Andrea Marcenaro su De Benedetti e la Svizzera.

Carlo De Benedetti annuncia che il prossimo anno diventerà cittadino svizzero. In un’intervista al settimanale elvetico Die Weltwoche l’imprenditore spiega così la sua decisione: “Con il passare degli anni, ho deciso che un giorno volevo diventare svizzero. Ho fatto domanda per diventare cittadino elvetico”. D’altro canto, ricorda l’imprenditore, “da undici anni abito a St. Moritz e ho una patente svizzera. Mi hanno detto che conta l’anno e mezzo che ho trascorso in Svizzera durante la guerra. Così diventerò cittadino svizzero nel 2009”. Buona scelta, singolare. Uno, in genere, con il passare degli anni decide di voler diventare saggio, un altro di voler diventare buono, o magari di credere in Dio. E’ la prima volta che sentiamo di uno il quale cova, anno dopo anno, la segreta speranza di diventare svizzero. Solo, perché aspettare fino al 2009, quando, in due giorni al massimo, il suo professor Galimberti sarebbe in grado di ricopiargli un passaporto preciso all’originale? (Andrea’s version, il Foglio)

La volontà di potenza di Eugenio Scalfari.

Ritorno sull’ultimo libro di Eugenio Scalfari, “L’uomo che non credeva in Dio”. Commentavo, la volta scorsa, i capitoli in cui il giornalista parla della sua malinconia giovanile, e riparto dunque da lì. Ad un certo punto Scalfari ci racconta la sua passione per Cartesio, per Spinoza, e l’educazione paterna. Suo padre, dice, era di un moderato “laicismo massonico”, e fu al seguito di D’Annunzio nell’impresa fiumana, in quell’avventura di intellettuali, interventisti delusi, borghesi in cerca di emozioni da contrapporre alla noia esistenziale, al timore di essere fiori che non sbocceranno mai. In casa Scalfari D’Annunzio viene declamato ad alta voce, proposto come un modello, un santo laico, per così dire, della religione risorgimentale, nazionalista e supermista. Non è difficile che la prosopopea del poeta vate, lo scintillio delle sue parole, il suo protagonismo egocentrico, abbiano affascinato il giovane Eugenio, triste, ma in ricerca, come ognuno di noi, di una realizzazione personale. C’è un modo solo per essere grandi, insegnava il vate: celebrare se stessi, ottenere potere, fama e onore. Per farlo, aveva iniziato con i suoi articoli sulla “Cronaca bizantina”, raccontando e romanzando il proprio io e le proprie imprese. Non era forse stata la carta stampata ad alimentare in lui il seme, sempre più tenace, dell’orgoglio e dell’esaltazione sfrenata dell’io? Scrivere per migliaia di persone, spiegare, vedere scritto il proprio nome e sentirlo sulla bocca di tanti…

Il quotidiano è, dalla rivoluzione francese in poi, cioè dalla sua origine, dal giornalista Marat al giornalista Mussolini, il luogo preferito dei rivoluzionari e degli egocentrici (il che è lo stesso). Anche il giovane Eugenio, come D’Annunzio, esordisce scrivendo, e lo fa sui giornaletti del regime: è fascista, e lo rimarrà, per undici anni, con slanci impetuosi. Niente di strano, per carità: occorre sempre una fede, per vivere, e nell’Italia secolarizzata di allora in tanti la trovarono nel duce, prima, e talora nel comunismo, poi. Forse a quell’epoca, con quei modelli, Scalfari si buscò la malattia che lui stesso descrive: l’attrazione per il demone della politica, e, correlata, quella per il giornalismo. Una passione, quest’ultima, che Scalfari, con grande onestà e saggezza, descrive come qualcosa che dà “una sorta di ebrezza, un senso di potenza” molto forte: “io lo ho provato quel senso di potenza e non rappresenta un’eccezione ma piuttosto la regola”. Quando dal pulpito del quotidiano giudichi ogni cosa, da buon tuttologo, e ti poni al di sopra del potere stesso, per auto-investitura, è inevitabile che “ti appassioni all’ebbrezza del potere”. Allora, con la penna in mano, “aspiri ad essere il più bravo… Il più aggressivo. Il più irriducibile”. Ricordate i giacobini? I Desmoulins, i Marat, e tutti quei personaggi feroci che innalzeranno le ghigliottine: quanti avevano cominciato come giornalisti “irriducibili”? Non odio dell’iniquità e desiderio di giustizia, sovente, ma la vecchia, atea, dannunziana, fascista, “volontà di potenza”: “la volontà di potenza e l’affetto per il potere rappresentano l’elemento che meglio caratterizza la nostra specie”, scrive Scalfari. Del resto, cosa ci stiamo a fare, qui, sulla terra, se non per affermare il nostro io, il desiderio di potere terreno, se un senso e un Dio ultraterreno non esistono? Col tempo Scalfari, da funzionario di banca, diventerà cofondatore di due influenti giornali, Repubblica ed Espresso. Accanto a lui personalità di quel mondo borghese, illuminato, liberal radicale, che certo non amava l’Italia cattolica e democristiana: l’anticlericale Ernesto Rossi, il repubblicano Ugo La Malfa, azionisti, Adolfo Tino, futuro presidente di Mediobanca, Adriano Olivetti…e Raffaele Mattioli, il dominus della banca Comit, che Andreotti ebbe a definire un “anticlericale in servizio permanete effettivo”. Proprio Mattioli, che fu interventista e fiumano anch’egli, appare, nella descrizione che ne fa Giancarlo Galli, ne “Il banchiere eretico”, come un rappresentante esemplare di quel mondo che si riconosceva e che continuerà a riconoscersi in Repubblica. Mattioli era vicino, da una parte ai partiti della destra liberale, laica e capitalista, dall’altra era amico di Palmiro Togliatti, pronto a finanziare la sinistra, e le sue iniziative culturali, perché le considerava “l’unico baluardo filosofico contro l’invadente clericume”.

