Di Matteo Graziola: “? difficile per noi uomini della civiltà tecnologica immaginare come
poteva essere la percezione della natura da parte dei nostri più
lontani antenati. La nostra rinnovata sensibilità per l’ambiente e
per
la “tutela del verde ” si limita interamente alla sfera biologica ed
estetica: sentiamo di aver bisogno di un ambiente biologicamente sano
e
di uno scenario esteticamente gradevole, ma non riusciamo ad andare
al
di là di queste dimensioni, pur avvertendo fortemente e anche
fastidiosamente che ci sfugge qualcosa di assolutamente decisivo.
L’uomo primitivo e quello antico, molto meno sviluppato di noi sul
piano del patrimonio concettuale e scientifico, non era però meno
dotato rispetto a noi della straordinaria e misteriosa capacità dello
spirito umano di avvertire e cercare ciò che sfugge ai calcoli
utilitaristici. Gli antropologi constatano infatti con comprensibile
stupore il manifestarsi di questa insopprimibile indole metafisica
dell’uomo fin dai primi segni lasciati dall’essere umano sulla terra.
Attraverso di essi i nostri più lontani padri ci hanno lasciato la
testimonianza della loro “ontologia “, cioè la percezione del mistero
dell’essere: da questo mistero si sentivano generati, avvolti,
chiamati, affascinati, nonostante tutte le grandi difficoltà della
loro
esistenza e la rudimentale capacità di espressione di cui potevano
disporre. La loro immersione totale in una natura che era insieme
fonte
di sofferenze ma anche di continua esperienza di bellezza non poteva
non generare in loro l’intuizione di questo mistero, di cui
rinvenivano
ovunque i segni.
Uno di questi segni, il cui utilizzo simbolico si perde nella notte
dei tempi e che viene alla luce in molteplici modi tra le più antiche
tracce visibili delle primitive civiltà, è quello dell’albero,
studiato
da Maria Teresa Lezzi, storica dell’arte e delle religioni, venuta
dalla Lombardia e residente in Trentino, in un testo recentemente
pubblicato dalla casa editrice Itaca: L’Albero della vita. Con
l’introduzione di due studiosi di fama internazionale di storia delle
religioni e storia dell’arte, Julien Ries e Piotr Skubiszewski, il
testo mostra l’importanza e l’ampiezza del simbolismo dell’albero
riunendo e confrontando i testi e le immagini che lo traducono.
Questa
è l’idea madre del libro che ne costituisce la sua vera originalità.
Dottoressa Lezzi, cosa si intende anzitutto per “albero della vita”?
“Per gli uomini primitivi l’albero è stato d’importanza fondamentale:
segnalava la presenza dell’acqua, offriva ombra, forniva il legno che
serviva per la costruzione di utensili e abitazioni e per accendere
il
fuoco, era fonte di nutrimento con i suoi frutti. L’uomo ha vissuto
una
tale simbiosi con l’albero che aveva l’impressione di ricevere
l’esistenza stessa da esso. La maestosità di alcuni alberi, il
fruscio
delle foglie, il silenzio delle foreste suscitava negli uomini la
sensazione di grandiosità e di mistero. Mai un albero fu adorato per
se
stesso, ma sempre per quel che rivelava. Eliade scrive che per
l’esperienza religiosa dell’uomo arcaico l’albero rappresenta una
potenza che è dovuta sia all’albero in quanto tale, che alle sue
implicazioni cosmologiche. Esso diventa manifestazione del sacro
proprio nella sua forma e modalità biologica: perché è verticale,
cresce, perde le foglie e le riacquista, “muore” e “resuscita”
innumerevoli volte, ha la sua linfa, porta frutti. ? simbolo del
carattere ciclico dell’evoluzione cosmica. Mette in comunicazione i
tre
livelli del cosmo: l’inferno per le sue radici che penetrano nelle
profondità, la terra per il suo tronco, le altezze per i suoi rami e
la
sua cima innalzati verso il cielo: diventa Albero cosmico, Axis
mundi,
che si erge al centro dell’Universo. Esso esprime la sacralità stessa
del mondo; la sua fecondità e perennità è in relazione con le idee di
creazione e fertilità, d’iniziazione e in ultima istanza con l’idea
d’immortalità. Così l’Albero del Mondo diventa anche l’Albero della
vita”.
Il primo capitolo del suo libro è dedicato allo studio di questa
simbologia all’interno delle civiltà antiche. In quali di queste
civiltà si ritrova questo archetipo simbolico?
“Certamente nella civiltà mesopotamica in cui l’albero kiskanu
presenta le caratteristiche dell’Albero Cosmico, infatti si trova a
Eridu, luogo sacro per eccellenza, è considerato il prototipo
dell’albero sacro babilonese la cui iconografia è così diffusa nelle
antiche civiltà del Vicino Oriente. Nell’epopea sumerica il mitico
eroe
Gilgames parte alla ricerca della pianta della vita che rende
immortali. Anche nella tradizione iranica appare l’Albero della vita
e
della rigenerazione, l’haoma o
Gaokerena, che dà l’immortalità a chi si nutre di esso, conosciutao
fino in India”.
Qual era in sintesi il messaggio culturale che questa simbologia
veicolava all’interno delle civiltà antiche?
“Alle civiltà mesopotamica e iranica abbiamo già accennato, mentre in
Grecia e a Roma l’albero era protetto dalla divinità o abitazione di
essa, come riferisce Plino il Vecchio nella sua Storia Naturale.
Nell’antico Egitto emerge un legame con il culto dei morti, poiché
l’albero del sicomoro viene identificato con la dea Nut che dispensa
cibo e bevanda ai defunti”.
Il secondo capitolo riguarda la storia giudeo-cristiana: assistiamo a
delle mutazioni semantiche radicali?
“Riguardo all’Albero della vita nel paradiso terrestre, i biblisti
hanno rilevato un’analogia con l’albero della vita mesopotamico,
mentre
l’esegesi e l’iconografia diventa dalle origini la prefigurazione
della
Croce. Essa si dice a volte realizzata con il legno dell’Albero della
Conoscenza del Bene e del Male e più spesso con quello dell’Albero
della Vita. Ma nella stessa esegesi e nell’iconografia l’Albero del
peccato è spesso compreso e superato dall’Albero della Vita. Questo
infatti appare già chiaramente identificato con la Croce e con Cristo
stesso in scene del Peccato Originale. L’Albero della Vita, posto al
centro del paradiso terrestre, irrigato dai quattro fiumi del
paradiso,
è già presente nel profetismo ebraico – nel libro di Enoch – come
simbolo della salvezza messianica, anzi è la stessa sapienza di Dio,
come affermato dal libro biblico dei Proverbi. Nella stessa immagine
l’apocalittica cristiana vede il compimento della Redenzione. Ma
sopravviene qualcosa di decisamente nuovo: “un diritto all’Albero
della
Vita”, come afferma il libro dell’Apocalisse; esso è prerogativa solo
di coloro che hanno lavato i loro abiti nel sangue dell’Agnello. Fra
l’Albero della Vita del paradiso terrestre e quello del paradiso
degli
ultimi tempi, il cristiano vede ergersene un terzo: la Croce”.
Il terzo capitolo tratta dell’albero nelle civiltà non cristiane: che
relazione vede tra la forza di tale simbolo e i percorsi religiosi
dell’umanità?
“Il simbolismo dell’Albero Cosmico è uno dei più fecondi e universali
che abbia conosciuto l’umanità per spiegare la costituzione
dell’Universo e il posto che l’uomo deve occuparvi “.
Il Trentino è ricchissimo di alberi ad alto fusto: tale simbolo è
presente nell’arte locale?
