Intervista a Stefano Zamagni

«Le idee rivoluzionarie venute fuori dall’enciclica Caritas in veritate sono tre. La prima è che si tratta di un documento che non si limita a denunciare le cose che non vanno, ad indicare cioè i mali e i disagi di questa fase storica, ma individua le cause specifiche e suggerisce le linee di intervento su cui muoversi per risolvere i problemi stessi. In questo senso è un’enciclica propositiva. Non è solo un’enciclica di denuncia e neppure un’enciclica che fa riferimento ad opzioni di natura morale, ma addirittura interviene sul piano specifico dell’economico. La seconda grossa novità del documento è il linguaggio e le categorie di pensiero. In aggiunta a quelle tipiche di teologia, come è ovvio che debba avvenire, chi la legge attentamente, senza paraocchi, coglie che ci sono novità di fondo che non si riscontrano in tutte le altre encicliche precedenti. Faccio solo un esempio.

Per la prima volta in un’enciclica papale viene esplicitato il principio di fraternità, cosa che non era mai avvenuta in tutte le altre encicliche dove si parlava di solidarietà ma non di fraternità come principio di organizzazione del sociale. Lo stesso vale, per fare un esempio, in riferimento a quelle forme di organizzazione economica di tipo non capitalistico come sono le cooperative, come sono le imprese sociali, la finanza etica e così via. Il movimento cooperativo esiste da 160 anni, eppure in tutte le varie encicliche, a cominciare dalla Rerum Novarum, non una sola volta ricorre l’impresa cooperativa. In questa enciclica a questo tipo di impresa si fa riferimento almeno 4 volte. E questa è veramente una novità che hanno notato tutti. Infine la terza caratteristica è quella di dare una prospettiva al discorso economico-sociale in linea con quella scuola di pensiero che si sta diffondendo e nota come “economia civile”.

La linea di pensiero alla quale si richiama Papa Ratzinger è quella della scuola francescana, con interventi precedenti, della scuola agostiniana. C’è un’operazione importante che il Papa fa, e che secondo me avrà delle conseguenze nel prossimo futuro. C’è una presa di posizione, su questioni economiche, a favore della linea francescana rispetto a quella tomista. C’è una valorizzazione e recupero di questo pensiero francescano che secondo me farà parlare di se ancora per tanti anni a venire. D’altra parte chi conosce la biografia di Papa Benedetto XVI sa che non è una novità, visto che la tesi di dottorato fu su san Bonaventura da Bagnoregio, il “secondo san Francesco”.

In pochi sanno che il cardinal Ratzinger pubblicò, negli anni ’80, un saggio, in lingua tedesca poi tradotta in inglese, “The market and the Church”. Se uno leggesse quel testo di una conferenza che lui tenne all’accademia cattolica di Berlino capirebbe tanto».

Il professor Stefano Zamagni è uno di quegli economisti che si ascoltano volentieri.

Mentre capita di sentirne alcuni e correre il rischio di addormentarsi, la sua capacità oratoria – con qualche battutina emiliano-romagnola (è nato a Rimini nel 1943) – conquista, tanto che, dopo più di un’ora di convegno, quasi quasi vorresti che continuasse a descrivere l’economia e la società come solo lui sa fare.

Zamagni non ha certo bisogno di presentazioni. Ma per onor di cronaca bisogna dire che dopo la laurea (1966) in Economia e Commercio presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la specializzazione (1973) presso il Linacre College dell’Università di Oxford, è stato docente presso l’Università di Parma, poi (dal 1979) ordinario di economia politica all’Università di Bologna.

 Dal 1985 al 2007 ha insegnato Storia dell’analisi economica alla Bocconi di Milano, mentre negli anni ha lavorato anche per la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, sede di Bologna. Per l’Università di Bologna ha ricoperto numerosi ruoli, tra cui la presidenza della Facoltà di Economia, impegnandosi negli anni soprattutto negli studi sul mondo del No profit, arrivando all’attivazione di uno specifico corso di Laurea in "Economia delle Imprese Cooperative e delle Organizzazioni Non Profit".

Dal 2007 è presidente dell’Agenzia per le Onlus, un ente governativo con funzioni di vigilanza e controllo, promozione, consulenza a Governo e Parlamento in materia di associazioni No profit.

Noi abbiamo piacevolmente intervistato questo Cavaliere dell’Ordine di San Gregorio Magno in qualità di membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (oltre che di consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace) e in qualità di stretto collaboratore di Sua Santità Benedetto XVI per la stesura del testo dell’Enciclica “Caritas in veritate”, che adesso promuove in Italia e all’estero attraverso convegni e momenti culturali.

Professore, cosa rappresenta l’enciclica Caritas in veritate nella chiesa e nel mondo di oggi?

«Si tratta di una enciclica che inaugura una nuova stagione, quella della società post moderna o post industriale, che dir si voglia. Come la Centesimus annus di Giovanni Paolo II (Papa che aveva in animo di svolgere un’analisi analoga alla Caritas in veritate, ma poi sono venute meno le forze e quindi il nuovo papa Benedetto XVI ne ha raccolto il testimone…) ha chiuso il ciclo della modernità nell’ambito della dottrina sociale della Chiesa, questa enciclica di Papa Ratzinger apre il ciclo della post-modernità».

Qual è l’oggetto principale dell’enciclica?

 «I riferimenti empirici sono due fenomeni di portata epocale: da una parte la globalizzazione, dall’altra la terza rivoluzione industriale, entrambi fenomeni che si sono affermati nell’ultimo quarto di secolo. L’intenzione esplicita del Papa è quella di svolgere una riflessione su questi fenomeni alla luce dei principi della dottrina sociale della chiesa che sono antichi tanto quanto la Chiesa stessa».

Come è stato organizzato il lavoro per la redazione dell’enciclica?

«Un’enciclica non è mai il prodotto del pensiero e dell’opera di una sola persona, in questo caso del Papa, è sempre un lavoro corale. Dentro la chiesa c’è sempre molta più partecipazione democratica di quanto non si creda. In questo caso il Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace, trattandosi di una enciclica di dottrina sociale della chiesa, aveva avuto il compito di coordinare e stendere una prima bozza del documento. Questo è avvenuto sotto la direzione del segretario del pontificio, il vescovo Mons. Giampaolo Crepaldi, che ha dato un grande contributo nell’elaborazione del documento. Poi, come sempre si conviene in questi casi, man mano che il lavoro procedeva, si portava a conoscenza di gruppi selezionati di persone, in base alle loro competenze e, nell’ultima fase, un gruppo di lavoro di 11 persone era stato costituito con il compito di unire, assemblare, fare lavoro di sintesi. Ovviamente il materiale, come sempre accade in questi casi, viene consegnato al Santo Padre, che si assume la responsabilità definitiva di firmare il documento. Nel caso di specie, essendo Benedetto XVI un uomo di cultura, di grande cultura oserei dire, il suo compito non si è limitato soltanto alla verifica dell’attendibilità, da un lato, e dell’ortodossia teologica dall’altro, come tutti i Papi fanno, ma essendo uomo di cultura, professore di filosofia, e quale professore…, è entrato anche nel merito specifico dell’argomentazione per apprezzare o modificare quanto era stato predisposto in precedenza».

 Lei non trova che anche tra politici dichiaratamente cattolici, che pure dovrebbero ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa, si sia oramai imposto quel pensiero di stampo immanentistico che potremmo definire “occidentalismo”? Vale a dire che gli unici valori legittimi sembrano essere quelli economico-materiali? Gli ideali possono attendere, ma non la realtà. Le necessità più impellenti sono davvero di natura economica?