Anche Mattioli conosceva bene “la brama per il potere”, sebbene la esercitasse, da banchiere, con discrezione. Un po’ come Scalfari, di cui Perna, autore di “Eugenio Scalfari, una vita per il potere”, racconta che già nel 1942 aveva scritto un articolo intitolato “Volontà di potenza”, sulle magnifiche sorti dell’impero e della razza italiani. Mattioli è morto, non prima di aver perso molta della sua influenza, Mussolini è finito come sappiamo, nella casa-museo di D’Annunzio rimane l’eco di un io ipertofico, e triste, e l’impero italiano non è mai nato. Ecco perché Scalfari, nutrito dall’ego cartesiano, che si autofonda, dall’io di D’Annunzio, che si fa Dio, dal relativismo gnoseologico ed etico, che assolutizza l’io come unico metro di giudizio, e dall’ebbrezza egotica del potere giornalistico, finisce nel suo libro per dannare con rabbia l’ “io”, per volerne la distruzione, per definirlo “gabbia”, “capriccioso dittatore”, o “prigioniero”. L’io come brama insaziabile di potere, l’io relativista, che non si relaziona con la Verità, perché ha sè come centro e come scopo, insomma, l’io che si fa Dio, è veramente la più grande schiavitù che un uomo possa infliggersi.

La tristezza di Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica.

Il libro cui Eugenio Scalfari ha affidato il suo testamento spirituale e i ricordi della sua vita ha un titolo provocatorio: “L’uomo che non credeva in Dio”.
Una frase che piace, oggi, che ci sentiamo un po’ tutti autonomi, indipendenti, o, quantomeno, protestanti. In copertina una foto del celebre giornalista, preso di profilo, quasi, a me sembra, rassegnato, triste, inespressivo. Uno come Scalfari, che equipara apertamente gli uomini, e quindi, credo, anche se stesso, ad una mosca, per quanto colta ed influente, che definisce sé e i suoi simili forme “che la natura casualmente produce”, non può, in verità, presentarsi al pubblico volgarmente ridanciano: sorriderebbe al nulla, con occhi che guardano un orizzonte vuoto. Cosa c’è da ridere, mosche lettrici, magari occhialute, certo destinate al nulla eterno? Anche un volto corrucciato, come si addice al personaggio, non funzionerebbe: indignato per cosa, nell’eterno fluire senza scopo di caso e necessità? Cosa ha veramente importanza, valore, durata, nel non senso dell’esistenza? Leggerla, questa autobiografia di un pensatore che non mi è affine, mi è sembrato obbligatorio: Scalfari è un uomo che ha fatto per tanti anni cultura, e il cui credo nichilista è divenuto sempre più diffuso. Non per nulla non mancano ecclesiastici e credenti che si vantano di leggere Repubblica, come un qualcosa cui ci si abbevera, quando si ha sete. Scalfari dunque inizia come il sottoscritto, certamente prevenuto, si sarebbe immaginato: con immagini tristi, come il suo volto.

