione al Family Day e invita quanti volessero aderire a compilare il modulo di adesione al più presto. La nostra associazione da sempre ritiene che la Famiglia sia un bene primario da tutelare e promuovere perché fondamento della nostra società. Questo non significa disprezzare coloro che la pensano in modo diverso, o peggio ancora essere “omofobici”, ma c’è sostanziale differenza tra il rispettare le differenze individuali e il promuoverle come paradigma sociale. Noi riteniamo che i diritti individuali di tutti vadano salvaguardati sempre, ma la famiglia, va non solo salvaguardata nei suoi diritti, ma supportata e sostenuta poiché senza una famiglia forte la società inevitabilmente si sgretola. E’ per questo che vi invitiamo a partecipare a Family day, perché riteniamo giusto ribadire che la famiglia non si discute.

Scarica il modulo di iscrizione

Diffusa dalla Cei la nota sui Dico.

Conferenza Episcopale Italiana

Nota del Consiglio Episcopale Permanente

a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio

 e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto.

 L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune. La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente «approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi» (Statuto C.E.I., art. 23, b). Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli. Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile. A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume. Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile. Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza. Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare. Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: «i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto. In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10). Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5). Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica. Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.

Roma, 28 marzo 2007

I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I.

La priorità è scommettere sulla famiglia

Vi sono casi nei quali la politica dispone di dati attendibili, e non solo di opinioni soggettive, per valutare le situazioni, selezionare i temi e i problemi prioritari e davvero degni di attenzione. Si potrà poi tener conto o meno di questi elementi oggettivi, ma solo se nelle scelte si rispetteranno questi dati di realtà l’atteggiamento sarà davvero laico, cioè non ideologico, non preventivamente preoccupato di affermare ad ogni costo, fino a negare l’evidenza, le proprie opinioni. E’ a mio avviso anche l’indebolirsi di questa attitudine laica, vale a dire realistica e popolare (la radice greca della parola laico è infatti laos, “popolo”), ovvero la tendenza a sottoporre il pur “duro e cocciuto” carattere dei fatti all’affermazione ostinata e “a prescindere” delle proprie idee, ad aver caricato la questione delle coppie non sposate in Italia di una rilevanza politica e mediatica sproporzionata rispetto alla consistenza effettiva del fenomeno. Perché se con lo sguardo scevro da pregiudizi badiamo all’esito delle più autorevoli indagini statistiche prodotte sull’argomento, è molto difficile giustificare la fretta di chi sostiene la necessità di una rapida approvazione del disegno di legge sui Dico “partorito” dal governo Prodi o ora al vaglio del Parlamento. Nel 2006 l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, ha rilevato la formazione in Italia di 1.300 unioni di fatto, il 47 per cento delle quali formate da celibi e nubili. Dall’indagine è emerso che i Dico potrebbero teoricamente interessare il 3,9 per cento della popolazione. Il condizionale è d’obbligo, perché bisognerebbe sapere quante coppie si servirebbero della legge se venisse approvata. Un autorevole demografo dell’Istat, Bacci, stima che ai Dico potrebbero, forse, essere interessate fra le 10 e le 13mila unioni di fatto. E’ tutto da vedere poi quante di queste convivenze, nate anche a motivo di una intenzionale e strutturale provvisorietà, intendano assoggettarsi a norme e vincoli di tempo fissati dall’ente pubblico. Lo dimostra l’irrilevanza delle iscrizioni finora raccolte dai pubblici registri dei conviventi, creati in alcuni Comuni fra i quali anche Trento (in tutta Italia ad oggi risultano tra le 145 e le 154 coppie). A servirsi della nuova legge potrebbe essere un numero a dir poco esiguo di