«È una questione grossa ed è ricorrente. Il punto è di comprendere che queste discussioni sono dovute in gran parte non a malafede ma alla non conoscenza. Ad esempio, nella mia esperienza quando racconto, spiego e documento che è stata la scuola di pensiero francescana a inventare l’economia di mercato, molte di queste discussioni scompaiono. La gente pensa che l’economia di mercato sia quella capitalistica, il che è una sciocchezza. L’economia di mercato nasce tre secoli prima del capitalismo, e nasce esattamente per il bene comune. L’idea di bene comune non c’entra niente con la cultura occidentale. L’idea del bene comune è uno dei principi della dottrina sociale della Chiesa che esiste da sempre, da quando Gesù Cristo ha insegnato quello che ci ha insegnato. È evidente che se io penso che l’economia di mercato sia identificata con il capitalismo, quello che noi abbiamo inventato in occidente, allora è ovvio che ci sia quella presa di posizione di chi dice che la Chiesa è universale e non si deve legare all’occidente. Ma il bene comune è universale. Il modo con cui si organizza l’economia di mercato – e la Chiesa lo ha sempre chiarito – deve tener conto delle matrici economiche, culturali e delle tradizioni dei paesi a quali si fa riferimento. Buona parte delle parabole del Vangelo sono legate ad una logica di tipo economico. Alcuni teologi, purtroppo, le interpretano come puramente casuali. Ci mancherebbe altro che Gesù usasse la casualità per esplicare il suo pensiero».

Il presidente dello IOR, Ettore Gotti Tedeschi, sostiene l’idea di una relazione tra denatalità e la recente crisi economica. Lei si sente di condividere questa tesi?

«La tesi del dott. Gotti Tedeschi è una tesi interessante che merita attenzione. Ovviamente una stessa tesi, a seconda del modo con cui viene presentata e, soprattutto, argomentata può sonare strana. In altre parole se io dico che la crisi attuale è dovuta alla diffusione, nel mondo occidentale, del tasso di natalità, detta così può risultare strana e suscitare, addirittura, ilarità. Ma se viene argomentata in maniera adeguata, allora acquista un significato, anche da un punto di vista economico, dotato di senso. Il dott. Gotti Tedeschi, non essendo un economista di professione, però intendendosene di economia, probabilmente nell’esplicitazione non mette in chiaro certi passaggi, però la tesi è robusta e merita di essere presa in attenta considerazione».

Sembra che il mondo si accorga solo adesso di quanto sia stato grande quello che ingiustamente è stato chiamato “Medioevo”, e che andrebbe chiamato, Cammilleri docet, “Il millennio della Cristianità”. Nonostante questo i libri di testo ne parlano ancora poco e male. Cosa ci può dire, soprattutto in ambito economico?

«Noi cattolici, per una sorta di complesso di inferiorità, quando parliamo di economia e di finanza andiamo sempre a rimorchio degli altri. E quando non c’è cultura si diventa vittime del proprio complesso di inferiorità. Ora, grazie a Dio, le cose stanno cambiando in questi ultimi tempi perché si rimette la storia nel suo giusto alveo. Si chiarisce che l’economia di mercato non l’hanno inventata i protestanti ma noi cattolici. E sono stati i francescani, che l’hanno portata avanti molto bene fino al 1500. Dopo è vero che è iniziata la parabola discendente e il periodo buio. Ma l’origine storica è quella medievale. Religiosi e laici (oggi diremmo terz’ordine francescano) hanno inventato tutti gli ingredienti dell’economia di mercato: le banche, la contabilità d’esercizio, la borsa valori, la lettera di cambio, le società per azioni, le assicurazioni, ecc. Perché? Perché i francescani hanno come obiettivo il bene comune. Scoprono che per realizzare il bene bisogna fare così. Prima c’era stato, all’interno dell’ordine benedettino, il paradosso della ricchezza, tanto che san Bernardo di Chiaravalle, nella sua Carta Caritatis del 1137, si chiedeva come mai attorno alle abbazie si potevano notare ricchezze, specie di coltivazioni, e fuori, invece, si poteva morire di fame. Dopo un po’ arrivano i francescani. Francesco era un grande economista. I francescani non stanno più nelle abbazie ma nei conventi (con-venire = venire assieme). E i conventi – dice s. Francesco – devono stare dentro le città, non fuori, nei luoghi dove si annida la povertà, dove ci sono i bisognosi. L’invenzione dell’economia di mercato permette alla ricchezza di circolare.

Riprendendo degli scritti del Padre della Chiesa Basilio di Cesarea (e il suo “Sul buon uso della ricchezza” del 370 d.C.) il mercato viene inventato per il bene comune perché come l’acqua, la ricchezza che non circola ristagna. Se la ricchezza ristagna nelle mani di qualcuno (ricordate il ricco epulone?) degenera, porta al vizio e non produce il bene. Ovviamente le cose vanno male quando il capitalismo successivo trasformerà il bene comune in bene totale. E nel momento in cui diventa bene totale diventa il bene di qualcuno e non degli altri. I beni così diventano appannaggio di pochi e non di tutti. Il gruppo dei capitalisti che poi diventeranno finanzieri, ecc. Noi cattolici non sappiamo valorizzare il nostro capitale. Lo sappiamo fare in campo letterario e filosofico ma non il altri campi. Tanto che, ancora oggi, nel campo dell’economia e della finanza siamo ancora a rimorchio degli altri, della Massoneria in particolare. Mi son sentito dire da alcuni massoni: “Noi abbiamo nelle nostre mani il 65% di tutte le transazioni finanziare mondiali. Voi cattolici occupatevi di sfamare gli affamati, di curare i malati, la finanza è roba nostra…”. Noi cattolici, invece, sappiamo che la funzione propria dell’economia è garantire il bene comune. Molti, confondendo le cose, pensano al mercato come ad un mercato esclusivamente capitalista. Ma non è vero che ci debba essere solo un mercato di questo tipo».

Parla del mercato che ha a che fare con l’economia dal volto umano?

«Esatto. Ricordo che i Padri della Chiesa, fino al sesto secolo, non avevano esitazioni a chiamare l’incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo – che è il mistero fondante e fondativo della religione cristiana – come “Sacrum Commercium”, un commercio sacro tra l’umano e il divino. Ed è grave che la gente non sappia queste cose, soprattutto i teologi che hanno un’ignoranza spaventosa. Ci rendiamo conto che gente come Ambrogio, Agostino, Basilio di Cesarea, chiamavano l’incarnazione il commercio sacro tra l’uomo e il divino. Se non è questa un’espressione economica che cosa deve essere! L’uomo deve partecipare al completamento della creazione attraverso le opere, che sono di natura economica. Il problema è stato solo negli ultimi tre secoli con la degenerazione capitalistica. Allora l’invito di questa enciclica è di ritornare alle origini e ai fondamenti. Se le cose le vediamo in questa maniera l’economia acquista un altro volto, l’economia dal volto umano, ed è quella verso cui ci invita a tornare l’enciclica del Santo Padre».

Sulla Grecia non ci vedo chiaro.

Sul giornale di oggi pubblico questo articolo, in cui propongo una tesi controcorrente sulla crisi di Grecia, Portogallo e Spagna.

L’Europa ha i suoi problemi, ma il vero grande malato sono gli Stati Uniti il cui deficit cresce quanto quello greco. Il debito pubblico Usa è insostenibile e a Washington lo sanno benissimo. Da qualche mese inoltre i cinesi riducono gli acquisti di Treasury Bonds, esiste un problema oggettivo di finanziamento.

 La crisi della Grecia è chiara, ma la sua drammatizzazione no, soprattutto se si considera che a segnare le tappe più significative (leggi assalti della speculazione) sono state le agenzie di rating, americane, con annunci sovente ingiustificati ma di straordinario tempismo. E’ come se stesso aprendo la strada agli hedge funds e a chi scommette contro l’Europa.

Il sospetto è che questa crisi venga sfruttata per sostenere il debito pubblico Usa, provocando negli investitori un ragionamento di questo tipo: di fronte a un’Europa che potrebbe esplodere, meglio tutto sommato il dollaro e i Treasury bonds Usa. Ed è guarda caso quel che sta accadendo. Insomma, non ci vedo chiaro…. A torto o a ragione? di Marcello Foa 

 

Ecco l’articolo citato:

Atene affonda perché ha un deficit pubblico di circa il 12%, che i mercati giudicano insostenibile. Ma un altro Paese sta in condizioni altrettanto gravi ed è molto più grande della Grecia, dunque potenzialmente molto più destabilizzante: gli Stati Uniti d’America. Sìssignori. Tutti sembrano essersene dimenticati, ma Washington registrerà quest’anno un deficit pari al 12% del Pil, il debito pubblico salirà oltre l’80% ed è destinato a toccare il 100% nel 2012. Numeri da brivido, con un problema. Anzi, due. Gli americani non risparmiano abbastanza, dunque, contrariamente a noi italiani, non sono in grado di finanziare da soli gli acquisti di Buoni del Tesoro: pertanto, oltre la metà del debito pubblico è finanziato da stranieri.
Il secondo problema è che l’America è gravata anche da un enorme debito privato, che, sommato a quello pubblico, raggiunge il 300% del Pil. Un abisso.
Conti alla mano, gli Usa, finanziariamente, sono messi peggio dell’Unione europea. Pechino, che è il maggiore acquirente di Buoni del Tesoro Usa, se n’è accorta e ha deciso di ridurre gradualmente la propria esposizione. Da qualche mese i cinesi comprano meno T-bons nella persuasione che il buco Usa sia insostenibile nel lungo periodo; preferiscono l’euro e, soprattutto, l’oro.