“Sì, nelle decorazioni delle culle lignee come simbolo di fecondità e
abbondanza”.
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C’è musica e musica: manipolazione delle coscienze o liberazione dello spirito?
Riportiamo qui parte di una lettera inviata dai Giovani del Movimento per la Vita al Direttore di un istituto superiore di Trento. La lettera può forse interessare qualcuno per i suoi contenuti, al di là della contingenza specifica che era l’organizzazione di una conferenza-concerto.
Egregio Direttore,
come anticipatoLe a voce, noi giovani del Movimento per la Vita di Trento vorremmo proporre agli alunni del triennio delle superiori della Sua Scuola una conferenza-concerto sul tema della Musica, intesa come manipolazione delle coscienze da un lato e strumento di liberazione dello spirito dall’altro.
Riteniamo che questo tema, oltre a poter interessare di per sé un pubblico di adolescenti, investa una questione antropologica fondamentale e purtroppo oggi misconosciuta, quale la vitale tripartizione (ravvisata dalla Filosofia Perenne greco-cristiana) delle facoltà umane: intelletto, volontà, passioni, in questa precisa gerarchia.
– Intelletto, ordinato da Dio alla scoperta e contemplazione del Vero, coincidente con il Buono e con il Bello;
– volontà, chiamata a valorizzare la sua libertà dirigendo pensieri e azioni al fine positivo riconosciuto dall’intelletto;
– passioni che, neutre in se stesse, debbono con tranquilla sottomissione mantenersi nel sicuro alveo in cui la volontà le sospinge.
Il potere non sottovalutabile dell’Arte musicale è, sotto questi rispetti, duplice: il ritmo, le melodie, i suoni possono bensì rapire ed elevare le facoltà più nobili e spirituali, sublimando – non rinnegando – le carnali, quasi prefigurando all’uomo la sua destinazione sopraterrena e indirizzandovelo; ma possono anche, ed è questo il dichiarato scopo di gran parte della musica rock e di altri sottogeneri “giovanili” contemporanei, eccitare le passioni inferiori e disordinate, accarezzare torbide pulsioni e frenetici istinti, evocare psichismi latenti e tenebrosi.
In questo secondo caso la gerarchia spirituale sopra delineata patisce, alla lunga, un disastroso sovvertimento:
– le passioni, irrobustite e rese turbolente, insorgono contro la volontà, torcendola a fini egoistici e bassamente materiali;
– la volontà, coartata dalle passioni, si indebolisce e atrofizza, divenendo grado a grado sempre più incapace di porre in atto le sollecitazioni residue della coscienza-intelletto;
– il quale intelletto, nelle fasi avanzate del processo, è a tal punto incalzato e dominato dalle forze inferiori da risultarne accecato e distorto, impossibilitato a rischiarare e percorrere la via del Vero e del Divino.
Nessuno in fondo ignora (anche se ne siamo tutti a tal punto abituati da fare spallucce e darlo ottusamente per “normale”) che le biografie dissolute, tristi e malamente spezzate di innumerevoli “artisti” rock e affini, nonché di turbe di loro giovani ammiratori, documentano in modo più o meno accentuato, ma sempre pressoché identico nella sua struttura di base, il processo dissolutivo della personalità che abbiamo descritto.
Crediamo dunque che sia responsabilità (anche) delle istituzioni scolastiche quella di fare luce, senza scandalismi ma anche senza ciechi giustificazionismi, su fenomeni quali:
– l’impiego delle tecniche subliminali nel rock (in senso proprio ma anche in senso lato: è infatti evidente che gli stessi ritmi ossessivi e sincopati delle canzoni esercitano sulla psiche un’azione di tipo subliminale);
– i contenuti violenti o a qualsiasi titolo immorali diffusi nel rock e in altri generi affini con incredibile frequenza e intensità;
– le suggestioni sonore, contenutistiche e anche grafico-visive più o meno velatamente ispirate al satanismo, all’esoterismo, alla “spiritualità” New Age e ad altre forme di religiosità spuria e deviata;
– gli effetti di tutto questo sulla psicologia fragile e informe degli adolescenti, come su quella dei giovani e persino degli adulti.
Memorie e trasgressioni di un italiano cardinale
Non è cosa comune leggere oltre seicentopagine e rimanere persuasi che se ce ne fossero state delle altre le avresti lette volentieri.
E’ un fatto raro, e meriterebbe, secondo il dettato evangelico, convocare gli amici per far festa perché ciò che nelle colme librerie non pare esserci, in realtà c’è.
Mi è accaduto di leggere “Memorie e digressioni di un italiano cardinale” durante un corso di esercizi spirituali. In quel silenzio raccolto e pensoso, molti, vedendomi così avvinto dalla lettura, si son fermati stupiti, chiedendomi quale libro fosse così appassionante. In realtà, non ha nulla di avventuroso e a dire il vero non è neppure scritto per questo scopo. E’ stato scritto da un uomo che ha avuto la ventura di diventare cardinale secondo un percorso in cui “tutto è piccolo – sono parole sue – normale, scontato. A chi può interessare una vicenda umana senza sbalzi, senza emozioni, senza avvenimenti particolarmente drammatici?”.
Eppure diversi hanno indugiato sulla mia prolungata lettura, forse attratti da quei due volti convocanti, in stile “Zio Sam: I want you” che compaiono sulla copertina e sul retro del malloppo e “per tutta la regione si discorreva di tutte queste cose”.
Qualcuno perfino mi ha chiesto: “scusi, quanto costa?”
Capisco non è una consueta recensione. I miei sono per lo più pensieri attorno a questa voluminosa opera mnemonica di un singolare italiano. Cardinale, ma pur sempre e primariamente italiano.
Giacomo Biffi è uomo spassoso, ironico, un po’ impertinente e un po’ trasgressivo, ma è un uomo eccezionale pur in quella normale e quasi banale vita che egli si attribuisce.
Il suo è il fascino di un uomo certo. Mentre leggi della sua nascita e dei suoi primi trascorsi in Via Paolo Frisi 8, avverti che c’è in quelle pagine una letizia, uno sguardo ilare sulle circostanze più svariate della vita, una serenità, una pace che non può che essere l’esito di una certezza.
La sua fortuna è stata quella di crescere dentro alcune cose certe, fino a sentir crescere questa certezza dentro di sé. Mi spiego. “Noi potevamo giocare liberamente entro giardini pubblici senza incontrare pericoli e senza suscitare obiezioni delle nostre madri, in grazia dell’alta cancellata di ferro battuto che delimitava quel parco”. E’ il ricordo dei giochi all’aperto resi possibili dalla solenne protezione delle inferriate (ovviamente sotto lo sguardo vigile di alcuni sorveglianti) al fine di tenere lontani i malintenzionati. Quando queste “gabbie” sono state rimosse, i giardini hanno visto mutare progressivamente il genere di frequentatori (drogati, punkbestia, innamorati focosi) e – conclude il nostro italiano – “sono diventate infrequentabili, precluse ai ragazzi, ai pacifici anziani”.
Alcune recinzioni semplici hanno garantito che il parco giochi fosse appunto per il gioco nel parco. Da qui l’elogio delle recinzioni e dei cancelli che permettono alle cose di essere se stesse e di avvalorare la libertà dei bambini. Un’altra fortuna – la definisce addirittura imparagonabile – è stata quella di avere “una madre dedita totalmente a noi”. E per di più, “avevamo solo due genitori”, ma bastavano.
Comprendete quando dico che ” è cresciuto dentro alcune cose certe”. Una certezza che molti nostri ragazzi non possono nemmeno più sperare di godere. Nati nell’incertezza, destinati a crescere nella più perspicace precarietà.
