Ossigeno alle borse. E ai risparmiatori?

Giancarlo Galli
Che il Sistema finanziario internazionale si sia preso, in piena estate, non una passeggera bronchite ma una brutta polmonite, è ormai accertato. Non che il malato si trovi in pericolo di vita, ma certamente il decorso della malattia sarà lungo e tormentato. Per riprendere le forze, ritrovare lo slancio, occorreranno svariate stagioni. D’altra parte è questo, storicamente, il diabolico ritmo dei cicli dei mercati cui presiede il dio denaro: 3-5 anni di crescita, poi il capitombolo. Nessuno stupore, quindi. Semmai, c’è da restare allibiti per la banalità delle reazioni di tanti uomini politici e banchieri illustri: promettono di voler “fare chiarezza”. In che mondo vivevano sino alla passata settimana, quando si sciacquavano la bocca con annunci di crescita dell’economia, di sviluppo della produzione dei consumi? Sarebbe opportuno che tanti “signori” anziché gingillarsi sui perché del crac, spiegassero (senza perdersi in giri di parole con cui tentano di impacchettare il fumo delle loro idee), come intendano agire. Ieri alle 14,38 ora europea, con mossa tempestiva la Federal Reserve Usa ha ridotto di mezzo punto il costo del denaro. E il paziente ha reagito con un improvviso rimbalzo delle quotazioni: ulteriore indice di un pericoloso nervosismo, anche perché la Fed ha motivato la decisione come sforzo per impedire che la crisi contagiasse l’economia reale. Questo è infatti il pericolo incombente. Da qualche giorno centinaia di milioni di famiglie, sparse per il pianeta, hanno visto decurtato, almeno sulla carta, i loro patrimoni. La perdita di valore dei Fondi d’investimento, dei titoli azionari, delle obbligazioni degli immobili ci ha resi, almeno psicologicamente più poveri. Le prime contrazioni dei consumi, già si manifestano nel settore delle materie prime mentre vi è chi sta riscoprendo l’oro quale bene-rifugio. Nel contempo, l’attività finanziaria sta subendo battute d’arresto: è probabile che di fuochi d’artificio se ne vedranno pochi in futuro. Meno fusioni , meno acquisizioni. Purtroppo, c’è da temere anche meno investimenti da parte delle imprese. I pessimisti sono i primi a ritenere che se la “normalità finanziaria” non verrà ristabilita entro settembre, a fine anno avremo un azzeramento della crescita. Anticamera di una probabile recessione. Altri, meno catastrofici, ritengono che si avrà “solo” una riduzione nella dinamica del Pil attorno allo 0,5 per cento. Pressoché unanime, comunque l’opinione: moltissimo dipende dalle reazioni della massa dei risparmiatori. Troppo facile però richiedere loro di “mantenere i nervi saldi”, da parte di quanti “non potevano non sapere”. ? un problema che al di là delle analisi macro economiche, delle dissertazioni, a sfondo etico-ideologico sul capitalismo speculativo e i suoi misfatti, tocca da vicino il portafoglio delle famiglie, le pensioni integrative. E come tale va visto e giudicato. Con la recente trasformazione del Tfr; la liquidazione di fine rapporto, erano state dipinte ed esaltate le meraviglie dei Fondi alternativi, il cosiddetto “secondo pilastro” pensionistico. Quanto sta accadendo va provocando una legittima ansia nelle famiglie. Vediamo ovunque banche, compagnie di assicurazione, nell’occhio del ciclone. Sono solide, viene ribadito, e prestiamo fede; ma sono pure le stesse che in troppi casi pur di lucrare provvigioni hanno agevolato la messa in circolazione di quei “prodotti” di incerta identità e dagli oscuri risvolti, all’origine dell’attuale terremoto. Forse e senza forse, affinché alla gente comune – che costituisce la spina dorsale e morale di ogni nazione – venga restituita la meritata serenità, occorre che da questa crisi scaturisca qualcosa di veramente nuovo: un recupero della perduta trasparenza bancaria. Solo in questo modo sarà possibile risalire la china rimettendo il necessario ordine nel mondo della Finanza.(Avvenire, 18/8/207)

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Mutui in Trentino: le famiglie sempre più indebitate

