L’Adunata della “società del silenzio” – Cuneo 2007.

Si è parlato a lungo in questi giorni del “Family day” tenutosi a Roma lo scorso 12 maggio, al quale la nostra Associazione ha aderito con convinzione e grande spazio di discussione hanno avuto anche su questo sito, giustamente, i commenti all’evento che ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Ho atteso, volutamente, qualche giorno per ricordare che in contemporanea alla grande manifestazione di Roma si è svolta anche un’altra imponente riunione in Italia, a Cuneo precisamente, l’80^ Adunata Nazionale degli Alpini. Credo che il 12 e 13 maggio 2007 saranno ricordati a lungo in Italia come i giorni della riscossa della gente perbene, delle persone, uomini, donne, bambini che pacificamente, ma orgogliosamente hanno finalmente voluto dimostrare al Paese che la maggioranza silenziosa sa anche mobilitarsi per difendere i valori in cui crede, in cui intende continuare a vivere, riconoscersi e ad educare i propri figli. A Cuneo, dicevo, si sono ritrovate 450mila persone, Alpini di ogni età, grado, appartenenza politica e preparazione culturale, accompagnati spesso da mogli e figli per ribadire al mondo con gioia, con serenità in allegria, ma con fede incrollabile che in Italia concetti quali l’amor di Patria, il senso del dovere, del sacrificio gratuito, dell’amicizia e della solidarietà hanno davvero ancora un significato profondo, radicato nell’animo della popolazione.

La “società del silenzio”, come è stata definita, ha saputo restare fedele ai valori, cristiani in generale, ma non solo, non come bandiera astratta, ma come vissuto quotidiano, come storia e come tradizione che sta alla base di una sana e pacifica convivenza tra gli uomini. A Roma e a Cuneo ha sfilato davvero la gente perbene, in una sorta di rivincita di un popolo. Il mondo mediatico ha presentato questa Adunata, purtroppo, soprattutto insistendo sul lato folkloristico e goliardico della manifestazione, che naturalmente c’è stato e mi auguro ci sarà sempre: un’allegria semplice, spontanea, coinvolgente, vorrei dire, realmente popolare, lontana anni luce dal concetto di “popolo” che si respira ormai da anni nei salotti radical-chic di certa sinistra nostrana. Ma vi è qualcosa di più del folklore che affratella persone cosi diverse fra loro: è difficile da spiegare, forse impossibile, per chi non ha il cappello con la penna bene in vista in casa. E’ un modo di vivere, di condividere valori ed idealità, fratelli nel senso più alto e vero del termine e, si badi bene, non solo chiusi nel ricordo nostalgico e retorico di un pur glorioso passato, ma bene radicati nel presente.

Perché degli Alpini ci si dimentica spesso, li si ricorda spesso con altezzosa spocchia e facile ironia; poi leggiamo i numeri di questa straordinaria famiglia che nelle calamità non si tira indietro, che ha educato i propri figli, i bocia, al sacrificio e all’amore per il prossimo, e restiamo sbalorditi: soltanto nel 2006, gli appartenenti all’Associazione Nazionale Alpini hanno svolto a favore delle varie comunità locali in tutta Italia, oltre 1 milione e 444mila ore di lavoro e raccolto e distribuito in beneficenza 5 milioni e 514 mila euro, denaro frutto di spettacoli, manifestazioni ed elargizioni fatte anche e soprattutto da singoli soci. Quasi un milione e mezzo di ore di lavoro per il prossimo, gratuite, frutto spesso di sacrifici e rinunce, sottraendo tempo anche agli affetti più cari. Le cifre, già impressionanti, rappresentano però circa il 50% del lavoro effettivamente svolto per le varie comunità: la metà delle sezioni dell’A.N.A. non ha voluto comunicare i dati, preferendo lavorare con modestia, senza enfasi in una naturale riservatezza che è tipica della gente di montagna, lontano dal clamore e dalle vetrine televisive. Opere di solidarietà vera, sul campo, nel fango e tra le macerie, che tanto hanno contribuito ad alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite da calamità naturali: in Italia, nel passato anche recente, ricordiamo il terremoto in Friuli, in Irpinia, in Umbria, le alluvioni del Piemonte, della Valle d’Aosta solo per citarne alcune. Tali interventi si ritrovano oggi in esempi concreti in varie parti del mondo, tra cui lo Sri Lanka, il Mozambico, l’Afghanistan.

Ecco cosa c’è “dietro” l’Adunata Nazionale degli Alpini, c’è un convinto coinvolgimento personale, c’è la disponibilità ad ascoltare i bisogni dell’altro, c’è quella testimonianza di amore per i valori semplici e forti delle nostre tradizioni che spesso si preferisce non vedere, ma che rappresentano un’anima profondamente radicata nella società italiana. Un mondo di persone perbene che crede che vi siano dei valori che vale la pena difendere contro il relativismo morale che caratterizza il nostro tempo. A Cuneo sono arrivati, siamo arrivati, da ogni parte d’Italia e del mondo, per rivendicare con orgoglio questa appartenenza, in centomila abbiamo sfilato, tutti uguali solo in apparenza, ma ognuno con la propria storia e il proprio fardello di vita ed esperienze. Ed è stata la festa della semplicità, o, come ben ha detto il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, “un magnifico bagno nella normalità”.

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Per un quarto d’ora di celebrità

Intervento di Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 3 maggio 2007 Capita di dire delle sciocchezze: approfittando della lunga diretta tv, Andrea Rivera ha detto delle grandi sciocchezze sul Papa. Abituato a parlare ai citofoni di Serena Dandini, il ragazzo ha perso la testa, si è lasciato andare dimostrando, prima di tutto, di non essere ancora un professionista. Di fronte a queste intemerate, al facile applauso della folla, allo stordimento delle telecamere ci si chiede sempre: cercava l’incidente per avere il suo quarto d’ora di celebrità, per finire sui giornali, per imprimere il suo nome nella nostra memoria oppure, più semplicemente, cercava se stesso? Purtroppo temo sia andata così. Rivera si è abbandonato alle sue convinzioni sicuro di raccogliere l’approvazione del pubblico di piazza San Giovanni, e magari le polemiche del giorno dopo. Come probabilmente farà ogni giorno, nella sua cerchia d’amici, almeno da quando frequenta la tv. E questo succede perché nessuno gli ha mai detto che le sue canzoni sono modeste, molto modeste, che il suo umorismo è fragile, che non basta essere nel cast di “Parla con me” per far ridere. Dalla sua, però, Rivera ha un’arma forte, l’ideologia. Che ti fa credere di essere dalla parte giusta, che ti vieta ogni esame di coscienza, che ti unisce a molti altri giovani che la pensano come te senza bisogno di tanti interrogativi. Dal palco, Rivera ha parlato in automatico, purtroppo, megafono di un pensare logoro e disfatto: non aveva un’idea ma aveva idea di come dirla.