coppie di fatto, anche perché molti dei casi di queste unioni attendono semplicemente che si verifichino le condizioni (personali, abitative, lavorative, ecc.) per potersi trasformare in matrimoni. E’ quindi perlomeno discutibile da parte dei politici lasciar credere che la legge sui Dico, una volta varata dal Parlamento, si applicherà in modo pressoché automatico ai conviventi. Il dato certo è che la domanda sociale di una disciplina statale in questo campo è irrisoria. Tanto più che ben altre preoccupazioni si impongono all’agenda politica del Paese, nella quale, anche per la gente comune i Dico non figurano. Da un’intervista a 1000 persone realizzata a Roma il 7 e l’8 febbraio dalla società Codres per conto delle Acli, risulta che alla richiesta di segnalare quali leggi ritenessero prioritarie, il 41% ha risposto collocando in cima alla lista la correzione degli squilibri del sistema pensionistico, il 39% ha sottolineato la necessità di norme che risolvano i problemi della sanità, un altro 39% ha proposto di affrontare i problemi del lavoro precario, il 24% di ridurre gli sprechi della pubblica amministrazione, e ancora il 24% di promuovere una politica di sostegno alla famiglia. Solo per il 6% degli intervistati la regolarizzazione dei Dico sarebbe prioritaria. Alla prova dei fatti non sta in piedi neanche l’argomento che i Dico andrebbero approvati per una questione di principio, quella dei diritti dei singoli conviventi. Il che è falso non solo perché per tutelarli basta il codice civile, ma anche perché, come ha giustamente notato l’Arcivescovo di Trento, con i Dico lo Stato offrirebbe un’alternativa al matrimonio proprio nel momento in cui in Trentino come in Italia c’è invece estremo bisogno di sostenere la famiglia. Come afferma anche un recente appello lanciato dall’associazione Libertà e Persona. Non solo per motivi etici, ma anche demografici. Nel nostro Paese, infatti, il tasso di fecondità totale (che misura i nati per donna in età feconda; è il caso di ricordare che sotto l’1,9 non è garantita la stabilità demografica), è sceso dall’1,33 del 2004 all’1,32 del 2005. In Francia è 1,94. Nel Regno Unito a 1,8 come in Finlandia e Svezia, mentre nei Paesi Bassi è a 1,73. Se questo è oggi il primo grande problema non solo a livello nazionale ma anche in Trentino, come dimostra l’ultimo Rapporto sulla situazione sociale ed economica della nostra provincia, una politica responsabile dovrebbe creare da subito condizioni più favorevoli perché si formino famiglie, e non convivenze, nelle quale sia meno problematico generare e crescere dei bambini. Perché i figli nascono e crescono in modo equilibrato, come i dati anche qui dimostrano ampiamente, molto più nelle famiglie che nelle unioni di fatto. E che oggi le famiglie siano in difficoltà è un motivo in più perché lo Stato ne sostenga maggiormente le responsabilità. Non con iniziative “tampone”, ma rendendola l’unità di misura della qualità di tutti gli interventi, legislativi e amministrativi. Perché dietro i Dico la vera querelle è fra chi scommette sulla famiglia e chi preferirebbe invece affossarla. Per questo ho sottoposto al Consiglio provinciale un disegno di legge, ora all’esame della quarta commissione, che propone di valutare l’impatto di ogni iniziativa pubblica sulla famiglia in modo da adeguare gli strumenti – nel campo delle tariffe, dei servizi sociali, sanitari, scolastici, della casa e del lavoro, ecc.– alle sue esigenze concrete. Sono convinto che l’affermazione della “centralità della persona” resta un’enunciazione astratta se non si traduce in azioni precise a supporto dei compiti della famiglia, prima formazione sociale in cui ogni essere umano si sviluppa e inizia a realizzarsi. Il che è non a caso riconosciuto dalla Costituzione anche grazie al contributo determinante non solo della componente democristiana, ma anche di Palmiro Togliatti. Il quale durante i lavori dell’Assemblea Costituente propose questa formula: “La famiglia è riconosciuta come naturale associazione umana ed è tutelata allo scopo di accrescere la prosperità materiale e la solidità morale della nazione”. Un atteggiamento quello recepito dalla costituzione e anche quello di Togliatti, laico e popolare, perché leale verso i dati della realtà e verso il popolo italiano e che mantiene a tutt’oggi tutta la sua validità.

Walter Viola

Consigliere provinciale di Forza Italia

La Cogo non risponde mai….

