Vivaio di Vittorio Messori

Un amico che conosce bene Gerusalemme mi segnala la censura praticata dalle guide turistiche – quelle stampate, intendo – e anche dai libri di storia, per quanto riguarda la fine della Città Santa cristiana . Avvenne nel 614 , con l’invasione dei Persiani guidati da Cosroe II . Poco più di dieci anni dopo , l’imperatore bizantino Eraclio la riconquistava , ma dopo altri dieci anni , nel 638, ecco l’invasione e l’occupazione dei musulmani del califfo Omar. La fine ( interrotta solo dalla provvisoria dominazione crociata ) inizia dunque con i Persiani , che mossero alla conquista di Gerusalemme istigati dalla numerosa e potente comunità ebraica installata ormai da secoli a Babilonia , dove aveva redatto tra l’altro la prima versione del Talmud. Gli israeliti pensarono di approfittare della potenza militare persiana per ritornare nella città da dove erano stati espulsi dai Romani , con divieto assoluto di rimettervi piede, nel 135, dopo la seconda rivolta .
In quel 614, le comunità ebraiche persiane si unirono a quelle installate in Galilea, che agirono da quinta colonna. In quel periodo , trecento anni dopo Costantino – la cui madre, Elena , aveva promosso la costruzione di splendide basiliche sui luoghi sacri – Gerusalemme era una bella e prospera città cristiana. I monasteri, maschili e femminili, erano un’ottantina ed erano affollati anche, talvolta soprattutto, di europei, spesso delle classi alte, lieti di consacrarsi a Cristo proprio là dove si era consumato il Mistero Pasquale . Dai credenti locali i dominatori bizantini non erano amati e forse anche questo contribuì alla insufficienza della difesa davanti all’attacco persiano . Avverrà, del resto, anche quando – poco dopo – gli arabi musulmani attaccheranno il Nord Africa cristiano : pure qui, l’unione del sabotaggio dei circoncisi e dell’avversione a Costantinopoli dei battezzati spiega la rapida caduta.
Sta di fatto che, quali che fossero i dissensi politici, nella Gerusalemme dell’inizio di quel VII secolo la fede nel vangelo era praticata con fervore e la liturgia celebrata alla Basilica del Santo Sepolcro e negli altri luoghi di culto faceva testo in tutta la cristianità. Su tutto questo si rovesciò all’improvviso la furia dei Persiani, accompagnati da molti e autorevoli consiglieri ebraici . Gli asiatici cercavano essenzialmente bottino e , quanto a religione, erano tolleranti, ma furono gli israeliti che li istigarono a distruggere le chiese cristiane e ad accanirsi contro i fedeli . Come si sa, si salvò soltanto la Basilica della Natività di Betlemme, perchè sul portale d’ingresso un bassorilievo in marmo rappresentava i Magi, nei quali gli invasori riconobbero i loro antenati mesopotamici .
Ma la furia non si fermò agli edifici , travolse anche gli uomini . Migliaia e migliaia di battezzati ( le cronache dell’epoca parlano addirittura di 60.000 ) , furono fatti prigionieri e ammassati fuori dalla attuale porta di Giaffa , in una località chiamata Mamilla e nota per una piscina costruita dai governatori romani , forse da Ponzio Pilato stesso . Messi subito in vendita come schiavi , gran parte di quei catturati furono acquistati dai consiglieri ebrei, con il denaro fornito dalla ricca comunità di Babilonia, e massacrati sul posto.
Dopo la costituzione dello Stato d’Israele e, poi , con il grande sviluppo di Gerusalemme proclamata capitale, la speculazione edilizia ha messo gli occhi su Mamilla : il borgo arabo che vi era cresciuto è stato raso al suolo per costruirvi un quartiere residenziale ebraico e l’albergo Hilton. Quando ci si accinse a riempire , dopo averlo prosciugato, quanto restava della piscina romana , si scoprì una cappella bizantina con una croce e la scritta in greco : << Solo Dio conosce i loro nomi >>. Sotto il piccolo edificio , un’enorme quantità di scheletri , tragica testimonianza del massacro del 614. Il ritrovamento fu studiato dal celebre archeologo israeliano Ronny Reich che confermò che quelli erano davvero i resti dei battezzati comprati dai Persiani per essere sterminati.
Le comunità cristiane chiesero che il piano di speculazione edilizia fosse modificato e quell’angolo di Mamilla fosse conservato come memoriale . Ma, come si sa, la voce dei credenti nel Vangelo è sempre più flebile e impotente da quelle parti. Così , nel luogo della piscina non si sono costruite case, per il divieto ebraico di mescolare i vivi ai morti e il tabù di evitare ogni contatto tra loro. Ma le ruspe sono intervenute egualmente , tutta la terra con le sue ossa è stata asportata e dove c’era la piscina-ossario sta attualmente un grande parcheggio sotterraneo , ben conosciuto anche dai turisti. A questi – e sta qui la censura – nessuna delle loro guide fa un cenno a che cosa celasse quello che è noto come Mamilla Pool Parking. In generale, quelle stesse guide, pur spesso molto dettagliate , tacciono del tutto su quanto avvenne nel 614 , con l’inizio del calvario cristiano proprio nella città che il Calvario custodisce . Ci assordano da due secoli le orecchie – e non a torto, va ammesso – con il bagno di sangue praticato dai crociati quando riuscirono ad espugnare la Città Santa. Nessuno, però, ricorda che quel massacro era stato preceduto da un altro , praticato per giunta a freddo, non nella esaltazione di una battaglia disperata .
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A proposito di storia : anche in Italia ( come già in altri Paesi europei ) una legge minaccia il carcere a chi negasse non solo l’esistenza ma anche le dimensioni dei crimini nazionalsocialisti. Non è prevista invece alcuna sanzione per chi negasse quelli comunisti, che pure fecero cataste di morti ben superiori. Rischio di guai, poi, per chi esagerasse nel denunciare quella strage degli innocenti che è l’aborto, praticato ormai – a spese pubbliche – come mezzo di regolazione delle nascite. Proprio mentre scrivo, in Lombardia sono pronunciate parole minacciose – e non da estremisti ma da autorevoli politici – contro coloro che hanno proposto di seppellire i feti in terra consacrata , invece di avviarli agli inceneritori per i ” rifiuti speciali “.
Ma così va un mondo che si basa sull’ipocrisia più sfacciata . Un mondo dove i ” medicalmente corretti “, gli apostoli del salutismo liberal , gli adoratori del corpo chiedono addirittura di rifiutare le cure del servizio nazionale ai fumatori e agli obesi. << Se la sono voluta loro, che si arrangino ! >> . Provate però a proporre altrettanto, a quei virtuosi benpensanti , per gli infetti da Aids , con la stessa motivazione, peraltro impeccabile che << se la sono voluta loro >>, con il disordine sessuale , spesso omosessuale . Verrete insultati : i gay fanno parte delle categorie intoccabili , a loro ogni onore e cura premurosa . Gratuita, s’intende. E chi avesse da obiettare non è che un oscurantista fascista.
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A proposito di paradossi , trovo su un giornaletto che mi spediscono questa specie di filastrocca : << Nessuno vuol più sposarsi, eccetto i preti e i froci. Nessuno vuol più entrare in seminario, eccetto le donne. Nessuno pretende più i sacramenti, eccetto i divorziati >>.
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A proposito, adesso , di matrimoni. Segnalo ai sociologi la straordinaria solidità delle nozze in Croazia , solidità che raggiunge un primato nella cittadina di Siroki-Brijeg , che è in Erzegovina ma è popolata tutta da Croati . Tra i suoi 13.000 abitanti nessuno ha memoria di un solo divorzio ; anzi, di nessuna separazione. Non sono esenti, da quelle parti , dal peccato originale ma , forse, il loro segreto è il non avere perso il realismo cristiano , il non avere ceduto cioè al mito dell’amore ” romantico ” che sembra tanto bello , ma solo finchè dura. Dopo di che, si passa a nuovi incontri, per riprovare l’ ” emozione ” degli effimeri e ingannevoli “sentimenti “. E invece, il duro ma cristiano realismo croato si manifesta nella stessa liturgia , quando il sacerdote officiante si rivolge ai due nubendi e dice loro non parole mielose ma , chiaro e tondo : << Avete trovato la vostra croce >> . Consapevole di questo, la coppia saprà apprezzare i momenti di gioia, ma saprà anche non reagire, pensando a chissà quale ” nuova vita felice ” con un’altra persona, nei fastidi , nelle stanchezze , nelle ripulse che contrassegnano ogni convivenza familiare.