Voi direte: e tutto questo che cosa c’entra con la Grecia? C’entra, eccome. Il disimpegno cinese spaventa gli Usa, che devono assolutamente trovare altri acquirenti. Impresa vana, fino a pochi mesi fa. I lettori più attenti ricorderanno che molte banche pronosticavano l’euro a 1,50 o addirittura 1,60.
Ma poi è esplosa la bolla di Atene. Com’è giusto. Quando uno Stato falsifica i conti viene punito dai mercati. A suscitare giustificate perplessità è la drammatizzazione della crisi; è il tentativo di estendere il contagio al Portogallo e alla Spagna, sulla base non di fatti accertati, ma di voci, ipotesi, stime, scanditi dagli annunci di Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch, ovvero dalle agenzie di rating che nel 2006 davano triple A ai bonds basati sui mutui subprime.
Tre agenzie che non dovrebbero nemmeno esistere, tanto sono screditate; eppure sono proprio loro, con straordinario tempismo, ad indicare la strada agli speculatori. Che senso ha annunciare, nelle fasi cruciali della crisi greca, che il Portogallo potrebbe subire un lieve downgrading? Perché aggiungere un meno al debito spagnolo in assenza di nuovi elementi? Strane agenzie. Distratte con Lehman, Citigroup, Enron, inflessibili ed esasperanti con Atene, Madrid, Lisbona. Il doppiopesismo impera.

Mi chiedo: che rapporti intrattengono con gli hedge funds? E con la Federal Reserve di Bernanke? E con il Tesoro dell’ammanigliato Geithner? Perché Obama non le ha ancora riformate? Perché l’Europa non crea una propria autorità di controllo?
Gli unici incontestabili giudici sulla qualità del debito continuano a essere tre società inaffidabili. Detengono un potere enorme, ingiustificato. Agiscono in una zona grigia, senza contrappesi, senza concorrenza. E in queste ore contribuiscono in modo decisivo a indebolire l’euro, moltiplicare i dubbi sulla sua tenuta, e dunque rivalutare miracolosamente l’indebitatissima America. Di fronte a un’Europa che potrebbe esplodere, molti investitori sono indotti a pensare che tutto sommato siano meglio i Treasury bonds Usa. Un’operazione raffinata che sfrutta la forza dirompente della speculazione e la psicologia dei mercati. Con un obiettivo: sfiancare l’euro per salvare il dollaro.

Ben Shlomo Bernanke uomo dell’anno?

Il settimanale statunitense “Time” ha incoronato Ben Shlomo Bernanke , il governatore della Federal Reserve americana (FED), come l'”Uomo dell’anno” .

Con la scelta di Bernanke, il settimanale “Time” ha voluto indicare l’uomo che ha fatto di più contro la crisi americana e globale. Del resto l’estate scorsa anche il Presidente Barack Obama, nel riconfermare Bernanke nel suo incarico, lo aveva salutato come colui che ha risolto la crisi, evitando una nuova Grande Depressione. Negli ultimi mesi, invece, sono apparse molte notizie che dimostrano come la vicinanza di Bernanke con gli ambienti bancari responsabili della crisi ha superato spesso i limiti della decenza. L’ottimo analista Maurizio d’Orlando ha pubblicato per l’agenzia di informazione AsiaNews l’interessantissimo articolo: “Ben Bernanke “uomo dell’anno”, mentre si attende l’iperinflazione e un governo mondiale” .

Nell’articolo si prospetta la fondata ipotesi che lo scopo segreto dei vari governatori della Federal Riserve – tra cui Bernanke -, che nel corso degli ultimi 20 anni hanno posto le premesse dell’iperinflazione, era quello di far in modo che si imponesse la costituzione di una Banca Centrale Mondiale e di conseguenza pervenire ad un Governo Mondiale. Con più di sei miliardi di abitanti nel mondo, l’instaurazione di un impero mondiale significa che potremo ben presto dire addio ad ogni residua parvenza di democrazia e libertà… Ne consiglio un’attenta lettura.

Giuseppe Biffi

Ben Bernanke “uomo dell’anno”, mentre si attende l’iperinflazione e un governo mondiale

La decisione del settimanale Time è troppo precoce: la ripresa non c’è o è solo frutto di contrazioni di spese e drastici tagli di personale. La galoppante disoccupazione negli Usa e in Cina. Il debito pubblico americano rischia di essere “sanato” solo con l’iperinflazione che metterà in crisi il sistema mondiale. di Maurizio d’Orlando Milano (AsiaNews) -Il settimanale statunitense Time ha eletto “Uomo dell’anno” Ben Shlomo Bernanke, il governatore della Federal Reserve americana. A prima vista la scelta può avere diversi livelli di lettura. Si potrebbe infatti attribuire la scelta al ritorno dei mercati azionari ed obbligazionari mondiali verso livelli di quasi normalità: fenomenale in particolare è stato il rimbalzo della borsa americana, risalita quasi del 60 % negli ultimi nove mesi. In tale ottica, dedicando la propria copertina a Bernanke, il Time avrebbe una motivazione ben chiara, proprio quella in effetti dichiarata.

Sarebbe cioè un riconoscimento all’uomo che, dopo il quasi fallimento di Bear Stearns, il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, GMAC e di AIG[1], e dopo l’isolato, ma traumatico fallimento della banca d’affari Lehman Brothers, ha salvato – con fondi pubblici [2] – il grosso del sistema bancario americano (Citibank, Bank of America, ecc.) e mondiale dal rischio di un’imminente sbriciolamento (o meglio dalla certezza di un’inarrestabile evaporazione). Non vi potrebbe essere impresa e risultato maggiore nel curriculum – non punteggiato da altri specifici e notevoli contributi teorici e pubblicazioni – di un comune professore di Princeton diventato il governatore della maggiore banca centrale del mondo. Bernanke, dunque, sarebbe, come Ettore o Achille in tempi epici, un eroe della finanza, un eroe della nostra epoca, che epica certo non è, dato che tutto basa sul calcolo economico e sul predominio della pecunia.

La ripresa economica è stentata, forse inesistente Se questa è l’ipotesi corretta, si può dire come minimo che il riconoscimento da parte del Time è un po’ troppo precoce. La ripresa della borsa americana non ha molto senso perché, tranne pochissime eccezioni, la ripresa economica delle imprese è a dir poco stentata, se non inesistente, negli Usa come nel resto del mondo. Non sono ancora disponibili i bilanci delle imprese, ma di certo non saranno a tal punto brillanti da giustificare un così deciso rimbalzo borsistico. In particolare, nei paesi più sviluppati, quei settori industriali che non hanno beneficiato di sussidi statali hanno registrato forti cali di fatturato, in media anche del 20 – 30 % – ed in certi casi anche del 50 % [3].

Pur con ogni possibile acrobazia contabile, è difficile supporre perciò che nell’economia reale vi siano grossi utili, tali da giustificare le attuali quotazioni dei mercati finanziari. Laddove le imprese, in casi specifici, avranno pur potuto contenere in qualche modo i danni, nella maggior parte dei casi il risultato è stato ottenuto non grazie ad un aumento delle vendite, ma comprimendo i costi. Infatti la domanda aggregata – cioè delle famiglie, delle imprese e della pubblica amministrazione – è diminuita e negli Usa si stima un calo del 20 % dei consumi per le classi di reddito medio ed inferiore [4].