La prima scena è leopardiana: un fanciullo, il protagonista, che piange “disperatamente”. Un incipit di tal genere, però, mi ha immediatamente rattristato: non mi avverrebbe mai di rievocare la mia infanzia esordendo con un fatto triste, perché ogni ricordo di quell’età è ricco di affascinante nostalgia. Così ho proseguito nella lettura mettendo da parte almeno un poco del malanimo preventivo. Se ho dell’uomo una concezione così alta, e non lo paragonerei mai ad una mosca, né, come altri, ad un sasso o una formica, è perché Cristo, gratuitamente, mi ha rivelato il suo volto, e in quel volto mi sono sentito, sempre, amato e voluto, un pensiero di Dio. Non certo che i pensieri di Dio non soffrano, per carità, ma credono sempre in un perché: per questo non gli torna utile la parola “disperatamente”. Il libro, come dicevo, si apre con Scalfari che rievoca il suo pianto, con la madre, accanto ad una finestra sul mare: “Da quella finestra è cominciata la mia vita, la mia memoria, la mia malinconia. Anche il mio risentimento e la voglia di compensare un torto subito”. Ecco, una vita che già all’alba vive di malinconia, di risentimento, di vendette sperate, non può essere felice, mi sono detto. Infatti subito dopo, legati all’infanzia, ho trovato cenni alla noia, alla tristezza, alle “ore lunghissime del pomeriggio”, al “caso” che ci ha catapultato in questo o quel luogo o condizione, “allacciando tra loro le tue cellule neuronali in un modo o nell’altro”, prima di proiettarci dall’utero materno, luogo, per il vero, sempre meno sicuro, al “caos” della vita. E poi, frasi sconsolanti, tutte d’un fiato, come queste: “Un lungo interrogarsi, senza risposte. Il tempo fatto acqua…La morte, la morte che viene” e “la mia malinconia e la tristezza che tinse col suo colore grigio la mia infanzia solitaria”.

 A questo conduce la mancanza di Dio: alla tristezza, a ritenerci volatili, come le mosche, e a fare i conti, con angoscia, con la morte, ignoto abisso, senza sbocchi. Proseguendo, l’encomiabile coerenza di Scalfari non si limita a negare Dio, ma, con grande logica, mette in dubbio, di conseguenza, l’io. Se Dio non esiste, infatti, cosa sono l’autocoscienza, il pensiero, l’anima, la personalità, la libertà individuale, in una parola, cos’è l’io? “E’ l’io il sovrano della mia mente, del mio corpo, della mia anima, qualunque cosa di intenda con questa enigmatica parola?”, si chiede il famoso giornalista: non siamo forse, unicamente, “universi di cellule, di flussi sanguigni, di inconsce passioni”, o, come sostengono alcuni neuroscienziati, senza prova alcuna, solo burattini dei nostri geni egoisti e capricciosi? Alla fine di un capitolo, intitolato “La gabbia dell’io”, Scalfari conclude: “ Insomma, l’io non esiste. E’ una superstizione. Oppure una caricatura. Una maschera…Un computer depositario di una memoria. Una gabbia. Un capriccioso dittatore. Oppure un prigioniero?”.

Così, tra un articolo sull’ossessionante Berlusconi e l’altro, Scalfari dimostra di avere la lucidità di capire che la radice della sua malinconia e tristezza saturnina non sono il cavaliere, queste o quelle circostanze storiche, perché è la vita stessa ad essere male, assurda, senza senso, se Dio non esiste. Non è il politico di turno, o chi per lui, a creare disarmonia, non una presenza nociva, quanto una Assenza ben più significativa! E’ l’ io, senza un Dio che lo origini e lo fondi, a sparire panteisticamente tra le mosche, gli alberi, i sassi, con un problemino in sovrappiù: che non si rassegna ad essere insetto, non vuole morire, non ama stare posato in un angolo, dimenticato, come fa volentieri qualsiasi agglomerato di atomi inerti. L’io, generato dal caso, è insomma un’ illusione, una gabbia! Oppure, con un linguaggio che riporta al pessimismo gnostico, un “prigioniero”! Ecco che allora la strada non può che essere quella di “distruggere l’Io”, come vogliono “i mistici d’Oriente”, o il Budda, e con lui la propria tristezza, la propria malinconia, affacciate sin dall’infanzia ad una finestra che guarda verso un Cielo vuoto. Continua

Galimberti, per fortuna copia quello che scrive, altrimenti…

Come sappiamo Nietzsche spiegò al mondo, prima di impazzire del tutto, che Dio era morto. Si racconta che alla morte del filosofo tedesco, qualcuno un po’ irriverente abbia scritto su un muro: “Nietzsche è morto”, firmato “Dio”. E’ un vezzo di molti intellettuali, o cantanti alla John Lennon, o politici del vecchio stampo sovietico, quello di proclamare periodicamente che Dio è morto…e che, in assenza sua, hanno ragione loro. Fa parte della nostra superbia umana, che ognuno di noi, compreso il sottoscritto, ha dentro dalla nascita, e che qualcuno coltiva più assiduamente di altri, giorno dopo giorno, cosicché ad un certo punto non si accorge neanche più di quanto sia smisuratamente cresciuta.