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Entrai a scuola, per la prima elementare , negli anni ormai remoti del dopoguerra . Alle pareti non avevano ancora tolto le grandi carte che rappresentavano gli ” imperi coloniali “. C’era una convenzione geografica internazionale che a ciascuno di loro aveva attribuito un colore : mi impressionava , sulla carta della mia classe , l’enorme estensione del rosa che era , mi pare di ricordare , la tinta dell’impero inglese e del Commonwealth. I francesi ( anche qui se la memoria non mi tradisce ) avevano l’azzurro , predominante in Africa . Il verde chiaro era per gli italiani e si fermava allo scatolone di sabbia della Libia e al Corno d’Africa, con Etiopia , Somalia, Eritrea e il puntino nell’Egeo del Dodecanneso. Niente per la Germania, che aveva perduto tutto già dopo la prima guerra mondiale e patetica la Spagna che , dopo avere dominato sull’Impero sul quale non tramontava mai il sole, non conservava che un piccolo, disabitato lembo del Sahara atlantico. Il Portogallo, invece , aveva le grosse macchie ( in marroncino, forse ) dell’Angola e del Mozambico.
Nella scuola non erano rimaste solo le carte del nazionalismo novecentesco, ma anche le retoriche di quello ottocentesco, il nazionalismo risorgimentale . Dunque , in quelle aule che , tra l’altro erano in una Torino soltanto da pochissimo non più sabauda, maestre e maestri ( c’erano ancora degli uomini alle elementari ! ) ci iniziarono da subito alle grandi frasi dell’epopea della Patria. Ecco allora Garibaldi a Calatafimi : << Bixio, qui si fa l'Italia o si muore !>>, Carlo Alberto e il giovane figlio dopo Novara, davanti a Radetzky che chiedeva l’abolizione delo Statuto : << Casa Savoia conosce le vie dell'esilio, non quelle del disonore >>. Non mancava neppure il virile , perentorio << A Roma ci siamo e ci resteremo ! >> di Vittorio Emanuele II entrando nel Quirinale appena sequestrato a Pio IX. Soltanto molto più tardi , laureandomi ( guarda caso ) proprio in storia del Risorgimento , appresi che in realtà la frase vera così suonava , nel piemontese che era la lingua madre del Padre della Patria : << Finalmènt aj souma ! >> . Dunque, un “finalmente ci siamo” pieno di sollievo , dopo le fatiche di un viaggio da Firenze tutto in carrozza, su strade impantanate , visto che l’alluvione di quell’ autunno del 1870 aveva trascinato via la strada ferrata oltre che allagato Roma.
Insegnavano, a noi bambini, non soltanto le frasi che entusiasmavano o inorgoglivano , ma anche quelle che indignavano. Prima fra tutte , quella sprezzante dell’austriaco principe di Metternich a chi gli parlava di unità della Penisola : << L'Italia è solo un'espressione geografica>>. Facciamogliela vedere noi, se siamo un popolo o solo un nome sulla carta ! arringarono nel 1848 i paladini della rinascita nazionale . Cent’anni dopo , alle mie elementari, c’era ancora un filo di indignazione nella voce dell’insegnante che ci ripeteva quella offesa all’onore italico .
Le cose, naturalmente , non sono andate così . Già lo si sospettava da tempo, ma in questi mesi un dotto articolo ha chiarito che non si trattò di una risposta arrogante del Cancelliere austriaco . In realtà, la frase era stata scritta in una sintesi diplomatica dove si diceva : << L'Italia è un nome geografico >> . Una constatazione, cioè, del tutto inoppugnabile , alla pari della stressa espressione usata in quel documento medesimo per la Germania. Nessun insulto, dunque, ma la descrizione ” neutra ” di un fatto. Eppure, l’odio innescato anche da quella manipolazione si trascinerà sino al fatale 1915 , quando il nazionalismo – dove confluivano la destra dei rètori alla d’Annunzio e alla Papini, allora ateo, e la sinistra dei massoni e dei socialisti alla Cesare Battisti – riuscirà a trascinare l’Italia nella ” inutile strage “. Quella che , alla fine, oltre a 600.000 giovani morti ci regalerà il fascismo e , poi, un’altra guerra rovinosa.
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Se Gesù abbia voluto – e con quali prerogative e poteri – un Suo ” vicario ” per la Chiesa militante ; se esista nella Chiesa un ” primato di Pietro ” , passato ai suoi successori e destinato a durare sino alla Parusia . Questo , in fondo, il problema centrale del dialogo ecumenico tra il cattolicesimo e le due altre grandi famiglie cristiane : quelle nate dai riformatori del XVI secolo e quelle orientali, greche, slave divise da Roma da ormai un millennio. Più chiara è , ai non specialisti, la posizione dei protestanti che , seppure con accenti diversi, escludono la legittimità del Papato, così come è inteso dai cattolici. Meno conosciuta è la posizione delle molte Chiese orientali , alcune delle quali venerabili per antichità e prestigio, ma la cui teologia è per molti un oggetto incognito. Eppure , è proprio con esse che il dialogo è più urgente e potrebbe essere più fruttuoso , come non si stancava di ripetere papa Wojtyla, venuto dall’Est e desideroso che la Chiesa tornasse a << respirare con due polmoni >>, quello Occidentale e quello Orientale.
Anche per questo ho letto con profitto, e consiglio ai lettori, un libro piccolo per mole ma le cui poco più che 200 pagine sono molto dense e precise, scritte come sono da Nicola Bux , specialista di teologia del cristianesimo orientale e da Adriano Garuti , docente di ecumenismo e per vent’anni in un posto chiave, come responsabile della sezione dottrinale della Congregazione per la fede. Il saggio, stampato dalle Edizioni Studio Domenicano di Bologna, annuncia sin dal titolo le sue intenzioni : Pietro ama ed unisce. Un ” servizio petrino “, dunque, non come egemonia alla maniera del mondo, ma come servizio di amore e unione tra tutti i credenti in Cristo. Una prospettiva che è nella linea di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI .
L’impegno ecumenico degli autori , il rispetto per la grande Tradizione orientale non impedisce loro quel parlare chiaro che è doveroso tra fratelli nella fede ed è presupposto indispensabile per un dialogo autentico . Significativa, ad esempio, una pagina sull’atteggiamento attuale della Chiesa russa : << Il patriarca Bartolomeo I ha affermato che l'uniatismo è " una illecita e coperta infiltrazione espansionistica della Chiesa romana nello spazio dei popoli ortodossi " . Ora , se considerassimo analogamente l'Italia e l'Europa uno " spazio " cattolico , come giustificherebbero gli ortodossi l'azione di promozione di alcuni loro insediamenti? (....) Nella Chiesa di Russia si è giunti a definire " stranieri " i cattolici che pure, da secoli , nascono in quel Paese. A parte l'incongruenza del termine " straniero " nella Chiesa dove, come dice san Paolo, non vi sono più stranieri né ospiti ma familiari di Dio ( Ef 2,19 ) , c'è da pensare che sia un diversivo per nascondere le difficoltà nella missione >>.
Proseguono Bux e Garuti : << In Russia, è in atto una diffusa secolarizzazione come in Occidente , tutto è stato sradicato, si sono insediati il consumismo e l'idolatria del denaro. Bisognerebbe guardare all'immane sofferenza dei martiri del comunismo, non preoccuparsi di conservare solo gli assetti ecclesiastici; non vedere negli altri cristiani degli intrusi, ma protendersi - tra le sfide del mondo odierno - ad annunciare Gesù Cristo nel vuoto delle coscienze e della degradazione morale creato da oltre un secolo di ateismo , non presumere di agire separatamente in un così immane compito, per aprirsi alla collaborazione>>.
Parole al contempo amare ed affettuose. Ma che , ad Oriente, non sembrano trovare ascolto tra chi pure ha vissuto la più grande tragedia mai subita da cristiani. Tra gli enigmi del nostro tempo c’è quello di Chiese martirizzate per decenni dal comunismo e che non sembrano avere tratto alcuna lezione da quella esperienza terribile.
Vittorio Messori

