Riporto questa lettera scritta a L’Adige da don Matteo Graziola: “Della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”. Sono parole scritte nelle prime pagine della Bibbia, pronunciate dal Creatore del mondo, prima della Legge mosaica: stabiliscono una legge universale, basilare per qualsiasi popolo, cultura, società, età storica. Sono parole che dovrebbero trovare una eco immediata in ciascuno di noi e che hanno dettato quel senso della giustizia che nel corso della storia ha mosso tutti coloro che hanno cercato di realizzare società più giuste e libere. Queste parole hanno segnato la coscienza di un popolo che è vissuto in queste valli per secoli.
Che ne è ora di questo popolo? Che ne è della sua coscienza? Quando alcuni politici riescono a far compiere ad una intera comunità la trasformazione di un delitto in un diritto, e quando altri politici o cittadini lo permettono per non compromettere il loro potere o il loro posto o la loro tranquillità di vita, e quando alcuni medici trasformano la loro professione da soccorso alla vita a soppressione della persona più indifesa, e quando centinaia di donne credono di essere aiutate così ad affrontare la loro maternità distruggendola ‘volontariamente’… Può un popolo assistere a questo sopruso senza sentire alcunché nella sua coscienza personale e collettiva? Possiamo restare indifferenti di fronte a questo genocidio silenzioso che avviene a casa nostra? Possiamo davvero essere giustificati affermando che non sono cose di nostra competenza?
Non si creda che sia un problema secondario o una necessità storica cui rassegnarsi per realismo socio-politico. L’intelligenza e la coscienza di un popolo si rivelano soprattutto quando smascherano il pericolo e il male la dove si nascondano in forme non appariscenti o nell’ipocrisia di falsi proclami di democrazia e libertà. In gioco è in realtà il valore e la vita della persona umana in quanto tale, chiunque essa sia e qualunque sia la sua condizione sociale, economica, biologica.
Se c’è ancora un popolo trentino, erede di una grande tradizione solidaristica e ideale, se c’è ancora una qualche coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male, se almeno il fondamento di ogni civiltà -e cioè la difesa del più debole- è ancora riconosciuto tra noi, io spero che questo popolo dica basta e ponga subito fine a questo orrore. Prima che sia troppo tardi per tutti, perché questi fatti sono i più gravi in assoluto agli occhi di chi ci chiederà conto di quello che abbiamo fatto “al più piccolo” dei suoi fratelli.
Category: Bioetica
Ero gay, ma sono guarito.
Lo si può incontrare in una via di Milano, confuso tra la folla del sabato, a fare acquisti con la fidanzata, attento a non spendere troppo perché sta mettendo da parte i soldi per il matrimonio. Tranquillo, “normale” come dice di se stesso, virgolette comprese. Chi lo avesse conosciuto dieci anni fa potrebbe pensare di essersi sbagliato. Invece è proprio Luca Di Tolve, nella sua nuova vita. “Quella – racconta – che mi sono conquistato dopo sei anni di terapia riparativa dell’omosessualità: tre rosari al giorno, gruppi di ascolto, studio della Bibbia e dei testi di Josè Maria Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei. Adesso, finalmente, sono guarito”.
“Guarito”, dice, come se essere gay fosse una malattia, secondo le più bieche posizioni omofobiche. Eppure Luca era omosessuale, e non uno tranquillo. Piuttosto uno da montagne russe, capace di passare dalle eleganti suite newyorchesi al sesso rubato in una “darkroom”, dall’ufficio dove dirigeva un team di persone a un parco di notte a consumare rapporti.
Il primo amore
Gay lo è sempre stato, fin da bimbo. “Ricordo la mia infanzia a giocare con le bambole e con le amiche del palazzo volevo sempre fare la mamma”, racconta. Già allora i genitori si erano separati, lui viveva in un monolocale a Milano con la mamma “troppo affettuosa, a volte soffocante ma anche tanto indaffarata nella lotta per la sopravvivenza”. Andò a finire che in seconda media si innamorò perdutamente del suo compagno di banco “bello, perfetto, forte e dolce allo stesso tempo”. Amore non corrisposto. E non solo: “Se ne accorse la prof, anzi, praticamente tutti”. Lo sospesero. “Rimasi a letto per giorni, gridavo il nome del mio compagno nel sonno. Lo psicologo disse che ero il classico bambino turbato per la separazione dei genitori e che un altro cambiamento sarebbe stato dannoso”.
Il sesso
Luca tornò in classe, riuscì anche a diventare amico del suo “bello”. Ma l’amore quello no. “Rimaneva in me un vuoto che mai riuscii a colmare, i miei studi andarono a rotoli, abbandonai la scuola”. Dopo un po’ arrivò il sesso, forse anche l’amore, con un ragazzo più grande. Il mondo omosessuale si aprì davanti a lui, “un mondo finalmente pieno di colori dopo tanta amarezza, sentivo di poter finalmente camminare da vincitore e non da sconfitto”.
La prima vittoria? Arrivare a Canale 5. Batteva le mani, faceva apparizioni sporadiche, guadagnava quasi nulla ma intanto conosceva meglio l’ambiente. Il passo successivo fu entrare nel giro delle discoteche. Quando anche le discoteche iniziarono a stargli strette passò a occuparsi della sezione turismo dell’Arci Gay. Organizzava viaggi per omosessuali. Gli piacque talmente che pensò di aver finalmente trovato la via giusta. Mise su un’agenzia sua, specializzazione i viaggi a tema, soprattutto negli Usa, ma anche feste ed eventi come il Gay Pride di Napoli. “Ero amato, invidiato, avevo soldi, casa in centro, bei vestiti, in tasca biglietti d’aereo per andare a fare shopping negli Usa quando volevo”. Il massimo, insomma. O forse no. “L’Aids marciava trionfante, la vita di amici ventenni con i quali avevo diviso anni lieti, si spegneva miseramente”. Anche lui finì nella morsa dell’Hiv. Scomparve il suo lavoro, un sieropositivo non può sottoporsi a una girandola di viaggi e vaccinazioni. Si dissolsero le paillette, iniziò il periodo peggiore. “Tornai a casa di mia madre, ormai risposata, e fu il mio deserto”. Ovvero, il momento delle darkroom, dei parchi, del sesso disperato, degli stupefacenti. “Poi ho scoperto il buddismo, e sono arrivate le canzoni. Ho vinto un concorso con testo dedicato a un Dio non ancora decifrato bene”.
La svolta
La svolta avvenne per caso. Un giorno un amico omosex dimenticò a casa sua alcuni appunti di filosofia. Luca li sfogliò per curiosità e s’imbattè nelle teorie di Joseph Nicolosi. Spiega: “All’inizio ebbi voglia di prendere a pugni questo signore e le sue idee. Però non riuscivo nemmeno a liberarmene. In fondo che cos’era quell’andare in giro per parchi se non la conferma che anch’io ero vittima di pulsioni, di nevrosi di cui dovevo liberarmi? E perché non riuscivo a raggiungere la felicità con un ragazzo, uno dei tanti conosciuti in quegli anni? Perché nei maschi mi guardavo come in uno specchio, ma era della diversità di una donna che avevo bisogno”.
Abbandonò il buddismo, ritrovò il cristianesimo e scoprì per la prima volta l’identità di uomo. “Non dico che sia stato facile, devi saper rinunciare, fermare la caccia al sesso compulsivo che prima praticavo istintivamente”. Ci sono voluti sei anni, qualche caduta qui e lì, molta volontà, anche – e un tempo gli sarebbe apparso impensabile – tante preghiere. “Tre rosari al giorno, i corsi del gruppo Chaire e quelli di Living Waters. Un anno fa ho conosciuto la mia fidanzata. Di me sa tutto e ha accettato di starmi accanto”. Stanno mettendo da parte i soldi per sposarsi, conta di farcela nel giro di due anni.(la Stampa,26(2/2007)
Seppellire i morti.