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La notte prima degli esami

E’ uscito da qualche giorno nelle sale cinematografiche il sequel del film La notte prima degli esami.
Una storia di adolescenti carica di passioni ed esperienze. Senza nulla dire del contenuto del film che ricalca un cliché abbastanza diffuso, quello che mi ha colpito è la dichiarazione di una delle attrici protagoniste, di cui peraltro non ricordo il nome. Si tratta di una bella ragazza dai capelli biondi e dallo sguardo seducente che alla domanda di un giornalista, su cosa i giovani desiderino, ha risposto più o meno così: “I giovani vogliono essere protagonisti, vogliono poter sbagliare, in loro arde il desiderio di essere al centro della vita, di affrontare le situazioni più intriganti; inoltre i giovani vogliono poter pecc…” e qui, la parola si è come pietrificata sulle labbra della graziosa ragazza. Mi è sin troppo semplice riferirne il senso compiuto: “I giovani vogliono poter peccare”. Poi, eventualmente, se ne avranno la forza potranno reagire davanti ai danni prodotti con le loro azioni, o fregarsi le mani per l’occasione colta al volo e goduta sino in fondo; o magari potranno disperarsi per non aver saputo resistere alla seduzione di un invito che si è alfine rivelato un inganno.
Indipendentemente a quale dei casi vogliamo far riferimento, ciò che traspare da questa vicenda è un’idea di vita nella quale il singolo insegue solitario e istintivo l’avventura. Un’avventura che però non ha più la connotazione dell’imprevisto e del lampo che squarcia la monotonia del giorno. Il filosofo e sociologo Simmel, in un memorabile saggio dal titolo “L’avventura” osservava come ogni momento della vita ruoti attorno ad un centro e come ogni istante sia parte di un tutto; l’avventura, a suo dire, è un uscire da questo tutto, preda di una tensione e di un’emozione che prevalgono sul contenuto. In ogni avventura il prima e il dopo non contano, il tempo è come sospeso e con esso la storia personale; ma la forza dell’avventura sta proprio in questo: nel suo misterioso nascere e nel suo inevitabile finire, nel fatto che poi l’uomo rientri nel suo centro, nella sua normalità. Chi vive l’avventura prova una profonda soddisfazione proprio perché sa che si tratta di un momento irripetibile che si stacca dalla vita di ogni giorno.
Ora, la contemporaneità, che insegue la trasgressione e la soddisfazione del momento, ha smarrito persino il senso dell’avventura, perché la vita del singolo si concepisce come smodata ricerca del piacere, dell’emozione continua. Non esiste più una casa cui far ritorno, perché non esiste più alcuna normalità, alcun dovere. Quando la vita stessa diviene avventura, l’avventura scompare e ad essa subentra dapprima l’ansia poi, la noia. Il modello che noi osserviamo è quello incarnato dallo stile televisivo legato al successo il quale trasmette proprio questa idea di vita che vorrebbe espandersi e fagocitare tutti. Ma cosa cerca l’essere umano in tutto questo?
Credo che la persona quando desidera qualcosa, quando evade, cerca comunque e sempre la felicità, soltanto che spesso il bersaglio è mancato, perché ogni cosa raggiunta rivela la propria inadeguatezza. Un personaggio di un romanzo di Andrè Gide ebbe a dire: ” Ho portato arditamente la mia mano su ogni cosa e ho avanzato diritti su ogni oggetto dei miei desideri. Quanto riso ho incontrato sulle labbra ho voluto coglierlo, quanto sangue sulle gote, quante lacrime sugli occhi ho voluto berle. Ho voluto mordere la polpa di tutti i frutti protesi sul mio cammino. Cercare Dio nella gioia di ogni attimo fugace superando qualsiasi freno che possa impedirne anche una sola stilla”( …) “E dopo tutto ciò morire disperato.” Queste parole rivelano come la via dell’esperienza moltiplicata all’infinito non appaghi il cuore dell’uomo e come esso abbia bisogno di altro. Come l’io quale unico criterio della propria vita si riveli illusorio, una voragine che divora ogni cosa lasciandoci sempre più vuoti, insoddisfatti,affamati. “Il pane” che l’uomo produce ha infinite fogge, “i granai” per molti occidentali straripano, l’acqua abbonda, ma la nostra gola è arida.
E’ l’esperienza dell’idolo cui si contrappone, per il credente, l’incontro con la vera acqua, con il pane che sazia ogni fame.
Scriveva il grande poeta Clemente Rebora: “Qualunque cosa tu dica o faccia c’è un grido dentro, non è per questo, non è per questo, e così tutto rimanda ad una segreta domanda, l’atto è un pretesto.”
Alla giovane attrice vorrei chiedere :sei proprio sicura che i giovani abbiamo bisogno di moltiplicare le esperienze e le evasioni, quasi dimentichi del passato e dell’amore di chi ha loro donato la vita? L’esaltazione dell’attimo non è forse una fuga, un non guardare in faccia al presente e alla responsabilità verso se stessi e verso gli altri?
Vedo, nella mia esperienza, come la crescita umana si realizzi mirabilmente quando inizia l’esodo da noi stessi dal nostro io ipertrofico, dalla nostra pretesa di felicità e comodità; la crescita inizia quando vediamo per la prima volta l’altro, quando bambini scopriamo che esiste un mondo oltre il nostro orizzonte, un mondo fatto di persone. La crescita e la felicità germinano quando l’altro diventa per la prima volta più importante di noi stessi. L’amore vero fra un uomo e una donna non è forse questo? Le parole della giovane attrice sembrano dimenticare il mondo, la storia, l’esperienza di chi ci ha preceduto, per questo ci fanno paura. In esse si esprime un’idea di vita che in realtà è un’idea di morte. Poi, siamo proprio convinti che i ragazzi si lascino sedurre così facilmente dai modelli proposti dai divi, da coloro che concepiscono l’esistenza come un continuo esperimento, come una stimolante avventura?
Molti ragazzi anelano alla semplicità di rapporti veri, essi riconoscono il valore di un amore che duri nel tempo, essi vedono nello stesso sacrificio la possibilità di mettersi alla prova e di crescere.
No! Nonostante tutto i giovani hanno ancora risorse e voglia per essere protagonisti positivi del futuro, lontani dalle sirene nichiliste incarnate da attori e attricette inebriate dal successo.