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San Valentino, pensaci tu

Gentile san Valentino, quest’anno vedi di non esagerare. Non è proprio il caso. Potresti passare dei guai seri. Perché? Prendiamo una situazione tipica di queste ore. Lui porge a lei una rosa, un fiore di campo, un diamante, un cioccolatino. Le canta una canzone, le recita una poesia. Insomma lui porge a lei un segno adeguato alla situazione, alla sensibilità, alla generosità e al portafoglio. Per dirle: “Ti amo. Di più: ti amerò tutta la vita”. E tu, dall’alto, leggi nei loro cuori, li scopri sinceri, ti commuovi, sorridi e sussurri: “Vi benedico”. Ecco, intanto “bene-dico”, e sottolineiamo dico, proprio tu non lo devi dire e neanche pensare per non beccarti un iroso rimprovero di “indebita ingerenza del paradiso nelle vicende interne delle coppie terrene”. Nessun accenno al verbo dire, in tutte le sue coniugazioni. C’è il rischio che scoppi un caso diplomatico, e per ritorsione potrebbero essere chiamati in causa i Patti del ’29. Si sa che l’amore brucia, ma qui stiamo scherzando col fuoco.
Non esagerare. I due si promettono amore “per sempre”, ma non sanno quello che dicono. Per forza, sono innamorati. Poi l’amore svapora, si pentono, ma intanto anche grazie a te si sono sposati e tutto si fa complicato, separazione, divorzio, avvocati, figli traumatizzati, anni di attesa prima di tornare liberi… Innanzitutto, devi convincerli a dire: “Ti amerò per un po’, un lasso ragionevole di tempo e poi si vedrà, d’altra parte non possiamo porre limiti alla nostra libertà, compresa la libertà di innamorarci di qualcun altro. Oggi desidero te, ma i desideri vanno e vengono”. Ti piace? Certo che non ti piace. I santi sono irragionevoli. Uomini privi di ripensamenti. Tu, poi. Un martire. Uno che sulla sua libertà messa in gioco “per sempre” ci ha rimesso la testa (sulla via Flaminia, III secolo). Il martire è il testimone fedele che va fino in fondo. ? ovvio che ti piacciano i lui e lei che si promettono amore per sempre, e che guardi con aria perplessa chi dica: oggi ti amo, domani potrei desiderare un’altra, o un altro. L’amore con la scadenza come i formaggini, pensa te.
Troppi amori effettivamente scadono? ? vero. Ma un conto è investire tutte le energie affinché durino, e allora le piccole (e grandi) crisi risolvibili si possono risolvere e la coppia ne esce più solida di prima. Tutt’altro conto è il consumismo dei sentimenti, con la persona alla stregua di un oggetto: se non mi soddisfi, ti cambio. Nella più lineare logica consumista. Ma questa è la modernità: legami fragili, deboli, che si sciolgono con un sms da fidanzati e con una raccomandata da conviventi. Perciò tieniti leggero pure tu, quest’anno, e non esagerare. Oppure…
Oppure no, guarda, adesso che gli arcigni censori anticlericali hanno smesso di leggerci, perché giunti a metà articolo si sono rilassati e hanno cambiato aria, adesso che siamo soli tra di noi, quest’anno vacci giù duro, distribuisci benedizioni a man bassa, di quelle toste, contribuendo a creare le premesse per futuri legami forti, solidi, che non c’è burrasca che tenga. San Valentino, non è vero che non sappiamo più a che santo votarci. Ci sei tu. Però datti da fare.
(da “Avvenire”, 14 febbraio 2007).