Disoccupazione negli Usa e in Cina Ridurre i costi significa che le imprese hanno potuto contenere le perdite riducendo gli investimenti per la ricerca e l’innovazione di prodotto e di processo, ma non solo. Spesso il contenimento delle “spese” è stato ottenuto soprattutto con riduzioni del personale. Di fatti, nonostante il pacchetto di stimolo senza precedenti storici, voluto con tanta enfasi da Obama, la disoccupazione americana è ancora in forte crescita: è oltre il 9 % secondo i dati ufficiali, oltre il 20 % se si adottano i più realistici criteri econometrici in vigore prima dell’era Clinton. Non diversa è la situazione in molti altri Paesi. In Cina, ad esempio, i lavoratori migranti, che più di chiunque altro nel Paese hanno subito il peso della crisi, non ne hanno tratto beneficio nemmeno in termini di livelli di occupazione. Il loro impiego era e resta legato all’esportazione drogata dal tasso di cambio dello yuan renminbi – la valuta cinese – fortemente sottovalutato rispetto al dollaro ed alle altre valute convertibili[5].

Si può dire che i due maggiori pacchetti di stimolo economici del 2009, quello americano e quello cinese, non hanno sortito alcun effetto reale, per lo meno in termini di occupazione, che era l’obbiettivo preannunciato. Era logico che così fosse perché i due Paesi vivono di una simbiosi speculare: uno produce, è la “fabbrica del mondo” grazie al cambio arbitrariamente fissato dal Partito Comunista Cinese; l’altro consuma: il 70 % del Pil Usa è dato dai consumi in deficit da vari decenni, fra cui deficit del commercio estero, del bilancio pubblico, del risparmio delle famiglie e del debito estero delle imprese americane. Era logico che così fosse perché, al di là delle apparenze superficiali – il colore della pelle del nuovo presidente americano o i grattacieli e la “modernizzazione” del regime cinese – e delle speranze, o meglio delle illusioni generate dalle rispettive propagande, nessuno aveva ed ha intenzione di cambiare le distorsioni di fondo del sistema. Era logico che così fosse perché la globalizzazione non poteva che produrre un sistema di interdipendenze squilibrate: è la sintesi hegeliana di due “moderne” contrapposizioni del secolo scorso, eredità ancora dell’ottocento, di due opposti, ma in pari misura strutturalmente squilibrati materialismi. Lo spettro dell’iperinflazione Se la ripresa della borsa americana da un lato non ha molto senso, dall’altro lato un senso ce l’ha. Purtroppo però è un senso davvero sinistro perché ci indica che i mercati finanziari si attendono e scontano il sopraggiungere dell’iperinflazione.

Per chiarirci, il valore di un’azienda non è dato solo dalla sua capacità di produrre utili futuri, ma anche da quello intrinseco del suo patrimonio tangibile, ad esempio terreni, capannoni industriali e simili. Allo stesso modo la quotazione in borsa di un titolo non esprime solo gli utili attesi, ma i mezzi propri, i suoi averi. Se è difficile ipotizzare un incremento medio del 60 % dei profitti aziendali nel prossimo futuro è evidente che il rimbalzo di borsa può aver senso solo se si pensa che aumenti il valore dei beni delle aziende per effetto dell’inflazione. In tal caso, se le ipotesi sono corrette e le quotazioni di borsa adeguate, l’inflazione attesa è piuttosto forte, ben superiore al 60 % perché si devono scontare le perdite di esercizio di questo e dei prossimi anni. Dal punto di vista più generale dell’economia, se ne deduce che agli effetti di una fase – quella attuale – di grande depressione si andrebbero perciò a cumulare quelli di un inflazione a due o tre, anche quattro cifre. Gli economisti la chiamano iperinflazione, uno dei fenomeni più socialmente distruttivi.

Dagli archivi della storia rispuntano quindi gli spettri della Repubblica di Weimar, che in Germania spianò la strada ad Hitler; da quelli della cronaca si riaffacciano i disastri dello Zimbabwe. Non è, non vuole essere, gratuito catastrofismo, ma solo un modo leggere in maniera razionale un rimbalzo borsistico che difficilmente è spiegabile in termini di andamento degli utili netti aziendali. Si può certo ipotizzare che gli attuali valori di borsa negli Usa sono soltanto troppo gonfiati rispetto al probabile livello degli utili e di conseguenza dedurne un prossimo nuovo forte crollo. L’abisso del debito pubblico americano Anche se AsiaNews non ha pretese di essere un bollettino di previsioni finanziarie, questa seconda ipotesi non appare però convincente, pur ammettendo come probabile un forte saliscendi di borsa. La ragione sta nel livello davvero abnorme dell’indebitamento del sistema americano, includendo in tale definizione sia il debito formalmente emesso che gli impegni debitori.

Nel settembre 2008 ad AsiaNews dopo i salvataggi finanziari effettuati fino ad allora da Bernanke – includendo nell’indebitamento pubblico anche quello delle amministrazioni locali e l’esposizione debitoria di enti a capitale pubblico – avevamo calcolato “debito pubblico americano” pari a “59.300 miliardi di dollari, e cioè 200.060 dollari pro capite di debito pubblico, inclusi vecchi, malati e bambini: il 429,37 % del Pil” [6]. Secondo altri economisti – John Williams – la cifra oggi è ben maggiore, circa 75:000 miliardi di dollari[7] ,ben oltre cinque volte il Pil americano. Se consideriamo che il debito delle famiglie americane è uno dei più alti al mondo, circa il 99 % del Pil; che il debito delle aziende Usa è anch’esso il maggiore del mondo, più del 300 % del Pil; che oltre il 95 % del debito estero statunitense è detenuto da residenti esteri, di cui circa il 50 % è detenuto da Giappone e Cina, l’ipotesi che il Tesoro americano non possa far fronte ai propri impegni mediante le imposte e che debba perciò ricorrere ad emettere sempre più moneta non è fantascientifica, ma probabile. In tali condizioni ci sono tutte le premesse dell’iperinflazione. Un qualsiasi evento politico, anche minimo, basterebbe come innesco[8]. ? dunque difficile che ci si possa sottrarre a tale esito, e le conseguenze politiche saranno a dir poco epocali non solo negli Usa, ma anche in Europa, in Asia e nel resto del mondo.

La “salvezza” di un governo bancario mondiale Quella attuale non è perciò solo una crisi peggiore di quella del ’29 – ’33. L’iperinflazione, quando la si lasci scatenare, azzera il debito pubblico ed il risparmio privato, ma soprattutto sradica ogni precedente struttura istituzionale.

Forse è questo il segreto scopo dei vari governatori della Federal Riserve – tra cui Bernanke – che nel corso degli ultimi 20 anni[9] hanno posto le premesse dell’iperinflazione: da un mondo prima bipolare, all’epoca dell’Unione Sovietica, e poi unilaterale, il segreto proposito, il loro vero intento nel porre le premesse dell’iperinflazione, era far in modo che si imponesse la costituzione di una banca centrale mondiale e di conseguenza pervenire ad un governo mondiale. Con più di sei miliardi di abitanti nel mondo, l’instaurazione di un impero mondiale significa che potremo ben presto dire addio ad ogni residua parvenza di democrazia e libertà. Il sogno di Serse di ordine, tolleranza e concordia mondiale si potrebbe forse concretizzare ai nostri giorni, a meno di nuove, forse improbabili, Termopili. Questa – è però improbabile – potrebbe forse essere una seconda lettura della decisione del Time di dedicare la copertina a Bernanke. In altri termini l’onore tributatogli è così palesemente paradossale da far ipotizzare che sia un modo per lanciare un avvertimento in un mondo caduto sotto il dominio della falsità.