Recentemente la Regione Lombardia, guidata da Roberto Formigoni, ha votato all’unanimità il diritto alla sepoltura per i feti abortiti, spontaneamente o meno, definiti dalla legge “prodotti del concepimento”. Chi vuole può dunque provvedere personalmente alla sepoltura del proprio figlio, mentre, per chi non ha interesse a farlo, non cambia nulla: ci penserà l’ospedale a occuparsi dell’inumazione, in una volgarissima “fossa comune”. La notizia è di quelle che consolano: c’è ancora qualcuno che crede nella dignità dell’uomo, che ritiene doveroso tributare un ultimo saluto, un ultimo onore, ad un membro della specie umana, ucciso dalla natura o dai ferri di un chirurgo. Eppure non mancano gli scandalizzati. Marina Terragni, su “Io donna”, urla la sua rabbia e il suo rancore verso tutti coloro che volessero “indietro il feto per il funeralino”, mentre manifesta la sua ammirazione per “quei pochi medici pietosi che non hanno mai smesso di applicare la legge 194 e di praticare aborti”. E’ anche spaventata dall’onere fiscale che ne deriverà al contribuente: “chi provvederà concretamente? Pagheranno gli addetti? O sarà il Movimento per la vita a farsene carico, con dei ‘volontari della sepoltura?'”. L’allarme, cara Terragni, è ingiustificato: se ha letto bene, i mostri feroci del Movimento per la Vita, quasi tutte donne, potrebbero al più prodigarsi per dare una sepoltura a bambini già morti, non per ucciderne di nuovi, e neppure per eliminare violentemente coloro che avessero abortito. Rimanga pure della sua idea, racconti pure che la sepoltura dei feti ricaccerà le donne nel “percorso ad ostacoli” dei “cucchiai d’oro” e delle “mammane”. Saranno in pochi a crederle, benché lei scriva su giornali importanti: le menzogne ripetute all’infinito, sino ad un certo punto funzionano, poi perdono interesse, diventano monotone e risibili. Certo, Lei non è l’unica ad spaventarsi: se i morti possono essere seppelliti, infatti, benché il loro corpicino sia straziato e irriconoscibile, significa che erano vivi, e che sono stati uccisi. Alla logica, alla realtà, non si scappa. Per questo Augusto Colombo, responsabile della Mangiagalli per la 194, interviene deciso: “Per chi si sottomette all’interruzione di gravidanza non è rilevante conoscere la sorte dell’embrione”. Meglio dunque occultare il cadavere, continuare a bruciarlo nell’inceneritore dell’ospedale, come fosse immondizia. Anche Colombo tira in ballo l’economia: “E’ un provvedimento anche oneroso dal punto di vista economico”. Non si dice, però, quanto sia più onerosa per lo Stato ogni interruzione violenta di gravidanza! Quante spese ci siano, per il contribuente, ogni volta che negli ospedali italiani si pratica un aborto, mentre, negli stessi, le donne in gravidanza devono pagarsi l’ecografia per il figlio che vogliono amare. Anche Dacia Maraini, l’amica degli alberi e degli animali, ha voluto affidare al Corriere la sua indignazione: “Immagino che presto saranno proposti funerali per gli embrioni e perché no, per gli spermatozoi o per gli ovuli fecondati ma non andati a termine”. Così, con questa ironia mal riuscita, si vuol far finta di credere che un embrione della specie umana, con 46 cromosomi, o un feto con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori ed odori, siano la stessa cosa di un ovulo e di uno spermatozoo! Che falsità! Personalmente, invece, sono felice: forse in Lombardia non succederà più come a Roma, dove sino a pochi anni fa i feti abortiti venivano gettati nel Tevere; non succederà come in Francia, dove l’Istituto cosmetico Merieux di Lione lavora tonnellate di materiale umano, in buona parte proveniente dalla Russia, per creme di bellezza o amenità simili; non succederà, come in molte regioni italiane, dove i bambini abortiti divengono “rifiuti speciali ospedalieri”, “residui di sala operatoria”, “prodotti abortivi”, o, come ho sentito dire su radio radicale, “materiale infettivo, pericoloso” che deve essere assolutamente bruciato, non seppellito, per motivi igienici. Per essere liberi occorre che mettiamo da parte le perifrasi, i giri di parole, e torniamo a chiamare le cose e le persone con il loro nome. Come è accaduto, anni orsono, in Francia. Dove il dottor Xavier Dor, medico e professore universitario, aveva deciso di piazzarsi davanti alle cliniche abortiste, regalando a chi ci entrava due piccolissime calzette, fatte su misura per i piedini dei neonati. Dor è stato picchiato, caricato dalla polizia, incarcerato: quelle calzette, come le piccole bare, fanno male, nella loro incredibile forza espressiva, a chi osa mentire persino a se stesso.
Micromega e l’eutanasia.
L’ultimo numero di Micromega è dedicato in buona parte all’eutanasia. Si apre, nella prima pagina, con una celebre frase del filosofo ed economista liberale John Stuart Mill: “Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano”. Una dichiarazione importantissima, che ci ricorda l’alleanza strategica, sempre rinnovata, tra l’ individualismo materialista ed utilitarista del pensiero liberista e il materialismo collettivista dei socialisti. Entrambi, da due secoli, alleati nella battaglia per la disgregazione della persona umana, ridotta semplicemente ad ego, ad individuo, ad “un atomo nello spazio e un attimo nel tempo”, nel liberismo, e a massa indistinta, senza volto e senz’anima, nel socialismo. Io, vuole dire Staurt Mill, anticipando il celebre slogan “L’utero è mio e lo gestisco io”, sono mio, mio è il mio corpo, mia la mia vita, mia la sovranità sulla mia esistenza: l’io, però, ridotto a proprietà privata, perde la sua caratteristica di persona, cioè di io in relazione con gli altri, e dimentica la sua vocazione alla solidarietà, il suo essere unico e irripetibile, ma appartenente al genere umano; “separato, come scriveva Donoso Cortes, dagli altri per ciò che lo costituisce come individuo e unito con gli altri attraverso quello che lo costituisce individuo di una specie… soggetto ad una responsabilità che gli è propria e a un’altra che gli è comune con tutti gli altri uomini”. Solo dopo aver capito questo concetto, questa riduzione dell’uomo a proprietà di se stesso, all’io-mio che si fa dio, si può capire la lunga prefazione al lettore, che compare su Micromega, in favore dell’eutanasia. In essa, infatti, dati i presupposti appena esposti, si arriva coerentemente a ribaltare il principio di carità, il concetto di solidarietà, la sostanza del nostro essere in relazione, chiamando “cura” il procedimento attraverso il quale il medico elimina il paziente che, disperato, chiede di morire. Nella prima pagina l’atto eutanasico del dottor Ricco nei confronti di Welby è definito ben tre volte come “prendersi cura”, mentre il suicidio “aiutato” diviene, ormai per convenzione, “assistito”, allo stesso modo della fecondazione artificiale: sino alla conseguente affermazione secondo cui un medico che dovesse rifiutarsi di uccidere un malato che lo richiede, tralasciando così di prendersi “cura” di lui, di “assisterlo”, dovrebbe essere considerato “sanzionabile per omissione”. Ecco ribaltato, con pochi inganni lessicali ed antropologici, una cultura millenaria di pietà, di solidarietà, di compassione, di vera cura per il malato. Ecco come invece coloro che propongono l’eutanasia, presentandosi come personaggi pietosi, tolleranti, liberali e comprensibili, finiscono poi per condannare, per invocare l’intervento del magistrato, nei confronti di quei medici che preferissero veramente curare, e non si sentissero di porre fine, con le proprie mani, drasticamente, alla vita di un altro uomo!