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Poligamia e società italiana

Secondo un recente sondaggio apparso in televisione in questi giorni, il 35 per cento degli Italiani si direbbero favorevoli alla poligamia.
La notizia è sconcertante, ma non deve stupirci più di tanto se pensiamo che la motivazione che sta alla base dell’accettazione di questa pratica è la tolleranza di principi religiosi diversi dai nostri.
L’idea di tolleranza nei confronti della poligamia a dire il vero è stata suggerita abilmente dalla stessa domanda formulata dai sondaggisti che hanno chiesto: “Sareste favorevoli, in nome della tolleranza nei confronti di una religione diversa dalla nostra ad ammettere la poligamia”?
Di che religione si tratti è facilmente intuibile, meno ovvio è ritenere che per essere buoni musulmani occorra essere poligami, quasi si trattasse di un precetto.
Quello che più ci deve far riflettere però mi pare invece la percentuale dei sì. Moltissimi italiani con la loro risposta acconsentono infatti ad introdurre nel nostro paese una pratica che la nostra civiltà ha giudicato come inadeguata , per non dire primitiva e barbara, in quanto fortemente discriminante nei confronti della donna.
Insomma una verità che sembrava patrimonio indiscusso della nostra vita è ora posta in discussione. Una di quelle verità che tanto faticosamente l’uomo ha cercato e con altrettanta fatica affermato nel corso della propria evoluzione storica, ancora una volta è scossa, offesa, sfregiata e negata. Essa sembra aver perso la propria trasparenza.
Il fatto paradossale però consiste nell’evidente convergenza fra due visioni della vita che parrebbero elidersi a vicenda. Quella islamica e quella radical-libertaria. Perché?
Per il radicale e per chiunque neghi una solida fondazione dei valori, la verità non esiste. La vita dell’uomo, i principi, le forme di convivenza, la famiglia, le istituzioni, la sessualità, tutto per il relativista apparirà come opinabile. Pertanto, anche l’unione fra uomo e donna non sarà che una forma determinata storicamente, formalizzatasi lungo la storia nell’istituzione matrimoniale, ma comunque sempre aperta ad evoluzioni e aggiornamenti che ne alterino anche radicalmente la natura. Questo perché l’uomo non si identifica con una natura, egli è semplicemente colui che tenta e sperimenta su se stesso ogni tipo di cosa.
Il fatto che storicamente la famiglia composta da un uomo e una donna abbia rappresentato e rappresenti la condizione in cui l’amore reciproco e la cura dei figli possa meglio esplicitarsi non lo riguarda. Il radicale perciò non farà fatica ad ammettere la possibilità che un uomo possa avere più donne e vivere loro assieme, purché vi si il consenso delle interessate. Probabilmente a ciò aggiungerà una postilla, che analoga possibilità sia concessa alle donne. In tal modo si realizzerebbe la perfetta parità fra i sessi, immaginando un nuovo tipo di unione, la poligamica, cui qualcuno, quando i tempi saranno maturi, proporrà di estendere tutte le tutele del caso.
Le cose che sto dicendo sono persino teorizzate da filosofi che oggi godono di un notevole consenso da parte dell’opinione pubblica.
A vedere come stanno andando le cose mi sentirei di proporre a molti dei miei studenti il mestiere dell’avvocato, specialista in diritto matrimoniale.
Ma torniamo al nostro “amico radicale”, al credo individualista, che lo connota così bene. Egli, potrà pur dirsi innamorato della famiglia tradizionale, ma non per questo riterrà di condizionare la libertà altrui di vivere come meglio crede.
Questo perché ogni sano relativismo è insofferente nei confronti della dimensione pubblica, della forza vincolante dei principi, persino di quei principi intangibili che ogni democrazia ed ogni società dovrebbero porre a fondamento della propria esistenza. Ed uno di questi è proprio la famiglia composta da un uomo e da una donna unita dal vincolo del matrimonio.
La poligamia insomma sembra farsi strada innanzitutto come idea: essa è il frutto di una concezione inadeguata di libertà e di tolleranza.
Tolleranza fra l’altro non estesa nei confronti di tutti. E’ di questi giorni la notizia che in una casa di riposo romagnola, contro la volontà di tutti i degenti sono stati eliminati i crocifissi. Tutto ciò in nome della tolleranza verso chi non crede. La cosa è sconcertante: la sola ipotesi che un giorno un non credente o un aderente ad un culto diverso dal cattolico possa entrare in quella casa di riposo, ha generato una violenza, un sopruso nei confronti degli anziani.
Non fatico a credere che molti di coloro che tollererebbero la poligamia sarebbero pure in prima fila nel “decontaminare” i luoghi pubblici dai simboli cristiani. Forse sono malizioso, chissà.
Resta il fatto che una possibilità che il Corano ammette e che la civiltà occidentale soprattutto dopo l’avvento del cristianesimo ha sempre rifiutato, sembra per molti italiani non provocare alcun fastidio.
Ma l’individualista non ha alcuna idea di cosa sia la poligamia; forse egli la concepisce come una possibile e stimolante variante nel rapporto fra i sessi, un privilegio per pochi ricchi in grado di mantenere più mogli.
Ma probabilmente mi sbaglio. La donna occidentale infatti lavora e quindi il “plurimenage” non è poi impossibile; inoltre lei stessa potrebbe avere più uomini.
Fatto sta che nel silenzio generale, da quanto riportano i giornali, risulterebbe che in Italia esisterebbero almeno 15000 unioni poligamiche celebrate religiosamente: si tratta di coppie di musulmani, secondo cui, come è risaputo, solo l’uomo può avere più mogli e non viceversa. Si preoccuperanno di questo i tollerantissimi italiani?
Ma chi se ne importa dei figli, dei rapporti fra i sessi, dei diritti delle donne: quello che conta è la libertà di autodeterminarsi. La costituzione almeno su questo punto, può essere cambiata.
C’è di che rabbrividire. Chi nega ogni principio e valore assoluto, per un attimo stringe la mani a colui che invece concepisce il mondo come pervaso e orientato dall’assolutezza di Dio e dei suo principi. Staremo a vedere.
Per concludere, qual è dunque il punto comune fra Islam e cultura radicale? Credo esso sia il non riconoscimento del diritto naturale, cioè la possibilità data a ciascuno di cogliere il bene e il vero semplicemente accettando il dettato della ragione naturale. E’ in nome di questo principio che comunisti e cattolici, in occasione dei lavori della costituente, hanno riconosciuto il valore della famiglia, della fedeltà, del matrimonio monogamico.