NOTE [1] Sono le società a capitale privato ma di interesse nazionale che dall’epoca del presidente Roosevelt, settant’anni fa, hanno garantito i mutui immobiliari USA, oltre che la società (la AIG) che assicurava i rischi sui prestiti dei mercati finanziari, mentre la AIG assicura i rischi sui prestiti dei mercati finanziari. [2] Secondo Neil Barofsky, ispettore generale cui è stato affidato il compito di supervisione sui molti programmi di salvataggio finanziario, il relativo costo sarà in totale pari a 23.700 miliardi di dollari, un po’ meno del 165 % del Pil Usa. [3] La logica conseguenza è che se delle singole aziende possono aver registrato un calo di fatturato del 30 % altre possono aver avuto una diminuzione del 70 %. Un calo di fatturato di tale genere a equivale ad un livello di perdite che rende nella maggior parte dei casi inevitabile la chiusura o il fallimento di un’azienda. [4] Vedi : l’ultimo rapporto Gallup sull’andamento dei consumi: al roseo titolo: “Upper-Income Spending Reverts to New Normal” – Ritorna di nuovo normale la spesa nel segmento di reddito superiore – corrisponde nel testo un ben più sobrio contenuto (Still, consumer spending by both income groups – middle and lower-income – continues to trail year-ago levels by 20 per cent) – Ciononostante, la spesa di entrambe le classi di reddito, medio ed inferiore, continua a rimanere indietro del 20 % rispetto ad un anno fa. [5] In termini di parità del potere d’acquisto interno cinese, vedi AsiaNews.it, 07/07/2009, “I titoli tossici e le tossicodipendenze di Usa e Cina”. [6] Vedi AsiaNews.it, 30/09/2008, “Quanto è profondo l’abisso del caos economico, sociale e politico” [7] Vedi l’intervista a John Williams su Fairfield County Weekly del 31/12/2009 “We’re Screwed!” [8] Nel caso della Repubblica di Weimar, il detonatore fu l’occupazione della Ruhr nel marzo del 1921 da parte della Francia e del Belgio, motivata dalla mancato pagamento delle riparazioni stabilite con il trattato di pace di Versailles dopo la 1a Guerra mondiale. [9] Vedi AsiaNews.it, 07/08/2006, “Il collasso del sistema finanziario mondiale”. AsiaNews 29/12/2009 10:28

L’economista Giavazzi e la famiglia

Si potrebbero sintetizzare le risposte alle critiche pompose e imprecise dell’articolo di Giavazzi sulla famiglia (vedasi Il Corriere della Sera di domenica scorsa), con una battuta. Cosa ne vuol sapere un esperto di economia, che non più di tre anni fa proponeva come fondamentale misura, per liberare il benessere e la ricchezza dei cittadini italiani, la liberalizzazione dei taxi?

Giavazzi riflette a partire da un recente libro di Alesina e Ichino sul rapporto costi benefici della famiglia in Italia. Ciò che esce dalla amplissima recensione che ne fa è l’idea che la famiglia sia un peso per l’Italia, peggiori le condizioni degli italiani invece di avvantaggiare la società e lo Stato. Non sfugge nel commento di Giavazzi una sorta di volontà manipolatrice della realtà italiana: il modello su cui si organizza la società non piace, a partire dalla prima cellula di vitalità sociale che è appunto la famiglia. Qui sta il primo vulnus al principio di sussidiarietà.

Tuttavia, tanti ne abbiamo letti di commenti, l’irrealismo dell’approccio al “fatto familiare” censura tutta la messe di ricerche e studi sul “capitale sociale familiare”, sulla “famiglia fattore di coesione sociale”, sulla “creazione di virtù civili” nella famiglia e, ultimamente, luogo del “patto generazionale”. Sarebbe bastato leggere una qualunque delle ricerche internazionali del professor Pierpaolo Donati, oppure ascoltare una delle tante e intelligenti presentazioni fatte in Italia de La povertà alimentare in Italia dal professor Giorgio Vittadini e dal prorettore della Cattolica Luigi Campiglio. Nulla, una parte della scienza economica quantitativa e non quantitativa, la larga parte degli studi sociali, non sono ricompresi nell’approccio al tema della famiglia che ci dà il promotore del “taxi libero”.

Così, Giavazzi parte alla carica del ministro Sacconi, perché riconosce il valore formidabile della famiglia per la società e la posterità civile, bolla i “difensori” della famiglia come “religiosi” e non si pone nessuna domanda, anzi scova nel libro la conferma delle proprie opinioni per nulla liberali. Invece di chiedere più libertà di scelta alle donne e alle madri, per usare il tempo elasticamente tra lavoro e cura, per alternarsi con i mariti, per veder riconosciuto il lavoro domestico, come in gran parte dei Paesi occidentali, Giavazzi confonde i piani, tra cause ed effetti. Di più, mentre tutti i governi europei hanno e continuano a investire sulla “prossimità familiare”, sulla intergenerazionalità delle famiglie (Francia e Inghilterra sul ruolo dei nonni, ad esempio), sulla stabilità familiare (Danimarca, Francia e Germania), sul sostegno alla genitorialità e al desiderio di avere figli (tutti i 47 Paesi del Consiglio di Europa ad esempio), l’Italiaetta intellettualoide continua la sua marcia verso l’assurdo. “Familismo amorale”, dice Giavazzi, perché la famiglia procura costi alla società (sic!): “scarsa mobilità geografica, precariato, difficoltà a crescere delle pmi, peso sulle spalle delle donne”. Ripetiamo, l’assoluta mancanza di libertà di scelta delle donne in Italia è causata dalla pigrizia delle imprese a uniformarsi agli standard europei (donne che lavorano flessibilmente con asili, pause pranzo, negozietti nell’impresa stessa), ma anche dalla noncuranza sufficiente con cui la politica ha abbandonato il lavoro casalingo Le donne dovrebbero lavorare di più in fabbrica? Stupisce che le opinioni di Marx, Engels e Lenin siano mutuate pari pari dall’ultra liberista Giavazzi. Imprese che non crescono?

Bene, una conferma del pregiudizio atavico di una certa scuola di economisti che non leggono i dati della statistica e della realtà e guardano alla straordinaria potenzialità del genio umano, della creatività italiana come a una zavorra invece che una esplosione di successo (spero che Giavazzi abbia modo di leggere gli atti del Seminario dell’Intergruppo per la Sussidiarietà tenutosi a Spineto lo scorso settembre). Precariato? L’accusa si commenta da sola. Se hai una famiglia stabile e solidale allora sei più propenso al precariato? Non mischiamo la resistenza a stare in famiglia dei giovani italiani (causata da un errato approccio educativo dei genitori come si dimostra nel libro La sfida educativa) con la necessità di trasformarsi in “ammortizzatore sociale” della famiglia italiana. Invece di chiedersi come mai i sostegni alle giovani coppie in Italia siano assenti o come mai la copertura pensionistica per i “temporanei” è da fame…

In ultimo, la scarsa mobilità geografica dei nostri giovani. Premesso che siamo il popolo europeo con il più alto numero di italiani all’estero, circa 60 milioni di emigranti o figli di emigranti, forse non si sono letti i numeri di molte agenzie statistiche italiane delle migrazione interna degli ultimi anni. Dunque è Sacconi che sta dalla parte della realtà, semmai non è in grado nemmeno questo Governo di valorizzare e rendere giustizia alle famiglie italiane. Vogliamo dire la verità, al di là delle cattedre ideologiche? Il modello tradizionale italiano della famiglia, seppur abbia subito preoccupanti azioni di “corruzione” da parte della politica e dei mass-media, non solo ha tenuto ma potrebbe essere sostanzialmente imitato. Semmai è l’Italia che continua ad avere un forte “menefreghismo pratico” nei confronti della equità fiscale familiare, tariffaria, dei servizi sociali. È noto infatti che il Libro Bianco di Sacconi è rimasto un sogno, per via di Tremonti e, prima di lui, di ogni altro ministro economico della storia italica da Vanoni in poi. Ma forse Giavazzi non ha famiglia, forse ne ha troppe oppure, semplicemente, fa parte di quella specie umana che, diceva Solgenitsyn, “proprio perché ha girato per tanti maniscalchi, è rimasta senza ferri”. Luca Volontè, ilsussidiario.it

L’establishment dei poteri e la politica. Ecco la mappa

“Potere e trasversalità. Le simpatie parlamentari (e non) di banchieri e manager che seggono ai posti di comando dell’economia italiana. Da Passera a Caltagirone.

l dibattito pubblico sui rapporti tra il mondo politico e l’élite italiana di origine economica è sempre più accesso. Ma come la pensa davvero l’establishment economico e finanziario? Che idee politiche ha, come si organizza nei rapporti con Silvio Berlusconi e il centro destra? Vediamo.

Partiamo dai grandi banchieri.