Nei giorni scorsi il Corriere del Trentino ha giustamente riservato grande evidenza al fenomeno dell’aumento del numero di trentini che ogni anno ricorre ad un mutuo per l’acquisto della prima casa, caratterizzato dal contemporaneo aumento degli importi e della durata dei mutui stessi. Non credo sia esagerato affermare che i dati forniti dall’Osservatorio sulle politiche abitative” del Comune di Trento sono, a dir poco, allarmanti. Cercando di non annoiare il lettore con un’eccessiva profusioni di cifre e percentuali, vorrei, però, provare, sia pure sinteticamente e per punti, ad elencare le ragioni di tale allarme.
1. In soli 6 anni sono cresciuti di circa il 30% i mutui per importo da 100 a 200 mila euro e del 13% quelli da 200 a 500 mila, a scapito dei mutui fino a 100 mila euro diminuiti del 40%.
2. Si allunga anche la durata media del mutuo, ma in questo caso la perdita di circa 20 punti percentuali sulla parte bassa (11-15 anni) non si travasa sulla fascia media (16-20 anni) che rimane invariata, bensì su quella fra i 21 e 25 anni che passa dallo 0,94% al 24,08% per utilizzo da parte dei fruitori (tutto ciò sempre in soli 6 anni).
3. Le famiglie si indebitano mediamente quasi del doppio dell’importo e per quasi il doppio di durata media del mutuo.
I dati offerti dal Comune di Trento andrebbero, però, integrati per meglio inquadrare la situazione reale. Ad esempio, non conosciamo il numero degli alloggi sfitti o comunque vuoti: erano 3.071 nel 2001 e c’è da immaginarsi che oggi siano molti di più considerato che la crisi della borsa, proprio nel 2000-2001, ha prodotto una fuga verso il mattone di quanti avevano liquidità da investire.
Sarebbe anche interessante cercare di capire quale sia la fascia sociale interessata da tale dinamica dei mutui, ma i dati disponibili non lo consentono. Penso però di non sbagliare dicendo che, ancora una volta, stiamo parlando del ceto medio, non le fasce deboli che si rivolgono piuttosto all’edilizia pubblica e non quelle abbienti che, potendo, preferiscono non indebitarsi.
Gli effetti negativi di tale situazione sono facilmente prevedibili. Le famiglie si ritrovano sempre più idebitate e ciò fino all’età della pensione, se non oltre. Ciò si ripercuote anche sui figli che, in misura molto inferiore al passato, potranno contare sul sostegno della famiglia d’origine per acquistare una loro abitazione e costituire una propria famiglia.
E c’è di più: cosa potrebbe, infatti, accadere nel caso di un’improvvisa impennata dei tassi d’interesse, eventualità sempre possibile sui mercati finanziari? Il primo effetto sarebbe il “fallimento” delle famiglie (fenomeno che già si registra negli Usa con i cosiddetti mutui sub-prime), costrette a svendere sul mercato la propria abitazione.
Come può una famiglia pagare una rata di 1.000 – 1.200 euro al mese avendo a disposizione un reddito medio di poco superiore a tale importo? Anche quando a lavorare sono entrambi i coniugi, una simile cifra constituisce un onere che pone in seria difficoltà il bilancio famigliare.
Il seguente esempio dimostra cosa può avvenire nel caso di una crescita dei tassi d’interesse sui mutui in essere. Con un mutuo di 200.000 € al tasso del 5% per una durata di 25 anni: la rata mensile è di 1.183 €. Se il tasso sale di 2 punti, al 7%, la rata raggiunge i 1.430 €. Ulteriori altri due punti di aumento del tasso d’interesse, fino al 9%, fanno lievitare la rata a 1.697 €.
Soffermarsi sulle cause di questa situazione sarebbe utile, se non altro per tentare di prospettare possibili interventi, ma sarebbe anche piuttosto complicato e lungo, vista la molteplicità di fattori che ritengo vi abbiano concorso. Penso, ad esempio, alla spinta speculativa seguita all’introduzione della moneta unica europea, alla perdita di appeal dell’investimento azionario (almeno nel 2000-2002) e alla diminuzione dei tassi d’interesse sugli investimenti.
E’ quindi tempo di porre mano ad una nuova normativa sull’edilizia agevolata e ad intervenire per contenere gli effetti del caro mattone avendo a cuore che le famiglie non “falliscano” economicamente oberate da debiti insostenibili per un bene che nel nostro Paese è considerato primario e favorendo la messa in disponibilità sul mercato delle locazioni gli innumerevoli alloggi sfitti anche verificando nuove forme contrattuali che garantiscano un equilibrio tra le esigenze dei proprietari e quelle di chi prende in affitto l’immobile, attivando anche politiche che scoraggino l’investimento in immobili a soli fini speculativi, lasciandoli di fatto sfitti (ad esempio verificando l’applicazione di una tariffa ICI progressiva (simile all’Irpef) in proporzione al numero di anni in cui l’immobile viene lasciato sfitto).
Non dico che ciò sia facile, perché il mercato segue regole e dinamiche su cui la politica non sempre può incidere. Almeno, però, bisogna provarci. E’ una questione di responsabilità.