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L’ombra di Faust sui pacs

Intorno ai PACS si è aperto un dibattito importante, delicato che va a toccare l’essenza stessa delle radici culturali dell’Europa e dell’Italia in particolare. E’ in atto un attacco diretto, frontale, violento anche nelle parole, oltre che nei modi, alla famiglia tradizionale.

Si sta insinuando con grande determinazione il concetto che la famiglia tradizionale eterosessuale, in cui un uomo e una donna accettino responsabilmente di vivere insieme e di responsabilmente educare i propri figli possa essere non più il modello, ma genericamente uno dei modelli di relazione familiare possibile. Il focus della diatriba non è certamente soltanto una questione di fede: anche non volendo prestare orecchio agli accorati appelli di Benedetto XVI° e della CEI, e prendendo in considerazione la questione anche da un punto di vista unicamente razionale, o genericamente laico, non possiamo non sottolineare il fatto che lo Stato dovrebbe incentivare quelle forme di vita che contribuiscono in primo luogo al bene comune e senza ombra di dubbio il maggior contributo al bene comune dovrebbe consistere nella procreazione e nell’educazione responsabile dei figli. Solo una società che investe responsabilmente nei figli può guardare al futuro con determinazione e speranza. In gran parte dell’Europa del nord, ormai secolarizzata e scristianizzata, presa e citata costantemente dai maestri del pensiero laicista nostrano, attanagliati da un complesso di perenne inferiorità culturale, come modello di riferimento sociale e giuridico, i risultati di politiche scellerate sulla famiglia hanno prodotto risultati drammatici. Perché allora questo impeto, anche in Italia, per cambiare la famiglia, un’istituzione che dura da migliaia di anni, da quando in qua è diventato così urgente garantire le nozze ai gay e la pensione alle coppie di fatto? Ripeteva Engels che «tutto ciò che esiste merita di morire»; una frase che fu pronunciata da Mefistofile, il diavolo, nel Faust di Goethe: una demoniaca volontà di distruzione. Vi è purtroppo una certa classe politica italiana che, come Faust sembra voler barattare l’anima della nostra cultura, delle nostra tradizioni, del nostro modo di intendere la famiglia, la società, la comunità in cui viviamo. In realtà, una certa classe politica non fa che confermare le sue antiche radici. Diceva ancora Engels che lo scopo della rivoluzione comunista non è migliorare le condizioni della classe operaia, ma «cambiare lo stato di cose presente». La distinzione è sottile. Vuol dire che un tempo si istigavano gli operai alla rivolta solo finché essi erano «la forza sociale più potente» (altra definizione di Engels. ndr); ora che non lo sono più, si scelgono altri nuclei sociali “potenti” e senza ombra di dubbio le lobbies omosessuali lo sono. Almeno, sono influenti in TV, nei giornali, nel mondo dello spettacolo, ma anche tra le forze politiche, anche in Italia, e soprattutto a livello europeo. La questione è drammatica in questo momento storico, inoltre, perchè anche una parte dei cattolici sembra seguire questa ventata di novità, mostrandosi culturalmente subalterna. Davvero, come si va ripetendo in questi mesi con una amara constatazione, sembra passato un secolo da quando il mondo cattolico seguiva soltanto le indicazioni di arcipreti e arcivescovi…oggi, nel nome di un moralismo falso e di una tolleranza fatta di indifferenza, preferisce accodarsi all’arcigay.

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TE LO DO IO L’OROSCOPO

“Che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. Dal tono e dallo sguardo, secondo mia moglie sto coltivando intenzioni poco raccomandabili. Essendo innocente, cerco di indossare una faccia da innocente. “Non fare finta di niente – prosegue lei – ecco qua, Ariete, seconda decade (sono io, lo confesso): “Potrete prendere una decisione coraggiosa, addirittura un divorzio, per cercare una relazione più adatta ai vostri attuali bisogni”. E adesso che mi dici, eh?”. Raccolgo delicatamente la rivista dalla mano tesa di mia moglie. ? il supplemento settimanale V. del quotidiano R. con il fatale mega oroscopo 2007. Mi tranquillizzo subito, il gioco è fin troppo facile. Giro due pagine: “Gemelli, sei tu. “Il vostro abituale bisogno di novità a tutti i costi potrà essere soddisfatto in aprile, quando Venere passerà nel vostro segno, spingendovi a nuove eccitanti esperienze. Da vivere, si intende, nella consapevolezza dell’effimero”. E tu che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. “Leggi bene tutto, caro: “Per chi è in coppia l’estate sarà bollente””. “Ah bene, se non avrò ancora divorziato…”. Sopraggiunge la figlia ginnasiale: “Vedo che state leggendo anche voi V. Devo chiedervi una spiegazione”. Una figlia ginnasiale che ammette di non sapere qualcosa è un autentico evento, quindi spalanco le orecchie e forse anche la bocca. “Ecco qua, Pesci, sezione ragazzi. Io sono ancora una ragazza, non una vecchia come te, mamma”. Mia moglie la trapassa con lo sguardo ma per fortuna non reagisce alla provocazione: “Allora: “In virtù della loro grande fantasia, i nati nei Pesci potrebbero vivere la fase iniziale dell’amore e del sesso in modo non univoco”. La “fase iniziale” mi sta bene, ma che cosa significa “in modo non univoco”?”. Prima che cadano in mano agli altri componenti della vostra famiglie, strappate e distruggete, meglio se bruciandole e disperdendone le ceneri, le pagine dell’oroscopo 2007 dalle riviste che girano per casa. Non per qualche anacronistico pregiudizio. Soltanto per non complicarvi la vita e garantirvi un sereno anno nuovo.
(Da “Toscana Oggi”, 7 gennaio 2007).