Un’altra certezza in un cui il nostro giovane ragazzo ha potuto crescere si trova in Via Francesco Redi 21. Questa penso che sia ancora una fortuna plausibilmente conseguibile per chi lo volesse. A quel numero civico, di quella precisa via, c’è infatti l’Oratorio san Giuseppe. Qui, oltre che nella parte posteriore del numero 8 di Via Frisi, Giacomo è cresciuto in un ambiente bello, gioioso, libero, desiderabile, atteso per il quale valeva la pena ogni sacrificio pur di essere della banda.
Dunque, in queste certezze il ragazzo, cui già non difettava l’amore per il Pinocchio di Collodi e più ancora dell’Orlando Furioso di Ariosto, è cresciuto. Il Seminario di Vengono ha fatto poi il resto. Dentro alcune cose certe che presto sono divenute, in lui, certezze.
La certezza che Dio è Padre il cui disegno di salvezza per l’umanità, l’ha pensato sin dall’eterno, prima ancora di creare l’uomo e di vedere questi rovinarsi per una mela o poco più. L’ha pensato in Cristo Salvatore. Perché questa devozionale aggiunta di Salvatore, direte voi? Non bastava dire “l’ha pensato in Cristo?”. No, non è devozionale. Per il Giacomo italiano, non ancora cardinale, Dio ha creato una creatura da poter salvare. E quindi ha pensato al Figlio “per mezzo del quale sono tutte le cose”. Al Figlio, propriamente e immediatamente, Crocifisso e Risorto, Redentore dal male, Salvatore di tutti.
Sant’Ambrogio avrebbe detto “Creò il cielo e non leggo che si sia riposato, creò la terra e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle e non leggo che nemmeno allora si sia riposato, ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati” (Exameron 6,10,76).
La certezza che gli origina una letizia e una luminosità che emergono anche dal nero inchiostro della penna, è dunque svelata: la Misericordia di Dio, la salvezza di Cristo Signore, lo svelamento del disegno del Padre nella Chiesa-Sposa, il senso della nostra esistenza.
Un uomo certo, nel con-certo del pensiero debole, è una rarità. Per questo varrebbe la pena incontrarlo.
Il resto del libro uno può anche non leggerlo. Anzi anche quello che sta davanti al resto, può non compiere la fatica di leggerlo. Basta che sia già pacificato e rasserenato da questa prodigiosa consapevolezza. Altrimenti, conviene accostarsi a questa mole di leggerezza, di simpatia, di sapienza cristiana.
Dio ha pensato bene di dargli una cittadinanza italiana, in Via Frisi, appunto, poi una ecclesiale prima della gloriosa chiesa ambrosiana o borromaica e poi successivamente, quella petroniana.
La lettura almeno nella prima parte scorre veloce. Durante i suoi anni milanesi c’è anche una storia civile fatta di sangue, di attentati, di paura e un’eccelsiale costituita dalla morte del Card.Beato Schuster, dall’elezione del card. Montini e Colombo a Milano e Roncalli e Montini, sul soglio di Pietro.
Durante la stagione bolognese tutto è invece molto pacato. Tutto ciò che avviene, accade a Bologna per cui dopo un po’ di pagine, compreso il botto di fine millennio con l’elezione del “capo dei macellai” Guazzaloca, a Sindaco della città Rossa, tutto appare un po’ monotono . In queste pagine mi sarei aspettato qualcosa di più. Ci piaceva di più la stagione milanese un po’ più articolata, diversificata e vasta. Ma si sa, gli anziani ricordano maggiormente le cose del passato, mentre le memorie più recenti cominciano a sbiadirsi.
Rimane straordinario, per chi volesse rifarsi il palato, il campionario di testi, di omelie, di interventi dell’epopea bolognese.
Bellissime sono poi, alcune pagine di amicizia vera, sincera come quelle con don Luigi Giussani o Giuseppe Lattanzio o Ines Biffi o Divo Barsotti. Traboccanti di riconoscenza sono quelle pagine del cuore in cui si fa memoria dei propri maestri di vita, umana, cristiana, sacerdotale, teologica.
Mentre uno legge tali sentimenti fissati oltre che su carta anche sul cuore, viene spontaneo un moto di gratitudine a Dio per la bellezza delle relazioni ecclesiali quando queste sono sostenute dalla medesima certezza di fede, speranza e carità.
Concludo con qualche punta di peperoncino. Da un testo che reca come titolo non solo memorie, ma anche digressioni per di più di un “italiano cardinale”, uno si aspetta quantomeno qualche gossip. In realtà, non è così, ma qualcuno trapela neppure troppo velatamente. Ne cito quattro.
1) Dossetti. A lui Monsignor Biffi riserva, un po’ qui un po’ là, qualche ironia. Gli rimprovera in una sua interminabile prefazione ad un libro sulla strage di Marzabotto (BO), di non aver fatto cenno, pur avendo passato in rassegna ogni forma crudele di crimine, alle morti di moltissimi preti e laici da parte del potere rosso. Oppure quando asserisce che non si può attribuire a Dossetti la qualifica di teologo, tantomeno, ma sono parole di Pertini, di politico.
2) A Lazzati, rettore dell’Università Cattolica di Milano, rimprovera di aver fiancheggiato i pro-divorzisti facilitandoli nella loro opera persuasiva. “Bell’università cattolica, veniva da dire, e bell’esempio di coraggiosa militanza ecclesiale”.
3) All’Azione Cattolica che non viene citata testualmente, ma di cui si capisce l’indigestione per una scelta religiosa, poco coraggiosa e molto ideologica;
4) A Giovanni Paolo II quando a proposito dell’esplicita richiesta di perdono che il Papa aveva in mente di compiere durante il Giubileo del 2000, il Cardinale lo ammonisce che in questo modo sarebbero stati scandalizzati in molti. Il Papa risponde che ci avrebbe pensato. Conclude serafico il nostro: “Purtroppo non ci ha pensato abbastanza”.
Ce ne sarebbero molti altri di aneddoti divertenti, sagaci e bizzosi, ma sarebbe inopportuno replicare in un insolita recensione come questa la prolissità dossettiana.
E poi, come dicevo a quel tale: “Costa solo 23 euro”.
KATE E IL SELVAGGIO. Luglio 2007-09-21
Nel mirabile romanzo La valle dell’eden, di John Steinbeck, tra i molti personaggi magistralmente tratteggiati e straordinariamente colti nelle ricchezza dei loro moti interiori, spicca il ritratto di Kate, la cui sinistra e seducente ombra getta la propria presenza lungo tutta la trama del racconto.
Kate è un bambina silenziosa e arguta dotata di un’istintiva e animalesca forza, capace di cogliere il lato debole dello spirito umano squadernandolo senza pietà, per poi abbandonarlo ad un destino di incertezza e delusione.
Perché la fanciulla è cresciuta senza radici e senza amore covando nel proprio gelido cuore un rancore muto, figlio della solitudine. Una solitudine che non è dipesa dagli eventi, ma è cresciuta nell’indole stessa di Kate come un cancro inspiegabile, frutto forse, di una predestinazione.
Nell’animo di Kate, marchiato da un orrendo delitto- ha bruciato viva la propria famiglia- volteggia l’ala di un avvoltoio particolare; esso non attende la propria carogna.. L’animo di Kate anticipa, prova piacere ad innestare il detonatore di un dramma. E chi la incontra ne è irretito, attratto da una dolcezza solo apparente, che all’occorrenza rivela qualcosa di tagliente, di freddo, di terribile.
Tutto questo in lei non appare come il frutto di un calcolo, di una perfidia consapevole, piuttosto come il naturale dispiegarsi di un’indole crudelmente innocente che dalla vita ha appreso soltanto una logica di lotta e di feroce contesa. Kate non vede il bene, forse perché mai lo ha conosciuto e persino il sesso in lei non è che una leva, una magica rete nella quale impigliare le inconfessate pulsioni del maschio.