Recentemente anche un filosofo di Repubblica, Umberto Galimberti, spiegava che la religione sarebbe presto morta, uccisa dalla tecnica. Scriveva Galimberti: “La tecnica appare come quell’evento che, sotterraneamente, e a nostra insaputa, sta già formando l’uomo nuovo che più non domanda il senso della sua esistenza”. In verità questa lettura, seppure errata, non è certo banale, soprattutto quando Galimberti, se ho ben capito, riconosce che la scienza e la tecnica hanno la loro radice nel pensiero greco e nella concezione biblica di creazione: il mondo è creato da Dio per l’uomo, e l’uomo è quindi chiamato a servirsene, a conoscerlo, a dominarlo. Poi però Galimberti fa un passaggio un po’ forzato: proprio perché l’uomo cristiano ha ricevuto il mondo, si sente ad un certo punto in potere di manipolarlo, di riprogrammarlo, ne diventa padrone, tramite la tecnica e si sbarazza di Dio. Quindi il nichilismo tecnocratico e ateistico deriverebbe, coerentemente, dal cristianesimo.

A me sembra che qui Galimberti dimentichi che il creato, nell’ottica biblica, è un dono fatto all’uomo, non un possesso assoluto; un dono che però, dal principio, impone all’uomo un limite: non mangiare del frutto dell’albero; che è forse un po’ come dire di non dimenticare la propria dipendenza, di non farsi Dio. Come dire che il nichilismo tecnocratico è l’opposto del cristianesimo. O meglio, la sua esistenza ci dice proprio della realtà e dell’attualità dell’albero della Genesi: è vero, l’uomo vuole essere come Dio, vuole salvarsi da solo, vuole ridurre il mondo a tutta la realtà, per esserne padrone assoluto! Lo ha fatto nell’Eden, ci ha provato con la magia e poi con le ideologie novecentesche; lo rifà oggi, affidando alla tecnica l’ultima utopia. Ma così si condanna da solo alla tristezza e al fallimento. Ma torniamo alla morte della religione, profetizzata dal Galimberti: in verità Dio non è ancora morto, mentre il povero Galimberti, certo, non sta molto bene. Banalissimo, direte, ma vero. Mi si perdoni l’ironia, ma la notizia riportata su numerosi quotidiani che uno dei pensatori di Repubblica copi i libri altrui, mi ha lasciato basito. Soprattutto perché la vicenda è venuta via via gonfiandosi e l’accusa è di aver copiato insistentemente, più e più volte. Anch’io, in verità, ho un po’ copiato il tema di greco di maturità, e quindi non mi dovrei più di tanto scandalizzare. Anche perché immagino che certi personaggi, cui non pochi, perso il buon Dio e la sua Chiesa, chiedono una strada, debbano per forza, di tanto in tanto, scrivere qualcosa di “nuovo”, per spirito di servizio. In futuro si saprà se è vero o meno quanto si dice su questo increscioso sistema di clonazione dei libri altrui (la clonazione, caro Galimberti, è una tecnica sbagliata, perché afferma un potere che non è nostro, è la ripetizione del peccato originale). Per intanto io mi “fido” dei giornali, che non hanno ricevuto smentite dall’interessato, e mi dico: meglio così.