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VIETATO VIETARE. LA LOBBY DEL CINEMA COMANDA. Fa discutere il “per tutti” assegnato ad Apocalypto

Apocalypto, il filmone di Mel Gibson, sbarca oggi in Italia. Pare che narri gli ultimi giorni della civiltà maya, ma le paginate di anticipazioni sorvolano sulla trama, peraltro poco originale perché ricalcata su un collaudato schema del cinema d’azione hollywoodiano – massacro, cattura, fuga, inseguimento, vendetta – e si soffermano sulla violenza straripante, che un recensore riassume così: “Teste mozzate, pugnali infilati nella pancia, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto”. Si può discutere se tanta generosità di dettagli dipenda dall’esigenza dell’artista di esprimersi con il massimo realismo possibile, dalla furbizia del mercante nel piazzare un prodotto solleticando l’inesausto gusto dell’orrore del pubblico, o da una patologica pulsione sanguinaria di un Gibson che, dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera. Fuori discussione invece dovrebbe essere che per bambini e ragazzi certi film sarebbe meglio non vederli; e poiché i genitori non possono sempre controllare quale film sceglie il figlio che va con gli amici al multisala, all’esercizio della responsabilità sono chiamati tutti, Stato compreso, secondo le proprie competenze e possibilità. Difatti esiste una commissione censura, che ha peraltro classificato “per tutti” Apocalypto, diversamente da quanto deciso dai colleghi statunitensi (divieto ai minori di 17 anni), tedeschi e canadesi (18), olandesi (16) e irlandesi (15). I nostri rappresentanti dei genitori avevano chiesto, più modestamente, un divieto per i minori di 14 anni. Macché, neanche quello. Ad opporsi, spiegano, sono gli esperti di cinema e i rappresentanti di categoria. In altri termini, la lobby. Ma per quali motivi? Per difendere il diritto dei bambini italiani di godersi teste mozzate e coetanei smembrati? No, ci dev’essere qualcosa di più ghiotto e prosaico. Un caso identico scoppiò nel 2001 all’uscita di Hannibal, il film di Ridley Scott la cui scena più succulenta (letteralmente) vedeva Anthony Hopkins servire belle calde delle scaloppine di cervello di Ray Liotta sul piatto di Julienne Moore. Anche allora il film fu classificato “per tutti” mentre all’estero era stato vietato. Ed anche allora gli esercenti, in un soprassalto di responsabilità, esposero alla cassa un cartello in cui invitavano i ragazzi a non entrare in sala senza i genitori accanto. Dopo quasi sei anni siamo ancora al punto di partenza. Resta comunque da rispondere alla domanda: perché la lobby del cinema ha la manica tanto larga? Non sappiamo se sia questo l’unico motivo, ma un fatto è sicuro: un divieto, anche soltanto ai minori di 14 anni, impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idem per il mercato dell’home video. Alla faccia dei cartelli alle casse, infatti, se cercate di acquistare Hannibal su internet, lo troverete classificato “per tutti”, due parole rassicuranti per i genitori che non abbiano memoria lunga e non siano cinefili. Denaro, nient’altro che vile, banale denaro. Lo stesso denaro che manca alla commissione censura, dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro.
(“Avvenire”, 5 gennaio 2007, pag.2).
POST SCRIPTUM
Il giorno dopo, il 6 gennaio, il “Corriere della sera” a pag.39 riprende questo articolo riassumendolo così. Lo trascrivo per intero. Attenzione: la prima frase, che dice l’esatto contrario di quel che avrebbe dovuto dire, non contiene refusi. Il “non” di troppo è nell’originale.
“AVVENIRE”: TROPPE LOBBY DEL DENARO
L’ultimo film di Mel Gibson, Apocalypto, in Italia non è stato vietato per motivi di “denaro”. Lo sostiene un editoriale di “Avvenire”, firmato da Umberto Folena. Il giornale dei vescovi osserva che un divieto anche solo a 14 anni impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, “confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idel _ prosegue – per il mercato dell’home video”. Folena ricorda che “se cercate di acquistare Hannibal su internet lo troverete classificato ‘per tutti’, due parole rassicuranti per i genitori”. Il “denaro, nient’altro che vile, banale denaro”, rileva ancora il quotdiiano, manca poi alla Commissione censura che decide sui divieti, “dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro”. Critiche anche a Gibson che “dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera”.

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Il piccolo e il padre.