Immaginiamo per un attimo, qualora l’umanità dovesse accogliere questi concetti, il paziente quotidiano di domani. Attorniato da “amici” come quelli di Welby, che lo consigliano fortemente di andarsene, che ritengono così di essere, appunto, amici, e da medici smaniosi di “assistere”, di “prendersi cura”, per mille motivi: magari per la volontà di espiantare qualche organo, come Kevorkian in America, oppure di liberare qualche letto d’ospedale; oppure per la paura di essere denunciati da Micromega, o dal suo giurista di riferimento, quell’ Amedeo Santosuosso per il quale non solo l’eutanasia dovrebbe diventare obbligatoria, per i medici, in casi estremi, ma i medici dovrebbero pure “farsi carico della sofferenza psichica del paziente”, anche non in stato terminale, con l’obbligo di ucciderlo. Infatti, continua il Santosuosso – dimenticando di spiegarci che così si apre la strada, come in Olanda, al suicidio dei depressi e dei tristi-, allo stesso modo in cui oggi si può abortire, o cambiare sesso, o ricorrere alla fecondazione artificiale, o subire operazioni di chirurgia plastica, per motivi psichici, ugualmente sarebbe lecito esigere dalla collettività e dal medico l’atto eutanasico di chi abbia appunto problemi psichici (non ben identificati, e potenzialmente illimitati). Se infatti l’eutanasia è “cura”, la non eutanasia diventa “omissione di soccorso”!
Alla prefazione di cui si è detto, e ad alcuni altri articoli, tra cui quello citato di Santosuosso, seguono, nell’ultimo numero di Micromega, quattro interventi di altrettanti sacerdoti che, secondo la dichiarazione ex chatedra del periodico laicista, “prendono sul serio il Vangelo”, a differenza di tutti coloro che invece la pensano diversamente. Sarebbe bello capire se l’intenzione con cui Micromega ospita il parere di quattro preti è quella di un dialogo con il mondo cattolico, o se l’ospitalità è limitata a coloro che la pensano nella medesima maniera della rivista stessa.
Fatto sta che l’idea sostenuta dai quattro è che la posizione della Chiesa in materia di eutanasia, sia troppo dura, inutilmente dura. Per Don Gallo, don Farinella, don Franzoni e don Antonelli, tale posizione appare inficiata da un certo “materialismo”, perché concede eccessiva importanza al corpo di Welby, al suo essere ancora vivente, pulsante, pensante. E’ vero, fa parte della tradizione cattolica, della sua storia, il dare importanza al corpo, alla carne, a quell’involucro splendido in cui soffriamo e con cui compiamo ogni azione, buona o cattiva. E’ da questa visione, così criticata dagli gnostici e dagli spiritualisti di ogni tempo, che sono nati gli ospedali, gli orfanatrofi, gli ordini religiosi dediti ai malati, ai lebbrosi, ai poveri: sono nati san Camillo de Lellis, san Vincenzo de Paoli, San Giuseppe Cottolengo…le sette opere di misericordia corporale accanto alle sette di misericordia spirituale. Don Gallo dice anche di diffidare “dalle precisazioni, dai distinguo senza cuore”. Se fossimo solo sentimento, se il sentimento fosse un cannocchiale abbastanza preciso per vedere tutta la realtà, a 360 gradi, don Gallo avrebbe ragione. Il fatto è che siamo uomini, e non ci è possibile: accanto al sentimento abbiamo la ragione, accanto alla compassione per Welby, abbiamo la capacità di capire che aprire mediaticamente e poi giuridicamente la porta all’eutanasia ci porterà a breve, come in Olanda o Svizzera o nell’Oregon, a dover accettare anche l’eutanasia per i depressi, per i bambini, decisa magari solo dai medici, contro il volere dei genitori, per chi ha sofferenze psicologiche, e poi, un giorno, come si è detto, per chi occupa troppo a lungo letti d’ospedale. Se questo non fosse successo, e non succedesse ogni giorno, in molte parti del mondo, forse la ragione non servirebbe, e basterebbe il sentimento. La realtà è che “il medico pietoso fa la piaga cancerosa”: così una Chiesa che dimentica la verità dell’uomo, e la sacrifica in nome di una presunta misericordia apparente, non fa il bene dell’uomo, ma riapre il vaso di Pandora. Don Giovanni Franzoni, nell’articolo successivo a quello di don Gallo, esprime anch’egli il suo disappunto: purtroppo tira in ballo concetti strani, di “quantità della vita” e di “qualità della vita”. Cosa è questa “qualità della vita”? Chi la stabilisce? Come si pesa, con quale formula si calcola? Chi ha detto che ci siano vite, e cioè uomini, perché è questa equazione, evidente, che si vuole nascondere, di qualità superiore o inferiore? La verità è che quattro uomini che hanno incontrato Cristo avrebbero potuto dire ben altro.
Che la misericordia di Dio è grande, che ha sofferto con noi, che l’uomo deve essere solidale con l’uomo, come diceva anche un ateo come Leopardi nella Ginestra…che il malato non deve essere lasciato solo, ma accompagnato, non da persone che spingono per la sua morte, ma da amici che tengono in vita la sua speranza, il senso della sua vita, accompagnandolo serenamente verso “sorella morte”. E poi, se proprio volevano parlare di eutanasia, avrebbero dovuto accennare anche alle terapie contro il dolore, alla differenza tra eutanasia e accanimento terapeutico…avrebbero dovuto mostrare di conoscere il tema, difficilissimo e complesso, a risolvere il quale non basta un po’ di sentimento. Avrebbero parlato un po’ meno di Dio, e della Fede, come la vedono loro, e un po’ più con la ragione, capace di distinguo, che per ogni buon sacerdote è a fondamento di ogni vera indagine sulla realtà.
I signori del DNA.
Il sociologo Edgar Morin ha recentemente affermato che c’è il rischio di nuovi, terribili totalitarismi, in cui le biotecnologie, di per sé, in molti aspetti, anche buone, potranno diventare lo strumento principale dei nuovi dittatori! Occorrono esempi concreti? Ne farò qualcuno, rifacendomi ad un testo scritto da alcuni giuristi e scienziati, intitolato “I giudici davanti alla genetica” (Ibis, Pavia, 2002). Non prima, però, di aver ricordato, a titolo esemplificativo, lo strano fatto per cui oggi in Cina, cioè in un paese ancora dittatoriale, “esistono già circa 40 cliniche di fecondazione in vitro, spesso costruite con l’assistenza dell’esercito, che, unitamente a influenti segmenti governativi, sembra profondere grande impegno a favore dello sviluppo di queste tecnologie” (Gregory Stock, “Riprogettare gli esseri umani”, Orme). Non si può non chiedersi: perché tanta attenzione alla sterilità, in un paese sovrappopolato e con la politica del figlio unico, come la Cina? Cosa importa la fecondazione artificiale all’esercito e al governo?