Se veramente Galimberti pensasse quello che scrive, ho paura che Dio, ancora vivo e vegeto, si arrabbierebbe davvero tanto con lui, il giorno del giudizio. Ad esempio, per le maldicenze: all’epoca della moratoria sull’aborto, Galimberti scrisse un articolo su Ferrara, dando per certo che era sceso in campo “non so se in accordo preventivo con le gerarchie ecclesiastiche o con le gerarchie ecclesiastiche subito al seguito”. Calunnie insomma, una tecnica non bella per un giornalista che voglia essere corretto. Inoltre Galimberti, dimostrando una intuizione buona, ma non digerita, continuò spiegando che i cattolici che si oppongono all’aborto dimenticano il concetto di individuo e di persona, inventato proprio dal cristianesimo. Lo dimenticano perché fanno della donne non un fine, ma un mezzo per la riproduzione. Ecco, anche qui si salta un passaggio: come ignorare che i cattolici sono contro l’aborto proprio perché considerano un bimbo, chiamato all’esistenza senza il suo consenso, da altri, anche dalla donna, non un mezzo, ma un fine? Non un grumo di cellule, ma una persona? Mi stupisce questo modo di condurre un discorso su binari logici, per poi cambiare all’improvviso le carte in tavola. Come quando Galimberti accusa i “fanatici” difensori della vita di “bieco materialismo”, con un luogo comune caro a Pannella: ma materialismo non è ridurre una vita umana a qualcosa che non conta nulla, ad una non persona, ad un non individuo? E allora dove starebbe il materialismo di chi dà alla materia una dignità immensa, perché vede in essa un’anima immortale? I libri, ai loro autori, i motti di Pannella, a Pannella: altrimenti uno si prende anche colpe non sue. E il concetto di persona lo lasci a chi, per sua ammissione, lo ha “inventato”…oppure, prima di copiarlo, sarebbe opportuno averlo compreso.

Un albero contro i “verdi”

Poveri ambientalisti, la natura che tanto venerano sembra averli presi proprio di mira, sbugiardando una ad una tutte le loro tesi.
Loro predicano lo scioglimento delle calotte polari e, mentre il Polo Nord rimane al suo posto, l’Antartide fa registrare un aumento dei ghiacci del 10%.
Loro predicano la desertificazione e s’è vista – almeno in Italia – una delle primavere più piovose degli ultimi decenni.
Loro predicano il disastro ambientale e, dati alla mano, cala il numero delle vittime del clima.
Come se non bastasse, a sconfessare l’allarme principe degli ambientalisti, quello del global warming, ci si è messo pure un albero. Ma sì, avete letto bene: c’è un albero, per la precisione un abete, che contraddice in pieno Al Gore, Pecoraro Scanio e via dicendo.
Com’è possibile? Semplice: questo abete, situato sulle pendici del Monte Zulu, in Svezia, ha la bellezza di 9500 anni di età. E’ l’essere vivente più vecchio della Terra. Ma non è tanto questo il punto: il fatto è che, come sostiene Leif Kullman, insegnante di Geografia fisica all’Università di Umea, nonché scopritore del prodigioso abete, quell’albero non dovrebbe trovarsi lì. Le condizioni meteorologiche – sostiene Kullman – sono troppo rigide e quindi non si spiega, se non ipotizzando che 9500 anni fa vi fosse più caldo che adesso, la presenza di questo albero plurimillenario. Ma com’è possibile che 9500 anni fa, senza fabbriche, auto, petrolio e altri agenti inquinanti, le temperature fossero più calde di quelle odierne? I catastrofisti dell’ambiente sono pregati di rispondere. Noi aspettiamo, l’abete svedese pure.