Sin da bambina, osservandola attraverso gli occhi del suo creatore, la diresti una levatrice d’istinti primordiali al di là di ogni bene e di ogni male.
Forse per questo, prima di morire suicida, vinta dalla nefandezza che la circonda nel lindo bordello di cui è direttrice, Kate ha un moto incomprensibile: lascia ogni suo avere- una fortuna- la ricchezza accumulata attraverso il commercio carnale e il ricatto delle umane debolezze, al figlio mai riconosciuto. Un figlio che è l’opposto di lei, candido e splendente quanto lei è cupa e sporca, certo di una morale inflessibile quanto lei lo è della licenza e del vizio che vuol sollecitare in ogni creatura. Un figlio che cerca la perfezione nel bene, quanto lei la cerca nel male. Eppure in quel figlio ” perfetto” sembra mostrarsi un che di innaturale, quasi un giudizio verso le umane miserie, verso i normali, verso i peccatori. Forse entrambi, madre e figlio, pur così diversi sono accomunati da un sentimento identico, l’odio per il mondo, l’odio per l’uomo. Solo che Kate anziché redimere il mondo sceglie di dominarlo possedendone i vizi e sfruttando questa energia negativa per trarne un vantaggio . Mentre il figlio, si rifugia lontano dall’imperfezione, nell’algida condizione di un eletto. Ma sono soli, entrambi, pieni di paura e di rancore.
Sono i paradossi di un romanzo o le idee di un grande scrittore che, a forza di premere nell’anima, fuoriescono come una lava incandescente dando origine a figure, che una volta solide paiono modelli, sculture, mostri?
Forse Kate, scegliendo di privilegiare quel figlio voleva vendicarsi della purezza che non ha mai avuto, caricando quello sconosciuto di un dono frutto del peccato di una vita.
O forse ha cercato un riscatto rivelando la nostalgia del proprio essere per un mondo senza peccato, perché Kate era scesa a patti con il demonio e aveva conosciuto sin troppo bene l’animo umano, come una sacerdotessa del vizio anziché della virtù.
Ma questa donna, il cui profilo ci disgusta, per certi aspetti suscita compassione, perché pur possedendo “il mondo”-è ricchissima e temuta- sembra non avere nulla, anzi, non ha nulla. Per questo la sua storia muove nel profondo del nostro cuore fangoso un poco di pietà.
E’ pensando a lei che vado con la mente a un personaggio reale, contemporaneo, di cui volutamente non faccio il nome tanto ridondano della sua immagine e delle sue dichiarazioni le pagine dei giornali. Egli, non ha ucciso come Kate i propri genitori, anzi; egli pur esercitando un mestiere simile a quello della nostra protagonista femminile, dopo aver conosciuto le patrie galere per questioni di sesso, di foto e di presunti ricatti, ha ripreso il proprio lavoro ovverosia speculare sui vizi e le virtù altrui.
Questo uomo non esercita la professione nel nascondimento, egli è un affarista inseguito dai giornalisti, egli è un opinion leader, la maglietta con impresso il simbolo della sua linea di abbigliamento spopola, i protagonisti della televisione la indossano.
Perché di fatto egli non è colpevole di nulla, è solo un uomo d’affari che si arricchisce con i difetti dell’umana natura.
Anch’egli come Kate conosce i segreti inconfessabili, i desideri e i vizi dei vip e attraverso il sottile “ricatto” di una foto si arricchisce, diventa famoso, frequenta i salotti che contano, diventa un personaggio amato ed emulato.
E i giornali si prostrano davanti al belloccio, perché a ben vedere, fa notizia e ciò che fa notizia è affare e l’affare non ha morale. E’ affare e basta.
Solo che, la mia simpatia a pensarci bene va alla terribile Kate, che vive fuggendo, nascondendosi, in lotta con il male che la circonda e la divora.
Kate è profonda, priva di ogni moralismo, rapida e istintiva, paradossalmente priva di calcolo. Il nostro invece, appare il prodotto di un’ epoca superficiale, calcolatrice, gretta, selvaggia e indecente. Nel “male” di questo ragazzetto tutto muscoli e tatuaggi non c’è alcun abisso, alcun contrasto, alcun dramma. Egli è semplicemente lo specchio della nostra contemporaneità, centrata sull’oggi e sull’apparire comunque e sempre, si tratti di un funerale o una festa mascherata, un evento mondano o un dibattito politico. Solo chi appare vive, solo chi appare è qualcuno. Viene alla memoria una recentissima dichiarazione di una delle donne criminali più ricercate degli Stati Uniti; al momento dell’arresto, Shauntay Henderson -così si chiama- ha dichiarato agli stupiti poliziotti: “non posso uscire così, sono famosa.” La ventiquattrenne si preoccupava di apparire in forma davanti ai fotografi, che puntualmente la hanno circondata come una diva. Personaggi di questo tipo, lo sappiamo, ricevono migliaia di lettere in carcere, diventano punti di riferimento per non pochi, sono ammirati.
Le telecamere e l’apparire frugano nelle vite, entrano nelle chiese e filmano i funerali.
Kate invece, viveva appartata, confinata, nascosta, invisa come un’appestata, mentre il bel ragazzo è in passerella, fotografato, compreso, giustificato da un mondo che in lui riconosce se stesso.
Ma lui è uno dei tanti, e la sua colpa nemmeno così grave, se paragonato a Kate è un dilettante. Questo, però, conta assi poco, ciò che conta è che non sappiamo più riconoscere ciò che vale, o forse fingiamo, per comodità, di non saperlo.
I personaggi di Steinbeck si muovono tutti quanti, siano essi positivi o negativi dentro un orizzonte sacro e religioso. Sacra è la natura a volte aspra e ingrata, a volte feconda e generosa, sacri sono gli animali, i paesaggi, l’alba e i tramonti. Tutto evoca un oltre misterioso e i contorni della morale, pur nella complessità dei caratteri dei personaggi coinvolti nella vicenda, emergono chiari dal cuore della vita. Aleggia, nelle alterne vicende che vedono protagonisti uomini e donne, l’etica protestante del duro lavoro e la certezza che il bene esista. E’ questa una componente religiosa che appare assente dal nostro mondo, una realtà che rinunciando ad ogni morale ha fatto del singolo l’astuto protagonista di un gioco in cui i più abili a confondere le carte prevalgono, perché con maestria sanno sottrarsi alle regole mal sopportate dell’etica laica, etica convenzionale e perciò senza alcun fondamento. Per questo, oggi, anche chi si macchia di orrendi delitti cerca una giustificazione pur di farla franca e il rimorso scompare per far posto all’autoassoluzione.
Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un parco ……
Ad una cena di beneficenza per una scuola che cura bambini con problemi di apprendimento, il padre di uno degli studenti fece un discorso che non sarebbe mai più stato dimenticato da nessuno dei presenti.
Dopo aver lodato la scuola ed il suo eccellente staff, egli pose una domanda: “Quando non viene raggiunta da interferenze esterne, la natura fa il suo lavoro con perfezione. Purtroppo mio figlio Shay non può imparare le cose nel modo in cui lo fanno gli altri bambini. Non può comprendere profondamente le cose come gli altri.
Dov’è il naturale ordine delle cose quando si tratta di mio figlio?”
Il pubblico alla domanda si fece silenzioso.
Il padre continuò: “Penso che quando viene al mondo un bambino come Shay, handicappato fisicamente e mentalmente, si presenta la grande opportunità di realizzare la natura umana e avviene nel modo in cui le altre persone trattano quel bambino.”