Lascio a voi la risposta, e ritorno al libro citato. Nel primo intervento il magistrato Amedeo Santosuosso ricorda alcuni rischi connessi alla “discriminazione su base genetica”: senza parlare della folle abitudine di scegliere i figli su misura, attraverso l’utilizzo di test genetici, della Fiv e dell’aborto selettivo, allude a questioni concernenti gli adulti. In particolare, ad esempio, cita il caso di Theresa Morelli, avvocatessa dell’Ohio: costei “si rivolge ad una compagnia di assicurazione per stipulare una polizza sanitaria, ma il contratto le viene rifiutato. Il motivo: è noto che il padre è affetto da Corea di Hungtington, malattia ereditaria che la giovane donna ha il 50% di probabilità di aver ereditato come predisposizione…Milioni di americani, al pari di Theresa, corrono il rischio di perdere la copertura assicurativa in quanto portatori di geni che sono associati ad una malattia”. Un rischio analogo può avvenire nel campo del lavoro: “la discriminazione genetica da parte dei datori di lavoro è una sorta di effetto collaterale della discriminazione genetica da parte di assicurazioni sanitarie: i datori di lavoro, infatti, sono interessati a discriminare geneticamente i dipendenti o gli aspiranti al posto di lavoro nella prospettiva di contenere i costi delle assicurazioni sanitarie, per malattie, infortuni, assenze”. Potrebbero bastare queste brevi considerazioni per comprendere che il pericolo non è tanto un nuovo “oscurantismo”, quanto, semmai, un nuovo liberismo assoluto nel campo scientifico-tecnologico! Ma il Santosuosso ci fornisce altre interessanti notizie: “il 17 dicembre 1998 il Parlamento Islandese…approva una legge che autorizza la raccolta e l’elaborazione dei dati sanitari e genetici dell’intera popolazione dell’isola da parte di imprese private a scopo di profitto”. Succede cioè che la società “deCode Genetics”, con interessi nel campo farmaceutico, viene autorizzata a accumulare “i dati che i medici raccolgono dai loro pazienti, i dati già raccolti sulla popolazione deceduta, i dettagliati alberi genealogici conservati da molto tempo presso le chiese sparse nel paese e i dati su campioni di sangue e tessuti”. La “deCode Genetics” “acquista il diritto di usare, per dodici anni, e a scopo di profitto economico” tutti questi dati! La cosa incredibile sta dunque nel fatto che uno Stato possa vendere tutte le informazioni più riservate (genetic privacy) del suo popolo ad una azienda privata, fondata con capitali americani, e quindi stranieri, che, a sua volta, senza neppure consenso informato, può elaborarli e utilizzarli “a scopo di profitto, con un pressoché totale diritto di esclusiva”! L’acceso poi, anche dello Stato, a tali “dati legati alla predizione di malattie” potrebbe aprire al strada anche alle tentazioni eugenetiche: “non bisogna mai dimenticare che tutta la legislazione eugenica di inizio Novecento, e poi quella della Germania, avevano come obiettivo dichiarato il miglioramento della società”. Il caso Islandese ci permette di toccare brevemente un altro aspetto legato alle biotecnologie. Quello degli interessi economici connessi ai brevetti. Scriveva Jacques Testart, pioniere della fecondazione in vitro, nel suo “La vita in vendita”: “la vita sta per essere integralmente trasformata in capitale e in merce, ovvero in fonte di profitto e in oggetto di scambio. Negli USA la terapia genica fa parte della nuova economia ed è quotata in Borsa…Nel 1980 la Corte Suprema Americana ha dichiarato brevettabile un batterio transgenico, mangiatore di idrocarburi, manipolato da un ricercatore. Per motivi di sicurezza il microbo non è mai uscito dal laboratorio per combattere una marea nera. Ma è entrato nella storia come il primo organismo vivente brevettato. Poiché il suo genoma era stato modificato da una mano d’uomo, era passato dal mondo dei prodotti naturali (non brevettabili), a quello delle invenzioni (brevettabili). Qualche anno fa, l’ufficio americano dei brevetti aveva concesso a Incyte un brevetto su 44 geni umani. L’unico lavoro dell’azienda era consistito nello scoprire un frammento di ciascuno dei 44 geni, senza nemmeno che la loro funzione precisa fosse identificata. Ma questi geni sono ormai una sua proprietà esclusiva: nessuno potrà sfruttarli senza l’accordo, vale a dire royalties che immaginiamo alte, di Incyte…L’appropriazione dell’oggetto scoperto, che sopprime il limite tra scoperta e invenzione, è qualcosa di nuovo nella scienza. Riusciamo a immaginare Cuvier che reclama i diritti sui fossili, o Marie Curie che fa brevettare l’uranio?”. Il problema dei brevetti (per esempio sulle staminali embrionali) è dunque assai serio, anche se nella recente campagna contro la legge 40 non se ne è quasi mai discusso, forse per fingere che il denaro non c’entrasse nulla! Ne parla anche la giurista Mariachiara Tallacchini nel saggio della Ibis già citato, sottolineando come, mentre la “disciplina statunitense sui brevetti considera come fenomeni non distinguibili scoperta e invenzione”, “la Direttiva europea 98/44/EEC sulle invenzioni biotecnologiche non definisce il termine invenzione, ma indica in novità, inventività e applicabilità industriale i requisiti delle invenzioni biotecnologiche, la cui brevettabilità è ammissibile anche se esse riguardino un prodotto consistente in, o contenente, un materiale biologico o un processo in cui sia prodotto, processato o utilizzato un materiale biologico (art.3)”. A tal riguardo il già citato Santosuosso specifica: “un elemento isolato dal corpo o prodotto con un processo tecnico, ivi compresa la sequenza parziale o totale di un gene, può rappresentare una invenzione brevettabile, anche se la struttura dell’elemento riprodotto è identica a quella naturale”. E’ evidente come, anche nel caso dei brevetti, ci si trovi di fronte a qualcosa di epocale. Lo scriveva anche l’europarlamentare verde Alex Langer: “finora quello che è terapia medica era sempre stato escluso dalla brevettabilità. Come ovviamente era escluso il corpo umano. Domani saremo nelle mani di chi ha la titolarità di questi brevetti” (Il Foglio, 2/7/2005). Se così è non possiamo non gettarci a capofitto, ancora una volta, nella battaglia per impedire che il progresso divenga fonte di asservimento e di perdita della libertà, “il bene più prezioso che i cieli abbiano dato agli uomini”. In nome di questa libertà, e del diritto naturale, occorrerebbe forse stipulare una inedita alleanza, che veda coinvolte anche quelle forze ambientaliste e no global sincere, che in parte hanno colto l’estremo inganno in cui i loro leaders li hanno portati: perché non si può essere per la natura, e poi schierarsi, come i Verdi italiani, contro la legge 40 (pessima, ma per le troppe aperture, non, come dicono, per limiti, pochissimi, che impone)! E non si può essere critici verso le multinazionali e lo strapotere dell’economia, e non contrastare l’estrema commercializzazione del corpo umano e della sua salute! (Da: “Controriforme”, Fede & Cultura)
Umberto Veronesi ci vorrebbe tutti ermafroditi
Il buon Umberto Veronesi non conosce riposo, non vuole permettere che fondamentalisti, assolutisti, dogmatici di ogni genere, come ama definirli, infettino il mondo con la loro ignorante superstizione. Per questo li combatte, producendo a ritmo continuo libri-interviste, in cui cambiano i partner e gli editori, ma rimangono i concetti fondamentali di sempre: difesa dell’aborto, della fecondazione artificiale, della manipolazione genetica e della clonazione.
Se editori diversi continuano a pubblicare, benché tante volte anche le frasi e le espressioni ritornano uguali, un significato e un riscontro di vendite ci deve essere. Per cui vale la pena analizzare il fenomeno. Ebbene l’ultima fatica di Veronesi si intitola “La libertà della vita”, ed è un dialogo con un altro pontefice del libero pensiero, Giulio Giorello. Due giganti a confronto, sui grandi temi della vita, della scienza, dell’amore. La presenza di Girello garantisce una cosa: l’assenza di quegli errori marchiani, di quelle date sbagliate, di quei riferimenti storici inopportuni che solitamente impreziosiscono gli interventi di Veronesi (tipo l’Impero romano che era “in decadenza” nel VII secolo).
Ma veniamo al sodo. Per iniziare, secondo una strategia propagandistica affinata, occorrono alcune boutade, come l’affermazione secondo cui la Chiesa sarebbe sempre e comunque per il dolore, fino se possibile a contrastare le cure palliative e l’utilizzo di fermaci antidolorifici, o come la storiella dei medievali che in nome di Dio si opponevano all’invenzione degli occhiali per i miopi. Si crea così lo sfondo grottesco su cui innestare l’idea fondamentale: sappia il lettore che i due protagonisti del dialogo sono in lotta permanente contro entità spaventose, di una ignoranza e di una rozzezza senza pari.
Fatta la premessa, lo scienziato Veronesi può sbizzarrirsi a sostenere, anzitutto, che il compito affidato dall’evoluzione all’uomo (animale senz’anima) è solo quello di fare figli: “dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il suo compito è finito, occupa spazio destinato ad altri”, per cui “bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant’anni sparissero” (p.39).