Riportiamo la lettera aperta scritta a Margherita Cogo su L’Adige recentemente dal MpV. La Cogo non ha mai risposto, come sempre…intanto ieri l’Adige ha riportato il caso di una donna costretta a usare la Ru 486 all’osepdale di Trento, contro voglia e con gravi effetti collaterali. “In merito al prestigioso traguardo raggiunto dal prof. Arisi dei 100 aborti farmacologici, si vuole ricordare che il Centro Aiuto alla Vita, nel solo 2006, ha aiutato a far nascere 103 bambini. Stupisce il fatto che si debba sempre leggere notizie relative ai successi ottenuti in fatto di aborti, con sistemi e metodi innovativi, progressisti, moderni, e quando invece si aiuta in maniera concreta una donna a portare a termine la sua gravidanza, senza nessuna scoperta scientifica particolare, se non quella dell’ascolto e dell’aiuto concreto, si passa da persone bigotte. Entrando nel merito di ciò che la vicepresidente Cogo ha affermato: “La pillola RU486, la cui efficacia e sicurezza sono dimostrate da studi scientifici, permette di praticare l’aborto senza pericoli per la salute delle persone”, si può notare come la Cogo utilizzi la solita superficialità con cui si è ormai soliti parlare di aborto e di varie forme di contraccezione. La vicepresidente parla di studi scientifici, ma senza dire quali. Il fatto è che ci risulta che la RU486 non è proprio sicura, come si vuol far credere. Un recente studio condotto da Centers for Disease Control and Prevention, ad Atlanta negli USA, descrive i casi di 4 morti dovuti ad endometriosi e sindrome da shock tossico associato al batterio Clostridium sordellii, casi verificati nella settimana successiva all’aborto chimico. Inoltre aggiunge alcuni effetti collaterali, come tachicardia, ipotensione, edema, vischiosità del sangue, profonda leucocitosi (M. Fischer, J. Bhatnagar, J. Guarner, et al., in “New England Journal of Medicine”, Dec. 2005). Ma soffermiamoci sull’effetto letale. Nel settembre 2003 in California muore Holly Patterson, una giovane diciottenne, a causa di shock anafilattico. Il 19 luglio 2005 la Food and Drug Administration (FDA), l’ente di controllo sui farmaci degli USA, ha reso di dominio pubblico “quattro casi di morti settiche negli Stati Uniti, in particolare in California, fra settembre 2003 e giugno 2005, a seguito di aborto medico con RU486”, i quali si vanno ad aggiungere ad un caso analogo accertato nel 2001 in Canada. Il 17 marzo 2006 (solo un anno fa!) la FDA ha reso noto che altre due donne statunitensi sono morte dopo aver assunto la pillola RU486 (cfr.: www.fda.gov/cder/drug/infopage/mifepristone/default.htm). Inoltre, si noti che le morti di queste donne nordamericane sono venute alla luce perché i parenti hanno chiesto delle autopsie sui cadaveri per capire le ragioni del decesso improvviso. Perciò, è legittimo supporre che le morti da RU486 potrebbero essere molto più numerose, anche al di fuori dagli USA. Infine, il prof. Greene, direttore di ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, in un editoriale pubblicato sulla rivista “New England Journal of Medicine” (1 Dec. 2005), una delle più prestigiose a livello mondiale, dimostra che a parità di età gestazionale, la mortalità della donna per aborto con RU486 è 10 volte maggiore rispetto a quella con tecnica chirurgica. ? la stessa Danco, industria produttrice della pillola, a pubblicare nel suo sito, per obbligo legale, oltre 600 casi di donne che lamentano fortemente gli effetti collaterali della pillola. Inoltre, mentre il 92% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chirurgico sceglierebbe di nuovo questa tecnica in futuro, solo il 63% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chimico sceglierebbe ancora questa metodica, segno che l’aborto chimico “non possiede in sé quei caratteri di indubitabile maggiore tollerabilità psicologica” (M. D. Creinin, in Contraception, Sept. 2000). Chiediamo cortesemente alla vicepresidente Cogo di renderci disponibili i dati scientifici in base ai quali lei afferma l’efficacia e sicurezza e non pericolosità della RU486. Per quanto riguarda la considerazione delle donne, ognuno ha la sua. Pensiamo comunque che dietro la RU486 si nasconda una grande ipocrisia: chiudersi nella propria indifferenza e abbandonare la donna a se stessa sotto il pretesto di rispettare il suo arbitrio, non aumentando la sua libertà, ma violentandola nella sua capacità di diventare madre e derubandola della consapevolezza di portare nel suo grembo un figlio. Sandro Bordignon, presidente Movimento per la Vita-Trento e-mail: sandrobordi@interfree.it Mauro Sarra, componente direttivo MpV-Trento

Pacchetto Famiglia – La pag. 35 è stata illuminante.