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Vivaio di Vittorio Messori

Un amico che conosce bene Gerusalemme mi segnala la censura praticata dalle guide turistiche – quelle stampate, intendo – e anche dai libri di storia, per quanto riguarda la fine della Città Santa cristiana . Avvenne nel 614 , con l’invasione dei Persiani guidati da Cosroe II . Poco più di dieci anni dopo , l’imperatore bizantino Eraclio la riconquistava , ma dopo altri dieci anni , nel 638, ecco l’invasione e l’occupazione dei musulmani del califfo Omar. La fine ( interrotta solo dalla provvisoria dominazione crociata ) inizia dunque con i Persiani , che mossero alla conquista di Gerusalemme istigati dalla numerosa e potente comunità ebraica installata ormai da secoli a Babilonia , dove aveva redatto tra l’altro la prima versione del Talmud. Gli israeliti pensarono di approfittare della potenza militare persiana per ritornare nella città da dove erano stati espulsi dai Romani , con divieto assoluto di rimettervi piede, nel 135, dopo la seconda rivolta .
In quel 614, le comunità ebraiche persiane si unirono a quelle installate in Galilea, che agirono da quinta colonna. In quel periodo , trecento anni dopo Costantino – la cui madre, Elena , aveva promosso la costruzione di splendide basiliche sui luoghi sacri – Gerusalemme era una bella e prospera città cristiana. I monasteri, maschili e femminili, erano un’ottantina ed erano affollati anche, talvolta soprattutto, di europei, spesso delle classi alte, lieti di consacrarsi a Cristo proprio là dove si era consumato il Mistero Pasquale . Dai credenti locali i dominatori bizantini non erano amati e forse anche questo contribuì alla insufficienza della difesa davanti all’attacco persiano . Avverrà, del resto, anche quando – poco dopo – gli arabi musulmani attaccheranno il Nord Africa cristiano : pure qui, l’unione del sabotaggio dei circoncisi e dell’avversione a Costantinopoli dei battezzati spiega la rapida caduta.
Sta di fatto che, quali che fossero i dissensi politici, nella Gerusalemme dell’inizio di quel VII secolo la fede nel vangelo era praticata con fervore e la liturgia celebrata alla Basilica del Santo Sepolcro e negli altri luoghi di culto faceva testo in tutta la cristianità. Su tutto questo si rovesciò all’improvviso la furia dei Persiani, accompagnati da molti e autorevoli consiglieri ebraici . Gli asiatici cercavano essenzialmente bottino e , quanto a religione, erano tolleranti, ma furono gli israeliti che li istigarono a distruggere le chiese cristiane e ad accanirsi contro i fedeli . Come si sa, si salvò soltanto la Basilica della Natività di Betlemme, perchè sul portale d’ingresso un bassorilievo in marmo rappresentava i Magi, nei quali gli invasori riconobbero i loro antenati mesopotamici .
Ma la furia non si fermò agli edifici , travolse anche gli uomini . Migliaia e migliaia di battezzati ( le cronache dell’epoca parlano addirittura di 60.000 ) , furono fatti prigionieri e ammassati fuori dalla attuale porta di Giaffa , in una località chiamata Mamilla e nota per una piscina costruita dai governatori romani , forse da Ponzio Pilato stesso . Messi subito in vendita come schiavi , gran parte di quei catturati furono acquistati dai consiglieri ebrei, con il denaro fornito dalla ricca comunità di Babilonia, e massacrati sul posto.
Dopo la costituzione dello Stato d’Israele e, poi , con il grande sviluppo di Gerusalemme proclamata capitale, la speculazione edilizia ha messo gli occhi su Mamilla : il borgo arabo che vi era cresciuto è stato raso al suolo per costruirvi un quartiere residenziale ebraico e l’albergo Hilton. Quando ci si accinse a riempire , dopo averlo prosciugato, quanto restava della piscina romana , si scoprì una cappella bizantina con una croce e la scritta in greco : << Solo Dio conosce i loro nomi >>. Sotto il piccolo edificio , un’enorme quantità di scheletri , tragica testimonianza del massacro del 614. Il ritrovamento fu studiato dal celebre archeologo israeliano Ronny Reich che confermò che quelli erano davvero i resti dei battezzati comprati dai Persiani per essere sterminati.
Le comunità cristiane chiesero che il piano di speculazione edilizia fosse modificato e quell’angolo di Mamilla fosse conservato come memoriale . Ma, come si sa, la voce dei credenti nel Vangelo è sempre più flebile e impotente da quelle parti. Così , nel luogo della piscina non si sono costruite case, per il divieto ebraico di mescolare i vivi ai morti e il tabù di evitare ogni contatto tra loro. Ma le ruspe sono intervenute egualmente , tutta la terra con le sue ossa è stata asportata e dove c’era la piscina-ossario sta attualmente un grande parcheggio sotterraneo , ben conosciuto anche dai turisti. A questi – e sta qui la censura – nessuna delle loro guide fa un cenno a che cosa celasse quello che è noto come Mamilla Pool Parking. In generale, quelle stesse guide, pur spesso molto dettagliate , tacciono del tutto su quanto avvenne nel 614 , con l’inizio del calvario cristiano proprio nella città che il Calvario custodisce . Ci assordano da due secoli le orecchie – e non a torto, va ammesso – con il bagno di sangue praticato dai crociati quando riuscirono ad espugnare la Città Santa. Nessuno, però, ricorda che quel massacro era stato preceduto da un altro , praticato per giunta a freddo, non nella esaltazione di una battaglia disperata .
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A proposito di storia : anche in Italia ( come già in altri Paesi europei ) una legge minaccia il carcere a chi negasse non solo l’esistenza ma anche le dimensioni dei crimini nazionalsocialisti. Non è prevista invece alcuna sanzione per chi negasse quelli comunisti, che pure fecero cataste di morti ben superiori. Rischio di guai, poi, per chi esagerasse nel denunciare quella strage degli innocenti che è l’aborto, praticato ormai – a spese pubbliche – come mezzo di regolazione delle nascite. Proprio mentre scrivo, in Lombardia sono pronunciate parole minacciose – e non da estremisti ma da autorevoli politici – contro coloro che hanno proposto di seppellire i feti in terra consacrata , invece di avviarli agli inceneritori per i ” rifiuti speciali “.
Ma così va un mondo che si basa sull’ipocrisia più sfacciata . Un mondo dove i ” medicalmente corretti “, gli apostoli del salutismo liberal , gli adoratori del corpo chiedono addirittura di rifiutare le cure del servizio nazionale ai fumatori e agli obesi. << Se la sono voluta loro, che si arrangino ! >> . Provate però a proporre altrettanto, a quei virtuosi benpensanti , per gli infetti da Aids , con la stessa motivazione, peraltro impeccabile che << se la sono voluta loro >>, con il disordine sessuale , spesso omosessuale . Verrete insultati : i gay fanno parte delle categorie intoccabili , a loro ogni onore e cura premurosa . Gratuita, s’intende. E chi avesse da obiettare non è che un oscurantista fascista.
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A proposito di paradossi , trovo su un giornaletto che mi spediscono questa specie di filastrocca : << Nessuno vuol più sposarsi, eccetto i preti e i froci. Nessuno vuol più entrare in seminario, eccetto le donne. Nessuno pretende più i sacramenti, eccetto i divorziati >>.
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A proposito, adesso , di matrimoni. Segnalo ai sociologi la straordinaria solidità delle nozze in Croazia , solidità che raggiunge un primato nella cittadina di Siroki-Brijeg , che è in Erzegovina ma è popolata tutta da Croati . Tra i suoi 13.000 abitanti nessuno ha memoria di un solo divorzio ; anzi, di nessuna separazione. Non sono esenti, da quelle parti , dal peccato originale ma , forse, il loro segreto è il non avere perso il realismo cristiano , il non avere ceduto cioè al mito dell’amore ” romantico ” che sembra tanto bello , ma solo finchè dura. Dopo di che, si passa a nuovi incontri, per riprovare l’ ” emozione ” degli effimeri e ingannevoli “sentimenti “. E invece, il duro ma cristiano realismo croato si manifesta nella stessa liturgia , quando il sacerdote officiante si rivolge ai due nubendi e dice loro non parole mielose ma , chiaro e tondo : << Avete trovato la vostra croce >> . Consapevole di questo, la coppia saprà apprezzare i momenti di gioia, ma saprà anche non reagire, pensando a chissà quale ” nuova vita felice ” con un’altra persona, nei fastidi , nelle stanchezze , nelle ripulse che contrassegnano ogni convivenza familiare.