A quel punto cominciò a narrare una storia:
Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un parco dove Shay sapeva che c’erano bambini che giocavano a baseball.
Shay chiese: “Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?”
Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto in squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che se gli fosse stato permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la speranza di poter essere accettato dagli altri a discapito del suo handicap, cosa di cui Shay aveva immensamente bisogno.
Il padre si Shay si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e chiese (non aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare.
Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e disse:
“Stiamo perdendo di sei punti e il gioco è all’ottavo inning. Penso che possa entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono”
Shay entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si mise su la maglia del team. Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con un senso di calore nel petto.
I ragazzi videro la gioia del padre all’idea che il figlio fosse accettato dagli altri.
Alla fine dell’ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era sempre indietro di tre punti.
All’inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo.
Anche se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era in estasi solo all’idea di giocare in un campo da baseball e con un enorme sorriso che andava da orecchio ad orecchio salutava suo padre sugli spalti.
Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora, con due out e le basi cariche si poteva anche pensare di vincere e Shay era incaricato di essere il prossimo alla battuta.
A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay anche se significava perdere la partita?
Incredibilmente lo lasciarono battere.
Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non sapeva nemmeno tenere in mano la mazza, tanto meno colpire una palla.
In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che la squadra stava rinunciando alla vittoria in cambio di quel magico momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così piano e mirando perché Shay potesse prenderla con la mazza.
Il primo tirò arrivò a destinazione e Shay dondolò goffamente mancando la palla.
Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente la palla a Shay.
Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò e questa volta colpì la palla che ritornò lentamente verso il tiratore.
Ma il gioco non era ancora finito.
A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla: avrebbe potuto darla all’ uomo in prima base e Shay sarebbe stato eliminato e la partita sarebbe finita. Invece…
Il tiratore lancio la palla di molto oltre l’uomo in prima base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.
Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre incominciarono a gridare:
“Shay corri in prima base! Corri in prima base!”
Mai Shay in tutta la sua vita aveva corso così lontano, ma lo fece e così raggiunse la prima base.
Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall’emozione.
A quel punto tutti urlarono:
“Corri fino alla seconda base!”
Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato.
Nel momento in cui Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva ormai recuperato la palla. Il ragazzo più piccolo di età che aveva ripreso la palla quindi sapeva di poter vincere e diventare l’eroe della partita, avrebbe potuto tirarla palla all’uomo in seconda base, ma fece come il tiratore prima di lui,la lanciò intenzionalmente molto oltre l’uomo in terza base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.
Tutti urlavano: “Bravo Shay, vai così! Ora corri!”
Shay raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta.
Nel momento in cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di gioia.
A quel punto tutti gridarono: “Corri in prima, torna in base!!!!”
E così fece: da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in aria e ne fecero l’eroe della partita.
“Quel giorno” disse il padre piangendo “i ragazzi di entrambe le squadre hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di vero amore ed umanità”.
Shay non è vissuto fino all’estate successiva. E’ morto l’inverno dopo ma non si è mai più dimenticato di essere l’eroe della partita e di aver reso orgoglioso e felice suo padre… non dimenticò mai l’abbraccio di sua madre quando tornato a casa le raccontò di aver giocato e vinto.
Musica, ciò che è bello è naturale….
Perchè un tempo i contemporanei di Mozart e Beethoven andavano ad ascoltare le loro musiche e ne traevano diletto ed oggi invece quasi nessuno assiste più ad un concerto di compositori viventi – o acquista loro opere – e se lo fa poi il più delle volte se ne pente?
I motivi possono essere più di uno: non c’è più educazione musicale, c’è disaffezione verso la cultura alta, di spessore, il costo dei biglietti o dei CD è elevato, etc. Tutte ragioni molto buone, ma al fondo, forse, c’è una spiegazione più plausibile e più semplice: la musica di oggi è brutta. La musica cosiddetta “classica” all’inizio del Novecento ha cambiato nome ed ora si chiama, con un termine molto generico, “musica colta”. Se qualche lettore di buona volontà decidesse di avventurarsi in una sala da concerto per assistere all’esecuzione di un pezzo di musica colta ne uscirebbe con uno o entrambi dei seguenti stati d’animo. O estremamente divertito per l’assurdità quasi clownesca dei suoni che ha ascoltato, oppure molto abbattuto e schifato per la bruttezza della partitura. La musica contemporanea, in buona parte ma per fortuna non completamente, è musica quasi inascoltabile. Chiediamoci allora questo: cosa è successo alla musica verso l’inizio del Novecento? La musica classica e popolare, fino agli inizi del secolo scorso, era costruita su elementi che potremmo definire naturali. Spieghiamo il concetto. Il suono è un fenomeno naturale.
Se noi, come se fossimo in un laboratorio, prendessimo un suono qualsiasi, ad esempio un Do, e lo sezionassimo potremmo scoprire una cosa molto interessante. Quel suono Do è costituito da altri suoni, chiamati armonici. Cioè al suo “interno” ci sono altre note ben definite: un altro Do, un Sol, un Mi, e così via quasi all’infinito. E’ un po’ come quando esaminiamo lo spettro della luce: sappiamo che la luce bianca – quella del sole per intenderci – è formata dai colori dell’arcobaleno. Allo stesso modo per ogni nota: se la scomponiamo troviamo che essa è costruita con altre note, con altri colori della scala musicale. Questo è un fatto scientifico, nessuno si è messo a tavolino a stabilirlo: è un dato presente nella natura dei suoni. Però, ed è un altro elemento interessante, i suoni armonici di cui è fatta ogni nota non hanno tutti al nostro orecchio la stessa fisionomia. Detto in altri termini: questi suoni “secondari” sono più o meno dissonanti rispetto alla nota principale, cioè assomigliano più o meno alla nota di cui fanno parte. Alcuni di essi li sentiremo molto simili alla nota madre, più consonanti, altri invece li percepiremo come molto differenti, più dissonanti. Questo rapporto di consonanza-dissonanza che, lo ricordiamo, è un rapporto naturale, è stato da sempre la base della musica occidentale sia colta che popolare. La regola interna che pone i suoni in una relazione più o meno gradevole all’orecchio ha fondato la cosiddetta musica modale e poi quella tonale, dando vita alle regole del contrappunto e dell’armonia. Anche oggi se accendiamo la radio e sentiamo un brano di musica pop, anche quel brano è stato realizzato sulla base di queste regole. Tali legami di “parentela” tra i suoni hanno generato la musica monodica (pensiamo al gregoriano), cioè alla musica formata da una sola melodia, poi la musica polifonica (pensiamo ad esempio a Monteverdi) in cui più voci si intersecano, poi alla musica Barocca, Classica in senso stretto, Romantica, etc. Dall’antichissimo brano “Victimae paschali laudes” alla Decima Sinfonia di Gustav Mahler del 1910 questa legge naturale dei suoni è sempre stata rispettata. In