I media si parlano addosso? Più libertà, più verità: parola del Papa

“La verità si scopre quando gli uomini sono liberi di cercarla”. Queste parole di un grande presidente americano, Franklin D. Roosevelt, furono dette 71 anni fa. Eppure funzionano benissimo anche oggi, per commentare il tema della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del prossimo 4 maggio: “I mass media tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla”. Roosevelt condusse in guerra la sua nazione anche per garantire a tutti, non solo agli americani, il diritto e la libertà di cercare la verità. Come noi stiamo usando questo diritto e questa libertà dovrebbe essere oggetto di un dibattito di alto profilo e sicuro profitto (di tipo morale; l’invadenza del denaro è un problema, non la soluzione). Sperando di essere smentiti, temiamo invece che non se ne farà niente, perché nell’occasione il Papa non evoca nessuna esse fatale: né sesso, né soldi, né sangue. Quindi è assai probabile che sarà ignorato.
La verità va cercata, sapendo che abbiamo mappe incerte e strumenti inadeguati e che nessuno può dirsi geneticamente immune da pregiudizi e passioni. E va cercata non per il gusto narcisistico di possederla o per piegarla ai propri interessi, ma per condividerla, affinché tutti possano essere un poco più liberi. Un esempio – piccolo, di ieri – non guasterà. Su Radio 3, a Primapagina, la rassegna stampa del mattino, si evoca il Papa che parla di “diritto all’obiezione” per i farmacisti. Vengono citati, da Repubblica e Corriere, il commento di Michele Serra, l’intervista alla ministra Livia Turco e il parere di Umberto Veronesi. Un ascoltatore “offeso” telefona, lamentando che “il Papa non si esprima mai a livello europeo”. La conduttrice replica: “Sono d’accordo con lei”. Bella ricerca della verità e bel servizio agli ascoltatori. Opinioni tutte contrarie e una notizia falsa, perché il Papa si rivolgeva al congresso internazionale dei farmacisti, quindi a livello mondiale.
Per cercare la verità con qualche speranza di coglierne almeno qualche pezzo, bisogna tenere aperti gli occhi, le orecchie e il cuore. I mass media, oggi, svolgono spesso un cattivo servizio perché sono pigri, ascoltano solo se stessi e si parlano addosso. Quanto al cuore, quello se ne sta ben chiuso nel portafoglio. I cittadini, poi, non sono trattati da persone detentrici di diritti, tra cui quello di cercare liberamente la verità anche con il fondamentale contributo dei mass media, ma sono il gentile pubblico da lusingare, il luogo di ogni retorica. La frase “i miei lettori” non è intesa nel senso nobile dei “lettori dei quali sono a servizio”, ma nel senso utilitaristico e commerciale dei “lettori che vendo alle aziende per la pubblicità”; non cittadini, desiderosi di essere liberi di cercare la verità, ma carne da cannone nella battaglia quotidiana dell’audience.
Per questo la vera grande sfida, nella quale i cattolici si sentono in prima linea, è per la democrazia e la libertà. Chiediamo che tutti possano esprimersi, senza intimidazioni, senza elenchi degli argomenti proibiti. Chiediamo varietà e pari dignità di voci. Mark Twain, maestro in ironia, celiava: “La verità è la cosa più preziosa che abbiamo. Economizziamola”. Prendiamolo sul serio: la ricerca della verità costa? Nessun prezzo è troppo alto quando è in gioco la libertà.
(Da “Avvenire”, 31 ottobre 2007).

Per Veronesi l’umanità diverrà bisessuale, e sarà un bene…

MILANO — Il futuro? È bisessuale. Parola di Umberto Veronesi. Intervistato ieri dal Riformista, l’oncologo ex ministro della Salute immerso nella quiete estiva di Capalbio ha scosso l’atmosfera con una tesi che fa già discutere. La specie umana — dice Veronesi — si va evolvendo verso un «modello unico», le differenze tra uomo e donna si attenuano (l’uomo, non dovendo più lottare come una volta per la sopravvivenza, produce meno ormoni androgeni, la donna, anche lei messa di fronte a nuovi ruoli, meno estrogeni) e gli organi della riproduzione si atrofizzano.

Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l’unica via per procreare, finirà col privare del tutto l’atto sessuale del suo fine riproduttivo. Il sesso resterà — avverte l’oncologo — ma solo come gesto d’affetto, dunque non sarà più così importante se sceglieremo di praticarlo con un partner del nostro stesso sesso. Insomma, saremo tutti bisessuali? Raggiunto dal Corriere, il professore conferma la previsione: «È il prezzo che si paga — spiega — all’evoluzione naturale della specie. Ed è un prezzo positivo ». Davvero? «Sì, perché nasce dalla ricerca della parità dei sessi: negli ultimi vent’anni le donne hanno assunto ruoli sempre più attivi nella società e questo porta con sé un’attenuazione delle differenze sessuali». Avremo uomini meno virili (il processo è già in atto: dal dopoguerra in poi la «vitalità» degli spermatozoi è mediamente calata del 50%) e donne più mascoline.

Parità uguale appiattimento? «Al contrario — spiega Chiara Simonelli, sessuologa, docente all’Università La Sapienza di Roma — ciò che prospetta Veronesi è una maggiore libertà, dagli stereotipi e dai pregiudizi. Il fenomeno è appena agli inizi: perché prenda consistenza dovremo aspettare almeno due o tre generazioni». Una rivoluzione, dunque. Ma biologica o culturale? «Entrambe: i cambiamenti della mentalità e le evoluzioni genetiche sono fenomeni correlati, e si influenzano reciprocamente. Ma si tratta di processi molto lenti». Veronesi ha la vista lunga: la società bisex è ancora lontana. Ma per trovare una civiltà capace di mettere a regime l’amore per entrambi i sessi non serve guardare avanti: nella Grecia classica, radice dell’Occidente di oggi, gli uomini non facevano mistero della passione per i ragazzi. Corsi e ricorsi della storia? «La bisessualità antica — avverte Eva Cantarella, che all’argomento ha dedicato un libro edito da Rizzoli — era molto diversa da quella che intendiamo oggi. Non era la possibilità di scegliere con chi e come avere rapporti sessuali, ma un fenomeno soggetto a regole precise. Era concessa solo agli uomini: un uomo adulto poteva avere rapporti con uno più giovane ma solo mantenendo un ruolo attivo. Raggiunta la maggiore età, gli adolescenti abbandonavano il ruolo passivo». E le donne? «Mogli e madri. L’amore coniugale, che conviveva con quello per altri uomini, era cosa diversa: in greco aveva anche un altro nome, filia, di contro all’eros passionale». Un amore finalizzato alla procreazione: «A quella dei corpi: quello per i fanciulli, scrive Platone, era più nobile perché volto alla procreazione delle anime».