La tragedia si è consumata in un attimo, un istante di qualche ora, nel freddo di una notte di Novembre. Tuo padre è arrivato come animato da un demone, nella tua stanza, mentre sognavi, ti ha afferrato. Cosa provasti in quei momenti: paura, sgomento o rassegnazione per l’ennesima intemperanza? Non èra la prima volta che papà “usciva pazzo”, però stavolta era forsennata la sua azione: ti afferrava, ti chiudeva la bocca, col nastro, per farti tacere e ti caricava in macchina insieme alle le sorelline e con poche parole, decise, concitate, perentorie. Dov’era la voce di Papà? E la paura cresceva. Ora correva, la macchina, ma dove, di notte ? Correva sino a spegnersi in uno schianto di ferro e alberi, vicino al lago. Vedevi le sorelline fuggire urlanti, stralunate, come impazzite, lontane dal Padre. Ma tu, no; forse perché eri più piccolo o chissà per quale dovere te ne stavi immobile, sul sedile, in attesa di tuo padre. Sì, di tuo Padre. E le braccia di lui, capaci di vincere il drago, ti strinsero troppo forte. Poi fu solo il freddo e un tuffo e l’acqua e ancora un freddo che sale, sale e si prende tutto, sino a vincerti. E a nulla valgono i soccorsi, le mani calde che premono, scuotono e vorrebbero ridarti il calore; resta il freddo.
Tuo padre aveva lottato per mesi, accerchiato da fantasmi e paure, irretito dalle passioni ti amava di un amore malato, che consuma, che possiede, che neanche più vede, tanto è fame e voglia di te.
Tuo padre voleva tua madre, con la forza, la picchiava, e voleva un lavoro, perso e una vita, persa.
Era assillato dal terribile timore di non vederti più e di non vedere le tue sorelle e tua madre, picchiata. Dissolti i legami, dissolto il mondo, non restavano che i giudici e le sentenze, gli affidamenti e i documenti e l’orrore del senso perduto.
Così tuo padre ha deciso di cancellare tutti i suoi amori, la realtà stessa, la sua casa. Voleva farla saltare, ma non ci è riuscito, pure lì ha fallito.
Non gli eri rimasto che tu, il piccolo e l’idea del volo in un lago gelido, di notte.
Ora vedo lo sguardo del bimbo, si insinua nel mio spirito come una spada. E’ dolcissimo, sbarazzino, con un tratto malinconico che mi sgomenta. La vita e poi la morte; sempre in attesa, lei, sempre inutile, sempre uno spreco, sempre banale, un non-senso.
Non esistono cause, l’intreccio dei destini è troppo complesso, le trame della vita un labirinto, un gomitolo inestricabile. E seppure giungessimo ad una spiegazione e che stabilisse con precisione ogni responsabilità, ogni passaggio che porta all’epilogo tragico, nulla muterebbe nel nostro cuore, perché la morte ci sembra assurda, la morte dell’innocente e quella del colpevole. Semplicemente non la vorremmo.
Ma siamo quello che siamo, pieni di limiti, ogni nostro passo e parola ce lo rivela. C’è un male che ci intride a tal punto da insinuarsi persino nell’amore di un padre, un male capace di mutarne il segno, di trasformare il bene in male.
Non ci resta che il silenzio. Ma piccolo e sconosciuto bimbo, tu mi manchi e mi manca il tuo futuro e il tuo essere uomo. Tutto, tutto ancora una volta in questa storia sfugge è troppo grande per l’umana finitezza privata dei legami vitali che un tempo ci facevano meno soli.

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Dellai al convegno della Compagnia delle Opere. Più sussidiarietà, per rafforzare la società civile

Interessanti gli interventi proposti al convegno dal titolo “Sussidiarietà significa valorizzare l’esperienza di ognuno e renderla utile per il bene comune”, che a Trento ha concluso l’assemblea elettiva della Compagnia delle Opere Regionale (dalla quale per la cronaca è uscito confermato il presidente, Giuseppe Todesca). Mi riferisco in particolare alla testimonianza di Paolo Cainelli, della cooperativa Grazie alla Vita, del settore noprofit della CdO, che si occupa di accoglienza e cura dei disabili, e alla riflessione del presidente della Provincia Lorenzo Dellai (nella foto accanto a Todesca).

Cainelli ha ripercorso l’ormai quasi trentennale vicenda della cooperativa sociale di Mezzolombardo – la prima del genere sorta in Trentino – e quella della successiva legislazione provinciale e statale in materia, documentando come la sussidiarietà non sia innanzitutto “ingegneria politica” ma un fatto, perché prima nascono le opere, dall’esigenza di rispondere alle domande destate dalla realtà e dai rapporti umani e di lavoro, e poi interviene l’ente pubblico a sostenerne l’impegno a vantaggio di tutti. Ed è significativo che la crescita di Grazie alla Vita, il cui fatturato è oggi di 1 milione e 300mila euro, più di quello di una microimpresa, non sia frutto di una strategia, ma della disponibilità a farsi carico dei bisogni incontrati. Da segnalare anche, per dire dell’utilità sociale dell’opera, che la cooperativa ha un costo medio annuo per utente di 23mila euro, mentre per l’assessorato provinciale alle politiche sociali l’assistenza dei disabili richiede almeno 32.600 euro.

“Il terreno in cui vi muovete è prepolitico”, ha esordito Dellai evidenziando il contributo della CdO al rafforzamento della società civile, necessario perché essa possa dialogare con la politica. “Del resto la stessa sussidiarietà – ha aggiunto – è un tema prepolitico trasversale ai partiti, che favorisce però il dialogo indispensabile per sfuggire ad una concezione sbagliata del bipolarismo inteso come scontro tra bande. Il dialogo prepolitico è la condizione di un bipolarismo non solo mite ma politicamente utile e intelligente. Questo è l’approccio giusto con cui la politica può ritrovare la bussola dopo una lunga fase di transizione”.

Secondo il presidente della Provincia è urgente che il Paese superi due atteggiamenti inadeguati. Il primo si oppone alla sussidiarietà verticale e appartiene a chi crede che solo lo Stato possa tutelare e certificare i diritti fondamentali, e questo spiega la lentezza e l’estrema difficoltà con cui in Italia si affermano il regionalismo e la relativa riforma costituzionale. Il secondo è invece in contrasto con la sussidiarietà orizzontale perché attribuisce allo Stato il monopolio dell’interesse generale, di cui solo l’ente pubblico può ritenersi garante. Il che giustifica la pretesa non solo di controllare ma anche di gestire tutto.

“Si tratta – ha osservato Dellai – di visioni arcaiche, legate ad una visione corporativa e soprattutto alla paura del futuro. La risoluzione di queste due grandi questioni – ha continuato – sarà imposta a livello europeo dalla necessità di cambiare radicalmente l’attuale modello di Welfare State. Diversamente, l’ente pubblico non avrà più le risorse per mantenerlo e noi saremo attratti da altri modelli inadeguati perchè non coniugano libertà e giustizia, merito e uguaglianza, solidarietà e sviluppo competitivo. E’ proprio per evitare queste ulteriori derive che occorre sperimentare la pista della sussidiarietà”.

Secondo il presidente questa sfida vale anche per il Trentino il cui portato storico non ci consegna solo una Provincia autonoma molto forte, ma anche un “polo della società civile (associazionismo, cooperazione, volontariato e no profit) fortunatamente vivo e presente. Tuttavia per Dellai anche in Trentino c’è bisogno di favorire l’evoluzione di questo sistema investendo di più sulla cultura della sussidiarietà.