Corrado Passera. Il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo è sempre stato di base un uomo di centro sinistra. ? cresciuto alla scuola di Carlo De benedetti, e poi di Giovanni Bazoli. In buoni rapporti con Romano Prodi e con i ragazzi dell’asse Prodi Bazoli Andreatta a partire da Enrico Letta, è un uomo disinibito: ha flirtato in passato con Antonio Di Pietro e con i no global. Oggi ha buoni rapporti con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. E molto meno buoni con il ministro dell’economia Giulio Tremonti che lo considera un avversario. In un’intervista all’ex direttore del Sole24Ore, Ferruccio de Bortoli, Passera spiegò che oggettivamente Berlusconi si sta comportando meglio di Prodi. Non ha votato alle ultime primarie del Partito democratico.

Alessandro Profumo, invece, sì. L’amministratore delegato di Unicredit è stato prodiano e adesso continua a guardare al centrosinistra. Alcuni mesi fa ha rilasciato un’intervista in cui paventava la nascita di un nuovo partito di centro: “Ho il terrore: sono un bipolarista convinto e considero quello americano il modello più solido e da imitare”. Giovanni Bazoli. Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo è un uomo di centrosinistra. Viene da una famiglia di esponenti del Partito popolare e della Democrazia cristiana. Legato a papa Montini, cugino politico di Romano Prodi sotto il magistero di Beniamino Andreatta, è stato uno dei fondatori dell’Ulivo e quasi candidato alla presidenza del consiglio su spinta di Andreatta.

Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca. Leader del moderatismo bancario, cresciuto nella Roma democristiana e vaticana, è il più trasversale dei banchieri con rapporti che vanno da Massimo D’Alema a Valentino Parlato, da Gianni Letta fino a Giulio Tremonti. ? in rapporti ottimi con Silvio Berlusconi, la cui figlia, Marina, siede nel consiglio di amministrazione di Mediobanca. Seppur con visioni politicamente differenti, Bazoli e Geronzi sono i contraenti del patto di stabilità su cui si regge il nostro sistema economico e finanziario: hanno gestito con una regia comune alcuni dossier delicati: da Rcs fino a Telecom.

Giuseppe Mussari. Il capo del gruppo senese Monte dei Paschi è per forza di cose vicino al Partito democratico. La fondazione che controlla la sua banca è governata dai poteri pubblici locali che a Siena sono tutti nelle mani del Pd. Massimo Ponzellini. Presidente di Impregilo e della Banca popolare di Milano. Giovanni Pons su Repubblica ha scritto che “Ponzellini non è bipartisan, ma tripartisan o quadripartisan”. Le sue amicizie vanno da Romano Prodi (il suo scopritore), a Pier Ferdinando Casini, da Salvatore Ligresti fino a Giulio Tremonti: il ministro che l’ha fortemente sostenuto nella corsa per la nomina alla presidenza Bpm.

Roberto Mazzotta. Ex presidente della Bpm. Cresciuto politicamente nella democrazia cristiana, nella corrente di Giovanni Marcora, ex ministro e leader milanese della Base. Mazzotta non è schierato con il centro destra. Ma non è antiberlusconiano. Dialoga con l’Udc, è molto legato a Bruno Tabacci.

Giuseppe Guzzetti. Formazione democristiana di sinistra, il presidente dell’associazione delle fondazioni di origine bancaria Acri e capo della fondazione Cariplo ha un buon dialogo con il ministro dell’Economia. Guzzetti, insieme ad Angelo Benessia è azionista di peso Intesa Sanpaolo.

Angelo Benessia. Avvocato, in origine vicino agli ex ds, in buoni rapporti con Luciano Violante. ? il sigillo all’intesa raggiunta tra i grandi elettori della compagnia (Chiamparino in testa) che hanno portato al ricambio nella fondazione prima azionista di Intesa Sanpaolo. Vuole più peso in Intesa, dialoga con Tremonti anche in funzione anti-Passera.

Ettore Gotti Tedeschi. ? il nuovo presidente dello Ior al posto di Angelo Caloia. Editorialista economico dell’Osservatore Romano, cattolico-liberale, formazione McKinsey, per via di questa comune militanza buona amicizia con Passera e Profumo. In ottimi rapporti con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

Mario Draghi. Formazione metà americana (Mit) e metà romana (ha studiato all’istituto Massimiliano Massimo e fu Giulio Andreotti a scoprirlo). C’è chi vede nel governatore della Banca d’Italia il leader di un nuovo movimento centrista. Altri confidano in un governissimo da lui guidato. Per il momento la cosa sicura è che tra Draghi e Tremonti i rapporti sono freddini.

Paolo Scaroni. Il più forte manager partecipato italiano. Il capo dell’Eni dialoga con il centrodestra, ma non solo. Sono buoni i suoi rapporti con il ministro Tremonti, ottimi quelli con Gianni Letta. Amicizia anche con il presidente del Consiglio Berlusconi: tra i pochi azionisti della società calcistica Ac Milan non appartenenti alla famiglia Berlusconi, troviamo proprio Scaroni (proprietario di 10 azioni, cedutegli personalmente da Silvio Berlusconi).

Fulvio Conti. Il capo di Enel è uscito indenne dal passaggio del governo Prodi a quello Berlusconi. Uomo vicino al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola (i due hanno un buon dialogo sulla questione nucleare). Visioni differenti con il ministro dell’Economia.

Flavio Cattaneo. L’amministratore delegato dell’energetica Terna, oggi è l’uomo di riferimento di Tremonti. C’è chi dice che potrebbe ascendere ai vertici di qualcos’altro. Forse l’Enel.

Carlo De Benedetti. Ai tempi di Veltroni avrebbe voluto la tessera numero uno del Pd. In occasione delle primarie del 2007 disse: “Alla fine del 2005 auspicai che si andasse alla costituzione del Partito democratico e indicai anche in Veltroni uno dei leader che avrebbero potuto realizzarlo”. Oggi, più freddo sul partito, ne resta l’editore di riferimento e vanta la leadership dell’antiberlusconismo.

Luca Montezemolo. Storia complessa la sua. Si conquista un ruolo pubblico nella successione al divisivo Antonio D’Amato sconfitto sulla campagna per l’articolo 18. La presidenza molto mediatica di Confindustria lo candida a un potenziale ruolo politico. Lui non è sceso in campo, ma presidia un’area con il think tank Italia futura. ? in buoni rapporti con Passera, Casini e Gianfranco Fini.

Francesco Gaetano Caltagirone. Caltagirone è uno degli imprenditori più potenti d’Italia. vanta una liquidità stimata in tre miliardi di euro. Questo ne fa un uomo molto indipendente. Ha rapporti amicali con il centrodestra (da Tremonti allo stesso Berlusconi), nel centrosinistra è in buona con D’Alema ma anche con Prodi. ? legato da un rapporto di parentela a Pier Ferdinando Casini che ha sposato sua figlia Azzurra. A Roma, dove è dominus, ha stretto una solida alleanza con il sindaco Gianni Alemanno. (Il Riformista, 23 settembre).

Una domanda: come mai quasi tutti i più grandi banchieri stanno a sinistra?

SCENARIO/ Cosa c’entra la “campagna russa” di Generali con i guai di Berlusconi?

di Mauro Bottarelli giovedì 25 giugno 2009

da Il sussidiario.net

Il Financial Times non è soltanto un quotidiano, è il bollettino dei naviganti per capire come gira il mondo. O, almeno, come dovrebbe girare per chi le decisioni le prende davvero: spesso dietro le quinte o, comunque, fuori dalle pantomime parlamentari. Il fatto che ieri la storia principale del dorso “Companies and markets” fosse dedicata al crollo della Borsa russa la dice lunga su quale sia il bersaglio attuale. I dati, in effetti, fanno spavento. Nell’ultimo mese Mosca ha perso qualcosa come il 20%, il mercato più volatile del mondo. L’indice Rts, denominato in dollari, ha perso il 21% dal suo picco del 2 giugno, mentre il Micex, denominato in rubli, il 24%. Insomma, le fluttuazioni del prezzo del petrolio – salito in maniera incontrollata e ora in fase di discesa, visto che si parla di un ritracciamento a quota 55 dollari entro poche settimane – sta mandando sulle montagne russe – scusate il gioco di parole – la Borsa moscovita e rendendo quel mercato sempre meno appetibile per gli investitori, già spaventati dal rallentamento del mercato M&A a causa delle fluttuazioni dei cambi valutari. Tanto più che l’economia russa si contrarrà per più del 7% quest’anno, a fronte di 200 miliardi di dollari di prestiti che le aziende di quel paese dovranno comunque ripagare entro la fine dell’anno, sia a livello interno che estero. Insomma, un mercato troppo rischioso.