E qui torniamo a Veronesi e al sesso come gesto d’affetto e non mezzo per far progredire la specie. Un valore positivo che non mette tutti d’accordo: «La scissione della riproduzione dalla sessualità e dal nucleo familiare — dice Fiorenzo Facchini, antropologo dell’ateneo di Bologna — non può essere vista come un vantaggio per la specie umana. La riproduzione per l’uomo non è solo incontro tra gameti, implica rapporti tra due persone. È la naturale condizione umana a richiederlo. In un momento in cui la natura viene giustamente rimessa al centro dell’attenzione appare strana e del tutto stonata una prospettiva biotecnologica che ne usurpa le funzioni». Dunque nessun «prezzo da pagare» all’evoluzione naturale della specie? «Riguardo alla previsione di livellamento degli interessi dei due sessi e di attenuazione della sessualità nel suo significato antropologico — conclude Facchini — ritengo che l’orientamento sessuale sia definito sul piano biologico della specie e non possa essere messo da parte».(Corriere della sera, 19/8/2007)

Attenti a Murdoch!

di Marcello Foa, de Il Giornale. Tuesday 07 August 2007 Il Corriere del Ticino Attenti alla stampa economica, non è più quella di prima. E non è certo una buona notizia. Partendo da New York, passando attraverso Parigi per arrivare a Milano, l’estate ha riservato molte notizie poco confortanti.

La più importante riguarda il più grande quotidiano americano, il Wall Street Journal, che è stato venduto per cinque miliardi di dollari al magnate mondiale della stampa Rupert Murdoch. Il Journal, come lo chiamano familiarmente i lettori statunitensi, si è costruito in decenni di storia la reputazione di quotidiano indipendente, ben informato, affidabile. Certo, nella pagina dei commenti è molto profilato a destra, ma siccome i quotidiani Usa tengono rigorosamente separate la redazione “news” da quella degli editoriali la reputazione non ne aveva risentito. Gli articoli di prima pagina e le inchieste sono da sempre ritenute molto serie, circostanziate ed affidabili.

Lo saranno anche in futuro? La domanda è lecita, considerando il profilo di Rupert Murdoch, il megaeditoriale mondiale che possiede, tra le altre testate, il Sun, e il Times di Londra, il New York Post e la rete tv Fox News. Murdoch ha, innegabilmente, grande fiuto editoriale: sa come far vendere i giornali. Ma l’indipendenza e l’autorevolezza non rientrano tra le sue virtù. Al contrario, ama usare le sue testate a fini politici. Si sa, ad esempio, che da 15 anni condiziona i primi ministri britannici, indipendentemente dal loro colore politico: prima il conservatore Major e poi il laburista Blair erano Murdoch-dipendenti. Per non parlare di Fox News: la tv più settariamente intimidatoria e faziosa del mondo occidentale. Al Wall Street Journal sono molto preoccupati. Murdoch ha giurato che rispetterà la tradizione del quotidiano, ma i reporter non gli credono e sono persuasi che finirà per condizionare pesantemente il giornale. In Europa non stiamo molto meglio. Da qualche settimana i giornalisti del quotidiano economico francese Les Echos sono sul piede di guerra, perché il loro editore, il britannico Pearson, che possiede anche il Financial Times, ha messo in vendita la testata. E chi vuole comprarla? Bernard Arnault, numero uno del colosso mondiale della moda LVMH. Anche le credenziali di Arnault non sono ottimali: possiede già l’altro quotidiano economico francese, La Tribune, di cui si libererebbe in caso di acquisto di Les Echos, ed è noto per incidere sulla fattura del giornale. “L’offerta di Arnault stride con la nostra linea editoriale ed è un attacco all’arma bianca contro la democrazia economica della stampa di questo Paese”, ha scritto il direttore Jacques Barraux, sostenenendo la protesta della redazione. Come dire: anche in questo caso l’indipendenza è a rischio.