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Entrai a scuola, per la prima elementare , negli anni ormai remoti del dopoguerra . Alle pareti non avevano ancora tolto le grandi carte che rappresentavano gli ” imperi coloniali “. C’era una convenzione geografica internazionale che a ciascuno di loro aveva attribuito un colore : mi impressionava , sulla carta della mia classe , l’enorme estensione del rosa che era , mi pare di ricordare , la tinta dell’impero inglese e del Commonwealth. I francesi ( anche qui se la memoria non mi tradisce ) avevano l’azzurro , predominante in Africa . Il verde chiaro era per gli italiani e si fermava allo scatolone di sabbia della Libia e al Corno d’Africa, con Etiopia , Somalia, Eritrea e il puntino nell’Egeo del Dodecanneso. Niente per la Germania, che aveva perduto tutto già dopo la prima guerra mondiale e patetica la Spagna che , dopo avere dominato sull’Impero sul quale non tramontava mai il sole, non conservava che un piccolo, disabitato lembo del Sahara atlantico. Il Portogallo, invece , aveva le grosse macchie ( in marroncino, forse ) dell’Angola e del Mozambico.
Nella scuola non erano rimaste solo le carte del nazionalismo novecentesco, ma anche le retoriche di quello ottocentesco, il nazionalismo risorgimentale . Dunque , in quelle aule che , tra l’altro erano in una Torino soltanto da pochissimo non più sabauda, maestre e maestri ( c’erano ancora degli uomini alle elementari ! ) ci iniziarono da subito alle grandi frasi dell’epopea della Patria. Ecco allora Garibaldi a Calatafimi : << Bixio, qui si fa l'Italia o si muore !>>, Carlo Alberto e il giovane figlio dopo Novara, davanti a Radetzky che chiedeva l’abolizione delo Statuto : << Casa Savoia conosce le vie dell'esilio, non quelle del disonore >>. Non mancava neppure il virile , perentorio << A Roma ci siamo e ci resteremo ! >> di Vittorio Emanuele II entrando nel Quirinale appena sequestrato a Pio IX. Soltanto molto più tardi , laureandomi ( guarda caso ) proprio in storia del Risorgimento , appresi che in realtà la frase vera così suonava , nel piemontese che era la lingua madre del Padre della Patria : << Finalmènt aj souma ! >> . Dunque, un “finalmente ci siamo” pieno di sollievo , dopo le fatiche di un viaggio da Firenze tutto in carrozza, su strade impantanate , visto che l’alluvione di quell’ autunno del 1870 aveva trascinato via la strada ferrata oltre che allagato Roma.
Insegnavano, a noi bambini, non soltanto le frasi che entusiasmavano o inorgoglivano , ma anche quelle che indignavano. Prima fra tutte , quella sprezzante dell’austriaco principe di Metternich a chi gli parlava di unità della Penisola : << L'Italia è solo un'espressione geografica>>. Facciamogliela vedere noi, se siamo un popolo o solo un nome sulla carta ! arringarono nel 1848 i paladini della rinascita nazionale . Cent’anni dopo , alle mie elementari, c’era ancora un filo di indignazione nella voce dell’insegnante che ci ripeteva quella offesa all’onore italico .
Le cose, naturalmente , non sono andate così . Già lo si sospettava da tempo, ma in questi mesi un dotto articolo ha chiarito che non si trattò di una risposta arrogante del Cancelliere austriaco . In realtà, la frase era stata scritta in una sintesi diplomatica dove si diceva : << L'Italia è un nome geografico >> . Una constatazione, cioè, del tutto inoppugnabile , alla pari della stressa espressione usata in quel documento medesimo per la Germania. Nessun insulto, dunque, ma la descrizione ” neutra ” di un fatto. Eppure, l’odio innescato anche da quella manipolazione si trascinerà sino al fatale 1915 , quando il nazionalismo – dove confluivano la destra dei rètori alla d’Annunzio e alla Papini, allora ateo, e la sinistra dei massoni e dei socialisti alla Cesare Battisti – riuscirà a trascinare l’Italia nella ” inutile strage “. Quella che , alla fine, oltre a 600.000 giovani morti ci regalerà il fascismo e , poi, un’altra guerra rovinosa.
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Se Gesù abbia voluto – e con quali prerogative e poteri – un Suo ” vicario ” per la Chiesa militante ; se esista nella Chiesa un ” primato di Pietro ” , passato ai suoi successori e destinato a durare sino alla Parusia . Questo , in fondo, il problema centrale del dialogo ecumenico tra il cattolicesimo e le due altre grandi famiglie cristiane : quelle nate dai riformatori del XVI secolo e quelle orientali, greche, slave divise da Roma da ormai un millennio. Più chiara è , ai non specialisti, la posizione dei protestanti che , seppure con accenti diversi, escludono la legittimità del Papato, così come è inteso dai cattolici. Meno conosciuta è la posizione delle molte Chiese orientali , alcune delle quali venerabili per antichità e prestigio, ma la cui teologia è per molti un oggetto incognito. Eppure , è proprio con esse che il dialogo è più urgente e potrebbe essere più fruttuoso , come non si stancava di ripetere papa Wojtyla, venuto dall’Est e desideroso che la Chiesa tornasse a << respirare con due polmoni >>, quello Occidentale e quello Orientale.
Anche per questo ho letto con profitto, e consiglio ai lettori, un libro piccolo per mole ma le cui poco più che 200 pagine sono molto dense e precise, scritte come sono da Nicola Bux , specialista di teologia del cristianesimo orientale e da Adriano Garuti , docente di ecumenismo e per vent’anni in un posto chiave, come responsabile della sezione dottrinale della Congregazione per la fede. Il saggio, stampato dalle Edizioni Studio Domenicano di Bologna, annuncia sin dal titolo le sue intenzioni : Pietro ama ed unisce. Un ” servizio petrino “, dunque, non come egemonia alla maniera del mondo, ma come servizio di amore e unione tra tutti i credenti in Cristo. Una prospettiva che è nella linea di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI .
L’impegno ecumenico degli autori , il rispetto per la grande Tradizione orientale non impedisce loro quel parlare chiaro che è doveroso tra fratelli nella fede ed è presupposto indispensabile per un dialogo autentico . Significativa, ad esempio, una pagina sull’atteggiamento attuale della Chiesa russa : << Il patriarca Bartolomeo I ha affermato che l'uniatismo è " una illecita e coperta infiltrazione espansionistica della Chiesa romana nello spazio dei popoli ortodossi " . Ora , se considerassimo analogamente l'Italia e l'Europa uno " spazio " cattolico , come giustificherebbero gli ortodossi l'azione di promozione di alcuni loro insediamenti? (....) Nella Chiesa di Russia si è giunti a definire " stranieri " i cattolici che pure, da secoli , nascono in quel Paese. A parte l'incongruenza del termine " straniero " nella Chiesa dove, come dice san Paolo, non vi sono più stranieri né ospiti ma familiari di Dio ( Ef 2,19 ) , c'è da pensare che sia un diversivo per nascondere le difficoltà nella missione >>.
Proseguono Bux e Garuti : << In Russia, è in atto una diffusa secolarizzazione come in Occidente , tutto è stato sradicato, si sono insediati il consumismo e l'idolatria del denaro. Bisognerebbe guardare all'immane sofferenza dei martiri del comunismo, non preoccuparsi di conservare solo gli assetti ecclesiastici; non vedere negli altri cristiani degli intrusi, ma protendersi - tra le sfide del mondo odierno - ad annunciare Gesù Cristo nel vuoto delle coscienze e della degradazione morale creato da oltre un secolo di ateismo , non presumere di agire separatamente in un così immane compito, per aprirsi alla collaborazione>>.
Parole al contempo amare ed affettuose. Ma che , ad Oriente, non sembrano trovare ascolto tra chi pure ha vissuto la più grande tragedia mai subita da cristiani. Tra gli enigmi del nostro tempo c’è quello di Chiese martirizzate per decenni dal comunismo e che non sembrano avere tratto alcuna lezione da quella esperienza terribile.
Vittorio Messori