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BORSA SI O BORSA NO? Vediamoci chiaro.

Alla luce dei recenti titoli di alcuni giornali che parlavano di un vistoso crollo del mercato borsistico o comunque di una forte correzione, sull’onda lunga della perdita del mercato cinese, vorrei fare alcune considerazioni al fine di fare un po’ di chiarezza sul corretto uso del termine “crollo” per quanto riguarda il mercato azionario. Spesso infatti il risparmiatore è portato in inganno e teme per i suoi investimenti sulla base dei commenti più o meno apocalittici di taluni analisti finanziari. Definiamo innanzitutto alcune regole base per comprendere il mercato, dove per l’accezione “mercato” intendo dire mercati finanziari in generale. In primo luogo il mercato non è un luogo schizofrenico dove i prezzi salgono o scendono a seconda degli umori ma un preciso termometro dell’economia che registra con un certo anticipo i cambiamenti dell’economia reale, cioè per semplificare la crescita o meno del PIL o per dirla in altri termini la fase di espansione o recessione di un’economia. Solitamente se l’economia reale registra oggi dei forti tassi di crescita ed i giornali parlano di fase espansiva, il mercato ha anticipato nei prezzi questa crescita di circa 6-12 mesi. Ciò significa che i prezzi delle azioni e quindi i guadagni dei risparmiatori hanno iniziato la loro corsa ben prima dell’ufficialità delle notizie. Lo stesso dicasi per le fasi recessive: quando i giornali parlano apertamente di recessione, i mercati hanno perso una buona parte del loro valore. In secondo luogo quando in finanza si parla di lungo periodo, questo equivale normalmente ad un periodo almeno maggiore ai cinque anni che può arrivare sino a 10 anni. In terzo luogo è vero che l’economia è diventata globale e quindi i mutamenti che si registrano in un mercato (chiamiamolo pure Wall Street per indicare la borsa americana) si riflettono sugli altri mercati, ma è anche vero che se analizziamo gli indici dei principali paesi al mondo troveremo delle considerevoli differenze sul lungo periodo, quindi non è sempre vero che i mercati seguono pedissequamente la stessa direzione e questo è tanto meno vero quanto più ci spostiamo nel tempo. Un altro elemento da tenere presente se vogliamo valutare attentamente la situazione di un mercato finanziario è quello di considerare la sua evoluzione partendo da una rappresentazione grafica in quanto risulta difficile ricordarsi il mutare dei prezzi nel tempo e l’evoluzione che hanno seguito. Per chiarire meglio quanto voglio asserire con questo articolo, pubblico di seguito 3 grafici dell’indice MIBTEL (uno degli indici più rappresentativi del mercato azionario italiano) presi su diversi archi temporali.

Il primo grafico è di solito quello che trovate pubblicato. Mostra un arco temporale di pochi mesi e fa vedere come il mercato abbia perso parecchio terreno rispetto ai valori massimi. Il risparmiatore che considera solo questo grafico, ha una visione parziale della realtà ed il timore per di perdere il suo capitale non sarebbe suffragato dai fatti.