Si passa poi a Dio, che Veronesi liquida in poche righe, come una invenzione dell’uomo, di cui nella Russia comunista nessuno in fondo sentiva il bisogno. Del resto “anche gli elefanti pregano” (p.47), e la fede degli uomini nasce di fronte ai temporali, ai lampi e ai tuoni, per paura…(evidentemente permane, purtroppo, anche nell’era del parafulmine, ma solo come residuo primordiale). Ciò non toglie, riprende Veronesi, che si debba dialogare anche con i credenti: pensierino ipocrita di cui ogni buon laicista ama fregiarsi, dopo varie manifestazioni di alterigia e disprezzo. Il culmine del grottesco, in un libro che è veramente piccino in tutti i sensi, viene raggiunto nell’ultimo capitoletto, dove si parla di clonazione, terapeutica e riproduttiva. “E perché non provare a immaginare per i tempi futuri- si chiede l’illustre oncologo- piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione?” (p.83).
A questo punto Veronesi immagina il caso di una donna bella e intelligente che voglia un figlio, senza uomini, perché li odia, e ricorra quindi alla clonazione. Come e perché impedirglielo, chiede Giorello, secondo cui tutto ciò che uno desidera può automaticamente farlo (senza rispetto alcuno per l’innocente o il debole che vi è coinvolto): “A chi fa male la scelta della nostra ipotetica donna che odia l’intero genere maschile?”. E Veronesi risponde: “Non credo che di per sé la mancanza dell’eventuale padre possa costituire da sola una ragione contro quel tipo di clonazione” (p.89).
E prosegue: “ Ha senso, e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?…Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Cero per specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perchè tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?” (p.91).
Detto questo Veronesi conclude addirittura dicendo che la clonazione è in realtà il metodo migliore di riproduzione della specie umana, perché “il desiderio sessuale cesserebbe così di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e nessuno “sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner”. Nascerebbe così una società “quasi felice”, in cui ognuno vivrebbe “quell’ansia di bisessualità che è profondamente radicata in noi”, e “avremmo davanti a noi il Paradiso terrestre”. Finisce così, con questa splendida promessa l’ennesima filippica dello “scienziato” laico, che vuole per tutti, in nome della libertà e della scienza, figli in provetta, figli clonati, uomini ermafroditi, e una società senza l’amore tra uomini e donne. Poi dicono che la Chiesa è sessuofobica…
Coppie di fatto e Pacs: un libro per capire.
Il tema dei Pacs, anche dopo le recenti elezioni, non sembra scaduto. Anzi torna alla ribalta, e sembra capace di infiammare gli animi e il dibattito politico, al pari di altre grandi questioni. Per questo Umberto Folena, giornalista di lungo corso, ha deciso di raccogliere in un’ unica opera una messe abbondante di informazioni, di cronaca e giuridiche, orientando in modo semplice ed efficace chi voglia conoscere i termini del problema, e il panorama legislativo internazionale. Folena inizia il suo “I pacs della discordia” (Ancora, pp.111, 10 euro) col caso più eclatante, la Spagna di Zapatero, patria del divorzio veloce (appena tre mesi, senza preavviso da parte di un coniuge) e del matrimonio omosessuale, con possibilità di adozione di bambini. Il paese di Fernand Savater, Mario Vargas Llosa, e di tanti intellettuali entusiasti del nuovo corso zapatero, non è in realtà il primo ad equiparare l’unione di due persone dello stesso sesso alla famiglia tradizionale, ma è sicuramente quello che, per la sua lunga tradizione cattolica, stupisce ed influenza maggiormente il dibattito in Italia. Già nel 1986 il regista spagnolo Pedro Almodòvar nel suo “La legge del desiderio”, aveva immaginato una “famiglia” con un “transessuale ex donna, suo fratello e una bimba ereditata da una relazione precedente”. Sulla stessa lunghezza d’onda, e in perfetto accordo con la visione dei legislatori di Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Inghilterra e Canada, si colloca lo spagnolo Mario Vargas Llosa, il quale sostiene che la presunta necessità, per ogni bambino, di avere un padre ed una madre, sarebbe una “affermazione dogmatica e senza il minimo fondamento psicologico”. In Italia, in verità, il dibattito non è ancora così avanti: per ora si mette l’accento sul problema delle unioni di fatto in genere, ma sottolineando in particolare il problema dei diritti giuridici della coppia di fatto eterosessuale, o di quella omosessuale, senza però parlare, per quest’ultima, di diritto all’adozione. Riguardo all’Italia Folena si chiede quante siano veramente, al di là delle cifre propagandistiche, le coppie di fatto, e quali siano i diritti che ancora non sono loro riconosciuti. Tra i cosiddetti “diritti non garantiti” per una coppia di fatto vi è quello alla pensione di reversibilità. Perché? Folena si appella ad una sentenza della Corte Costituzionale, per la quale “diversamente dal rapporto coniugale, la convivenza more uxorio è fondata esclusivamente sulla affectio quotidiana, liberamente e in ogni istante revocabile, di ciascuna delle parti e si caratterizza per l’inesistenza di quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali, che nascono dal matrimonio”. Come a dire che per la Corte italiana chi non si assume determinate responsabilità, con un matrimonio vero e proprio, non può godere dei diritti connessi, senza che questo comporti una discriminazione nei confronti di chi è coniugato. Prima di concludere con una analisi precisa di alcune proposte di legge sui Pacs e sulle varie posizioni esistenti in Italia, l’autore ci dà alcune cifre indicative, relativamente alla Francia, dove i Pacs sono stati introdotti nel 1999. Da allora a tutto il 2005 ne sono stati contratti 204.924 -tra cui molti pacs “bianchi”, cioè stipulati per puro calcolo, anche da persone tutt’altro che vicine tra loro-, a fronte di 280 mila matrimoni annui. Di questi ne sono stati sciolti, sino al 2004, 17.793. Cosa accadrà da noi? Il tentativo in atto è quello di introdurre pian piano l’idea che la famiglia eterosessuale, stabile, in cui i coniugi si assumono una responsabilità certa tra loro e nei confronti del figlio, sia solo una forma come un’altra di famiglia: l’effetto sarà l’ulteriore indebolimento dell’istituto familiare, e una società sempre più disgregata, liquida, priva di legami e di responsabilità. Poi, col tempo, avremo anche noi omosessuali che comprano un ovulo in una banca del seme, affittano un utero, si fanno un bambino, e poi lo “allevano” (salvo magari separarsi, dopo tre mesi, secondo le regole del Pacs).
Pensando all’eutanasia e a Lincoln Rhyme
A proposito della proposta di introdurre nel nostro Paese l’eutanasia e quindi l’autorizzazione legislativa affinché anche da noi si possa “staccare la spina” alle persone costrette, sofferenti, all’immobilità, mi vengono in mente alcuni libri che ultimamente mi hanno molto appassionato.
Si tratta di una serie di thriller di Jeffery Deaver, ex avvocato e ora noto scrittore statunitense, di cui è protagonista Lincoln Rhyme (nella foto Denzel Washington che lo interpreta in un film), ex criminologo della polizia scientifica newyorkese ridotto sulla sedia a rotelle e in grado di muovere solo gli occhi e l’anulare di una mano in seguito ad un incidente occorsogli mentre raccoglieva indizi durante un’indagine.
Pur in questa tragica condizione e obbligato, suo malgrado, ad essere sempre assistito in tutto da qualcuno, Rhyme è ricercatissimo dalla centrale e dai colleghi con cui lavorava, per la sua straordinaria capacità di identificare e individuare i più efferati e scaltri assassini e serial killer servendosi di tracce infinitesimali che in qualche modo essi lasciano sempre dopo i loro delitti.
Al tempo stesso il criminologo non cessa di oscillare fra la voglia di farla finita procurandosi da una società specializzata il kit necessario per darsi o farsi dare la morte, e la scelta di tentare la strada opposta sottoponendosi ad operazioni chirurgiche estremamente rischiose per migliorare almeno parzialmente la propria situazione e riuscire a muovere magari almeno un braccio o una gamba.