questo senso comporre seguendo simili norme acustiche-musicali significava scrivere facendosi capire da tutti. Dato che, come spiegato, queste regole sono presenti nella natura dei suoni, l’uomo naturalmente le ha colte e spontaneamente le ha comprese senza difficoltà almeno nel loro impianto di base. Espresso in altre parole: la musica occidentale, sia quella di Bach che quella tradizionale formatasi tra la gente semplice, è un linguaggio che tutti possono capire nei suoi elementi fondamentali perché usa parole comprensibili da tutti. Questa musica è come se, una volta udita, mettesse in vibrazione delle corde naturali presenti nel cuore di ogni uomo. C’è un’assonanza tra come è fatto l’uomo, la sua natura, e una musica che conserva in sé questi elementi naturali. E’ proprio per tale motivo che possiamo affermare che il bello ha in sé delle regole naturali, dei rapporti interni già dati e non è frutto dell’invenzione dell’uomo. In sintesi: ciò che è naturale è anche bello. Anzi: proprio perché è naturale è bello. Sta all’uomo invece scoprire queste regole naturali ed esprimerle convenientemente con i suoni, la pittura, la scrittura, la danza, etc. E’ anche ovvio però che un brano musicale ci potrà piacere o meno non solo se rispetta queste regole naturali acustiche ma anche se si avvicinerà alla nostra sensibilità, al nostro modo di pensare, ai nostri gusti, al nostro vissuto, alla nostra cultura e formazione, etc. Fino al Novecento simile impianto “naturale” è stato sostanzialmente rispettato. Poi a tale lingua parlata e comprensibile da tutti si è deciso di sostituirne un’altra inventata a tavolino. E’ ciò che ha fatto per esempio Arnold Schoenberg nei primi anni del XX secolo. Egli inventò un sistema di composizione noto come dodecafonia, che letteralmente significa “delle dodici note”. Ogni scala musicale – perlomeno nel nostro sistema chiamato temperato – è formata da dodici note. Sulla tastiera di un pianoforte, per esempio, per andare da un Do al Do più acuto successivo devo suonare dodici note: do, do diesis, re, re diesis, etc. fino ad arrivare al nuovo Do più acuto che rappresenta la tredicesima nota (v. Fig. 1). Se prendiamo queste dodici note e le mischiamo otteniamo infinite sequenze di suoni (v. Fig. 2). E’ un po’ come anagrammare una parola: Roma, diventa amor, mora, orma. Ma può diventare, ed è qui il problema, una parola non di senso compiuto, ma una parola incomprensibile perché non presente nel nostro vocabolario come maro, rmao, oamr, etc. L’importante è, per Schoenberg, rispettare sempre e con rigore la sequenza scelta inizialmente. Il risultato di queste composizioni molto complesse e difficili non solo per chi ascolta ma anche per l’esecutore è il caos. Un caos che paradossalmente è frutto di calcoli matematici estremamente complicati. Il problema di Schoenberg – che va detto poi abbandonò questa strada – e di uno stuolo di altri compositori, suoi contemporanei e venuti dopo di lui, è stato che hanno creato artificialmente una nuova lingua, con un nuovo alfabeto e una nuova grammatica, non parlata da nessuno e quindi da nessuno comprensibile. Un nuovo linguaggio che non aveva in sé delle regole naturali per essere compresa, regole che tutti posseggono, ma che era frutto dell’assoluto arbitrio dei compositori, i quali per essere capiti, dovevano poi spiegare ai loro uditori pezzo per pezzo il come e il cosa avevano scritto. In tal modo si è venuti meno ad una delle finalità dell’opera d’arte che è quella di essere compresa da tutti, cioè a livello universale, senza bisogno di interpretazioni, almeno nei suoi contenuti di base. La musica invece degli ultimissimi anni dell’Ottocento e dei primi del Novecento di autori quali Bruckner, Mahler, Richard Strauss, Scriabin, Rachmaninov, era riuscita a preservare quelle regole naturali musicali di cui si parlava prima ma evolvendole, così come si era sempre fatto del resto. E’ questo il concetto di tradizione in musica: un nuovo anello di una lunga catena, ma attaccato a quello precedente. Solo così l’innovazione è comprensibile da tutti. Proprio come avviene nelle lingue parlate che subiscono mutamenti ma in modo naturale, perché spontaneo e graduale: al passo con le sensibilità dei tempi. La soluzione per creare una musica esteticamente di valore è allora quella di non rompere con il dato reale del bello inventandosi nuove sintassi espressive, ma è quella di tornare a scoprire queste regole naturali vivendole ed interpretandole secondo la sensibilità odierna. Da qui nascerà l’originalità e la qualità imperitura dei cosiddetti capolavori. Così come fecero i buon Bach, Mozart e Beethoven.
Drodesera: un qualcosa (già ma cosa?)
Torno improvvisamente a scrivere per Libertà & Persona dopo un lungo periodo di assenza, spinto dalla voglia di rompere le uova nel paniere – lo pretende il mio ruolo di Gianburrasca – ad una certa “dittatura culturale” che con il totale sostegno finanziario (e non solo) della Giunta provinciale e la sfacciata complicità dei giornali locali (verrebbe quasi da dire “ufficiali” o “di Palazzo”), sponsorizza e promuove iniziative a dir poco discutibili e astruse come quella di seguito descritta.
Si tratta della presentazione della ventisettesima edizione della «rassegna artistica d’avanguardia» (così viene letteralmente definita) “Drodesera Fies”, che si aprirà venerdì 27 luglio alla Centrale idroelettrica, appunto, di Fies a Dro. Il programma è stato presentato nella sala stampa della Provincia autonoma di Trento dagli assessori alla cultura Margherita Cogo e all’innovazione e ricerca Gianluca Salvatori, dal direttore generale del Festival, Dino Sommadossi, e dal sindaco di Dro Vittorio Fravezzi.
Provate a contare se ci riuscite gli aggettivi e i sostantivi impiegati per tessere le lodi dell’iniziative, che mostrano fino a che punto il comunicato redatto e diffuso dall’ufficio stampa della Giunta Dellai e al quale – statene certi – i quotidiani e le tv daranno ampio spazio, si sbilanci a favore dell’organizzazione e della proposta, ideata si badi bene non dalla Provincia ma dalla famosissima cooperativa il Gaviale (e chi la conosce?).
«Un festival maturo con tanta voglia di crescere e di confermare la propria vocazione all’innovazione e sperimentazione, una rassegna artistica d’avanguardia che non si siede su se stessa e che continuamente riscopre la propria ragion d’essere nella ricerca di nuovi linguaggi e nuovi talenti. Drodesera Fies è questo e altro, rappresentazione delle metamorfosi del teatro, incontro ravvicinato tra pubblico e attori/artisti, contaminazione benefica e provocatoria delle culture e impresa economica. La ventisettesima edizione – venerdì 27 luglio l’apertura alla Centrale idroelettrica di Fies a Dro – è stata presentata stamane nella sala stampa della Provincia autonoma di Trento dagli assessori alla cultura Margherita Cogo e all’innovazione e ricerca Gianluca Salvatori, dal direttore generale del Festival, Dino Sommadossi, e dal sindaco di Dro Vittorio Fravezzi.
Dall’assessore Cogo il riconoscimento, non formale, del salto qualitativo che Drodesera Fies ha saputo costruire “mantenendo un budget limitato” e, parallelamente, della “grande responsabilità sociale” che Enel si è assunta ospitando il Festival nella centrale di Fies. Cogo ha ringraziato la Cooperativa Il Gaviale – organizzatrice della manifestazione in collaborazione con la Provincia e con il sostegno di Regione, Enel, Ministero per i Beni e le Attività culturali, il Comune di Dro, la Cassa Rurale Alto Garda e Ingarda e con il patrocinio dell’Ente Teatrale Italiano – e il Comune di Dro con il quale “c’è grande comunanza”.
Due gli auspici espressi dagli assessori Cogo e Salvatori: il primo, che Drodesera entri nel calendario della Biennale di Arte Contemporanea Manifesta 7, il secondo che sia compreso come questo festival debordi dalle pagine culturali e degli spettacoli dei giornali in quanto evento che è dentro i processi di innovazione territoriali del Trentino e che è esso stesso motore di ricerca, versante artistico dello stesso processo evolutivo che sta interessando il sistema trentino della ricerca.