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San Valentino, pensaci tu

Gentile san Valentino, quest’anno vedi di non esagerare. Non è proprio il caso. Potresti passare dei guai seri. Perché? Prendiamo una situazione tipica di queste ore. Lui porge a lei una rosa, un fiore di campo, un diamante, un cioccolatino. Le canta una canzone, le recita una poesia. Insomma lui porge a lei un segno adeguato alla situazione, alla sensibilità, alla generosità e al portafoglio. Per dirle: “Ti amo. Di più: ti amerò tutta la vita”. E tu, dall’alto, leggi nei loro cuori, li scopri sinceri, ti commuovi, sorridi e sussurri: “Vi benedico”. Ecco, intanto “bene-dico”, e sottolineiamo dico, proprio tu non lo devi dire e neanche pensare per non beccarti un iroso rimprovero di “indebita ingerenza del paradiso nelle vicende interne delle coppie terrene”. Nessun accenno al verbo dire, in tutte le sue coniugazioni. C’è il rischio che scoppi un caso diplomatico, e per ritorsione potrebbero essere chiamati in causa i Patti del ’29. Si sa che l’amore brucia, ma qui stiamo scherzando col fuoco.
Non esagerare. I due si promettono amore “per sempre”, ma non sanno quello che dicono. Per forza, sono innamorati. Poi l’amore svapora, si pentono, ma intanto anche grazie a te si sono sposati e tutto si fa complicato, separazione, divorzio, avvocati, figli traumatizzati, anni di attesa prima di tornare liberi… Innanzitutto, devi convincerli a dire: “Ti amerò per un po’, un lasso ragionevole di tempo e poi si vedrà, d’altra parte non possiamo porre limiti alla nostra libertà, compresa la libertà di innamorarci di qualcun altro. Oggi desidero te, ma i desideri vanno e vengono”. Ti piace? Certo che non ti piace. I santi sono irragionevoli. Uomini privi di ripensamenti. Tu, poi. Un martire. Uno che sulla sua libertà messa in gioco “per sempre” ci ha rimesso la testa (sulla via Flaminia, III secolo). Il martire è il testimone fedele che va fino in fondo. ? ovvio che ti piacciano i lui e lei che si promettono amore per sempre, e che guardi con aria perplessa chi dica: oggi ti amo, domani potrei desiderare un’altra, o un altro. L’amore con la scadenza come i formaggini, pensa te.
Troppi amori effettivamente scadono? ? vero. Ma un conto è investire tutte le energie affinché durino, e allora le piccole (e grandi) crisi risolvibili si possono risolvere e la coppia ne esce più solida di prima. Tutt’altro conto è il consumismo dei sentimenti, con la persona alla stregua di un oggetto: se non mi soddisfi, ti cambio. Nella più lineare logica consumista. Ma questa è la modernità: legami fragili, deboli, che si sciolgono con un sms da fidanzati e con una raccomandata da conviventi. Perciò tieniti leggero pure tu, quest’anno, e non esagerare. Oppure…
Oppure no, guarda, adesso che gli arcigni censori anticlericali hanno smesso di leggerci, perché giunti a metà articolo si sono rilassati e hanno cambiato aria, adesso che siamo soli tra di noi, quest’anno vacci giù duro, distribuisci benedizioni a man bassa, di quelle toste, contribuendo a creare le premesse per futuri legami forti, solidi, che non c’è burrasca che tenga. San Valentino, non è vero che non sappiamo più a che santo votarci. Ci sei tu. Però datti da fare.
(da “Avvenire”, 14 febbraio 2007).