Non per tutti, però. C’è qualcuno, infatti, che nel mercato russo ci crede eccome e ha lanciato una scommessa non da poco. Guarda caso, questo qualcuno è italiano. Parliamo di Generali, il gigante assicurativo triestino che insieme all’oligarca ceco Peter Kellner ha lanciato un attacco alla quota di controllo di Ingosstrakh, monopolista russo del mercato assicurativo, detenuta da Oleg Daripaska, oligarca caduto in disgrazia con la crisi. Novecento milioni di dollari, questa l’offerta del consorzio Kellner-Generali che già controlla il 38,5% di Ingosstrakh. In un primo tempo Daripaska aveva reagito da leone ferito, puntando la strada dell’equity issue per far scendere i rivali al 10% e blindare la situazione: ipotesi fallita. Tanto più che ora l’oligarca russo ha ingaggiato Banca Leonardo e il suo numero uno, Gerardo Braggiotti, per negoziare. Il fatto che Braggiotti sia molto vicino ad Antoine Barnheim, deus ex machina di Generali, la dice lunga su come potrebbe terminare l’operazione.

D’altronde il gruppo assicurativo russo è ben gestito e ben capitalizzato, può espandersi ulteriormente in un mercato dalle enormi potenzialità e soprattutto diverrebbe monopolista proprio mentre l’altra metà del mondo, soprattutto Usa e Gran Bretagna, stanno per conoscere una crisi del settore mai vista, una bolla pronta ad esplodere che i governi dovranno tamponare a colpi di sostegni se non vorranno scene argentine per le loro strade. Altro che Lehman Brothers. La convinzione generale è che non sarà la volontà di Deripaska a decidere le sorti dell’operazione bensì quella del Cremlino e nessuno fa mistero che Generali punti molto sull’amicizia che lega Silvio Berlusconi e Vladimir Putin per giungere a un buon esito finale. Senza dimenticare che Deripaska ha un ruolo, tutt’altro che secondario, nell’azionariato di Magna, il consorzio che punta al controllo di Opel, la branca tedesca di General Motors, altro fronte aperto del risiko italiano di espansione. Insomma, tanta carne al fuoco che si muove in modo sotterraneo ma che vede i padroni del vapore molto attenti nel monitorare quanto sta accadendo.

Letta attraverso questa lente d’ingrandimento, anche la devastante campagna mediatica contro Silvio Berlusconi appare un po’ differente: l’accordo Eni-Gazprom, che di fatto ha mandato a gambe all’aria un progetto analogo americano, è stato il classico mattone che ha rotto il vetro della pazienza di certi ambienti atlantici, l’epilogo Fiat-Opel è stato il campanello d’allarme e ora siamo allo showdown finale. Finmeccanica ha già pagato un prezzo a questa guerra fredda combattuta a colpi di veline e prostitute debitamente intruppate nella schiera del complotto. Se Silvio Berlusconi e il suo governo continueranno lungo la linea dell’indipendenza commerciale e industriale gli attacchi potrebbero diventare anche più diretti e virulenti.

Il fatto che il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, abbia cominciato a prendere un po’ le distanze dello stile di vita del Cavaliere la dice chiara su chi stia muovendo i fili di questa commedia di pessimo gusto e su quale sia la reale entità degli avvenimenti in incubazione: attenti a non farvi abbindolare dal gossip da parrucchiere, leggete il Financial Times e non Repubblica se volete capire come vanno le cose. Il momento è delicato, molto delicato: la posta in gioco si chiama sovranità, qualcosa di molto simile al 1992.

FINANZA/ Volete capire meglio i mercati? Ecco come usare i cds

di Mauro Bottarelli

da ilsussidiario.net

In tempi di crisi è importante tenere alto il morale delle truppe, quindi accomodatevi e fatevi una grassa e salutare risata leggendo quanto segue. «Alcuni derivati, come i Credit Default Swaps, dovrebbero essere messi al bando perché sono mezzi di distruzione». Lo ha detto il finanziere George Soros in un editoriale per il Financial Times dal titolo: “Le mie tre proposte per riformare il sistema finanziario”.

Secondo Soros, con i cds, strumenti che assicurano contro il rischio di insolvenza degli emittenti di obbligazioni, «è come comprare una polizza assicurativa sulla vita di un altro con la licenza di ucciderlo». Infatti, spiega il finanziere di origine ungherese, «in alcuni casi gli investitori che hanno nel proprio paniere i Cds hanno più interesse a veder fallire una società perché possono guadagnare più soldi rispetto ad una eventuale ristrutturazione della stessa».

Le altre due proposte di Soros prevedono l’intervento da parte delle autorità quando ci si rende conto che le bolle speculative stanno crescendo troppo e un controllo sulla disponibilità del credito. Infatti, scrive Soros, per controllare le bolle «non basta il controllo dell’offerta di moneta, ma bisogna tenere sotto controllo anche la disponibilità del credito». Meraviglioso, Dracula che fa il testimone dell’Avis.

Quindi, per l’ex devastatore di economia mondiale tramutatosi in filantropo – in effetti, al netto dell’attività criminale, anche Jack lo Squartatore era uno stimato chirurgo – il problema non sono le aziende sovradimensionate e sopravvalutate che truccano i bilanci o le banche che operano con leva di 1 a 60 e nascondono i titoli tossici negli assets o ancora gli Stati che continuano a creare debito e a indicizzare le proprie obbligazioni con tassi d’inflazione taroccata come fa l’Argentina: no, il problema sono gli investitori che, consci di questa colossale messa in scena, si difendono attraverso i cds e fanno soldi.

Esattamente come li ha fatti, massacrando lira e sterlina, l’ex speculatore Soros: che, come gli ex fumatori, una volta abbandonato il vizio diventano insopportabili peggio di quando speculavano. Va beh, almeno abbiamo fatto due risate. Meno da ridere è il tentativo di Obama di riformare i mercati, un azzardo che rischia di devastare i mercati in un momento di enorme crisi che – al di là dei falsi green shots di metà maggio – deve ancora farci vedere il peggio.

Basta dare un’occhiata alla tabella tendenziale dei cds europei, dell’Europa dell’Est e di alcuni paesi mediorientali. Dubai è al collasso, l’Ucraina anche e questo significa tracollo del Baltico, la Svezia segue a ruota essendo esposta per 75 miliardi di euro nel mercato lettone: Soros vorrebbe mettere fuorilegge i cds, ovvero eliminare le analisi del sangue dei paesi, le cartine di tornasole di come stanno davvero le cose al di là delle idiozie ottimistiche di qualcuno (prontamente smentite dai fatti pochi giorni fa), al di là e al di qua dell’Atlantico. Nella tabella è espresso il valore in punti base del rischio di default sul debito di alcuni paesi europei. La legenda base è quella dell’ordine decrescente, dal più a rischio fino a scendere ai più stabili.

I dati macro parlano chiaro: il mercato immobiliare non riparte, la disoccupazione cresce in maniera incontrollata, le aziende falliscono perché nonostante tutto le banche non concedono credito, la produzione industriale è a zero, l’export un incubo. C’è da sperare che la Cina continui nel suo intento suicida di politica protezionistica verso l’Occidente: il “buy chinese” sarà la chiave per devastare quell’economia, incapace di crescere ai livelli a cui è cresciuta finora senza essere totalmente esposta all’enorme mercato del debito mondiale (Usa in primo luogo). I quali, però, temono che venga scaricato il loro debito, ovvero le obbligazioni del Treasury assicurate dalle riserve cinesi e russe: è chiaro, però, che se Mosca e Pechino proseguiranno su questa strada, magari con l’aggravante di credere davvero alla nascita di una nuova moneta per indicizzare i commerci mondiali ed eliminare il dollaro, la loro fine sarà questione di mesi.