Un Festival che è nell’orgoglio di una piccola comunità quale è Dro. “Il nostro obiettivo – ha spiegato il sindaco Fravezzi – è farlo crescere non solo sul piano dell’offerta e della fruizione culturale ma anche come centro di produzione artistica a livello internazionale”. Al direttore Dino Sommadossi il compito di illustrare questa ventisettesima edizione di Drodesera Fies, spiegando innanzitutto il sottotitolo: “Back to the forest” che accompagna l’immagine scelta, un maestoso cervo, per la “locandina”.
L’edizione di quest’anno, infatti, riprende il filo ideale tracciato lo scorso anno, quell’”arroganza della metamorfosi” che aveva portato danzatori e attori nella foresta per un rito iniziatico che li aveva trasformati. Ecco, “Back to the forest”, dunque, come “ritorno alle sensazioni provate nell’atto del cambiamento, come voglia di recuperare nuovamente qualcosa di ancora più legato al corpo, alla passione, al materiale. Un ritorno alle paure che aprono nuovi mondi, dentro e fuori, all’inquietudine che ci accompagna e che ci tiene all’erta, alle emozioni pure e pericolose.
HYBRIDS wamp Contemporary art/project V.M. 18 vuole presentare al suo pubblico la fusione esistente tra arte e pornografia. E’ un piccolo evento, e il risultato sarà quello della dinamica messa in moto dalle opere presenti, capaci di portare alla luce un qualcosa: le installazioni, le performance, gli incontri con critici e studiosi di arte contemporanea e le reazioni del pubblico alle azioni degli artisti, tutto questo “divenire” sarà Hybrids wamp, cosicché la sua reale essenza si rivelerà alla fine dei tre giorni e delle tre notti (2, 3, 4 agosto).
Il concept del progetto nasce dall’ascolto e dall’osservazione della nostra società, e prende la forma di Hybrids che, come evento pubblico, ritorna alla società stessa, ecco perché non nasce per scioccare, né per essere trasgressivo nei confronti della nostra cultura, perché già ne fa parte (entrate, aprite gli occhi e le orecchie, potete sopportarlo).
I ragazzi che lavoreranno a questo progetto speciale sono: Jürgen Brüning, Tatiana Bazzichelli , Gaia Novati “Porno Karaoke” prima nazionale il 2 agosto, Sergio Messina “Realcore la rivoluzione del porno digitale”; T.B.C “Il corpo del reato”, lavoro inedito site specific (3 agosto), Benedetta Panisson “Atto muto” installazione/lavoro inedito; Antonio Tagliarini love me love me (4 agosto), “Red District” riprese di Francesca Grilli, “festin rouge” del gruppo di architetti minove, “12 rooms> Playsex, she goes to Hollywood” di Rosario Fontanella “Josephine” di Letizia Renzini (dal 2 al 4 agosto).
Parte integrante e necessaria per l’intero progetto sono gli incontri nei giorni giovedì 2, venerdì 3 e sabato 4 agosto con artisti, critici e studiosi fra i quali Gianni Manzella saggista, giornalista, direttore della rivista Art’o, Andrea Lissoni critico, curatore, storico dell’arte e esperto di moving images, Tatiana Bazzichelli e Gaia Novati ideatrici del cum2cut festival, Jürgen Brüning direttore del Film Porn festival di Berlino, Gerardo Lamattina / T.B.C., Antonio Tagliarini performer, attore, danzatore, Benedetta Panisson performer e videoartista, Sergio Messina musicista, dj, performer, Pietro Gaglianò critico d’arte contemporanea con la conferenza “Guardami. L’artista come pornocrate. Dagli anni Sessanta a oggi”.»
Non so se siete riusciti ad arrivare in fondo cogliendo il “concept” .Se ce l’avete fatta converrete con me che si tratta di una prosa degna della migliore attualizzazione giornalistica del Ventennio.
Non avete forse provato anche voi scorrendo queste righe una qualche “Hybrids wamp”? E non vi siete sentiti percorrere da brividi di pura gioia apprendendo che il Trentino ospiterà questa “arroganza della metamorfosi”?
Tranquilli, perché “la dinamica dell’evento porterà alla luce un qualcosa” – ha spiegato Sommadossi – (ma cosa?) cosicché “la sua reale essenza si rivelerà alla fine dei tre giorni e delle tre notti”.
E poi quel che più conta è che l’iniziativa “nasce dall’ascolto e dall’osservazione della nostra società, e prende la forma di Hybrids che, come evento pubblico, ritorna alla società stessa, ecco perché non nasce per scioccare, né per essere trasgressivo nei confronti della nostra cultura, perché già ne fa parte (entrate, aprite gli occhi e le orecchie, potete sopportarlo).” Chiaro no?
Tutto ciò corrisponde naturalmente – come dubitarne? Si pensi anche soltanto all’”artista come pornocrate” – alla più genuina tradizione culturale e popolare degli abitanti di Dro e dintorni.
Si tratta, insomma, come diceva un mio amico sardo, di un’iniziativa “porno-sesso-ricreativa a fini didascalico-allegorici”, che gli assessori provinciali alla cultura e alla ricerca insieme all’orgoglioso sindaco di Dro hanno sentito l’irrefrenabile bisogno di benedire e raccomandare a tutti (tranne i minori di 18 anni).
Perdere o, peggio ancora, criticare a-priori questi spettacoli solo sulla base della loro presentazione alla stampa, equivale ad autorelegarsi nel più vieto oscurantismo cattolico e rimanere in balia di una cultura reazionaria.
Tuttavia, lo confesso: di fronte alla proposta di un “ritorno alle sensazioni provate nell’atto del cambiamento, come voglia di recuperare nuovamente qualcosa di ancora più legato al corpo, alla passione, al materiale. Un ritorno alle paure che aprono nuovi mondi, dentro e fuori, all’inquietudine che ci accompagna e che ci tiene all’erta, alle emozioni pure e pericolose”, io, l’estate, in ferie, preferisco i vecchi cari cori di montagna e le bande di paese. Buone vacanze a tutti.
Gianburrasca
La tv sa dire no. I casi Mika Brzezinski e Luca Tiraboschi.
Quanti di noi, di fronte a notizie impalpabili e irrisorie piazzate in apertura di un tg, hanno sognato che il giornalista, incaricato di porgere con garbo il prezioso testo confezionato da qualche collega, si ribellasse? Buttasse i fogli all’aria e, da impeccabile obiettore gandhiano, pronunciasse un fermo e nobile “mi rifiuto”? Sogni… E quanti di noi, di fronte a programmi stupidi e violenti in orario da bambini, nonnetti e casalinghe, hanno sognato che in un sussulto di moralità, in un risveglio di coscienza assopita, il telemandarino di turno decidesse di eliminare almeno uno di quei programmi, rinunciando perfino a qualche sugosa inserzione pubblicitaria? Sogni…
A dimostrazione che la tv è veramente capace di tutto, ma proprio di tutto, nel male ma anche nel bene, nelle ultime ore entrambi i sogni si son tramutati in realtà. Per il primo sogno dobbiamo volare negli Usa. A “Morning Joe”, programma della rete Msnbc, è il momento delle notizie. La giornalista Mika Brzezinski legge il sommario, e al primo posto c’è la scarcerazione di Paris Hilton, la “party girl” nota per fare infiniti mestieri (cantante, attrice, indossatrice, ospite…) senza saperne fare nessuno. La Brzezinski ha un moto di fastidio, poi di rabbia, sussurra una frase del tipo: “Detesto questo genere di notizie e un tg non può cominciare così”, quindi appallottola il foglio e tenta perfino di bruciarlo. L’altro conduttore ci scherza sopra, le immagini della Hilton vanno comunque in video, la Brzezinski affranta si tiene il capo tra le mani, ed infine riprende a leggere le notizie meno importanti, come i morti americani in Iraq e altre inezie simili.