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Poligamia e società italiana

Secondo un recente sondaggio apparso in televisione in questi giorni, il 35 per cento degli Italiani si direbbero favorevoli alla poligamia.
La notizia è sconcertante, ma non deve stupirci più di tanto se pensiamo che la motivazione che sta alla base dell’accettazione di questa pratica è la tolleranza di principi religiosi diversi dai nostri.
L’idea di tolleranza nei confronti della poligamia a dire il vero è stata suggerita abilmente dalla stessa domanda formulata dai sondaggisti che hanno chiesto: “Sareste favorevoli, in nome della tolleranza nei confronti di una religione diversa dalla nostra ad ammettere la poligamia”?
Di che religione si tratti è facilmente intuibile, meno ovvio è ritenere che per essere buoni musulmani occorra essere poligami, quasi si trattasse di un precetto.
Quello che più ci deve far riflettere però mi pare invece la percentuale dei sì. Moltissimi italiani con la loro risposta acconsentono infatti ad introdurre nel nostro paese una pratica che la nostra civiltà ha giudicato come inadeguata , per non dire primitiva e barbara, in quanto fortemente discriminante nei confronti della donna.
Insomma una verità che sembrava patrimonio indiscusso della nostra vita è ora posta in discussione. Una di quelle verità che tanto faticosamente l’uomo ha cercato e con altrettanta fatica affermato nel corso della propria evoluzione storica, ancora una volta è scossa, offesa, sfregiata e negata. Essa sembra aver perso la propria trasparenza.
Il fatto paradossale però consiste nell’evidente convergenza fra due visioni della vita che parrebbero elidersi a vicenda. Quella islamica e quella radical-libertaria. Perché?
Per il radicale e per chiunque neghi una solida fondazione dei valori, la verità non esiste. La vita dell’uomo, i principi, le forme di convivenza, la famiglia, le istituzioni, la sessualità, tutto per il relativista apparirà come opinabile. Pertanto, anche l’unione fra uomo e donna non sarà che una forma determinata storicamente, formalizzatasi lungo la storia nell’istituzione matrimoniale, ma comunque sempre aperta ad evoluzioni e aggiornamenti che ne alterino anche radicalmente la natura. Questo perché l’uomo non si identifica con una natura, egli è semplicemente colui che tenta e sperimenta su se stesso ogni tipo di cosa.
Il fatto che storicamente la famiglia composta da un uomo e una donna abbia rappresentato e rappresenti la condizione in cui l’amore reciproco e la cura dei figli possa meglio esplicitarsi non lo riguarda. Il radicale perciò non farà fatica ad ammettere la possibilità che un uomo possa avere più donne e vivere loro assieme, purché vi si il consenso delle interessate. Probabilmente a ciò aggiungerà una postilla, che analoga possibilità sia concessa alle donne. In tal modo si realizzerebbe la perfetta parità fra i sessi, immaginando un nuovo tipo di unione, la poligamica, cui qualcuno, quando i tempi saranno maturi, proporrà di estendere tutte le tutele del caso.
Le cose che sto dicendo sono persino teorizzate da filosofi che oggi godono di un notevole consenso da parte dell’opinione pubblica.
A vedere come stanno andando le cose mi sentirei di proporre a molti dei miei studenti il mestiere dell’avvocato, specialista in diritto matrimoniale.
Ma torniamo al nostro “amico radicale”, al credo individualista, che lo connota così bene. Egli, potrà pur dirsi innamorato della famiglia tradizionale, ma non per questo riterrà di condizionare la libertà altrui di vivere come meglio crede.
Questo perché ogni sano relativismo è insofferente nei confronti della dimensione pubblica, della forza vincolante dei principi, persino di quei principi intangibili che ogni democrazia ed ogni società dovrebbero porre a fondamento della propria esistenza. Ed uno di questi è proprio la famiglia composta da un uomo e da una donna unita dal vincolo del matrimonio.
La poligamia insomma sembra farsi strada innanzitutto come idea: essa è il frutto di una concezione inadeguata di libertà e di tolleranza.
Tolleranza fra l’altro non estesa nei confronti di tutti. E’ di questi giorni la notizia che in una casa di riposo romagnola, contro la volontà di tutti i degenti sono stati eliminati i crocifissi. Tutto ciò in nome della tolleranza verso chi non crede. La cosa è sconcertante: la sola ipotesi che un giorno un non credente o un aderente ad un culto diverso dal cattolico possa entrare in quella casa di riposo, ha generato una violenza, un sopruso nei confronti degli anziani.
Non fatico a credere che molti di coloro che tollererebbero la poligamia sarebbero pure in prima fila nel “decontaminare” i luoghi pubblici dai simboli cristiani. Forse sono malizioso, chissà.
Resta il fatto che una possibilità che il Corano ammette e che la civiltà occidentale soprattutto dopo l’avvento del cristianesimo ha sempre rifiutato, sembra per molti italiani non provocare alcun fastidio.
Ma l’individualista non ha alcuna idea di cosa sia la poligamia; forse egli la concepisce come una possibile e stimolante variante nel rapporto fra i sessi, un privilegio per pochi ricchi in grado di mantenere più mogli.
Ma probabilmente mi sbaglio. La donna occidentale infatti lavora e quindi il “plurimenage” non è poi impossibile; inoltre lei stessa potrebbe avere più uomini.
Fatto sta che nel silenzio generale, da quanto riportano i giornali, risulterebbe che in Italia esisterebbero almeno 15000 unioni poligamiche celebrate religiosamente: si tratta di coppie di musulmani, secondo cui, come è risaputo, solo l’uomo può avere più mogli e non viceversa. Si preoccuperanno di questo i tollerantissimi italiani?
Ma chi se ne importa dei figli, dei rapporti fra i sessi, dei diritti delle donne: quello che conta è la libertà di autodeterminarsi. La costituzione almeno su questo punto, può essere cambiata.
C’è di che rabbrividire. Chi nega ogni principio e valore assoluto, per un attimo stringe la mani a colui che invece concepisce il mondo come pervaso e orientato dall’assolutezza di Dio e dei suo principi. Staremo a vedere.
Per concludere, qual è dunque il punto comune fra Islam e cultura radicale? Credo esso sia il non riconoscimento del diritto naturale, cioè la possibilità data a ciascuno di cogliere il bene e il vero semplicemente accettando il dettato della ragione naturale. E’ in nome di questo principio che comunisti e cattolici, in occasione dei lavori della costituente, hanno riconosciuto il valore della famiglia, della fedeltà, del matrimonio monogamico.

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L’ombra di Faust sui pacs

Intorno ai PACS si è aperto un dibattito importante, delicato che va a toccare l’essenza stessa delle radici culturali dell’Europa e dell’Italia in particolare. E’ in atto un attacco diretto, frontale, violento anche nelle parole, oltre che nei modi, alla famiglia tradizionale.