Alla fine, proprio quando sembra deciso a rivolgersi al suo “dottor morte” o a giocarsi tutto con l’azzardo dell’intervento neurochirurgico, non arriva mai a soddisfare né l’uno né l’altro “desiderio” non avendone materialmente il tempo, perché troppo assorbito dalle indagini. In realtà il vero motivo che lo dissuade dalle due opzioni è l’amore per una collega, la donna poliziotto Amelia Sachs, dalla quale è intensamente ricambiato.
Sono la stima, l’intesa, la fiducia e la complicità umanamente profonde che permettono a Linconln di ritrovare continuamente il perché vale la pena accettarsi così com’è e andare avanti. Il pensiero di Amelia lo tiene in vita perché lei lo restituisce a se stesso e rappresenta la sola medicina, l’unico vero antiditodo alla morte che altrimenti lo schiaccerebbe comunque, ben prima di ricorrere all’iniezione letale.
Ecco, la vicenda di quest’uomo, pur inventata da uno scrittore che dalla lettura dei suoi libri non sembra assolutamente un credente, rivela una verità molto semplice e trascurata: una persona “normodotata” anche se viva è in realtà già morta (dentro) se non ama e non si sente amata da qualcuno, mentre può sopportare anche il peggior annichilimento fisico e recupera moltiplicandole, le sue capacità residuali e vicarie, in questo caso eccezionalmente preziose per la società, esclusivamente in forza di questo rapporto.
Già, si dirà, ma questa è appunto una faccenda personale. Cosa centra la legge sull’eutanasia?
Centra, perché uno Stato che consenta per legge di staccare la spina è uno Stato invasivo, che pretende di precludere questa esperienza al singolo malato. Altro che privacy. E’ uno Stato che si intromette nell’intimità della sua vita per dare a lui o a qualcun altro la possibilità (ma alla fine è di fatto un suggerimento) di non sperare più utilizzando la scorciatoia del suicidio o dell’omicidio legalizzato e programmato (perché questo è il vero nome dell’eutanasia).
Gian Burrasca
Perché riesplode la questione dell’eutanasia
E’ esploso in questi giorni il dibattito politico che, nelle intenzioni di chi ha acceso la miccia, dovrebbe preparare il terreno favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia anche in Italia.
A riportare alla ribalta dei giornali l’annosa querelle sulla “dolce morte”, è stata l’accorato appello rivolto al presidente della Repubblica da un malato di distrofia mulscolare, Piergiorgio Welby, copresidente dell’Associazione Luca Coscioni.
E la bomba è deflagrata, perché il Capo dello Stato gli ha risposto invitando il mondo politico ad aprire un confronto in materia.
Evidentemente Welby ha toccato le corde giuste presentando il proprio dramma personale. E i drammi personali, si sa, piacciono alla stampa che con racconti come questi è consapevole di appagare la curiosità un po’ morbosa dei lettori.
“Ho orrore della morte – ha confessato nella sua lettera Welby – ma la mia non più vita, bensì “un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche”.
L’obiettivo di Pannella e soci è chiaro: utilizzare questo malato incurabile per suscitare nell’opinione pubblica da un lato un sentimento di pietà verso quest’uomo, dall’altro diffondere al tempo stesso lo sdegno perché il retrogrado ordinamento del nostro Paese non permette di soddisfare la sua disperata richiesta di staccare la spina, ponendo fine a quella che egli stesso considera una non-vita.
In altri termini ai rosapugnoni e agli esponenti della sinistra radicale, della reale situazione di Welby non frega un accidente.
Fosse per loro potrebbe crepare anche subito se il suo dramma non servisse a muovere le acque per accelerare il sospirato avvento dell’eutanasia nel nostro Paese.
Chi conserva il lume della ragione sa che questo è solo un trucco odioso che ha un nome preciso: si chiama strumentalizzazione. E della peggior specie, perchè gioca sulla pelle di un essere umano in carne ed ossa.
La vera questione è un’altra, come spiega con chiarezza l’articolo dello scrittore Luca Doninelli pubblicato in prima pagina da Il Giornale di ieri (25 settembre 2006). Ne riporto una parte che consiglio a tutti di leggere per non lascairsi abbindolare e cogliere il nocciolo del problema.
“Bisogna dire quello che non va in questa storia”, osserva Doninelli. “Innanzitutto, le storie sono due. Una riguarda il caso personale di Welby, l’altra la battaglia civile che dal caso Welby prende spunto.
? lo stesso Piergiorgio Welby (che è, ricordiamo, co-presidente dell’associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica) a presentare le due storie come se fossero una sola.
Ma non è così.
L’attenzione viene immediatamente spostata dalla realtà della sofferenza, una vicenda umana viene usata, proprio usata, ai fini di una propaganda ideologica.
Anche il modo di diramare il comunicato, con un video che lo mostra in tutto lo spettacolo (che non è, scusate tanto, la realtà) della sua sofferenza atroce e la voce sintetizzata al computer ha qualcosa di orribile, ma orribile soprattutto perché costruito, calcolato, misurato.
C’è, dunque, una finzione il cui scopo è quello di riportare al centro del dibattito civile la questione dell’eutanasia.
Su questo punto è bene essere chiari e semplici perché l’ipocrisia non può essere ammessa. Il cuore del contendere si fonda sul seguente dilemma: i padroni della nostra vita siamo noi, oppure la vita è un dono?
Dalle parole di Welby (un po’ letterarie) si capisce che per lui la vita è un dono.
Poi però la sofferenza è tale che la vita smette di essere un dono, è solo una condanna.
Ma una volta giunti al dibattito civile, bisognerà scegliere una delle due vie.
Se la società (opportunamente manovrata) decide che io sono il padrone della mia vita, posso naturalmente avvalermi del diritto a non interrompere la mia esistenza, ma lo farò solo in base a una convinzione privata, a un parere: il parere che la vita è sacra.
Ma sarà sempre un parere privato, senza nessuna pretesa di verità.
La regola pubblica si fonderà, infatti, sul principio opposto. Ma, una volta deciso che la vita è nostra proprietà, che la si può volere e disvolere, una volta deciso che non è un dono gratuito, che non è una porta aperta sul mistero, chi potrà fermare la marcia del più forte? Dove porremo il limite alla sperimentazione genetica? Chi potrà dire “fin qui si può, da qui in avanti non si può”?
Io non voglio essere obbligato ad accettare il principio che la vita mi appartiene.
Lo dico non solo da cristiano, lo dico anche come narratore. Scendendo nel cuore dei fatti che raccontiamo, i casi sono due: o sperimentiamo la loro inconsistenza originaria, oppure sperimentiamo la tenacia della realtà, la sua irriducibilità a tutte le nostre teorie.
Chi sostiene che noi siamo i padroni della nostra vita si fonda sulla prima alternativa, alla quale è stato dato un nome preciso: nichilismo. Bene, io non sono nichilista. Nessuno può dirmi che devo accettare l’inconsistenza della vita salvo poi precisare che, personalmente, privatamente, ritengo che la vita sia una bellissima cosa.
Questa sarebbe una buffonata, perché una volta detto “sì” al principio le persuasioni personali sono paglia e fumo. Welby può chiedere di morire, e io sinceramente non so se abbia torto, a titolo individuale.
Se però mi trovassi nella sua condizione, so che i miei amici mi ricorderebbero che la verità della vita non muta di un punto né di una virgola anche se dalla mia difficile condizione non la si capisce più.
Vorrei ricordare che in Italia esistono cinquemila malati di distrofia laterale: cinquemila persone che, diversamente da Welby, vogliono continuare a vivere. I parenti e gli assistenti di queste persone devono spendere centinaia di euro al giorno per sostenere le cure dei loro cari malati.
Lo Stato non si fa nessun carico di queste situazioni. Mi domando dunque se la voce di un solo Welby, per quanto forte, debba trovare ascolto mentre nessuno si preoccupa di quei cinquemila.
Certo, staccare la spina costa meno che sostenere l’onere di una cura molto costosa. Scusate il cinismo, ma è così. Ma Lei, Presidente Napolitano, che nella risposta a Welby ha mostrato tutto il suo equilibrio e la sua saggezza, non dimentichi l’appello muto, il grido ignorato di tutti quelli che, anziché morire, vogliono vivere.”