Mika Brzezinski è figlia di Zbigniew, che fu braccio destro del presidente Jimmy Carter. Così si potrà favoleggiare del sano, autentico, risorgente spirito democratico americano; fare la coda (si fa per dire) su YouTube per ammirare il siparietto; o, in Italia, esercitarci in facili giochi di parole (“La notizia la legge Mika”).
Il secondo sogno (pizzichiamoci: siam desti?) è italiano. Dopo la tragedia di Chris Benoit, campione della Wwe, la World Wrestling Entertainment, che ha ucciso moglie e figlio ed infine si è impiccato, Luca Tiraboschi, direttore di Italia 1, ha deciso di sospendere “Wrestling Smack Down!”, in onda ogni domenica alle 10.45, “nel rispetto del pubblico dei più piccoli che non può correre il rischio di confondere la realtà con la fantasia”. Dopo aver partecipato a infiniti convegni dove i telemandarini replicavano con smorfie di compatimento a chi faceva notare il rischio che alcuni bambini, meno dotati di abilità critica, potessero effettivamente confondere la realtà con la fantasia, diciamo: bravi, saggia decisione, per quanto tardiva.
La tv può dunque rinsavire e non è vero che la folle rincorsa all’audience ad ogni costo sia ineluttabile. Audience: per quale motivo piazzare Paris Hilton in apertura del Tg? Audience: perché gonfiare il palinsesto, alla domenica mattina, con gli ipertrofici (mediocri) attori della lotta libera americana?
Prendiamo i due sogni avverati al pari d’un refolo di brezza nell’afosa estate televisiva. Non solo bonaccia, nello stanco stagno catodico. Brava Mika, bravo Luca: adesso imitiamoli.
(Da “Avvenire” del 30 giugno 2007).
Adolescenza, servizi, istituzioni
Il mondo giovanile incontra sempre più difficoltà a difendere e rivendicare la propria specificità e la propria valenza a livello sociale. Da tempo l’adolescenza non è più un’area protetta, ma un terreno aperto ad incursioni di ogni tipo, e a fronte di questa vulnerabilità, rimane la fascia d’età meno garantita da parte dei servizi. Mancano interventi preventivi specificamente orientati alla popolazione adolescenziale, nonostante questa esprima da sempre bisogni specifici. L’adolescenza rimane una zona franca per il sistema scolastico, che tra le varie tipologie di servizi è quella che soffre maggiormente di una crisi strutturale irrisolta e che rimane un’ agenzia molto carente, per generale riconoscimento, sotto l’aspetto didattico, e nella cui valenza educativa nessuno obiettivamente confida. I servizi socio-sanitari non prendono nella dovuta considerazione l’ età adolescenziale come problema in sè, se non nei casi di patologia o devianza conclamati: spesso gli operatori preferiscono intervenire a danno avvenuto, forse in virtù di una sorta di moratoria interventiva o forse in attesa dell’acquisizione di ruolo da parte dell’ adolescente. Le agenzie politico-culturali, per parte loro, continuano a considerare l’adolescente un consumatore-spettatore, in un mondo in cui la cultura della devianza risulta molto più remunerativa dell’educazione al conformismo.
Ma le strutture demandate e le agenzie di socializzazione sono deficitarie soprattutto sotto l’aspetto comunicativo, a causa della moltiplicazione, confusione e contraddittorietà dei messaggi e dei codici. Un esempio: il Ministro per gli Affari sociali, nel giro di un mese ha auspicato la legalizzazione della droga in virtù della sua pericolosità, poi si è fatta paladina dell’innocuità di certe sostanze, e nel frattempo ha annunciato che invierà i NAS nelle scuole a controllare il giro di spinelli. Possiamo solo immaginare quali effetti perversi provochi un messaggio al tempo stesso ambiguo e collusivo nei confronti di un comportamento deviante, in special modo se questo messaggio proviene da una fonte istituzionale.
SuperGoogle! In arrivo il Grande Cervello
Mister Eric Schmidt, l’intraprendente presidente di Google, assomiglia in modo inquietante a Dwar Rein. Chi sia costui lo riveleremo solo alla fine. Parliamo di Schmidt, manager che guarda lontano, molto lontano. Recentemente, parlando di Google al mensile “Wired” ha detto due cose: la prima già la sapevamo, la seconda temevamo di venirla a sapere.
La prima. “Google è un modo per fare pubblicità; un colossale supercomputer; un fenomeno sociale che coinvolge l’azienda, la gente, il marchio, i valori”. Che a una neanche troppo ristretta elite il resto dell’umanità interessi solo in quanto umanità consumante, homines consumantes, non meraviglia. Se qualcuno si dimostra interessato alle mie paure e ai miei sogni, suggerendomene di nuovi che neanche immaginavo di possedere, e ancora a come organizzo il mio tempo, alla mia famiglia, perfino alla mia fede… penso: che cosa mi vuoi vendere? La consumerist society o società di consumatori, a voler essere integrati, ha un nobile fine: far muovere il denaro più vorticosamente possibile, affinché tutti possiamo averne tra le mani di più, assieme a più merci che però ci restino in tasca il meno possibile, per far posto a merci nuove. A voler essere apocalittici, ha un ignobile fine: spremerci come limoni con la premessa che ogni modo è buono per riuscirci. La nostra privacy? La riservatezza è un ostacolo sulla via di quella perfetta conoscenza del consumatore, che spalanchi le porte al perfetto consumo vorticoso.
Come riuscirci? Con la seconda cosa detta da mister Schmidt: “Google, entro cinque anni, sarà un sito capace di rispondere a domande individuali come: che faccio domani? Oppure: quale lavoro dovrei scegliere? Nessun amico potrà conoscerti e consigliarti meglio”. L’inquietudine nasce dalla domanda: e se non desiderassi affatto un simile amico? Sembra di capire che sarà difficile sfuggire a tanto affetto, a meno di non trasferirsi su un pianeta deserto (un’isola non basta più, da quando esistono le connessioni satellitari). Presto ci affideremo al cloud computing, che risponde a questo desiderio che, ci scommettiamo, prima di leggere queste righe ben pochi di voi pensavano di avere: perché inzeppare il nostro povero pc di dati su dati personali, quando possiamo ficcare tutto nel megaserver e usare il nostro pc come un agile terminale?
Più che un Grande Fratello orwelliano, dietro l’angolo ci attende un Grande Cervello, capace di pensare tutti i nostri pensieri al posto nostro. Gran bella comodità, sia ad essere integrati che apocalittici. Il Grande Cervello anticiperà i nostri desideri e ci solleverà da alcuni ingombri quali il senso di responsabilità e la coscienza.
Per questo Schmidt rischia di assomigliare a Dwar Rein, il protagonista di Answer (La risposta), fulmineo racconto – più breve di questo articolo – scritto da Fredrick Brown nel 1954. In un remotissimo futuro, l’umanità collega tra loro tutti i calcolatori di 96 miliardi di pianeti abitati. Tocca a Dwar Rein porre al supercomputer, che Schmidt battezzerebbe forse Googlino, la domanda delle domande: “C’è, Dio?”. Risposta: “Sì, adesso c’è”. Un fulmine incenerisce Dwar Rein fondendo i circuiti e impedendo a chiunque di spegnere Googlino. Apocalittico alquanto, anche perché non prevede pianeti deserti.
La morale è trasparente: chi comanda a chi? Siamo noi i padroni della tecnologia, o è la tecnologia che è padrona di noi, del nostro tempo, dei nostri sogni, della nostra vita, fino a trasformarsi nel nostro dio? Non serve un pc per rispondere.
(Da “Avvenire” del 25 maggio 2007).