Ripeto, il fatto che uno come Soros proponga di eliminare i cds deve farci paura, davvero paura: significa che questa è la politica dell’amministrazione Obama per intorbidire le acque in attesa che il Tarp, in qualche modo, faccia pulizia tra i debiti accumulati. Le banche statunitensi sono tutte potenzialmente insolventi, la grande industria langue, Wall Street campa solo di speculazione sulle commodities: quando il grido diviene “regolare, regolare, regolare” significa che gli Stati vogliono controllare il mercato e soprattutto le notizie che da esso provengono.

Togliere i cds sarebbe come invocare la censura sui mercati, un atto dittatoriale e antidemocratico tipico dei personaggi alla Soros, divenuti ora i valorosi cavalieri bianchi della rivoluzione populista e pro-lobbies di Obama, più che un presidente una vera e propria disgrazia per l’economia e la finanza mondiale.

Guardate quei grafici, guardate quelle cifre: settimana prossima ne pubblicheremo altri, per confrontarli e vedere come davvero vanno le cose nel mondo. Non fatevi abbindolare dai facili affabulatori dell’ottimismo di parte, la situazione è seria: mercoledì sul Financial Times, proprio sotto il delirante articolo di George Soros, Martin Wolf spiegava con chirurgica spietatezza come la crisi attuale stia evolvendo in maniera anche peggiore della Grande Depressione, dati e grafici alla mano. Vogliono farvi tacere e mantenervi nell’ignoranza: non permettetelo, imparate a leggere i grafici e l’andamento dei cds. Non servono a speculare ma a provare la febbre: meglio prevenire che curare. Nella tabella è espresso il valore in punti base del rischio di default sul debito di alcuni paesi dell’Europa dell’Est/del Medio Oriente. La legenda base è quella dell’ordine decrescente, dal più a rischio fino a scendere ai più stabili.

A questo link i grafici di cui sopra e l’articolo.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=26804

Lo speculatore Soros e Lord Brown.

I democratici che piacciono a Tremonti, contro Soros e Brown…

È con grande preoccupazione che noi, leader dei movimenti politici associati all’economista e leader democratico Lyndon LaRouche, lanciamo il presente appello ai governi del G20, ed in particolare al Presidente americano Barack Obama. A meno di 20 giorni dal vertice G20 a Londra, che doveva far procedere i fatti ai principii adottati al primo vertice del G20 che si tenne il 15 novembre 2008, a che punto siamo? I capi di stato si sono impegnati ad andare oltre le misure prese per “sostenere l’economia globale e stabilizzare i mercati finanziari” gettando “le basi di una riforma che faccia sì che una crisi globale, come quella attuale, non si ripeta”. Il comunicato finale dell’incontro dei ministri delle Finanze del G20 che si è tenuto a Horsham il 1 marzo, in preparazione del vertice di Londra, non affronta tuttavia il compito urgente di dar via ad una procedura di riorganizzazione fallimentare nei confronti dei trilioni e quadrilioni di titoli tossici, procedura senza la quale l’economia non potrà mai riprendersi.

Non si fa alcuna menzione di quel nuovo sistema finanziario, quella Nuova Bretton Woods, che dovrebbe sostituire quello ormai fallito; invece il comunicato ribadisce l’impegno al tipo di politica disastrosa che terrà in piedi il sistema che ha causato la crisi, rifinanziandolo e aumentando le risorse al Fondo Monetario Internazionale, e i pacchetti di stimolo verranno attuati con un’espansione monetaria iperinflazionistica. Tuttavia, quello che scredita il vertice e va visto come un tentativo di sabotare qualsiasi sforzo di sostituire l’attuale sistema speculativo in bancarotta con un nuovo ordine economico più giusto è la decisione di incaricare Lord Mark Malloch-Brown, ministro britannico per il Commonwealth, dell’organizzazione del vertice G20. I sottoscritti, i cui moniti sull’imminente crollo del sistema ed a favore di una Nuova Bretton Woods nella tradizione di Franklin Delano Roosevelt risalgono ai primi anni Novanta, prima che ne parlasse chiunque altro, dichiarano che affidare tale compito a Malloch-Brown, che deve tutta la sua carriera al megaspeculatore George Soros, è un insulto a tutti i membri del G20.

Portavoce dei principali interessi della City di Londra e di Wall Street, Soros è l’emblema di tutto ciò che c’è di sbagliato in questo sistema finanziario. Nel 1992 e 1993 fu lui a condurre l’attacco speculativo contro la sterlina, il franco e la lira che mandò in rovina il Sistema Monetario Europeo. Nel 1997 provocò la crisi finanziaria asiatica speculando contro il baht e il ringgit. Soros è inoltre a capo della campagna internazionale per legalizzare la droga nello stesso momento in cui, come ha denunciato recentemente Antonio Maria Costa, direttore dell’Ufficio ONU contro la Droga e la Criminalità, i finanzieri in crisi cominciano a usufruire dei proventi della droga per sopravvivere. Inoltre, è tristemente famoso per aver organizzato campagne di “cambiamento di regime” in paesi che non erano sotto il dominio dell’oligarchia della City di Londra e Wall Street, tra cui alcuni membri del G20.

Mark Malloch-Brown e George Soros collaborano strettamente dai primi anni Novanta. Quando viveva a New York in qualità di vicepresidente della Banca Mondiale, Soros fece affittare per Brown una villa vicina alla sua. Nel 2004, entrambi coordinarono gli aiuti alla rivoluzione delle rose di Saakashvili in Georgia. Nel maggio 2007, Malloch-Brown è stato nominato vicepresidente del Quantum Fund di Soros e del suo Open Society Institute, il vero centro delle Fondazioni Soros che operano in 60 paesi! Benché Lord Malloch-Brown si sia dimesso da questi incarichi con Soros quando è entrato a far parte del governo britannico nel 2007, non è accettabile affidare la riforma di un sistema la cui bancarotta minaccia la vita di miliardi di persone, al vicepresidente di un fondo che ha sede nelle Antille olandesi, i cui profitti speculativi sono aumentati del 4.200% dal 1973 al 1980, o a chiunque abbia un profilo simile al suo. Esigiamo dunque che, per dar prova della loro buona fede, il governo britannico ed altri funzionari del G20 gli tolgano questo incarico e lo affidino a qualcun altro. Nel 1933 Franklin Delano Roosevelt, che si batteva contro i disastri di una depressione provocata da quello che correttamente percepiva come il capitale finanziario di stile britannico, boicottò la conferenza mondiale a Londra, dove i finanzieri della City di Londra contavano sui dollari americani per rifinanziare le loro banche. I leader del G20 decisi a procedere con una vera riforma del sistema farebbero meglio ad andare “a pesca”, come fece Roosevelt, o preferibilmente ad organizzare un altro vertice in cui possa essere varata tale riforma reale.

 

p.s Da un altro articolo dei Lyndoniani:

Un altro fronte nell’assalto è stato aperto da ambienti del Partito Democratico legati al megaspeculatore George Soros, che continua a spendere cifre da capogiro nella campagna per la legalizzazione della droga negli Stati Uniti e per fermare la “guerra” ai cartelli della droga dichiarata dal ministro della Giustizia Holder. L’offensiva guidata da Soros è stata appoggiata in pieno dal settimanale londinese Economist, che gli dedica la copertina del numero del 7-13 marzo, chiedendo la legalizzazione della droga come la “la politica del male minore”.

La crisi e la cultura italiana.

La crisi economica c’è, ed è forte: spira da quel mondo capitalista che ha eretto il denaro a idolo e Wall Street a tempio sacro della modernità. Ma in Italia, sembra si possa reggere un po’ meglio che altrove, per alcuni motivi che sono da ricondurre alla nostra tradizione culturale e religiosa:

1 abbiamo il più alto tasso di proprietari di case al mondo (da noi l’80% circa possiede una casa, mentre altrove succede che ad essere proprietari non siano più del 20%). Questo fatto è legato, ovviamente, all’importanza che nella nostra cultura riveste la famiglia.

2 siamo forse il popolo che ha più risparmio privato al mondo: il consumismo occidentale c’è, ma più limitato rispetto agli altri paesi ricchi;

3 abbiamo una struttura familiare in disfacimento progressivo, ma ancora meno che altrove: i nuclei familiari sono il più importante ammortizzatore sociale immaginabile. Laddove c’è la famiglia, se possibile la famiglia allargata, dinanzi alle difficoltà ci si sorregge a vicenda, e si riescono a superare i periodi più duri.

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