Gian Burrasca
pressmail.a@libero.it
L’eutanasia, l’inganno della “dolce morte”
L’eutanasia: l’inganno della “dolce morte”.
A trent’anni è difficile immaginare la vecchiaia. Arridono tante speranze, tanti desideri. Anche se non si è in cerca del sol dell’avvenire, solo vivendo il presente che ci è dato e il futuro che si spera, si è già sufficientemente occupati.
E poi i vecchi, non si vedono quasi.
Il buon gusto odierno ha imparato a relegarli ai bordi, nella tristezza degli ospizi. Viviamo a compartimenti stagno, perché oggi le generazioni non durano vent’anni, ma cinque, e il dialogo tra giovani e adulti è quasi assente, quasi nullo quello con gli anziani.
Nonostante questo gli amici di Gs, Gioventù Studentesca, girano negli ospizi, il sabato pomeriggio, per rallegrare questi locali bigi, con le pareti affumicate, o bianchi, talmente bianchi che già il vecchio padron ‘Ntoni di Verga, che aveva amato tutta la vita la sua famiglia e la sua “casa del nespolo”, ne provava orrore.
Si sentiva soffocare, non dalla morte, ma dalla morte asettica, senza grandezza, senza intimità, senza il calore dei suoi cari ad accompagnarlo.
Poveri anziani, ospedalizzati, quando ancora stanno abbastanza bene, privati della gioia dei nipoti, che non ci sono, o sono troppo indaffarati, a scuola o nei mille impegni che gli abbiamo costruito intorno, quasi a forma di gabbia, per tenerli ben ben occupati!
Eppure anche la vecchiaia ha la sua bellezza, il suo profondo significato.
La hanno celebrata poeti di ogni epoca, filosofi come Cicerone, nel De Senectute, e, nel nostro tempo, due non credenti come Carducci e Pascoli.
In “Nevicata” il sanguigno poeta toscano sottolinea la lunghezza delle ore, quando si è vecchi e stanchi: “lenta fiocca la neve pel cielo cinereo…”.
E’ cinereo il cielo della vecchiaia, lento il cadere dei fiocchi ed il passare del tempo, ma ciò non toglie che il cuore del poeta non si rassegni, voglia ancora battere e pulsare: “tu calmati, indomito cuore…”.
Non è solo anagrafe, la vita, ma è anche questione di spirito. Lo ripete benissimo Pascoli, suo allievo, ne “L’ora di Barga”, quando il suo fanciullino interiore,
l’Adamo che scopre nelle cose la loro lacrima e il loro sorriso, fa sentire il suo grido tinnulo di meraviglia, di sotto alla voce roca e stanca dell’uomo ormai vecchio.
In questa poesia Pascoli, seduto alla finestra, ascolta i rintocchi del campanile, nel suo “cantuccio”, quasi assediato dalla morte, che lo ha stretto in un angolo.
Ascolta i rumori che provengono da fuori, guarda i colori, che gli giungono attutiti, attraverso gli occhi appannati e per il tramite di un vetro, “come da un velo”.
Il poeta si rivolge allora al campanile, che sembra ricordargli il momento della fine, e con voce accorata gli chiede ancora un istante di vita: “Tu dici, E’ l’ora; tu dici, E’ tardi, /voce che cadi blanda dal cielo. / Ma un poco ancora lascia che guardi /l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo, /cose che han molti secoli, o un anno,/ o un ora e quelle nubi che vanno. /Lasciami immoto qui rimanere /fra tanto moto d’ale e di fronde; e udire il gallo che da un podere/chiama, e da un altro l’altro risponde…”.
Sono le cose belle della vita, le più semplici, le più apparentemente insignificanti, quelle che hanno molti secoli, a divenire improvvisamente nuove, meravigliose, come se avessero solo un’ora: l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo.
Dopo un cancro, superato con fatica, monsignor Alessandro Maggiolini ha scritto: ” Adesso mi sento regalato due volte: perché mi ha creato e perché mi concede ancora di vivere.
Ma il sipario delle vita eterna si è fatto liso come una carta velina…Voglio vedere negli occhi Gesù, ho una lista dei miei cari che vorrei rivedere subito…”.
Voler vivere e voler morire: è una incredibile, paradossale, comprensibile condizione dei vecchi. Voler vivere, accanto a qualcuno, per vedere la sua realizzazione e la sua storia.
Voler morire, per incontrare qualcuno. “Uccelli raminghi picchiano a vetri appannati, /gli amici spiriti reduci son, /guardano e chiamano me”, scrive Carducci, nella citata poesia, quasi commosso dal richiamo.
Analogamente Pascoli conclude così: “Sì, ritorniamo,/ dove son quelli che amano ed amo”.
Personalmente non ho ricordi più grandi, più profondamente scolpiti, dell’ultimo addio a mia nonna che moriva, stringendo le mani di sua figlia, raccomandandosi per me, che restavo; o del cadavere di un amico, morto come avrebbe voluto, nella sua fede e nei suoi affetti più cari.
Morire bene, da anziani, è una gioia, e lascia, anche in chi resta, una tristezza serena, quieta, che non esaspera lo spirito.
Morire strappando forzatamente il velo, violentemente, per scelta, suicidio o eutanasia, è come salutare sbattendo la porta, senza riconoscere, a chi ci ama, il valore della sua presenza; senza riconoscere alla nostra vita, un senso che la abbia resa sacra.
Eppure di eutanasia (“dolce morte”), intesa come suicidio assistito, come porre fine, con l’aiuto di un medico, ad una vita ritenuta ormai indegna di essere vissuta, si parla sempre più spesso.
Ma cosa c’è di “dolce”, nella scelta di morire? Scriveva Chesterton: “Per me il suicidio non è soltanto un peccato, è il peccato; è il male supremo e assoluto, il rifiuto di prendere interesse alla esistenza, di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo; l’uomo che uccide se stesso uccide tutti gli uomini: per quanto lo riguarda distrugge il mondo…”.
Se l’eroe, o il martire, muoiono per amore della vita, o di ciò che alla vita dà sapore, perché anche gli altri ne siano partecipi, disdegnando la morte, il suicida consapevole muore per amore della morte, disdegnando la vita.
Muore senza salutare, senza girarsi indietro, disperando possa esistere qualcosa, qui o là.
E’ la cosa più triste, più tragica che possa accadere, e lascia in tutti coloro che rimangono un senso di colpa, di prostrazione, di sbigottimento.
Non c’è evidentemente nulla di “dolce”, né di “dignitoso” in tutto ciò. Eppure non si può negare, sarebbe sciocco farlo, che la vita può diventare, in alcuni casi, troppo crudele, apparentemente assurda, specie per chi non creda in Dio.
Perché allora negare ad altri il diritto di una morte assistita, con il medico a fianco? Anzitutto, penso, per un principio di buon senso: come decidere quando, e in quali circostanze, con quali limiti?
Una volta violato il principio della sacralità della vita, come decidere sugli accidenti? La tecnica dei propugnatori dell’eutanasia, infatti, è la solita: presentare casi estremi, per aprire la breccia, per abbattere le resistenze psicologiche ( magari dimenticando di spiegare che ad esempio il rifiuto dell’accanimento terapeutico non coincide con l’eutanasia).
Michel Schooyans la ha chiamata la “tecnica del salame”: “si erode il rispetto che si deve a un principio dando alla legge il compito di moltiplicare e di banalizzare i casi in cui il diritto positivo giustifica che vi sia fatta eccezione” (“Bioetica e popolazione”, Ares).
Ma poi, passato il principio, chi vieterà al giovane depresso, all’adulto squattrinato, all’uomo o la donna in crisi per motivi amorosi, di ricorrere, nella angoscia e debolezza del momento, alla mutua; di chiedere alla collettività e ad un uomo in camice bianco di farsi carico della sua eliminazione?