Si sta insinuando con grande determinazione il concetto che la famiglia tradizionale eterosessuale, in cui un uomo e una donna accettino responsabilmente di vivere insieme e di responsabilmente educare i propri figli possa essere non più il modello, ma genericamente uno dei modelli di relazione familiare possibile. Il focus della diatriba non è certamente soltanto una questione di fede: anche non volendo prestare orecchio agli accorati appelli di Benedetto XVI° e della CEI, e prendendo in considerazione la questione anche da un punto di vista unicamente razionale, o genericamente laico, non possiamo non sottolineare il fatto che lo Stato dovrebbe incentivare quelle forme di vita che contribuiscono in primo luogo al bene comune e senza ombra di dubbio il maggior contributo al bene comune dovrebbe consistere nella procreazione e nell’educazione responsabile dei figli. Solo una società che investe responsabilmente nei figli può guardare al futuro con determinazione e speranza. In gran parte dell’Europa del nord, ormai secolarizzata e scristianizzata, presa e citata costantemente dai maestri del pensiero laicista nostrano, attanagliati da un complesso di perenne inferiorità culturale, come modello di riferimento sociale e giuridico, i risultati di politiche scellerate sulla famiglia hanno prodotto risultati drammatici. Perché allora questo impeto, anche in Italia, per cambiare la famiglia, un’istituzione che dura da migliaia di anni, da quando in qua è diventato così urgente garantire le nozze ai gay e la pensione alle coppie di fatto? Ripeteva Engels che «tutto ciò che esiste merita di morire»; una frase che fu pronunciata da Mefistofile, il diavolo, nel Faust di Goethe: una demoniaca volontà di distruzione. Vi è purtroppo una certa classe politica italiana che, come Faust sembra voler barattare l’anima della nostra cultura, delle nostra tradizioni, del nostro modo di intendere la famiglia, la società, la comunità in cui viviamo. In realtà, una certa classe politica non fa che confermare le sue antiche radici. Diceva ancora Engels che lo scopo della rivoluzione comunista non è migliorare le condizioni della classe operaia, ma «cambiare lo stato di cose presente». La distinzione è sottile. Vuol dire che un tempo si istigavano gli operai alla rivolta solo finché essi erano «la forza sociale più potente» (altra definizione di Engels. ndr); ora che non lo sono più, si scelgono altri nuclei sociali “potenti” e senza ombra di dubbio le lobbies omosessuali lo sono. Almeno, sono influenti in TV, nei giornali, nel mondo dello spettacolo, ma anche tra le forze politiche, anche in Italia, e soprattutto a livello europeo. La questione è drammatica in questo momento storico, inoltre, perchè anche una parte dei cattolici sembra seguire questa ventata di novità, mostrandosi culturalmente subalterna. Davvero, come si va ripetendo in questi mesi con una amara constatazione, sembra passato un secolo da quando il mondo cattolico seguiva soltanto le indicazioni di arcipreti e arcivescovi…oggi, nel nome di un moralismo falso e di una tolleranza fatta di indifferenza, preferisce accodarsi all’arcigay.

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TE LO DO IO L’OROSCOPO

“Che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. Dal tono e dallo sguardo, secondo mia moglie sto coltivando intenzioni poco raccomandabili. Essendo innocente, cerco di indossare una faccia da innocente. “Non fare finta di niente – prosegue lei – ecco qua, Ariete, seconda decade (sono io, lo confesso): “Potrete prendere una decisione coraggiosa, addirittura un divorzio, per cercare una relazione più adatta ai vostri attuali bisogni”. E adesso che mi dici, eh?”. Raccolgo delicatamente la rivista dalla mano tesa di mia moglie. ? il supplemento settimanale V. del quotidiano R. con il fatale mega oroscopo 2007. Mi tranquillizzo subito, il gioco è fin troppo facile. Giro due pagine: “Gemelli, sei tu. “Il vostro abituale bisogno di novità a tutti i costi potrà essere soddisfatto in aprile, quando Venere passerà nel vostro segno, spingendovi a nuove eccitanti esperienze. Da vivere, si intende, nella consapevolezza dell’effimero”. E tu che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. “Leggi bene tutto, caro: “Per chi è in coppia l’estate sarà bollente””. “Ah bene, se non avrò ancora divorziato…”. Sopraggiunge la figlia ginnasiale: “Vedo che state leggendo anche voi V. Devo chiedervi una spiegazione”. Una figlia ginnasiale che ammette di non sapere qualcosa è un autentico evento, quindi spalanco le orecchie e forse anche la bocca. “Ecco qua, Pesci, sezione ragazzi. Io sono ancora una ragazza, non una vecchia come te, mamma”. Mia moglie la trapassa con lo sguardo ma per fortuna non reagisce alla provocazione: “Allora: “In virtù della loro grande fantasia, i nati nei Pesci potrebbero vivere la fase iniziale dell’amore e del sesso in modo non univoco”. La “fase iniziale” mi sta bene, ma che cosa significa “in modo non univoco”?”. Prima che cadano in mano agli altri componenti della vostra famiglie, strappate e distruggete, meglio se bruciandole e disperdendone le ceneri, le pagine dell’oroscopo 2007 dalle riviste che girano per casa. Non per qualche anacronistico pregiudizio. Soltanto per non complicarvi la vita e garantirvi un sereno anno nuovo.
(Da “Toscana Oggi”, 7 gennaio 2007).

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VIETATO VIETARE. LA LOBBY DEL CINEMA COMANDA. Fa discutere il “per tutti” assegnato ad Apocalypto