“In questa prospettiva la discussione sulla riforma del Welfare potrà rivelarsi senso un’occasione importante di dialogo e confronto di qualità e senza pregiudiziali alla ricerca di soluzioni nuove”. Certo – ha precisato il presidente – anche l’autonomia fiscale è un obiettivo che la Provincia deve perseguire per dare più libertà ai soggetti della società civile e ridurre la loro dipendenza dai finanziamenti pubblici. “Tuttavia – ha aggiunto – sussidiarietà vuol dire soprattutto rifare il Welfare, superando le stanchezze che il nostro sistema ha accumulato e muovendosi sul piano della qualità. Nel nostro sistema sociale, infatti, purtroppo non sempre l’offerta segue la domanda come nel caso di Grazie alla Vita, ma la domanda è indotta dall’offerta. Non si tratta semplicemente di trasferire responsabilità e poteri dal pubblico al privato ma di rimettere completamente in discussione un modello ormai inadeguato”.

Dellai ha infine voluto “lasciare” alla CdO un pensiero non da presidente della Provincia ma da cittadino e da cattolico. “Al di là di come i partiti e le coazioni si organizzeranno – ha detto – la domanda vera è: quanta capacità hanno oggi i cattolici di costruire insieme una società civile forte? Si tratta allora di accelerare un processo che permetta a tutte le espressioni sociali dei cattolici di collaborare alla costruzione di una società civile forte. Si tratta di un lavoro prepolitico che interessa tuttavia anche la politica, che trarrebbe solo vantaggi dal trovarsi di fronte ad una società civile forte.

La sussidiarietà – ha concluso Dellai – è molto esigente ed è in contrasto con tutti i sistemi attuali informati ai principi della delega, della attesa e della protesta dettata spesso dalla volontà di non condividere nulla con nessuno”.

Antonio Girardi

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Satira

Satira 15. 11.2006.
La vicenda della satira nei confronti del Papa ha conosciuto in questi giorni un inasprirsi della polemica; i termini della questione sono grosso modo questi: da una parte si nota come i simboli religiosi non possano essere esposti al pubblico scherno, dall’altra si rivendica l’assoluto diritto di satira, in nome della libertà di espressione.
Ma cos’è la libertà di espressione svincolata dalla realtà dei sentimenti, delle tradizioni, delle culture, insomma della vita? Qualche anno fa lessi di un signore che si presentò ad un funerale e durante il tragitto della salma dalla chiesa al camposanto cominciò a raccontare barzellette, con ciò espletando appieno il diritto di parola. Lo sventurato venne linciato dalla folla inferocita. Qualcosa di analogo accadde quando il tifoso di una squadra di calcio si mescolò agli ultrà avversari e improvvisamente, per festeggiare il vantaggio della propria compagine, si tolse la giacca mostrando orgogliosamente al divisa immacolata del club di appartenenza. In questo caso portò a casa la pelle, pur con varie contusioni, ma il suo comportamento fu giudicato dai più, perlomeno imprudente.
Per certi aspetti, nei casi rappresentati, la folla ha “censurato” due persone che avevano superato un limite tacitamente riconosciuto da tutti. In entrambe le situazioni ciò che ha generato la reazione è la presunta offesa di un sentimento, qualcosa che in senso lato possiamo chiamare sacro, cioè intangibile, sottratto alla presa della nostra volontà di intromissione.
I Codici Civili proprio per questo hanno “da sempre” previsto, per ragioni simili, il reato di vilipendio alla bandiera, o di oltraggio al sentimento religioso; un tempo la bestemmia stessa era oggetto di possibile denuncia. Tutte le culture, perciò, censurano comportamenti e messaggi che possano recare offesa all’intangibilità di alcuni valori “spirituali”. Nel caso in questione, cioè la messa in ridicolo della massima autorità religiosa cattolica attraverso delle gag -peraltro miserelle in quanto a capacità di muoverci al riso- la satira si rivela sempre più come lo specchio di un mondo privo oramai di ogni limite. Si ride dei morti, si ironizza sulle disgrazie, si sbeffeggiano le religioni, con la stessa assenza di pudore che si rivela nei reality show, dove tutto è esposto con l’obiettivo di generare consenso, evasioni, effimero, audience. In nome della creatività senza vincoli dei singoli, lo spazio privato è violato. Con analoghe motivazioni la coscienza religiosa è violata, perché colpendo il Papa si vìola sia un sentimento religioso comune sia il privato sentire di ogni singolo. Questa storia della satira dunque rivela l’arroganza di un potere mediatico oramai in preda al delirio di onnipotenza. Potere che si esercita tra l’altro non contro i potenti, non contro i fautori d’ingiustizia, non contro tutte le forme di integralismo, ma contro chi, per ruolo e autorevolezza morale non può difendersi.
Un elemento positivo però mi pare possa evidenziarsi: le reazioni indignate di molti cittadini rivelano come la nostra società possegga ancore degli anticorpi, delle autocensure che prescindono dalle leggi e che si esprimono nel sentimento di sdegno. Oggi è impensabile parlare di censura come pratica formalmente stabilita, per quanto esistano in molti campi forme di censura indiretta che tacitano coloro che sono considerati dissidenti o scomodi.
Forse, l’unica forma di censura ammessa per il futuro delle società liberali sarà questa: il sentire comune che si indigna e ci richiama alla necessità di un limite.
Saremo capaci, in futuro, di coglierlo questo limite? Se ciò accadrà lo dovremo in parte anche alla forza di stimolo morale della Chiesa. E’ questo, che sta accadendo, ora , mentre discutiamo sulla liceità o meno di certa satira.

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Il Codice da Vinci e la verità su Gesù

La Parrocchia di S.Giovanni di Borgo Sacco, (Rovereto) organizza un incontro con il prof. Marco Fasol, autore del libro "Il codice svelato", dal titolo "Il Codice da Vinci e la verità su Gesù". L’appuntamento è fissato per venerdi 10 novembre ad ore 20:30  presso l’oratorio di Borgo Sacco, in via Zotti.  Volentieri diamo risalto all’iniziativa, che tra l’altro ci ha visti promotori alcuni mesi fa di uno stesso incontro a Trento proprio con Marco Fasol. Considerato il successo di pubblico, ottenuto in quell’occasione e la capacità dell’autore di mettere in luce i retroscena a dir poco "surreali" di Dan Brown, consigliamo vivamente la partecipazione.

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