Il secondo grafico (clicca per accedere) che mostro invece è più difficile da trovare per i non addetti ai lavori. Mostra un arco temporale di 3-4 anni all’interno dei quali si nota come il Mibtel sia passato da circa 20.000 punti a più di 33.000 con una variazione percentuale positiva del 65% all’interno del periodo considerato. In poche parole chi avesse investito 20.000 euro all’inizio del 2004, avrebbe ottenuto un capitale di circa 33.000 ad inizio 2007. In questo contesto la “correzione” avvenuta qualche settimana fa, appare di modeste dimensioni rispetto al precedente grafico e come si può vedere non è la prima che il mercato ha fatto registrare nel corso di questi 3 anni. Sempre per semplificare al massimo, chi avesse investito i soliti 20.000 euro, dopo le recenti perdite dei mercati ne otterrebbe 31.000, diciamo un minor guadagno accettabile visti i considerevoli rialzi avvenuti.

Il terzo grafico ( clicca per accedere) che posto, è raramente pubblicato dalla grande stampa, ma è il grafico che più di tutti fa cogliere i reali movimenti del mercato borsistico italiano avvenuti negli ultimi anni. E’un grafico determinante per chi vuole investire nel lungo periodo i suoi risparmi. Per fare solo due battute, emerge in modo chiaro, come la perdita dei mercati delle scorse settimane, sia cosa risibile in confronto alla corsa effettuata dal 2003 in avanti. Si evidenzia ancora come il mercato abbia già raggiunto i 35.000 punti dell’indice Mibte agli inizi del 2000 per poi iniziare un repentino mutamento di direzione, accentuato dall’11 settembre 2001, che troverà il suo culmine a cavallo fra il 2002 ed il 2003 a circa 16.000 punti dell’indice Mibtel. Questo solo per dimostrare come la piccola rettifica avuta dai mercati finanziari qualche settimana fa, altro non era che una correzione fisiologica del mercato che non può assolutamente configurarsi come crollo. Se poi a qualcuno interessa l’argomento, visto che è una mia vecchia passione, piena disponibilità nell’approfondirlo.

Luca Trainotti

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Finanziaria: perchè si parla solo di Irpef ?

In queste settimane dopo la presentazione della manovra finanziaria da parte del Governo, si è parlato e si parla prevalentemente delle modifiche apportate agli scaglioni Irpef. Vorrei a questo proposito far notare, con l’aiuto del grafico sottostante che solo una minima parte della manovra andrà a reperire e trasferire risorse attraverso la modifica delle aliquote dell’imposta sulle persone fisiche. Sembra infatti, (perché cifre che mostrino il vero impatto macroeconomico non ce ne sono ancora) che attraverso l’aumento delle aliquote si reperiscano da 200 a 800 milioni di Euro. Tali importi sono suffragati dai dati relativi al modello Unico 2004 che mostrano come la fascia di contribuenti colpita dagli aumenti rappresenti circa l’1,59% del totale (vedere i contribuenti sopra i 70.000 Euro racchiusi graficamente dalla parentesi in rosso). Quindi l’introito derivante da tale misura sarebbe pari allo 0,597% o ben che vada al 2,39%. Per dirla in altri termini, la misura relativa alla modifica dell’imposta sulle persone fisiche è pari a 1/130 in rapporto all’importo complessivo della manovra, che ricordo essere pari a 33.500 milioni di Euro ( o 33,5 miliardi). Questo per dire che il provvedimento è ben lungi dall’essere di tipo redistributivo come sostiene il governo; in pratica se è vero che il contribuente con redditi inferiori ai 40.000 Euro lordi annui potrà beneficiare di uno sconto annuo di imposta che va dai 40 ai 300 Euro a seconda che abbia moglie e uno o più figli a carico, in realtà si troverà a spendere molto di più per tutte le altre imposte introdotte e che certamente avranno un impatto macroeconomico ben maggiore: l’accisa sul gasolio, il tiket sul pronto soccorso e soprattutto la riduzione dei trasferimenti agli enti locali che sicuramente provocheranno un inasprimento delle tariffe da parte dei comuni in quanto non saranno più in grado di far fronte ai servizi con le minori risorse provenienti dallo Stato. Su questo punto è intervenuto duramente anche Cofferati, che come ben sappiamo non può dirsi politicamente molto distante dal Governo. In conclusione, “Se anche Cofferati dubita delle promesse anche questa volta ci riempiranno di tasse”.

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