Apocalypto, il filmone di Mel Gibson, sbarca oggi in Italia. Pare che narri gli ultimi giorni della civiltà maya, ma le paginate di anticipazioni sorvolano sulla trama, peraltro poco originale perché ricalcata su un collaudato schema del cinema d’azione hollywoodiano – massacro, cattura, fuga, inseguimento, vendetta – e si soffermano sulla violenza straripante, che un recensore riassume così: “Teste mozzate, pugnali infilati nella pancia, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto”. Si può discutere se tanta generosità di dettagli dipenda dall’esigenza dell’artista di esprimersi con il massimo realismo possibile, dalla furbizia del mercante nel piazzare un prodotto solleticando l’inesausto gusto dell’orrore del pubblico, o da una patologica pulsione sanguinaria di un Gibson che, dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera. Fuori discussione invece dovrebbe essere che per bambini e ragazzi certi film sarebbe meglio non vederli; e poiché i genitori non possono sempre controllare quale film sceglie il figlio che va con gli amici al multisala, all’esercizio della responsabilità sono chiamati tutti, Stato compreso, secondo le proprie competenze e possibilità. Difatti esiste una commissione censura, che ha peraltro classificato “per tutti” Apocalypto, diversamente da quanto deciso dai colleghi statunitensi (divieto ai minori di 17 anni), tedeschi e canadesi (18), olandesi (16) e irlandesi (15). I nostri rappresentanti dei genitori avevano chiesto, più modestamente, un divieto per i minori di 14 anni. Macché, neanche quello. Ad opporsi, spiegano, sono gli esperti di cinema e i rappresentanti di categoria. In altri termini, la lobby. Ma per quali motivi? Per difendere il diritto dei bambini italiani di godersi teste mozzate e coetanei smembrati? No, ci dev’essere qualcosa di più ghiotto e prosaico. Un caso identico scoppiò nel 2001 all’uscita di Hannibal, il film di Ridley Scott la cui scena più succulenta (letteralmente) vedeva Anthony Hopkins servire belle calde delle scaloppine di cervello di Ray Liotta sul piatto di Julienne Moore. Anche allora il film fu classificato “per tutti” mentre all’estero era stato vietato. Ed anche allora gli esercenti, in un soprassalto di responsabilità, esposero alla cassa un cartello in cui invitavano i ragazzi a non entrare in sala senza i genitori accanto. Dopo quasi sei anni siamo ancora al punto di partenza. Resta comunque da rispondere alla domanda: perché la lobby del cinema ha la manica tanto larga? Non sappiamo se sia questo l’unico motivo, ma un fatto è sicuro: un divieto, anche soltanto ai minori di 14 anni, impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idem per il mercato dell’home video. Alla faccia dei cartelli alle casse, infatti, se cercate di acquistare Hannibal su internet, lo troverete classificato “per tutti”, due parole rassicuranti per i genitori che non abbiano memoria lunga e non siano cinefili. Denaro, nient’altro che vile, banale denaro. Lo stesso denaro che manca alla commissione censura, dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro.
(“Avvenire”, 5 gennaio 2007, pag.2).
POST SCRIPTUM
Il giorno dopo, il 6 gennaio, il “Corriere della sera” a pag.39 riprende questo articolo riassumendolo così. Lo trascrivo per intero. Attenzione: la prima frase, che dice l’esatto contrario di quel che avrebbe dovuto dire, non contiene refusi. Il “non” di troppo è nell’originale.
“AVVENIRE”: TROPPE LOBBY DEL DENARO
L’ultimo film di Mel Gibson, Apocalypto, in Italia non è stato vietato per motivi di “denaro”. Lo sostiene un editoriale di “Avvenire”, firmato da Umberto Folena. Il giornale dei vescovi osserva che un divieto anche solo a 14 anni impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, “confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idel _ prosegue – per il mercato dell’home video”. Folena ricorda che “se cercate di acquistare Hannibal su internet lo troverete classificato ‘per tutti’, due parole rassicuranti per i genitori”. Il “denaro, nient’altro che vile, banale denaro”, rileva ancora il quotdiiano, manca poi alla Commissione censura che decide sui divieti, “dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro”. Critiche anche a Gibson che “dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera”.

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Il piccolo e il padre.

La tragedia si è consumata in un attimo, un istante di qualche ora, nel freddo di una notte di Novembre. Tuo padre è arrivato come animato da un demone, nella tua stanza, mentre sognavi, ti ha afferrato. Cosa provasti in quei momenti: paura, sgomento o rassegnazione per l’ennesima intemperanza? Non èra la prima volta che papà “usciva pazzo”, però stavolta era forsennata la sua azione: ti afferrava, ti chiudeva la bocca, col nastro, per farti tacere e ti caricava in macchina insieme alle le sorelline e con poche parole, decise, concitate, perentorie. Dov’era la voce di Papà? E la paura cresceva. Ora correva, la macchina, ma dove, di notte ? Correva sino a spegnersi in uno schianto di ferro e alberi, vicino al lago. Vedevi le sorelline fuggire urlanti, stralunate, come impazzite, lontane dal Padre. Ma tu, no; forse perché eri più piccolo o chissà per quale dovere te ne stavi immobile, sul sedile, in attesa di tuo padre. Sì, di tuo Padre. E le braccia di lui, capaci di vincere il drago, ti strinsero troppo forte. Poi fu solo il freddo e un tuffo e l’acqua e ancora un freddo che sale, sale e si prende tutto, sino a vincerti. E a nulla valgono i soccorsi, le mani calde che premono, scuotono e vorrebbero ridarti il calore; resta il freddo.
Tuo padre aveva lottato per mesi, accerchiato da fantasmi e paure, irretito dalle passioni ti amava di un amore malato, che consuma, che possiede, che neanche più vede, tanto è fame e voglia di te.
Tuo padre voleva tua madre, con la forza, la picchiava, e voleva un lavoro, perso e una vita, persa.
Era assillato dal terribile timore di non vederti più e di non vedere le tue sorelle e tua madre, picchiata. Dissolti i legami, dissolto il mondo, non restavano che i giudici e le sentenze, gli affidamenti e i documenti e l’orrore del senso perduto.
Così tuo padre ha deciso di cancellare tutti i suoi amori, la realtà stessa, la sua casa. Voleva farla saltare, ma non ci è riuscito, pure lì ha fallito.
Non gli eri rimasto che tu, il piccolo e l’idea del volo in un lago gelido, di notte.
Ora vedo lo sguardo del bimbo, si insinua nel mio spirito come una spada. E’ dolcissimo, sbarazzino, con un tratto malinconico che mi sgomenta. La vita e poi la morte; sempre in attesa, lei, sempre inutile, sempre uno spreco, sempre banale, un non-senso.
Non esistono cause, l’intreccio dei destini è troppo complesso, le trame della vita un labirinto, un gomitolo inestricabile. E seppure giungessimo ad una spiegazione e che stabilisse con precisione ogni responsabilità, ogni passaggio che porta all’epilogo tragico, nulla muterebbe nel nostro cuore, perché la morte ci sembra assurda, la morte dell’innocente e quella del colpevole. Semplicemente non la vorremmo.
Ma siamo quello che siamo, pieni di limiti, ogni nostro passo e parola ce lo rivela. C’è un male che ci intride a tal punto da insinuarsi persino nell’amore di un padre, un male capace di mutarne il segno, di trasformare il bene in male.
Non ci resta che il silenzio. Ma piccolo e sconosciuto bimbo, tu mi manchi e mi manca il tuo futuro e il tuo essere uomo. Tutto, tutto ancora una volta in questa storia sfugge è troppo grande per l’umana finitezza privata dei legami vitali che un tempo ci facevano meno soli.

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