Apprendo dai giornali che la Giunta provinciale ha varato in pompa magna il “Piano Famiglia”. Incuriosito dalla notizia, io che per natura sono un diffidente, vado a cercarmi il documento ufficiale contenente tutti i provvedimenti previsti. Non perché non mi fidi dei giornali, anzi, ma perché da buon controllone quale sono, voglio proprio vedere se la buona (e lo dico sinceramente) Dalmaso ha saputo cogliere la provocazione, che Dellai fece qualche mese fa dicendo: “I trentini devono fare più figli”. Con non poca fatica, riesco a mettere le mani sul tanto desiderato documento e mi addentro nella lettura di ben 47 pagine. Titolo: Piano degli interventi in materia di politiche familiari 2007-2008. Parto dall’indice e lo leggo tutto d’un fiato fino a pagina 35, poi sono costretto a fermarmi, mi alzo e apro la finestra, devo assolutamente prendere una boccata d’aria altrimenti rischio di ………. comunque per fortuna prendo una boccata d’aria. A pagina 35 c’è l’epifania, la manifestazione completa del Dalmaso-pensiero; è li in questa scarna paginetta che si coglie l’essenza di tutto il documento, la traccia che fa da leit-motiv al pacchetto. Solo li, capisco come ho fatto a leggere 35 pagine tutto d’un fiato senza ricordarmi nulla, senza capire in realtà che cosa introduca il Piano Famiglia, senza capire in che cosa consistano queste 23 azioni attivate. La pagina 35 è la vera pagina illuminante, quella che ti chiarisce il tutto, quella che ti da la chiave di volta interpretativa, il nocciolo del documento, e così come l’ho trovata, voglio riproporla a voi:

6.3 Accordo per iniziative contro la povertà e l’esclusione sociale delle famiglie

L’accordo prevede la realizzazione di misure di supporto e promozione (in aggiunta all’assegnazione del minimo vitale) a favore di nuclei familiari in particolare stato di bisogno, per aiutare singoli componenti e la famiglia nel suo insieme a:

? assumere consapevolezza delle proprie risorse e di quelle specifiche del contesto di appartenenza

? attivarsi con livello adeguato di motivazione per cercare di emergere dalla propria condizione di bisogno

? acquisire crescente autonomia economica e sociale.

Le parti che firmeranno l’accordo, s’impegnano nell’attivazione di azioni congiunte per la promozione delle famiglie in particolare stato di difficoltà per il perseguimento di una serie di obiettivi quali:

? far crescere la responsabilità sociale del singolo cittadino e della comunità attraverso le sue espressioni istituzionali e non;

? coinvolgere più soggetti nella costruzione di una rete di servizi e di risorse, che cooperi sinergicamente e che alimenti processi di sussidiarietà; erogare una misura economica spendibile per consumi alimentari a favore di nuclei familiari in particolare stato di bisogno;

? fare leva sul sostegno economico per attivare in modo costruttivo il beneficiario con il suo bagaglio di risorse e di relazioni;

? agire nell’ottica di promozione di cittadinanza attiva e non di mero assistenzialismo;

? attivare supporti di reti informali (Banche del tempo, …).

Ma la povertà e l’esclusione sociale si combatte con un accordo? Ma alla famiglia povera basterà che nell’accordo sia scritto che lei, la famiglia, deve assumere la consapevolezza delle proprie risorse. Poi c’è scritto, sempre nell’accordo, che deve acquisire crescente autonomia economica e sociale. Ma dai, forse se è povera ed esclusa lo sa benissimo da sola che deve accrescere la propria autonomia economica, ma forse quello che le serve è un aiuto, delle informazioni su come farlo, un sostegno chiaro e concreto con delle azioni precise, magari, tiro ad indovinare un aiuto a trovare un lavoro, o forse, un luogo dove poter lasciare i figli nel pomeriggio, o forse delle informazioni sui benefici dei quali potrebbe godere e per la mancanza di informazioni non ha mai chiesto. Mah ? Forse qualcuno potrebbe pensare che queste indicazioni non possono trovare spazio in un documento di indirizzo, ma allora mi chiedo perché fare un documento di 47 pagine per noi non dire nulla di preciso sugli interventi veri per porre rimedio a situazioni di difficoltà. Spero di essermi sbagliato e che invece il Pacchetto Famiglia possa realmente contribuire a migliorare la situazione di molte famiglie trentine in difficoltà, ma per me la pagina 35 è stata purtroppo illuminante.

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