A Milano il Sole 24 Ore non è in vendita, ma il suo direttore Ferruccio De Bortoli ha dovuto fronteggiare un attacco durissimo da parte di uno dei banchieri più influenti, l’amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. La sua colpa? Aver pubblicato un articolo che, citando i dati forniti dal Commissario governativo della Parmalat (dunque una fonte ufficiale) dimostrava come Unicredit – assieme ad altre banche – aveva recuperato più di quanto avesse prestato al gruppo di Collecchio. Ovvero, dal crack si era arricchita. Profumo si è infuriato con De Bortoli, inviandogli una lunga e veemente lettera. Il direttore del Sole 24 Ore ha respinto punto per punto le accuse, definendone una “inaccettabile in un sistema democratico”. Onore a De Bortoli, ma quanti altri giornalisti economici in Europa e negli Usa si sarebbero comportati come lui?

Gli zingari e gli “Slavi”

Riportando le notizie che vedono protagonisti gli zingari, i media italiani hanno la consolidata e brutta abitudine di riferirsi a loro chiamandoli genericamente “slavi”, forse con la speranza che l’attribuzione di una indifferenziata “slavità” possa diluire il risentimento e la diffidenza nei loro confronti. In realtà gli zingari non sono mai stati slavi, essendo originari della zona tra l’attuale India e il Pakistan, da cui si sono mossi piuttosto recentemente, intorno all’anno 1000 d.c, probabilmente per fuggire alle invasioni mongole ed arabe. Gli “slavi” invece, sono un ramo linguistico ed etnico dei popoli indoeuropei, entrati tra il 4500 e il 2000 a.c in Europa, dove attualmente costituiscono circa un terzo della popolazione: i cechi, i polacchi, gli slovacchi i bielorussi, i russi, gli ucraini, i serbi, i bulgari, i croati, i macedoni, i montenegrini, i bosniaci e gli sloveni, tutte popolazioni stanziali, di lingua tra loro affine, e cultura, storia, memoria e identità millenarie e ben consolidate. E’ quindi sbagliato attribuire agli slavi un’affinità etnica con gli zingari.

UNA GRANDE MANIFESTAZIONE DI POPOLO: cronaca del Family Day

Partenza alle 4 di mattina. Siamo tutti un po’ assonnati, poche parole e poi in viaggio. Il pullman non è pieno ed il timore che la manifestazione non riesca si legge sul viso di ognuno. Dopo alcune ore ci fermiamo al primo autogrill e la lunga fila per bere un caffè ci rincuora sul fatto che man mano che si scende per la capitale il fiume del Family Day si sta ingrossando. Verso le 11:00 arriviamo allo stadio Flaminio. Da li a piazza S. Giovanni ci sono alcuni chilometri ma con alcuni amici decidiamo di andare a piedi. Partiamo in cinque, io, Ivan, Paolo, Claudio e ci guida Giancarlo. Solo dopo lo scopriamo essere un conoscitore e appassionato di Roma ed è così che ci guida alla scoperta della mitica Roma, da piazza del Popolo a passando per il Quirinale e poi giù ai Fori Imperiali. Qui ritroviamo una lunga fila di persone che si sta dirigendo verso la piazza. Man mano che ci avviciniamo la strada si fa sempre più piena. Finalmente verso le 14:00 arriviamo nei prezzi di piazza S.Giovanni, l’ingresso principale è già transennato, il servizio d’ordine ci dice che di qui non si passa. Facciamo il giro, ma la piazza è già piena, non ci resta che cercare uno spazio sui lati in modo da vedere comunque il palco.

L’atmosfera è splendida: giovani, famiglie con bambini, gruppi di amici, anziani, laici e qualche religioso tutti li assieme, ognuno con il proprio cartello a testimoniare le centinaia di chilometri compiuti per esserci.

Troppi per essere racchiusi in poche righe, ma dalle foto si riescono a scorgere le centinaia di sigle presenti. Più tardi ritroviamo il gruppo dei trentini, e Francesco, apriamo il nostro cartellone e rimaniamo li a gustarci questa grande moltitudine di gente venuta da lontano per testimoniare che forse la famiglia non è un lontano ricordo come qualcuno ci vuol far credere ma è il pilastro della società, vivo, con tanto voglia di esserci ed essere protagonista. Nel corso della manifestazione si sono succeduti vari interventi, ma dalla nostra posizione l’audio non era ottimo e si faticava a sentire. In ogni caso l’importante era esserci. E noi c’eravamo, anche per quanti pur non potendo sicuramente sarebbero stati felici di partecipare. Il resto lo lascio alle foto che testimoniano più di tante parole la grande manifestazione di popolo di sabato 12 maggio.

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