Come fermare una deriva nichilista ed individualista, per cui la vita e la morte diventano possesso personale di ognuno, così che anche i valori più umani, di carità, di assistenza, di compassione, vengono svuotati dall’interno?
Non bisogna farsi illusioni: l’eutanasia passerà, perché è figlia di una società che ha già infranto il principio della sacralità della vita.
Ha già abolito il senso del dolore, la portata immensa del destino umano, il sacrificio come legge dell’esistenza.
A mio parere occorre opporsi all’eutanasia per fermare la caduta, rallentare la corsa del masso che rotola, ben sapendo però che ad ogni causa corrispondono determinate conseguenze, ancor più nella vita morale che in quella fisica.
Una società che non fa figli, che non si stupisce di fronte al mistero della vita nascente, non può farlo di fronte ad un mistero velato, nascosto tra rughe e debolezza.
Una società che non si fa carico della famiglia, dell’aiuto ai genitori, non può farsi carico, a lungo, degli anziani, semplicemente perché non è economicamente possibile. Può solo chiuderli in un ospizio, in attesa magari di disfarsene un giorno, come è successo tante volte, per tirarli giù dalle spese.
Ha scritto Jacques Attali, già “consigliere speciale” del presidente francese Mitterand, nel suo “L’avenir de la vie”: “Quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società…
L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle società future… Macchine per sopprimere permetteranno di eliminare la vita allorchè essa sarà insopportabile o economicamente troppo costosa”.
Lo stesso concetto è ribadito nel suo “Dizionario del XXI secolo” (Armando editore): ” Alcune delle democrazie più avanzate sceglieranno di fare della morte un atto di libertà e di legalizzare l’eutanasia. Altre fisseranno dei limiti precisi alle proprie spese per la sanità…”.
Del resto è cosa che è successa già innumerevoli volte, in molti paesi ed anche in Italia.
Recentemente ad esempio il dottor Ivan Villa ha affermato proprio a riguardo dell’eutanasia:” I rimborsi regionali per questo tipo di malati (gravi, ndr.) sono sempre modesti, non sono remunerativi, e molti ospedali tendono a liberarsene” (“Corriere della Sera”, 18/12/2004)
Sono solo alcune riflessioni, le mie, che non voglio concludere prima di aver notato un dato, “storico”, non filosofico: il poveretto che soffre, che non riesce ad affrontare la vita, un momento della vita, da che mondo e mondo si suicida, senza tante filosofie, senza rivendicare nulla. Sente di aver perso e non cerca alibi, solo compassione.
Nella storia invece coloro che hanno lottato e lottano ogni giorno, dopo i nazisti, perché questo suicidio divenga benedetto, ipocritamente “dolce”, falsamente “dignitoso”, follemente “caritatevole”, sono di solito consapevoli nemici della vita, nichilisti orgogliosi, che vogliono urlare la loro ribellione con la grinta e la violenza di Capaneo; oppure persone che riflettono su altri il loro male di vivere, che attribuiscono ad altri una disperazione, di fronte al dolore, che è anzitutto loro. Sono persone che alla vita, loro per primi, non riconoscono nulla.
Basterebbe ricordarne qualcuno, per aver timore di tutto ciò che propongono.
I due medici sostenitori dell’eutanasia più famosi sono il celebre dottore americano Kevorkian, ribattezzato “dottor morte”, e il medico inglese Harold Shipman, anch’egli noto nel suo paese con lo stesso appellativo.
Del primo ci parla Fabrizio Del Noce, descrivendo la sua “ossessione tanatologica, che lo aveva portato ad assistere ad esecuzioni capitali e successivamente a proporre di utilizzare i condannati a morte per esperimenti medici.
Aveva addirittura tentato di fotografare gli occhi di un morente, per fissare con l’obiettivo quell’attimo in cui la vita si spegne”. “Il guaio della medicina- ha detto Kevorkian a Del Noce-è che è sempre stata dominata dalla religione”, mentre “la vita e la morte in questo mondo sono competenza dei medici…” (“Non uccidere”, Mondadori).
Per i suoi assistiti il dottor Morte propone poi, a conclusione dell’ “assistenza”, l’ espianto degli organi.
C’è poi il dottor Shipman, inglese, un medico che già agli inizi della carriera si presenta come un tipo non particolarmente brillante ma volitivo.
I colleghi lo considerano sgarbato e strano.
Poi si accorgono delle sue improvvise crisi, in cui arriva a perdere conoscenza: fa infatti uso di petidina, un analgesico simile alla morfina, fino ad intossicarsi.
Nel 1977 lavora all’ospedale di Hyde, nel nord dell’Inghilterra e qui, dopo poco, qualcuno nota l’eccessivo numero di pazienti deceduti sotto le sue cure.
Ama recarsi in casa di anziane signore, spesso sole, di solito all’ora del the, o quando ritiene che in casa non vi sia nessun altro.
Un giorno la figlia di una sua assistita, Angela Grundy, decide di andare a fondo riguardo alla morte della madre, Kathleen, una donna ancora troppo vispa e vitale per aver scelto autonomamente di morire.
Si scopre che Kathleen è morta per una overdose di morfina e che nel suo testamento c’è uno strano lascito, proprio al dottor Shipman.
Nel 1999 al tribunale di Preston si apre il processo e Shipman viene riconosciuto colpevole di almeno 15 omicidi.
Nessuna delle vittime era gravemente malata.
Col tempo la Commissione del Ministero della Sanità riconosce la sua probabile responsabilità in almeno 236 decessi in 24 anni, di persone tra i 41 e i 93 anni: sarebbe uno dei serial killer più terribili della storia.
Solo che, a parte il caso della Grundy, manca sempre un movente preciso: un sadico desiderio di morte? Follia? Odio per gli anziani, riguardo a cui aveva detto più volte che sono capaci soltanto di dissanguare il servizio sanitario?
Anche in Italia abbiamo qualche episodio balzato agli onori della cronaca. Si può ricordare ad esempio la storia di Giorgio Conciani, medico vicino ai radicali, autore di aborti clandestini, sostenitore dell’eutanasia, radiato dall’Ordine dei medici per istigazione al suicidio, che drammaticamente pose fini ai suoi giorni impiccandosi a una trave in cantina.
Conciani faceva tutto per una sorta di perversa convinzione, ma si faceva pagare: alla sua morte i magistrati trovarono a suo nome “conti cospicui, depositi di preziosi, tra cui, particolare singolare, un quintale d’argento in grani” (Carlo Casini, Sul fronte della vita, LDC).
Vi è poi il caso, ancora, di Guido Tassinari, radicale, morto a Milano agli inizi dell’ottobre 1993, impegnato per la legalizzazione del divorzio, dell’aborto, della sterilizzazione volontaria, dell’eutanasia, e fondatore della Associazione per lo sbattezzo.
Una vita intera dedicata ad una strana forma di carità “inversa”.
Nel maggio 1989 venne condannato a quattro anni per aver assistito il suicidio di Umberto Santangelo, un cameriere di 33 anni. Nel 1995, per proseguire nel breve elenco, fece un certo scalpore la vicenda di Alfonso De Martino, infermiere di professione, condannato a quattro ergastoli per omicidio plurimo volontario, aggravato e continuato.
Era un personaggio singolare, sempre vestito di nero, addobbato con strani monili e teschi, dedito a forme di satanismo: si riteneva titolare della facoltà sovrannaturale di poter disporre della vita e della morte dei malati sottoposti alle sue cure.
Infine per arrivare a fatti di questi giorni, si continua a parlare delle vicende di Sonia Caleffi, una povera infermiera anoressica, con una vita infelice, accusata di aver eliminato lei, di sua solitaria iniziativa, almeno cinque persone, forse anche suggestionata dalla lettura di libri sulla “dolce morte”. Accusata, neppure ricordava più i nomi delle vittime che aveva eliminato, e si limitava a definirli, nei suoi scritti, “pazienti”, con la abbreviazione (“p.ti), come fossero pratiche da sbrigare.(da : “Voglio una vita manipolata”, Ares).